IL VAGABONDO CHE PARLAVA AL TRAMONTO


di Franca B.

scritto nel 1995


Il vagabondo arrivava sempre all'imbrunire.
Attraversava il paese con passo lento e tranquillo, gli occhi fissi sul tramonto, delicato ed esile come una figurina di vetro soffiato. Non si curava di nessuno, nč dei bambini che abbandonavano giochi e cortili per guardarlo passare a bocca aperta, nč degli adulti che lo osservavano con commiserazione, perchč si diceva che fosse ricco e se ne infischiasse dei suoi soldi. No, egli non se ne curava. Sembrava importargli solo del sole che scendeva. Nel giorno che si ripiegava su sč stesso per diventare notte, continuava a camminare fino a raggiungere una radura al limitare del paese, dove le macerie annerite di una casa abbattuta durante la guerra si allungavano ancora verso il cielo come monconi carbonizzati.
Laggių, una panchina di pietra guardava all'orizzonte in compagnia di un vecchio pozzo e il vagabondo vi sedeva in silenzio, con aria assorta: le mani, abbandonate in grembo, stringevano un pacchetto di carta. Spesso, i ragazzi lo seguivano per spiarlo, nascosti fra l'erba alta. Egli lo sapeva, ma non si curava nemmeno di loro: restava immobile, sempre pių piccolo e scuro di fronte ai primi colori e riflessi che andavano incendiando il cielo.
Amava i tramonti. Erano qualcosa di magico, che dava l'idea del passare del tempo, del suo scorrere sopra le stagioni, i conflitti, le passioni, i mondi. Ne aveva visti tanti, in vita sua, ma nessuno era mai stato uguale all'altro: una piccola sfumatura, un diverso gioco di luce, il ricordo di un temporale... Bastava poco. Gli Dei hanno l'immortalitā, pensava il vagabondo, noi mortali abbiamo questo. Sė...Era come morire e ogni volta rinascere, ogni volta un nuovo tramonto a renderti diverso, fino a che i tramonti passati si confondevano in un unico cielo infuocato. Sė, era l'apoteosi.
Cosė, in quel momento speciale in cui il giorno non č pių giorno, ma non č ancora notte, il vagabondo apriva il pacchetto di carta che teneva in grembo e ne estraeva con delicatezza un'ocarina. Contemplando la giostra di colori davanti a sč, iniziava a suonare e all'improvviso non era pių piccolo, nč solo, nč incompreso, nč mortale. Le dolci note dello strumento d'argilla lo sollevavano in alto, sulle ali di un linguaggio che solo la musica poteva insegnare ed egli volava a danzare con il rosa, con l'arancio, con il giallo e con il bianco, poteva attraversare le nubi impalpabili ammassate sull'orizzonte e gettarsi nell'immenso blu ancora pių oltre.
Il vagabondo parlava al tramonto e tutti in paese potevano udire le sue parole in musica, trasportate dal vento della sera. C'era chi ridacchiava divertito, chi scuoteva il capo, chi alzava il volume del televisore, chi non se ne accorgeva continuando a coprire qualsiasi suono con la propria voce: erano coloro che non sapevano pių volare.
Ma c'era anche chi, semplicemente, ascoltava: una ragazzina innamorata affacciata alla finestra e, laggių, in quel cortile, un vecchio piegato dagli anni che fumava la pipa, oppure, pių in lā, dietro quelle tendine ricamate, una giovane madre che cullava il suo bambino... E forse ascoltavano anche quel vedovo, solo nella casa ora cosė vuota, e la donna che il marito aveva picchiato poco prima...Erano coloro che ancora sapevano volare. E al tramonto, volavano via insieme al vagabondo, forse verso differenti lidi, ma sulle ali della stessa musica.
Volavano ad abbracciare volti cari e perduti, a ritrovare sogni dimenticati nel fragore della vita, ad incontrare sč stessi, ad afferrare un lembo di infinito per un istante. Poi improvvisamente l'oscuritā spegneva luci e colori e l'ocarina taceva, tornando a riposare nel suo involucro di carta. Per chi aveva ignorato il vagabondo che parlava al tramonto si preparava una notte come tante, ma per gli altri, quelli che avevano volato, la brezza notturna avrebbe portato un dolce riposo, fatto di sogni colorati e speranze nuove. Soprattutto per loro ci sarebbe stata tanta musica.
Il vagabondo non si curava di nessuno e di niente, nemmeno della magia e dell'incanto che le semplici note della sua ocarina riuscivano a creare unite a un tramonto, ma sapeva che nelle cose, nelle persone, negli animali, nell'aria, nell'acqua, dovunque, c'era tanta musica. Bastava poco per udirla, semplicemente cosė poco, che nel mondo, dove tutto č grande, affrettato e rumoroso, nessuno la sentiva pių. Per questo motivo egli vagava solo e indifferente: non percepiva pių nessuna musica negli altri, tutti erano spenti come vecchie radio fuori uso. Solamente durante il sublime dialogo con il tramonto, il vagabondo avvertiva la presenza di altre melodie intorno a sč e viveva un momento ineguagliabile di comunione con la natura e con quelli che, come lui, conoscevano un diverso modo per parlarsi.
Cosė egli spese tutta la propria vita nella ricerca di quell'inestimabile incantesimo, raccontandosi al tramonto e suonando la sua ocarina.
Attraversō il paese ad ogni stagione e sempre, fra i tanti sguardi sprezzanti, pronti a giudicare, ve ne furono molti benevoli, che tacitamente lo ringraziarono.
E naturalmente la morte giunse con il tramonto, laggių, nella radura, dove una panchina guardava all'orizzonte in compagnia di un vecchio pozzo. Non sentė dolore, solo un senso di confortante liberazione e le immagini iniziarono a confondersi in una nebbia splendente. Sopra di lui, spruzzi di nubi color crema esplodevano fra onde di cielo cremisi, intorno al sole che scendeva in un trionfo di oro. Pių in alto, solitaria, brillava la prima stella, ma era difficile scorgerla, minuscola scheggia perduta nel firmamento in fiamme. Era tutto come un valzer, le cui note silenziose volavano tra i gli alberi e sui tetti delle case.
E il vagabondo morė accanto al vecchio pozzo, con l'ocarina fra le mani e quella musica nell'anima.


FINE