Dopo un miraggio

c'è sempre un miraggio da considerare,
come del resto alla fine di un viaggio
c'è sempre un viaggio da ricominciare.
Bella ragazza, begli occhi e bel cuore,
bello sguardo da incrociare,
sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare.
Accompagnarti per certi angoli del presente,
che fortunatamente diventeranno curve nella memoria.

 

“Viaggi & Miraggi”

Francesco De Gregori

“Canzoni d’amore”, 1992

 

14. Nulla è come appare

 

 

 

Circa ventiquattro ore prima che gli uomini di Collman rapissero Spike e Dru – se di rapimento si poteva parlare - , per la MeilenHaus si aggirava Renée, alla ricerca del suo Karl.

Lo trovò alla fine sulla terrazza sopra la loro camera da letto, rilassato sul morbido divano posto sotto il gazebo fiorito di bouganville, con gli occhi chiusi a fumare; questo le parve una buona cosa.

Dopo una lunga passeggiata e lunghissime riflessioni egli era giunto ad una soluzione, ad un razionale sistema di idee che potesse porre ordine nel caos che veniva a turbare la sua olimpionica calma e il placido sonno che ogni giorno lo abbracciava. Ma lei ignorava ancora della conversazione con Padre Nicanor.

“Scendo subito, tesoro, tu vai pure a letto che poi ti raggiungo” le disse, tirando una boccata dalla sigaretta, senza neppure aprire gli occhi o girarsi verso di lei.

“Ti devo parlare. Di Collman.”

Il vampiro le riservò allora tutta la sua attenzione, posando il libro che stava leggendo e la sigaretta turca che stava fumando. “Stavo giusto pensando a lui. Ma lo sai che il filosofo Voltaire scriveva cose degne di lui e dei Nazionalsocialisti· ?”

Renée non si aspettava una reazione del genere, e rimase interdetta un attimo, ma si riprese subito, ed andò a sedersi vicino al suo Karl.

“Non so di cosa stai parlando e non lo voglio sapere. Credo abbiamo dei problemi con lui.” Ella gli disse, prendendogli la mano tra le sue.

La sua dolce metà si lasciò andare all’indietro, la schiena ben aderente al cuoio (umano?) dell’ottomana e fissando il cielo mormorò: “Non dirmi vuole che ospiti qualcun altro, ti prego. Già i Nagel sono stati una tal prova …”

Magari, pensò, la vampira: la realtà è forse ben peggiore. Ci siamo fatti ingannare come due scolaretti.

“È da quando li ho visti che mi chiedo perché, con tutto il mondo a disposizione, Collman avesse bisogno proprio di William il Sanguinario per i suoi omicidi su commissione. È il vampiro meno discreto e manovrabile del globo, penso. Si sarebbe potuto rivolgere all’Ordine di Taraka, ad esempio, a quello studio legale con cui anche noi facciamo affari, la … la …”

La Wolfram & Hart.” le venne in soccorso Karl, che continuava ad ascoltarla fissando il cielo e maledicendo nell’ordine: la Grande Guerra, i seguenti accordi di pace, la crisi economica, la Repubblica Tedesca, i Nazisti, Ford, Kennedy, Collman e Nagel. Last but not least.

“Esatto, quello. Per questo mi sono un po’ studiata i fascicoli che possediamo su Herr Hitler ed il suo partito. Ma sai che i quadri dirigenti provengono tutti da una loggia segreta tedesca di nome Thule?”

“Me la sogno anche di notte, oramai.” biascicò il Tedesco. Povero caro, pensò Renée, ed iniziò a dargli teneri bacetti alla mano. Se li meritava, per quello che Collman e quei Nagel gli stavano facendo subire.

“Ho scoperto così che sono tutti esoteristi, fanno riti strani, credono cose assurde … e lì ho capito il loro interesse per i Nagel. Se tu facessi parte di un’accozzaglia di folli disorganizzati che credono negli spiriti e negli oroscopi, praticano assurdi culti neopagani e vogliono conquistare la Germania e mezza Europa, cosa faresti?”

Senza neppure alzare la testa e guardarla, il signore e padrone della MeilenHaus borbottò che, fosse stato in loro, lui si sarebbe cercato un’altra attività meno impegnativa, oppure si sarebbe fatto curare il cervello.

“Esatto, cioè … no! Ecco quello che non torna! Loro non hanno nulla in comune con Nagel, e lui non ha nulla che li possa interessare! Loro vogliono Drusilla!” esclamò concitata Renée gesticolando, e lasciando la mano della sua dolce metà.

Ottenendo in cambio la meno entusiasmante delle reazioni: Karl, puntellandosi con un gomito, si tirò su e la fissò con uno sguardo … assente.

“Non hai capito, eh? Ti spiego. Io penso a loro non interessi nulla di quei tre che hanno fatto uccidere, erano solo un’esca per attirare qui quei due vampiri, studiarli, scoprire se lei ha veramente la Vista e poi portatala da Ford od in Germania, utilizzare le sue profezie per sapere come e cosa fare per conquistare il potere! Dev’essere un’idea di quell’Hess! ”

Il Tedesco, durante tutta questa esposizione, non aveva fatto una piega, ma continuava a fissarla basito e vagamente perplesso. Renée decise di ricorrere alle maniere forti e pungerlo sul vivo. Come avrebbe fatto, al posto suo, il 99.9999 periodico delle mogli.

“Non capisci? Collman ti ha preso in giro! Ti ha usato per catturare a tua insaputa quei due discendenti dell’Ordine di Aurelius! E non dirmi che mi sbaglio, perché questa è l’unica spiegazione che abbia un senso in tutta questa storia assurda!”

“No” fu l’unica, sintetica e profondamente irritante risposta del Tedesco, che continuava a guardare Renée come se la matta fosse lei.

“No? No … cosa?”

Karl sorrise, di gusto, nei suoi limiti: praticamente un ghigno da iena con lo stomaco pieno. “Beh, per parlare come lui, ti potrei dire che da un punto di vista essoterico, cioè pubblico, mi ha preso in giro. Ma da un punto di vista esoterico, per noi pochi iniziati … no, non mi ha ingannato. Lo avrebbe fatto se io non avessi saputo quasi da subito che loro volevano Drusilla.”

“E perché diavolo me lo dici solo ora?!”

“Tesoro, mi pare ovvio!” replicò lui, serafico “Perché tu non me lo hai chiesto!

L’inaudita, orrorifica risposta riuscì in una vera e propria mission impossible. Tacitò Renée quel tanto che bastava perché il suo compagno potesse tentare una manovra diversiva, antica e collaudata variante della tecnica conosciuta come ‘rigirare la frittata’, così consueta nell’ambito delle discussioni coniugali e/o more uxorio.

Il Señor si accomodò quindi di nuovo sul divano, bevve un sorso di sangue assaporandolo e le sorrise.

“Permettimi di spiegarti. I membri della Thule, di cui tu conosci già le idee, vogliono conquistare la Germania, far trionfare la stirpe ariana e cose simili. Solo che dal momento che non siamo più nel Settecento, ed esiste la democrazia parlamentare, i partiti e tutti quegli orpelli lì, con una Loggia segreta più di tanto non sarebbero stati in grado di fare. Quindi, per prendere il potere in Germania serviva loro un partito, con cui inoltre divulgare i loro assurdi principi. Anche perché un’organizzazione segreta più di tanti membri mica li può avere, no?”

Certo, convenne Renée, sono i partiti ad essere movimenti di massa, mica le elitarie società esoteriche. Il Tedesco annuì.

“Così il popolino prende la tessera del Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Tedeschi, e le persone che contano diventano membri della Thule. A quanto pare è da metà del secolo scorso che fioriscono tutte queste logge, sette e buffonate del genere, che vanno tanto di moda soprattutto tra i ricchi borghesi, i militari … Non capisco cosa ci trovino a mettersi addosso strane tuniche e dire formule senza senso …”

Renée non aveva nessuna voglia di fare delle discussioni sulle mode occultistiche europee, tanto meno con una persona così prosaica come il suo compagno, quindi cercò di non farlo divagare.

“Sì, mi sono fatta un’idea: si vestono come ad un’opera di Wagner, con dei corni da nibelunghi in testa e ne ascoltano la musica.”

“Beh, non c’è molto altro da dire, sai? Io ero e sono dell’idea che sostanzialmente siano una banda di imbecilli che non andranno molto lontano. Dovresti leggere come hanno tentato di fare un colpo di stato, da non credere!”

“Ho letto … disperante, direi.”

Si fissarono, godendo di quell’istante di assoluta, rinfrescante, riposante comprensione reciproca.

“Quindi, quando Collman mi ha detto che lavorava per loro, tra un suo delirio e l’altro, ho preso le mie informazioni e mi sono fatto l’idea che puntare su di loro sia una idiozia. E qualcuno di molto intelligente ci è cascato a piedi pari.”

Renée, che aveva le idee solo un poco più chiare, domandò se si stesse riferendo ad Henry Ford.

“Ah, mia cara! Mica solo lui: sembra che l’attività preferita dei multimilionari americani sia fare affari e finanziare i nazisti.” le rispose, facendo trasparire il fastidio per azioni tanto sciocche·.

Si alzò dal divano, si sistemò la giacca e disse a Renée di seguirlo nello studio: aveva alcuni appunti sulla faccenda. Ecco, avevano appena litigato eppure lui - di nuovo - era il solito, preciso e compito, serio ingegnere che basava le sue conclusioni su appunti e dati …

Herr Nagel era proprio un tipo diverso, pensò Renée dal profondo del suo cuore morto. Non le veniva in mente altro, e non voleva ulteriormente esplorare quell’intrigante (intrigante? sexy?) concetto. Diverso.

Il suo studio privato, sancta sanctorum della MeilenHaus, soglia pressoché invalicabile da comuni mortali e vampiri. Alcune teste di daini e cervi appese ai muri, ricordi di antiche cacce alpine, molti schedari sui muri, vedute dei laghi svizzeri, un’ottomana, due sedie e, in fondo alla stanza, la scrivania, altare di quel tempio del lucro.

Aprì un cassetto e tirò fuori alcuni fogli, vergati con la minuscola grafia gotica, che rendeva quindi quegli appunti pressoché illeggibili da tutti coloro che non fossero di stirpe o cultura germanica. Renée si accomodò sull’ottomana, Karl si sedette, in un momento di rara informalità, su un bordo della scrivania e iniziò a spiegarle gli arcani della storia, citando quando servivano dati, nomi, fatti o date.

Partiamo dal presupposto, iniziò, che sono una banda di matti incompetenti, e questo si dimostra in re ipsa anche dal fatto che si servono di Collman. Renée non poté non dargli ragione. Quello che lo aveva convinto a collaborare con loro era stata, in definitiva, la presenza di nomi molto grossi dietro il loro partito: gente che contava, e su tutti e due i lati dell’Atlantico.

Ad esempio la I.G. Farben, multinazionale da poco creata da Herman Schmitz con prestiti americani, contava tra i propri dirigenti negli Stati Uniti Edsel B. Ford della Ford Motor Company, C. E. Mitchell della Federal Reserve Bank di New York e Walter Teagle, della Standard Oil Company of New Jersey. E il piano di ricostruzione dell’economia tedesca era stato firmato dai banchieri Charles Dawes e Owen Young con il presidente della Reichsbank Hjalmar Horace Greeley Schacht.

Che qualche anno più tardi, ma questo né Renée né Karl lo potevano sapere, sarebbe divenuto ministro nel governo nazista. Delle comuni visioni del mondo tra Henry Ford e Hitler, era inutile dire, poiché erano fin troppo chiare.

La povera vampira iniziò a sorbirsi una dotta conferenza di politica economica da parte del compagno: il mondo degli affari non poteva permettere che uno stato quale la Germania, ricco di materie prime, di manodopera e di fabbriche, uscisse dal primo conflitto mondiale con l’economia disastrata.

Ecco il motivo per cui Adolf Hitler aveva ricevuto aiuti finanziari dagli ambienti della grande industria tedesca, da Fritz Thyssen, August Borsig, Albert Voegler, Alfred Krupp, Emil Kirdorf, Fiedrich Flick e George von Schnitzler: era l’uomo che avrebbe di nuovo reso grande la Patria – e la sua economia, quindi- e tenuto lontano i comunisti con le loro pretese di nazionalizzazione ed esproprio.

Ma una Germania economicamente potente faceva comodo anche alle multinazionali americane, che avrebbero avuto un ricco mercato con cui fare affari. I tre principali cartelli industriali di Weimar - primi beneficiari di quel piano di ricostruzione appena citato -, cioè quello del carbone e dell’acciaio, Vereinigte Stahlwerke; quello della elettricità, AEG e Osram; e quello chimico, IG Farben, erano finanziati da Wall Street e tutti e tre, a loro volta, figurano tra i sostenitori di Hitler.

Henry Deterding della Royal Dutch - Shell – aveva fatto pervenire personalmente al leader tedesco, nel 1922, quattro milioni di fiorini olandesi, con i quali questi acquistò il quotidiano Völkischer Beobachter, trasformandolo nel settimanale politico del movimento.

Probabilmente il Tedesco sarebbe andato avanti a lungo, ma Renée lo riportò coi piedi per terra. “Drusilla! Cosa c’entra quella vampira matta con gli affari di Wall Street?” domandò abbastanza seccata per la digressione, ai suoi occhi inutile.

“Ci arrivo, cara, dammi tempo. Come hai capito, quando ho saputo di questi interessi, mi è sembrato il caso non tirarmi indietro e dare una mano: c’è sempre da guadagnare, no? Collman mi aveva detto che aveva bisogno di un killer e aveva pensato a William il Sanguinario. E mentre cercavo informazioni e come contattarlo il dettaglio non calcolato è saltato fuori: quella scema di Danka.

Poco dopo aver stretto l’accordo con Collman, incontrai qua sia lui che la sua puttana; non ricordo cosa ci facessero, forse era venuto per accertarsi di qualche insignificante particolare. Lui si era trattenuto in cortile perché aveva avuto problemi con la macchina, così feci due chiacchiere con lei, che mi disse di essere molto felice che il suo uomo facesse affari con noi, perché sapeva che noi eravamo seri, affidabili … le solite ovvietà, insomma.

Peccato, aggiunse, che questi accordi fossero stipulati quando il suo compagno si fosse imbarcato con gente così strana che credeva a tutto. Io avevo iniziato appena a prendere informazioni sui nazisti e quindi non ne sapevo ancora molto, ma mi colpì una sua frase. Mi disse che non le sembrava molto affidabile gente che ‘cerca una veggente per sapere se conquisterà il mondo.’

La vampira spalancò gli occhi, indispettita: lui sapeva ogni cosa da mesi!

“Il resto lo intuisci anche da te: ho capito che i tre omicidi erano poco più che un amo da gettare, quello che importava era ottenere lei. Purtroppo ho fatto un grosso errore di calcolo.”

“Che errore? Allora tutti quei tre assassini sono stati una scusa?”

No, non lo erano stati: incredibile a dirsi, quei matti pensavano realmente di preparare la nuova Germania del futuro all’equatore, e sulle rive dell’Atlantico. Karl sapeva da quando Ford aveva pagato i primi uomini cosa quei dementi stessero preparando a San Blas, la loro assurda Repubblica di Thule·, e anche se non lo avesse saputo subito … aveva potuto consultare i documenti che Nagel aveva trafugato al pastore ed al giornalista.

“Probabilmente Collman pensava che mi sarei interessato al misterioso motivo per cui faceva uccidere quelle persone, e per stare dietro a quel mistero non mi sarei chiesto per quale assurda ragione aveva cercato il vampiro meno adatto del mondo per un simile compito. Ma quello non mi interessa minimamente, il problema è un altro!”

“Sì, il problema, l’unico che vedo, è che tu non mi hai detto il vero motivo per cui erano qua quei due!” gli ricordò piccata Renée. Ovviamente lui non le diede retta, preso com’era nel grande sforzo di confessare un proprio grande errore. “Io ho scoperto che loro avevano bisogno di una vampira veggente … e loro credono nella teoria della terra cava!”

 “Sì, l’ho letta: la terra è cava e al suo interno vivono i Superiori Sconosciuti. Non vedo dove sia il nesso.” “Ma Renée! Tu crederesti ad un imbecille che racconta queste cose?”

Lei scosse la testa.

“Esatto, neanch’io, e così, visto che quelli sono tutti imbecilli … io pensavo che Drusilla non avesse la Vista! Che fosse una delle loro tante idiozie! Ti rendi conto?”

C’era del pathos, del sincero accoramento nella voce del Tedesco, ma il motivo continuava a rimanere oscuro. Conosceva il suo uomo, quindi aspettò arrivasse con i suoi tempi alla questione: e sapeva che lo avrebbe fatto in maniera analitica, senza saltare neppure un passaggio: sperò ci giungesse prima dell’alba. No, Renée non si rendeva affatto conto di quale fosse il vero problema che lo angustiava.

“Ma via! Se quelli sono veramente così pazzi da credere a tutte queste storie, saranno così folli da mettere realmente in pratica il loro programma politico! Quei luridi tedeschi vogliono sterminare gli ebrei ed annettersi tutti i popoli di stirpe germanica! Invaderanno la Polonia, l’Austria, la Cecoslovacchia, l’Italia, la Francia e la Svizzera! Invaderanno la Svizzera, e io gli ho messo in mano una troia sciroccata che prevede il futuro e li aiuterà! Sarà una guerra peggiore di quella appena finita! Avremo per anni i porti chiusi, il traffico sul Canale crollerà, nessuno verrà più da noi! Non ho intenzione di subire un’altra crisi economica come quella appena passata! Quei bastardi non avranno mai quella vampira!”

Lei lo guardò quasi incredula: era giunto alla conclusione che stava per favorire una futura Guerra Mondiale e tutti i suoi problemi si riducevano ad una diminuzione dei propri utili … e lo diceva con una passione rara in lui, alzando la voce e spalancando le braccia.

Ma forse c’era ancora qualcosa: aveva citato per ben due volte la Svizzera: probabilmente anche nel più prosaico dei vampiri si celava un minimo di amore per la propria terra e la sua secolare libertà e neutralità, per i boschi mai bruciati da lanciafiamme nemici e per i tetti aguzzi delle case mai sventrati dalle bombe.

“Fortunatamente so già cosa fare. Ho chiesto informazioni alla stessa Drusilla. E dopo la riunione di questa mattina diramerò gli ordini. Collman non avrà mai quella vampira.”

Renée sollevò lo sguardo al cielo. E poi, colta da improvviso sospetto, lo fissò.

Quello che lui le avrebbe detto allora l’avrebbe lasciata letteralmente a bocca aperta.

 

 

Circa ventiquattro ore dopo, il convoglio degli uomini di Collman, con il camion al centro, preceduto e seguito dalle altre due macchine di scorta, marciava verso il porto sull’Atlantico a tutta la velocità che quei motori e quella strada non troppo curata potevano permettere. Dopo oltre un’ora avvistarono il cartello di benvenuto che segnava il territorio metropolitano.

Prima qualche rara casa di contadini, man mano sempre più frequenti, poi un edificio industriale, un villino in stile eclettico, l’aumentare dei bungalow spersi nei giardini dell’amministrazione statunitense: i lampioni illuminavano rari esempi di cattivo gusto architettonico e strade deserte, ma finalmente ben asfaltate.

L’andatura aumentò, entrarono in città e presero la strada che conduceva diritto al porto, un lungo e largo rettifilo che portava il nome di una gloriosa battaglia vinta dalle truppe confederate nella Guerra Civile.

Erano in prossimità dell’incrocio tra Gettysburg Street e Potomac Street: su un angolo un edificio di cinque piani ospitava uffici ed un grande magazzino al livello stradale, sovrastando alcuni villini a schiera ed altre costruzioni più basse. D’improvviso da sinistra sbucò un’ambulanza, a sirene e lampeggianti spenti: il guidatore svoltò per Gettysburg Street trovandosi così davanti al convoglio che trasportava Spike e Dru.

La macchina aveva una velocità minore, ma, prima che le auto dietro pensassero di sorpassarla questa inchiodò di colpo, causando un tamponamento a catena.

Gli uomini della prima vettura si era appena riavuti, ed erano ancora confusi dal colpo preso, che il portellone posteriore dell’ambulanza si aprì rumorosamente ed una pioggia di proiettili li uccise subito. I tre seduti dietro fecero appena in tempo a mettere mano alle proprie pistole che furono come accecati dall’esplosione dei vetri rotti; morirono pochi secondi dopo, ancora seduti, senza neppur aver sparato un colpo.

Al rumore del tamponamento, da Potomac Street una macchina, parcheggiata nell’ombra con il motore acceso, partì sgommando e si affiancò alla vettura che chiudeva il corteo, la stessa il cui autista, meno di due ore prima, era stato ucciso e lasciato ai bordi della strada. I finestrini erano già abbassati perché gli uomini con i visi parzialmente nascosti da sciarpe potessero usare subito, senza perdere tempo, le canne dei mitra. Armati di fucili invece, nascosti dietro una panchina, due uomini dall’altro lato della strada fecero fuoco.

La sparatoria durò meno di un minuto e quando finì c’erano una dozzina di morti tra morti e feriti gravi nelle due macchine ferme in mezzo alla strada: nessuno aveva sparato un solo colpo contro il camion, il suo guidatore ed Herr Rohm, che nella posizione in cui erano non potevano fare fuoco se non sporgendosi molto dai finestrini. Il che voleva dire ricevere un proiettile in fronte prima ancora di aver preso la mira.

Un uomo sbucò da dietro una cassetta della posta, infilandosi lesto in tasca il rosario e troncando a metà un Pater Noster, ed iniziò a sbracciarsi urlando. Yom Kippur·! Chanukah·! Shalom! Tel Aviv! Kasher·! Kasher! Qoelet·! Torah·!”

A sentire queste parole coloro che avevano compiuto l’agguato saltarono fuori dalle macchine e circondarono il furgone, tenendolo sempre sotto mira. “Kasher!” urlò lo stesso, che sembrava essere il capo, mentre le due mani alzate in segno di resa dell’autista si vedevano da oltre il finestrino, seguite poco dopo da quelle di Rohm.

Tel Aviv!” sbraitò la solita persona, e due uomini in contemporanea aprirono le portiere anteriori del camion, facendo quasi cadere i due, novelli prigionieri, che ci si erano appoggiati. Prima di essere colpito dal calcio di un fucile, e quindi svenire, l’uomo che aveva fondato le SA, le più rudi e violente truppe d’assalto del Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Tedeschi, riuscì appena a vedere quegli uomini armati, il cui capo pronunciava parole in una lingua sconosciuta. Ma che Herr Hess, a Monaco, avrebbe poi capito benissimo quale fosse.

Per quanto veloce fosse stato l’agguato, non c’era tempo da perdere: già delle luci si accendevano dietro le finestre delle case circostanti, qualche bravo funzionario, svegliato nel cuore della notte, cercava le ciabatte per andarsi ad affacciare alla finestra e capire cosa stesse succedendo. Spari? Possibile? Non erano mica a Chicago!

L’uomo che aveva urlato non ebbe neppure il tempo di iniziare a recitare un De Profundis o un Requiem per l’anima di quei poveri morti che fu strattonato per un braccio e spinto in fretta dentro l’autoambulanza, la quale partì a tutta velocità, al primo incrocio girò a destra e si diresse al luogo dell’appuntamento. Gli uomini armati di mitra risalirono sulla loro macchina e fecero rumorosamente inversione, evitando per un pelo Rohm, abbandonato sulla strada.

I due che erano sbucati da dietro una panchina si avventarono sull’auto che portava i bagagli dei vampiri, oltre a sei corpi lordi di sangue; senza grazia né cura strattonarono i cadaveri ed i feriti buttandoli a terra, poi si divisero: uno salì sul camion e l’altro prese posto nella macchina, dopo aver spazzato via al meglio i frammenti di vetro sul sedile del guidatore. Quanto alle macchie di sangue … qualcuno gli avrebbe lavato i pantaloni.

I rumori ed i sobbalzi non turbarono minimamente il riposo dei due vampiri. Spike entrava ed usciva da un soporoso stato di dormiveglia con il capo sul grembo di Dru, che gli accarezzava i capelli con dita sottili. Le piaceva passarle da un lato all’altro delle tempie del suo volto stretto e spigoloso, con un movimento regolare, per niente turbata dal movimento esterno, dalle urla, dagli spari.

Il loro orologio interno era sintonizzato su di una cronologia del tutto distinta e diversa da quella umana. Le loro esistenze, pur così fragili, non si misuravano in anni, bensì in secoli.

Ciò che finiva i vampiri non erano né le malattie, né gli incidenti né una generica, poetica malaise du vivre, rifletté Spike, ridendo.

Era solo la consueta, terribile stupidità, tratto umano da cui nemmeno l’immortalità poteva guarire.

 

 

Ora, il lettore attento – e se è arrivato fin qui in questa storia quasi, quasi, senza né capo né coda come certe litanie dei monaci tibetani (che forse abitano sopra i Superiori Sconosciuti), deve essere attento per forza – avrà trovato qualche incongruenza in tutta questa virile scena di rapimenti e contro rapimenti.

Tipo….certi atti di vaudeville, dove tutti entrano ed escono contemporaneamente dalle porte.

Il rosario.

Tipo le scenette della settimana enigmistica dove devi indovinare gli elementi sbagliati.

Il pater noster.

Ok. Basta. Abbiamo pietà. E preghiamo il cortese lettore di seguirci impavido in un altro impervio flashback, fino alla … mattina precedente al rapimento.

Rewind.

 

 

Quella mattina, invero, i principali dirigenti della Meilenhaus erano stati convocati nella sala d’onore dell’appartamento del Señor, e non sapevano il perché. Frau Blucher stava parlando di cucina con Herr Thugut; Stroessner nell’attesa s’era seduto in poltrona a fumare una sigaretta turca senza degnare di grandi attenzioni gli altri, domandandosi solo il motivo della convocazione a quell’ora.

Chen Segundo guardava fuori dalla finestra. Si aprì una porta a doppio battente ed i signori e padroni della MeilenHaus entrarono: lui sempre vestito di bianco, lei -  in un abito color borgogna di Worth (letteralmente cucitole addosso) vecchio di qualche decennio ma mai fuori moda - che gli dava il braccio. I convocati si alzarono rispettosamente in piedi e si sedettero al grande tavolo di mogano solo dopo un magnanimo cenno del Señor.

“Signori, come alcuni di voi già sanno, ieri, dopo una soddisfacente conversazione con Herr Collman, siamo giunti alla definizione degli ultimi dettagli circa la partenza dei Nagel. La festa dall’ambasciatore olandese inizierà alle otto: una delle nostre vetture ve li porterà e un’ora dopo un’altra nostra macchina, contenente solo i bagagli, si metterà in moto e parcheggerà a questo incrocio.”

Il lungo secco dito del vampiro si posò sulla mappa posata al centro del tavolo in mogano: le altre persone presenti si sporsero un poco per vedere meglio.

“Ai Nagel, dopo aver ucciso e preso quello che devono, basterà scendere al primo piano ed aprire la porta secondaria che dà su Roosvelt Street: Collman porterà loro tra qualche ora una cartina dell’edificio e gli darà tutte le informazioni che servono. Da quella porta alla macchina impiegheranno due minuti scarsi e nessuno li vedrà, perché attraversata la strada gireranno subito l’angolo con l’Indipendence Boulevard.

Oltre alla macchina coi loro bagagli troveranno l’automobile di Collman: ci sarà un rapido scambio, il saldo della paga in cambio dei documenti, poi partiranno, e il nostro autista li porterà al loro imbarco a Colòn, cui dovranno arrivare necessariamente entro le due del mattino. Tutto a posto, dunque, tutto perfetto.”

Herr Thugut guardò il Señor e non gli ci volle molta fantasia per capire che ovviamente non era affatto così, anzi! Solo che non capiva dove fosse il problema nell’avvicinarsi del grato momento in cui quei due se ne sarebbero andati per sempre.

“So per certo, adesso, che Herr Collman rapirà i Nagel prima che arrivino al porto, per portarli in altro luogo.”

Stroessner diventò tutt’occhi e spalancò la bocca: come? come? come? e lui non lo sapeva?! Renée lo guardò divertita e sorrise.

“Le era sfuggito questo dettaglio? Non si dolga Herr Stroessner, non poteva saperlo. Non lo sapeva quasi nessuno.”

“Quindi quei cadaveri … erano una scusa?” balbettò l’uomo, tra le macerie della sua autostima, già temendo egual sorte per la propria carriera.

“Non esattamente. Credo che abbiano voluto tenere sotto osservazione i Nagel per vedere cosa farne: immagino che tutti quei matti esoteristi sappiano già qual sarà il destino di Miss Drusilla, ma forse volevano appurare se William the Bloody potesse essere utilizzato anch’esso per i loro piani.”

 “Credo ne faranno polvere il prima possibile …” intervenne Stroessner.

“No, io penso di no. Sono troppo legati, si amano, loro. Se lui morisse chissà cosa potrebbe essere accadere in quella testolina matta.” sentenziò Renée, con un filo di invidia per la passione effulgente che legava quei due strani vampiri.

 “Lui in una gabbia, lei che vaneggia ed Herr Hess che cerca di capirci qualcosa? Che spettacolo meraviglioso.” fu l’unico commento del Señor, che per l’occasione sfoderò anche un filo di sarcasmo.

“Peccato che non ami essere preso in giro dalle persone con cui faccio affari, e quindi Collman si ritroverà con un pugno di mosche. Ed io coi suoi soldi, quelli che abbiamo prelevato dai Nagel ed una grossa soddisfazione. Quindi adesso è venuto il momento di organizzare la partenza dei Nagel da Panama: non possiamo neppure consentire che vadano a Venezia.”

Perché, chiese Stroessner.

“Troppo vicino alla Germania, ed inoltre è una città piena di statunitensi in vacanza: sono stati così mendaci nei miei confronti, e quindi non ho la minima intenzione che possano raggiungere il loro scopo appropriandosi di quei due piantagrane. Ho in mente un luogo difficilmente raggiungibile sia da Ford che dai nazisti. Chen Segundo mi ha assicurato che il Giappone è delizioso, in questo periodo.”

Renée assentì. Drusilla sarebbe stata una favola con quei chimoni delicati ed impalpabili.

Il Tedesco ebbe un raro sorriso di compiacimento per il proprio piano ben congegnato, e terminate le spiegazioni, iniziò con gli ordini.

“A mezzogiorno arriveranno stenografate le conversazioni che Collman compie al telefono. Thugut, a lei l’organizzazione dell’agguato. Studi la strada che unisce Panama City a Colòn e dove potremo rapire i Nagel; veda lei come ci dovremo muovere e quali e quanti uomini impegnare. Chen, scenda dai tipografi a faccia preparare due passaporti falsi per i nostri ospiti: i signori Nagel muoiono, nascono … Mister William e Miss Edith … Shelby.

Sì, faccia preparare i documenti per i coniugi inglesi Shelby. Stroessner, voglio l’elenco di tutte le navi che salpano da Panama verso il Pacifico, e tutti gli orari, in modo che se anche quel matto uscisse dall’ambasciata olandese ad un’ora strana, noi sapremmo già dove imbarcarlo. Poi ci raggiunga.

Renée, Frau Blucher, seguitemi nell’Archivio: dobbiamo vedere su chi scaricare la colpa di tutte queste macchinazioni. Non voglio che Herr Ford, metà dei trust industriali e delle lobby politiche statunitensi inizino ad essere in cattivi rapporti con la MeilenHaus.”

Renée soffocò un colpo di tosse.

Già.

Non si smette mai di imparare sul proprio compagno (mortale od immortale che si sia).

 

 

Il Señor precedette le due donne nella prima stanza dell’Archivio, lasciò che chiudessero le porte ed iniziò ad impostare il lavoro di ricerca. Il consulto con Drusilla, e la successiva conferma da parte di padre Nicanor, gli aveva schiarito molto le idee: non bisognare che loro facessero nulla, non dovevano mettersi in gioco. Sarebbe bastato dare la colpa a coloro che sanno che il nome di Dio è segreto.

“Signore, credo voi conosciate già le linee di pensiero del Partito Nazionalsocialista, le credenze di Herr Hess e di Collman. Sapete chi può voler far fallire i loro piani?”

“Tutti gli uomini di buona volontà.” scherzò Renée.

“In Germania possono non volere che abbiano successo … socialdemocratici, comunisti ed altri gruppi di destra. Io punterei sui comunisti.” Intervenne Frau Blucher.

“La Terza Internazionale Socialista e l’Unione Sovietica potrebbero avere saputo di queste manovre ed aver deciso di impedirle.”

Il Señor e la Señora guardarono Frau Blucher compiaciuti: la vampira sembrava aver avuto un’idea abbastanza buona, e senza la sua solita confusione mentale.

“Altrimenti ci sono i servizi segreti di Francia ed Inghilterra, che non vogliono una Germania troppo potente.” meditò il Tedesco grattandosi un gomito, intento a tramare ed elucubrare loschi disegni.

“Ma vi prego, nella ricerca, di porre particolare attenzione a tutto ciò che può essere legato a gruppi e movimenti ebraici: Collman passa il tempo a dire che essi dominano il mondo? Bene, ne avrà una prova tangibile, allora! Al lavoro, e troviamo chi o cosa possa rappresentare a Panama gli interessi di questi stati od organizzazioni.”

Di lì a mezz’ora entrò nell’Archivio Stroessner, con gli orari dei piroscafi su cui avrebbero potuto contare e la notizia che i tipografi cinesi stavano completando, con la millenaria perizia calligrafica del loro popolo, i due falsi passaporti.

Il Tedesco diede un’occhiata al foglio che il sottoposto gli aveva porto e malignamente sperò che quei due matti facessero abbastanza in fretta nell’ambasciata da poter prendere il vapore per l’Australia. Sarebbe stato così divertente pensarli a bersi canguri e altre simili bestie.

Si misero tutti all’opera, alla ricerca frenetica di qualcuno di credibile da incolpare: purtroppo riuscire a trovare un ipotetico agende sovietico a Panama, ad esempio, era quantomeno impossibile.

Stroessner si tuffò ad indagare la pista “interna”, cioè esponenti di partiti od organizzazioni tedesche che volevano mettere i bastoni tra le ruote ai nazisti, Renée si annoiava spulciando faldoni sulle organizzazioni segrete inglesi ed il Señor si grattava la testa tentando in tutti i modi di far cadere la colpa alla Terza Internazionale Comunista, mentre Frau Blucher continuava a portare fascicoli di diverso spessore.

Solo dopo lunghi ed infruttuosi quarti d’ora, in cui i quattro congiurati avevano, ognuno per conto proprio, elaborato i più assurdi e complicati piani che contemplavano tirare in ballo Rosacroce, Gesuiti, massoni, lobby politiche, industriali e religiose, logge di ogni natura e collocazione politica e geografica, ci fu un valido appiglio.

“Questo forse potrebbe fare al caso nostro.” disse Frau Blucher rompendo il silenzio nell’Archivio: tre paia di occhi si volsero verso di lei.

“Qui si parla di un’associazione ebraica di mutuo soccorso nata ottant’anni fa negli Stati Uniti. Sembra abbia influito molto nel riconoscimento statunitense dell’URSS e che ne facciano parte, tra gli altri, alcuni multimilionari come Guggenheim ed Hammer.”

I due vampiri e Stroessner si posero alle spalle della donna e lessero quelle righe che sembravano risolvere i loro problemi.

“Un’organizzazione formata da ebrei ha tutto da guadagnare nel fermare questi folli tedeschi.” commentò René, evitando di aggiungere alcun commento personale.

“E poi scommetto che questi ricconi vanno a nozze all’idea di rendere ad Herr Ford la vita un po’ più difficile.” aggiunse il Señor.

“E io ho in mente anche il loro agente segreto a Panama. C’è un giovanotto che da pochissimo tempo presta servizio nell’ambasciata statunitense, e che giusto ieri si è incontrato con Collman.” concluse Stroessner.

James F. Wilkinson, il solerte funzionario tanto stupito dal mondo di Panama, non seppe o capì mai che le sevizie, lo stupro e la lenta morte per dissanguamento che avrebbe conosciuto nove giorni dopo, per mano di un commando di uomini mascherati, avevano avuto origine in quella stanza della MeilenHaus. E che erano state organizzate dall’uomo che gli aveva mostrato le porte di un laido, peccaminoso ma tanto piacevole paradiso: il suo amico mister Stroessner.

 

 

Quella mattina il povero De Marina era uno straccio: aveva avuto più incubi del solito la notte, ed ora era preda di un orrido mal di testa. Si era fatto fare una tisana e si era sdraiato sul divano, una pezza bagnata sugli occhi, completamente al buio; e che nessuno si azzardasse a disturbarlo.

Infatti, dopo meno di venti minuti il telefono della stanza era suonato, perforandogli il cervello con il suo trillo fastidioso. “Chi accidenti è?” sbraitò nella cornetta, dimenticando il suo mitteleuropeo aplomb.

“Disturbo … forse?” L’unica volta che rispondeva male al telefono era il Señor! Ma qual era la sua colpa? Cosa aveva fatto di male? Un secondo dopo questa retorica domanda rimbalzata nella testa, De Marina si immaginò l’espressione del suo confessore e lasciò perdere le recriminazioni.

Perché il Tedesco domandava di lui a quell’ora del mattino, di cosa aveva bisogno? Forse c’era qualcosa che non andava? Aveva compiuto un errore? Quando finalmente arrivò al cospetto del Señor era in uno stato deplorevole, sudato, col fiato corto e le fauci secche, la mano distrutta da un tremito incontrollabile e lievi contrazioni anche ai muscoli del collo.

Un cameriere aprì le porte del salone e il pover’uomo si trovò davanti il Señor e la Señora, oltre a due tra i suoi più cari colleghi.

E noi dovremmo impiegare questa carcassa schifosa, si domandò mentalmente Herr Thugut, trattenendo a stento il disgusto. Stroessner non fece neanche una piega e continuò a rimanere comodamente seduto sul divano, mentre il Tedesco assaporava compiaciuto il rumore della paura che pompava il sangue del suo sottoposto.

Solo Renée ebbe un vago moto di compassione (forse perché quel cadavere ambulante serviva vivo ed in forma) e gli si avvicinò sorridente, conducendolo alla poltrona più vicina, sperando non gli svenisse tra le braccia.

Il Señor gli si avvicinò e gli porse un bicchiere pieno. “Grazie, ma non bevo in servizio.” balbettò De Marina, abituato a rifiutare sempre ogni alcolico durante l’orario di lavoro.

“È limonata, non si preoccupi.” sorrise Renée, cercando di metterlo vagamente a suo agio.

“Se non ricordo male lei conosce l’ebraico.” disse il Tedesco entrando subito in media res. Al capocontabile sembrò di non aver capito e chiese umilmente gli venisse ripetuta la domanda. “Se non ricordo male lei aveva una fidanzata ebrea a Vienna e aveva imparato alcune espressioni base di quella lingua.”

“Non posso in tutta coscienza, Señor, dire di conoscere tale lingua. Quando lavoravo al Ministero ero in affitto presso una famiglia di origine askenazita· e, frequentandoli, avevo imparato alcuni termini, soprattutto quelli dei piatti tipici della loro tradizione … alcune festività ed espressioni benaugurali, ma nulla oltre a questo.”

“Ce lo vedo che trema, sbava e sbraita nella notte nomi di pietanze …” commentò acidamente Stroessner.

“Grazie per il suo parere sicuramente necessario.” lo gelò Renée.

“Che ne dice Herr Thugut? Ci può essere utile?” chiese il Señor, parlando davanti a De Marina come se questi non esistesse. Il soldato sospirò, soppesò quello scarto di truppa nonché disertore dell’Imperial e Regio Esercito e sospirò rassegnato.

“Se lo droghiamo un po’ magari sarà quasi presentabile. Comunque sempre meglio che indossare i cappotti con quei grossi cappelli.”

Una volta deciso a chi dare la colpa, nella fattispecie l’organizzazione ebraica statunitense, il Señor iniziò a mettere appunto alcuni dettagli dell’operazione.

Mentre Thugut da qualche parte studiava la zona in cui intervenire, consultando mappe e controllando su quali case dotate di telefono poter contare, nell’Archivio Segreto si meditava come rendere palese chi fossero i colpevoli.

Gli uomini della MeilenHaus avrebbero lasciato vivi per apparente puro caso alcuni tra quelli di Collman, in modo che questi potessero riferire al loro capo chi fossero i responsabili dell’agguato.

Il Tedesco ebbe l’idea del secolo: vestire i propri uomini con quei pesanti cappotti neri e quei cappelli a larga falda che portavano gli ebrei in tutto l’Est Europa. A questa proposta calò il silenzio nella stanza.

“Caro, credo che nessuna spia od agente segreto girerebbe per Panama conciato in quel modo … è decisamente visibile. E soprattutto penso che sverrebbero di caldo ad indossare pesanti pastrani di lana con questo clima. Siamo nel Centro America, non in un ghetto in Ucraina o Polonia.”

Il Tedesco guardò un poco seccato Renée, ma accettò magnanimamente il suo parere. L’idea successiva fu quella di trovare persone che parlassero l’ebraico, confidando che i sicari di Collman capissero quale lingua fosse quella impiegata dagli uomini che avrebbero teso loro l’imboscata.

“Credo che la sinagoga più vicina sia negli Stati Uniti. Ma se siamo fortunati forse ne troviamo una in Colombia.” disse Renée, tentando di mascherare il divertimento per quella serie di assurde proposte.

“Manda Frau Blucher a … anzi, vai tu a prendere le schede del personale e controlla se abbiamo qualcuno che conosce la lingua.” le risposte seccato la sua dolce metà.

E in tutta la MeilenHaus l’unico era De Marina. Ma Herr Thugut preferiva imbottire quella mezza calzetta di camomilla ed oppio per renderlo più tranquillo che doversi vestire, lui ed i suoi uomini, come un rabbino ortodosso dell’Europa slava.

 

 

Il ritrovo era davanti alla chiesa di San Vigio l’Inquisitore, decorativo edificio d’epoca coloniale, che vantava una largo sagrato, dove le vetture avrebbero potuto sostare nell’attesa, ci fossero tutte.

Giunsero nell’ordine la macchina piena di armati, l’autoambulanza, il camion che trasportava Spike e Dru, infine la macchina con i bagagli, che in quella notte aveva perso il proprio legittimo autista ed aveva rimediato danni ingenti alla carrozzeria.

Gli uomini scesero, qualcuno si accese una sigaretta, altri –quelli che avevano finito il lavoro - aprirono una bottiglia d’acquavite mentre l’uomo che aveva urlato in mezzo alla strada, nonostante l’incontrollabile tremito alla mano sinistra, seduto sul parafango recitava le orazioni dei defunti per le anime degli uccisi.

Solo allora la persona che aspettava da quasi un’ora nel sidecar si alzò e si avvicinò al consesso.

Gli uomini senza alcun problema fecero dei commenti grevi sulla sua bellezza superba ed altera, ma lei non diede loro la minima importanza: nelle ultime quarantotto ore aveva visto tutti gli aspetti del volto del demonio, ed era ancora in piedi. Figurarsi se quei cafoni abbruttiti le potevano fare effetto.

Un uomo, il vero capo di quella spedizione, le si avvicinò e le consegnò le chiavi del camion, quelle chiavi che ne aprivano anche il portellone posteriore, dove erano rinchiusi due vampiri, di cui tutti ignoravano quale potessero essere le reazioni. Lei, educatamente bussò, come sua madre le aveva insegnato.

“Miss Drusilla … Mister Nagel, mi sentite? Sono io … state bene?”

“Siamo tutti e due morti di sonno...” scherzò la vampira, che non solo era perfettamente lucida, ma per una volta rubava al suo Re di Coppe il sarcasmo. Il quale, capito di chi era la voce, rimase senza parole!

Erano stati rapiti due volte in un paio d’ore, s’era scatenata una battaglia d’inferno fuori da lì … e quello scricciolo era esattamente l’ultima persona al mondo che si sarebbe aspettato di sentire.

“Adesso vi apro. Non abbiate timore, ora siete veramente tra … intendo, ora non dovete più aver … insomma, ora è tutto tranquillo ed apposto.”

Avrebbe voluto dire che si trovavano tra amici, ma le sembrava eccessivo; e dir loro che non dovevano aver paura le sembrò stupido: due creature infernali come loro non si scomponevano certo per qualche sparatoria.

“Ehi, cucciola, ti avevo detto di stare lontano dai guai!” le rispose Spike, facendola sorridere.

Guai? Sembrava non averne più eccessivo timore. Di quelli come di molte altre cose.

“Cosa volete, dal nostro incontro i guai …sembrano rincorrermi.” rispose divertita Marthe, aprendo il portellone .

“Mia cara, nulla è come appare”

L’alba era già nell’aria. Profumo di seducenti, terrorizzanti (per gli altri) novità.

Dru tirò fuori la testa, annusò la notte.

Tendendo il suo lungo, snello braccio bianco tirò Spike fuori con lei, ed emersero entrambi dal vano buio, come esotici fiori notturni.

Spike l’aiutò a rassettarsi il lungo abito da sera, sporco di sangue sull’orlo.

Pensò che era bellissima.

Pronta per altre mille avventure, come sempre al suo fianco, come sempre meravigliosa e intatta.

Il suo cuore morto si riempì  di gioia. Quella serena consapevolezza era l’essenza dell’amore.

Eterno finché durava.

Marthe li guardò andare via da lei, leggeri, sensuali ed eterei come sogni notturni, verso la nave, il mare aperto, l’estrema libertà.

E, come sempre, un poco li invidiò.

Sapeva che li avrebbe rimpianti.

 

 

“Dici che torneranno?”

Il Tedesco si voltò, prendendo dalle mani della sua vampira, Renée, un bicchiere di Mint Juleep e traendone un sorso distratto.

“È probabile.” mormorò, soprappensiero.

“Spero proprio di no.” ammise Renée. Anche se era strano. Nell’alba ormai incipiente sembrava mancasse qualcosa, lì alla Meilenhaus. A volte si rimpiange pure la peste bubbonica, rifletté.

Tutto è relativo, aveva detto, alcuni anni prima, qualcun altro.

Sempre di stirpe germanica.

“Ma…” Renée fissò il suo compagno. “Scherzavi vero? Quando hai detto che….”

“No.” sorrise il Tedesco. “Io non scherzo mai.”

Renée si riprese il bicchiere ed ingoiò il forte liquore verde tutto d’un fiato.

Il Tedesco sospirò.

“William the Bloody è rognoso e insopportabile, la sua vampira è matta come una cavalla, non sarà mai troppo presto quando pianteranno ad entrambi un paletto nel cuore, ma … ammetto che almeno per quel che mi riguarda, quei folli di nazisti non vinceranno. Sono troppo stupidi per meritarselo.”

“Non mi riferivo a questo.” sussurrò Renée.

“Lo so.” sorrise il Tedesco, prendendola per un braccio e facendola sollevare. “Vedi che bella luna? Andiamo a farci una passeggiata.”

Lei sbuffò, frustrata.

Uomini!

Mai che ti dessero davvero soddisfazione!

Il Tedesco sorrise ancora, mentre camminavano nella notte silenziosa e pulita del loro piccolo regno, tra i fiori odorosi del giardino, sotto una luna rossa e beffarda, già pentito di averle rivelato quel piccolo, trascurabile dettaglio. Lei gli avrebbe dato il tormento per anni, per quella ridicola informazione, c’avrebbe scommesso. Donne!

E solo perché sua nonna, madre della sua dolce mamma, la nonna del vampiro a tutti noto come il Tedesco, e di cui ricordava le dolci ninna-nanne, era stata ebrea.

 

 

                                                                                  FINE

 



· Nel Dizionario Filosofico (Garzanti, Milano, V Edizione 1993) Voltaire parla molte volte degli ebrei, sempre con il solito tono: queste sono solo alcune citazioni, tra le decine possibili. Alla voce ‘Antropofagi’: ‘E d’altra parte perché gli ebrei non avrebbero dovuto essere antropofagi? Sarebbe stata la sola cosa che mancava al popolo di Dio per essere il più abominevole popolo della terra.’ Alla voce ‘Cielo’: ‘Quel popolo rozzo era ben lungi dal possedere un sistema; non aveva nemmeno una scuola di geometria; non ne conosceva neanche il nome; la sua sola scienza era il mestiere di sensale e l’usura’. Alla voce ‘Giobbe’: ‘I fenici coltivarono le lettere molto tempo prima degli ebrei. La professione di costoro non fu che l’usura e la senseria.’ Alla voce ‘Stati. Governi’ (circa l’esistenza nell’antichità di repubbliche nell’Asia Minore): ‘Ce n’era anche un’altra verso l’Arabia Petraia, in un piccolo paese chiamato Palestina, se si può onorare col nome di repubblica un’orda di ladri ed usurai.’

Essendo questo filosofo morto nel 1778 è chiaro come non sia potuto diventare Ministro della Propaganda nel Terzo Reich; meno comprensibile come tutt’ora venga ritenuto emblema della tolleranza e di quelle virtù che rendono grande un uomo ed un intellettuale.

· La Repubblica di Tule (senza alcuna ‘h’ !)è realmente esistita. Nelle isole di San Blas gli indigeni di etnia Kuna continuarono a battersi per la propria autonomia fin dai tempi della conquista spagnola. Dopo aver vanificato i tentativi di assimilazione seguiti alla nascita del Panama nel 1903, nel 1925 cacciarono la polizia coloniale proclamando la ‘Repubblica tule’ (cioè ‘Repubblica degli uomini’). I successivi, lunghi negoziati portarono il governo panamense a decretare nel 1938 la nascita della “Comarca de San Blas”, ribattezzata dagli indigeni Kuna-Yala (“terra dei Kuna”) e a riconoscere nel 1957 l'autorità dei tre cacicchi nominati dal “Congresso generale kuna”, in cambio dell'accettazione della Costituzione e delle leggi nazionali.

La bandiera di questo effimero stato centroamericano è visibile in http://www.rbvex.it/ameripag/amercen.html e in http://www.fotw.us/flags/pa-nat.html

· Yom Kippur (Giorno dell'espiazione) è la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione. Nella Torah viene chiamato Yom haKippurim (Ebraico, “Giorno degli espìanti”). È uno dei cosidetti Yamim Noraim (Ebraico, “Giorni di timore reverenziale”). Nel calendario ebraico Yom Kippur incomincia al crepuscolo del decimo giorno del mese ebraico di Tishri (che cade tra Settembre e Ottobre del calendario gregoriano), e continua fino al crepuscolo del giorno successivo.

Il rito dello Yom Kippur viene descritto quattro volte nel sedicesimo capitolo del Levitico (vedi Esodo 30;10, Levitico 23;27-31 e 25;9, Numeri 29:7-11). Durante il digiuno è vietato cibarsi ed è proibita qualsiasi attività o lavoro che distolga l’attenzione dall'espiazione e dal pentimento. In passato dovevano essere offerti sacrifici al Tempio di Gerusalemme.

Yom Kippur completa il periodo di penitenza di dieci giorni iniziato con il capodanno di Rosh haShana. Sebbene le preghiere con le quali si chiede perdono siano consigliate durante l’intero anno, diventano particolarmente sentite in questo giorno.

La preghiera mattutina viene preceduta da alcune litanie e richieste di dimenticare chiamate selihot; nel giorno di Kippur queste vengono aggiunte in abbondanza nella liturgia.

Le melodie tradizionali con i loro toni di lamento (della tradizione Askenazita) danno espressione sia all'angoscia individuale a fronte dell'incertezza del destino e al lamento di un popolo per le glorie perdute. Nel giorno di espiazione l’ebreo osservante dimentica la mondanità e le sue necessità e, escludendo l’odio, l’antipatia e tutti i pensieri ignobili, cerca di occuparsi unicamente di cose spirituali. I libri ebraici di preghiera fanno notare che, se gli atti di pubblica contrizione sono obbligatori, il correttivo più efficace è quello stabilito dai Profeti biblici, che insegnano che il vero digiuno di cui Dio gioisce è lo spirito di devozione, gentilezza e penitenza.

Il carattere austero impresso alla cerimonia dal tempo della sua istituzione è stato conservato fino ad oggi. Anche se altre cose sono divenute desuete, la presa sulla coscienza di ogni ebreo è così forte che pochi, a meno che non abbiano reciso ogni legame con l’ebraismo, evitano di osservare il giorno di espiazione astenedosi dal lavoro quotidiano e partecipando alle funzioni. Con poche eccezioni, anche le sinagoghe riformate conducono il servizio per tutto il giorno.

Gli ebrei Sefarditi, ovvero gli ebrei di origine spagnola, portoghese o nordafricana chiamano questa festività il “Digiuno Bianco”. Di conseguenza, molti ebrei hanno l’usanza di indossare solo vestiti bianchi, per simbolizzare il candore delle loro anime.

· Chanukah (o Hannukkah) è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola “chanukah” significa “dedica” ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei sull’ellenismo propugnato dai Seleucidi, al regno dei quali apparteneva Eretz Israel nel II secolo AC. Il dominatore greco riteneva di far scomparire la specificità giudaica proibendo la pratica della Legge, ma una rivolta armata guidata da Mattatia, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei, di Modin, cittadina a nord-ovest di Gerusalemme, permise - secondo Zc 4,6 – “la vittoria dello spirito sulla forza brutale che minaccia Israele nella sua vita religiosa e spirituale.”

La festa di Chanukah venne istituita proprio da Giuda Maccabeo e dai suoi fratelli per celebrare questo evento (Maccabei I, 4;59). Dopo la riconquista di Gerusalemme e del Tempio, Giuda ordinò che il Tempio fosse ripulito, fosse costruito un nuovo tempio e che le luci del Candelabro venissero riaccese, venne ripristinata l'Arca santa. Quando la luce venne riaccesa sul Candelabro, la riconsacrazione dell'altare venne celebrata per otto giorni con sacrifici e canti (Maccabei I 4;36).

· Kasher è un termine che intende un insieme di regole religiose che governano la nutrizione degli Ebrei osservanti. La parola ebraica kasher significa “conforme alla legge, consentito”, le regole principali derivano dalla lettura della Bibbia. Spesso la cucina Kasher viene servita alla clientela ebraica negli alberghi e sugli aerei (in confezione espressamente contrassegnata).

Sono esclusi dalla cucina ebraica tutti gli animali definiti impuri (quelli con lo zoccolo o l’unghia fessi e che non ruminano), animali marini senza squame e senza pinne, uccelli rapaci e rettili. La cucina kasher non consente il contatto tra carne e latticini, gli animali devono essere uccisi con un netto taglio alla gola che ne assicurano il totale dissanguamento e deve scomparire ogni traccia di sangue, sono proibite bevande fermentate fatta eccezione per il vino che deve essere comunque prodotto secondo alcune regole, il tutto sotto il controllo dell'autorità religiosa, che certifica i cibi permessi con il la scritta “kasher”.

· Qoelet è una parola di origine ebraica, che si trova nella Bibbia ebraica, anche scritta Cohelet e che é stata tradotta in italiano dal greco, con la parola Ecclesiaste. L’etimologia del termine ebraico Qoelet, deriva dal participio passato femminile del verbo cahal che significa convocare, adunare. Letteralmente dovremmo tradurre Qoelet, participio passato femminile, con “l'animante”, nel senso di colei che anima il discorso, l'animatrice.

Nel Qoelet viene esposto, in forma dialettica, un contradditorio tra il bene e il male. La riflessione ruota intorno a due interrogativi, ovvero a cosa serva fare il bene e a cosa serva fare il male. Se la morte è l'unica conlcusione della vita, allora tutto sembra vano. Qoelet allora suggerisce: "Abbi fiducia nel Padre e segui le sue indicazioni".

· Torah è una parola ebraica che significa “legge”, “insegnamento”. Con questo termine si indicano i primi 5 libri del “Tanakh”, conosciuti anche col nome greco di Pentateuco (pente in greco significa cinque, teuchos significa libro), forse in riferimento ai 5 rotoli di pergamena in cui sono scritti.

Con il medesimo termine, l’ebraismo indica anche la Legge ebraica intesa in senso generale. Più precisamente si utilizza la dicitura “Torah shebiktav” (significa “La legge che è scritta”) per indicare i 5 libri del Pentateuco e la dicitura “Torah shebehalpeh” per indicare tutto l’insieme di tradizioni orali codificate successivamente.

I libri della Torah sono Genesi, Esodo, Levitino, Numeri e Deuteronomio.

· Negli ultimi mille anni, fiorirono nella vita ebraica  due importanti tradizioni, corrispondenti ai due gruppi che hanno detenuto l’egemonia spirituale: prima quello spagnolo sefardita e, nel periodo successivo, quello askenazita. […] La comunità askenazita comprende i discendenti degli gli ebrei venuti da Babilonia e dalla Palestina  verso i Balcani e l’Europa centro-orientale, e che dal basso medioevo hanno cominciato a parlare l’yiddish. Fino al XIX secolo, tutti gli ebrei ashkenaziti che vivevano nell’area delimitata dal Reno e dal Dniepr, dal Baltico e dal Mar Nero ed anche in alcune regioni vicine, si presentarono come un gruppo culturalmente uniforme.”. da Abraham Joshua Heschel, «Le due grandi tradizioni» in “La terra è del Signore. Il mondo interiore dell’ebreo in Europa orientale”, Marietti, Genova, 1989.