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ARDENTE LA CADUTA DEGLI ANGELI


'Fiery the angels fell,
deep thunder rolled around their shores
burning with the fires of Orc'

- Roy Batty -


Da quando l'universo del Whedonverse é entrato nella mia vita, la mia visione privilegiata di fan riesce a scorgere parallelismi con esso dovunque, in libri e film. Ed é accaduto anche con "Blade Runner", film cult degli anni '80, firmato da Ridley Scott e tratto da un romanzo di Philip K. Dick.
Se avete letto un po' della mia produzione, avrete notato che ho citato questo film in più di un'occasione. I titoli di due capitoli di "La donna in catene" vi fanno esplicito riferimento e ve n'é traccia anche in un capitolo di "Crocevia in nero". Questo abbinamento con il Whedonverse é nato in origine dai libri di Keith Topping su AtS. Parlando della terza stagione, Topping aveva scritto che il tetto del palazzo dove si svolgeva il dialogo tra Angel e Darla incinta, nell'episodio "Lullaby", era stato una location di "Blade Runner". L'idea mi aveva intrigata.
Avevo solo un vago ricordo del film. Visto da bambina, senza capirlo veramente. Rammentavo di preciso soltanto le musiche avveniristiche di Vangelis, la sua atmosfera cupa, la pioggia. Ed ovviamente il leggendario monologo del replicante Roy Batty. Quello che inizia con "Ho visto cose che voi umani non potete immaginare". Parole note praticamente a tutti, anche senza conoscere necessariamente la pellicola da cui provengono.
E sebbene non ne ricordassi granché, tutta quella pioggia, la tristezza che stava alla base della storia dei replicanti, mi sembravano risuonare con le vicende di Angel, anch'esse legate alla pioggia, alle riflessioni sul destino, sulle emozioni e il tempo. Perfette per creature come Darla e Chains. Per il dolore di un vampiro come Spike...
Ma ora, adulta, consapevole, attenta, a venticinque anni dalla sua uscita nei cinema, ho rivisto finalmente "Blade Runner", nella versione director's cut. E se prima ero invaghita, adesso posso dirmi ufficialmente innamorata.
Siamo nella Los Angeles del 2019. Cupa, piovosa, multietnica. Ipertecnologica, ma demodé, con un tocco anni '40 negli abiti, nello stile. Da tempo la civiltà terrestre si é spinta a colonizzare altri mondi e per la parte più pericolosa dell'esplorazione si avvale di androidi - schiavi. Sono in tutto e per tutto come gli umani, vengono chiamati Replicanti. L'unica differenza é che non provano emozioni, anche se l'ultima generazione, i Nexus 6, così sofisticati da essere intelligenti al pari dei loro creatori, potrebbero svilupparle col tempo. Evolversi.
Per questo i suddetti creatori si sono parati le spalle con una crudele scappatoia.
I Nexus 6 possono vivere solo quattro anni.
Pensate all'orrore di questa cosa...
Noi tutti abbiamo il tempo contato. Noi tutti sappiamo di dover morire, un giorno.
Ma questi Replicanti sanno quando. Sanno di essere stati creati "a termine".
Sono schiavi non solo nel corpo, ma anche dentro, nel cuore, nell'anima che i loro creatori tentano di bloccare sul nascere, di annicchilire. Come se vivere poco significasse non sentire.
Eppure questi Replicanti sentono. E sono arrabbiati.
Vogliono più tempo. E non ne hanno. Da vittime diventano fastidi. Se si ribellano vanno eliminati. Anzi, no. Ritirati. Vengono definiti skin-jobs, lavori in pelle. Il loro "omicidio" è un "pensionamento".
E a tale scopo esistono squadre speciali di poliziotti, cacciatori chiamati "blade runner".
Uno di questi , il migliore, é Rick Deckard.
Lo interpreta Harrison Ford. All'epoca, 1982, non aveva ancora compiuto quarant'anni, ed era molto bello, nel pieno della sua virilità bruna. Perfetto per il ruolo dell'uomo solitario, con impermeabile, sorriso asimmetrico e fugace, poche parole, molta passione nascosta.
Vi ricorda qualcuno?
A me sì, é inevitabile. I suoi silenzi, la sua introversione condita di leggera ironia e sfumata di sottile solitudine. La tristezza mista a sgomento sul suo volto dopo che ha ucciso. La sua insofferenza all'autorità. O la scena in cui a torso nudo si risciaqua il sangue dalla bocca, ammaccato, esausto.
Impossibile non pensare all'Angel che tante volte abbiamo visto crollare sul letto, con bende e cerotti, stanco, solo, in un seminterrato o nella stanza di un hotel vuoto.
Anche il suo percorso romantico risulta famigliare. Già, perché esiste qualcosa di forse peggiore di un Replicante condannato a morire dopo soli quattro anni di vita. Esiste un Replicante che non sa di esserlo. A cui é stata fabbricata una memoria. Che crede di essere un umano.
Questa é Rachael. In apparenza una ragazza giovane, sottile e bruna, che sembra uscita da uno spezzone di Casablanca. Lavora per quelli che l'hanno costruita, ignorando di essere un prodotto lei stessa. Un esperimento per scoprire se la dotazione di ricordi sia in grado di contenere l'impatto violento delle emozioni.
L'incontro con Deckard purtroppo solleva il velo.
Le sbatte in faccia la cruda verità. Un attimo prima era una bella donna sicura di sé, un attimo dopo é una creatura impaurita che ha smarrito ogni punto di riferimento.
E proprio come nel Whedonverse, dove i sentimenti nascevano su conflitti e dicotomie, la medesima verità che uccide l'idea di sé che aveva Rachael fa anche nascere il suo viscerale, intenso legame con Deckard.
L'attrazione tra loro é istantanea. Deckard vorrebbe fingere indifferenza e non ci riesce. Rachael vorrebbe fuggire da lui e non ne ha la forza. Lui dovrebbe ucciderla, lei temerlo. Ma all'improvviso é come se al mondo avessero solo l'un l'altra.
Bellissima la loro scena d'amore. Nei gesti, nella sceneggiatura.
Rachael così umana nella sua fragilità, l'autocontrollo di Deckard che si sgretola e lascia emergere la passione tenuta a freno. La porta chiusa con prepotenza, lei spinta contro la persiana, con una rabbia che non vuole nuocerle, solo trattenerla.
"Baciami tu adesso".
Se l'uomo deve essere uomo, gente... Beh, Rick Deckard lo é.
Ma qual é la missione di Deckard?
E' presto detto. Sono quattro Nexus 6 fuggiti da una colonia extra-mondo. Prossimi alla morte e tornati sulla Terra per trovare il loro creatore ed indurlo a prolungare loro l'esistenza. Due femmine, Zhora e Pris. Due maschi, Leon e Roy Batty. Quest'ultimo, un modello da combattimento, il leader.
Se mi é concesso l'azzardato paragone, Roy e i suoi rappresentano un po' i Fanged Four degli androidi. Ok, tralasciamo Zhora e Leon, che escono di scena praticamente subito. Lei uccisa da Deckard, lui da Rachael per salvare Deckard. Ma il rapporto tra Pris e Roy ha contaminazioni emotive che rimandano ad Angelus e Drusilla. Sicuramente il senso di famiglia tra loro é evidente. Così perfetti, così diversi in un mondo che li rifiuta... Non possono non sostenersi a vicenda e proteggersi.
Quasi mi aspettavo che Pris chiamasse Roy 'daddy'....
Ah, sì... Parliamo di Roy. L'altro protagonista del film. L'altro piatto della bilancia.
Lo interpreta Rutger Hauer. Anche lui, come Ford, qui nel fiore della sua bellezza nordica, trentottenne, un po' prima dell'Etienne Navarre di Lady Hawke o del John Ryder di The Hitcher. E nel ruolo di Roy Batty é, in una parola, prodigioso.
Umano ed inumano. Un inquietante, fascinosissimo ibrido.
Con i capelli biondo platino come Spike, i suoi occhi blu, i suoi stessi, improvvisi slanci di tenerezza e lo sguardo di ghiaccio del migliore Angelus, il suo sorriso sghembo, la sua raffinatezza nella caccia. Capace di uccidere il suo creatore con un bacio. Sì, Roy bacia sulla bocca Tyrell, l'uomo che lo ha inventato, e nel mentre gli stritola la testa tra le mani. Una mossa molto angelusiana, no?
Così come é terribilmente angelusiano il suo modo di braccare Deckard, giocando al gatto col topo nel labirinto di stanze polverose e cornicioni di un palazzo abbandonato. Lo ammiri e ti ricordi di Angelus che rincorre Jenny Calendar, o insegue Lilah canticchiando il suo nome, o ancora provoca Faith con la voce, nel capannone che sarà teatro del loro scontro.
In una fanfiction io ho fatto lottare Angelus con un lupo, come se fosse un suo pari. Predatori, maschi alpha a confronto. E qui abbiamo Roy, che dopo la morte (impressionante) di Pris, ulula come un animale. E si diverte a terrorizzare Deckard con quel suono sinistro. Per rammentargli che lui é di carne, più umano di un umano, come recitano gli slogans dei creatori dei Replicanti, eppure é anche oltre l'umanità. Qualcosa di incomprensibile.
Vuole che Deckard sappia. Che conosca il dolore che si prova a vivere nella paura e nella schiavitù. Potrebbe lasciarlo morire. E invece lo salva, perché ascolti le sue ultime parole.
Perché anche se Roy ha vissuto solo quattro anni, é pieno di ricordi.
"... che andranno perduti, come lacrime nella pioggia".
Roy é seduto per terra, di fronte a Deckard. Piove con il sole che sorge, la luce é cinerea. E lui stringe in mano una colomba, catturata nelle stanze del palazzo fatiscente. Ha un vago sorriso e lo sguardo triste. Una magia in cui Rutger Hauer é incredibilmente bravo. "E' tempo di morire", sussurra.
Quindi china il capo, i capelli biondi fradici di pioggia.
La colomba vola via, verso il cielo che sta diventando azzurro.
Ci siamo mai chiesti come può essere un fuoco nero che si spegne?
Che effetto può fare la morte dell'effulgenza?
Immagino che Deckard, dopo aver visto morire Roy Batty, lo sappia.
Sul suo volto non c'é trionfo. Solo stanchezza, dolore, empatia. Forse perché si é innamorato di una creatura che dovrà morire nella stessa maniera. Forse per un'altra ragione, un sospetto che probabilmente lo accompagna da sempre...
Il tiro mancino della director's cut, assente nella versione del 1982.
La misteriosa visione di un unicorno, l'ossessione di Deckard per le foto e i ricordi... La stessa ossessione dei replicanti. Subdolamente ci viene suggerito che anche Rick Deckard potrebbe essere un replicante. Progettato per cacciare i suoi simili.
E per me é proprio questo é il vero messaggio del film.
Indipendentemente dal numero di anni in cui viviamo, non siamo forse tutti replicanti?
Le nostre identità sono costruite su trame di memoria, racchiuse in album di fotografie e pagine fitte di parole. Identità che tentiamo di preservare e tramandare, conservandole, raccontandoci, per evitare che si smarriscano con la nostra morte.
Siamo un po' tutti, tristemente, lacrime nella pioggia, replicanti ribelli che attraverso la fede, la filosofia, la ragione, l'arte, inseguono i loro Creatori, chiedendo perché. Che, come Roy, si fissano una mano, la stringono a pugno, pensando a quanto tempo rimane. Il tempo bastante. Il tempo sufficiente.
"Peccato che lei non vivrà", dice un tirapiedi della polizia a Deckard, riferendosi a Rachael. E poi aggiunge: "Ma alla fine... chi lo fa?".
Amen.


'La luce che brilla il doppio, dura la metà. E tu, Roy, hai brillato molto molto intensamente' - Tyrell -


In memoria di Ilaria


Franca/ Dreamhunter