L'ARCOBALENO ANCHE DI NOTTEdi Franca B. scritto nel
1998 Il temporale mi colse alla sprovvista, poco prima
del tramonto, mentre tentavo disperatamente di orientarmi nel dedalo di stradine
di campagna in cui ero finito grazie ad una indicazione sbagliata.
La rabbia, la pioggia scrosciante e la stanchezza mi indussero a scambiare un orticello
per un sentiero e a sceglierlo per farvi inversione. Ovviamente, la mia auto si impantanò, senza alcuna via di
scampo... Sforzandomi di scorgere qualcosa oltre i
finestrini, che il vento colpiva con violente frustate di acqua e grandine,
intravidi una casetta bassa, sulla destra dell'orto e, raggomitolato sotto il
mio vecchio impermeabile da viaggio, andai di corsa a bussare alla porta. Venne ad aprirmi un uomo anziano. Io gli spiegai il mio problema e lui mi
spiegò il suo: la corrente elettrica era appena saltata e bisognava cercare
candele e fiammiferi. Decidemmo, in breve, di aiutarci a vicenda. Le candele che trovammo in un cassetto della
cucina, in verità erano poche, solo
due, sufficienti a malapena per illuminare i nostri volti quando sedemmo
l'uno di fronte all'altro, in salotto, ma perlomeno mi consentirono di
guardare in faccia chi mi stava ospitando. Sembrava sui settantacinque anni e
aveva due vivaci occhi azzurri e un simpatico sorriso da persona buona. Mi offrì tè freddo e frollini da
prima colazione. "Deve scusarmi", disse,"dalla morte
di mia moglie, non sono più abituato a ricevere gente. Ogni tanto vengono i
miei nipoti, ma sa, sono grandi, ormai, e lavorano. Non
hanno tempo". Compresi subito che si trattava della verità: i
suoi nipoti lo amavano e se andavano
raramente a trovarlo, era sul serio a causa degli impegni lavorativi. Lo si deduceva da come parlava: aveva la voce di chi è abile nel
raccontare e i bambini non possono che adorare un nonno con la vocazione
del narratore, anche una volta divenuti adulti. Gli dissi ciò che pensavo e lui confermò
sorridendo. "Mipiacciono le parole. E a lei ? ". "Assolutamente sì", risposi addentando
un frollino. "Sono uno scrittore!
In cerca d'ispirazione, purtroppo...
Avrebbe una storia interessante per stimolare la mia fantasia
?". "Sì...
Forse ne ho una che fa al caso suo", replicò l'anziano tenendo
gli occhi celesti fissi su di me. "La preferita dai miei nipoti.
Una storia vera. Quella di Bruno e Sergio". Ecco!
Adesso arrivava il bello: una storia!
La mia passione! Mi misi comodo e l'anziano iniziò a raccontare,
nel dolce chiarore delle
candele,mentre all'esterno il temporale piegava alberi e scaricava fulmini. "C 'erano la neve e un vento terribile,
quando Bruno, stretto soltanto nella sua giacca, giunse alla caserma di
Banne, insieme a molti altri sventurati giovani, presi come lui nella
trappola della seconda guerra mondiale. Quella notte vennero chiusi al buio
e al freddo in una baracca, poi, il mattino seguente, un caporale, un tenente e altri ufficiali li
esaminarono: Bruno fu destinato al Genio e alla Caserma 5, un luogo enorme disseminato
di letti a castello da dodici posti.
Le brande erano di legno, disposte quattro a quattro, e quando gli
ebbero indicato la sua, in un angolo, ci si infilò con difficoltà e pianse. Versò tutte le lacrime che aveva, sentendosi
infinitamente solo. Di lì a poco, gli si avvicinò uno dei suoi
compagni, un tipo alto e dinoccolato, arrivato il giorno prima da un paesino
del Veneto. "Hai pianto?", chiese a Bruno. Dopo un pò piangeva anche lui. Quello era Sergio. Fu così che si conobbero. Certe amicizie sono simili a colpi di
fulmine. Sembra che non abbiano bisogno di nascere, ma
semplicemente proseguono lungo una rotta prestabilita, come se risalissero
a vite precedenti e ad incontri già avvenuti. E in tempo di guerra un legame del genere poteva significare la salvezza. Per Bruno rappresentò molto di più. Era un giovane introverso, fatalista, privo
di immaginazione e Sergio, che ancora giocava a indovinare la forma delle nuvole e riusciva a vedere l'arcobaleno anche di notte, destò in lui un
inaspettato senso di meraviglia". Per principio, detesto chi interrompe un
narratore, eppure è proprio ciò che feci.
"L'arcobaleno di notte...
Cosa intende?", domandai. L'anziano non parve infastidito, anzi mi sorrise.
"La sua è la perspicacia dello scrittore: ha già capito in quale direzione procede questa storia...". E continuò. "Bruno e Sergio combatterono la loro guerra
nei territori impervi della
Iugoslavia ed è laggiù che ne parlarono per la prima volta, durante una notte invernale di luna
nuova, gelida e limpida come cristallo. "Se almeno il sole si sbrigasse a
sorgere...", si lamentò Bruno. "Perchè?", gli chiese Sergio. "E'
una notte bellissima". "Bellissima?!". Bruno aggrottò la fronte. "E' buio
pesto, non c'é luce, nessun colore... Piuttosto la definirei orribile!". "Scherzi?!", esclamò Sergio afferrandolo per un braccio. "Questa notte è piena di luci e colori ! Questa notte è un immenso quadro ! Guarda !". Costrinse il compagno ad alzare gli occhi verso il
cielo e cominciò ad indicargli le stelle.
Le conosceva ognuna per nome, come vecchie e buone amiche. Bruno, dapprima riluttante, poco a poco si fece attento ed ammutolì: diamine ! Le stelle erano colorate ! Lassù, Aldebaran era di una tenue
sfumatura arancio, quasi rosa, poi, più giù, ecco Betelgeuse, rossa come un rubino e ancora più
sotto Rigel, azzurra, che precedeva Sirio, di un bianco abbagliante... E Sergio non si fermava, con le dita tracciava
strade e figure nel vuoto e improvvisamente il cielo diventava davvero un
quadro, un arazzo luminoso ricamato di personaggi e avventure fiabesche:
Orione il cacciatore, le sette sorelle Pleiadi e l'Auriga, Perseo con
la testa di Medusa e Andromeda in catene... "Ed è sempre così?", mormorò Bruno
incantato. "Tutte le notti sono come questa?". "Tutte e nessuna", gli spiegò Sergio.
"Assomigliano all'arcobaleno,non
ce n'é una uguale. Aspetta che arrivi
la luna nuova d'agosto e vedrai il fiume della Via Lattea
scorrerti da un orizzonte all'altro sulla testa, con la foce che sorge tra lo
Scorpione,dove brilla Antares,rossa come il
sangue, e il Sagittario, con le sue nubi fitte di stelle e le sue
nebulose rosa e azzurre come fiori in un prato...". "Non lo sapevo...", borbottò Bruno. "Proprio non lo
sapevo...". "Beh,lo sai adesso!", rise Sergio battendogli
una mano sullaschiena. "E quando lo sai, non lo dimentichi...".
Smise di ridere. "Lassù ci sono colori e luci, più di
quanti tu ed io potremo mai vedere in
una vita intera. C'erano ben prima
che scoppiasse la guerra e anche un paio d'ore fa, mentre schiacciavo uno scarafaggio
sotto il mio scarpone". Sospirò, un sospiro denso di tristezza. "Ci saranno
domani, quando morirò. Continueranno
ad esserci, in ogni caso : pace o guerra, la morte di un insetto o la mia...
Non farà alcuna differenza". Rimirò il firmamento per un istante, poi rivolse
all'amico un mesto sorriso. "Mi mette in cuore un vago senso di serenità". Bruno restò in silenzio". L'anziano bevve un sorso di tè freddo. Tenendo in mano un biscotto sbocconcellato
per metà, io pendevo dalle sue labbra. "Sergio non morì l'indomani. Ebbe altri
giorni e altre notti. Però aveva
ragione: doveva morire giovane. Forse certe cose si sentono... Accadde dopo
l'8 settembre del '43, mentre tornava a casa con Bruno, attraversando a piedi
la Iugoslavia. Lo uccise una mina,
sotto le stelle. Bruno, invece, si
salvò, ma perse la vista:
ombre, gli dissero, non avrebbe distinto che ombre, per sempre... Così gli toccò affrontare le prepotenze
dei soldati tedeschi che si installarono in casa sua e
i bombardamenti dell'esercito di
liberazione muovendosi in un mondo oscuro e senza contorni, con nell'anima il
vuoto lasciato da quel suo strano
compagno d'armi innamorato del cosmo". Mangiai il mio pezzo di biscotto, riflettendo.
"Una storia commovente". L'anziano mi fece segno di tacere. "Non è
ancora finita. Nell'autunno del '45, un uomo all'incirca della mia età si presentò alla porta di Bruno con un pacco. L'uomo
era il nonno di Sergio e il pacco conteneva il piccolo telescopio che lui e il nipote avevano costruito insieme. "Il mio ragazzo mi scrisse", raccontò il
vecchio. "Nel caso non fosse sopravvissuto alla guerra, voleva che il
telescopio andasse al suo amico Bruno e io sono venuto fin qui di persona,
per esaudire il suo desiderio". "Sono cieco", obbiettò Bruno con un
groppo in gola. "Io non...". Udì la voce del nonno di Sergio trasformarsi e
diventare vibrante di emozioni a
lungo trattenute nel dolore. "Vi porto l'eredità di mio nipote e non la potete
rifiutare". Le lacrime si formarono tra le ciglia di Bruno.
"Sergio credeva che lassù niente
faccia differenza", balbettò. "Lassù è più che probabile", ribattè il
vecchio. "Ma quaggiù è il contrario: tutto fa differenza. Anche una
lacrima". Prese fra le sue le mani di Bruno e le posò sul
telescopio. "Quando lo sai non lo dimentichi, giusto? E voi ricordate. Avrete dei figli e dei nipoti.
L'eredità del mio ragazzo sarà per
loro. Promettetemelo". Bruno promise. Una quindicina d'anni più tardi suo figlio
attendeva con ansia ogni notte scura per uscire ad osservare la volta celeste
con il piccolo telescopio e, in questo momento, i suoi due nipoti sono negli
Stati Uniti a perfezionarsi ciascuno nel proprio campo di studi astronomici.
E la storia, ora, termina davvero", concluse soddisfatto l'anziano.
"Spero di aver stimolato a sufficienza la sua fantasia...". Stavo per replicare quando, di colpo, dando prova
di un tempismo perfetto, la luce
elettrica tornò ed io mi ritrovai a sbattere le palpebre, con la bocca spalancata come
una marionetta. Tanto stupore era dovuto ai quadri, che scoprii numerosi e variopinti, appesi alle pareti del salotto: riproducevano paesaggi
stellari, nebulose, galassie, comete, pianeti, eclissi di sole e di luna, colori e luci... "L'arcobaleno di notte!", esclamai. "Si riferisce alle mie tele?", chiese
l'anziano. "Sa, dipingere è piacevole almeno quanto raccontare". Mi diedi dello stupido, naturalmente : dopotutto
sono uno scrittore e, come tale, dovrei riuscire a collegare gli elementi di una storia. Guardai gli occhi chiari, gentili e
spenti del mioospite. "Bruno,
lei è cieco: come ha potuto creare
immagini e colori così incredibili? ". Bruno si alzò in piedi, tranquillamente. "Si
imparano molti trucchi in
cinquant'anni di convivenza forzata con le ombre. E poi ho buona memoria e Sergio era bravissimo nelle
descrizioni". Dirigendosi verso la porta aggiunse:
"Quando lo sai, non lo dimentichi". Poi, con un gesto della mano, mi invitò a seguirlo in cortile. "Venga, forse
adesso è possibile liberare la sua auto". Sarò sincero: non sentivo nessun desiderio di
andarmene. Quell'uomo mi affascinava e l'avrei ascoltato per ore, ma del resto non potevo abusare della sua squisita
cortesia più del dovuto, perciò uscii all'aperto. L'aria profumava di pioggia e i grilli si esibivano in canti
sfrenati. Scorsi Bruno nel buio, già accanto all'automobile. A pochi passi da
lui sollevai lo sguardo, quasi per gioco e... meraviglia delle
meraviglie... il cielo era esattamente come l'aveva descritto Sergio nel lontano inverno di guerra in Iugoslavia ! Sopra
di me si inarcava la Via Lattea, costellata di noduli luminosi e alle sue radici splendeva la stella rossa chiamata Antares! Giuro che non le avevo mai notate prima! Bruno capì che mi ero fermato e mi si avvicinò.
"Se preferisce, può restare a farmi compagnia", mi propose.
"Ho un divano- letto e domani verrà la domestica a prepararci la
colazione. E poi è periodo di novilunio e il temporale avrà di certo pulito l'atmosfera:
il telescopio di Sergio è vecchio e malandato, ma funziona e, in una notte
simile, sarebbe in grado di mostrarle parecchie cosette strabilianti, almeno
per un profano... Allora, le
va?". Intanto io me ne stavo con il naso in su, come un
bambino dell'asilo. Chi tace,
acconsente. Bruno ridacchiò divertito
e mi oltrepassò per rientrare. "Bene. Prendo il telescopio, lo montiamo e...". Continuò a
chiaccherare tra sè tutto felice. E fu così, dunque, che imparai a vedere
l'arcobaleno anche di notte. . |