IL CAVALIERE ROSSO

 

 

      Questo romanzo è dedicato a chi crede ancora ai sogni.

 

 

 

PROLOGO.

 

 

 

            Palermo, dicembre 1830.

 

  I

l vagito vigoroso del neonato scosse la notte fredda e tersa, illuminata da una cascata di stelle. Gli fece eco l’urlo soffocato della madre, colpita a morte da quell’immane fatica. Il fragile corpo di Cristiana, granduchessa di Landor, nata principessa della casa reale di Norvegia, non poté sopravvivere  a quell’ennesima prova.

            Il suo fisico minato da anni di malattia, non aveva retto a quei nuovi dolori. La morte del giovane figlio, Oleg, nel pieno della giovinezza...ed ora questo.

            - Portatelo via - sussurrò Damian Norelmeyer, lanciando uno sguardo distratto al piccolo fagotto insanguinato. Non era neppure il caso di lavarlo. Non sarebbe certo sopravvissuto...e se anche lo fosse, gli umili contadini che si erano dichiarati disposti ad accoglierlo non avrebbero certo fatto troppe domande. Il bimbo, un maschietto pallido e cianotico, finì così nelle braccia di una donna vestita da popolana, dall’espressione ottusa. Una donna che lo portò con sé fino in cucina, e lo appoggiò sul tavolo accanto al camino, sperando che il calore vivificante del fuoco lo rianimasse.

            Nel mentre, Cristiana di Landor, ormai morente, tendeva la mano al suo confidente.

            - Damian ...- gli sussurrò. - Ho fatto bene, vero, a fidarmi di voi? Non è vero? -

            Damian Norelmeyer non rispose. Vestito elegantemente di nero, aveva attraversato in fretta e furia l’Italia per essere da lei in quel momento. E Dio sapeva se non ardeva dal desiderio di tornare a Parigi, via da tutta quella...morte.

             - Ho fatto bene, non è vero? - urlò la donna, con le sue ultime forze.

            Nessuna risposta giunse a Cristiana di Landor nel suo estremo istante di vita.

           

 

 

  I

l piccolo era già sparito tra le braccia di un cavaliere vestito di nero. A Norelmeyer dissero che era morto. L’uomo non ebbe difficoltà a crederlo: la prole di Cristiana non aveva nessuna speranza di sopravvivere. Quanto mai opportunamente.

            Non l’aveva neppure guardato. Una piccola cosa livida ricoperta di sangue e fluidi corporei, senza futuro.

            Così, quando il medico aveva cominciato a gridare, era accorso. L’uomo stava lottando per estrarre qualcosa tra le gambe di quella donna ormai morta...quella principessa senza fortuna.

            - Erano due! Dannazione, erano due! - urlò il medico, fuori di sé. Aveva accettato a malincuore quel compito...ma era stato pagato bene per farlo.

            Norelmeyer prese tra le braccia il nuovo neonato, se possibile ancora più livido del precedente.  Una minuscola  bambina, che pareva aver delle difficoltà a respirare.

            Pensò lucidamente se non fosse il caso di sopprimerla. Avrebbe dovuto essere così facile...eppure, non ce la fece. Tanto, era evidente che neppure lei sarebbe sopravvissuta. Aveva ancor meno speranze del fratello.

            Damian cominciò a ridere, istericamente.

            - Vent’anni per dargli un erede...uno solo...ed ora questo! -

            Sì, era ridicolo. Morendo, Cristiana di Landor aveva di nuovo reso padre, e per ben due volte, il suo crudele marito, il granduca Magnus. Peccato che lui non lo sapesse!

            - Portatela via - ordinò.  - Se sopravvive, datela a quella contadina che sapete, Frau Herzog. Saprà lei cosa farne. -

            Era decisamente ora di andare via. La piccola sparì tra le braccia della grassa contadina prussiana, e Damian radunò le proprie cose. Ci sarebbe stato ora chi avrebbe ripulito il corpo straziato della granduchessa Cristiana...e chi ne avrebbe annunciato pubblicamente la morte, per tisi. Con grande cordoglio di tutto il Granducato di Landor.

            Quanto a lui, era ora di tornare a Parigi. Aveva molto da fare.

 

 

 

  R

oderick di Saringen attraversò lo Stretto a bordo di una fragile imbarcazione. Teneva stretto al petto un fagotto bianco, contenente un bimbo di pochi giorni, pallido e silenzioso. Ogni tanto, il cavaliere sollevava il fine panno per vedere se il petto del piccolo si sollevava ancora. Sì, respirava. Grazie a Dio respirava.

            Moritz. Decise di chiamarlo Moritz von  Landau. Le iniziali erano le stesse. Le stesse di suo padre. Magnus, granduca di Landor.

            Aveva ancora con sé le stoffe insanguinate che l’avevano avvolto alla nascita, quando la sua fidata complice era riuscita a far credere a Norelmeyer che il bimbo fosse morto. Quello era il sangue di sua madre, la granduchessa Cristiana.

            Ma, da quel momento in poi, e forse per sempre, quel passato avrebbe dovuto scomparire. Fissò il volto stretto del bimbo, i suoi occhi chiusi. E pensò a quel sangue.

            - Dio ti benedica, mio signore, erede legittimo di Landor - esclamò infine, sollevando il fagotto verso il cielo. - E Dio benedica il Cavaliere Rosso...nato dal sangue, e destinato a prendersi la sua vendetta nel sangue! -

           

 


I

 

 

 

Principato di Walkenstein, Germania orientale, maggio 1837.

 

 

  L

a principessina Desdemona di Walkenstein conobbe il suo promesso sposo in una mattina di primavera. Dio, come era bello! Lothar di Landor risplendeva nella sua piccola uniforme scura, perfetta in ogni particolare. La sua bellezza fuori dal comune era evidente anche alla tenera età di otto anni, appena compiuti.

            Desdemona di Walkenstein ne aveva appena cinque, e non sapeva se sentirsi intimidita o no. Era l’unica della sua famiglia ad avere già un fidanzato...e questa non era certo cosa da poco. Soprattutto, visto che un giorno sarebbe stata granduchessa di Landor.

            Riuscì così a sopportare il tedio della lunga cerimonia di fidanzamento. Impassibile, sua madre, come al solito bellissima nelle sobrie vesti nere che indossava da che era prematuramente rimasta vedova, la stette accanto, lo sguardo fisso sul giovanissimo fidanzatino della sua figlia minore...e sul padre di questi. Magnus di Landor non ricambiava tanta attenzione. Altero ed elegante nella sua uniforme, copia perfetta di quella indossata dal giovane figlio, assisteva imperterrito a quell’assurda pantomima di una cerimonia tra adulti celebrata tra due bambini. Accanto a lui, il suo fido consigliere, il conte Damian di Norelmeyer, e la sua bella moglie, la contessa Margaretha.

            - Com’è bella zia Margaretha, oggi! - sussurrò Adelaide a Desdemona. La protagonista della cerimonia tirò su con il naso, attirandosi il muto rimprovero della madre, e rispose alla sorella maggiore. - Già...non sembrano neanche sorelle! Mamma è così scura e zia Margaretha così bionda !-

            - Tanto diversi quanto quei due amichetti...il tuo fidanzato ed il suo compagno di giochi. Ho saputo che è un bambino molto povero e che viene tenuto dai Norelmeyer accanto a Lothar solo per pietà. -

            Desdemona degnò appena di un occhiata il ragazzino che sua sorella stava indicando. Era magro e nervoso, più  piccolo di Lothar, ed ai suoi occhi infinitamente meno attraente. L’unico suo tratto che attirava lo sguardo era la folta zazzera di capelli tanto biondi da parere bianchi. Nessuna di loro due aveva mai visto una persona così  bionda. Neppure zia Margaretha era così bionda.

            - Lothar è magnifico. - ammise con sussiego Adelaide, nove anni appena. - Te lo invidio...ma io sono la figlia più grande del principe di Walkenstein...ed a me toccherà di fare un matrimonio davvero reale. -

            - Peggio per te. Lothar è bellissimo. Io lo amo. -

            Desdemona diceva sul serio. Cinque anni, ed amava. Senza dubbi. Sarebbe stata la moglie di Lothar, figlio ed unico erede del granduca di Landor, e quindi la sua granduchessa. E già sapeva che lo avrebbe amato per sempre.

            Dopo la cerimonia, i bambini si dispersero per i prati della Residenza, la grande reggia dei principi di Walkenstein. Tutti, nei loro giochi, seguivano Lothar di Landor, leader naturale grazie alla sua bellezza, al suo fascino spontaneo, al suo rango. Persino il timido figlio maggiore del padrone di casa si faceva dominare dal più giovane cugino.

            Rosaleen di Walkenstein, principessa regnante in nome del figlio, non perdeva di vista i suoi bambini. Apparentemente.

            In realtà, fremeva dal desiderio di restare sola con lui. Nonostante la sua apparente indifferenza, sapeva bene che, presto, non appena la compagnia si fosse sciolta, lui le avrebbe dato tutto ciò che desiderava...nella stanza con il grande lampadario di cristallo di Murano. A Nelbrück.

            Rosaleen si morse istintivamente le labbra, riandando con il pensiero ai primi anni del suo matrimonio. Uno strano destino aveva condotto lei, figlia illegittima di una duchessa francese, al fianco del Principe Karl - Heinz di Walkenstein, sovrano del piccolo principato incuneato tra Baviera e Cecoslovacchia, sempre conteso fin dall’antichità dai suoi due potenti vicini, Prussia ed Austria.

            La sua vita era stata, se non felice, almeno serena, accanto ad un marito cui voleva bene e che la rispettava. Avevano avuto due figli, Franz ed Adelaide, e la vita scorreva tranquilla nel piccolo e prosperoso regno di cui lei era la giovane, adorata sovrana. Poi, d’improvviso, tutto era mutato. Un giorno, nei boschi della sua tenuta di caccia di Nelbrück, Rosaleen aveva incontrato Magnus di Landor.

            E nulla era più stato lo stesso.

            I Landor, da tempo immemorabile sovrani del più potente Granducato di Landor, altro piccolo stato satellite dell’Austria, erano cugini intimi dei Walkenstein. Erano invero i due rami di una stessa antica e nobile famiglia. Peraltro, i rapporti tra i due sovrani attuali, Magnus e Karl - Heinz, si limitavano allora allo stretto indispensabile. Rosaleen non aveva mai conosciuto prima il cugino del marito...e quando lo vide per la prima volta, il suo destino ne fu segnato.

            Il piccolo Lothar, figlio di Magnus, inseguì una palla, finita ai piedi della bella sovrana di Walkenstein. Lei era la madre della sua promessa sposa, la piccola Desdemona. La donna lo fissò a lungo, come a voler imprimere nella memoria ogni suo lineamento. Meraviglioso Lothar.  Scuro come un indiano, bellissimo, occhi grandi e neri, capelli scuri, lunghi e morbidi. Un bambino splendido, di cui essere fieri. Al suo cospetto, i suoi stessi figli sparivano. Il timido Franz, la bizzosa Adelaide...i figli di Karl - Heinz.

            Ah, già, poi c’era anche Desdemona. Chissà perché, Rosaleen tendeva sempre a rimuovere dalla memoria l’esistenza della sua figlia minore, giunta al mondo quando ormai il suo matrimonio con Karl - Heinz era ormai di fatto già finito. Eppure, la piccola non era male. Capelli lunghi e ricci e dorati come il grano...grandi occhi scuri. Se non fosse stato per lo sguardo, non sarebbe neppure sembrata sua figlia, così solare e bionda.

            Lothar, invece...

            - Altezza, la palla - sorrise il bambino, con il garbo compito di un cortigiano. Rosaleen si riscosse dalle sue fantasticherie, e non poté trattenersi dal fargli una carezza.

            Fu solo quando il piccolo tornò ai suoi giochi che si rese conto che qualcuno la stava osservando.

            Era quello strano bambino biondo...dai capelli quasi bianchi. Che non smetteva di guardarla.

            Rosaleen tremò di freddo.

 

 

 

 

  - P

erché non giochi con gli altri bambini? - Sandra si avvicinò al bimbo, sorridendo. Le faceva pena, così piccolo e solo, vestito con abiti che avevano tutta l’aria di essere già appartenuti ad altri, mentre gli altri piccoli reali si divertivano. Sandra era la cameriera personale della principessa Rosaleen, ed ora anche la governante delle sue figlie, Adelaide e Desdemona.

            Il piccolo alzò il capo. Sotto quei capelli così strani,  così chiari, c’era un visetto interessante, con un naso sottile ed una bocca insolitamente morbida per un maschietto. Gli occhi, invece, grandi e dorati, trasparenti tanto erano chiari, erano di ghiaccio. Un’insolita espressione per un bambino di soli otto anni.

            - Quello non è il mio posto. -  

            Sandra sussultò. Dio, come l’aveva detto...con che tono di scherno, di altera sicurezza! Quello non era il suo posto...da come lo diceva, si sarebbe detto che gli orfanelli, gli usurpatori, fossero gli altri, e non lui!

            - Ed ora scusatemi, signora - scostandola appena, piccolo e malvestito, il bambino si allontanò, congedando la sbigottita governante come un sovrano congeda i suoi sudditi.

 

 

 

 

  - L

othar! Franz! Venite, si balla! -

Desdemona urlava fino a sgolarsi. Il vestito di pizzo bianco le scivolava da tutte le parti, ed i lunghi capelli biondi e ricci le si erano finalmente sciolti sulla schiena. Adelaide, più grande di lei, notò con dispetto come fosse carina la sua sorellina. Quei capelli biondi, che non sapeva proprio da chi avesse ereditato, considerata soprattutto la bruna, esotica bellezza della loro madre, contornavano un visetto minuto, dai lineamenti perfetti. “E’ più bella di me”, non poté fare a meno di rimarcare.

            I maschietti non ci facevano caso. Non ancora, perlomeno. Ma presto avrebbero cominciato ad accorgersene.

            Lothar e Franz arrivarono correndo. Alcuni zingari, di passaggio su quelle terre, stavano improvvisando uno spettacolo musicale per quei giovani rampolli. Estasiata, la piccola Desdemona ascoltava la musica vivace ed irriverente dei violini, e non poteva trattenere i piedini dal ballare.

            Lothar ballò con lei, tanto bruno quanto lei era bionda. Una coppia perfetta. Sandra, giunta senza fiato fin lì per non perderli di vista, ne fu lieta: era una buona premessa per un matrimonio felice.

            - La mano...mio giovane principe. Vi leggerò il futuro -

            Ridendo, Lothar tese la mano, aristocratica e sottile, alla vecchia zingara. Gli altri bambini gli si strinsero attorno.

            Un velo passò sugli occhi della vecchia. Senza parole, richiuse il palmo della piccola mano.

            - Allora ,vecchia...parla! Saranno tue due monete d’oro! -

            - Goditi la vita, mio bel principe - gracchiò la vecchia. - E soprattutto le gioie dell’amore. Ricordati di queste mie parole, quando sarai in età da farne tesoro -

            - Ed io, vecchia? - Franz di Walkenstein, un bambino pallido dai capelli castani, undicenne, poco più alto del cugino Lothar, si avvicinò alla donna. La vecchia lo accontentò. E non lasciò la piccola mano che dopo lunghi minuti. I bambini cominciarono a fissarsi, incuriositi.

            - Tante lotte...ed un inaspettato premio, se sarai forte come lo sarà .... -

            - Chi, vecchia? -

            La vecchia si guardò in giro, come a fiutare l’aria. Poi, sembrò capire.

            - La tua compagna. -

            - Una principessa, immagino - si atteggiò il ragazzo, ben conscio dei suoi privilegi di razza.

            - Principessa...contadina....serva. Chi lo sa? Spetterà a te scoprirlo - rise la vecchia. - Ora tu, bambina bruna...e tu, biondina . -

            Adelaide si avvicinò, tutta contenta di essere finalmente al centro dell’attenzione. E questo, mentre il fratello ancora rimuginava sulle parole della vecchia, per niente soddisfatto. Lui non voleva aver nulla a che fare con contadine  e serve!

            - Una principessa...con tanto di corona. E tanti figli. - ridacchiò la vecchia, come divertita da qualche strana ironia del fato.

            Adelaide indietreggiò soddisfatta. Desdemona tese la sua manina, sorridendo alla zingara. - Io sono già fidanzata, nonna. Con lui -

            - Ah  - disse solo la donna, studiando la pallida manina bianca. - Che mano interessante! Tre uomini, piccola mia, non uno, tre....e tutti e tre ti spezzeranno il cuore. Uno, nero come un demonio...dolce come un angelo. Il secondo, affettuoso e sincero come il padre che non hai più... il terzo... -

            - Sì, nonna? Il terzo? -

            - Dovrei essere geloso? - interloquì ridendo Lothar. - E’ la mia fidanzata! Accanto a lei non dovrei che esserci io! -

            - Il terzo... - riprese la vecchia, come in trance. - Un angelo caduto...oh, mio Dio! Piccola mia, abbi tanta forza! -

            - Venite, Altezze Reali, andiamo - intervenne Sandra. - Sono tutte sciocchezze. E nessuno di voi andrà a raccontarle in giro -

            Suo malgrado, la giovane governante era turbata. Quella stava diventando una strana giornata.

            La vecchia rimase sola. Dopo un po’, le si avvicinò il bambino biondo, quello vestito modestamente, che si era sempre tenuto in disparte.

            - Vecchia...non la leggi la mia mano? -

            La donna si sentì intimamente costretta ad obbedire, come sottomessa ad una forza più grande.

            Fissò a lungo il disegno di linee sul palmo.

            Poi, sollevò il capo e fissò quello strano bambino negli occhi. Erano freddi come il ghiaccio.

            - Perché, c’è bisogno che ti dica qualcosa? -

            Il piccolo scosse il capo, sorridendo appena, di quel suo strano sorriso.

            Senza fretta, si incamminò verso il rinfresco.

 

 

 

  V

erso la fine del pomeriggio, il tempo cominciò a cambiare. Il giovane aiutante di campo del granduca Magnus raggiunse il suo sovrano, con il compito di riportare alla Reggia il piccolo Lothar. Heinrich di Saringen era un bel ragazzo di circa venticinque anni, da poco fidanzato con la  bionda figlia di un possidente bavarese. La sua famiglia era da secoli fedele vassalla dei Landor. Suo padre, in particolare, era stato un fervente patriota, più volte all’estero in missione per il granduca, che si fidava di Roderick di Saringen più che di chiunque altro, ben conoscendone l’onore e la leale devozione.

            Il ragazzo non era da meno. Formato nelle migliori accademie militari d’Austria, era un leale e valoroso combattente, già provato dal fuoco di molte battaglie, dove era stato inviato alla testa delle truppe del Granduca in aiuto del potente vicino austriaco. Magnus gli stava ora affidando l’educazione militare del suo giovane Lothar.

            Alto e bruno, robusto ed allenato, Heinrich faceva la sua bella figura nell’uniforme nera e scarlatta dei Landor. Il piccolo Lothar, che lo adorava, gli corse incontro, felice di presentargli i suoi nuovi amici. Heinrich fece il saluto d’ordinanza al giovanissimo sovrano di Walkenstein, il principe Franz, e baciò con compunzione le manine delle principessine Adelaide e Desdemona. Le due bambine risero, ed il giovane donò loro un fiore, accarezzando rapidamente il capo dorato della piccolina.

            La serenità del giovane ufficiale si spense d’un tratto. Accanto ai piccoli reali era improvvisamente comparso un bambino piccolo e malvestito, con tanti, troppi capelli biondissimi.

            Dio mio, non era possibile...suo padre doveva essere ammattito...

            Dominandosi a stento, Heinrich salutò le loro altezze, e condusse via Lothar, insieme con il suo compagno di giochi. Il piccolo principe, già viziatissimo, glielo presentò con condiscendenza. - Saringen, non conoscete ancora il mio nuovo compagno...si chiama Moritz -

            - Moritz? - Heinrich trattenne il tremito della propria voce. - E poi? -

            - Oh, cosa conta? - rise Lothar. - D’ora in poi sarà il mio amico, e giocherò sempre con lui. Papà mi ha fatto un bel regalo, non è vero? -

            Heinrich guardò di sottecchi l’altro bambino. Sereno e tranquillo, il biondino ricambiò il suo sguardo con una calma già adulta. Uno sguardo dove il giovane, allibito, lesse un pacato ma fermo comando.

            Non poté fare a meno di ubbidire.

 

 

 

 

  - V

oi siete matto! Padre, vi ha forse dato di volta il cervello? Portare Moritz a corte, nella stessa casa di Lothar e del Granduca, accanto a Norelmeyer...OGNI GIORNO! Quanto pensate che ci voglia perché ci scoprano? -

            - Figlio mio, ricordati del rispetto che mi devi - Roderick di Saringen scosse il capo dinnanzi allo sconcerto del giovane Heinrich. - Ho deciso nel suo interesse, e lo sai. Ho giurato, hai giurato, di dare la tua fedeltà e, se necessario, anche la tua vita per i Landor. Ed è appunto quanto stiamo facendo. Moritz è il legittimo erede del Granduca....lui, e non quel piccolo bastardo che gli ha dato quella sgualdrina francese. Solo Moritz è figlio di Magnus e della sua unica moglie, la granduchessa Cristiana di Norvegia, e tu lo sai bene! Il trono è suo! -

            Heinrich corse ad aprire la porta. Aveva sentito un rumore sospetto, ma doveva essere solo la sua immaginazione sovreccitata. In realtà, nessuno li spiava. Non ancora.

            Ma quanto ci sarebbe voluto prima che l’astuto Norelmeyer, l’anima nera del Granduca, suo complice nelle azioni più efferate dettate dalla ragione di stato, subodorasse la verità? Soprattutto considerando quanto il piccolo somigliasse ad entrambi i genitori! Che non se ne fosse ancora accorto nessuno, era un vero miracolo. Ma i cortigiani preferivano tenere occhi ed orecchi ben chiusi, quando necessario, come dimostrava quanto successo quel giorno stesso durante quell’assurdo fidanzamento...

            - Sì, è identico ad entrambi - il padre gli lesse nel cervello. - I capelli di sua madre...solo i norvegesi li hanno così chiari, di solito. E gli occhi del granduca. Lo stesso sguardo di ghiaccio. Non se ne sono accorti ancora solo perché è un bambino. Ma io ricordo Magnus da piccolo...ed era come lui. -

            - Ragion di più per farlo di nuovo sparire, in quella vostra tenuta in campagna! - urlò il figlio, spaventato a morte da quell’assurda audacia mostrata dal padre. - O pensate che Norelmeyer, che Dio lo maledica, lo risparmierebbe? Sa di potersi liberare di Lothar, che non è un erede legittimo, ma non credete che cercherebbe di eliminare fisicamente l’erede del granduca e della sua vera ed unica moglie? -

            - Sì...ma troverebbe pane per i suoi denti. -

            - Che dite! Padre, Moritz ha solo sette anni! E non è assolutamente come dovrebbe essere!  Umile, e modesto... -

            - Heinrich! Moritz è esattamente come dovrebbe essere! E’ semplicemente perfetto...nato per regnare. Possibile che non te ne sia ancora accorto? E’ talmente palese. Il bambino più intelligente che io abbia mai conosciuto, ed il più consapevole. A sette anni, sa perfettamente chi è e qual’è il suo destino. Riprendersi il suo ruolo e la sua vendetta. -

            - Mi spaventate entrambi. Quello strano bambino dagli occhi freddi e voi...e la vostra assurda fiducia, che un moccioso di sette anni possa sconfiggere un uomo malvagio e spietato come Norelmeyer. -

            - Credi a me, non scommetterei sul nostro caro conte. E ricorda la lealtà che devi a Moritz. -

            - Cosa succederà se lo scoprono? Padre, potreste essere imprigionato per tradimento, forse fucilato! Non ci sono prove che questo Moritz sia il vero erede legittimo di Landor. -

            - Le prove sono in lui, nel suo aspetto fisico, nella sua natura, quando diverrà uomo...e sino ad allora, dovremo stare attenti e vigilare, come sempre. Io so che non fallirà. Non può fallire. Sua madre era una perdente, ma lui è nato per vincere. -

            - Ho paura per me. Per la donna che sarà mia moglie...e per i nostri figli. Non avremmo dovuto assumerci questa responsabilità. Se Magnus di Landor vuole elevare al trono il suo bastardo mezzosangue, bene, lo faccia pure... -

            - Taci! - urlò il padre, pallidissimo. - Dimentichi il nostro giuramento di lealtà? E se Magnus morisse prematuramente? Allora il nostro granducato finirebbe sotto l’influenza di Walkenstein, nelle mani di quella donna... -

            - Perché mai la granduchessa Cristiana ha taciuto al marito la sua ultima gravidanza? Perché vi ha costretto a mentire per salvare la vita di suo figlio? -

            - Povera donna. Non ragionava più. Anni ed anni di malattia, e di disinteresse da parte del granduca. E poi, la morte del figlio, Oleg, a soli sedici anni...quando Magnus le impose come suo il figlio della sua amante, Lothar, temette che se il marito avesse saputo che lei era di nuovo incinta l’avrebbe fatta abortire...forse uccisa. Ed avrebbe ucciso l’erede legittimo, per tutelare l’eredità del suo bastardo... -

            - Lo credete capace di tanto? -

            - Sì. -

            - Allora, Moritz è ancora più in pericolo. Fatelo tornare in campagna. Continuate a dargli l’educazione che si merita. Tenetelo al sicuro. -

            - Lui non vuole. - rispose il padre, scuotendo il capo. - Dio mio, soli sette anni, e sa già perfettamente cosa vuole. Intende stare con loro, imparare a conoscerli ed a conoscere i loro segreti, per poi servirsene il giorno...il giorno in cui si prenderà la sua vendetta . -

            - Mi fate paura. - ripeté il giovane. - Finiremo tutti davanti al plotone di esecuzione per alto tradimento . -

            - Ed allora separati da noi, Heinrich! Sposati, e continua con la tua fedeltà a Magnus, la sua amante, Norelmeyer, e tutta quella gente...e dimenticaci. -

            Il giovane tacque. Amava suo padre. Comprendeva la sua assurda lealtà. Temeva per il futuro.

            Non poteva lasciare il suo destino in balia di un moccioso dagli occhi troppo freddi ed i capelli troppo biondi.

            Dannazione, non l’avrebbe perso di vista un solo istante.

           

           

           

  I

l piccolo, indisturbato, stava passeggiando per la foresta di Nelbrück. L’ora di cena era già passata da un pezzo, ma giù nelle cucine nessuno certo si ricordava di lui. E lui doveva riflettere. Moritz doveva pensare a tutto ciò a cui aveva assistito quel giorno. A quei legami, sottili come ragnatele, che intuiva esistere tra quelle persone.

            Se avesse tratto il bandolo della matassa....Moritz sorrise. Il tempo era dalla sua parte. Per ora doveva solo pensare.

            La bella e fitta foresta fungeva da confine naturale tra i due piccoli regni, sebbene la cupa fortezza che le dava il nome appartenesse formalmente a Walkenstein. In realtà, era da molti anni l’alcova segreta della principessa Rosaleen e del suo misterioso amante. Non era la prima volta che Moritz gironzolava per quei boschi. Ormai, li conosceva come le sue tasche.

            Il sole di maggio tramontava, e presto sarebbe stata notte. Quella era stata una lunga giornata per tutti. Il ricevimento a Walkenstein, il fidanzamento...nessuno l’avrebbe più cercato fino al mattino dopo, quando fossero iniziate le lezioni con il precettore del principe Lothar. Moritz sorrise. Come al solito, avrebbe dovuto seminare apposta qualche errore nelle versioni di latino e greco. Non si poteva essere più bravi di un principe.

            Con incredibile agilità, insospettabile in un corpicino così magro, Moritz si arrampicò sui bastioni. Poco lontano, stava il grande balcone. Un angolo meraviglioso, con piena visione della grande alcova, sormontata da uno dei più grandi lampadari di Murano esistenti in Europa. Quella sera la fortuna era dalla sua. La finestra era aperta. Nascosto in una nicchia sul balcone, avrebbe potuto ascoltare con tutta calma il colloquio tra i due amanti.

            Si strinse addosso la giacchetta consunta che gli aveva passato Norelmeyer, e si accinse ad aspettare.

            Quando la principessa Rosaleen giunse nella stanza, trafelata per la breve corsa in carrozza, tutto era pronto. Le lenzuola di seta, fresche di bucato, e lo champagne in ghiaccio, come piaceva a lui. La principessa sospirò. Dieci anni, ormai. Dieci anni di sesso nascosto, rubato ai legittimi consorti, ai rispettivi impegni di stato. Dieci anni di disillusioni e tradimenti...come quando lei aveva dato un nuovo figlio, la piccola Desdemona, a suo marito Karl - Heinz. O come quando lui aveva - appena divenuto vedovo - chiesto la mano di sua sorella Margaretha, che aveva avuto il buon senso di rifiutarlo e di sposare Norelmeyer.

            Ma continuavano ad incontrarsi nella fortezza nei boschi ed a fare l’amore. Nonostante tutto. Come la prima volta.

            Gesù, la prima volta. Rosaleen si spogliò senza fretta dinnanzi al grande specchio ovale. Era appena più florida, ed ancora più bella, di quando era giunta per la prima volta a Walkenstein dalla Francia per sposare il principe Karl - Heinz. Quattro anni di matrimonio felice, due figli.

            E poi, l’incontro con l’uomo del suo destino. Era divenuto il suo amante...e Rosaleen aveva rinunciato a tutto per lui. A tutto.

            Lasciò che i lunghi capelli neri le scivolassero sulla schiena. La sua pelle ambrata, i suoi lineamenti perfetti. Sua madre, la duchessa Régine De Broze, era stata giudicata la donna più bella di Francia. E lei, Rosaleen Naestved, illegittima figlia di quell’aristocratica dama, non era da meno. Anche se suo padre era stato un semplice stalliere indiano. Un paria.

            La sua pelle portava ancora il retaggio di  quell’eredità, con il suo pallore ambrato, con i seni pieni dai capezzoli bruni, che facevano impazzire d’eccitazione il suo amante. Mordendosi le labbra, Rosaleen si tolse gli ultimi indumenti. Quando lui arrivò, lei era nuda. E pronta. Come sempre, pronta per lui, per il suo possesso.

            Magnus di Landor la strinse tra le braccia, lei nuda, lui completamente vestito. Gli alamari dorati della sua uniforme nera le marchiarono la pelle, rendendola più consapevole della propria debolezza. Lei rovesciò il capo, fissando gli occhi dorati e trasparenti dell’uomo, freddi e volitivi come quelli di una tigre indiana. Poi, l’uomo le prese la bocca, invadendola con il suo odore ed il suo sapore. Eccitata, Rosaleen si aggrappò a lui, implorandolo con le mani e la bocca di possederla subito, subito...per ristabilire il loro possesso reciproco. Quella febbre che da dieci anni permeava le loro vite, facendo perdere loro morale e consapevolezza. Quella febbre che aveva trasformato una donna onesta e rispettata in una sgualdrina, disprezzata dal suo stesso marito.

            Magnus la penetrò senza neppure spogliarsi. Sapeva che a Rosaleen piaceva così...senza preliminari. Almeno la prima volta. Ci sarebbe stato tempo per il resto. Peraltro, aveva avuto altre donne, in quei dieci anni, da che la conosceva...una volta, persino la sua stessa moglie, in un momento di inesplicabile debolezza seguito alla morte del loro unico figlio, il povero Oleg. Poi, alcuni mesi dopo Cristiana era morta.

            Era così cominciata la sua vedovanza. Aveva a lungo corteggiato la bionda sorellastra di Rosaleen, Margaretha Naestved. Ma lei, inspiegabilmente, gli aveva preferito Norelmeyer. E poi, c’era stata tutta una serie di donne...nobili, sgualdrine, cameriere, ballerine.

            E Rosaleen. Tornava sempre da lei come un marito infedele torna dalla moglie. Sapendo di trovarvi rimprovero, forse odio, ma sempre un nido caldo nel quale affondare, un qualcosa di familiare e sicuro che non avrebbe trovato altrove.  E poi, la sua bellezza lo incantava ancora. Era talmente eccezionale da rubargli il cuore, quel poco di cuore che un uomo freddo e spietato come lui possedesse, anche ora che gli anni cominciavano a lasciare il loro segno su di loro. Era come quando, ai tempi del felice matrimonio di lei con Karl - Heinz di Walkenstein, loro ancora non si erano conosciuti e lui già teneva nel suo studio un ritratto di lei, donatogli da un ambasciatore.

            - Rosaleen - ansimò, mentre - immobile nel suo grembo - sentiva lei che giungeva alla soddisfazione.  Lei si mosse piano, da amante esperta qual’era, sapendo bene come rallentare od accelerare il loro reciproco piacere. Si conoscevano bene. Si conoscevano perfettamente.

            Vennero insieme con un grido.

 

 

           

 

  - L

’unione dei due stati gemelli. Walkenstein e Landor - Magnus rise, mentre il suo membro indugiava nel grembo di lei, e di nuovo si inturgidiva, pronto a darle nuovamente piacere. - E’ di questo che parlano a Vienna ed a Berlino quando parlano di noi...e della nostra alleanza? -

            Immobile, Rosaleen si godette con un lento sorriso quel risvegliarsi prepotente della sua virilità. Ad un tratto, non resistette. Gettò lentamente il capo all’indietro, mordendosi le labbra, godendo di quella nuova tensione che si annunciava.

            Magnus pizzicò con due dita i suoi grossi capezzoli scuri, facendoli ergere e strappandole un gemito. Rosaleen non poté impedire ai suoi fianchi di muoversi. Il respiro le divenne breve.

            - Il Granduca di Landor e la Principessa di Walkenstein...che si uniscono. Né con l’Austria, né con la Prussia. Noi due contro tutti. - Magnus, divertito dalle reazioni di lei, palesemente eccitata, continuava a parlare tranquillamente, come se nulla fosse. Fin da giovanissimo, aveva imparato presto a ben controllare i ritmi dell’amore. Ed a controllare tutto il resto. Era un sovrano. Nulla poteva sfuggirgli. Non un dettaglio. Ne andava della sua vita...di più, del suo potere.

            Possibile che Rosaleen non lo capisse? In questo, era ancora inesperta. Al contrario di lui, non era nata per regnare.

            Ma aveva imparato in fretta. Oh, Rosaleen... Lei si staccò da lui, solo per farlo sdraiare sotto di sé. Implacabile, gli si sedette sopra, riprendendolo dentro di sé, ed assoggettandolo al proprio volere, al proprio ritmo. Pigramente, Magnus la lasciò fare, mentre il suo freddo sorriso indugiava sulle sue labbra. Il sorriso da belva dei Landor.

            Quando lei crollò su di lui, di nuovo esausta, il corpo madido di sudore, l’uomo riprese come se niente fosse a parlare.

 

 

 

   - Q

uanto pensi di andare avanti con questa farsa? -

- Quale farsa? - Rosaleen si scostò i pesanti capelli neri dal volto, e fissò il suo amante.

            - Il fidanzamento tra Lothar e la tua piccola Desdemona. Carina. Tutta Karl - Heinz...se non fosse per quegli occhi scuri. Mi chiedo se da grande sarà sensuale...e vogliosa come te. -

            Rosaleen si irritò. - Non parlare in quel tono di mia figlia. Ti prego -

            - Non sei vogliosa, forse, mia principessa? -

            - L’hai detto. E’ la figlia di Karl - Heinz, più che mia. Mi sono limitata a metterla al mondo. Spero che non ripeterà i miei numerosi errori. -

            - Quanto dici non fa venir meno l’impossibilità di questo matrimonio, e tu lo sai. Lothar e la piccola non potranno mai davvero sposarsi. E’ crudele illuderli. -

            Rosaleen fece spallucce. - Sono ancora piccoli. Non se ne ricorderanno nemmeno, tra qualche anno. Ed ora come ora ci fa comodo dare a Berlino e Vienna quest’illusione di alleanza tra di noi...non ridere. Parlo sul serio. Il fatto che andiamo a letto insieme da anni non ne è per loro una prova...anche se sicuramente hanno corposi dossier sul nostro conto. -

            - Già. Siamo circondati da spie...e ce ne siamo serviti anche a nostro vantaggio, più di una volta. Alexandra Norelmeyer è ancora una tua dama di corte? -

            - Sì, tanto quanto suo zio Damian è tuttora il tuo...ed il mio...confidente. -

            - Alexandra si portava a letto tuo marito, lo sai? -

            - Che sorpresa! - rise Rosaleen, con lieve amarezza. - Da quando Flaviano di Vorst l’ha domata, non mi ha creato più nessun tipo di problema. Anche perché Karl - Heinz mi ha fatto la cortesia di morire prematuramente -

            - Sei una donna crudele. Non hai pietà per nessuno -

            - E tu? Forse che hai avuto pietà per qualcuno? Hai fatto morire di dolore tua moglie, con la tua indifferenza. Mi hai portato via quanto di più prezioso possedevo, e sai che non mi riferisco solo all’onore. So che hai altre donne. -

            - Tu sei andata a letto con Karl - Heinz anche dopo...che ci eravamo posseduti. Lo dimostra la nascita di Desdemona. -

            - Era mio marito, ricordi? Suvvia, non siamo ipocriti. Ci conosciamo bene. E continuiamo a fare l’amore qui, in questo letto, anno dopo anno... -

            - Sotto questo lampadario enorme. Voglio farlo togliere. A volte mi assale il pensiero che potrebbe caderci addosso. Ci pensi? -

            - No - Rosaleen rabbrividì. - Lascialo al suo posto. Quando facciamo l’amore, ci vediamo riflessi nelle sue mille gemme. -

            - Te l’ho detto, sei vogliosa, principessa. -

            Rosaleen si accoccolò sulla sua spalla. Dopo poco, dormiva. Quella lunga giornata l’aveva stremata.

            Magnus resistette alcuni istanti, pensando agli effetti che la notizia di quel fidanzamento tra i loro figli avrebbe sortito nelle potenti corti europee. Poi, cedette anch’egli al sonno. Dopo un po’, furono insieme, addormentati, nudi, indifesi, l’uno nelle braccia dell’altro, come amanti e non più come nemici.

 

 

 

  M

oritz si stiracchiò piano, facendo bene attenzione a non far rumore. I due amanti si erano addormentati. Aveva appreso molte cose interessanti...ed era l’ora di tornare alla reggia.

            Scacciò un’inopportuna lacrima. In fondo, aveva solo sette anni. Molte cose non le capiva ancora...ma aveva sentito ciò che quella donna aveva detto di sua madre. Ed ora sapeva che quell’uomo...il granduca...era stato crudele con lei.

            Stava già per intraprendere la discesa dal balcone, quando un boato lo fece sussultare.

            Un boato assurdo. Inesplicabile.

            Poi, un lungo, lunghissimo tintinnio. Una cascata di cristalli infranti. Un suono come non ne aveva mai uditi in vita sua.

            Spaventato a morte, si affacciò sulla stanza. Immobili, i due amanti giacevano abbracciati, uniti per l’eternità, imprigionati tra i mille e mille cristalli dell’enorme lampadario di Murano, precipitato su di loro come una gabbia di ghiaccio.

 

 

 

 

  N

orelmeyer fece eseguire tutto con la consueta precisione. I suoi uomini indossavano guanti di pelle con cui proteggersi dalle migliaia di frammenti di cristallo. Lui sovraintendeva i lavori, di persona. Non c’era nessun altro al mondo di cui si fidasse come di se stesso.

            La morte aveva unito per sempre quei due amanti separati in vita da tutto...rango, posizione, matrimonio. Erano così stranamente calmi, le membra indissolubilmente intrecciate. Morti nel sonno, senza un gemito, senza un lamento. Uniti per sempre.

            Non appena fu possibile, non appena il grosso della struttura del lampadario fu rimosso, gli uomini del conte cominciarono a separare i due corpi. Quello della principessa era praticamente intatto, senza traccia di sangue. Solo il retro della scatola cranica risultava frantumato...là dove era penetrato uno dei bracci dell’enorme lampadario. Al contrario, il granduca aveva sanguinato parecchio, subito dopo la morte. Il suo sangue imbrattava irrimediabilmente l’enorme letto. Avrebbero dovuto distruggerlo.

            Nel sonno eterno, avevano entrambi un’espressione serena. Norelmeyer non li aveva mai visti, in vita, così rilassati.

            Bisognava pensare in fretta. Era evidente che non poteva trapelare la notizia di una simile morte dei due sovrani, nudi in un letto, insieme...

            Le donne chiamate da Norelmeyer cominciarono a rivestire i due cadaveri. Il collo spezzato del granduca rendeva difficile l’operazione, così come il suo notevole peso. Era stato un uomo di statura superiore alla media, molto solido. Al contrario, la principessa sembrava rimpicciolita, tornata ragazza. Norelmeyer non poté non ripensare a Rosaleen Naestved come l’aveva vista la prima volta, quasi quindici anni prima...una ragazza stupenda, con un colbacco di pelliccia bianca, e capelli neri come l’inferno. A Parigi, sulla Senna. Rideva.

            - Portateli via. -

            Le donne ubbidirono. I suoi uomini stavano già inscenando un incidente di carrozza in un vicino dirupo. Ecco, questo avrebbe reso tutto più accettabile, soprattutto se il cocchiere del granduca avesse sostenuto bene la parte del sopravvissuto. Soddisfacente.

            Norelmeyer si concesse un breve sorriso.

            Allontanandosi dalla camera, non si accorse della piccola forma che si rifugiava nel buio.

            Moritz si era trattenuto fino alla fine, protetto dall’oscurità. Ormai era notte. Ed avevano portato via le spoglie mortali di quei due sovrani...divise dalla vita, unite dalla morte.

            Il bambino sentì dentro qualcosa che non volle esaminare. Non voleva pensare a quell’uomo che avevano rivestito in fretta e quindi portato via...ma non poteva farne a meno.

            Moritz von Landau sparse le ultime lacrime della sua difficile infanzia.

           

           

           

   Q

uando alcuni giorni dopo si ritrovò accanto alle bare rivestite di fiori e delle rispettive bandiere nazionali, Moritz aveva già messo da parte ogni pensiero, ogni compassione. Immobile ed indifferente, stava accanto al suo padrone, il granduca Lothar. Questi stringeva a sé, uniti in un immenso dolore, la piccola Desdemona dai capelli d’oro, la sua fidanzata, anch’essa ormai totalmente orfana.

            I bambini si sentirono soli come mai prima. Il principe Franz, le principesse Adelaide e Desdemona, il granduca Lothar...soli e sperduti, costretti a regnare sui loro piccoli regni, sempre contesi da potenti vicini. Non potevano fare a  meno di stringersi e piangere.

            Il conte Norelmeyer, appena nominato reggente in nome del granduca Lothar sino alla sua maggiore età, ostentava una sofferenza senza lacrime, profonda e virile. Accanto a lui, sua moglie Margaretha piangeva la scomparsa di sua sorella Rosaleen, una sorella da cui gli eventi della vita l’avevano irrimediabilmente divisa già da tempo. Accanto a lei, i tre figli maggiori: Katerina, Gunther e David. I tre, immobili, osservano senza parole i piccoli principi, oppressi dal dolore.

            Il piccolo David, coetaneo della principessa Desdemona, le prese la mano. In fondo, erano cugini. E questi legami, in quei momenti, contavano.

            Norelmeyer fissò il gesto del figlio con approvazione.

            Quando fu tutto finito, il corteo funebre si disperse,  lasciando che le bare fossero condotte nelle rispettive cripte reali dai necrofori.

            Moritz von Landau, l’orfanello privo di tutto, da tutti ignorato, disprezzato e talvolta persino compatito, fu l’ultimo ad indugiare presso le spoglie mortali della principessa di Walkenstein e del granduca di Landor.

            Aveva trovato chissà dove, in quel mese di maggio, due rose rosse, rosse come l’uniforme dagli alamari neri di Landor che già indossava per volere di Lothar, che l’aveva voluto accanto a sé nel reggimento del padre.

            Le gettò con tranquillo, consapevole compatimento ai piedi delle due bare.

 

 


II

 

Walkenstein, maggio 1848.

 

 

 

  I

 suoni dell’orchestrina si spandevano per i viali in fiore della Residenza, mentre le legioni di camerieri preparavano la reggia per il ricevimento di quella sera. In tempo di guerra e di tumulti, così rare erano le occasioni di festa nel Principato, che tutti volevano goderselo al meglio. Le due principessine, da ore chiuse nella loro stanza, si preparavano con ansia. Dalla morte della loro mamma, tragicamente deceduta il giorno stesso del fidanzamento di Desdemona con il granduca Lothar di Landor, nessuna di loro due aveva più avuto occasione di interrompere la monotona routine quotidiana. Passeggiate, un po’ di studio con il loro precettore, la lenta, eterna educazione impartita a due fanciulle di stirpe reale.

            E niente svaghi.

            Del resto, erano entrambe fidanzate, sebbene nessuna delle due avesse più visto il proprio promesso da anni ed anni. Lothar di Landor, dopo la morte del padre, aveva completato i suoi studi presso la più celebre accademia militare austriaca, ed altrettanto aveva fatto il loro fratello Franz in un’analoga istituzione prussiana. Fin dalla morte dei loro genitori, si erano così allontanati i due regni gemelli, Walkenstein era entrato lentamente ma inesorabilmente nella sfera d’influenza prussiana, ed altrettanto aveva fatto Landor con quella austriaca.

            Ma Desdemona non smetteva di pensare al suo promesso.

            Quell’ossessione era lentamente ma sicuramente cresciuta in lei. Ora, a sedici anni, si scopriva a provare nuove sensazioni, a colorare di nuove vibrazioni i suoi innocenti sogni romantici. Non vedeva più Lothar dal giorno dei funerali. Ma sapeva che, presto, sarebbe stato suo.

            Sebbene nessuno ne avesse più parlato, quel fidanzamento, almeno ufficialmente, non era stato sciolto. E Desdemona chiudeva le orecchie quando qualcuno del suo entourage le sussurrava che la crescente influenza austriaca su Landor avrebbe sicuramente impedito quelle nozze.

            Lothar era il suo promesso, e non l’avrebbe abbandonata. Lei ne era certa.

            Si studiava allo specchio con inconsapevole civetteria, mentre Adelaide parlava e parlava per nascondere il nervosismo. Stava per rivedere il suo fidanzato, il principe Eugenio della casa di Thurm und Taxis, per la prima volta da che avevano dodici anni...e sebbene il ricordo di lui fosse vago ed indistinto, Adelaide si aspettava il peggio.

            Peraltro, era sin d’ora pronta a compiere fino in fondo il suo dovere di principessa. Ma non poteva non essere nervosa. Nella sua spontanea concretezza, sicuramente ereditata dalla madre, Adelaide invidiava l’innocente spensieratezza della sorella. Sapeva che Desdemona dormiva da undici anni con un disegno raffigurante lo stemma di Landor sotto il cuscino. E sapeva che sognava di lui cose che il suo cuore inesperto ancora non sapeva decifrare. Adelaide, a vent’anni, non si faceva più molte illusioni. Avrebbe sposato il principe Eugenio di Thurm und Taxis comunque...e non sognava di lui, non certo ora che neppure lo ricordava. Le uniche considerazioni che potessero spaventarla erano l’assurda proibizione, imposta da una antica legge di Walkenstein, imposta ai principi reali di sposarsi prima dei venticinque anni, per le donne, e dei trenta, per i maschi. Ed il terrore che i rivolgimenti politici, tumultuosi in quel leggendario anno di grazia 1848, inducessero il suo promesso a non aspettarla così a lungo...

            Le alleanze politiche, ed i matrimoni, erano questioni fragili per loro natura. Adelaide temeva un assai precoce zitellaggio.

            Desdemona non si poneva di quei problemi. Canterellava allegra sognando il suo fidanzato...cos’erano nove anni, quando aspettava Lothar da un’eternità?

            Ulteriormente innervosita dall’allegria della sorella, Adelaide provò l’istinto perverso di strapazzarla. - Sempre lì a cantare, come una lavandaia! Dimentichi forse il tuo ruolo? Non ricordi chi sei? -

            - Ricordo benissimo chi sono - le ribatté, pronta, la sorella minore. - La futura granduchessa di Landor. -

            - Non ne posso più di questa storia! Desdemona, sei assurda! Lui non pensa più a te...semplicemente, lui non sa nemmeno che esisti. Sposerà  una principessa austriaca, dovrà farlo, perché Landor si sta alleando a Vienna, e lì noi siamo considerati dei nemici. -

            - Storie. E’ promesso a me. Non mi abbandonerà -

            - Allora, sarà brutto e storpio... e tu lo odierai. -

            - Lothar era bellissimo già allora...o non te ne ricordi? -

            Adelaide si arrese. Desdemona era molto tranquilla e matura per certi versi, ma inguaribilmente romantica per quel che riguardava il suo promesso. E poi, non poteva trattarla male. Non quella notte.

            Desdemona era bellissima.

            Adelaide sospirò, osservandosi nel grande specchio dietro l’incantevole immagine della sorella. Perché non poteva fare a meno di amarla? Perché erano sorelle, si rispose, ed erano cresciute insieme, abbandonate da entrambi i genitori e da Franz, lontano in accademia. E perché a volte Adelaide si sentiva protettiva nei confronti della sua sorellina...anche se intuiva la sua forza. Desdemona, la dolce, romantica Desdemona, era tutt’altro che una donna debole. E, se fosse stato necessario, ne era certa, avrebbe tirato fuori le unghie, come faceva ora, difendendo il suo amore, sola contro tutti.

            Adelaide aveva ereditato dalla madre solo la statura superiore alla media, i capelli scuri ed un carattere forte e concreto. Desdemona, invece, ne aveva avuto in dono gli occhi neri come l’inferno, e la carismatica bellezza. Eppure, tanto Rosaleen di Walkenstein era stata bruna ed esotica, quanto la figlia minore era bionda e solare, con lunghi capelli dorati dai riccioli indomabili, che il più delle volte cedevano anche alle più severe forcine, sciogliendosi sulla schiena della giovane principessa.

            - Ti voglio bene, dolcezza. -

            - Anch’io, Heidi -

            - E’ un diminutivo da lavandaia. Pensa al tuo nome, piuttosto. -

            - Già, un brutto scherzo. - rise Desdemona. - Non credo però che finirò vittima di un marito geloso...io non tradirò mai Lothar -

            - Di nuovo...ma sei incorreggibile! Forza, andiamo. E’ ora di fare la nostra entrata trionfale. - Adelaide aggiustò le pieghe del suo abito color panna, mentre la sorella la seguiva, non dimenticando il piccolo bouquet di fiori che le aveva donato il fratello, da poco tornato da Stoccarda. Desdemona era incantevole in un ricco abito di voile celeste, con i folti capelli biondi per una volta ed a stento trattenuti sul suo capo in una cascata di riccioli.

            Quando le due principesse fecero il loro ingresso, i sussurri tacquero. Gli ospiti reali le conoscevano bene, ma non così l’ospite d’onore, il principe Eugenio di Thurm und Taxis, ed il suo seguito. Il principe regnante Franz di Walkestein diede loro il braccio, fiero di avere due sorelle così belle ed eleganti. L’elegante ospite, ben conscio della realtà dei fatti, non indugiò nemmeno con lo sguardo sull’incantevole fanciulla bionda...e si diresse invece in modo disinvolto verso la sua promessa, la principessa Adelaide. Non era una bellezza come la sorella, questo era evidente, ma poteva andare...soprattutto se si stimava la notevole lunghezza delle sue gambe sotto la seta chiara del suo abito. E l’importanza strategica di unire ancora più strettamente lo stato di Walkenstein alla Prussia.

            - Si capiranno perfettamente - sussurrò Flaviano di Vorst, già reggente sino alla maggiore età del principe Franz, a sua moglie Alexandra Norelmeyer. - Sono nati per intendersi. -

            Alexandra, una donna ancor bella nonostante la quarantina ormai avanzata, annuì, mentre il principe Eugenio conduceva la sua promessa sulla pista da ballo, ed altrettanto faceva il principe Franz con la giovane sorella Desdemona. Sì, Adelaide aveva la concretezza necessaria per portare felicemente in porto quel matrimonio.

            Quanto alla piccola Desdemona...era ancora così giovane. E così bella. Non era lecito per una principessa di stirpe reale essere così bella, pensò Alexandra. Doveva essere vietato per legge.

            Non poteva non guardarla con tenerezza. Era tutta suo padre. Aveva il viso bello e sensibile di Karl - Heinz...ed il corpo voluttuoso della madre. Soli sedici anni. Ed un fidanzamento imbarazzante che tutti, quella sera, si sforzavano di rimuovere dalle loro menti.

            -  Vostra sorella....è deliziosa. Non potrebbe essere la giovane sovrana di uno dei nostri stati autenticamente tedeschi, mia cara? -

            L’allusione era troppo precisa per essere ignorata. Berlino non approvava quella possibile unione con Landor. Adelaide soffocò la propria indignazione. Se solo quei politici avessero saputo quanto Desdemona teneva a quel sogno...

            - Credo di sì, Altezza Reale -

            Il bacio di Giuda, si disse Adelaide. Sperò di non aver venduto i sogni della sorella con quella frase.

            Eugenio la fissò negli occhi. Non era alto di statura, ed i capelli scuri già diventavano radi sulla sua fronte. Ma i suoi occhi scuri ed intelligenti misero la ragazza a disagio. D’un tratto, ella ebbe la sensazione di non essere la più forte, almeno, non ancora...era semplicemente ancora troppo giovane e troppo ignorante. In realtà, non sapeva nulla della vita che si conduceva nelle corti europee...era sempre cresciuta protetta nel suo piccolo principato.

            Dannazione, quel crucco non l’avrebbe fatta sentire inferiore. Sollevando il capo, gli sorrise con feroce determinazione.

            Poco lontana da lei, Desdemona ballava ridendo con il fratello, giovane e radiosa nei suoi sedici anni. Ancora bambina, ma nel cuore, nel ricordo tenace di un amore lontano, già donna. Franz, un ragazzo timido e gentile che viveva a malincuore il suo ruolo di sovrano, si allontanò un istante da lei per parlare con alcuni suoi cortigiani. Nessuno osava invitare la giovanissima principessa....e lei ne approfittò per riposarsi un poco. La sua cameriera venne a chiamarla, confusa tra le torme dei servitori  in livrea.

            - Altezza reale...dovete seguirmi. Qualcuno chiede di voi -

            Desdemona si allarmò. Chi mai poteva volerla vedere, in quella serata di festa? Poi, pensò che potesse essere Sandra, la sua fedele governante. Forse voleva raccontarle di qualche gustoso pettegolezzo sul loro illustre ospite.

            Seguì la cameriera fino in giardino. La Residenza aveva grandi porte - finestre che davano sul rigoglioso parco, affidato da sempre alle tenere cure di uno stuolo di giardinieri francesi, antichi emigrati dall’epoca della Rivoluzione. Desdemona conosceva quel parco, ed il vicino bosco, come le sue tasche. E se ne sentiva protetta, nella calda notte di maggio.

            D’un tratto, un pensiero l’assalì. Lothar! Possibile che fosse lui? Possibile che si fosse finalmente ricordato di lei?

            Quel solo pensiero la spinse a correre, trattenendo lo strascico di tulle celeste con le mani, incurante dei capelli che le scivolavano sulle spalle.

            - E’ un uomo, Gretchen? -

            - Sì, Altezza...in uniforme. E mascherato. -

            Tanta prudenza era perfettamente giustificabile, date le circostanze. Sì, non poteva che essere Lothar.

            Le due giovani donne, nella loro innocente incoscienza, non temevano nulla. Erano sempre state perfettamente protette a Walkenstein.

            Desdemona rallentò quando vide l’ombra di un uomo stagliarsi contro il candido colonnato del tempietto greco fatto costruire da suo nonno, il principe Jobst, da poco scomparso. Ed anche il suo cuore rallentò, quando si rese conto, nella luce generosa di una luna piena, che l’uomo indossava un’ uniforme scura. Per la precisione rossa, con alamari neri.

            Questo lo sapeva. Il rosso ed il nero erano i colori di Landor.

            - Lothar...- mormorò, mentre la cameriera restava alcuni passi indietro.

            L’uomo si avvicinò camminando piano. L’uniforme era davvero quella di Landor, ed egli portava i gradi di capitano. Indossava un mantello nero rivestito di seta rossa, che gli dava un’aria un po’ sinistra, ed una maschera di cuoio a nascondergli la parte superiore del volto.  Si fermò, distendendo le braccia lungo i fianchi, e sbattendo i tacchi.

            - Altezza Reale - le disse l’uomo, con voce insolitamente fredda e tersa. - Sono un messaggero del vostro fidanzato, il granduca Lothar.  Credo sia un vostro diritto conoscere la mia identità. Mi sono mascherato perché immagino di essere qui, questa sera, persona non grata -

            Desdemona sussultò. La voce di ghiaccio dello sconosciuto le fece l’effetto di una doccia fredda, tale da annullare ogni eccitazione per quella strana circostanza. In quella voce lei percepiva pericolo e tensione. Eppure, quanto le stava dicendo lo sconosciuto ufficiale era perfettamente logico. E persino rassicurante. Lothar davvero pensava a lei.

            Perché allora le aveva mandato questo strano giovane dal portamento così altero ed i toni così freddi?

            Sorprendendola, con un gesto veloce, l’uomo si portò le mani al capo, e si slacciò la maschera. Era troppo buio perché la sua fisionomia, appena visibile, potesse dirle qualcosa. Ma lo scintillio sotto la luce della luna dei suoi capelli così biondi da sembrare quasi bianchi, inaspettatamente lunghi sul collo, le riportò qualche confusa  memoria alla mente.

            Lo conosceva. Ma non ricordava come, e quando...

            Sì, ora qualcosa affiorava. Il giorno del suo fidanzamento. Il giorno in cui sua madre era morta. E poi i funerali...quello strano bambino biondo, vestito poveramente.

             - Sono il capitano Moritz von Landau. Dragoni di Landor ...per servirvi, Altezza Reale -

            La sua voce fredda le scivolò nuovamente addosso. Desdemona si strinse nell’abito troppo leggero, desiderando di aver indossato almeno uno scialle prima di essere uscita all’aperto. Ormai era troppo tardi per rammaricarsene. E davanti a quell’uomo non avrebbe osato alcuna rimostranza. Lui non sembrava essere il tipo da ammettere debolezze, neppure in una donna, tanto meno in una principessa.

            - Ho un messaggio per voi - continuò lui, senza pietà, né il minimo calore. - Il granduca Lothar non ha scordato la promessa che vi unisce. Dovrete solo aspettare che arrivi il giorno -

            - Il mio venticinquesimo compleanno? -

            - O la pace tra Austria e Prussia - l’ironia nella voce leggermente metallica dell’uomo non poteva essere fraintesa. Desdemona si sentì, tutto nello stesso istante, piccola e debole e fragile. E soprattutto giovane. Doveva sembrare assurdo, a quell’uomo, il suo attaccamento romantico al ricordo di Lothar. Soprattutto in quel momento.

            - E’ evidente che il vostro promesso non può fare passi ufficiali in questo momento - proseguì l’ufficiale. - E confida che voi ne comprendiate le ragioni. Ma non vi ha dimenticata. -

            Desdemona chinò il capo. Era troppo confusa da quella strana apparizione per valutare appieno la portata di quella rivelazione. Lothar non l’aveva dimenticata.

            Perché allora non era scivolato lui nel buio per dirglielo?

            L’uomo sorrise, come leggendole nella mente. Lei si accorse che quel sorriso sinistro era più inquietante della sua consueta severità. Eppure, aveva le labbra piene, lo vedeva bene alla luce della luna, con una curva morbida che, nella sua innocenza, non avrebbe saputo come definire, ma che la sconcertava per una qualche sconosciuta ragione. E sembrava giovane. Troppo giovane per tutta quella freddezza...quella consapevolezza. Si rese conto che non doveva aver più di vent’anni, forse meno.

            - E’ tutto. I miei ossequi, Altezza Reale -

            Stava per andarsene. Lei sentì che non poteva perdere quell’occasione per sapere di Lothar. Lo prese istintivamente per un braccio.

            Lui non doveva essere un uomo abituato a farsi toccare. Desdemona intuì che stava lottando per non sottrarsi al suo contatto.

            - Parlatemi di lui - lo implorò lei. - Come sta? E’...felice? -

            - Fa il suo dovere di sovrano...e di soldato. -

            - Combatte? -

            - Sì , in Ungheria. Aiutiamo i nostri alleati austriaci a reprimere i rivoltosi. -

            - Che Dio lo protegga. -

            Quasi con fastidio, il ragazzo la fissò. - Avete un messaggio personale per lui? Volete che glielo porti? -

            Lei quasi si perse nel suo sguardo, incapace di articolare un pensiero coerente. Che occhi freddi aveva quell’uomo. Chiari, trasparenti, di un colore che non riusciva a decifrare alla luce della luna. Che contrasto con quella bocca morbida. Le faceva paura. Sembrava un demonio.

            Dopo un po’, cercò di schiarirsi le idee.  - Ditegli...che gli offro tutto il mio cuore. -

            Il giovane sorrise di nuovo. Quella frase sdolcinata pareva averlo divertito. - Tenetevene per voi almeno un pezzetto...ascoltate il mio consiglio -

            In pochi passi, era di nuovo sparito nel buio.

 

 

 

 

 

  F

u facilissimo per Moritz ritrovare la strada di Nelbrück, appena fuori dal parco della Residenza. Ancora assorto nel ricordo del suo breve colloquio con la principessa di Walkenstein, legò le redini ad un piccolo pontile di legno, ed entrò nella fortezza per la consueta strada. I balconi.

            In un istante fu accanto alla finestra chiusa della stanza in cui, in una notte di maggio di undici anni prima, Rosaleen di Walkenstein e Magnus di Landor avevano trovato insieme la morte. Si rivide bambino, si rivide piangere in silenzio lacrime per quell’uomo, che non aveva mai osato chiamare con il suo vero nome.

            E rivide i corpi nudi ed allacciati dei due infelici amanti, uniti insieme da un fato crudele...

            Dio, se se l’erano cercata, con il loro sublime egoismo, con la loro relazione, incurante della legge e di Dio, che aveva fatto soffrire tanti innocenti.

            Ed ancora non era finita!

            Anzi, era appena iniziata.

            Sembrava difficile pensare che una ragazzina incantevole come quella Desdemona dovesse pagare per tali orribili colpe, colpe non sue. Ma Moritz non si illudeva. Anche lei sarebbe stata coinvolta.

            Era tardi, era notte. Desdemona sicuramente dormiva nel suo letto virginale, e per lui era giunta l’ora di lasciare l’antica fortezza nei boschi, abbandonata da che i due amanti l’avevano lasciata al suo lungo silenzio, e di tornare a Vienna.

            Doveva concludere la sua missione di messaggero.

            Moritz von Landau era un perfetto ufficiale, i suoi superiori non si stancavano di ripeterlo. E non tralasciava mai di portare a termine un incarico.

 

 

 

 

 

 

            Vienna, giugno 1848.

 

           

  L

e mille luci del bordello splendevano nella notte viennese, mentre nell’aria calda si spandevano le voci acute delle prostitute e quelle più basse dei loro clienti. La notte era piena di ufficiali in licenza dai fronti, convocati dallo Stato Maggiore per consulti...e riparati durante la notte negli accoglienti ritrovi maschili che, dopo la guerra, li facevano sentire meno soli.

            Le ragazze di Frau Rezinska, anche detta “la polacca”, osservavano divertite nei momenti di disimpegno l’andare e venire dei clienti nell’ampio atrio del bel palazzo barocco, sepolto da orpelli e da un lusso pesante da alcova. In particolare, tre di loro non potevano fare a meno di contemplare il giovane ufficiale da più di un’ora immobile sotto la scalinata di marmo, il berretto in mano ed i capelli di un  biondo insolito accesi dai riflessi del grande lampadario di cristallo.

            Aspettava qualcuno, era evidente, ma non certo una donna.

            - Ehi, bello...noi siamo qui apposta  - lo apostrofò una delle ragazze, più audace delle sue compagne - Non perdere il tuo tempo in piedi  in quell’atrio...quando di sopra ti puoi sdraiare... -

            - Già. O non ci giudichi degne di te? -

            L’uomo rimase immobile, senza neppure degnarle di un’occhiata. Non andava con le prostitute. E basta.

            Il cicaleccio delle ragazze attirò l’attenzione di uno dei clienti. Buttandosi addosso la giacca dell’uniforme, e ringraziando Dio di avere ancora i pantaloni, il giovane si precipitò fino alla balaustra della scalinata, guardando giù.

            - Moritz! - gridò con allegria. - Sei sempre il solito! Vieni su! Ci divertiamo! -

            Moritz von Landau chinò il capo quel tanto che bastava ad esprimere la propria deferenza, senza peraltro rivelare in quel luogo inopportuno l’identità del suo superiore. Poi, rigidamente, cominciò a salire le scale tra i lazzi delle ragazze. Il suo principe lo fissò con allegra disapprovazione.

            - Moritz, devi provarmi di essere veramente umano, una volta o l’altra. Comincio a dubitarne. Siamo appena tornati dalla guerra....e tra poco ripiomberemo in quell’inferno di morte e di fango. Perché non approfittare dei doni che ci offre la vita? Del vino? Di queste ragazze? -

            - Devo parlarvi, signore. Con urgenza -

            Lothar di Landor non si offese certo perché il suo amico d’infanzia aveva omesso il titolo che gli competeva, chiamandolo semplicemente “signore”. Sapeva che lo faceva per proteggere il suo incognito in quel bordello.

            Moritz era perfetto, in ogni occasione. Se fosse stato un suo pari grado, l’avrebbe odiato per questo.

            Ma, grazie a Dio, era solo il suo antico compagno di giochi, un orfano privo di mezzi e di parentela, che doveva tutto alla gratitudine dei Landor. Questo glielo rendeva sopportabile.

            - Via...via... vattene di qui. Devo parlare con il mio amico -

            La ragazza, facendo il broncio, si rivestì sommariamente e si allontanò borbottando. Moritz di Landau osservò spassionatamente che era bionda, bionda come la principessa Desdemona di Walkenstein.

            Ma le somiglianze tra quelle due donne finivano lì.

            A Lothar di Landau piacevano le bionde. Buon per lui.

            - Allora...l’hai vista? - gli chiese Lothar, sorseggiando del brandy di marca ed offrendone all’amico.

             Moritz si bagnò appena le labbra, giusto per non rifiutare l’offerta. Lothar scosse il capo, divertito. Non l’aveva mai visto davvero bere né mangiare con gusto. Si chiese se il giovane non si nutrisse per il proprio piacere solo segretamente...come in segreto faceva qualunque altra cosa che davvero gli importasse, ne era certo.

            - Sì, Altezza Reale, e le ho portato il vostro messaggio. -

            - Com’è? Piccola ed infantile? Rotondetta? Con l’acne? So che ha solo sedici anni -

            - La principessa è molto graziosa - ammise von Landau con un tono talmente piatto da indurre il suo principe a pensare che gli stesse mentendo.

            - Lo immaginavo. Insignificante e tremebonda. Ed è un matrimonio che non piace nemmeno un po’ ai nostri alleati. Credo che dovrei liberarmi di quest’impegno assurdo -

            Moritz posò il bicchiere. - Credo di non essermi spiegato bene, Altezza. La vostra fidanzata è splendida. -

            - Lo dici per rassicurarmi -

            - Lo dico perché è la verità. Sua Altezza dovrebbe conoscerla di persona, prima di prendere una decisione - Moritz si riprese il cappello e si accinse ad andarsene. La sua compagnia, personalmente affidata al suo comando da Lothar, ripartiva per l’Ungheria all’alba di quello stesso giorno.

            Lothar rifletteva. L’idea di un matrimonio romantico, che gli consentisse di provarsi agli occhi del mondo come un giovane principe fedele alla parola data al padre defunto ed ai suoi ideali, lusingava la sua vanità. Certo, se la ragazza fosse stata davvero carina. Moritz non aveva torto. Poteva almeno vederla prima di decidere. Anche perché la grassa principessa boema che gli proponevano a Vienna non lo attirava nemmeno un po’. E non voleva una boema sul trono di Landor.

            Walkenstein, invece...la cosa restava in famiglia.

            Perché no? Non appena quella continua sequela di guerre e rivolte fosse terminata, sarebbe piombato in incognito a Walkenstein. E l’avrebbe conosciuta.

            - Come si chiama? Di nome, voglio dire? Adelaide? -

            - Adelaide è la sorella maggiore, ora fidanzata al principe Eugenio Thurm und Taxis. La vostra promessa si chiama Desdemona -

            Lothar scoppiò a ridere. - Non sarò un Otello, non temere. Le donne non sanno resistermi. Dubito che lei potrebbe preferire un altro a me. -

            - Ne dubito anch’io - ne convenne Moritz. -Vi faccio i miei migliori auguri...se la principessa risulterà di vostro gradimento -

            Dopo aver salutato il principe, Moritz von Landau uscì dal bordello, aspirando con gioia l’aria fresca e pulita, profumata di fiori.

            Quando fu davvero solo, e lontano dai viali principali, si accese una sigaretta.

            Ne fumava una solo di tanto in tanto...e mai in compagnia.

 

 


III

 

 

 

 

            Landor, giugno 1851.

 

 

 

   - C

redi che così vada bene? Non sembro uno spaventapasseri? -

La voce divertita del granduca Lothar scosse il suo amico, il maggiore Moritz von Landau, dalle sue fantasticherie. Come tre anni prima, stavano per penetrare nel parco avvolto dalle tenebre che divideva il granducato di Landor dal principato di Walkenstein. Questa volta, però, se fossero stati fortunati, la principessa Desdemona avrebbe davvero rivisto il suo promesso, e non solo il suo messaggero.

            - State benissimo, Altezza. La vostra principessa si innamorerà di voi al solo vedervi -

            La leggera ironia della voce di Moritz sfuggì per fortuna al giovane principe. Era troppo occupato ad ammirare l’effetto drammatico della sua uniforme nera, con mantello e maschera egualmente neri.

            Al contrario, Moritz non aveva rinunciato alla sua divisa rossa. Nell’esercito di Landor, solo i comandanti supremi potevano indossare il nero. E così, sia in Ungheria che in Prussia, dove in quei tre anni i due giovani avevano continuamente combattuto, ormai Moritz von Landau era conosciuto come il cavaliere rosso. La sua era una triste fama. Rispettava i civili...ma non faceva prigionieri tra coloro che rimanevano sul campo. Tanta crudeltà gli era valsa il plauso di Vienna, ed una macabra celebrità tra i ranghi ungheresi, prussiani e russi, volta a volta suoi avversari.

            Dopo l’ “Umiliazione di Olmütz”, e la fine del breve conflitto austro - prussiano, che avevano visto piegate le istanze egemoniche dei nemici prussiani, sembrava essersi aperta una fase di grande prosperità per l’impero austriaco, guidato dal diciottenne imperatore Francesco Giuseppe, e per i suoi alleati,  come Landor. In quel contesto, sempre più improbabile appariva un’unione con Walkenstein, saldamente filo - prussiano. Ma Lothar non aveva ancora trovato, nelle sue frequenti soste a Vienna, alcuna possibile futura principessa...e così, si era finalmente deciso a dare un’occhiata alla sua antica promessa.

            - Lei non si spaventerà? -

            - Non mi sembra una donna timorosa, Altezza. Andiamo? -

            I due giovani si inoltrarono nei boschi intorno alla fortezza di Nelbrück.  Moritz capiva che, per il principe, questo era solo l’ennesimo gioco. Per un qualche motivo che non volle analizzare, ciò lo rendeva furioso.

            Ma Moritz von Landau era un uomo da sempre avvezzo a celare le proprie emozioni.

            - E’ nella sua camera - disse al suo sovrano, non appena furono al sicuro nel parco della Residenza, la reggia di Walkenstein.  - Non sarà facile attirarla fuori. E’ piena notte -

            - Perché non andiamo noi dentro ?  - rise Lothar. - Suvvia, un po’ di audacia. Sei un famoso guerriero, e ti spaventi per così poco? -

            Moritz non rispose. La sua dubbia fama non lo riempiva di alcun orgoglio. Era semplicemente una conseguenza di scelte fatte molto tempo prima, all’insaputa di tutti.

            Seguì il suo principe su per il basso balcone. La finestra, grazie a Dio, era aperta. A Walkenstein, a quanto pareva, non avevano la minima idea di cosa fossero delle misure di sicurezza.

            La giovane principessa dormiva tranquilla nel suo candido letto. Senza parole, Moritz rimase in un angolo accanto alla finestra, fortemente imbarazzato. Lothar avanzò silenziosamente, incuriosito.

            Desdemona era cresciuta. L’incantevole sedicenne aveva lasciato il posto ad una splendida donna. Il respiro tranquillo le sollevava, nel sonno, il morbido petto, ed i lunghissimi ricci dorati le accarezzavano il corpo coperto appena da una camicia da notte di cotone sottile. Era pura, incontaminata, bellissima.

            Lothar allungò una mano, le scostò con tenerezza un ricciolo dalla fronte, candida ed alta. Lei sospirò appena nel sonno.

            Era la sua promessa da tanti, tanti anni, e questo voleva dire qualcosa.

            Meritava un inizio da favola.

            Si chinò su di lei dolcemente, e sfiorò con le labbra quelle della ragazza. Desdemona si agitò nel sonno, e quando finalmente si svegliò, la bocca calda di Lothar soffocò il suo grido di terrore.

            Seppure sbalordita, lo respinse, guardandolo con occhi cupi che lo sfidarono a riprovarci.

            - Mia promessa, non urlate...sono io, Lothar di Landor. Sono finalmente giunto da voi -

            Desdemona, pur tremante per la sorpresa, ebbe abbastanza presenza di spirito da ubbidirgli. Conscia dello sguardo avido dell’uomo sul suo corpo scoperto, prese la coperta e se la drappeggiò addosso, con un gesto molto femminile e molto oltraggiato. Sotto la maschera scura, vide la piega divertita della bella bocca del suo promesso, i suoi capelli neri e lunghi sul collo, che l’avevano accarezzata poco prima, mentre la stava baciando. Si portò due dita alle labbra, un gesto inconsapevolmente sensuale. E si arrabbiò ancora di più.

            - Chiunque voi siate, signore, fuori dalla mia stanza! Nessuno vi ha dato il permesso di farmi questo! -

            - Non eravate quindi ansiosa di conoscermi quanto io di conoscere voi? -

            - Dopo tutti questi anni? - esclamò la ragazza con sarcasmo. - Mi avete mandato quel vostro amico laggiù... - e fece un cenno verso la sagoma seminascosta di Moritz nell’ombra -  tre anni fa...e poi più niente. La vostra ansia mi stupisce, pertanto -

            - Moritz ...ti prego, lasciaci soli.- ordinò Lothar con voce tranquilla. Chinando appena il capo, senza neppure degnare di uno sguardo la giovane principessa, l’ufficiale uscì dalla stanza scavalcando agilmente il balcone.

            - Desdemona...ditemi che non vi faccio paura - chiese quindi Lothar alla ragazza, prendendole una mano tra le sue. - Sono il vostro promesso -

            - L’ho creduto per così tanti anni...ed ora non mi sembra più vero. Vi prego, toglietevi la maschera. Voglio rivedervi. -

            Lothar si tolse maschera  e mantello e li lasciò cadere entrambi sul letto candido. Desdemona quasi sussultò dalla sorpresa. Vedere quegli indumenti maschili sul suo letto le procurava una strana ed intensa impressione.

            Lui era bellissimo. Il bambino pieno di vita dai riccioli neri era divenuto un uomo di grande fulgore fisico, bruno come un indiano e bello come un principe di fiaba. Lei trasalì. Gli occhi di lui, neri e carezzevoli, seguirono tutte le emozioni su quel viso di fanciulla. Sapeva di piacerle. Sapeva di piacere a tutte le donne. L’aveva scoperto molto presto, fin da bambino, e si era sempre con discrezione servito di questo suo ascendente naturale.

            Anche lei era bella. Bionda, pura, con occhi neri e morbidi che promettevano una natura sensuale nonostante la sua estrema ingenuità. Era facile immaginarla come la sua granduchessa, in quel momento. Così facile, che non ci pensò due volte, prima di prometterle cuore e corona.

            - Rinnoviamo i nostri voti - le disse con impeto. - Desdemona, promettiamoci di nuovo, ora, in questa stanza, ciò che i nostri genitori promisero per noi. Che, presto, saremo uniti...il granduca e la granduchessa di Landor -

            La passione a stento contenuta nelle parole del giovane principe turbò la fanciulla, così come quella sua invadente, insolita presenza nella sua camera da letto, la camera da letto della sua infanzia. In qualche modo, quella presenza metteva fine al passato, poneva un nuovo inizio...eppure, in quel momento da favola, sempre sognato, Desdemona non poté non avvertire un brivido di inquietudine. Ora che i suoi sogni più segreti diventavano realtà, non poteva non ricordare la circostanza tragica che aveva segnato quel loro disgraziato fidanzamento: la morte improvvisa e congiunta dei loro genitori. Del padre di lui aveva solo un pallidissimo ricordo, ma ricordava bene la propria madre. Era alta, bellissima, bruna come una straniera...ed imperiosa come questo giovane principe. Per quel che ricordava, avrebbe potuto più essere sua madre, che la propria...non era strano?

            - Desdemona, cuor mio, a che pensate? -

            Lei lo guardò con attenzione, più dolce e matura di quel che i suoi diciannove anni lasciassero presagire. Lui era meraviglioso, il vero principe azzurro delle favole. E lei gli apparteneva per sempre. Ma la loro unione era nata sotto pessimi auspici. Che il Signore li proteggesse.

            - Ci sono molti ostacoli, mio signore, e dovete conoscerli, come li conosco io. I nostri paesi sono...se non nemici, divisi da alleanze radicalmente opposte. E poi, una legge vieta agli eredi di Walkenstein di sposarsi prima dei venticinque anni. Ne mancano ancora...sei -

            - Lo so. E con questo? Aspetteremo. Tutto sarà più facile se però, sino ad allora, rinnoveremo la nostra amicizia. -

            - Amicizia? -

            Lothar rise, accarezzandole la morbida gota. - Siete una gattina esigente, mia principessa. Il nostro...amore, allora. Suvvia, ditemi: siete disposta ad amarmi? -

            - Io già vi amo, mio signore - rispose lei con sincerità. - Ma dovete sentirvi libero di sciogliere il vostro voto. I motivi che vi ho appena citato ne sono una ragione sufficiente. -

            - Ed io, invece, voglio rinnovarlo, questo voto. Avanti, Desdemona, siate coraggiosa. Il vero amore ha bisogno di coraggio -

            Lei continuava a guardarlo, sempre stupefatta dalla sua presenza lì, incapace di abituarvisi dopo anni ed anni di semplici sogni. Lothar si sfilò dal dito un anello d’oro brunito, da secoli appartenente alla sua famiglia, e lo infilò alle dita della ragazza. Ovviamente, era grandissimo per lei, ma doveva tenerlo tra le sue cose.

            - Questo è il mio pegno...per ora. - Si chinò su di lei, e la baciò piano, trattenendosi per non spaventarla. - Buona notte, mia principessa -

            Si alzò dal letto, riprese le sue cose e si volse un’ultima volta a guardarla, sorridente e sicuro di sé. - Avrete presto mie notizie, mia diletta -

            Desdemona rimase sola. Tutto ciò le sembrava un sogno. Un  sogno dal quale non voleva svegliarsi.

            Eppure, quando rimise la testa sul cuscino, ed il sonno tardava, non poté non ricordare le strane parole di quello strano uomo, il messaggero di Lothar.

            “Trattenete un pezzettino di cuore per voi stessa”.

 

 

 

 

 

  L

a dimora di Roderick di Saringen era un vecchio castelletto sepolto nei boschi, non lontano dai confini di Walkenstein. L’antica famiglia era sempre stata leale suddita dei sovrani di Landor, peraltro, e Roderick si poteva vantare, a settantacinque anni suonati, di essere stato il più leale di tutti i suoi avi.

            Ciò gli comportava il privilegio di poter ricevere nelle sue stanze, unico al mondo, il vero erede di Landor.

            Dio, come era cambiato! Quel bambino biondo, magro e sparuto, era diventato un uomo senza timori né debolezze. La corporatura più snella di quella del padre, ed i capelli così intensamente biondi, non occultavano agli occhi dell’anziano cavaliere la somiglianza con il defunto granduca. Quella somiglianza che era lì, immediata: gli occhi freddi da belva, e la bocca sensuale e decisa. Il portamento arrogante, appena mitigato agli occhi degli altri da anni di dissimulazione, eppure invincibilmente suo.

            Moritz von Landau accettò il cognac offertogli dal suo antico protettore e si sedette davanti al fuoco, distendendo le lunghe gambe. Roderick osservò la fiamma del camino danzare negli occhi dorati ed insondabili del giovane, mentre lui era assorto in una di quelle sue lunghe riflessioni, in uno di quei suoi lunghi silenzi. Non aveva bisogno di chiedergli dei suoi successi in battaglia, della sua rapidissima carriera, del suo spietato cinismo in guerra: sapeva tutto da suo figlio Heinrich, che ancora viveva a corte. E del resto, non era nulla di meno di quanto si fosse sempre aspettato dal suo protetto.

            Ed ancora, era solo l’inizio.

            Moritz sollevò il capo, osservando il vecchio. - Ho un desiderio, di Saringen -

            - Parlate, mio signore. Questo anziano cavaliere sarà onorato di servirvi -

            - Vorrei che mandaste Heinrich a Walkenstein...in incognito, se necessario. Siete ancora suo superiore gerarchico, non è vero? Bene, allora si può fare. Voglio che faccia tutto quanto è necessario per assicurare la protezione della principessa Desdemona...la promessa di Lothar -

            - Mio signore! - ansimò il vecchio  -Walkenstein è un paese nemico. Non accetteranno l’ingerenza di un uomo di Landor -

            - Lo faranno - replicò con calma il giovane.  - Diremo che sarà un ordine di Lothar, preso per il bene della sua fidanzata, in assenza del fratello. Del resto, non appena gliene parlerò, mi farà i complimenti  per averci pensato io al posto suo ...come sempre -

            - Perché, mio signore? -

            Moritz non rispose subito. Finì prima il suo cognac.

            - Lei e sua sorella sono assolutamente indifese. Il loro fratello è lontano, a combattere...e nessuno pensa alla loro sicurezza. Se sapeste come è stato facile per Lothar infilarsi nella sua camera da letto...devo fare qualcosa -

            - E la protezione di Heinrich...si dovrebbe estendere anche contro le ingerenze...di Lothar? -

            Moritz sorrise, senza rispondere.

            Il vecchio cercò di dissimulare la sua sorpresa. Ancora non sapeva se questa bizzarra decisione di Moritz fosse un’astuta strategia o solo l’espressione, per la prima volta in vita sua, di una genuina preoccupazione per qualcuno.

            - Lei com’è? - non poté fare a meno di chiedergli.

            Moritz si alzò, per andarsene. La sua visita periodica al suo vecchio protettore era finita.

            - Sprecata - gli disse solo, e se ne andò nella notte.

 

 

 

 

   Q

uando Heinrich di Saringen lo seppe, il vecchio Roderick aveva già elaborato una propria teoria al riguardo. Ma fece l’errore di tacerla al figlio, che lo fissava incredulo.

            -  Non potete dire sul serio. Ora comincia a dare ordini. Quell’uomo è matto! -

            - Quell’uomo è il tuo sovrano -

            - Accidenti, padre! Voi delirate! Io dovrei lasciare le mie truppe ed installarmi in un paese nemico...per proteggere una principessa il cui fratello, sicuramente, non accetterà una simile ingerenza. E tutto ciò perché un oscuro maggiore si crede Dio e da ordini al posto del suo sovrano! -

            - Dimenticherò queste parole irrispettose. E’ un ordine, e lo eseguirai. Sono ancora il generale in capo di stato maggiore dell’esercito di Landor...e tu nei sei solo un colonnello. Perciò, andrai. -

            - Lothar ci fucilerà tutti, per tradimento. E se non ci penserà lui, sarà Norelmeyer a farlo -

            - Lascia che Norelmeyer si occupi della politica del granducato...e tu guadagnati la riconoscenza del sovrano di Landor per esserti attivamente occupato del benessere della sua promessa -

            - Quale sovrano? Quello vero o quello presunto? -

            - Direi entrambi - concluse ambiguamente il vecchio. Poi, addolcì la voce - Andiamo, figliolo...cambiare aria ti farà bene. Sono anni ed anni che combatti...ed anni ed anni che piangi la morte di tua moglie Carolina. E’ ora che anche per te si aprano orizzonti nuovi -

            - Non parlatemi di Carolina. La scorsa settimana era il suo anniversario -

            - Lo so. Ho portato dei fiori sulla sua tomba. -

            Heinrich si sedette. Non poteva dimenticarla. La sua bella, giovane moglie...gli era stata accanto quasi dodici anni, dodici anni di serenità domestica. Solo un figlio era mancato loro per renderli ancora più felici. Poi, una breve malattia se l’era portata via in poche settimane. E lui era solo da allora. Un uomo solo di quasi quarant’anni, ancora nel pieno del vigore fisico, ma incapace di amare di nuovo.

            E con un padre vecchio e matto che prendeva ordini da un folle megalomane.

            Ma cos’altro gli restava da fare? Forse, proteggere una giovane principessa poteva rivelarsi più utile e soddisfacente di quell’eterno combattere di paese in paese, di campagna in campagna, cercando il solo sollievo di una fine prematura.

            - Mi accetteranno? -

            - Sta a te trovare il modo. Il sovrano tiene molto alla sicurezza della principessa Desdemona -

            - Quale dei due? - ripeté il figlio, e stavolta il vecchio non gli rispose.

 

 


 

Walkenstein, luglio 1851.

 

           

  D

esdemona provava gli abiti da pomeriggio appena inviatile da Parigi, quando la fedele Sandra la trasse in disparte per parlarle. La giovane principessa non si fece pregare: da quella famosa notte in cui Lothar le aveva rinnovato il proprio voto di fedeltà, si aspettava un suo messaggio da un momento all’altro.

            Ma ancora non era successo nulla.

            - Cose strane accadono, piccola mia - le disse la sua governante, avvezza a parlar chiaro. - Un uomo chiede di voi. Un altro uomo con l’uniforme di Landor. -

            - Lothar? - esclamò Desdemona, fuori di sé dall’eccitazione - O forse anche solo il suo messaggero...quel von Landau -

            - Non direi - Sandra ebbe una smorfia. Conosceva bene il resoconto delle due strane visite ricevute dalla sua principessa, e non le piaceva per niente. Lei era troppo innocente...e per quei due uomini era stato troppo facile giungere fino a lei. Quanto a von Landau, si era fatta una propria idea al riguardo. Ricordava bene quello strano bambino biondo con arie da padrone, conosciuto alla Residenza il giorno del fidanzamento. E non le era piaciuto neanche un po’. Non lo voleva vicino alla sua Desdemona. - Questo è decisamente più anziano. Direi che ha circa la mia età, una quarantina d’anni, più o meno. E, se non altro, ha avuto il buon gusto di presentarsi a volto scoperto, e con un biglietto da visita. Vi attende nel salotto cinese. -

            - Bene, vado subito -

            - Non prima di esservi tirata su i capelli, signorina! - la sgridò Sandra, come se lei fosse ancora una bambina. Ma Desdemona le fece una smorfia, e scappò via agilmente. E così la vide Heinrich di Saringen per la prima volta, non appena lei arrivò senza fiato e con i lunghissimi capelli dorati sciolti sulla schiena sulla soglia del salottino dove lei lo attendeva. Una visione di grazia e gioventù ed inconsapevole sensualità.

            Da perderci il cuore.

            Ora capiva tutto. Bisognava proteggere quel tesoro, Moritz aveva ragione.

            - Signore ....sono lieta di conoscervi. Mi portate notizie del mio fidanzato? -

            Di Saringen si inchinò profondamente. - Altezza Reale, permettetemi di presentarmi. Sono il colonnello Heinrich di Saringen, leale suddito del sovrano di Landor. Sì, è lui che mi manda, per pregarvi di accettare i miei servigi -

            - I vostri servigi? Ed a che scopo, signore? -

            - Al fine di proteggervi. Il granduca di Landor trova la vostra sicurezza deprecabilmente in pericolo...e desidera porvi rimedio mediante la mia presenza. -

            - Lui...si preoccupa per me? - deliziata, Desdemona si lasciò cadere su di una poltrona. L’uomo non ebbe certo il coraggio di disilluderla...e di dirle che in realtà quell’ordine partiva da un oscuro sottoposto del suo fidanzato.

            - Naturalmente -

            - Io...non so se posso accettare. Mio fratello è lontano, in questo momento, a Postdam -

            - Lo so. Credetemi, non ci sono secondi fini politici nella mia proposta. Ma solo la sincera preoccupazione di un uomo...che vi vuole bene -

            Desdemona lo scrutò a fondo con i suoi penetranti occhi scuri. Quell’uomo le piaceva. Era alto, saldo, diritto. Forte nel vigore dei suoi anni, temperato da prove molto dure. Lo vedeva, lo capiva.

            E onesto. Lo sapeva.

            Qualcosa dentro di lei le aprì un sorriso. L’inquietudine provata la notte in cui Lothar le aveva reso visita parve sparire. Lui davvero pensava a lei, ed al suo bene...se le aveva mandato quest’uomo, di cui provava un’immediata quanto totale fiducia.

            - Sta bene. Potete restare. Vi darò un alloggio qui alla Residenza. In assenza di mio fratello, mia sorella ed io decidiamo di tutto ciò che accade nel principato. Scriverò a Franz e chiederò la sua opinione, ma sino ad allora sarete mio gradito ospite -

            - Vi ringrazio, Altezza Reale. Non desidero altro che di portare a termine il compito che il Vostro promesso mi ha impartito -

            Heinrich non poté trattenere l’impulso cavalleresco di prendere la mano bianca e delicata che lei gli tendeva sorridendo e di sfiorarla con le labbra.

            Era bellissima.

            Ripensò al sibillino commento di Moritz, che suo padre gli aveva riferito.

            Era sprecata.

 

 

 

   Q

uello stesso giorno, Heinrich cominciò il suo delicato compito ispezionando i quartieri delle due principesse. Moritz aveva avuto ancora una volta ragione: per chiunque, anche solo per dei balordi, sarebbe stato facilissimo penetrare in quelle stanze.

            Legioni di giardinieri curavano i meravigliosi giardini all’italiana, ma nessun armigero, a parte qualche presenza puramente formale dinnanzi ai saloni più importanti, proteggeva le due giovani nobildonne. Heinrich chiese ed ottenne dalla principessa Desdemona il permesso di riorganizzare la guardia di palazzo.

            E le fece anche promettere di porre fine a passeggiate a cavallo nel parco senza scorta.

            Con un delizioso sorriso, la principessa lo aveva accontentato. - Ma solo se sarete voi ad accompagnarmi, colonnello...così parleremo di Lothar, e del mio futuro Paese -

            Il pomeriggio seguente all’arrivo di Heinrich a palazzo, il colonnello fu costretto ad acconsentire alla prima di quelle passeggiate. Senza fiato, vide la principessa venirgli incontro dalle scuderie: era semplicemente perfetta in quel vestito da amazzone di velluto nero, con il piccolo cappello sui capricciosi ricci biondi, per una volta trattenuti a stento. La camicetta bianca, dal collo di pizzo, sottolineava il delicato candore del suo collo.

            Heinrich non poté fare a meno di guardarla come un uomo guarda una donna desiderabile. Dannazione, se lo era! Gambe lunghe e nervose, mani salde sulle redini, uno sguardo scuro come l’inferno dove annegava un’espressione lontana ed indefinibile, che faceva di quella fanciulla già una donna. Nervosamente, il maturo colonnello diede uno strattone al suo cavallo. Non aveva pensato a questo quando aveva accettato tale assurdo incarico. Non aveva creduto che lei potesse essere così seducente...e che gli facesse pensare improvvisamente a quanto tempo era passato da che aveva fisicamente amato una donna.

            “Devo prendermi una prostituta” si disse, in modo pratico, mentre lei rideva innocente. Ora capiva perché Moritz volesse proteggerla. Persino lui se ne era accorto. E questo spiegava tutto.

            Desdemona di Walkenstein era una donna nata per essere portata a letto, e per essere al contempo amata con tutto il cuore. Era una di quelle rare creature capaci di ispirare insieme sia passione che tenerezza, innocenza e perdizione. E non poteva essere diversamente. Non se si pensava alla donna che era stata sua madre.

            Heinrich ricordava bene Rosaleen di Walkenstein. Bella come un angelo caduto. Il cuore, forse, altrettanto nero. Capace di tutto pur di vivere il suo illecito amore con il granduca Magnus. Lui sapeva di cosa era stata capace.

            Sarebbe stata così anche Desdemona, quando avesse amato? Oppure il suo fulgido, innocente cuore, sarebbe andato tutto al suo promesso, il suo Lothar, senza dubbi, senza riserve?

            Si accorse d’un tratto, perso nelle sue fantasticherie, che lei lo stava osservando.

            - Colonnello...parlatemi di lui -

            - Del granduca Lothar? -

            - No, cosa avete capito... - rise la principessa - Ne abbiamo già parlato ieri. Volevo sapere qualcosa di più del suo luogotenente...quel von Landau. Non vi sembra un tipo strano? -

            Heinrich la fissò, come se non la comprendesse. La ragazza gli chiedeva di Moritz. Dannazione...perché?

            - Non c’è molto da sapere. E’ un soldato. Un bravo soldato -

            - Lo ricordo da bambino - Desdemona si mangiò un’unghia, pentendosi immediatamente. Se solo l’avesse vista Sandra... - Era così solo. Mi faceva pena. Credo che sia orfano -

            -  Sì, di entrambi i genitori -

            - E’ molto amico di Lothar. Credo che il mio promesso si fidi ciecamente di lui. Voi, che opinione ne avete? -

            - Non saprei cosa dirvi - balbettò quasi Heinrich. - Non  lo conosco bene. -

            - E’ di famiglia onorata? -

            - Molto -

            - E’...fidanzato? -

            - Non credo -

            Frustrata dalla sua reticenza, Desdemona spronò il suo cavallo. Heinrich la seguì, e la raggiunse prima che giungessero al limite estremo del bosco. - Non fatelo più! - le gridò quasi, innervosito - Potreste cadere, e farvi male...e sapete quanto lui tenga alla vostra salute! -

            - Von Landau? - ironizzò Desdemona, divertita dalla protettività dell’uomo.

            - No...il vostro promesso. Il granduca -

            - Su, calmatevi, colonnello - La ragazza gli sorrise, scendendo agilmente di cavallo e venendogli incontro. Per timore che la propria cavalcatura si imbizzarrisse, Heinrich fece altrettanto, e così i due camminarono per un poco accanto alla riva di un piccolo torrente.

            - Mi incuriosisce. - gli confessò Desdemona. - Così freddo, controllato...glaciale. Mi chiedo se non sia tutta una posa. Sì, deve essere così. Forse ha molto sofferto durante l’infanzia. Cosa ne pensate? -

            - Come vi ho detto, non lo conosco bene. Ma mio padre è suo amico e protettore. E...adora quel ragazzo, come un figlio. A volte, vi devo ammettere che ne sono stato quasi geloso, quando ero più giovane -

            - Parlate come se foste vecchio - rise Desdemona - Andiamo! La nostra corte è piena di belle signorine, e potrete fare facilmente strage di cuori con la vostra bella uniforme di Landor! -

            - Sono vedovo da alcuni anni, Altezza Reale. -

            - Appunto. E’ ora che vi risposiate. Suvvia, ho perduto padre e madre così presto che quasi non li ricordo. Almeno voi...vorrete essere mio amico? -

            - Ne sarò onorato, Altezza Reale. -

            Le baciò nuovamente la mano che lei gli tendeva con naturalezza, avvezza agli omaggi ed al sincero affetto dei suoi cortigiani. Poi, come la bambina che in fondo ancora era, lei corse via verso il suo cavallo, ansiosa di ritornare alla Residenza.

            Con orrore, Heinrich si rese conto che quell’incontro con quella seducente principessa minacciava suo malgrado di scombussolargli l’esistenza.

           

           

           

           

 

  E

d il primo problema per Heinrich si presentò assai prima del previsto.

Una sera, il colonnello ricevette un breve messaggio. E capì che, suo malgrado, doveva compiere il suo dovere fino in fondo.

            In quei pochi giorni trascorsi da che si era trasferito alla Residenza, nel piccolo e bellissimo Principato di Walkenstein, si era conquistato grazie alla sue maniere schiette e leali la simpatia della principessa e della sua governante, al punto da essere ammesso nelle stanze di Desdemona anche senza preavviso. Quella sera, mentre una calda e fragrante notte estiva si spandeva nel vicino parco, Heinrich chiese udienza a Desdemona, tranquillamente ritirata nel suo piccolo studio per scrivere alcune lettere.

            - Altezza Reale, mi duole disturbarvi a quest’ora, ma ci sono delle novità -

            - Colonnello....venite, vi prego! Vi farò servire del cognac, se ne desiderate -

            - Perché no - sospirò Heinrich, mentre la principessa suonava il campanello per la servitù. Ad un suo cenno, si sedette in una larga poltrona davanti al piccolo scrittoio dove la ragazza stava lavorando. Era così bella,  così serena, in quella sua intimità familiare, da ricordargli tutte le felici sensazioni di pace e serenità provate con la sua defunta moglie...quella ragazza avrebbe reso felice qualunque uomo. Lothar di Landor era un uomo doppiamente fortunato.

            Heinrich accettò il cognac offertogli dal lacché, e poi si accinse a parlare. - Il vostro promesso, Altezza, vi invita ad un ballo che si terrà il prossimo giovedì a Landor...presso il palazzo di vostra zia, la contessa Norelmeyer -

            - Ma è meraviglioso! - sbottò Desdemona, girandosi di scatto verso di lui. - Cosa devo indossare? E come andremo lì? -

            - Non vi accompagnerò io - le disse Heinrich. - Sua Altezza Reale il granduca Lothar desidera che sia un altro a prendervi in consegna -

            - Un altro? - si chiese perplessa Desdemona. - Perché? Chi meglio di voi? -

            Il biglietto ricevuto bruciava nelle tasche del colonnello. Era un biglietto vergato in fretta, contenente un ordine secco, impartito da un uomo che non ne aveva alcun diritto...

            “Di Saringen, giovedì alle nove prenderò personalmente in consegna la principessa Desdemona. La porterò ad un ballo dai Norelmeyer. Non occorre che ci accompagnate. Moritz von Landau”.

            Esattamente, si chiese Heinrich, da chi dovrei proteggerla?

            - Il suo fidato luogotenente, naturalmente. Von Landau - Ecco, l’aveva detto. Lo ripagò malgrado tutto la smorfia delusa della ragazza.

            - Credevo che Lothar sarebbe venuto di persona, questa volta. Von Landau non ha simpatia per me. Di questo sono certa - Desdemona sorrise al suo interlocutore. - Non come voi. Di certo, voi ed io ci saremmo divertiti di più -

            - I desideri del mio sovrano sono ordini - commentò ambiguamente Heinrich, preparandosi ad accomiatarsi.

            - Aspettate! - lo fermò lei. - Voi siete un uomo esperto...cosa dovrei indossare? Non vorrei apparire troppo provinciale... -

            - Non è un’occasione formale...ed in fondo, è qualcosa di più simile ad una riunione familiare. La contessa Norelmeyer era sorella di vostra madre...ed il granduca è il vostro promesso. Qualunque cosa indosserete, sarete bellissima. - Si inchinò, aspettando che lei, come suo diritto, lo congedasse.

            - Davvero mi dispiace che non andiamo insieme. Mi sto affezionando a voi, colonnello -

            - Ne sono onorato e felice, Altezza Reale -

            Lei gli tese la mano per il suo bacio, come al solito. Heinrich capì che era bello e spontaneo quel sentimento di fiducia che le aveva ispirato in quei pochi giorni, ma non per questo meno pericoloso per il proprio equilibrio interiore. La ragazza aveva la metà dei suoi anni, era fidanzata con un principe, segretamente protetta e seguita da un altro, e tutto li divideva. Sarebbe stata follia continuare a pensare a lei con desiderio, come talvolta, anche troppo spesso, gli capitava di fare.

            Era stato abbastanza al mondo per capire che era assurdo anche solo sperare.

            Eppure, una vocina interiore gli diceva che, se l’avesse saputa meritare, forse un giorno lei sarebbe potuta essere sua, per quanto questo, ora, apparisse impossibile.

            E quella vocina non voleva tacere.

 

 

  - A

ndiamo? -

Desdemona quasi sussultò al breve, rude comando. Aprì la bocca istintivamente per rimettere al suo posto quell’insolente, quando qualcosa la bloccò.

            Non l’aveva mai visto così, in piena luce.

            I loro precedenti incontri erano sempre avvenuti di notte, in luoghi bui, pieni di ombre. Ma oggi, in piedi nel grande atrio della Residenza che portava alle stanze delle principesse di Walkestein, sotto la luce dell’enorme lampadario di cristallo di Murano, Moritz von Landau sembrava un altro uomo. C’era nel suo aspetto fisico, in tutta la sua presenza, un tratto insieme inquietante e magnetico, che - in quell’istante - la lasciava semplicemente senza parole.  Era di statura superiore alla media, ma non troppo, e molto snello, ma non eccessivamente. Comunicava una sensazione di forza nervosa, contenuta, agile, intimamente elegante. L’uniforme rossa dagli alamari neri splendeva alla luce delle mille candele, e con essa contrastava il fulgore di quei suoi assurdi capelli biondi, sempre troppo lunghi sul collo e troppo lucenti, lucenti come argento filato.

            Era un uomo insolito. Lui sollevò un istante il capo, con il suo fare naturalmente altero, e Desdemona rabbrividì nel leggero vestito di tulle color albicocca al vedere i suoi occhi freddi e dorati come topazi.

            - Dio mio, Sandra, ma chi è quel tipo? - sussurrò la principessa Adelaide alla fedele governante, scesa dalle sue stanze per ammirare la toeletta della sorella e darle il suo bacio di commiato.

            - Nulla di buono, mi pare - borbottò la donna.

            - Altezza Reale - si corresse lui, con voce fredda, leggermente metallica. -  Ci attendono -

            Desdemona ebbe abbastanza prontezza di spirito per contraddirlo, dopo essersi ripresa dal suo momentaneo sbalordimento. - Non prima che io mi sia congedata da mia sorella , signore - Fece qualche passo, maledicendo le scarpine con i tacchi troppo strette che era stata costretta ad indossare per quel ballo, ed abbracciò Adelaide. La sorella la strinse. - Attenta a quello lì. Rimettilo al suo posto, se solo osa... -

            - Non oserà - sussurrò Desdemona, arrossendo. - Non è quel tipo di uomo -

            Sandra continuava a fissare con malanimo il giovane ufficiale. Ecco, del tutto dimostrata l’inutilità di quel colonnello di Saringen! Dov’era ora, che serviva? Doveva davvero lasciare andar via la sua principessina nella notte con quella belva?

            Von Landau batté i tacchi e si accomiatò dalla principessa Adelaide. Poi, porse il braccio a Desdemona. Lei lo prese, quasi esitando, ricordando come lui avesse desiderato sottrarsi al suo tocco durante il loro primo incontro. Ma questa volta non c’era altro da fare. Cominciarono a camminare verso la carrozza priva di stemma che li attendeva, e lei sentiva in quel contatto la sua forza contenuta, che intimamente la spaventava.

            E’ assurdo. Non devo avere paura di lui. E’ l’amico più fidato di Lothar. E Lothar mi ama.

            Infatti, non aveva paura. Si sedette in carrozza davanti all’uomo e lo fissò senza timore. Capì che doveva superare quell’assurdo disagio. In quel momento, lui non era che una specie di servitore. Innocuo.

            Appena la carrozza si mise in moto, il servitore la prese tra le braccia. Troppo sconvolta e sorpresa per reagire, Desdemona subì il suo abbraccio. E quando Moritz le prese la bocca, lei ansimò. Oh, mio Dio, pensò confusamente. E’ matto. Completamente matto. Lothar lo ucciderà per questo.

            Ed anch’io sono matta. Perché non lo faccio smettere?

            Non smetteva. La dolcezza delle sue labbra, combinata alla forza delle sue braccia, le stava facendo perdere la testa. Il bacio continuò lunghissimo, dolcissimo. Moritz le fece rovesciare la testa sul suo  braccio, e riprese a baciarla più intensamente, aprendole le labbra, costringendola ad accettarlo fino in fondo. La dolcezza selvaggia di quel momento andò alla testa di entrambi. Desdemona non capiva più niente, se non che non voleva che smettesse.

            Ma smise.

            Sconvolta e spettinata, Desdemona si riappoggiò allo schienale, fissandolo, mentre lui guardava fuori dal finestrino, apparentemente dimentico della sua presenza. Come se niente fosse accaduto.

            - Riportatemi alla Residenza. - gli disse lei, e le parole le uscirono di bocca, quella bocca ancora gonfia dei suoi baci, con difficoltà, come in un grumo di rabbia e rancore. - Subito -

            - No - disse solo Moritz, senza guardarla. Si passò una mano tra i capelli, che lei non aveva potuto evitare di accarezzargli durante i loro lunghi baci, e cercò di rimetterli a posto. Quell’unico gesto svelò la sua umanità, troppe volte soffocata. Lei sentì che dentro le si combattevano rabbia e tenerezza. Vedeva in lui più persone. Il fedele luogotenente di Lothar. Il povero bambino orfano e disprezzato. L’amante esigente che si era appena rivelato.

            Non lo capiva. E la sua rabbia, in quella profonda incomprensione, suo malgrado si stemperava. Fissava la sua bocca, la sua piega morbida che, un tempo, non aveva saputo comprendere. Ora sapeva. Quella bocca era fatta per baciare la sua, per darle sensazioni che mai avrebbe pensato di provare. Al confronto, i baci ricevuti da Lothar impallidivano, diventavano ricordi inconsistenti.

            Ma Lothar era il suo fidanzato. E quest’uomo non era nessuno. Ed aveva osato l’impensabile.

            - Dimenticate, Desdemona, come dimenticherò io -

            - Perché? - gli chiese lei. - Perché mi avete fatto questo? -

            - Non vi posso rispondere. Non ancora. Forse mai -

            - Non accetto questo da voi! Non mettetemi da parte come se fossi una bambola! Mi dovete delle spiegazioni! -

            Lei lo fissava senza paura, i riccioli d’oro che già minacciavano di rovesciarsi sulle sue spalle nude, la bocca rossa e resa più morbida dai suoi baci, gli occhi scuri e tempestosi. Una donna coraggiosa. Una donna forte. La sua granduchessa.

            Ma era un cammino lungo, difficile ed impervio, forse addirittura impossibile. E lui aveva sbagliato tutto. Dannazione! Perché mai aveva ceduto, quella notte, al richiamo della sua bellezza, della sua personalità solare, positiva, così diversa dalla propria, resa lunare e fredda da una difficile infanzia, da un futuro incerto? Non aveva mai pensato che la serata dovesse finire così. Aveva manovrato per essere lui ad accompagnarla fino a Landor, quella notte, solo per poterla proteggere....e, sì, forse un po’ anche per starle vicino. Solo vicino. Senza parole. Maledizione, senza nemmeno toccarla.

            Ma il caldo, il buio, i pizzi di lei, tutto gli era andato alla testa.

            - Avanti, Moritz von Landau, parlate! Spiegatevi ora...od altrimenti non vorrò mai più vedervi in vita mia, e vi proibirò qualsiasi accesso a Walkenstein, dovessi pure infrangere gli ordini di Lothar! -

            - Ho sbagliato. Se volete denunciarmi al granduca, fatelo pure. Ne avete ogni diritto. Altrimenti, tacete. Ed io pure tacerò per sempre. -

            - Cosa ci guadagnerei dal denunciarvi? - esclamò amaramente la ragazza. - Non sono forse colpevole quanto voi? Non vi ho affatto resistito. Signore, ho resistito ai baci del mio promesso di sempre...ma non ai vostri! Questo solo fatto non mi condanna al par vostro...e forse di più? -

            - Dimenticate il vostro rango, Altezza Reale. Non avevo alcun diritto di farvi questo. Io sono solo un ufficiale di oscure origini, un sottoposto del vostro fidanzato. E voi, una principessa di sangue reale, la futura granduchessa di Landor. -

            - Non vi ho resistito - ripeté lei, come incredula nel prendere atto di quella sconcertante realtà. - Vi dovete chiedere che genere di donna io sia -

            - Una donna fedele ed onesta. Tutto il resto non esiste. Tutto il resto è stata una fantasia notturna, da dimenticare. Andrete nella sala e ballerete con il vostro promesso, ed io sparirò per sempre. Troverò qualcun altro che vi accompagni a casa -

            - No. Daremo troppo nell’occhio. Accidenti, Moritz! Quanto è successo stasera ci condanna entrambi. - Desdemona scosse il capo, con l’unico risultato di peggiorare lo stato già precario della propria acconciatura. Moritz le si sedette accanto, e trasse un pettinino dalla piccola borsetta di perline ricamate che lei aveva. Senza parole, cominciò a pettinarla, raccogliendo con abilità i lunghi ricci attorno ai piccoli fermagli di topazio che lei portava disseminati nella bionda capigliatura come stelle notturne. Sconvolta per la sua vicinanza, per il tocco agile e lieve delle sue dita, Desdemona chiuse gli occhi. Stava male, si sentiva quasi svenire. Risentiva il suo odore, il suo sapore, attorno a lei, sulla sua pelle, sulle sue labbra.

            Per la prima volta in vita sua, stava sperimentando il desiderio.

            Nemmeno Moritz resistette. Le era così vicino...Era la cosa più naturale del mondo, la più inevitabile. Ripresero a baciarsi, e nessuno dei due avrebbe saputo dire chi per primo avesse ricominciato. La mano di lui scivolò nella sua casta scollatura, assaporando la consistenza di quel seno sodo, giovane, mai sfiorato prima neppure da uno sguardo. La bocca di lei sapeva di miele profumato, le sue labbra erano fatte per aprirsi alle sue, la sua lingua per accarezzarlo. Le dita abbronzate di lui scivolarono fin sopra la morbida punta di un suo seno, facendola dolcemente, dolorosamente inturgidire, e lei, per la prima volta, comprese che il suo corpo poteva cambiare sotto il potere di quella carezza. Il gemito che uscì dalla gola della ragazza li scosse entrambi, costringendoli di nuovo a separarsi. Era il gemito di una donna in amore. E parlava di totale, completa disponibilità.

            Una disponibilità, in quel momento, impensabile per entrambi.

            - Mio Dio...stavolta abbiamo proprio esagerato. Moritz...deve finire qui .-

            - Lo so. Ve lo prometto -

            - Ve lo prometto anch’io - disse Desdemona, sincera fino all’eccesso. Non voleva negare la propria parte di responsabilità. Anche se le gambe ancora le si piegavano per l’amorosa debolezza che i suoi baci e le sue carezze le avevano procurato. Ed il suo seno risvegliato a nuova vita premeva contro lo stretto corpetto ricamato, come ansioso di nuove, inaspettate carezze.

            - Venite...siamo arrivati -

            Il palazzo dei Norelmeyer si ergeva all’interno di un piccolo, curato giardino, illuminato dalle luci colorate di una festa estiva all’aperto. Desdemona entrò in quel mondo al braccio di Moritz guardando tutto ciò che era intorno a sé con una consapevolezza nuova, stranita. Dentro di sé, riprovava le meravigliose sensazioni appena provate, anelava al tocco di quell’uomo, ai suoi baci dolci e tremendamente sensuali, alla carezza dei suoi capelli di seta sul collo, al calore delle sue dita sul seno.

            Doveva dimenticarlo. Perché era assurdo. Perché era impossibile. Perché lei era una principessa di Walkenstein, ed aveva dato la propria parola a Lothar di Landor. E perché lei non poteva, non doveva avere un amante. Non aveva le idee chiare al riguardo. Non sapeva se avere un amante fosse proprio così o comportasse qualche maggiore, al momento impensabile, intimità. Ma sapeva che, per lei, era comunque impossibile.

            - Mio Dio, Desdemona...mia adorata. La vostra presenza rende questa notte preziosa...e degna di essere vissuta. -

            Desdemona rientrò in sé quel tanto che era necessario per tendere la mano la proprio fidanzato, Lothar di Landor. Lui la baciò, e poi le sfiorò la fronte con le labbra. Lei rabbrividì, temendo che lui potesse baciarla sulla bocca ancora dolorante...ancora profumata dei baci di un altro uomo.

            “Che essere immondo e perverso che sono, mio Signore” pregò tra sé e sé “Tieni questo demonio biondo lontano da me. Salvami prima che commetta qualche altra sciocchezza”.

            - Vi ringrazio, Lothar. Il vostro invito mi commuove. -

            - Venite. Vostra zia vi attende. E’ ansiosa di rivedervi -

            Margaretha Naestved, contessa Norelmeyer, era  una bella donna bionda ed alta che, a suo tempo, si era saputa guadagnare l’ammirazione ed un’offerta di matrimonio da parte del granduca Magnus, da poco rimasto vedovo. Per motivi che nessuno era mai riuscito davvero a capire, aveva rifiutato quel meraviglioso partito per sposare invece il conte Norelmeyer...ed ora regnava sulla sua casa, sul suo cuore, e sui loro sei figli, il maggiore dei quali, David, era coetaneo di Desdemona.

            Nervosissima, Desdemona si impose di non girare il capo per seguire con lo sguardo la schiena di Moritz che si allontanava, si confondeva tra gli invitati. Accettò l’omaggio della zia, chinandosi a sua volta con affetto. Non vedeva spesso zia Margaretha, ma era il suo ultimo legame con la famiglia di sua madre, e ci teneva a lei. Sapeva che quando sarebbe stata la sposa di Lothar, sarebbero state molto più vicine, ed avrebbe probabilmente nominato la zia quale propria dama d’onore.

            - Vorrei che tu stasera ballassi con David. E’ appena rientrato dall’accademia militare...e non vede l’ora di cimentarsi nel valzer -

            - I tuoi desideri sono ordini, mia cara zia. Ma credo che anche il mio fidanzato mi reclamerà-

            - E’ naturale - sorrise Lothar. - Ma non posso tralasciare di adempiere le volontà di una così bella dama, quale la contessa Norelmeyer. Riservate pure un ballo al tenente Norelmeyer, mia cara. Ed anche al maggiore von Landau, se lo desiderate. E’ stato così gentile a condurvi qui in tempo. Di solito, le belle dame amano farsi aspettare  -

            - Non...non credo che voglia ballare. E poi...il mio carnet sarà già pieno. A parte David, tutte le mie danze saranno vostre, mio signore. -

            - Venite, Desdemona. Muoio dalla voglia di baciarvi. Siete così bella...stanotte. -

            Lei impallidì suo malgrado. - Siete audace, mio signore. Per ora, fatemi ballare. -

            - Come desiderate - cedette lui. - Andiamo, allora...non aspettano che noi per aprire le danze.-

            Desdemona lo seguì con le gambe che le tremavano. Tutti gli invitati la scrutavano con ansia e curiosità. Nessuno di loro aveva mai visto la giovane principessa di Walkenstein da che era giunta all’età adulta. Eppure, tutti ricordavano la sua bella ed imperiosa madre, a cui lei assomigliava, se non nei colori, almeno nella sontuosa bellezza del corpo, nel portamento. Era bellissima. Sarebbe stata una sovrana perfetta per quel piccolo regno.

            - Non ho nemmeno uno chaperon - si lamentò Desdemona molti valzer più tardi, i piedi doloranti stretti nelle scarpette troppo piccole e tanta voglia di piangere per il nervoso, la rabbia e la frustrazione. - Non potete portarmi in un angolo buio del giardino, Lothar. Non possiamo sparire, semplicemente  -

            - Tesoro mio, saranno molto lunghi questi sei anni di attesa, se voi sarete sempre così ritrosa. Un bacio ed una carezza non possono poi farvi male. -

            Desdemona, che stava assaggiando svogliatamente un pasticcino, quasi si strozzò. Cosa si aspettava da lei, il suo promesso? E perché mai parlava di baci...e di carezze? Voleva forse da lei quello che si era preso...l’altro?

            Dio, ne aveva ogni diritto. Lui sì. Moritz no.

            Ma non stanotte. Stanotte, no. Non avrebbe potuto sopportarlo.

            - Ho mal di testa - si difese. - E vorrei tornare a casa. Perché non mi accompagnate, Lothar?-

            - Mi piacerebbe, mia adorata. Ma non posso lasciare la festa. Ho alcune importanti questioni da discutere con il conte Norelmeyer. Sono certo che Moritz sarà felice di accompagnarvi. Lui non si diverte mai a queste feste. -

            “No, si diverte prima” pensò Desdemona, con una piccola smorfia. In quel momento, David Norelmeyer venne ad esigere il suo valzer. Lei guardò appena il cugino. Era alto e snello, con capelli biondi tagliati cortissimi, e con occhi grigi a dir poco freddi. Acconsentì a ballare, ed accettò l’inchino deferente del giovane.

            - Walkenstein non è un nostro alleato, Altezza Reale. Le vostre nozze con il granduca Lothar porteranno pace e prosperità tra due antichi nemici. - le disse lui, mentre cominciavano a ballare.

            - Nemici? - si sorprese lei. - Non ho mai inteso che i regni di Walkenstein e Landor fossero nemici. Soprattutto, considerando che apparteniamo alla stessa famiglia...i Walkenstein - Estembourg. -

            - Già . - ammise il giovane, con tono glaciale, da degno figlio di suo padre, il cinico conte Norelmeyer, a detta di tutti un mostro assetato di potere. - Strane e curiose queste parentele. Vostro padre ed il padre di Lothar erano cugini. E vostra madre e mia madre erano sorelle. Non avete paure delle conseguenze di tutto ciò? -

            - Cosa volete dire, esattamente? Credete che il Papa non ci darà la dispensa? Possibile? Due famiglie regnanti? -

            - Sì, credo che non ci saranno problemi. Non dovrebbero esserci problemi neppure, ad esempio, se voi sposaste me -

            Francamente divertita, Desdemona scoppiò a ridere. - Ma noi siamo cugini primi, e non ci sposeremo comunque. Ditemi, David, siete già fidanzato? -

            - No, certo. Né credo che mi sposerò mai. Ci hanno già pensato i miei fratelli -

            - E’ vero. Katerina è già vedova...ed è più giovane di me. Non è strano?-

            - No, se considerate che ha sposato il principe Bouginskaj a quattordici anni. E Gunther si sposerà la prossima estate, con la contessa Xenia Vadine -

            - La vostra famiglia ama le unioni dinastiche con le famiglie ucraine. Come mai? -

            - I Bouginskaj erano amici di mio zio, il padre della vostra madrina, Alexandra di Vorst. Ed anche di vostro padre. Il suocero di mia sorella fu un amico d’infanzia del principe Karl - Heinz di Walkenstein. -

            - Non lo sapevo. Non abbiamo più nessun contatto con alcuno di loro - ammise Desdemona. - Io ed Adelaide passiamo la vita chiuse a Walkenstein...e Franz in giro per l’Europa a combattere con i prussiani - 

            - E non è un peccato? Mi auguro che diveniate presto la nostra sovrana. Ora, scusatemi: ma il vostro promesso vi esige -

            Lothar, sorridendo, veniva verso di loro. Lei, per la prima volta da che lo conosceva, non fu colpita al cuore dalla sua sfolgorante  bellezza virile. Continuava a lottare per soffocare in un angolo della sua memoria il ricordo di quanto era avvenuto prima, in carrozza. E continuava a perdere con se stessa.

            Con la coda dell’occhio, vide che Moritz parlava con una donna. Dai capelli scuri, e dal portamento eretto, la riconobbe per la propria cugina, la principessa Katerina Bouginskaja, nata Norelmeyer. Non bella, ma avida di vita. Vedova a diciotto anni.

            Una violenta ondata di una sensazione sino ad allora mai provata invase Desdemona. Quella ragazza stava civettando con Moritz. Dio, era vedova, libera, ricchissima. Cosa voleva da lui? Ed era così brutta, così incolore accanto a lui...

            - Voglio tornare a casa. Lothar, vi prego, richiamate von Landau. Oppure, ancor meglio, portatemi a casa voi -

            - Non posso...lo sapete. - Con un rapido gesto, Lothar richiamò l’attenzione del suo sottoposto. Moritiz si raddrizzò con calma, e baciò la mano della giovanissima vedova, dopo aver scambiato con lei alcune parole.  Poi, si diresse verso di loro, tranquillo e corretto come al solito.

            - La mia promessa desidera ritirarsi. Moritz, amico mio, saresti così cavaliere da riportarla sana e salva a Walkenstein? -

            - Ai vostri ordini, Altezza Reale -

            - Ecco, è giunta l’ora. Vi devo riconsegnare a lui, Desdemona. A presto, dunque. Saremo soli, allora...senza tutta questa gente. E mi sentirò quindi libero di esprimervi la mia devozione -

            Sospirando di sollievo, Desdemona gli tese una mano per il bacio. Poi, si allontanò al braccio di Moritz, la stessa mano che tremava. Fino a quando non furono in carrozza, le sembrò di sentire su di sé lo sguardo accusatore di tutti i partecipanti alla festa.

 

 

 

 

   - G

lielo direte? -

- Lo temete? -

- No, affatto. Sono pronto a parlargliene io stesso, se lo desiderate. Me ne assumerò ogni responsabilità. Dirò che vi ho forzata. -

            - Oh, andiamo, Moritz. Questa non è la verità -

                - Credete che di tanto in tanto non sia forse necessario mentire? Io lo faccio da quando sono nato. - sbottò Moritz.

            - Davvero? E’ questo il segreto della vostra compostezza? Soffocate tutto? Anche i sentimenti? -

            - Non so nemmeno se ne ho ancora - confessò Moritz, sincero con qualcun altro forse per la prima volta. - Forse non ne provo, semplicemente. - Era strano, ma era più facile parlare con lei ...più facile che con chiunque altro al mondo. Anche di cose che non aveva mai ammesso neppure con se stesso.

             - Avete provato qualcosa con me, questa notte -

            - Forse era solo desiderio -

            - Cos’è il desiderio, Moritz? - gli chiese lei, gli occhi che le si chiudevano per la stanchezza, il rumore degli zoccoli dei cavalli, la notte calda e profumata fuori dal finestrino aperto della carrozza.

            - E’ una sensazione che ha a che vedere con il corpo, e non con l’anima. Sono un uomo, siete una donna. Sono cose che succedono. Vi ho desiderato. -

            - Allora, vi ho desiderato anch’io. Non sapevo cosa volesse dire, ma ora lo so. -

            - E’ sbagliato. Lo capite vero, che è sbagliato? -

            - Cosa voleva da voi Katerina Norelmeyer? -

            - Nulla. Parlare come si parla ad una festa. Di tutto e di niente -

            - Non mi piace - sbottò Desdemona.

            - Come potrebbe piacervi? - sorrise Moritz, per la prima volta in quella lunga, interminabile serata. - Voi siete bella e buona, generosa e leale. Lei è brutta e meschina, piena di soldi e di malignità. -

            - Davvero pensate questo di me? Che io sia buona...e leale? -

            - E generosa e bella. - ribadì l’uomo - Desdemona, per il vostro bene, dimenticate il mio errore -

            - Caso mai, il nostro errore. D’accordo, faremo come se non fosse mai accaduto. Ma non chiedetemi di dimenticare. Non ci riuscirei mai. -

            - Desdemona...ci sono tante cose che vorrei dirvi. Tanti vecchi segreti che vorrei condividere con voi...ma per il vostro bene, devo tacere. Almeno, per ora. -

            - Di cosa parlate? Quali sono questi segreti? - si sorprese lei. Comprese che l’uomo, nonostante tutte le sue dissimulazioni, in quel momento era mortalmente serio.

            - Fidatevi di me. E badate a voi stessa. Di Saringen è un amico leale e vi proteggerà a costo della vita. Io andrò lontano, devo combattere ancora, combattere sempre...ma lui starà con voi. Non allontanatelo mai da voi. E’ e sarà il vostro unico, vero amico, mentre io non ci sarò. -

            - Perché dite questo? E Lothar? Non dovrei fidarmi di lui? -

            - Lothar è un principe. Sapete cosa ciò significa? Probabilmente lo scoprirete presto. Se non volete dimenticarmi, almeno ricordate anche quanto vi sto dicendo. Aspettate tutti i sei anni, non fate nulla per affrettare le vostre nozze. Nel mentre, non concedete nulla a Lothar che non sia dovuto prima  del matrimonio. Affidate la vostra vita a di Saringen. E non fidatevi di nessuno dei Norelmeyer. -

            - E voi? Moritz....voi non ci sarete più accanto a me? -

            - E’ una lunga e difficile strada la mia...appena iniziata. Non dimenticate queste mie parole. Non vi dico addio, questa  notte...ma solo arrivederci. -

            - Dite ciò per quello che è successo tra di noi. Credete che non potrei più essere una moglie fedele per Lothar, se voi rimaneste -

            - In verità, credo che la vostra vita ne verrebbe distrutta. -

            - Perché?-

            - Dannazione! - sbottò Moritz, per una volta sinceramente infuriato. - Non capite che per noi è troppo presto?! -

            - No, non capisco... -

            Sconsolata, Desdemona scosse il capo. La carrozza si era fermata in un viale laterale della Residenza, come per non dare troppo nell’occhio. Moritz la prese per mano, e lei tremò a quel nuovo contatto. Spingendola dolcemente fuori dall’abitacolo, la fece uscire e la fece camminare verso la porta - finestra che sapeva portare alle sue stanze.

            - Dormite bene, Desdemona. E non dimenticate le mie parole. Se per voi hanno qualche senso...trattenetele nel cuore. -

            - Quello che voi avete detto mi rende ancora più confusa. Voi giocate con i miei sentimenti, Moritz! -

            Esausta, si abbandonò tra le sue braccia. Quella lunga notte le aveva logorato i nervi. Le ambiguità di Moritz le facevano male, la lasciavano in uno stato di assoluta incertezza.

            - Buonanotte - Moritz le sollevò il volto con due dita,  e non resistette alla tentazione di baciare un’ultima volta, interminabilmente, le sue labbra piene, morbide, e sensuali, bagnate di lacrime. Quella dolcezza inondò il cuore di Desdemona. Già sapeva che non avrebbe mai dimenticato quel bacio, quel momento.

            E dall’istante stesso in cui lui andò via, in silenzio e nel buio come era giunto, si accinse ad aspettarlo.

            Anche per tutta la vita, se necessario.

 

 

 

           

 

 

  H

einrich di Saringen si accorse della tristezza di Desdemona non appena la vide la mattina seguente.

Era pallida, con gli occhi spenti, senza dubbio stanca per aver fatto tardi. La ragazza non era abituata alle serate danzanti, bensì alla tranquilla vita casalinga. Ed ora ne risentiva.

            - Perché non andiamo a fare una passeggiata a cavallo, Altezza Reale? - le propose, colpito dalla svogliatezza con cui lei assaggiava la colazione.

            - Si, perché no - disse lei, spingendo davanti a sé la tazza ancora colma di caffé. - Vado subito a cambiarmi, colonnello. -

            Desdemona passò davanti alla camera da letto della sorella, ed esitò con la mano sulla maniglia. Non si erano ancora incontrate, quella mattina, per puro caso. Era l’anniversario della morte della madrina di Adelaide, e lei era nella cappella funebre per la cerimonia di commemorazione.

            Non le aveva ancora detto nulla.

            Poteva aspettarla in camera sua, ed aprirle il suo cuore. O poteva andare a cavallo nel parco. Era troppo irrequieta per star ferma, e così si rifugiò nella sua camera, si vestì in fretta con un completo da amazzone blu scuro, quello che meno le piaceva, e raggiunse di Saringen nelle scuderie.

            Per il primo, lungo tratto nel curatissimo parco di Walkenstein, nessuno dei due disse nulla. L’etichetta imponeva al colonnello di non parlare per primo, e Desdemona era profondamente assorta nei propri più intimi pensieri. Quando arrivarono al torrente, e come al solito scesero dalle loro cavalcature, Desdemona improvvisamente parlò.

            - Colonnello, mi parlavate qualche giorno fa di vostro padre. Vive ancora? A Landor? -

            - Sì, naturalmente.  E’ anziano, ma ancora molto  in gamba. Vive nel nostro piccolo castello di famiglia, non lontano da qui. E’ assai vicino a Nelbrück. -

            - Conosco quel posto. In un burrone non distante di lì cadde la carrozza in cui morirono mia madre...ed il padre di Lothar. Era il giorno del nostro fidanzamento, sapete? Che pessimo auspicio.... -

            La profonda malinconia delle parole della ragazza colpì nuovamente Heinrich. Non sembrava la solita, solare creatura che aveva imparato a conoscere...e ad amare.         Se solo lei avesse saputo...se avesse davvero conosciuto le circostanze della morte di quei due sublimi egoisti, e quelle ancora più terribili ed inquietanti della loro vita...

            Heinrich capiva una volta di più che Moritz aveva avuto perfettamente ragione nel far sì che lui fosse sempre vicino a lei, pronto a proteggerla. In attesa che quell’assurda situazione si chiarisse...ed in modo da evitare che le conseguenze delle azioni dei due principi defunti ricadessero su quell’innocente...

            Ma ne avrebbe comunque sofferto. Soprattutto se amava davvero Lothar come tutto lasciava pensare.

            - Perché non ci andiamo? - propose Desdemona, sorprendendolo.

            - Dove? A Nelbrück? -

            - No, da vostro padre....fatemelo conoscere. Se credete che una nostra visita, ora, non gli sia di incomodo, naturalmente... -

            Heinrich si sbalordì.  - Non so se facciamo bene a lasciare i confini di Walkenstein, Altezza Reale. Non credo che vostro fratello ne sarebbe contento. -

            - Landor sarà il mio regno, presto. E’ del tutto naturale che sin d’ora lo frequenti. Non è quello che ho fatto anche ieri sera? - Una smorfia amara contrasse la bocca della ragazza al ricordo. - Perdonatemi. Probabilmente disturberemo vostro padre -

            - No....credo al contrario che sarebbe felicissimo di conoscervi. Volete andare, allora? -

            - Sì - acconsentì lei, improvvisamente rianimata da quella prospettiva. Risalirono a cavallo, e costeggiarono la bella, profonda foresta. Di lontano, videro la sagoma brunastra della vecchia fortezza dove la bella Rosaleen e l’audace Magnus avevano vissuto il loro illecito amore...e Desdemona volse il capo per non vedere quel cupo edificio, che le ispirava un terrore insensato eppure invincibile...

            Poi, di lì a poco, arrivarono in una radura dove sorgeva un piccolo castello seicentesco, dall’aspetto severo e militare.

            - E’ qui che vivevate con...vostra moglie? -

            - No, certo. Avevamo una casa a Landor, in città. Era bella e spaziosa, con un grande giardino. Ma venite. Mio padre sarà sicuramente nel suo studio. -

            Desdemona venne accolta da una servitù ridotta ma efficiente, da sempre devota all’anziano Roderick di Saringen ed alla sua segreta causa. La governante, una donna matura e severa, non ignorava l’identità di quell’inattesa ospite. Si inchinò a lei con grande deferenza, e corse ad avvisare il suo padrone di quell’inaspettato onore.

            - Signore, non immaginerete mai chi c’è qui. -

            - Chi, Frau Schiller? -

            - Sua Altezza Serenissima la principessa Desdemona di Walkenstein! E’ con vostro figlio...ed è venuta per conoscervi! -

            - La principessa di Walkenstein? Presto! - si agitò il buon vecchio - La mia giacca migliore, i miei stivali...quelli appena fatti lucidare. Heinrich è matto! Portarla qui...lei! -

            - Oh....è così bella! - commentò la donna, che pure non era una sentimentale.

            - Presto, presto! - Di Saringen si pettinò con cura, e scese la scala che conduceva alla grande sala dove suo figlio e la loro ospite lo attendevano. Nonostante l’età, il vecchio soldato era ancora diritto e marziale. A Desdemona piacque subito immensamente.

            - Altezza Reale...la vostra presenza qui onora immensamente la mia vecchia casa...e la mia altrettanto vecchia persona - Roderick baciò devotamente la mano della fanciulla, che gli sorrise con grazia infinita. Non poteva non piacerle. Lui era stato il suo unico amico e protettore...

            - Sono io ad essere onorata di poter finalmente conoscere un famoso guerriero, noto per la sua lealtà ed il suo indomabile coraggio fin nel nostro regno di Walkenstein. Perdonatemi, generale, se vi ho incomodato con la mia visita inattesa. Vostro figlio ha avuto il torto di cedere ad un mio capriccio -

            - Un capriccio che mi rende felice ed onorato. Vi prego, Altezza, accomodatevi. Farò subito servire del té -

            - Perché non mi mostrate invece la vostra casa? E’ antica, e mi incuriosisce. -

            - Come vostra Altezza desidera. Prego, venite... -

            Heinrich si mosse per accompagnarli, ma Desdemona lo fermò con un gesto. -No, riposate, colonnello. Desidero restare un po’ sola con vostro padre. Lo volete? Così ci conosceremo meglio -

            Stupefatto, Heinrich obbedì. Il vecchio, sempre più sorpreso, le fece strada verso la biblioteca, il locale più antico ed interessante della vecchia dimora, nata come guarnigione militare ben due secoli prima.

            Era deliziato della sua presenza. Era meravigliosa. Aveva tanto pensato a lei, negli ultimi tempi, da quando Moritz aveva cominciato a parlargliene. Ed ora lei era lì. Gli sembrava incredibile.

            - Cavaliere di Saringen...posso porvi alcune domande che resteranno segrete al di fuori di queste mura? Non che non mi fidi di vostro figlio, al contrario, ma si tratta di qualcosa di piuttosto personale... -

            - Mia principessa, riponete in me la fiducia più assoluta - le rispose con fierezza e stupore il vecchio - Vi risponderò per quanto posso...e non dirò nulla a nessuno. In cosa posso esservi utile? -

            - Si tratta di una persona che credo conosciate bene...e della quale sono molto curiosa. Moritz von Landau -

            - Ah! - disse solo l’anziano generale. Così, si trattava di quello. Allora, non se l’era sognato. Qualcosa  stava succedendo. Forse, qualcosa era già successo.

            - So che siete stato il suo protettore durante l’infanzia. Perché? Qualcuno lo minacciava? -

            - No...voglio dire, lo minacciava la sua naturale condizione di ragazzo orfano...e povero -       - Conoscevate i suoi genitori? -

            - Sì - di Saringen si mosse a disagio sotto lo sguardo scuro e diretto della ragazza.  - Certo -

            - Ed erano persone di famiglia...nobile? -

            - Sì...molto -

            - Come mai, allora, nessuno oltre voi poteva proteggerlo? -

            - Sono vecchie storie, Altezza Reale. Io non so se... -

            - Ho capito. Rispetto il vostro silenzio, la vostra lealtà nei confronti del vostro antico protetto. Ma io devo sapere -

            - Altezza Reale, dimenticate Moritz. Voi... -

            - Sono fidanzata, lo so. Con Lothar di Landor. Ma non posso dimenticare Moritz. E non posso dimenticare le sue parole. Siete l’unico al mondo al quale sento di poterle confidare, di Saringen. Perché so che voi lo amate. -

            - Cosa vi ha detto? - impallidì il vecchio - Vi ha...importunata? -

            - No, almeno, non come credete voi. Mi ha parlato di segreti...di antichi segreti, di cose che avrebbe voluto confidarmi, ma che non poteva, non ancora....e mi ha detto che era ancora troppo presto.  Mi ha supplicato di non concedermi a Lothar, di non affrettare le nostre nozze...e di non fidarmi dei Norelmeyer. E mi ha detto ancora che vostro figlio darebbe la vita per me. Perché? Per devozione a Lothar? O per devozione a Moritz? -

            Dio, com’era intelligente, quella ragazza. Non si poteva far finta di nulla. Lei, qualcosa, aveva già capito. E lei, forse, già lo amava.

            Sarebbe stata perfetta al suo fianco. Semplicemente perfetta. Era come se fosse stata creata per lui, per dargli infine un poco di felicità, di serenità. Saringen non sapeva se disperarsi od esserne felice. Più la guardava, più sentiva che lei sarebbe stata la sposa ideale per lui, la sua perfetta granduchessa, il giorno in cui i loro sogni si fossero avverati...la loro unione avrebbe sanato le antiche ferite, raddrizzato i vecchi torti...

            Ma era davvero ancora troppo presto. E ora lei era la fidanzata di Lothar, che teneva nelle sue mani ogni diritto sulla sua anima, sulla sua devozione...e sul suo corpo.

            Malgrado Moritz. E malgrado quel qualcosa che forse era già nato, inevitabile come un respiro, naturale come un respiro.

            - La devozione nei vostri confronti, mia principessa, si scontra a questo punto con una devozione più forte, più antica - ammise serenamente, onestamente il vecchio cavaliere. - Di più non posso dirvi. Mi perdonate? -

            - Sì, certo, ed apprezzo una volta di più la vostra lealtà. Ditemi solo una cosa: devo temere Moritz? Potrebbe essere...in mala fede, nei miei confronti? -

            - No! Pericoloso, sì, molto pericoloso...ma mai in mala fede. Non nei vostri confronti. Non vi farebbe mai del male. Darei la mia vita per provarvelo -

            - Vi ringrazio di queste parole. Mi togliete un peso dal cuore...anche se la vostra dedizione verso di lui lascia irrisolti tutti i miei dubbi, senza risposta tutte le mie domande. Ma devo accettare questa realtà. E devo prendere le mie decisioni -

            - Per ora, non prendetene alcuna. Le vostre nozze non potranno avvenire prima del vostro venticinquesimo compleanno, non è vero? E ne avete solo diciannove, di anni. -

            - E lui? E’ già andato via? -

            - Sì. Torna a combattere. Non dovete aspettarlo. Se sarà destino, un giorno tornerà. Ed allora saprete -

            - Grazie, generale. Grazie della vostra fiducia...e della vostra lealtà -

            Di Saringen baciò con devozione la mano che lei gli tendeva. Senza altre parole, tornarono entrambi là dove li attendeva Heinrich.

 

 

 

 

 

 

  - V

ado a confessarmi -

- Non farlo! - la supplicò Adelaide, ancora scossa per il racconto della sorella. -  Ci sono cose che una principessa di sangue reale non può dire a nessuno, nemmeno al suo confessore. Ci sono segreti che devono rimanere tali. Chi ci garantisce che Padre Schumann non sia una spia di una potenza nemica? Non puoi dare una simile arma in mano ad alcuno...-

            - Non ti fidi del nostro confessore? - si stupì Desdemona.

            - Non mi fido di nessuno - ribatté Adelaide. - Siamo soli al mondo. Tu, Franz ed io. Ed abbiamo responsabilità enormi. Dobbiamo difenderci da tutto e da tutti. Taci, Desdemona, per l’amor di Dio. Questa follia  è già stata abbastanza grave...abbastanza pericolosa. Se il mio fidanzato lo sapesse...-

            - Cosa? - si stranì Desdemona - Se il tuo fidanzato sapesse che sono una...donna da poco, che amoreggia in carrozza con un ufficiale senza nome né denaro...ti lascerebbe? Lascerebbe te, una principessa sovrana di Walkenstein? E...ti importerebbe? -

            - Scusami - le disse la sorella. - Non intendevo offenderti. In verità non mi importa nulla di quel pallone gonfiato di Thurm und Taxis. E’ la tua vita, ed hai il diritto di viverla come vuoi. Solo, per amor di Dio, sii discreta - Adelaide abbracciò la sorella. Più che mai, sentiva il desiderio di proteggerla. Più che mai, sapeva che lei era forte abbastanza da farcela comunque da sola. - Perché hai ceduto? Cos’ha quell’uomo per poterti fare questo? -

            - Non lo so. Forse, nonostante il mio titolo, sono nata sgualdrina...si dice così, non è vero? Noi non usiamo queste parole, non le conosciamo nemmeno. Ma forse è proprio quello che sono. Oppure, semplicemente, è a lui che non posso resistere. Non provo alcun desiderio di baciare Lothar, di lasciarmi toccare da lui. Non l’ho provato nemmeno quella prima notte che è entrato nella mia camera. Ne ho provato dispetto, forse persino rabbia. Invece, basta che Moritz mi sfiori, ed è una specie di paradiso, ed insieme una specie di inferno. -

            - Ripetimi cosa ti ha detto il vecchio generale di Saringen. Ha parlato di segreti...quali? Chi è quest’uomo? E cosa vuole da te? -

            - Non mi ha detto nulla. Ma è quello che non ha detto ad impensierirmi di più. Ha parlato di un’antica, forte devozione. In fondo, cosa sappiamo dei mille misteri della nostra famiglia? Qualcuno ci ha mai spiegato perché mai nostro padre abbia sposato la figlia illegittima di una nobildonna francese? Per amore? O per qualche misterioso tipo di calcolo? E Lothar? Cosa sappiamo di lui e di suo padre? E di sua madre? Era una principessa della reale casa di Norvegia. Forse che Lothar ti sembra un norvegese? Ha capelli, occhi e pelle scuri come quelli di un indiano. -

            - Sei matta? Dubiti della sua legittimità? -

            - Dubito persino della nostra. Chi era nostra madre? Perché era in carrozza con il granduca Magnus, la notte che morirono? Perché erano insieme...da soli? Adelaide, non dirmi che non ti sei mai posta queste domande. Adelaide...non dirmi che non ti sei mai chiesta se i nostri genitori davvero si amassero...e perchè mai zia Margaretha abbia rifiutato un granduca...per un uomo squallido e spietato come Damian Norelmeyer! -

            - Sì ... - ammise la sorella  - Mi sono chiesta queste ed altre cose. Ma nessuno ci risponderebbe. Tu non ricordi nostro nonno Jobst...ma io sì. Una volta, ero molto piccola, mi disse che nostra madre portava un’eredità preziosa, non denaro, ma sangue...quel suo sangue scuro, mischiato con sangue straniero... -

            - Che sangue? Lo stesso di Lothar? -

            - Non vorrai supporre che... -

            - Cosa? Cosa dici? -

            Adelaide si morse le labbra, per costringersi a tacere. L’idea che le aveva improvvisamente attraversato la mente era troppo folle per essere espressa. Doveva solo pregare perché Desdemona non ci arrivasse mai. Non lei, che di Lothar era da sempre la fidanzata. Non potevano aver fatto quello....far fidanzare i loro figli, se fosse stato così.

            - Desdemona...devi dimenticare. I baci e le carezze di quel demonio...come se non fossero mai esistiti. E devi pensare solo al tuo fidanzato. E quando lui tornerà da te, sarai per Lothar tutta dolcezza -

            - Ma non gli stessi baci, non le stesse carezze - replicò Desdemona, tranquilla ma inflessibile. - Ho sei anni da attendere perché lui possa sposarmi. In sei anni possono accadere molte cose. E possono svelarsi molte verità. -

            - Desdemona... - sussurrò la sorella - Dimmi la tua, di verità. Come è stato? Quando ti ha...toccato?-

            - E’ stato meraviglioso. - Desdemona le sorrise. - Ma non sono una bambola. Lo dissi a lui, quella notte, ed ora lo dico a te. Non lascerò che siano altri a dominare la mia vita -

            - Lo so. Ed altrettanto farò io. Ci difenderemo, Desdemona. -

            Le due sorelle si strinsero. Senza parole, sollevarono entrambe lo sguardo verso il grande ritratto che dominava il loro salotto privato.

            Il principe e la principessa di Walkenstein, i loro genitori. Così belli, così giovani, così lontani. Rosaleen bella ed affascinante come una ranie indiana, Karl - Heinz, distinto e biondo come sua figlia Desdemona. Una coppia meravigliosa, fatta per amarsi.

            Invece, si erano allontanati in fretta l’uno dall’altro, tenuti lontani da vecchie incomprensioni e rancori, forse da altri amori...ed infine, dalla morte.

 

 

 

 

           

  - E’

 questo il calore della tua accoglienza? Sto per tornare in guerra, Desdemona...di nuovo l’Ungheria. Non vuoi lasciarmi un dolce ricordo? -

Desdemona strapazzò piano la rosa bianca che teneva tra le dita. Erano seduti nel tempietto greco di Walkenstein, e lei indossava un abito di sangallo bianco che le lasciava scoperto l’inzio del seno, e le morbide braccia. Era tanto bella e carnale, con quei ricci biondi sciolti sulla schiena, da far morire Lothar di desiderio. Nel tempietto, le lunghe panche erano coperte da cuscini di seta color cremisi. Un invito a lussuriosi amplessi. La fantasia dell’uomo stava correndo.

            La notte della festa era ormai lontana, erano trascorsi alcuni mesi, ed ora si era in agosto, al culmine di quella calda estate. E lui moriva dalla voglia di possederla. Era la sua granduchessa...perché non prendersi un anticipo? Sei anni erano lunghissimi...in sei anni potevano accadere molte cose. Ma lei sarebbe stata legalmente sua, un giorno, di questo era certo. Perché allora non cominciare a conoscersi?

            - Voglio fare l’amore con te, Desdemona. Mi fai morire di desiderio. Sei bella e voluttuosa come una cortigiana...e sei una principessa di sangue reale.  -

            Lei lo fissò, con i suoi grandi occhi neri.

            - Voi delirate, mio signore. E le vostre parole mi fanno arrossire. -

            - Non stai affatto arrossendo - la prese in giro lui, abbastanza esperto di donne da sapere che, in quel momento, non era per pudore ferito che lei parlava. Ultimamente, era cambiata. Non sembrava più l’innocente fanciulla che aveva conosciuto la prima notte. Lo guardava con una consapevolezza...da donna, che lo eccitava ancora di più. Era una sfida che lui intendeva vincere.

            La prese per la vita, la forzò dolcemente a stendersi su quei cuscini. Lei non si ribellò, salvo fissarlo con una certa freddezza, che peraltro lui era sicuro di riuscire a stemperare con i propri baci. Chinò la testa quel tanto che gli bastò per sfiorare con le labbra la morbida pelle del suo seno. Lei girò il capo, in un gesto innato di rifiuto.

            La lasciò andare.

            - E’ per pudore....o per disgusto? Non ti piacciono i miei baci...o semplicemente ti vergogni?-

            Ora era arrabbiato. Desdemona radunò dentro di sé la forza necessaria per rispondere nel modo giusto.

            - Mio signore, vedo che vi ho fatto dispiacere. In verità,  non so nulla di queste cose...e la vostra audacia...mi spaventa. Datemi un po’  di tempo...e troverò il coraggio di esprimervi tutta la mia...ammirazione -

            “Mi sta prendendo in giro” sussurrò una vocina dentro Lothar. “La verginella mi sta prendendo in giro”. No, non poteva essere. Non lei, candida, innocente, educata solo per quello...per essere la sua impeccabile sposa.

            D’accordo, le avrebbe concesso un po’ di quel tempo che lei chiedeva. Ma non troppo.

            - Andiamo - le disse, brusco suo malgrado. - Non restiamo qui. Non garantisco nulla....se restiamo ancora qui. -

            - D’accordo - sorrise lei, improvvisamente di buon umore.

            Erano già passati tre mesi. E lui presto sarebbe tornato in guerra...e solo Dio sapeva quando sarebbe tornato. E lei era sino ad allora riuscita meravigliosamente a tenerlo lontano dalle sue gonne. Com’erano ingenui gli uomini!

            Sola nella sua camera, si strofinò le labbra ed il seno con un fazzoletto, là dove lui l’aveva sfiorata.

           

            Quasi le dispiaceva per lui, ma lei non era più la stessa donna di tre mesi prima. In quella notte in carrozza, suo malgrado, nonostante non fosse accaduto molto, era come se lei avesse perso...l’innocenza.

            E l’unica cosa che ora sapeva di dover fare era conquistare tempo. Tempo per capire, tempo per sapere. A costo di mentire, fingere, simulare.

            E finora, stava andando alla grande.

            Raggiunse non appena possibile sua sorella nella sua camera. Ancora in biancheria, Adelaide stava faticosamente cucendo l’orlo della sua gonna da casa preferita.         

            - Che fai? - rise la sorella - Abbiamo stuoli di cameriere per rammendare! -

            - Lo so, ma mi rilassa, più di quegli eterni ricami. E’ andato via il tuo Romeo? -

            - Il mio Otello, vorrai dire! - rise Desdemona, buttandosi sul letto ed addentando golosamente una mela. - Scuro come un moro, con una donna di nome Desdemona...in questa storia, però, io potrei finire male, non è vero? Lui, un giorno, potrebbe mettermi quelle sue scure mani intorno al collo, e stringere, stringere...se qualcuno gli sussurrasse che sono stata infedele... -

            - E lo sei stata...infedele? - le chiese la sorella, troncando il filo con i bianchi denti.

            - Adelaide...cosa vuol dire “fare l’amore”? - le chiese Desdemona, tirandosi su di scatto, i capelli ricci e biondi sciolti sul suo seno lasciato quasi del tutto scoperto dall’audace vestito estivo.

            - Che dici? Sei ammattita? - si scandalizzò la sorella maggiore.

            - L’ha detto Lothar. Ha detto che vuole farlo con me. Se sai, parla. Sai che mi devo difendere -

            - E lo farà, se non ti copri un po’ di più. Ma guarda che vestito. Sei troppo....troppo disinibita. Qualcuno, un giorno o l’altro, ti salterà addosso...oh Dio, cosa ho detto! - Adelaide scoppiò a ridere, mentre Desdemona sognava, riandando con la memoria a quella notte in carrozza. Era stata troppo poco vestita, allora? Era per quello che Moritz...aveva fatto quello che aveva fatto?

Era solo dipeso da quello? Dalla quantità di tessuto che portava indosso?

            Se era per quello, la notte che Lothar l’aveva sorpresa in camera sua, lei era stata ancora meno vestita. Ma non era successo...quasi nulla. Forse Lothar era più gentiluomo. Forse era lei che non lo desiderava abbastanza.

            - Perché vuoi saperlo? Per difenderti da Lothar...o per fare nuove fantasie su quell’altro? -

            - Piantala con il tuo sarcasmo. E parla. Sii una buona sorella maggiore, una volta tanto -

            - Io sono sempre una buona sorella maggiore! - si indignò Adelaide. - Ma la sperimentatrice della famiglia, in queste cose, sei tu. -

            - Parla! -

            - D’accordo. Ti ripeterò cosa mi disse Sandra, prima che Thurm und Taxis venisse qui. Al fine di mettermi in guardia, è evidente -

            - E...l’hai fatto con lui? -

            - No! Come puoi pensare una cosa simile? Nessuna di noi due potrà mai farlo se non dopo le nozze e con il proprio legittimo sposo. Il contrario è semplicemente inammissibile. E farai bene a tenerlo a mente. Lothar non ha nessun diritto di chiedertelo ora! -

            - Ora capisco cosa voleva dire Moritz. Mi pregò di non concedere niente a Lothar che non gli fosse dovuto prima delle nozze. Si riferiva a questo, senza dubbio.-

            - Il consiglio era buono, ma proveniva sicuramente dalla fonte sbagliata - la sorella fece una smorfia. - Ti dirò quello che ne so io. Deve essere una faccenda sporca e sgradevole. La prima notte di nozze, marito e moglie si ritirano in una sola camera. si infilano sotto le coperte, e lui ha il diritto di sollevarle la camicia da notte. -

            - Sì? E allora? La tocca? - chiese Desdemona interessata, riandando con la mente alle deliziose carezze di Moritz.

            - Non credo. Credo che la cosa si limiti....ad un qualcosa di molto simile a quello che fanno i cavalli -

            - Ah! - Desdemona sorrise - Ed io credo che ti sbagli. Agli uomini piace toccare le donne, ed alle donne piace presumibilmente essere toccate. Non credo che si priverebbero di questo...quanto al resto, perché si fa? -

            - Per avere figli -

            - Ma i figli non arrivano forse anche quando non li si desiderano? Pensa a quella cameriera che era stata scacciata perché aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio. Forse, agli uomini ed alle donne piace farlo -

            - Sei incorreggibile. Non ci trovo niente di affascinante. Mi sottometterò al mio dovere come ogni donna di sangue reale...ma non muoio certo dalla voglia di trovarmi sotto le lenzuola con Thurm und Taxis -

            - Guarda che secondo me ti sbagli di nuovo. Non serve un letto. Lothar voleva farlo nel tempietto greco, sui cuscini.-

            - Mi auguro che tu glielo abbia impedito -

            - Naturalmente. Ma sarei curiosa di sapere - Desdemona si alzò. - Adesso devo andare. Vado a cambiarmi questo vestito indecente. Voglio andare a cavallo con di Saringen. Voglio respirare -

            - Non oserai...parlargliene? -

            - Certo che no...per chi mi hai preso? -

            Desdemona si allontanò verso la sua camera, cercando inutilmente di immaginare come avrebbe potuto essere quanto la sorella le aveva appena sommariamente descritto.

            Ma non era Lothar l’uomo che vedeva accanto a sé in quella calda, intima fantasia.

 

 

 


V

 

           

           

            Vienna, giugno 1854.

 

 

  L

a lontana guerra di Crimea non impediva ai saloni viennesi di splendere delle loro luci più vive, mentre l’Austria Felix, vergognosamente neutrale in quel conflitto nonostante l’aiuto a suo tempo prestatole dalla Russia nel domare i rivoltosi territori ungheresi, festeggiava il proprio felice momento.

            La Germania disunita ed infelice, guidata da un monarca infermo di mente, non costituiva più una rivale, Russia ed Inghilterra si sbranavano in Crimea.

            Ed ora, era giusto arrivato il momento di regolare alcuni conti.

            Lothar di Landor, impassibile, attendeva gli ordini dell’Imperatore Francesco Giuseppe.

            - Non dite nulla? Walkenstein è confinante con Landor...ed appartenete alla stessa famiglia. Ho addirittura appreso che una delle due principesse ereditarie è la vostra futura granduchessa -

            - Vostra Maestà...Walkenstein è un principato sovrano da anni consapevolmente nella sfera di influenza prussiana. Purché sia garantita l’incolumità della mia promessa, e dei suoi congiunti, non ho motivo alcuno di oppormi alle Vostre decisioni strategiche -

            - D’accordo - ammise il giovane imperatore. - Meglio in mani austriache, che prussiane. Del resto, prima si concluderanno le vostre nozze, meglio sarà. Recideremo i legami tra Walkenstein e la Prussia, e lo faremo anche grazie al vostro matrimonio. Per ora, peraltro, dobbiamo agire, ed agire in fretta. La principessa Adelaide, la maggiore, sta per convolare a nozze con il principe prussiano Thurm und Taxis. - Il sovrano fissò il giovane granduca, poco più vecchio di lui. - Questo è semplicemente impossibile. Prenderò possesso di Walkenstein con le mie truppe...è ovvio che non posso affidare questo compito a voi...sovrano del principato più vicino, ed appartenente alla stessa famiglia. Ma invierò laggiù un mio emissario di fiducia. E terrò il principato sino a che non troveremo uno sposo adeguato per la principessa Adelaide...e sino a che voi non coronerete il vostro...ehm, sogno d’amore -

             - Maestà...avete già in mente qualcuno? -

            - Credo di sì. Perché attendete ancora, Lothar? Mi hanno detto che la vostra promessa è una splendida donna. -

            - Non ha ancora compiuto venticinque anni. Un’antica legge del suo paese vieta il matrimonio ai reali prima di quell’età. -

            - E...vi manca? -

            - Non la vedo che molto di rado. Vostra Maestà sa quanto io sia occupato con il mio contributo all’esercito austriaco -

            - Siete tra i miei più fidati e validi comandanti, e lo sapete. Dirò di più...tutte le truppe fornite da Landor sono di prim’ordine, tra i migliori reggimenti che l’esercito austriaco abbia mai vantato.-

            - Ne sono fiero, Maestà. -

            - Per non parlare dei vostri ufficiali. Quel....Landau, per esempio. Impressionante. La più rapida carriera militare cui io abbia mai assistito, sorretta non da potenti amicizie ma solo dal merito. Un uomo nato per comandare. -

            - Moritz è un perfetto combattente. Sono onorato di annoverarlo tra i miei più fidati e leali sudditi. -

            - Se mai cadesse in mani ai prussiani....lo ucciderebbero. Lo odiano a morte. La sua fama sinistra lo precede. Dicono che non risparmia mai i suoi nemici. -

            - La sua è una crudeltà limitata al campo di battaglia. Non ha mai nuociuto a dei civili. Ma non ha pietà dei nemici -

             - Bene. - L’Imperatore si alzò, interrompendo il colloquio. -Saprete quanto prima delle mie decisioni. -

            Lothar si inchinò, e si allontanò sbattendo i tacchi, seguito dalla sua guardia personale. Quella sera, ci sarebbe stata festa dalla contessa Gottardi, e lui non mancava mai ai ricevimenti della sua amante. Sarebbe stata un’imperdonabile offesa.

            Sarah Gottardi era una donna di origini piuttosto umili. Nata in un villaggio del Montenegro, in una famiglia di piccoli possidenti, aveva avuto la fortuna di piacere al conte Boris Gottardi, ultimo, debole esponente di un’antichissima famiglia di origini triestine, il cui titolo risaliva ancora all’Impero Romano d’Oriente.

            Giunta a Vienna, si era imposta grazie alla sua languida, balcanica bellezza, ed al suo spirito. Ed alla sua assoluta spregiudicatezza.

            I suoi ricchi amanti sostenevano le imprese commerciali del marito, riportando l’oro negli antichi forzieri di famiglia.

            I suoi giovani amanti sostenevano lei.

            Lothar era il coronamento di ogni suo più selvaggio sogno, della sua più folle scalata sociale. Era un granduca sovrano, seppure di un granducato piccolo piccolo...ed era lussuriosamente bello e sensuale. Era il suo angelo nero. Era il suo demonio.

            E si era stancato di lei.

            Non se ne stupiva. Che un ragazzo di venticinque anni, a cui rango e ricchezza avevano sino ad allora dato tutto, si fosse stancato delle attrattive di una quarantenne passata per troppi letti, non poteva stupirla. Eppure, la sua squisita cortesia, il suo innato buon carattere, lo spingevano ad onorarla ancora con la sua presenza nei suoi salotti in perfetto stile Biedermeier, non umiliandola con un rifiuto che, pure, lei sarebbe stata dispostissima a tollerare.

            Passati i tempi di sconvolgenti amplessi nel grande letto dalle cortine cremisi, era ora giunto quello di una cheta amicizia. Che Sarah intendeva rinforzare, a tutto suo vantaggio. E già sapeva come.

            - Lothar...mio Dio, non vi avevo ancora visto con questa uniforme nera. -

            - Sarah - Lothar baciò con perfetta disinvoltura la mano della sua amante - E’ quella di comandante in capo dell’esercito del mio Paese. Sono appena stato ricevuto dall’Imperatore -

            - Sedete. No, non dovete cambiarvi. Questa sera, al ballo, vorrò che la indossiate...ruberete il cuore di tutte le signore presenti. Il mio...beh, l’avete già rubato da molto tempo, e lo sapete -

             Lothar rise, accettando il tè che la cameriera della contessa stava servendo.

            - Novità? La vostra...promessa? -

            - Tranquilla, felice, e soprattutto sola nel suo Walkenstein. Sono mesi che non la vedo -

            - Voi avete pretese eccessive, Lothar, consentitemelo. Non potete pretendere da una principessa reale il comportamento...ehm, il calore che una qualunque altra nobildonna sarebbe felice ed onorata di riservarvi -

            - Forse avete ragione. Non lo posso pretendere. Ma devo ammettere che lei mi piace molto - Lothar conosceva Sarah abbastanza da sapere che le sue parole di elogio per un’altra donna non potevano ferirla. - E’ veramente splendida. Ed a volte mi chiedo se tutto il suo riserbo non sia una mera finzione...è matura come una mela che sta per essere colta. Ma non da me, evidentemente -

            - La amate? -

            - La amerò quando sarà la mia granduchessa. - Lothar sorrise, del suo irresistibile sorriso malizioso. - Ma mancano ancora tre lunghi anni. -

            - Bene, allora non vi è alcun impedimento a che voi partecipiate alle mie feste. Tra gli ospiti, ho anche alcuni dei vostri sudditi...la principessa Bouginskaja, e suo fratello, il capitano David Norelmeyer. -

            - Bene....verrò con un amico. Arrivederci a presto, Sarah. Prometto che non mi cambierò -

            Ritornando al palazzo Landor nel centro di Vienna, Lothar non poté fare a meno di pensare a Desdemona, ed a quanto avrebbe significato per la sua vita la decisione dell’Imperatore di invadere Walkenstein.

            L’avrebbe voluta vicina a sé. Questa vita di soldato, queste amicizie mondane, non riempivano il vuoto di un’infanzia sostanzialmente solitaria, senza madre né padre. Desiderava un affetto sincero, una vera famiglia, dei figli. E Desdemona era una donna forte, lo sapeva, capace di dargli questo ed altro. Non voleva più aspettare.

            Ma doveva. E doveva sino ad allora cancellare il disagio procuratogli dalla sotterranea freddezza di lei. Una freddezza che, nei loro rari incontri, lei faceva di tutto per dissimulare, lo sentiva, ma che nonostante tutto esisteva.

            E di cui non comprendeva le ragioni. Possibile che quella giovane donna vibrante di vita, sensuale fin nei minimi gesti, nel modo di mangiare, di ridere, di usare le mani, si reprimesse solo con lui, solo nei suoi confronti?

            Poco prima di uscire per recarsi al ballo, fu raggiunto da Moritz, da pochi giorni tornato dalla Crimea, dove aveva condotto una piccola guarnigione di osservatori internazionali del conflitto.

            Come al solito, il giovane sottoposto salutò il suo sovrano con deferenza, ma senza calore. Peraltro, la consueta calma di Landau aveva un positivo effetto rassicurante su Lothar. Finché Moritz era quello che era sempre stato, tutto andava bene.

            - Ho notizie importanti, Moritz. Ho parlato con l’Imperatore: intende mandare un contingente ad invadere Walkenstein. Non vuole permettere le nozze tra la principessa Adelaide ed il principe Thurm und Taxis -

            Moritz dissimulò perfettamente il proprio stupore. I capelli biondi sempre un po’ troppo lunghi sul collo, l’uniforme rossa impeccabile, fece un piccolo segno di assenso con la testa.

             - Fortunatamente - continuò Lothar - Abbiamo lì di Saringen. Proteggerà le principesse...spero solo che Desdemona non ne sia troppo sconvolta -

            Moritz non rispose. Per tutta la sera, non disse quasi una sola parola. Parlò solo quando interrogato, e Lothar lo trovò, se possibile, ancora più chiuso ed enigmatico che mai.

            Quando giunsero al ballo, Lothar venne presentato ad una miriade di dame diverse, tutte scintillanti nelle loro multicolori toilettes. Moritz salutò David Norelmeyer, e baciò le mani di sua sorella, la principessa Katerina Bouginskaja. La giovane donna ne fu deliziata.

            - Dovete ballare con me, tenente colonnello. State facendo così rapidamente carriera, che ogni volta che vi incontro devo studiare le vostre nuove spalline per indovinare il vostro grado - lo lusingò lei.

            - Di solito non ballo, principessa -

            - Oggi, sì - Katerina non avrebbe accettato un rifiuto. Moritz fu costretto a prenderla tra le braccia. Non era propriamente brutta, ed era immensamente ricca.

            Ma aveva il cuore nero.

            Lui sapeva queste cose. Riconosceva ad istinto un altro essere umano privo di scrupoli, quando ne incontrava uno.

            - Perché non venite a trovarmi nel mio palazzo, Moritz? - gli sussurrò lei, stretta tra le sue braccia snelle e forti - Posso chiamarvi così, non è vero? Ci conosciamo da tanti anni...in effetti, da quando eravamo bambini. Eppure, non ricordo di aver mai giocato con voi. -

            - Non sarebbe opportuno. Voi siete...vedova, ed avete una reputazione da proteggere -

            - Andiamo, Moritz, non siete abbastanza uomo da saper approfittare di un’occasione, quando ve ne si presenta una? - lo prese dolcemente in giro lei. - Non si è mai saputo che abbiate avuto un’amante. Io saprei essere altrettanto discreta, ve lo prometto -

            L’uomo abbassò lo sguardo su di lei. - Vorrei...ma non posso. Principessa, sono di partenza. Questa notte stessa, devo tornare in Crimea. Oso sperare....che al mio ritorno sarete ancora così ben disposta...nei miei confronti. -

            Trionfante, Katerina batté le palpebre. Lui ci stava. Non l’avrebbe mai neppure creduto possibile.

            Quell’angelo biondo e perverso...si morse le labbra, intuendo come sarebbe stato averlo nel proprio letto. Freddo, enigmatico, e sensuale come prometteva la piega morbida della sua bocca, che desiderava baciare dalla prima volta in cui, adulta, l’aveva rivisto.

            Paga di quella promessa, Katerina lo lasciò andare. Moritz, reprimendo il disgusto per la propria volgare messinscena, salutò in fretta il suo sovrano e si allontanò nella notte. Purtroppo, doveva ancora mentire. Purtroppo, era ancora costretto a questi umilianti tranelli per non perdere il favore di Lothar e dei potenti Norelmeyer.

            Ma le lancette del tempo scorrevano veloci.

            E, quella notte, aveva molto da fare.

 

 

 

 

 

  - U

n’amicizia pericolosa, mia cara -

La prese in giro suo fratello David, sorseggiando champagne francese.

 - Quell’uomo è un mistero. Non possiamo fidarci di lui -

             - Oh, sì, mi fiderò di lui...quando sarà nel mio letto. Non ho mai desiderato alcuno come desidero lui. Sono tre anni che ci penso. Ed ora...mi ha detto di sì -

            - Stanotte? -

            - No...ma che importa? Sarà presto, comunque. - Katerina si fece aria con forza con il proprio ventaglio, e diede un colpetto sul braccio al fratello - Ecco là, un’altra amicizia pericolosa, come la definisci tu. -

            David voltò il capo, in tempo per vedere la loro padrona di casa, Sarah Gottardi, presentare il granduca Lothar ad una ragazza giovanissima e bionda, di squisita bellezza, completamente vestita di bianco, e senza gioielli.

            - Diversa, ma bella quanto la principessa Desdemona. Sarah Gottardi ha buon gusto nello scegliere le amanti per i propri amanti -

            David annuì, divertito. Lo scopo che animava gli espedienti dell’astuta contessa era assolutamente palese, ai loro occhi cinici. Sostituire se stessa nel letto di Lothar con un’incantevole ragazzina che era in grado di dominare a suo piacimento, era una magnifica mossa per non perdere il favore del granduca.

            - Altezza Serenissima, ho l’onore di presentarvi la mia protetta, e figlioccia, la baronessina Tatiana Patricka. E’ qui da noi in visita....e non vedeva l’ora di conoscervi -

            Tatiana arrossì, e si inchinò. Lothar le tese una mano per aiutarla a rialzarsi, e quel contatto lo lasciò esterrefatto. Lei aveva la pelle morbidissima, l’incanto giovane ed intatto di una vergine, era tanto pura ed intoccabile come Desdemona, e bella quanto lei, pur non somigliandole affatto. Desdemona aveva capelli ricci ed occhi neri, la sua innocente bellezza parlava di una solare passione pronta a sbocciare sotto il tocco dell’uomo giusto.

            Tatiana, invece, sembrava un angelo. I capelli lisci e biondissimi le accarezzavano le spalle snelle e perfette fino alla vita, il suo volto ieratico e perfetto, gli occhi azzurri come il cielo della sua Ucraina d’estate. Tanto bionda e fragile quanto lui era forte e bruno.

            - Volete ballare...baronessina? -

            - Se lo desiderate, Altezza Serenissima -

            La sua uniforme nera contrastava con il candore della seta dell’abito di lei. Tutta la sala non poté fare a meno di ammirarli. Erano una coppia perfetta.

            Nessuno, a Vienna, conosceva la promessa del granduca, la principessa Desdemona di Walkenstein. Per quello che ne sapevano, poteva essere una mite e grassa giovenca in attesa, nel suo principato di provincia sperso tra i boschi, di essere impalmata.

            Quella notte, la perfetta compagna del granduca Lothar era quella baronessina ucraina, bella e bionda come un angelo.

 

 

 

 

 

  - T

atiana, voglio rivedervi -

- Non è possibile, Altezza - replicò lei, con un sospiro. - Devo tornare domani dai miei genitori. Il soggiorno presso la mia madrina, quest’anno, è durato anche troppo -

            - E durerà ancora un po’ - le ingiunse con fare da padrone Lothar - Non mi direte di no. Non è vero? -

            - Devo. - replicò lei, con triste compostezza. - Tutto ci divide. Il vostro rango, innanzitutto...ed il mio. E la vostra...fidanzata. -

            - Al diavolo, Tatiana! -

            La bocca dell’uomo coprì la sua, e Tatiana chinò il capo sotto la sua mano, subendo quel dolce assalto e quasi affondando in quel piacere. Era assurdo. Era impossibile. Sarah l’aveva avvertita. Non poteva, non doveva aspettarsi nulla da un principe di sangue reale.

            Ma lei non poteva resistergli.

            Lothar non riusciva più a pensare a nulla. Non al suo rango, non alla fredda Desdemona, accesa dal di dentro da un fuoco, ora - in questo istante - lo sapeva, non destinato a lui. Ma solo a questa delicata, meravigliosa ragazza bionda, che rispondeva ai suoi baci appassionati con il fragile candore della perfetta innocenza.

            - Lasciatemi...- sussurrò lei, ed intanto lo stringeva a sé, senza accorgersene.

            - No - Lothar strinse le mani intorno al suo busto snello, sottolineato dallo stretto corsetto, assaporando il dolce rilievo dei suoi piccoli, delicati seni. - Domani. Andremo a cavallo insieme, nel bosco viennese -

            - No -

            - Sì - replicò lui, e rise come una giovane belva, sapendo che, semplicemente, non le avrebbe dato tregua. Che lei, presto, sarebbe stata sua.

            Ed al diavolo le antiche promesse.

 

 

 

 

 

 

  A

l diavolo le antiche promesse!

Desdemona strinse forte le redini del suo cavallo mentre, al tramonto, affrontava gli impervi sentieri che conosceva così bene per costeggiare la cupa fortezza di Nelbrück e giungere quindi al castellotto di Roderick di Saringen.

            Non appena era giunto quel messaggio, lei aveva saputo cosa doveva fare. Aveva lasciato la sala da pranzo senza una parola di spiegazione, grata che quel giorno un impegno di corte tenesse Heinrich di Saringen lontano da Walkenstein, ed era corsa nelle scuderie, senza neppure cambiarsi d’abito.

            Non aveva paura dei boschi, e neppure della notte ormai imminente. Li conosceva bene entrambi.

            E la sua mente in subbuglio per quel messaggio vedeva un’unica ragione per quella convocazione urgente da parte dell’anziano cavaliere di Saringen.

            Moritz. Doveva essere tornato.

            Mordendosi le labbra, Desdemona giurò a se stessa che non lo avrebbe lasciato andare via senza una spiegazione, questa volta...e senza altri baci. Moriva dalla voglia di lui. Una voglia che le era cresciuta dentro i quei tre anni di solitudine, mai spezzati neppure da una lettera, da una parola. Una voglia divenuta più forte e prepotente ogni volta che Lothar aveva tentato, sempre freddamente ma cortesemente respinto da lei, di farla sua.

            Moritz. Mio Dio, era una donna perduta. Ma lei viveva per lui, nel suo ricordo, e nella certezza che, nonostante tutto, lui non l’avesse dimenticata.

            - Dov’è? - gridò, quasi fuori di sé, non appena fu nel vestibolo scarsamente illuminato del castello del suo ospite.

            - Altezza Serenissima! - Roderick di Saringen scese di corsa le scale, quanto più velocemente le sue vecchie gambe glielo consentissero, e le baciò le mani. Bellissima e smarrita, con il vestito da sera tutto spiegazzato, lei continuava a volgere il capo intorno a sé, sperando di vederlo riapparire.

            - Moritz. Dov’è? E’ lui che mi ha fatto chiamare qui, non è vero? -

            - No, Altezza - scosse il capo il vecchio, tristemente - Sono stato io. E non dovevate venire da sola, affrontando i boschi di notte. Perché non siete venuta con Heinrich? Perché non avete aspettato il sole di domattina? -

            - Non potevo aspettare - disse lei, e la voce quasi le si spense in un singhiozzo. - Oh, mio Dio. Dovete pensare che sono una pazza. -

            - Penso che siate un po’ pazzi entrambi, Altezza, se permettete la franchezza di questo vostro vecchio servitore. Il messaggio che vi aspetta, per il quale vi ha fatto venire qui, è veramente di Moritz - quasi con timidezza, il vecchio generale le porse una busta. Desdemona si lasciò cadere in una vicina poltrona di tessuto consunto, e l’aprì con dita febbrili.

            “Desdemona,

            vi scrivo per annunciarvi fatti gravissimi, ed ormai imminenti. L’imperatore d’Austria ha deciso di impedire le nozze di vostra sorella, e sta per invadere Walkenstein con una guarnigione. Promettetemi per tutto quanto un giorno ci ha uniti che non farete nulla, né voi né i vostri, per difendere il principato. Sarebbe una lotta persa in partenza, e procurerebbe solo morti e distruzioni inutili. Lasciate che di Saringen vi protegga entrambe. Impedite a vostro fratello di tornare: gli salverete la vita. Una resistenza passiva, in questi casi, è la miglior strategia.

            Non temete, questo momento passerà. Ve lo prometto. Walkenstein tornerà presto indipendente e sovrano...e voi libera. Ma dovrete avere forza e pazienza.

            Se non mi avete dimenticato, ubbiditemi in questo.

            Io non vi ho dimenticata. Ma, come sapete bene, non ho il diritto di dirvi altro.”

                                                                                                          M.L.

            Lente, amare lacrime scorsero sulle guance della giovane donna. Di Saringen si sedette poco distante di lei. Senza parole, la ragazza gli tese il breve messaggio.

            - Altezza Serenissima...dovete farvi forza. Moritz ha ragione. Non opponetevi alle armate austriache. Nel vostro principato vi è sempre stata la pace...non fate conoscere loro la guerra. Fidatevi di lui: se vi dice che presto Walkenstein tornerà libero, sarà così -

            - Non piango per questo - disse lei - Devo pensarci, meditare il da farsi, ma so già che io e Walkenstein sopravviveremo. Piango perché siamo così lontani...così irrimediabilmente lontani. Ancora tre anni, e dovrò sposare Lothar. E non so più cosa inventarmi per tenerlo lontano da me -

            - Lui tornerà. Non vi ha dimenticata...ed ora sfida la corte marziale rivelandovi la segreta strategia dell’Imperatore. Solo perché voi non corriate rischi. -

            Desdemona si alzò di scatto. - Una volta per tutte, di Saringen, parlate! Chi è Moritz? E cosa è lui per voi...e per vostro figlio? Perché gli ubbidite come se fosse lui il vostro sovrano, e non Lothar? E c’è un futuro per noi? -

            Il vecchio scosse il capo, sempre più impotente. Furiosa, Desdemona strinse i pugni.

            - Adesso dov’è? -

            - In Crimea. Come osservatore neutrale per l’imperatore -

            - Non vi credo. Come avete avuto questo messaggio? -

            - Da un suo soldato, che ha attraversato l’Austria a spron battuto per portarmelo. -

             - Se lui fosse qui...non me lo nascondereste, vero? -

            - No, Altezza Serenissima. Ma lui non è qui. Non è più tornato...da allora -

            Desdemona sentì freddo, tanto freddo. Eppure, doveva tornare a casa. L’idea di riattraversare i boschi di notte, da sola, ora la spaventava a morte.

            - Vi porterò io. - le disse il vecchio - Faccio preparare la carrozza, e vi legheremo dietro il vostro cavallo. Torno subito, Altezza -

            Desdemona tornò a sedersi, più sola e disperata che mai.

            “Io non vi ho dimenticata”.

            Dannazione, nemmeno lei riusciva a dimenticarlo.

 

 

 

 

 

  - A

ltolà, chi va la! -

Il cocchiere di di Saringen tirò le redini con un gesto brusco. Desdemona posò la sua mano sul braccio dell’anziano cavaliere, in un gesto di sorpresa.

            - Truppe austriache - le confidò il vecchio sotto voce. - Sono già arrivati -

            - Accidenti! - esclamò lei. - Adelaide non è neppure a Walkenstein! E’ già partita per Dresda, dove si terranno le nozze, ed io avrei dovuto raggiungerla tra qualche giorno -

            Un uomo alto in uniforme da maggiore smontò da cavallo ed aprì lo sportello della carrozza.

            - Sono il maggiore Strevinky, a capo del contingente inviato in queste terre da Sua Maestà l’Imperatore d’Austria. Presentatevi, signore. Voi...e la signora. -

            Roderick smontò di carrozza. - Riposo, maggiore...sono il generale Roderick di Saringen, dell’esercito di Landor. La signora è mia ospite. -

            - Presentatemi la signora, generale - insistette l’ufficiale.

            Desdemona uscì a sua volta dalla carrozza. Si raddrizzò sotto lo sguardo ironico dell’ufficiale, e rassettò con calma la seta spiegazzata del suo abito da sera. - Il generale di Saringen ha molto galantemente a cuore la mia reputazione. Ma non ho alcuna intenzione di mentirvi, maggiore. Sono la principessa Desdemona di Walkenstein. E voi, signore, vi trovate senza permesso sulle mie terre -

            Strevinky la valutò, sempre con quell’insopportabile sorrisetto stampato sulla faccia scarna. Bella da perderci il cuore. E troppo giovane per essere l’amante del vecchio generale.

            Doveva davvero essere chi diceva. Era entrato con le sue truppe in Walkenstein nemmeno da mezz’ora ed aveva già catturato una delle due preziose colombelle.

            - Altezza Serenissima, il permesso di varcare i vostri confini l’ho assunto in virtù della forza. Ora vi riaccompagnerò a Wilbach...la vostra capitale. E noi prenderemo possesso del principato in nome dell’imperatore. Vi garantisco che non vi saranno spargimenti di sangue...se non ci costringerete. Né abusi. Voi e vostra sorella rimarrete chiuse nelle vostre stanze...almeno finché io non abbia stabilito il coprifuoco nel principato. E non ci daremo reciprocamente nessun fastidio -

            - Sua Altezza Serenissima è la promessa del Granduca di Landor...fedele alleato dell’Imperatore - rimarcò il vecchio generale, captando una lieve, inespressa minaccia nelle parole del maggiore.

            - L’Imperatore gioisce di questa unione, lo so...e noi saremo le migliori guardie possibili dell’incolumità della principessa -

            - Desidero tenere con me il mio capo delle guardie, per la mia assistenza personale. Il colonnello Heinrich di Saringen -

            - Vedremo - disse il maggiore, e si allontanò, dando ordini ai suoi uomini di scortare la carrozza a Walkenstein.

            Furiosa ed impotente, nel buio della carrozza, Desdemona rimuginava. Non aveva detto a Strevinky della sorella per consentire ad Adelaide di fruire del maggior tempo possibile per sfuggirgli. Ma, molto presto, quell’insopportabile, arrogante e volgare ufficiale l’avrebbe scoperto da solo.

            - Non potete fare altro - le disse Roderick. - Ricordatevi le parole di Moritz. -

            Desdemona annuì. Seppur con rammarico, aveva fatto sparire il suo messaggio nel fuoco, per timore che potesse essere considerata una prova del suo tradimento nei confronti dell’imperatore. Ma quelle parole reticenti, eppure segretamente intime, le erano ormai rimaste incise dentro.

            E le avrebbero dato forza in quei tempi, che si annunciavano quanto mai difficili.

 

 

 

 

 

           

  I

nnervosita, Adelaide scrutò a braccia conserte dalla finestrella della locanda l’inutile affaccendarsi della sua scorta intorno alla carrozza. Dieter di Vorst, il suo comandante, cugino del marito di Alexandra Norelmeyer, si stava rivelando lentissimo.

            Un’ansia inspiegabile la spingeva a gridargli di muoversi. Doveva arrivare a Dresda. E farla finita. Sposare quel Thurm und Taxis che ormai, segretamente, aborriva, e farla finita.

            - Di Vorst...ci siamo?! -

            Oh, mio Dio, pensò Adelaide. Mi sto comportando come una pescivendola. Ma non lo sopporto. Dio mi perdoni, è lento e inefficace.

            Ed attraente.

            Suo malgrado, non aveva potuto fare a meno di notarlo. Alto e snello, con capelli ed occhi nerissimi ed un viso ben cesellato, un viso buono, di un uomo leale, onesto. Dannazione, a lei non doveva importare nulla degli uomini attraenti. A lei doveva importare solo del suo principe.

            Ansiosa e determinata ad andarsene quanto prima possibile da quel buco di locanda, Adelaide si infilò il mantello, respinse l’aiuto della sua dama d’onore, e si precipitò giù per le scale. Andava così di fretta che, ad un tratto, incespicò. Sarebbe caduta se un paio di forti braccia non l’avessero trattenuta all’ultimo.

            Innervosita, alzò lo sguardo sull’uomo che ancora la stringeva. - Lasciatemi! - gli gridò imperiosamente, abituata solo al comando.

            L’uomo sogghignò. Con disagio, Adelaide notò che portava un’uniforme austriaca. E che non la lasciava.

            - La principessa Adelaide di Walkenstein? - le chiese l’uomo, senza minimamente mollare la stretta. Innervosita, lei cercò di allontanarlo da sé, senza alcun risultato.

            - Come vi permettete? -

            - Siete o non siete Adelaide di Walkenstein? -

            Nell’improvviso silenzio che ne seguì, Adelaide si rese conto che non erano soli. Numerosi uomini in uniforme si erano materializzati intorno a loro e Dieter, reso impotente da una rivoltella puntatagli al capo, la fissava disperato.

            Adelaide deglutì.

            - Questo...cosa significa? -

            - Questo, signora, significa che voi e la vostra scorta siete ora...sotto la protezione delle truppe di Sua Maestà Imperiale l’Imperatore Francesco Giuseppe. E che invertirete prontamente la vostra direzione di marcia. Torniamo a Walkenstein. Questa notte stessa. -

            - Non è possibile. Il mio promesso mi aspetta a Dresda. -

            - Promesso? - sogghignò Stevinky. - L’imperatore ve ne sceglierà presto uno. Di suo gusto -

            Oltraggiata, Adelaide sollevò una mano per schiaffeggiarlo. L’uomo la fermò con una facilità che la umiliò e, ridendo piano, la lasciò andare. Lei respirò piano. Raccolta tutta la sua dignità, si rifugiò con le sue dame nell’ampia carrozza.

            In un batter d’occhio, il convoglio, scortato dalle guardie austriache, si rimise in moto verso casa.

 

 

 

 

 

  T

roppo furiosa per parlare, Adelaide si sedette accanto al fuoco da campo e sbocconcellò il suo cibo in silenzio. Dall’altra parte del focolare, Dieter, disarmato ed impotente, la fissava senza osare parlare. Quella era stata la sua prima missione importante, e si era rivelato un autentico fallimento. Quel Strevinky li aveva messi alle corde con inaudita facilità. Suo cugino Flaviano l’avrebbe degradato a stalliere, se solo fossero ritornati tutti sani e salvi a Walkenstein.

            Finito il pasto, Adelaide si alzò, nervosa al punto da non poter ulteriormente sopportare la mesta, silenziosa compagnia dei suoi affranti sudditi.

            Strevinky la intercettò subito.

            - Pensate di fuggire nei boschi, principessa? -

            - Altezza Serenissima - lo corresse lei, per puro spirito di contraddizione.- Non ci penso neanche. Mio fratello tornerà dalla Crimea e vi metterà al vostro posto una volta per tutte. Pagherete per questo. Statene ben certo. -

            - Ah, ho capito - sorrise l’uomo - Adesso che vi conosco tutte e due, capisco. Una è la sorella bella...e l’altra quella intelligente -

            Infuriata, Adelaide lo fissò. - Dovrei per caso interpretare la vostra dubbia galanteria nel senso che io sono la sorella brutta e Desdemona quella scema? Vi sbagliate di grosso. Mia sorella, per quanto indubbiamente splendida, è una fra le donne più forti ed intelligenti che io conosca. Non ci piegherete. Nessuna delle due. -

            - Chi vivrà, vedrà - sorrise l’uomo. - Buona notte, principessa. -

            - Che vi venga un accidenti, questa notte. - rispose lei, con amabile cortesia. - Vado a pregare perché il Signore ci liberi quanto prima della vostra compagnia. -

            - Due adorabili sorelline, vero? - rise Palacio, l’anziano attendente di Strevinky, compagno in mille avventure. - Ci daranno del filo da torcere. -

            - Non quanto ho intenzione di darne io a loro - sorrise il comandante. - Credi a me. Sarà un vero dispiacere restituire queste piccole furie ai loro fidanzati!-

           


VI

 

 

Walkenstein, settembre 1854.

 

 

   S

tancamente, Desdemona si chiuse dietro le spalle le porte di legno dipinto dalle modanature dorate della sua stanza.

Tre mesi di occupazione austriaca a Walkenstein, ed ancora nessuna notizia del loro fratello, occupato come ricognitore internazionale per conto dell’Imperatore prussiano in Crimea.

            E neppure notizie di Lothar, se non per un breve biglietto giunto per via diplomatica, dove il giovane sovrano si “rammaricava per l’accaduto”, si scusava per “gli impegni di natura militare che lo trattenevano lontano dalla sua promessa sposa” e porgeva l’augurio “che, nonostante tutto, lei stesse bene ed ancora lo amasse”.

            Ad altri, Desdemona non osava pensare. Non consciamente, almeno. Non di giorno.

            Ma la notte, sì. Sola nella sua stanza, la sua mente andava per l’ennesima volta alle poche parole di quel messaggio ricevuto e subito stracciato, dove un uomo che non aveva alcun diritto su di lei, né naturale né acquisito, le aveva confessato di non averla dimenticata.

            Si spogliò con un sospiro, completamente, come aveva preso l’abitudine di fare in quella calda, interminabile estate passata come prigioniera di riguardo nel suo Walkenstein, senz’altro svago se non la compagnia di Saringen, e le rare cavalcate con lui nel parco concessele dall’inflessibile Strevinky. Ormai del tutto insofferente, Desdemona aprì la sua finestra, ed indossò in fretta sul corpo nudo una semplice camicia da notte di cotone bianco. I capelli sciolti, era sempre stata troppo indisciplinata per prendere l’abitudine di legarli prima di dormire, si buttò sul letto, infilandosi sotto il leggero lenzuolo di lino. La giornata era stata quanto mai frustrante. Adelaide sembrava, se possibile, ancora più frustrata di lei, ed odiava il loro carceriere. C’erano tra di loro continui battibecchi su tutto, e Desdemona doveva poi spesso subire il peso del cattivo umore della sorella maggiore, che spesso utilizzava per evadere almeno mentalmente da Walkenstein la compagnia del povero Dieter di Vorst, un ragazzo gentile e piuttosto timido, tanto quanto Desdemona sfruttava l’appoggio più sereno e maturo di Heinrich di Saringen.

            Ma tutto questo, era evidente, non poteva bastare a due giovani donne frustrate e prigioniere di giochi politici tanto più grandi di loro.

            Con un sospiro, Desdemona si agitò nel letto, incapace di prendere sonno. Ad un tratto, i suoi pensieri diventarono sempre più confusi, e solo un soffio d’aria più forte del solito la trasse dal dormiveglia in cui stava precipitando. Settembre, pensò. Tra poco sarebbe stato inverno. Addio anche alle cavalcate nel parco, ultimo svago rimastole.

            Girò il capo verso la finestra, meditando se non fosse il caso di strapparsi da quel languore, e di alzarsi per chiuderla.

            La figura stagliata nel buio appena rischiarato da una luna piena la fece impietrire. Oh, mio Dio, pensò. Lothar. Di nuovo qui. Stanotte, no. Non voglio dover combattere anche contro di lui.

            - Shhh....sono io. Desdemona...non aver paura -

            Il cuore le si fermò. Avrebbe riconosciuto quella voce calma e metallica tra mille altre. Non poteva semplicemente crederci. Lui era tornato.

            - Moritz... - sussurrò, e quel sussurro le sembrò così forte nella notte, che quasi non si stupì quando, pochi istanti dopo, qualcuno bussò alla porta. Era Sandra, che da sempre dormiva su una brandina in un anfratto del corridoio adiacente alle camere da letto delle principesse.

            - Desdemona, tesoro...tutto bene? Ho sentito dei rumori! -

            Desdemona agì con la velocità del lampo. La porta era aperta, e sapeva che Sandra sarebbe entrata a controllare di persona. Lo faceva sempre, da quando lei ed Adelaide erano bambine. Balzò dal letto ed afferrò la mano di Moritz, spingendolo dentro il letto, tra sé e la finestra, e coprendolo completamente con la coperta. Poi, si risistemò accanto a lui, tirandosi su con il busto.

            - Bambina mia...tutto bene? - ripeté la buona donna, socchiudendo la porta.

            - Ho tanto sonno, Sandra...lasciami dormire, ti prego - replicò lei, con voce assonnata.

            - D’accordo. Volevo solo controllare. Buona notte. -

            - Buona notte - Desdemona fece per rimettersi giù, ma non prima che la porta si fosse completamente richiusa.

            Accese il lume, e sollevò la coperta.

            Moritz, sdraiato accanto a lei, completamente vestito, le sorrise senza parole.

            Desdemona si chinò lentamente su di lui, coprendolo con la cortina dei suoi lunghissimi capelli dorati, così come un giorno lui stesso aveva fatto con lei. Lo baciò tenendogli stretta la testa tra le mani, ardendo di desiderio insoddisfatto, assaporando disperatamente il calore sensuale della sua bocca morbida ed insieme dura, capace di darle sensazioni quali nessun altro uomo, lo sapeva per certo, avrebbe mai potuto darle.

            Moritz cedette. Anche il suo autocontrollo, da sempre ferreo, si dissolveva come neve al sole tra le mani di quella donna, di quell’unica donna creata per lui. Ora che era con lei, nel suo letto, e che solo pochi indumenti li separavano, sapeva di aver fatto male a venire, di aver addirittura fatto male, un giorno lontano di molti anni prima, ad aver lasciato che il suo sguardo si abbeverasse delle sua bellezza, che sapeva destinata ad un altro...al suo nemico naturale.

            Ma non quella notte. Quella notte non esistevano nomi, titoli, storie oscure e misteriose che da sempre minacciavano il loro futuro. Quella notte c’erano solo loro due. Aveva attraversato in fretta e furia Asia ed Europa solo per quello. Per un istante nel suo letto.

            La prese tra le braccia e la rovesciò sotto di sé, continuando a divorarle di baci dolcissimi, baci violenti, baci perduti le sue labbra morbide, senza innocenza quando si univano alle sue. Quando si rese conto di ferirle le gambe nude con i suoi stivali, se li tolse con rabbia, mentre lei, disperatamente, slacciava ad uno ad uno gli alamari della giacca rossa della sua uniforme.

            - Moritz.... - mormorò lei, ad occhi chiusi, mentre l’uomo le sollevava la camicia da notte e gliela faceva scivolare su dalla testa, sconvolto dall’improvvisa consapevolezza che lei non portava nulla sotto, assolutamente nulla, ed era così naturalmente bella da fargli girare la testa, e da obbligarlo a cercare il respiro che non veniva più naturalmente ai suoi polmoni...Le mani chiuse sui suoi seni perfetti, che un giorno già aveva avuto l’ardire di sfiorare, la vide inarcare il collo come un cigno, si sentì accarezzare dai suoi capelli d’oro, mentre affondavano nel suo verginale letto, e lei saggiava con le dita e la bocca la sua pelle morbida ed elastica sotto la giacca ormai aperta, con lunghe carezze voluttuose che lo facevano morire...

            - No, basta...non possiamo andare avanti così - ansimò ad un tratto, strappandosi dalle sue carezze innocenti e già perfettamente consce.

            - Perché? - gli chiese lei sottovoce, corrucciata, nuda e bellissima.

            - Perché finiremmo sul serio a letto -

            - Lo siamo già, mi sembra - replicò lei del tutto innocentemente.

            - Non intendevo in quel senso. Voglio dire...che se andiamo avanti così, io non garantirei più delle mie reazioni, e potremmo ritrovarci a... -

            - Fare l’amore? - gli disse lei, con la voce morbida di una Messalina. - E’ quello che voglio di più al mondo. Facciamo l’amore, Moritz. Adesso, qui...stanotte. Non farmi più aspettare. Non lasciarmi nelle mani di un altro. -

            - Non posso -

            - Dobbiamo -

            - Non posso! - Moritz si tirò su, guardando desolatamente la propria giacca abbandonata sul suo letto, ed i propri stivali a terra. Chiunque fosse entrato in quel momento, non avrebbe che potuto trarne una sola conclusione. E lui non poteva semplicemente permettere che questo accadesse alla sua Desdemona.

            - Non mi basta. - gli disse Desdemona, con determinazione. - Non mi è più sufficiente vederti una volta ogni tre anni. Non posso più sopportare che Lothar tenti di mettermi le mani addosso. E non posso sicuramente sposarmi con lui, visto che non lo amo. Ho cercato di estorcere la spiegazione del mistero che tu rappresenti a Roderick di Saringen, e persino ad Heinrich, ma nessuno dei due ha voluto rispondermi. Ora lo pretendo da te. La verità, ed il tuo amore. Oppure, addio per sempre. Non sono una donna che ama a metà. -

            - Lo so - le disse lui, ancora sconvolto, passandosi una mano tra i folti capelli biondi che lei, ancora una volta, aveva tremendamente scompigliato. -Non ti sto ingannando. Ma non posso metterti in pericolo con verità talmente scottanti che riesco a malapena a confidare a me stesso. Non ti posso offrire nulla, per ora, e forse mai. Ed ho sbagliato a venire qui, stanotte. Ma...non resistevo a starti ancora lontano. -

            Lei lo fissò, senza pudore per la sua nudità, così donna nella sua intima comprensione da costringerlo a toccarla, a stringerla a sé, a farla riadagiare accanto a sé sul morbido letto, assaporando senza fiato il contatto pelle contro pelle del suo seno contro il suo petto, stringendo istintivamente le gambe intorno a quelle nude di lei, assaporando con la bocca le sue labbra calde, ed aperte, e pensando suo malgrado a mille possibili modi di possederla...sapendo di non poterne realizzare nessuno.

            Tranne uno, forse.

            - Non faremo l’amore - le disse, quasi ipnotizzandola con il suo sguardo dorato, limpido e terso. - Non stanotte. Ma ti giuro che quel giorno verrà...dovessero volerci mille anni. Ed allora sarà completamente...interamente. Oltre ogni limite. -

            - Lo so - mormorò lei, affondando sotto il suo peso, ubriaca dei suoi baci e del suo odore di uomo, che non aveva mai potuto dimenticare.

            - Voglio darti qualcosa, Desdemona. Qualcosa da tenere per te...quando sarai di nuovo sola. Qualcosa che ci unirà nel lungo periodo della distanza... fino al giorno in cui tornerò da te. -

            Lei annuì, ad occhi chiusi. Sentì la sua bocca sul collo, provocarle brividi di lento piacere che la accendevano come un fuoco, e poi le sue dita sul seno. Come aveva già fatto quella volta in carrozza, Moritz le accarezzò a lungo la punta di un seno, e poi la prese dolcemente in bocca, mordicchiandogliela e facendole inarcare la schiena per il piacere inatteso, profondissimo.

            - Ricordati di questo...quando io sarò lontano. - le sussurrò. Senza alcun preavviso, le fece scivolare una mano tra le cosce chiuse, costringendola dolcemente ad aprirle. Desdemona ansimò e cedette subito a quella che subito le apparve come la più calda delle fantasie. Baciandola sulla bocca, lui le mormorò quello che le stava facendo, quello che lei stessa poteva fare, se fosse stata di nuovo sopraffatta dalla solitudine e dal dolore. Le svelò l’esistenza di un morbido punto fatto per il piacere più intenso, e di come farlo inturgidire e sbocciare. Le mise una mano sulla bocca per soffocare il suo istintivo grido di sorpresa e piacere quando la marea della sensazione calda e bruciante la invase, strappandola definitivamente dall’innocenza per donarle il suo primo orgasmo.

 

 

 

 

 

 

 

  V

estita solo di una vestaglia di velluto blu appartenuta a sua madre, Desdemona lo osservò in silenzio, in piedi accanto al letto, mentre lui si rivestiva.

Con pochi, rapidi gesti, Moritz si infilò gli stivali, indossò e riallacciò la giacca della sua uniforme, e prese un piccolo pettine trovato sulla toeletta della ragazza per passarlo tra i suoi folti capelli assurdamente biondi.

            Era di nuovo perfetto, intoccabile. Freddo e controllato.

            Desdemona sentì che le ginocchia le si piegavano.

            - Dove andrai...ora? -

            - In Germania. L’imperatore Francesco Giuseppe vuole occupare un altro principato, su al nord. Potrebbe essere guerra. -

            - Farai a loro...quello che Strevinky sta facendo a noi? -

            - Sì. Landor è alleato dell’Austria, lo sai -

            - Fino a quando? -

            Moritz ebbe un breve sorriso. Con un gesto che la sorprese, le girò intorno e la circondò con le braccia, stringendola forte. Desdemona pianse per quell’inattesa tenerezza che le spezzava il cuore, ancor più delle sue più audaci, più segrete carezze.

            - Sono tanto sola...non resisterò a lungo senza tue notizie. Comunque sia, romperò la mia promessa di fidanzamento con Lothar. E’ assurda, non ha mai avuto meno senso di ora. E non appena Strevinky se ne andrà, Adelaide ed io dovremo ricostruire una parvenza di normalità e serenità per la nostra gente. Ma non ce la farò senza di te, Moritz -

            - Devi essere coraggiosa, Desdemona - le sussurrò lui, baciandola leggermente sul collo morbido e profumato di lei. Non ignorava come sotto quella preziosa vestaglia fosse completamente nuda, né poteva evitare di inalare il suo profumo di donna e di sesso. Quell’ennesimo contatto gli rammentava acutamente la sua frustrazione...e sebbene sarebbe stato delizioso indugiare nella sua camera, ed insegnarle alcuni modi per aiutarlo ad alleviarla, sapeva che era semplicemente troppo pericoloso. Già albeggiava. E lui doveva andarsene.

            Ma non sarebbe sempre stato così. Lei era sua. Ormai ne era certo.

            - Tornerò da te. Anche quando ti sembrerà impossibile...anche se penserai di me tutto il male possibile. Qualunque notizia ti arriverà sul mio conto, ignorala, e non dimenticare che io tornerò. Pure dall’inferno, se necessario. -

            - Sì - disse lei, da bravo soldatino coraggioso. - Ma non farmi aspettare troppo -

            - Non troppo. Ma ci sono strade pericolose da intraprendere...e quasi nessuna potrebbe portare al successo. -

            - Cos’è che parla ora in te? - gli chiese lei, strappandosi dalle sue braccia per osservarlo alla tenue luce di un lume. - L’ambizione? -

            - La mia unica ambizione è riavere ciò che è mio per diritto di nascita - le confidò, ed era qualcosa che non aveva mai confidato ad alcun essere umano, tranne che al suo antico protettore, Roderick di Saringen. - E tu fai parte del tutto...sei mia tanto quanto il resto. Un giorno lo capirai -

            - So già di essere tua. E tu....se appartieni a qualcuno, appartieni forse a me? -

            - Sì, certo che appartengo a te. Io e tutto ciò che rappresento. - Moritz le prese una mano, la baciò. - Non dimenticarmi, Desdemona -

            - E come potrei? Come vorrei averti convinto ad amarmi fino in fondo, questa notte! -

            - Non rammaricarti di qualcosa che, ora come ora, è semplicemente impossibile. Ma che un giorno accadrà...te lo prometto. - La prese per le spalle, la baciò sulla bocca per un’ultima, interminabile volta, assaporando le sue lacrime sulle labbra di lei.

            E poi se ne andò, rapido e segreto come era arrivato.

 

 

 

 

 

  - M

ovimenti nella sua stanza, stanotte, principessa - ironizzò Strevinky all’ora di colazione. - Ho visto luci accendersi e spegnersi...non riuscivate a dormire? -

            Infuriata, Desdemona si dominò e gli riservò il più gelido dei suoi sorrisi. - Stavo ricevendo un amante, ovviamente. Non posso, forse? -

            Il té andò di traverso ad Adelaide, che osservò di soppiatto di Saringen, seduto al loro tavolo. Il colonnello arrossì suo malgrado. Strevinky aveva più di una volta pesantemente insinuato, anche con lei, che Heinrich dividesse, oltre che i favori e l’amicizia della principessa Desdemona, anche il suo letto.

            - Sì, certo...la questione riguarda solo il vostro fidanzato, direi. Fin tanto che il vostro misterioso amante non progetta di contrastare la nostra pacifica occupazione, direi che è liberissimo di frequentare il vostro letto -

            Indignata, Adelaide si alzò il piedi. - Non siete un gentiluomo, Strevinky, e quanto state dicendo lo conferma! Mia sorella scherza, è evidente... -

            - Chissà - disse Desdemona, di umore sempre più cupo - Adelaide, il maggiore è un uomo di mondo. Di sicuro capirà che due giovani dame come noi hanno di tanto in tanto bisogno di...distrazioni. Perché disilluderlo? -

            Incredula, Adelaide fissò la sorella, che beveva tranquillamente il suo caffé. Si alzò, decisa ad andarsene. Ma, mentre si allontanava, la sua rabbia cominciò a sbollire.

            Le avrebbe chiesto spiegazioni, questo era certo. Doveva essere ammattita. Quello che però era consolante, era che per una volta aveva saputo tappare la bocca a quel Strevinky.

            Forse Desdemona non aveva tutti i torti.

            Basta con una cortesia insensata, con l’uso e l’abuso di buone maniere, quando erano semplicemente delle prigioniere.

            Strevinky si allontanò a sua volta, ancora troppo stupefatto per reagire. La bella gattina dai ricci dorati tirava fuori le unghie. Cominciò a pensare che forse, un amante, l’aveva davvero. Ma di Saringen...possibile? Era un bell’uomo, del tipo che alle donne piaceva. Ma troppo più vecchio di lei, poteva essere suo padre. Alla ragazzina piacevano gli uomini maturi, quelli che avevano tanto da insegnarti a letto? Possibile?

            Eppure, la prima notte in cui l’aveva incontrata era stato nei boschi, nella carrozza dell’anziano padre del colonnello.

            Si chiese, con la parte razionale del cervello, cosa ci fosse sotto.

            Perché Desdemona di Walkenstein, candida principessina destinata al granduca di Landor, trascorreva le sue giornate...e le sue nottate....con maturi sudditi del suo promesso sposo?

            Poteva venirne fuori un rapporto da mandare a Vienna. Doveva pensarci. Non era certo dimostrando eventuali infedeltà di quella ninfetta che avrebbe fatto un piacere all’Imperatore, ansioso di far concludere quel matrimonio.

            Rimasta sola con di Saringen, Desdemona sorrise. Aveva gli occhi segnati, e l’aria stanca, ma quel mattino era più bella e solare che mai.

            - Mi dispiace avervi messo in imbarazzo. Strevinky è talmente limitato da credere davvero alle mie parole. Oggi ne ho avuto la conferma -

            - Un sospetto che mi onora, Altezza - sorrise Heinrich. - Fa sempre piacere pensare, alla mia età, di poter godere dei favori di una donna con le vostre inestimabili qualità. -

            - Alla vostra età? Siete giovane, dovete risposarvi, avere dei figli! - disse lei - E non esiste donna al mondo che non sarebbe onorata di accettarvi -

            - Siete gentile. Ma perché avete fatto infuriare vostra sorella, se mi permettete? E’ rimasta sconvolta dalle vostre parole -

            - Lo so. E le chiederò scusa, oggi stesso. Ma non mi sono potuta trattenere. Non sopporto più ipocrisie di nessun genere. E non mentirò mai più a me stessa, in vita mia. Ed ora, scusatemi...vado a parlarle. -

            Desdemona corse via, i capelli al vento, mentre di Saringen la osservava. Com’era cambiata, dalla prima volta in cui l’aveva conosciuta. Era vero, lei lo onorava della sua amicizia e della sua fiducia...ma sentiva che non sapeva tutto di lei. Da qualche anno c’era in lei come una zona oscura, in cui a nessuno era ammesso entrare.

            Si chiese se ci fosse davvero un grammo di verità nelle sue parole impudenti di quella mattina.

            Desdemona bussò alla porta, e fu sollevata di vedere che Adelaide stava scrivendo una lettera. Se non altro, non stava piangendo, o qualcosa di simile.

            - Sono la tua sorellina incorreggibile? -

            Adelaide ebbe un mezzo sorriso. - Dimmi la verità, se vuoi che ti perdoni. Non sono mai stata così imbarazzata in vita mia. Eppure, forse ne valeva la pena. Non fosse altro che per la faccia che ha fatto Strevinky -

            Le due sorelle si strinsero in un lungo abbraccio.

            - Adelaide, non dobbiamo aver paura della realtà. Non abbiamo nulla da perdere. D’ora in poi, guai agli altri. Lothar. Thurm und Taxis. Strevinky. Ci difenderemo da sole. -

            - Perché l’hai provocato? -

            - Perché sono stava veramente a letto con un amante, stanotte -

            - Sei matta? - si scandalizzò la sorella. - Di Saringen? -

            Desdemona rise. - No, sciocca. Nella mia fantasia, intendo...non nella realtà. -

            Baciò la sorella su di una guancia, e si allontanò.

            - Ci sono cose che tu non sai, Adelaide, e che neppure io sapevo...ma adesso sì. E sono cose che ci rendono libere -

            Adelaide si chiese cosa volesse dire la sorella. Beh, ci avrebbe pensato dopo.

            Era l’ora della sua cavalcata mattutina nel parco con Dieter di Vorst.

 

 

 

 


VII

 

 

 

 

            Germania nord - orientale, novembre 1854.

 

 

 

  L

’urlo della ragazza scosse la notte. Franz di Walkenstein lasciò il tavolo da gioco, ingiungendo con un gesto ai suoi uomini di non seguirlo. Girò intorno alla locanda con cautela. Quando giunse alle scuderie, capì con un’occhiata di che si trattava.

                        Lei non voleva. Un contadino vecchio e grasso, e pure ubriaco, le stava sbavando addosso, lottando con le grosse mani per strapparle il corsetto di liso cotone. Lei, urlando, si divincolava, ma presto avrebbe ceduto. L’uomo era semplicemente troppo grosso.

                        Senza nessuna fatica, Franz circondò il collo dell’uomo con il suo snello braccio...ed un coltello a lama sottile ed affilata.

                        - Lasciala andare. Subito. E fila via senza una parola. Oppure troveranno le tue budella attorcigliate al collo del tuo mulo. -

                        L’uomo non era così stupido da non capire un ordine tanto semplice. Lasciò cadere la ragazza a terra come un sacco di patate, e si allontanò quanto più velocemente poté.

                        Lei sollevò il capo nell’oscurità appena rischiarata da un lume acceso dall’uomo per poterla vedere meglio, mentre la stuprava. Scrutò il suo salvatore con occhi tersi e dorati, limpidi come topazi. E senza neppure un sorriso.

                        - Se volete darmi la mano, signorina...vi tirerò su -

                        - Faccio da sola, grazie - rispose lei, con voce calma e controllata, e con un accento sorprendentemente curato per una contadina. Portava un corsetto stracciato, che lasciava intravedere ben più dell’inizio del suo candido seno, ed una gonna di fustagno marrone. I capelli erano nascosti sotto un fazzoletto a fiori piuttosto sporco. E lo guardava con la stessa naturale alterigia di una granduchessa.

                        - Avete qualcuno che badi a voi? I vostri...genitori?-

                        - Sono morti. Da tanto tempo. E coloro che si prendevano cura di me hanno deciso che avrei reso di più...come ragazza da taverna. Capite cosa intendo? -

                        Franz deglutì. Capiva benissimo. Lei era snella ed attraente, ma ancora non l’aveva vista bene in volto. Comunque fosse, non credeva che gli avventori di quel miserabile buco di locanda guardassero tanto per il sottile.

                        - Dovete andar via di qui. Non credo che questa vita faccia per voi -

                        - Come siete perspicace - ironizzò lei. - Mi avete salvata, vi ringrazio. Vi devo molto. Portatemi nella vostra camera, e vi ricompenserò adeguatamente -

                        Qualcosa nelle sue parole lo innervosì. Lei sembrava, malgrado tutto, tutt’altro che una prostituta.

                        - Non è il caso -

                        - Insisto. Non avreste per caso una tinozza? Vorrei così tanto lavarmi... -

                        Ecco, probabilmente lei voleva solo quello. Rifocillarsi, lavarsi...e magari sfilargli il portafoglio mentre dormiva.

                        Perché no, si disse Franz. Starò in guardia.

                        Passando per il retro della locanda, la fece salire su fino alle stanze che da qualche giorno, in incognito, occupava con i suoi uomini. Chiunque lo avesse incontrato, non l’avrebbe che giudicato un ricco borghese con i suoi compagni di commercio. Ansioso di appartarsi con quella piccola prostituta.

                        Una volta nella stanza, lei attese a braccia conserte che l’oste portasse su una tinozza colma di acqua bollente. Per spezzare quell’imbarazzante silenzio, Franz si sedette al rozzo tavolo e tirò fuori delle lettere a cui rispondere. Lei rimase assolutamente immobile, fino a che l’oste non fu uscito.

                        E poi si tolse il fazzoletto dai capelli.

                        Quel luccichio inatteso sorprese Franz, lo costrinse a girare il capo verso di lei.

                        Lei aveva i capelli più incredibili che lui avesse mai visto. Lunghi fino alla vita, foltissimi, chiari come raggi lunari, così assurdamente biondi come non ne aveva mai visti prima in alcuna donna.

                        E quei suoi occhi freddi, color topazio.

                        La bocca sensuale, il corpo snello ed aggraziato. Con un sorriso, la ragazza si slacciò il corpetto, rimanendo a seno nudo dinnanzi a lui, senza apparente imbarazzo. In silenzio, lasciò cadere ogni altro indumento, fino a rimanere perfettamente nuda.

                        Entrò nella tinozza, e si stese sensualmente, il collo lungo ed inarcato, la bocca sorridente, e quegli assurdi capelli sciolti come una cortina d’argento attorno a lei.

                        Lasciò che si lavasse con la piccola saponetta profumata che le aveva dato. Lei bagnò i capelli, e lavò con il sapone anche quelli. E poi si alzò, nuda e gocciolante, senza nessunissima vergogna.

                        Franz prese un telo di lino, e ve la avvolse. E poi, cadde con lei sullo stretto letto.

 

 

 

 

 

           

     - C

ome ti chiami? - le chiese poi, mentre lei asciugava con un telo più piccolo i lunghi capelli.

- Karla - rispose lei, sorridendogli. Franz la tirò giù, e se la rimise sotto, ansioso di penetrarla di nuovo. Il piacere che lei gli aveva dato l’aveva sconvolto. Non era vergine...ma neppure esperta. Eppure, sapeva amarlo nel modo giusto per istinto.

            - Voglio fare di nuovo l’amore con te, Karla. Ti dispiace? -

            - Perché dovrebbe? - sorrise lei, allargando le gambe, e stringendole attorno alla sua schiena, mentre gli affondava le dita nella pelle, assaporando il piacere del suo contatto intimo. Gemettero entrambi quando giunsero al culmine. Non erano amanti esperti, né l’una né l’altro, ma si erano trovati.

            - Perché io sì...e quello no? -

            - Perché mi andava così. Tu sei bello, giovane, probabilmente anche ricco. - Karla strofinò il volto contro il suo petto, e gli sorrise. - Contrariamente a quello che puoi pensare, non sono una sgualdrina. Non mi sono mai concessa per denaro. In verità, non mi sono mai concessa per libera scelta. Chi mi ha avuta ha dovuto usare la forza. Puoi credermi o no, ma è la verità. Per una volta ho voluto scegliere -

            - Chi ti ha fatto questo? - le chiese Franz. Lei aveva troppa dignità innata per dubitare delle sue parole.

            - Ho vissuto da che sono nata con una famiglia di contadini, non lontano da qui. La madre era una specie di levatrice. Ho sempre saputo che non ero figlia loro, ma nulla di più. Tutti dicevano che ero una trovatella. Quando Frau Herzog morì, due anni fa, rimasi con suo marito e suo figlio. Puoi immaginare che vita. Facevo loro da serva...e spesso in tutti i sensi. Quando ho cominciato a far finta di essere diventata pigra ed inutile, mi hanno portata qui e letteralmente venduta all’oste. Questo è successo ieri -

            - Ed il tuo primo cliente doveva essere quel vecchio -

            - Già. Ma sei intervenuto tu. Ed ora puoi aiutarmi a scappare di qui. -

            - C’è qualche posto dove vuoi andare? -

            - Sì. Un paese giù al sud...un posto che si chiama Landor -

            Franz si tirò su di scatto, sorpreso. - Landor? Perché vuoi andare a Landor? -

            - Perché una sera Herzog era ubriaco....e disse che venivo di lì. Che sua moglie, un Natale di molti anni prima, era stata condotta fino in Italia da un uomo ricco e potente di nome Norelmeyer, originario di Landor, per far partorire una donna molto importante. E che i neonati furono due, io ed un mio gemello maschio, per quel che ne sapeva lui, subito morto. Norelmeyer pagò Frau Herzog per farmi sparire, ma lei mi trovò carina e mi tenne. Che c’è? Conosci questo posto? Landor esiste davvero? Ho spesso pensato che fosse solo un’invenzione di quell’ubriaco... -

            - Karla...certo che Landor esiste. -

            - E’ un principato? Ci sei stato? -

            - E’ un granducato ai confini con la Cecoslovacchia, e lo conosco benissimo. Vengo da un principato confinante. E...conosco anche Norelmeyer. Immagino che sia il conte Damian Norelmeyer. -

            Karla si sollevò a sua volta, incurante della sua nudità. - Stai dicendo sul serio? Conosci Landor ed anche Norelmeyer? Non è una favola, dunque? -

            - Beh, non so nulla di neonati fatti sparire e cose del genere. Ma chi ti ha raccontato queste cose, almeno in questo non mentiva. Esiste il granducato di Landor, molti chilometri a sud di qui, ed esiste almeno un Norelmeyer. -

            Karla si rimise giù, un dito sulla bocca piena che lui ormai conosceva così bene, pensosa.

            - Mi porteresti fin laggiù? -

            - E’ là che sto andando. -

            - Ci saranno stanze come questa, lungo il cammino? E letti da condividere? -

            - Se vuoi - le disse, timidamente, soggiogato dalla sua personalità, insieme fredda e coinvolgente, come il suo modo di fare l’amore.

            - Si, lo voglio - disse lei, e sembrò un’improbabile promessa nuziale.

 

 

 

 

           

  - L

ei è Karla - disse ai suoi uomini. Nessuno, naturalmente, commentò le decisioni del loro principe.

Ma doveva essere diventato matto. Stavano precipitandosi a Walkenstein per scacciarne l’invasore austriaco, e lui si portava dietro nel lungo viaggio quella sgualdrina bionda.

            Franz aiutò Karla a raccogliere le loro cose. Le aveva procurato alcuni abiti semplici, usati ma puliti, ed ora le stava pettinando i lunghissimi capelli d’argento in due folte trecce. Quando lei aveva protestato, lui aveva riso, assicurandole che sapeva rendere molto bene quel tipo di servizio, abituato com’era a due sorelle.

            - Sono buone, le tue sorelle? -

            - Sono buonissime. Adelaide è un po’ testarda, e Desdemona è bella come un angelo. Ma non saprei fare a meno di loro per nulla al mondo. -

            - Qual’è il tuo nome? -

            - Franz. Devi perdonarmi, ma ora come ora non posso dirti nulla di più -

            - D’accordo - sorrise lei, controllata come al solito. Era bellissima. Ai suoi occhi, era semplicemente bellissima.

            Quando scesero, Franz diede del denaro all’oste per risarcirlo della perdita. Naturalmente, l’uomo non osò controbattere. Era da troppo tempo al mondo per non riconoscere un gran signore quando ne vedeva uno, anche se affettava arie da borghese. E brava la piccola Karla. Si era sistemata benissimo.

            Prima di andare via, una vecchia zingara chiese una moneta alla ragazza.

            Karla se la fece prestare da Franz, e le tese la mano. La vecchia prese anche la mano del giovane, e le guardò entrambe.

            Sbalordita, le guardò meglio.

            - Perché mi state ingannando, miei signori? - chiese loro. Karla e Franz si fissarono ridendo, senza capire.

            - Due corone che si intrecciano- disse poi, sbigottita suo malgrado, senza capire perché quei due viaggiassero in incognito, lui come un mercante, lei come una sgualdrinella da taverna. - Anzi, quattro. Un’antica faida che finirà, infine. Due regni. -

            Franz sorrise. La vecchia non rideva più.

            - Bada alla tua principessa, bel principe. Ha già sofferto abbastanza. -

            - Principe? - rise Karla. - Cosa voleva dire? Non sei un mercante? -

            - E tu non sei una serva da locanda? - rispose lui.

            Karla tacque.

            La notte seguente, ci fu una nuova taverna. Subito dopo cena, Franz e Karla si ritirano nella loro stanza. Karla si spogliò per lui come aveva fatto la sera precedente, e sciolse i lunghi capelli che lo facevano impazzire.

            E poi fecero l’amore. Era sempre più meraviglioso. Le esperienze con le donne di Franz si limitavano a qualche scappata con i compagni di accademia in bordelli alla moda, dove lui badava bene a non far trapelare la propria vera identità. Quegli incontri clandestini non potevano certo soddisfare la sua ansia di affetto e comprensione, tanto più accresciuta da un’infanzia senza genitori, e gravata da subito dalle pesanti responsabilità di comando.

            Karla era la sua prima vera donna. L’unica con la quale avesse mai parlato e dormito. E le notti con lei erano un paradiso.

            Quanto a lei, conosceva del sesso solo i ripugnanti contatti impostile dai suoi padroni, Herzog e suo figlio. Questo era qualcosa di completamente diverso. Gli occhi azzurri e dolci di Franz, il suo corpo elegante e robusto, la sua innata eleganza. Le sue mani, la sua bocca, il suo modo rispettoso di amarla. Il suo profumo naturale di uomo curato, pulito. I suoi folti capelli castani, la sua pelle ambrata, leggermente troppo scura per essere un tedesco. Una pelle che parlava di un retaggio lontano, esotico. Una pelle che lei adorava accarezzare, vedere nel letto accanto alla propria, particolarmente bianca, da vera figlia del nord.

            Cominciarono a sperimentare cose nuove, cose di cui ciascuno di loro aveva, fino ad allora, soltanto sentito parlare.

            - Oh, Karla - gemette Franz, sentendo il proprio controllo scivolare via, mentre lei lo possedeva come mai aveva posseduto un uomo prima, imponendogli il proprio ritmo.

            - Non mi lasciare - le sussurrò. Lei non doveva lasciarlo.

            Quella sgualdrinella senza nome e senza identità stava diventando la sua forza segreta.

 

 

 

 

 

 

  - N

on hai paura delle...conseguenze?-

- No - rispose lei serissima, accarezzandogli il petto. - Almeno questo, Frau Herzog me l’ha spiegato bene. Ci sono giorni in cui non potrai toccarmi. E dovrai rispettare questo divieto, se non vuoi che nascano dei bambini -

            Franz tacque. Lei aveva ragione. Un giorno, prima o poi, questo sarebbe finito. E lui sarebbe dovuto rientrare nei ranghi. E cercarsi una principessa dal giusto lignaggio quale nuova sovrana di Walkenstein.

            Ma non era ancora pronto a rinunciare a Karla. L’aveva appena trovata.

            - Siamo molto lontani...da Landor? - gli chiese lei, ossessionata da quell’assurda ricerca. Si chiese se il suo gemello era davvero morto...e se esisteva ancora qualcuno, in quel vasto mondo, che portasse il suo stesso sangue nelle vene. Doveva scoprirlo. Arrivare fino a quel Norelmeyer...e sapere.

            - Molto. Ci vorranno ancora giorni e giorni di cammino -

            - Tu, torni a casa tua? -

            - Sì. Ho molto da fare, lì - si incupì Franz, pensando alle lettere reticenti di Adelaide, ed al fatto che Desdemona non gli aveva scritto affatto. Aveva appreso dell’occupazione di Walkenstein da fonti prussiane...e non dalle sue sorelle. Si chiese se lo ritenessero incapace di difenderle.

            Per quanto ciò lo innervosisse, si chiese se piombare in incognito a Walkenstein fosse la migliore soluzione. Forse, avrebbe dovuto cercare l’appoggio di Berlino e farsi dare un vero e proprio contingente di uomini con cui dare battaglia.

             E rischiare così l’incolumità delle sue sorelle?

            La cosa migliore era esaminare la situazione da vicino, e poi decidere.

            - Potrai stare con le mie sorelle - le disse - Troveremo una soluzione. Da casa mia, Landor è vicinissimo. Ma dovrai essere molto prudente. Norelmeyer è un uomo molto pericoloso. -

            - Sarò prudente. - promise lei. - Vedrai, troverò il modo -

            Franz avrebbe voluto essere fiducioso quanto lei. Non lo stupiva affatto sapere che Norelmeyer fosse stato invischiato in quel tipo di losche faccende. Non dopo quanto aveva appreso da un dossier dell’intelligence prussiana, recentemente messogli nelle mani dai suoi amici di Berlino.

            Sua madre ed il granduca Magnus di Landor erano stati a lungo amanti, sino alla loro congiunta morte.

            Con amarezza, Franz si chiese se suo padre lo avesse saputo. E come, e se, dirlo a Desdemona.

            Il suo fidanzamento con Lothar appariva, di ora in ora, più improbabile.          

            - Franz? - lo interruppe la ragazza, vedendolo assorto in pensieri dai quali lei non poteva che essere esclusa.

            - Sì? -

            - I tuoi compagni non sono mercanti, vero...ma soldati. E tu sei il loro comandante -

            - Sì -

            - Non voglio saperne di più. Dimmi solo se vai a combattere -

            - Probabilmente -

            - A Landor? -

            - No. Non a Landor -

            Karla non disse più nulla. Si accoccolò contro di lui, chiudendo gli occhi, il capo contro il suo petto.

            Più tardi, nella notte, un urlo disperato li svegliò.

            Franz scosse la ragazza. Era pallida e disperata, tra il sonno e la veglia, ed era lei che aveva urlato.

            - Un grande pericolo... - ansimò Karla - E’ come se qualcosa di grave, di irreparabile stesse per accadere a qualcuno di molto vicino a me, di molto caro...e quel qualcuno non sei tu. E’ come se stesse per accadere a me -

            Franz cercò di consolarla, accarezzandole il capo biondo, e riuscendo pian piano, con carezze e dolci parole, a farla riaddormentare.

            Ma la sensazione orribile di Karla non la abbandonò neppure con le prime luci dell’alba.

 


VIII

 

 

 

            Quello stesso giorno, Germania settentrionale.

 

 

  L

e luci livide dell’alba illuminarono il piccolo accampamento. C’era stata battaglia, la notte prima, una battaglia conclusasi con molti morti e numerosi feriti, e con un sostanziale nulla di fatto. Le forze in appoggio agli austriaci non erano ancora riuscite ad espugnare il piccolo principato, a causa dei massicci, tempestivi soccorsi inviati da Berlino.

            Prima che il sole sorgesse, il tenente colonnello Moritz von Landau controllò con calma la sua uniforme. La pistola di ordinanza nella fondina, il piccolo spadino.

            Indossò il berretto nero delle truppe di Landor sui capelli biondi, ed uscì.

            - Vado a recuperare i nostri feriti - disse al suo secondo in grado, l’anziano capitano Kunze. Combattevano da molti anni ormai insieme, e Kunze aveva seguito passo per passo la straordinaria, rapidissima carriera del suo giovanissimo superiore. E non l’aveva mai capito. In quel momento, meno che mai.

            - Tenente colonnello...scherzate, vero? Se vi scoprono i prussiani, vi ammazzano come un cane! Cureranno i nostri feriti, almeno lo spero. E prima o poi ce li restituiranno. Il campo pullula delle loro retroguardie. E’ un dannato suicidio! -

            - Ho comunque deciso. Andrò - replicò Moritz, con assoluta calma. Aveva già valutato tutte le possibili variabili. I pro ed i contro. La sua strategia era ormai definita. Come diceva quella vecchia frase, antica di secoli, attribuita a Giulio Cesare? “Il dado è tratto”.

            Si sentiva esattamente così. Dopo anni di sotterfugi e dissimulazioni, il dado era davvero tratto.

            Non poteva più tornare da Desdemona come Moritz von Landau.

            Quel passato doveva lasciare il posto al futuro...anche se l’unico futuro possibile fosse stato la morte.

            - Grazie di tutto - disse ad uno sbalordito Kunze. Più disorientato che sconvolto, l’anziano soldato non ebbe la prontezza di tentare assolutamente nulla. Con la velocità che lo contraddistingueva, Moritz era già montato a cavallo e si allontanava verso le linee nemiche, nell’alba ormai incipiente.

            Vagò per il campo, stupendosi dell’assenza di nemici. Ma non dubitava che presto sarebbero arrivati. Molto presto. I pochi feriti ancora in vita si lamentavano debolmente.

            La guerra. La odiava e la amava. Era stata la sua vita, il suo riscatto. Ma ora il suo destino doveva prendere un’altra direzione.

            - Altolà, chi va la’! -

            Non tentò neppure di impugnare la rivoltella. Portò le mani sul capo, e guardò con assoluta tranquillità il soldato giovane e tremante che l’aveva sorpreso nel campo di battaglia.

            - Nome e grado! -

            - Tenente colonnello Moritz von Landau, dei dragoni di Landor -

            - Oh, mio Dio.... - il novizio non credeva alle sue orecchie. La pistola che impugnava tremava vistosamente nelle sue mani. Aveva catturato il famigerato “cavaliere rosso”! Von Landau! Forse il nome più odiato dell’intero esercito austriaco!

            Sarebbe stato ridicolmente semplice disarmare quel ragazzino. Moritz si concesse un breve sorriso. Gli dispiaceva uscire di scena in modo così goffo, ma non aveva davvero altre alternative.

            - A...avanti! Camminate davanti a me...mani sulla testa -

            Obbedì tranquillamente. Quando giunsero alla tenda del comandante prussiano, Moritz lasciò che la recluta gli portasse via rivoltella e spadino.

            - Non credo ai miei occhi - disse il maggiore Baumgartner, osservando quel giovane biondo, snello, tranquillissimo. Si era sempre immaginato qualcuno di molto più anziano. Invece, era quasi un ragazzo, anche se gli occhi chiari e gelidi smentivano qualunque ingenuità, qualunque incertezza.

            - Vi siete fatto catturare...voi, il famoso “cavaliere rosso”! -

            Moritz non rispose. Sperava solo che i suoi uomini non tentassero alcuna assurda impresa per liberarlo.

            - Vi dovremo fucilare...ve ne rendete conto? Un tribunale tedesco vi ha giudicato un criminale di guerra per il trattamento riservato ai nostri feriti! -

            - Perfettamente - disse solo Moritz.

            Era una grana troppo grossa per un veterano senza appoggi politici come Baumgartner. E puzzava di imbroglio lontano tre miglia. Non poteva essere vero. Un simile combattente, con quella fama, non poteva farsi catturare in quel modo, da una recluta inesperta!

            Moritz benedisse il suo fato...ed il buon senso del maggiore prussiano. Un altro, meno accorto, avrebbe tranquillamente potuto passarlo immediatamente per le armi.

            - Beh...lo decideranno a Berlino. Mi date la vostra parola di ufficiale che non tenterete di fuggire? -

            - Ve lo prometto. -

            Quando venne rinchiuso in una piccola stanza, in una locanda poco lontana, Moritz si disse che poteva ancora fuggire. Sarebbe stato facile.

            Chiudendo gli occhi per dormire un po’, ripensò a Desdemona.

            La posta in gioco era troppo alta per poter rischiare di perdere.

 

 

 

 

 

  A

 Berlino, venne naturalmente decisa la sua esecuzione. Sarebbe stato un deciso segno di imperio ed una presa di posizione senza appello nei confronti dell’arroganza austriaca.

            Non si poteva lasciare impunito “il cavaliere rosso”, simbolo della protervia di Vienna.

            Moritz trascorse i giorni antecedenti alla sua esecuzione in una fredda, umile cella del carcere militare. Nessuno gli disse che il governo austriaco, e lo stesso sovrano di Landor, il granduca Lothar, avevano inutilmente interceduto con Berlino per la commutazione della pena capitale, tramite fucilazione, in detenzione perpetua.

            Stava giocando la sua ultima carta, la più difficile.

            E non poteva perdere.

            Si chiese come doveva essere morire a ventiquattro anni. Aveva un solo rimpianto. Ed un solo ricordo. E si chiedeva se Desdemona si sarebbe consolata tra le braccia di Lothar. E se con lui sarebbe stata felice...come granduchessa di Landor.

            Il giorno prima dell’esecuzione, già fissata per l’alba, trascorse lentissimo, esasperante. Moritz si rinchiuse in se stesso...e ripensò al passato. Al bambino che era stato, solo, infelice, calcolatore, ambiguo...ed a quello che sarebbe potuto essere se solo tutto non fosse cominciato in modo così sbagliato, così tremendamente sbagliato, fin dal suo primo vagito...

            Pensò ai suoi peccati. Peccati di omissione, di crudeltà...di menzogna. Pensò al suo peccato più grosso.

            Aveva rubato il cuore della donna destinata a suo fratello. Per sempre. Questo pensiero gli era di qualche consolazione. Qualunque fosse stato il suo destino, sapeva che Desdemona sarebbe stata per sempre sua.

            Due minuti alla mezzanotte. La porta di ferro della sua porta si aprì cigolando. Moritz rialzò il capo, pensando che dovesse essere il cappellano per la preparazione spirituale. Era quasi l’ora.

            Entrò invece il direttore del carcere, insieme a due uomini alti e corpulenti, vestiti modestamente di nero.

            - Come avete chiesto, von Landau - ironizzò il direttore. - I signori che avete fatto chiamare-

            Il direttore si allontanò, dopo una serie di profondi inchini. Il primo dei due, un uomo alto, dal portamento aristocratico, con folti baffi, doveva essere intorno alla quarantina. Osservò il prigioniero con attenzione. Ma non con tanta attenzione quanto quella che gli dedicò il secondo uomo.

            - Principe Olafsen...riscontrate qualche somiglianza? -

            Il principe era decisamente più anziano del suo compagno. Girò intorno a Moritz, lo invitò ad alzarsi in piedi. Prese persino tra le dita una ciocca di quei suoi stupefacenti capelli biondi.

            - Nessuna tintura potrebbe ricreare questo tipo di sfumatura - disse, in un tedesco sorprendentemente buono, del tutto privo di accenti. - Ed il naso dritto...mi ricorda moltissimo mio fratello Haakon. Quando era così giovane, naturalmente -   

            - L’audacia non vi manca certo, von Landau -

            - Confido sempre nella mia buona sorte, signore - rispose modestamente Moritz. L’uomo con i baffi lo fissò con freddezza, cercando di valutare la via più conveniente per uscire con i maggiori risultati possibili da quel pasticcio.

            - Von Bismarck - li interruppe il principe. - Non ne posso essere certo. Ma ci sono delle somiglianze, è evidente. Mia nipote era l’unica della famiglia ad avere capelli così chiari. E la somiglianza con suo padre Haakon è sorprendente. -

            Bismarck chinò il capo, in gesto di assenso. Avrebbe sicuramente tratto da quel felice riconoscimento tutti i vantaggi possibili.

            Landor. E Walkenstein. Finalmente nella confederazione germanica tutti e due.

            E nelle sue mani.

            Anche se gli occhi altrettanto freddi di quel condannato a morte già lo sfidavano.

           

 

           
IX

 

 

            Vienna, Natale 1854.

 

 

  L

a notizia dell’avvenuta esecuzione di Moritz von Landau raggiunse Lothar praticamente nel letto della sua amante.

Se ne dispiacque moltissimo. Non aveva amato Moritz, era impossibile amare una persona così riservata, ma era stato per lui una presenza costante e rassicurante fin dalla sua infanzia. Non meritava una fine così prematura ed ingloriosa. Un combattente come lui sarebbe dovuto cadere in battaglia.

            Lothar trascorreva pigramente quei freddi giorni di dicembre accanto a Tatiana, incontrandosi con lei praticamente ogni giorno in una piccola dependance della casa dei Gottardi, messagli gentilmente a disposizione dalla contessa Sarah, la sua antica amante. Tatiana gli aveva ceduto subito, come previsto. E lui aveva ceduto subito a lei.

            Stavolta era amore. Dimenticata Desdemona, Lothar aveva trovato la donna della sua vita. La comunione fisica e spirituale che aveva in breve raggiunto con Tatiana obnubilava la sua ragione. Non poteva neppure pensare di sostituirla con un’altra donna, fosse pure la sua antica promessa.

            La morte di Moritz gli diede il pretesto che attendeva per fare qualcosa di assolutamente folle.

            Moritz era solo un anno più giovane di lui, quando era morto in quel carcere militare, sotto i colpi del plotone di esecuzione. Lothar rabbrividì al pensiero, accarezzando con la mano il fianco nudo della sua amante, stretta a lui nel suo innocente sonno. Cercò di visualizzare la morte. Buio. E freddo.

            Tatiana era la vita.

            Si alzò in silenzio, e si rivestì, radendosi davanti alla piccola toeletta di ceramica dipinta che lei aveva fatto spostare in quella improvvisata alcova. Si guardò nello specchio. Era giovane, bello, favorito dalla sorte. Aveva una donna stupenda, creata per lui, che lo amava.

            Non l’avrebbe persa.

            Uscì dalla stanza, di nuovo vestito nella sua uniforme nera di gala, lasciandole una rosa rossa sul cuscino, in ricordo del piacere che lei gli aveva dato, e della profonda comunione spirituale di cui avevano goduto.

            L’aria fredda di dicembre gli schiarì le idee. Si passò una mano tra i folti capelli nerissimi, dai riflessi corvini, e si diresse verso l’ufficio dell’Imperatore. Aveva da comunicargli un paio di decisioni.

 

 

 

 

 

  N

on lontano da Walkenstein, il convoglio dall’aspetto innocente formato da Franz, Karla, e dagli uomini del suo seguito, venne bloccato da una pattuglia austriaca di supporto al battaglione di Strevinky.

            Franz si chiese chi potesse essere stato a denunciare la sua presenza. Fin dall’inizio, era stato evidente che non si era trattato di un mero “incidente”. Gli uomini di Strevinky pareva sapessero con chi avevano davvero a che fare.

            Farsi ammazzare in una scaramuccia non sarebbe servito davvero a nulla, se non a lasciare le sue sorelle sole ed indifese in quei tempi difficili. Non appena i militari si avvicinarono, Franz fece nascondere Karla dietro un vicino cespuglio. - Non fiatare - le disse, mettendole in mano delle monete d’oro. - Vai di corsa a Walkenstein, e cerca la principessa Desdemona. Dille che ti ha mandato da lei Franz, e che ti protegga. Descrivimi a lei. E’ mia sorella -

            L’espressione stupita di Karla fu più che mai eloquente. In quel momento, Franz ebbe la certezza che non era stata lei a tradirlo, e che non aveva mai davvero intuito la sua vera identità.

            - Corri! - le ingiunse, volgendosi verso i suoi uomini.

            Lei avrebbe voluto protestare, ma non ne ebbe semplicemente l’opportunità. In un istante, la radura si era affollata di uomini in armi.

            - Mani in alto. Armi per terra -

            Franz si lasciò disarmare. Gli austriaci erano troppo numerosi.

            Più tardi, avrebbe saputo che era stato l’oste dal quale aveva “comprato” Karla a tradirlo. Aveva sentito uno dei suoi uomini parlare di “Walkenstein”, e l’aveva riferito ad una spia austriaca attiva in quella zona.

            Ma la cosa più sorprendente era che il suo arresto rientrava nelle azioni di rappresaglia che il governo di Vienna aveva escogitato per punire Berlino dell’esecuzione di Moritz von Landau.

            Sperava solo che a Vienna fossero più benigni con un principe sovrano quale lui era.

 

 

 

 

  D

esdemona passeggiava senza troppo entusiasmo per il parco della Residenza, troppo annoiata e frustrata per chiedere la compagnia di chicchessia, persino di Heinrich.

Il freddo la rivitalizzava: non sopportava più di soggiornare nelle stanze surriscaldate della Residenza. E quei giardini spogli, l’acqua ghiacciata nelle fontane decorative, sembravano perfettamente riprodurre il suo stato d’animo, da quando Moritz l’aveva lasciata, per sparire ancora una volta nel nulla...fino al prossimo ritorno dalla guerra.

            Quanto a Lothar, non aveva nemmeno avuto il buon gusto di scriverle di nuovo. Disgustata per il suo palese, offensivo, disinteresse, Desdemona si sentiva automaticamente assolta da qualunque tipo di senso di colpa potesse fino ad allora aver coltivato.

            Le guardie di Strevinky non la fermarono. Sapevano che era una sua abitudine fare quel tipo di lunghe passeggiate. E poi, non c’era assolutamente nulla che lei potesse fare.

            Così, si stupì non poco quando vide una giovane donna, vestita semplicemente da contadina, correrle incontro.

            - Signora...vi prego, signora, aiutatemi! Sono già nei confini di Walkenstein? -

            - Chi vi ha fatto entrare qui, nel parco della Residenza? Chi siete? - chiese Desdemona, osservando la ragazza, apparentemente poco più anziana di lei stessa, e dalla fisionomia sorprendentemente familiare. Così familiare da lasciarla momentaneamente senza parole.

            - Cerco la principessa Desdemona - ansimò la ragazza - Ho un messaggio per lei da parte di Franz -

            - Franz? - Desdemona prese per le spalle la giovane donna, la scrutò in volto, fino in fondo ai suoi occhi chiari e dorati. - Volete dire, il principe Franz? -

            La donna annuì.

            - Parlate! Sono io la principessa Desdemona! -

            - Dite davvero? - Karla pensò se era il caso di fidarsi. Scrutò il bell’abito di lana scura e l’ampio mantello bordato di pelliccia che la ragazza indossava. Era bellissima. Ed assomigliava a Franz. Sembrava una principessa delle fiabe...e doveva davvero essere chi diceva.

            - Certo! Come osate dubitarne? Avanti, non abbiate paura. Parlate! -

            - Franz è stato catturato con i suoi uomini da truppe austriache. E’ successo stamattina. E’ da allora che vi sto cercando. Vi manda a dire che...insomma, vorrebbe che voi mi proteggeste. -

            - Catturato? Dagli austriaci? -

            - Sì. Erano molti, ed armati fino ai denti. L’hanno portato via. Io sono fuggita quanto più velocemente ho potuto -

            Desdemona si accorse che la ragazza tremava, di freddo e di spavento. Cedendo ad uno dei suoi soliti impulsi generosi, si tolse il mantello e lo gettò addosso all’altra, prendendola per un braccio e spingendola verso la Residenza. - Parleremo dopo - le disse, il cuore stretto in una morsa di paura per la sorte del fratello - Vi giuro che andrò a fondo di questa faccenda oggi stesso. Ma voi siete stanca, ed infreddolita. Avete bisogno di abiti puliti, di un pasto...e di un bel fuoco. -

            Karla chiuse gli occhi, improvvisamente stremata. L’energia di quella giovane principessa, di quella privilegiata, la stupiva. Desiderò affidarsi a lei, almeno per un po’...e questa sensazione la stupiva, data la sua natura indipendente.

            Desdemona incontrò Strevinky sulla soglia di una delle grandi porte finestre che portavano all’interno del palazzo. Lo guardò con assoluta, sdegnosa freddezza.

            - Chi è questa donna? - le chiese l’ufficiale, senza la minima formalità.

            - La nipote di Sandra, la mia governante. Voleva raggiungere la zia da un vicino villaggio, e si è persa nei boschi. Cosa c’è? - lo prese in giro Desdemona - Il potente maschio guerriero ha paura di una ragazza indifesa, tremante di freddo? -

            Non per la prima volta, Strevinky ebbe il desiderio di farla tacere a sberle. L’impudenza di quella sgualdrinella titolata era semplicemente intollerabile.

            Ma non poteva, sebbene le mani gli prudessero. Anche se il meno che lei meritasse era una sonora sculacciata.

            Strevinky era ancora di pessimo umore quando, pochi minuti dopo, incontrò sulla sua strada la principessa Adelaide. Che gli sorrideva.

            Capì che era stata una manovra diversiva solo una frazione di secondo dopo. Quando gli arrivò in faccia il peggiore manrovescio della sua vita, di sicuro il più preciso ed accurato che avesse ricevuto da che aveva memoria.

            - L’altra volta mi avete fermato - gli disse Adelaide, sorridendo. - Ricordate? Alla locanda. Ho imparato la lezione, maggiore Strevinky. Ed ho giurato che non avrei più ripetuto lo stesso errore. Non avreste più intuito le mie intenzioni -

            Strevinky si massaggiò la mascella dolorante. - Complimenti per mira e potenza, principessa. A cosa lo devo? - la furia ribolliva in lui come un mare nero, un mare nero che non aveva ancora trovato uno sbocco.

            - A quello che avete fatto a mio fratello. Ho saputo del suo arresto. Complimenti. Nell’uso abusivo della forza non siete secondo a nessuno -

            Era semplicemente troppo. Stavolta la ragazzina aveva esagerato.

            L’afferrò così in fretta che Adelaide non ebbe neppure il tempo di abbozzare un tentativo di fuga. Soffocò il suo grido indignato con la sua bocca. E lei, finalmente, tacque.

 

 

 

 

 

  - V

i sbagliate di grosso se pensate di avermi domato - sbottò Adelaide dopo un istante che parve eterno, strofinandosi con rabbia la bocca dolorante per il bacio subito, violento e possessivo. Quel mostro aveva rovinato anche il suo primo bacio, che fosse stramaledetto. L’aveva violata come nemmeno Thurm und Taxis aveva osato. - Andate al diavolo! -

            La lasciò andare, sentendosi quanto mai frustrato. Donne! Mille volte meglio avere a che fare con battaglioni di cosacchi infuriati...

            Sapeva di aver fatto pagare ad Adelaide la rabbia accumulata in quei mesi di ripicche e litigi con entrambe le sorelle. Ma sapeva che c’era anche dell’altro, qualcosa di ancora insondabile, forse persino inconfessabile dentro di sé.

            Cercò di calmarsi pensando al successo della missione di quel giorno. Franz di Walkenstein era caduto nella trappola tesagli come un novellino. Era stato un gioco da ragazzi. Se i suoi ordini erano stati prontamente eseguiti, e non aveva motivo di dubitarne, ora il principe era già sotto scorta, in viaggio verso Vienna. Oh, non credeva che gli sarebbe successo nulla di così grave. Qualche mese, o forse anno, di dorata prigionia in qualche scomoda fortezza tra i monti, fino a che le questioni di sovranità su quel principato non si fossero in qualche modo chiarite tra Vienna e Berlino.

            Ma fino ad allora, ed era questa la prospettiva che davvero lo atterriva, alle due principesse di Walkenstein avrebbe dovuto badare lui.

 

 

 

 

 

  - L

ei chi è? - chiese Adelaide sottovoce alla sorella, mentre indicava la giovane Karla, stesa su letto di Desdemona, già addormentata.

- Non lo so - le rispose la sorella, osservando la straniera. Dall’accento, sembrava provenire da una qualche ragione nord - orientale della Prussia. I suoi capelli era stupefacenti. Con una stretta al cuore, si rese conto che avevano la stessa identica sfumatura di quelli di Moritz.

            Oh, Moritz, come le mancava...come rimpiangeva la sua forza inesorabile, tranquilla! Voltando il capo, si accorse del turbamento di Adelaide. Era rossa in faccia, e tremava.

            - Heidi...che ti è successo? Siediti un attimo. Faccio portare del té. Temi per Franz? -

            - Sì, anche...ma non è solo per questo. Mio Dio, Desdemona, odio quell’uomo -

            - Strevinky - intuì Desdemona. - Cosa ha combinato? -

            - Abbiamo litigato. L’ho schiaffeggiato. Ho saputo dell’arresto di Franz da uno dei suoi uomini. La rabbia mi è andata al cervello, l’ho affrontato. E lui...lui... -

            - Ti ha fatto del male? - gridò la sorella, indignata - Dio, se è così, me la pagherà... -

            - No. Peggio. -

            - Cosa potrebbe essere peggio? -

            Adelaide chiuse gli occhi, arrossendo. - Mi ha baciata - sussurrò.

            - No -

            - Sì -

            - Che dannato pasticcio! - esclamò Desdemona, sempre più infuriata. - E tu...glielo hai permesso? -

            - Non mi ha lasciato scelta. Non capivo più niente. -

            - Di solito succede così. Dobbiamo fargliela pagare, Adelaide -

            - Sì, hai ragione. Non mi toccherà mai più. Lo giuro su quanto ho di più caro. -

            - Ma ora dobbiamo pensare a Franz - Desdemona si fece pratica, mettendo in un angolo quello sconcertante pensiero. Strevinky che baciava Adelaide. Un pensiero foriero di possibili disastri. Lei conosceva i pasticci che rischiavano di prodursi per genesi spontanea quando accadevano quel genere di cose. Grossi pasticci. Soprattutto se ad Adelaide fosse piaciuto.

            - Voglio parlare con Heinrich. E farmi portare da lui a Vienna. Devo sapere che ne è stato di Franz. Sono disposta a tutto, persino a supplicare Lothar di aiutarmi -

            - Verrò con te -

            - No...è meglio che vada da sola. Darò meno nell’occhio. Strevinky dovrà autorizzarmi...o giuro che lo ammazzo. Tu resterai qui, e darai un’occhiata a questa povera ragazza. Non so chi sia, ma so che Franz ci ha chiesto di proteggerla, e noi gli ubbidiremo. Ho anche un altro motivo per recarmi a Vienna. Voglio prendere informazioni...sapere qualcosa di Moritz. -

            - Von Landau? Ancora ci pensi? - si stupì la sorella, che da anni non aveva più sentito Desdemona parlarne.

            - Ti ho mentito, Adelaide. Quella mattina in cui dissi a Strevinky che ero stata con il mio amante...ti dissi che era una mia fantasia. In verità, avevo davvero trascorso quella notte con Moritz. Era venuto da me. Abbiamo parlato -

            - E.... -

            - E lui non mi ha voluta. Un vero gentiluomo, non credi? Dio, come lo rimpiango. Sarei stata sua con gioia. Adelaide, io non intendo perderlo -

            - Tu sei matta. Se Lothar scoprisse questa specie di relazione...non credi che la sua reazione sarebbe estremamente pericolosa? -

            - Voglio rompere il fidanzamento con Lothar. E’ anche per questo che voglio andare a Vienna. Ma non prima che lui mi abbia aiutato a liberare Franz. E voglio ritrovare Moritz. Anche in capo al mondo, se necessario. -

            Adelaide si morse le labbra, frustrata. Improvvisamente, non se la sentiva più di dare saggi consigli alla sorella, come un inopportuno grillo parlante.

            Dio sapeva se non fosse già abbastanza confusa di per sé.

 

 

 

 

  A

delaide ebbe buon gioco ad evitare Strevinky per alcuni giorni, quelli necessari a Desdemona per portare a termine i preparativi del suo viaggio. L’ufficiale non osò negarle il permesso. Del resto, sapeva che nella capitale nemica Desdemona non poteva avere alcun effettivo alleato, eccetto il fidanzato, e Lothar di Landor era notoriamente un fedelissimo dell’Imperatore.

            La mattina prevista per la partenza del piccolissimo convoglio formato da Desdemona, Sandra e dall’immancabile di Saringen, Strevinky firmò controvoglia il loro lasciapassare. Poi, frustrato, uscì nel parco, per respirare un po’ di quella fresca aria dicembrina. Natale era trascorso da alcuni giorni, ed a Walkenstein era stato celebrato in tono decisamente minore. Non aveva praticamente più rivisto nessuna delle due sorelle, se non da lontano, in chiesa, e non sapeva più nulla della loro ospite bionda. Doveva davvero essere una specie di cameriera.

            In verità, Karla era stata rifocillata e rifornita di abiti nuovi, pratici e caldi, e poi sistemata in una cameretta graziosa, non lontana dagli appartamenti delle due principesse. Non aveva detto molto alle due ragazze circa il suo effettivo legame con il loro fratello, e loro, per pudore, non le avevano fatto domande. Si fidavano spontaneamente di lei, e la stavano proteggendo come lui aveva chiesto loro.

            Di tanto in tanto, Karla sorprendeva la più giovane delle due, la principessa Desdemona, ad osservarla per lunghi, silenziosi, istanti. Provava nei suoi confronti un istintivo, per quanto riservato, trasporto.

            Prima di partire, Desdemona l’aveva salutata. - Badate a mia sorella - le aveva chiesto, stringendole la mano tra le sue. - Io mi fido di voi -

            - Perché? Non mi conoscete - l’aveva sfidata Karla. - Potrei essere una spia -

            - So che non lo siete - le aveva risposto l’altra donna. - Ed io seguo sempre il mio cuore. Sapete, voi...voi mi ricordate qualcuno. Qualcuno che mi è molto caro -

            - Una donna? -

            - No. Un uomo -

            Desdemona non disse altro. Si allontanò verso la carrozza senza insegne preparata per lei. Karla si chiese perché quelle parole la sconvolgessero nel profondo.

            Dopo aver baciato ed abbracciato la sorella, anche Adelaide decise di scappare nel parco per una passeggiata. Aveva molto a cui pensare. Pensieri confusi che non era ancora riuscita a mettere a fuoco dentro di sé.

            Nell’ansia di evitarsi, lei e Strevinky quasi si scontrarono.

            - Volevo...volevo scusarmi con voi - cominciò l’ufficiale, imbarazzatissimo. -Per quello che è successo l’altro giorno.

            - Anch’io - sbottò Adelaide, quasi incredula di averlo detto. Ma rimpiangeva davvero di averlo stupidamente provocato fino a quel punto. In fondo, lui era un militare, e si limitava ad eseguire degli ordini.

            - Non avrei dovuto. -

            - Io non avrei dovuto schiaffeggiarvi. Non ne avevo alcun diritto. -

            - Ed io non avevo diritto di...toccarvi. Voi siete una principessa...ed una signora. -

            - A volte dubito della mia signorilità - ammise lei, guardandolo in tralice. - Sapete, mia sorella ed io siamo cresciute praticamente senza guida. I nostri genitori sono morti che eravamo ancora bambine, e nostro fratello è sempre stato lontano. Non so se queste circostanze ci hanno rese migliori o peggiori...ma sicuramente, non hanno fatto molto per accrescere la nostra signorilità -

            Strevinky pensò all’audacia di Desdemona, al suo apparente sprezzo per le convenzioni...ed all’innata classe di Adelaide, alla sua forza di carattere interiore. Non doveva essere facile per lei ammettere quel tipo di verità con un estraneo nemico.

            In realtà, erano due vere principesse, del tutto degne del loro rango, e malgrado tutto lui le aveva sempre rispettate per questo.

            L’aveva baciata perché lei l’aveva provocato...e perché l’aveva sempre trovata, nel profondo di sé, estremamente attraente come donna. Il suo calore controllato lo stimolava, ancor più della sensuale esuberanza della sua sorella minore.

            - Io sono attratto da voi - le confessò, traendo il coraggio dalla profonda consapevolezza di sé che aveva costruito nei suoi duri anni da militare. Non era un ragazzino, sapeva tutto delle vie degli uomini e delle donne, e non intendeva mentire. - Mi rendo conto che...tutto questo non porterà da nessuna parte. Ma mi piacete. Come donna, intendo dire. Mi siete piaciuta dal primo istante...da quel momento sulle scale, alla locanda. Voglio essere onesto con voi...anche se so che, prima o poi, questo momento passerà, ed il vostro principato tornerà libero, e voi sposerete una qualche testa coronata degna di voi, austriaca o prussiana o russa che sia. -

            - Sì, credo anch’io. - disse lei, sconvolta dalle sue parole, eppure non sorpresa. - E’ proprio così che finirà - lo disse quasi con tristezza, conscia del fatto che il destino di una principessa di stirpe sovrana nasce sempre segnato. Desdemona si ostinava a lottare, ma alla fine avrebbe ceduto anche lei, ed avrebbe sposato Lothar, o qualche altro principe come lui.

            - Bene...sono lieto di essermi chiarito con voi. Arrivederci, principessa -

            - Arrivederci, maggiore - disse lei, e qualcosa nel suo sguardo scuro come l’inferno, che lei aveva ereditato dalla madre di sangue indiano, gli raccontò un’altra storia. Lei era come un vulcano dormiente...pronto a risvegliarsi da un momento all’altro.

            Nel freddo di quella desolata mattina di fine dicembre, il loro fiato si condensò in una nuvoletta di vapore, e lei si ritrovò tra le sue braccia, le labbra di lui sulle proprie, le sue braccia forti che la stringevano al punto di farle quasi male, le loro bocche che si socchiudevano per scoprire il più intimo calore.

            Quando si lasciarono, Adelaide lo fissò. Il freddo le aveva arrossato le guance, ed i suoi occhi neri splendevano. La sua bocca era rossa e morbida, ancora segnata dai suoi baci.

            Lei scappò via.


X

 

 

 

 

            Vienna, Capodanno 1855.

 

 

  D

esdemona iniziò il suo personale viaggio all’inferno il giorno di Capodanno. Quella mattina, molti ancora smaltivano nei loro letti i festeggiamenti di quella notte. Le strade erano piene di rifiuti, e di festoni. E faceva freddissimo.

            Avevano viaggiato tutta la notte per giungere a Vienna il prima possibile. Desdemona era spinta da un’ansia febbrile, istintiva. Né Sandra né di Saringen osavano contraddirla.

            Di Saringen trovò per le due signore alloggio presso un discreto albergo di buon livello, ovviamente sotto falso nome, come Signora di Fendlau e cameriera. A sua volta, avrebbe alloggiato presso il piccolo appartamento che un suo amico di vecchia data sempre gli metteva a disposizione quando capitava nella capitale.

            - Cominciamo con Lothar. Di Saringen...dove alloggia? -

            - Volete vederlo così? Senza essere annunciata? Non credete sia meglio lasciare un biglietto, e ripassare domani? -

            Desdemona si infuriò perché intuiva benissimo da cosa intendeva proteggerla il suo amico. Il meno che si potesse pensare di Lothar la mattina di Capodanno era che fosse a letto con una qualche sgualdrina. Sollevò le spalle. Per quello che le importava!

            - Non abbiamo tempo da perdere. Dobbiamo raccogliere informazioni su Franz. Avanti, Heinrich...non sverrò se lui sarà con una donna! -

            Di Saringen arrossì suo malgrado. Desdemona stava diventando sempre meno innocente. E sempre più imprevedibile.

            - D’accordo - cedette, e diede l’indirizzo al cocchiere, quello di palazzo Landor. Lothar aveva anche una garçonniere più discreta, per quello che ne sapeva, ma avrebbero provato lì dopo.

            - Vado da sola - disse Desdemona. - Aspettatemi qui...ah, Heinrich. Scusatemi per il mio comportamento infernale, se potete. Sono molto tesa. Ho orribili premonizioni...ed un’ansia terribile mi ha preso da qualche giorno. Non so cosa mi stia capitando. -

            Lei era deliziosa. Quando diventava insopportabile, e qualche volta capitava, sapeva subito per istinto fare marcia indietro. La amava anche per questo.

            La amava. Heinrich rimuginò questo pensiero dentro di sé mentre lei scompariva dietro il portone dorato del lussuoso palazzo viennese dei granduchi di Landor. Oh, mio Dio, ma come era potuto capitare? Quand’è che aveva perso il suo maturo cuore di quarantatré anni per quella ragazzina di folgorante bellezza? Come aveva potuto essere così stupido?

            Desdemona, intanto, si guardava intorno nel grande atrio. Il suo biglietto da visita, debitamente coronato, era già stato consegnato al maggiordomo. Di fronte a lei, nella maestà di un ritratto a grandezza naturale, stava l’effige del penultimo granduca di Landor, il padre di Lothar.

            Non se lo ricordava affatto. Avanzò verso il quadro, attratta da quell’immagine. Non assomigliava a Lothar, per nulla, ma era nonostante tutto una fisionomia estremamente familiare. Il granduca Magnus era stato un uomo alto e robusto, con capelli biondo scuri, ed una fisionomia netta e decisa, di naturale, elegante, arroganza, uno sguardo freddo come il ghiaccio, dorato, ed una bocca morbida e sensuale.

            Se non fosse stato per il tono decisamente più scuro dei capelli, e la maggiore robustezza, sarebbe stato sorprendentemente simile a...

            Il suo pensiero venne spento sul nascere da una conturbante apparizione.

            Sulle scale, avvolta in una leggera vestaglia di voile bianco, stava una giovane donna bionda di clamorosa bellezza. Che la fissava sorridendo.

            Desdemona si voltò. La sconosciuta era alta come lei, ma più giovane di qualche anno.

            - Signora...vi prego, accomodatevi. Desiderate parlare con mio marito? E’ già a palazzo dall’Imperatore, per consultazioni -

            Desdemona rimase senza parole. Si sentì tutto d’un tratto sporca, in disordine, stanca. Delusa. E sconcertata. Chi era questa ragazza? E di quale marito parlava?

            - Sono Desdemona, principessa di Walkenstein - annunciò stancamente, senza nessuna arroganza. - E desidero parlare con il mio promesso...il granduca Lothar -

            Fu il turno dell’altra ragazza di sbiancare. La principessa di Walkenstein. La promessa di Lothar.

            Desdemona, come al solito, prese la situazione in mano. - Sedetevi - ingiunse alla ragazza, vedendola impallidire vistosamente. Il maggiordomo apparve, come intuendo l’accaduto, portando provvidenzialmente del cognac. La ragazza, sorretta da Desdemona, ne buttò giù un sorso.

            - Ho la sensazione che ne avrò presto bisogno anch’io - disse Desdemona, con una smorfia. Il maggiordomo le mise in mano un bicchiere di cristallo con due dita dell’ambrato liquore, e le due donne si fissarono piuttosto surrealmente al di sopra dei rispettivi bicchieri.

            - Avanti, coraggio. Avete parlato di marito. Vi riferite a Lothar? -

            L’altra annuì. Desdemona si tolse il mantello di pelliccia, e scosse i lunghi capelli, come al solito sciolti sulle spalle. Alcuni fiocchi di neve li impreziosivano di luce.

            Era bellissima, pensò Tatiana, sconcertata. La sua rivale era bellissima, era principessa di uno Stato sovrano, portava una corona. E non stava ancora urlando.

            - Sì - aveva la gola chiusa. Come poteva Lothar aver tradito una donna del genere con una nullità come lei stessa? Tatiana Patricka...senza titolo e senza denaro?

            - Vi ha...sposato? -

            - Sì. Un matrimonio morganatico, naturalmente. Il giorno di Natale. -

            Desdemona annuì, stupita con se stessa della profonda indifferenza che provava in quel momento. Quando ci avrebbe ripensato più tardi, si sarebbe sicuramente risentita per il vile tradimento di Lothar. Ma ora come ora...provava solo una specie di sollievo.

            Un matrimonio morganatico. Non ci aveva mai pensato. Era quel tipo di unione che i sovrani contraggono solo per amore. Un’unione che non consente il passaggio della sovranità agli eventuali figli, ma che garantisce dignità ed onore al legame contratto. Di solito ricorrevano a questo espediente sovrani già vedovi, con eredi legittimi al regno già viventi. Lothar doveva amare molto questa ragazza, se unendola a sé aveva implicitamente accettato che i suoi figli non potessero mai essergli eredi.

            - Avrebbe dovuto dirmelo - commentò, senza astio - Sarebbe stato anche più corretto nei vostri confronti. Vi faccio comunque i miei migliori auguri, signora. Vi garantisco, senza rancore. Vi prego di dirgli che ho estrema necessità di parlargli, per tutt’altro genere di questioni. Sono all’Hotel Adler, sotto il nome Fendlau -

            - Sono...umiliata che l’abbiate scoperto così. Sicuramente non lo meritavate -

            - Chi lo sa? - sorrise Desdemona, pensando alla propria profonda infedeltà, ancorché non ancora consumata sul piano fisico. Non totalmente, almeno. Ma lei era già tutta di Moritz. Fino in fondo. Anima, mente...corpo. Chi poteva dire chi dei due, tra lei e Lothar, fosse stato il più infedele?

            Si sentì improvvisamente sola e stanca, più del solito.

            Il sorriso ironico del granduca Magnus, là sulla parete, la perseguitò fin fuori con la sua inattesa familiarità, turbandola profondamente. Chissà, pensò Desdemona. Doveva essere destino che non potessi essere tu mio suocero.

 

 

 

  N

on fece in tempo a salire in carrozza, che un richiamo la fermò. Sorpresa, poiché a Vienna non conosceva nessuno, vide che si trattava di suo cugino David Norelmeyer, elegante ed impeccabile nella sua uniforme di gala.

            - Altezza Serenissima...che piacere rivedervi qui! Venite...mia madre sarà lieta di salutarvi. -

            L’ultima cosa che desiderava al mondo in quel momento era fare quattro chiacchiere mondane con i poco simpatici Norelmeyer. Ma David aveva ragione. Sua zia Margaretha si sarebbe giustamente risentita se lei non avesse colto quell’occasione per salutarla.

            - Non sono sola. - gli disse lei - Sono qui con il colonnello di Saringen -

            - Già...che piacere, colonnello.- David salutò con disinvoltura il suo superiore, che ricambiò. Sapeva di non piacergli. Del resto, il sentimento era del tutto reciproco.

            - Verrete entrambi, allora. Avete già fatto colazione? -

            - Non ancora - disse Desdemona, troppo confusa dall’incredibile notizia appena appresa per poter pensare lucidamente - Ho cercato Lothar...ma non l’ho trovato. -

             - Ah, il granduca - disse solo David, già pregustando il momento in cui le avrebbe rivelato del suo matrimonio morganatico con la bella Tatiana. Ma non ora. Non prima di averla portata da sua madre, come richiedeva l’etichetta.

            Salì in carrozza con loro. Desdemona era ancora più bella di quanto la ricordava...ed erano passati tre anni e mezzo dall’ultima volta in cui l’aveva vista, in cui aveva ballato con lei. Era fenomenale. Altro che la fragile Tatiana. Lothar, malgrado tutta la sua esperienza, non capiva nulla di donne.

            La situazione gli apparve quanto mai promettente, sotto tutta una serie di punti di vista. Walkenstein. Desdemona.

            Una donna così ed un regno valevano ogni sforzo possibile.

            Quando arrivarono al palazzo dei Norelmeyer, Desdemona non era ancora riuscita a scambiare una mezza parola da sola con Heinrich, che la scrutava preoccupato. Capiva bene dall’espressione insolitamente tesa della ragazza che nulla stava andando per il verso giusto.

            Desdemona stava salutando con apparente calore sua zia Margaretha, elegantissima in un abito da mattina azzurro, quando - forte e distinto - arrivò loro il rumore di disperati singhiozzi.

            - Oh, David, falla tacere. Sono giorni e giorni che va avanti così -

            - Ah, Katerina...pensavo che se ne fosse fatta ormai una ragione -

            Desdemona voltò il capo. Stavano parlando di Katerina Bouginskaja, la giovane vedova rispettivamente loro figlia e sorella, che in quel momento si dirigeva verso di loro.

            - Desdemona - le sussurrò la zia. - Povera cara. Hai già saputo...di Lothar? -

            La ragazza non rispose, sconcertata alla vista della cugina, vestita di nero, ed in lacrime. Non sembrava la solita, controllata Katerina. La guardò con astio. Non aveva mai dimenticato il palese interesse mostrato dalla donna per il suo Moritz.

            - Lothar? - ripeté, soprappensiero. - No...cosa? -

            - Del suo matrimonio. Con quella nullità. Quella Tatiana Patricka -

            - Piango perché lui è morto - si intromise in quell’esatto istante Katerina. - Moritz. L’hanno ucciso a fucilate. Il plotone di esecuzione. A Berlino -

            - Lothar ha sposato quella donna...un matrimonio morganatico - le stava dicendo sua zia, da una remotissima distanza. - Una cosa indecente...nei tuoi confronti. E nei confronti del suo granducato. Si dice che l’imperatore volesse addirittura arrestarlo. -

            - Hanno ucciso Moritz von Landau - ripeté Katerina. - L’hanno preso i prussiani, e l’hanno giustiziato. Tre settimane fa. L’imperatore per rappresaglia ha arrestato vostro fratello...e molti altri nobili filo - prussiani -

            - Piange perché lui era il suo amante - si intromise quanto mai poco opportunamente David. - Andiamo, Katerina, basta con questo spettacolo. Non ti sembra che nostra cugina abbia già i suoi problemi? -

            Desdemona si alzò. Le mancava l’aria. E non sopportava più la vista di quei mostri.

            - Oh, mio Dio...David, dei sali. La notizia di Lothar l’ha sconvolta, lo temevo -

            Ma Heinrich fu più pronto di tutti loro. Prese Desdemona tra le sue forti braccia, un istante prima che lei cadesse a terra, svenuta. E li sfidò con lo sguardo a fermarlo.

            - Come sapete, la sicurezza della principessa di Walkenstein è mio compito. Signora Contessa, dobbiamo lasciarvi. La notizia ricevuta l’ha evidentemente sconvolta. Capitano, fatemi strada verso la nostra carrozza. -

            Nessuno osò fiatare. Con il suo prezioso fardello tra le braccia, Heinrich di Saringen si allontanò verso il loro veicolo.

           

 

 

           

  - A

ll’Hotel Adler - ingiunse al cocchiere.

- No! - protestò lei, senza sottrarsi alla sua stretta. Era ancora in grembo al suo amico, e piangeva. Ora stava meglio, ma la nausea feroce che l’aveva invasa non accennava a diminuire. - Non voglio vedere nessuno. E là potrebbero trovarmi. Non c’è nessun altro posto dove potreste portarmi? -

            Heinrich ci pensò. Sebbene fosse tutto molto irregolare, non aveva scelta. Non con lei in quelle condizioni. Diede all’uomo l’indirizzo del suo piccolo appartamento. Desdemona si strinse ancora di più a lui, gli occhi chiusi, lunghe, lente, amare lacrime sul suo volto.

            Non poteva essere vero. Come aveva detto, lui, in quell’ultima, indimenticabile notte nel suo letto?

            “Tornerò da te. Anche quando ti sembrerà impossibile...anche se penserai di me tutto il male possibile. Qualunque notizia ti arriverà sul mio conto, ignorala, e non dimenticare che io tornerò. Pure dall’inferno, se necessario”.

            Moritz non poteva essere morto. Era semplicemente impossibile. Sarebbe tornato da lei...il suo solito sorriso silenzioso, i suoi capelli biondi e lucenti sempre troppo lunghi, la sua bocca morbida, i suoi baci rapinosi, le sue mani dure ed insieme dolcissime.

            Poteva ignorare le lacrime di Katerina Bouginskaja? Poteva ignorare le parole di suo fratello David, che aveva detto che Moritz era stato il suo amante? Poteva ignorare la circostanza che il suo stesso fratello, Franz, fosse stato arrestato dagli austriaci per rappresaglia, in seguito alla sua esecuzione?

            Le urla di un giovane strillone arrivarono sino alla loro carrozza, ferma ad un incrocio.

            - Presto, un giornale! - esclamò, aprendo gli occhi gonfi di lacrime, e staccandosi suo malgrado dalla calda, confortevole stretta di Heinrich. Non appena ebbe il foglio di carta tra le mani, umido di neve, lo spalancò sulle ginocchia, cercando ansiosamente una conferma. La trovò subito.

            “Sua Maestà Imperiale l’Imperatore ha recentemente dichiarato che anche l’arresto del Principe sovrano Franz III° di Walkenstein, recentemente avvenuto, si pone in relazione all’avvenuta, illegittima esecuzione del nostro eroe di guerra, il tenente colonnello Moritz von Landau, promosso postumamente a colonnello del regio esercito di Landor. Sono peraltro in corso su iniziativa prussiana trattative per il rilascio del principe e per il suo pronto ritorno al principato. Il corpo di von Landau è stato restituito all’Austria, ed ora riposa nell’imperiale cimitero militare di Schabing”.

            Una furia feroce, quasi omicida, invase Desdemona. Approfittando di un istante di distrazione di Heinrich, spalancò il portello della carrozza, ormai ferma, e scese sul marciapiede, quasi correndo incontro alla neve che, impietosa, la frustava. Furia contro Moritz, principalmente. E poi contro tutto il resto di quel miserabile, lurido mondo. Ma soprattutto contro Moritz. Non doveva morire. Non doveva lasciarla. E, soprattutto, non doveva tradirla. Quel suo postumo tradimento la feriva come una coltellata, rovinava il suo intimo ricordo, tingeva di odio il suo profondissimo, istintivo amore. L’idea delle sue mani su di un’altra donna, di lui che regalava a quella Katerina ciò che le aveva negato, semplicemente la straziava. Non sopportava l’immagine delle loro labbra unite. Dannazione, lo aveva creduto suo. Lo aveva creduto l’unico essere al mondo davvero suo.

            In quel momento di profondissimo dolore, a livello conscio si rese conto che il suo risentimento per la sua infedeltà quasi attenuava lo strazio della sua perdita. Si crogiolò in quel pensiero buio, sperando che le portasse un minimo di consolazione. Ma dopo un poco cedette. Indipendentemente da quello che lui potesse avere fatto con Katerina, o con mille altre donne, sapeva nel profondo di sé che non l’aveva ingannata. E che era stato vero amore.

            Si lasciò cadere a terra. Correndo ed ansimando, Heinrich la raggiunse appena in tempo. Non si sarebbe mai aspettato una simile reazione da lei. Non credeva che la notizia del matrimonio di Lothar avrebbe potuto sconvolgerla così profondamente. Il suo segreto era stato questo, allora. L’infinito amore per il suo fidanzato.

            La prese tra le braccia mentre lei piangeva, ed affondò il volto tra i suoi folti, profumatissimi capelli. - Piccola, non piangere... - le sussurrò, straziato dal suo dolore. Ma lei non la smetteva. La sollevò da terra come aveva già fatto a casa dei Norelmeyer e la riportò correndo in carrozza. Lei non disse più nulla. Stretta contro di lui, continuò a versare le sue lacrime più amare. La sua vita era finita. Non vedeva luce, non vedeva speranza. Le emozioni ed il dolore la piegarono. Si addormentò.

            Heinrich la portò su in braccio sino alla comoda, calda mansarda che occupava grazie alla gentilezza del suo amico Mika Marint, uno scrittore ungherese da molti anni residente nella capitale. L’uomo lo accolse sorpreso, e lo aiutò a trasportare il suo prezioso carico fin nella piccola, accogliente camera da letto. Heinrich posò Desdemona delicatamente sul copriletto fiorito, le tolse cappello e mantello senza che lei si svegliasse, e poi le sfilò gli stivaletti dai delicati, piccoli piedi. Il suo amico, stupefatto, lo osservava senza parole.

            - Non è come credi - gli sussurrò, per non turbare il sonno di lei. - E’ una principessa di stipe reale. Ed io darei la mia vita per lei. La sto proteggendo...per il momento, da lei stessa, dal suo dolore. Nessuno deve sapere che è qui. Domani stesso torneremo nel suo Paese....dove spero che potrà dimenticare. -

            - E’ bellissima - disse Marint. Da uomo colto, sensibile, non poté non apprezzare l’innata, aristocratica classe di quella fanciulla, evidente anche nel suo doloroso sonno. Aveva le labbra contratte, e le lacrime le impreziosivano le ciglia sorprendentemente scure per una bionda.

            - So che non può stare qui. Alloggia all’Hotel Adler...ed appena possibile ce la riporterò. Ma non ora. Deve riposare -

            Marint annuì, e sparì rapidamente per tornare dopo poco con un vassoio pieno di squisitezze ed una teiera calda e colma. Heinrich fece colazione, sempre senza abbandonare con gli occhi il sonno di Desdemona. Era disperata. Avrebbe dato la sua vita per evitarle quel dolore. Se avesse potuto, avrebbe passato Lothar di Landor a filo di spada.

            Ma lo scandalo che ne sarebbe derivato avrebbe danneggiato lei ancora di più.

            E proprio ora che nemmeno Moritz  avrebbe potuto proteggerla, dietro le quinte, come era stato solito fare.

            Heinrich, un uomo di solito acuto ed intelligente, in quel caso non seppe fare il classico due più due. Si limitò a compiangere la prematura, inutile morte dell’antico protegé di suo padre. E non ci pensò più. In verità, in quel momento l’amore ed il desiderio di protezione che provava per Desdemona obnubilavano le sue percezioni.

            Sapeva per istinto che era un momento delicato. Che, probabilmente, era in gioco la sua stessa vita.

            Era stato meraviglioso tenerla finalmente tra le sue braccia. Anche se era stato solo per consolarla del dolore che lei provava per il vergognoso tradimento di un altro uomo.

            Si alzò e la osservò a lungo. Poi, non resistette. Si chinò, e posò un lieve, tenero bacio sulle sue labbra morbide. Lei non si svegliò.

            Sì, l’avrebbe protetta a costo della vita.

           

           

 

 

  D

opo una prima notte passata nel letto di Heinrich, che per l’occasione si era trasferito nell’appartamento al piano inferiore occupato dal suo amico, Desdemona si era determinata a ritornare all’Hotel Adler. Sandra, che aveva ricevuto un biglietto da di Saringen, aveva trascorso la notte con lei, seduta accanto a lei, tenendole la mano. Erano tutti e due preoccupatissimi.

            - Mi devo riprendere - si disse Desdemona quella mattina, asciugandosi le ultime lacrime. Il dolore, dentro di lei, le aveva scavato un immenso spazio vuoto, che probabilmente non si sarebbe mai più colmato. Ma doveva riprendersi. C’erano persone che la amavano. C’era Adelaide. E c’era Franz, ancora in prigione.

            Non aveva nemmeno un ricordo di Moritz. Niente di concreto, che potesse toccare. Solo la memoria dei momenti indimenticabili trascorsi insieme. Ed il rancore per il suo tradimento.

            Non avrebbe più sopportato di vedere i Norelmeyer, e tanto meno Katerina. Che piangesse pure in pace la morte del suo amante. Lei non l’avrebbe più disturbata.

            Pallida e cheta, raggiunse l’Hotel verso le dieci del mattino, e vi trovò Lothar ad aspettarla.

            Non le sembrò felice. Era pallido anche lui, l’inverno non donava alla sua carnagione naturalmente scura, e sembrava, se non altro, scosso dal rimorso. La notizia del suo svenimento a casa Norelmeyer doveva evidentemente averlo raggiunto.

            Lo ricevette nella sua stanza, semplicemente vestita di nero, portando un lutto di cui nessuno al mondo doveva intuire la vera ragione.

            - Sono profondamente dispiaciuto di come hai appreso la notizia, Desdemona. E me ne assumo ogni responsabilità. Avrei comunque dovuto comunicartela io...e prima che tu ti trovassi di fronte al fatto compiuto -

            - Ormai è troppo tardi - gli disse lei, severamente, ma senza particolare rancore. - Chissà...credo di essere responsabile quanto te di ciò che è accaduto. Non ci siamo semplicemente amati abbastanza, Lothar. Tutto qui. -

            Lui non disse nulla. L’atteggiamento conciliante di lei mal si accordava con la sua disperazione del giorno prima, ma le donne sono come sempre imperscrutabili. Probabilmente, ora in lei parlava il suo naturale orgoglio di principessa sovrana. La seguì volentieri su quella comoda, per lui, strada.

            - Spero che tu possa dimenticare presto il mio indegno comportamento. La tua bellezza, la tua nobiltà d’animo, il tuo rango, ti procureranno in men che non si dica uno sposo sicuramente più degno di me. Ti auguro ogni felicità possibile: te la meriti. -

            Se fosse stato del tutto sincero, le avrebbe parlato in un altro tono. Le avrebbe detto che era soprattutto colpa sua. Della sua intima freddezza, del modo naturalmente indifferente con cui, per anni, lei aveva respinto tutte le sue avances. Se fosse stata appena un po’ più tenera e calda, se gli avesse dato un po’ di quell’affetto a cui lui anelava, il loro avrebbe potuto essere un grande amore...ed ora lui non avrebbe dovuto rinunciare all’idea di avere legittimi eredi dalla donna che amava.

            Si sentiva ancora attratto da lei. Nonostante Tatiana, ancora la trovava bella, intimamente forte, desiderabile. E più inavvicinabile che mai.

            - Tieni - gli disse Desdemona, mettendogli in mano l’anello di argento brunito che lui le aveva dato la prima notte in cui si erano rivisti, nella sua camera. - Dallo a tua moglie. E’ suo diritto portarlo. -

            - C’è nulla che posso fare per te, Desdemona? -

            - Sì. Puoi aiutarmi a far liberare mio fratello. -

            - Ho già provato in tutti i modi. Come puoi immaginare, dopo il mio matrimonio, sono caduto terribilmente in disgrazia presso l’Imperatore...lui tiene molto all’onore, alla famiglia, al rango...e sostiene che ho disatteso con le mie nozze morganatiche tutti e tre questi principi. Da qualche giorno ha peraltro ripreso a ricevermi. Gli ho parlato di Franz...e del rimorso che provavo nei confronti tuoi, e della tua famiglia. Ma mi ha confidato che le ragioni politiche che lo costringono a tenerlo prigioniero sono ancora troppo pressanti. -

            - Dov’è? -

            - In una fortezza segreta in Moravia. Non temere, sta bene. Gode di una relativa libertà, e di tutti gli agi connessi al suo rango. Non credo che questa situazione durerà a lungo. Farò di tutto per contribuire ad abbreviare la sua prigionia il più possibile. -

            - Almeno in questo, confido in te - gli disse Desdemona, porgendogli la mano per il suo bacio di commiato. Il suo ultimo bacio.

            - Non mi hai mai amato, vero? - le chiese l’uomo, suo malgrado ferito dal suo atteggiamento disinvolto, dalla sua persistente freddezza.

            - No...ti ho amato, e molto. Per tutta la mia infanzia e la mia adolescenza. -

            - Poi, però, è successo qualcosa. Per la mia pace interiore, dimmi di cosa si è trattato. Era solo pudore, il tuo....timore che andassi oltre il consentito nel mio desiderio per te? Oppure...un altro uomo? -

            Lei sorrise, riservandosi, da vera donna, l’ultima, consolante perfidia.

            - Mio caro Lothar...dici bene. Un altro uomo. -

            Lothar se ne andò piuttosto in pace con se stesso. In condizioni normali, non si sarebbe comportato diversamente da Otello, ed avrebbe messo le sue mani scure intorno al suo collo lungo, bianco e sottile, e poi avrebbe stretto, stretto...

            Ma il traditore era lui. Almeno, il traditore ufficiale. Questa constatazione sollevò in parte il suo orgoglio ferito.

            Con sollievo, Desdemona lo osservò allontanarsi nella giornata nevosa dalla sua finestra.

            Si era spezzata anche quell’ultima catena.

            Solo che non sapeva proprio cosa farsene di quell’inattesa, dolorosa libertà.

 

 


XI

 

 

 

            Principato di Walkenstein, gennaio 1855.

 

 

 

  T

ornando a casa, Desdemona corse verso la stanza di sua sorella Adelaide. Non c’era nessun altro al mondo al quale si sentisse di confidare la ragione del suo profondo dolore.

                        Era da poco passata l’alba, ed il calmo profilo delle colline che circondavano il piccolo principato l’aveva rasserenata. Avevano viaggiato tutta la notte, lei con il capo sulla spalla di Heinrich, Sandra di fronte a loro, profondamente addormentate. Solo l’uomo non aveva chiuso occhio.

            Desdemona non bussò. Avrebbe svegliato la sorella ed avrebbero parlato. In quel momento, aveva semplicemente troppo bisogno di lei.

            Quando aprì la maniglia, strinse gli occhi stanchi per mettere a fuoco. Contro la finestra, si stagliava una figura. Si stupì al pensiero che sua sorella potesse già essere in piedi a quell’ora.

            - Stephan! - gridò Adelaide - Oh, mio Dio...è Desdemona! -

            L’uomo in piedi vicino alla finestra finse di non essere profondamente imbarazzato. Grazie a Dio, aveva già indossato da qualche minuto i pantaloni dell’uniforme. Prese al volo la giacca ed i suoi stivali, e fece un breve cenno di riconoscimento con la testa. Poi, uscì rapidamente da una provvidenziale porta secondaria che portava al vicino guardaroba della principessa.

            Desdemona rimase senza parole. E siccome anche di lacrime non ne aveva più molte, si lasciò cadere sul letto sfatto della sorella.

            Per rialzarsi immediatamente dopo, e trasferirsi su di una vicina poltrona.

            Adelaide si morse le labbra. Indossava una camicia da notte slacciata sul petto, e - per la prima volta da che Desdemona aveva ricordo - portava i capelli sciolti, anziché intrecciati per la notte, come era sempre stato suo religioso costume.

            - Non avrei dovuto - disse solo Desdemona, con tono piatto, sopraffatta dalla stanchezza, e dalle continue, spiacevolissime sorprese. - E’ evidente che non avrei dovuto entrare qui a quest’ora senza bussare. -

            Adelaide si tirò su, ed indossò una vestaglia. Si portò vicino alla sorella, la abbracciò. Non ci voleva molto a capire che le ragioni del profondo sconvolgimento di Desdemona nascevano da qualcosa di ulteriore rispetto a quell’ultima, oltraggiosa scoperta. Sua sorella a letto con il maggiore Strevinky.

            - Per ora dimentica - le disse - Fai la sorella minore, e fa finta di non aver visto. Ci sarà anche il momento in cui parleremo di questo. Ma ora dimmi di te. Cosa è successo a Vienna...da ridurti così? -

            Oh, meravigliosa Adelaide! Com’era concreta! Il giorno prima non sapeva cos’era un bacio, ed ora si comportava da perfetta cortigiana!

            - Lo ami? - le chiese - Se sì, hai fatto bene a portartelo a letto. Guarda me. Non mi è rimasto nulla, nemmeno un ricordo. Lothar si è sposato. Non con me, è evidente. Ha sposato una specie di nullità, una ragazza ucraina bella e bionda che lo ama come forse lui nemmeno merita. E Moritz....Moritz si è fatto stupidamente ammazzare dai prussiani. Proprio lui, l’invincibile cavaliere rosso. Si è fatto prendere e giustiziare come criminale di guerra...dimenticandosi di me. E non prima di aver dato a Katerina Bouginskaja quello che a me non ha voluto dare. E che tu hai fatto benissimo a prenderti con Strevinky. Spero almeno che ti sia piaciuto...perché io non ho neanche avuto la soddisfazione di scoprire com’è. Ma Katerina sì -

            Adelaide si dovette concentrare per comprendere, nell’ordine, che Lothar aveva sposato un’altra donna, infischiandosene delle sue promesse a Desdemona, e che Moritz, già amante anche della loro cugina Katerina, si era fatto uccidere dai prussiani.

            Con suo orrore, Desdemona scoprì di poter ancora piangere, e molto.

            - No, non fare così - cercò di consolarla Adelaide. - Dimentica Lothar, non ti meritava. E quanto a Moritz...è un bene che non sia successo niente tra di voi. E, forse, anche che ti abbia tradito. Se lo ha fatto, è stato un perfetto imbecille a tradire una donna come te con una persona squallida come Katerina. Sarà più facile per te dimenticarlo. Devi dimenticarlo, Desdemona. E devi rifarti una vita, prima possibile. -

            - Rifarmi una vita? - chiese Desdemona. - Non potrei mai suicidarmi, e non sento alcuna vocazione monastica. Cosa diavolo ne faccio della mia vita? Aspetto un altro principe coronato senza macchia e paura? Uno come Thurm und Taxis...che ignora bellamente le sorti della sua promessa sposa, al punto che questa è costretta a consolarsi con uno come Strevinky...od uno come Lothar, che sposa la ragazza della porta accanto perché, almeno lei, lo fa entrare nel suo letto? -

            Desdemona stava gridando. Adelaide corse a chiudere porte e finestre, terrorizzata che qualcuno dei loro sudditi potesse sentirla. Non si offese per la parte relativa a lei e Strevinky. Probabilmente, era il meno che meritasse.

            Con furia tremenda, Desdemona si alzò. - Non ce l’ho con te. Né con il tuo amante. Qualunque cosa decidi di fare, hai la mia benedizione. Ma devo in qualche modo uccidere il dolore e la disillusione che sento dentro di me. Devo solo stare attenta a non trovare un modo autodistruttivo per farlo, lo capisci? -

            Sì, Adelaide lo capiva. Annuì, mentre la sorella riprendeva il suo mantello di pelliccia, e si allontanava. Sapeva che avrebbero ancora parlato dopo, con più calma. Ora, Desdemona doveva avere il tempo di assimilare tutto quanto le era accaduto...e di ritornare se stessa.

            Solo in quel momento Adelaide si rese conto che la sorella non le aveva detto nulla di Franz.

 

 

 

 

 

  D

esdemona bussò alla porta di Karla, desiderosa di evitare altri errori. Ma la ragazza era già sveglia e vestita, e la aspettava.

Per un qualche misterioso motivo, la vista del suo volto tranquillo la calmò. La osservò mentre pettinava i suoi lunghissimi capelli biondi, tanto biondi da parere d’argento. E ricominciò a piangere.

            - Non dovete piangere per vostra sorella - le disse pacatamente Karla - Lei è felice così. Lui non è un uomo cattivo, e le sta dando ciò di cui lei ha bisogno. Non siete più bambine, nessuna delle due, e non potete vivere in eterno in attesa di futuri che non si realizzano mai. Adelaide sta assaporando un po’ di presente...sarà più forte dopo, qualunque cosa capiterà. -

            - Come siete saggia, Karla - le disse Desdemona. - Come vorrei avere la vostra saggezza. Ora come ora, mi sento persa nel profondo di un pozzo buio, senza uscite, in mezzo a mere ombre. Ma volevo portarvi soprattutto notizie di Franz. Sta bene, per quel che ne so, e forse, presto, la sua prigionia finirà -

            - Sapevo che non poteva essergli successo nulla di veramente brutto. - Karla sospirò. - Ho avuto orribili paure, alcuni giorni prima del suo arresto. Ma sapevo che erano per qualcun altro, qualcuno che, forse, non conosco ancora. Ma ora sono passate...e sto meglio. -

            - Raccontatemi la vostra storia, Karla. So che ne avete una. Ed è giunto il momento che io la conosca. -

                        Karla le ripeté con poche, pacate parole tutto quanto aveva appreso da Herr Herzog. Il ruolo di un certo Norelmeyer in un misterioso parto notturno avvenuto in Italia, il suo gemello forse nato morto. La sua vita miserabile, gli abusi subiti, fino all’incontro con Franz. Il loro istintivo legame, spezzato solo dal suo arresto. Il suo desiderio che le sue sorelle la proteggessero.

                        Desdemona rimuginò in silenzio le parole della ragazza. Poteva essere una coincidenza? Quella sua incredibile somiglianza....il nome di Norelmeyer? Landor?

                        - Devo parlare con una persona - le disse - E poi vi farò sapere. Forse posso aiutarvi a scoprire la verità. Se non altro, farò qualcosa di utile. -

                        Senza nemmeno cambiarsi o mangiare, andò nelle scuderie e si fece sellare il suo cavallo. Sapeva che i boschi in gennaio erano freddi ed insidiosi, ma conosceva bene la strada. Ed in quella mattina di inverno, miracolosamente, splendeva il sole.

                        Arrivò al castellotto di Roderick di Saringen intorno alle dieci del mattino. L’anziano generale stava facendo una passeggiata, e quasi si spaventò al vederla. Era un’amazzone superba, e fece impennare il suo cavallo davanti a lui.

                        Lo affrontò, con il freddo che condensava in vapore il suo fiato, e cristallizzava le sue lacrime.

                        - Poco più di vent’anni fa mio zio Damian Norelmeyer ha aiutato una nobile, potente dama di Landor a partorire in Italia, una notte di dicembre - lo investì, senza nemmeno salutarlo, mentre il vecchio gentiluomo la fissava senza parole. - Nacquero due gemelli, un maschietto ed una femminuccia. Quella bambina ora si chiama Karla, ha poco più della mia età, e vive con noi a Walkenstein, perché è la donna di mio fratello. Il maschio è morto alla nascita, come hanno raccontato a Karla...oppure è morto poche settimane fa, a Berlino, in un lurido, freddo carcere militare, con il nome fittizio di Moritz von Landau?! -

                        - Calmatevi, principessa - la supplicò di Saringen, prendendola per un braccio. Lei piangeva, ma si riscosse. - Chi vi ha raccontato queste cose? -

                        - Allora, lo ammettete! Finalmente, ammettete qualcosa! -

                        - Ammetto che quanto dite è in parte vero. Norelmeyer è implicato nelle circostanze della nascita di Moritz. Quello che non sapevo, era che ce ne fosse un’altra...una gemella. C’ero anch’io quella notte, di nascosto. La donna che aiutò il medico era la mia governante. Mi diede il bambino...facendo credere a Norelmeyer che fosse morto. Me lo portai subito via. La bambina deve essere nata dopo -

                        - Non le ha portato bene, sapete, essere la seconda nata! E’ stata allevata da contadini brutali ed ignoranti, che hanno abusato di lei nel peggiore dei modi. E’ stato un vero miracolo che abbia incontrato mio fratello...e che ne sia divenuta l’amante in una locanda. Non un gran destino, vero, per la sorella di Moritz, per chiunque essa sia...ma almeno Franz ha pensato al suo futuro, e ne ha affidato la protezione a me ed a mia sorella. Ed ora parlate! Chi era la loro madre? Perché sia voi che Norelmeyer siete invischiati in questa brutta storia? -

                        - Non posso dirvelo -

                        - Perché? - urlò Desdemona, fuori di sé dalla rabbia e dalla frustrazione. - Cosa importa, ora che lui è morto? Chi temete, ancora? Non credete che almeno Karla debba saperla, la verità? O deve rimanere per sempre una donna senza nome e senza identità, alla mercé del primo venuto? -

                        Roderick di Saringen impallidì. Desdemona, d’un tratto, temette di aver esagerato. Sapeva che lui era anziano, e non voleva provocargli alcun tipo di malessere. Ma era ora di finirla con le menzogne e le reticenze.

                        - Lui è morto...dite bene, principessa. E morto Moritz, nessuno può far nulla per questa donna. Se vostro fratello è un uomo d’onore, avrà comunque cura di lei, nonostante l’enorme differenza di rango. E non l’abbandonerà...anche quando sposerà una donna adatta a lui. -

                        - Il vostro cinismo mi disgusta. - replicò lei, freddamente. - Vi credevo un uomo leale, ispirato da nobili sentimenti. La vostra antica protezione di un povero orfano vi faceva onore. La vostra indifferenza di oggi, invece, ci allontana per sempre. Così come il vergognoso tradimento di Moritz, con una donna come Katerina Bouginskaja, ha avvelenato per sempre il ricordo che serbavo di lui. Un ricordo di vero, autentico, profondo amore, sapete? -

                        Roderick quasi vacillò sotto quelle accuse, ma non reagì. Per quanto gli si spezzasse il cuore nel vederla così ferita e disillusa, sapeva che la posta in gioco era troppo alta.

                        Lei se ne andò senza salutarlo. Roderick già sapeva che la sua principessa non sarebbe più tornata.

                        Si chiese se Moritz avesse correttamente valutato tutte le possibili variabili, prima di fare la sua mossa. O se le conseguenze della sua audacia, questa volta, sarebbero state disastrose.

                        Di nuovo solo, andò stancamente in cerca del suo attendente. Lo trovò nelle stalle.

                        - Di nuovo a Berlino, Hoffmann. C’è un altro messaggio urgente da consegnare. -

                        L’uomo annuì, e si preparò senza commenti alla partenza.

                        Roderick si chiese cosa stesse macchinando suo figlio Heinrich, e perché fossero settimane che non lo vedeva più.

 

 

 

 

  - N

on posso credere ai miei occhi! - esclamò quest’ultimo, spronando il suo baio per raggiungere Desdemona al limitare del bosco. - A cavallo! Senza neppure esservi cambiata d’abito. E scommetto che non avete fatto nemmeno colazione -

            - Oh, Heinrich, non fate la mamma, non vi si addice! E poi, ho già Sandra che pensa a me. Su, facciamo una passeggiata. Mi sta venendo voglia di urlare. -

            Scesero entrambi da cavallo, e passeggiarono fianco a fianco lungo l’argine del torrente. Heinrich si tormentava, per la stessa ragione che l’aveva tenuto sveglio tutta la notte. Non sapeva se parlargliene o meno, se dirle quanto sapeva, al fine di alleviare il suo immenso dolore, che la stava minando da dentro.

            O se tacere.

            Decise di parlare. Non voleva più vederla soffrire.

            - Ho una rivelazione da farvi, Altezza -

            - Un’altra? - sospirò lei. - E’ stata una settimana difficile. Una rivelazione dietro l’altra...e tutte spiacevolissime. -

            - Questa, per quanto per nulla piacevole, potrebbe tirarvi un po’ su di morale. Potrebbe darvi una buona ragione...per dimenticare. E per ritornare ad essere voi stessa...la voi stessa che siete sempre stata, e che tutti noi abbiamo tanto amato -

            - Ed allora parlate - lo invitò lei, con una certa dolce stanchezza, che lo commosse. - Beviamo l’amaro calice fino in fondo, come si suol dire. -

            Heinrich la guardò. Lei, per la prima volta, si accorse di quanto azzurri fossero i suoi occhi, e quanto scuri i suoi capelli. L’aveva sempre trovato un uomo estremamente attraente, fin dalla prima volta in cui l’aveva incontrato, ma ora la sua virilità decisa, consapevole, la colpiva come mai era successo in passato. Probabilmente, si disse, era una normale reazione della sua anima e del suo corpo, feriti e disillusi nel profondo. Ma si chiese impudentemente come sarebbe stato baciarlo. Rimanere stretta tra le sue braccia, come era successo a Vienna, e durante quel lungo viaggio in carrozza, era stato sorprendentemente piacevole e consolante.

            - A cosa pensate? - le chiese lui, reagendo da uomo, istintivamente, alla sfida del suo sguardo scuro.

            - A nulla. Parlate, Heinrich -

            Lui quasi si dimenticò di quanto stava per dirle. Per una frazione di secondo, aveva captato in lei un calore sconosciuto, invitante. Un accenno di desiderio. Un qualcosa che gli fece scorrere il sangue più in fretta nelle vene.

            - Si tratta di Lothar - cominciò. - Il vostro fidanzamento è stato qualcosa di più di un errore...è stato una farsa, fin dall’inizio, per ragioni credo eminentemente politiche. Voi, comunque, non avreste potuto mai essere sua -

            - Perché? - gli chiese lei. - Perché dite questo? -

            Heinrich le prese una mano, e se la portò alle labbra, come a consolarla del colpo che stava per infliggerle. L’ennesimo colpo.

            - Perché lui è vostro fratello. Sua madre era Rosaleen, principessa di Walkenstein -

            Desdemona impietrì. E, dopo un istante, fu come se tutti i pezzi del puzzle fossero improvvisamente, magicamente andati al loro posto. Sua madre. Indiana per metà. Scura come Lothar. Identico a lei. Pelle, capelli, occhi, sorriso. Fulgente bellezza.

            Sua madre che moriva in carrozza con Magnus di Landor. Il suo amante.

            Moritz che la implorava di non concedere nulla a Lothar.

            Una granduchessa di Landor norvegese, che non poteva aver avuto un figlio così scuro. Impossibile.

            Mancava ancora un tassello, uno solo, per intravedere il quadro totale. Desdemona ricordò il ritratto di Magnus visto a Vienna...e la sua istintiva, elegante arroganza, i suoi freddi occhi dorati.

            Ma lì si fermò. Era troppo sconvolta.

            - Moritz von Landau l’ha sempre saputo, non è vero? - chiese ad Heinrich, suo malgrado. L’uomo annuì, senza interrogarsi sul recondito significato di quella strana domanda.

            - Vedo che mi credete -

            - E’ come se l’avessi sempre saputo. - gli rispose lei, senza più lacrime - Ora capisco tutto quello che per anni ha costituito un mistero per me. La morte congiunta di mia madre, e di suo padre. La mia totale assenza di desiderio per lui...e la disillusione di mio padre. Perché mio padre sapeva, non è vero? -

            - Non credo sapesse che vostra madre era arrivata al punto di far passare per morto il suo terzo figlio, solo per poterlo cedere a Magnus come suo legittimo erede. Ma certo non ignorava la sua infedeltà, durata per anni ed anni...ed ormai praticamente notoria in entrambi i regni. -

            - Ed io? - si atterrì Desdemona. - Io sono arrivata dopo Franz, Adelaide e Lothar...io di chi sono figlia? -

             - Non temete - le disse Heinrich, accarezzandole una guancia - Voi siete figlia del principe Karl - Heinz, tanto quanto i vostri fratelli maggiori. Non ci sono dubbi al riguardo. Siete identica a lui...anche se avete ereditato il fulgore di vostra madre. Era una donna bellissima, a suo modo bella quanto lo siete voi. Non giudicatela severamente. Fu una buona moglie, ed una buona sovrana. Ma ci sono passioni cui resisti non potest -

                - Oh, so bene che la fedeltà è una strada assai impervia...e poi, chissà, forse ce l’avremo nel sangue, io e mia sorella. Forse siamo nate sgualdrine...con una madre così, era il meno che ci potesse capitare. Lei ha persino rinunciato ad un suo figlio...si accontentava di vederlo da lontano, è addirittura giunta a farlo fidanzare con me, che assurda messinscena... -

            - Probabilmente, nessuno pensava che questo fidanzamento sarebbe perdurato oltre la vostra infanzia. Ma nessuno poteva prevedere la loro tragica morte. -

            - No. Ed io e Lothar ci siamo rovinati la vita per un legame assurdo, senza futuro. Lui ha sposato una donna che non potrà dargli legittimi eredi...e quanto a me, non sono che un guscio vuoto, e non ho speranze. -

            - Non parlate così! - insorse Heinrich. -Voi siete piena di risorse, e così giovane! Il futuro vi si spalanca davanti...ed ora, forse, rimpiangerete meno il vostro promesso. Ho fatto male a parlarvene? -

             - Avete fatto benissimo - rispose lei. - Credo che questo mi aiuterà a ritrovare un po’ di pace. Credete che Lothar dovrebbe saperlo? -

            - Pensateci bene, per lui equivarrebbe ad un’accusa di illegittimità. Risulterebbe che la granduchessa Cristiana di Landor non era la sua vera madre, e che lui, quindi, non può essere il vero granduca -

            - Chi altri gli contende il trono? - chiese, retoricamente, Desdemona. - Magnus di Landor ebbe un altro figlio, credo, ma morì prima ancora della nascita di Lothar, a sedici anni. Non penso vi siano eredi indiretti, cugini...o cose del genere -

            - No...certo - esitò Heinrich, ma Desdemona non colse la sua incertezza.

            Era troppo sconvolta. Il sapere che sua madre aveva a lungo condotto un’esistenza parallela, segreta, apriva nuovi, inquietanti scenari. Nulla era come sembrava. E si potevano perdere cuore e ragione per l’uomo sbagliato...o l’uomo giusto, chissà. Così come lei aveva perso cuore e ragione per un ufficiale biondo e misterioso, senza futuro e senza passato.

            Ed ora non le restava più nulla tra le mani.

            - Stringetemi, Heinrich. Ho bisogno di un po’ di calore. Sento il gelo invadermi, dentro -

            - Lo so - sussurrò lui, prendendola tra le braccia. Lei appoggiò il capo sulla sua spalla, lasciando che lui posasse le sue mani guantate sulla sua vita, al di sotto del mantello foderato di pelliccia che lei indossava.

            Restarono a lungo così, senza parlare.

            Cosa aveva detto Karla? Desdemona se lo rammentò d’un tratto, mentre assaporava la ruvidezza della sua giacca di fustagno contro la sua guancia morbida.

            Non si possono aspettare in eterno futuri che non arrivano mai.

 

 

 

 

 

  - E

ccoci tutti qua, come una grande famiglia! - esclamò Desdemona, la mattina seguente, attorno al tavolo della colazione. Le recenti disillusioni avevano evidenziato in lei una qual certa vena caustica, che non mancava di sorprendere chi la conosceva bene.

            Spinse avanti a lei Karla, con i biondi capelli raccolti sul capo ed elegantemente vestita con un abito riadattato della stessa Desdemona. Davanti allo sguardo stupito di Strevinky, di Heinrich, e di sua sorella Adelaide, la presentò formalmente. - Adelaide...signori...la signorina Karla von Landau...sorella di un nostro amico di famiglia prematuramente scomparso. -

            Nessuno disse nulla. Lo sguardo stupido di Heinrich si appuntò sul volto apparentemente calmo di Desdemona. La sorella di Moritz? Cosa stava dicendo, per l’amor di Dio?

            - Credevo fosse una parente della vostra governante, principessa - disse Strevinky. Desdemona lo fissò con uno sguardo raggelante. Quell’uomo non sapeva proprio cosa fosse la vergogna, evidentemente.

            - L’una cosa non esclude l’altra. -

            Adelaide arrossì al posto del suo amante. Forse Desdemona aveva ancora una volta ragione. Non si poteva far finta di nulla, che tutto fosse come prima. Lei andava a letto con Strevinky. E Desdemona era stata umiliata e tradita dal suo promesso sposo. Per non parlare dell’infamante morte del suo amante.

            Non era una favola, e Walkenstein non era più l’Eden. Dovevano cambiare.

            - Altezza, cosa intendevate, prima? - chiese Heinrich a Desdemona, mentre si avviavano verso il vasto parco per la consueta passeggiata. - In che senso Karla sarebbe la sorella...di Moritz? -

            - Chiedetelo a vostro padre, Heinrich. Sono certa che la sua risposta sarebbe quanto mai...esauriente - gli rispose lei, con amarezza.

            - Mio padre? - si stupì Heinrich. - Voi avete dei rapporti con mio padre? -

            - Da molti anni. Ma non temete, non mi ha mai voluto dir nulla. Nemmeno di Lothar, e di mia madre. Se non me ne aveste parlato voi ieri, non ne avrei mai saputo nulla. Dimenticate Karla. E, soprattutto, dimenticate Moritz. Lei è l’amante di mio fratello, e lui ci ha chiesto di proteggerla. E’ tutto qui. -       

            - Sopportate sempre meno Strevinky. - non poté fare a meno di osservare Heinrich.

            - E voi ne sapete il perché...non è vero? - Desdemona si voltò, fissandolo con i suoi occhi scuri, bordati da lunghe ciglia. Era talmente bella da fargli trattenere il fiato. Quasi non riuscì a risponderle.

            - Certo. Sono ancora il comandante della guardia di palazzo, non ricordate? Certi movimenti è difficile che possano sfuggirmi. Non dovete prendervela. Forse, è un’evoluzione necessaria. -

            - E’ curioso. Dite la stessa cosa che ha detto Karla, al proposito. Forse, non sono semplicemente indignata e preoccupata. Forse sono solo piuttosto gelosa. Non di quell’uomo in particolare, beninteso, ma del fatto che mia sorella sia cresciuta prima di me, ed abbia trovato qualcuno disposto a donarle un po’ di affetto, un po’ di calore adulto, dopo tutte queste...illusioni. -

            - Credo che pagheranno questo...calore, come dite voi. Non era probabilmente la soluzione giusta. -

            - Ma, forse, nemmeno troppo sbagliata - Desdemona gli si avvicinò, gli appoggiò le mani guantate sul petto, facendolo trasalire. Nella fredda mattina d’inverno, nessuno poteva vederli. Erano ormai troppo lontani dalla Residenza. - Perché non posso avere questo calore anch’io? Devo espiare quali colpe? Lothar? O cos’altro? -

            Heinrich le prese le mani, le staccò da sé, per quanto riluttante.

            - Non sarebbe un modo - le disse, con voce improvvisamente roca. Era abbastanza uomo da reagire alle sue continue provocazioni. Dannazione, cosa voleva da lui?

            - Forse no. O forse sì - gli sussurrò lei, alzando una mano fino a scostargli dalla fronte un ciuffo dei suoi capelli folti, sorprendentemente scuri per un tedesco. Desdemona cercò di scacciare dalla propria memoria il ricordo tormentoso di altri capelli, chiari come argento filato, sottili e morbidi come seta contro la sua pelle nuda.

            Doveva dimenticarlo.

            - Baciami, Heinrich - gli ordinò, sollevando il volto verso il suo. Lei era così bella, così pronta...come un frutto maturo al punto giusto, con appena quel leggero tocco di acerbo, tale da renderlo ancora più invitante.

            Era sicuramente per tutta una serie di ragioni sbagliate. Orgoglio ferito, disillusioni amare. I suoi ventidue anni che non accettavano più indeterminati rinvii.

            Ma, dannazione, le avrebbe dato quel che cercava.

            La bocca di Heinrich trovò la sua donandole il calore cui lei anelava. Il profumo della sua virilità l’avvolse, facendola fremere, sostituendosi a ricordi ormai sbiaditi. Lui era un vero uomo, e baciava da uomo. Desdemona non fece nemmeno finta di non sapere. Aprì le labbra sotto quelle di lui, rispose al suo bacio con tutta se stessa, senza finzioni, da donna.

            Come le aveva insegnato un altro.

            - Oh, mio Dio... - ansimò Heinrich, staccandosi da lei per fissarla. - Quanto avanti sei andata con Lothar? Dimmelo, devo saperlo! -

            - Non quanto avrei voluto - mormorò lei, incapace di confidargli il suo segreto. - Portamici tu -

            - Non solo baci, immagino, ma certo molti di questi...ti ha...toccato? -

            Desdemona nascose il volto contro l’incavo del suo collo, e cominciò ad accarezzarlo con le sue labbra morbidi e tentatrici, fino a che, esasperato, l’uomo le riprese la bocca, assaporando il tocco senza pudore della sua lingua, ansiosa di compiacerlo.

            La strinse intorno alla vita con le mani, assaporando la consistenza del suo busto. Sapeva che non era né il momento, né il luogo, ma avrebbe potuto prenderla lì, su quel prato. Lei lo faceva morire. L’aveva desiderata troppo, e troppo a lungo.

            Le rese il favore, costellando di baci la linea morbida e sensuale del suo collo, fino a farla gemere, ansiosa di altre carezze.

            E poi si fermò.

            - Tutto questo è indegno di entrambi, Desdemona - le disse, ansimando, incapace di andare avanti. Per la prima volta, si permise di chiamarla per nome. Sapeva per istinto che avevano oltrepassato la linea del non ritorno. - Non farò come Strevinky, e non mi approfitterò della tua giovinezza, della tua ingenuità. Sarebbe troppo facile portarti a letto adesso...e tu, poi, mi odieresti. Non devi vendicarti di Lothar...non così, non con me -

            - Non puoi dimenticarti anche di Lothar? - rispose lei, accesa dal desiderio. - Non puoi badare solo a me? Non puoi darmi semplicemente ciò che voglio? -

            - Non a queste condizioni! Ho vent’anni più di te, e tu sei una principessa! Non posso prenderti come si prende una serva da taverna, anche se mi fai ribollire il sangue nelle vene, come mai nessuna donna prima. E non sopporterei il tuo disprezzo. Perché, Desdemona, io ti amo -

            Lei rimase senza parole. Nessun uomo le aveva detto questo. Mai.

            Lothar aveva parlato dell’amore di lei, mai del proprio. Moritz aveva impostato il loro rapporto in termini di possesso reciproco, e lei si era sentita come parte integrante delle proprietà che lui, misteriosamente, rivendicava.

            Heinrich le stava dicendo che l’amava. Che amava lei. Con tutte le sue contraddizioni, le sue ambiguità. I suoi misteri. Il suo modo esperto di ricambiare i suoi baci...che tradiva un passato che lui non poteva ignorare.

            Lui l’amava.

            La tenerezza che invase Desdemona a quel pensiero fu talmente forte da farla vacillare.

            - Questo cambia tutto - gli disse, con un misterioso sorriso. - Hai ragione. Non possiamo prenderci così. I nostri sentimenti, a questo punto, meritano rispetto -

            - I tuoi sentimenti? Non pretendo che tu corrisponda il mio amore - le disse lui, accarezzandole una guancia con la punta delle dita. - Non voglio conoscere la vera, profonda ragione del tuo dolore, qualunque sia. Ma ti offro tutto me stesso. Se necessario, stando ai margini della tua vita, come è stato fino ad ora. Solo, ti supplico, non provocarmi più. Sono un uomo, ed ho dei netti limiti alla mia resistenza. Quando tu mi doni la tua bocca, le tue carezze, come hai fatto oggi, mi è quasi impossibile trattenermi dal prenderti. Lo capisci? -

            - Sì. Torniamo a palazzo, Heinrich. Ci sono molte cose da fare. Cose da decidere -

            Heinrich pensò che fosse pericoloso indagare oltre. Aveva già il suo da fare a riportare il proprio autocontrollo a livelli accettabili.

            Senza parole, tornarono lentamente verso la Residenza.

            Ma Desdemona aveva già preso la sua decisione.

 

 

 

 

 

  D

opo aver parlato con Flaviano di Vorst, già reggente del principato sino alla maggiore età del principe Franz, ed esperto conoscitore delle leggi di Walkenstein, Desdemona affrontò la sorella.

            Erano passati abbastanza giorni da quella disgraziata mattina nella sua stanza, per poter pacatamente trattare l’argomento.

            - Ecco il redde rationem, vero, Desdemona? - sorrise Adelaide, tranquillamente intenta ai suoi prediletti lavori di cucito - La resa dei conti. Sono pronta. Dimmi tutto. -

            Desdemona si sedette accanto alla sorella, e le prese una mano, stando attenta a non pungersi con l’ago che Adelaide teneva tra le dita. - Puoi perdonarmi, Heidi? Per la mia freddezza...la mia incomprensione? -

            - Non sei stata così fredda. Mi sembrava semplicemente che avessi altre preoccupazioni oltre a me, in questi giorni. -

            - Hai ragione. Tu sola puoi immaginare quale sofferenza sia stata per me la morte di Moritz...e quale l’umiliazione di conoscere il suo tradimento. Per non parlare di Lothar....Lothar che è nostro fratello, Adelaide -

            - Cosa dici? - gridò Adelaide. - Nostro...fratello? -

            - Figlio di Magnus di Landor e di nostra madre, Rosaleen di Walkenstein. Amanti per anni, fino alla loro sventurata morte insieme. Ti stupisce? -

            - Forse non troppo - si calmò la sorella. - Ci avevo già pensato. Ma non te ne avevo mai parlato...per ovvie ragioni. E così nostra madre era un’adultera. Ed ha di fatto ceduto suo figlio al padre naturale, rinunciando a lui. Non ti sembra orribile? -

            - Guardiamo in faccia la realtà, Adelaide. Siamo così diverse da lei? Ho tradito il mio fidanzato tanto quanto ho potuto. Ho cercato di convincere un uomo che mi ama, mi ama sinceramente, a diventare il mio amante, solo per annegare tutta la rabbia e l’amarezza che albergavano dentro di me. -

            - Quanto a me, ho ceduto a Strevinky così in fretta da non rendermene nemmeno conto. Anzi, per essere più onesta, è lui che ha ceduto a me. Il giorno della tua partenza per Vienna, abbiamo parlato, e lui mi ha chiesto scusa per avermi baciato, confessandomi di sentirsi attratto da me...ma che non per questo pensava che potessimo avere un futuro insieme. Ci siamo baciati di nuovo, ed è stato bellissimo. Avevi ragione, non sapevamo nulla del sesso, nella nostra ignoranza eravamo così sciocche, soprattutto io! Sono stata io a cercarlo, nella sua stanza. Con la scusa di parlargli, quella notte stessa. Ma sapevo bene che volevo altro. Al diavolo Thurm und Taxis! Non ha fatto nulla per venirci a salvare! Ed io volevo un vero uomo, Desdemona, anche se ancora nemmeno intuivo a cosa stavo andando incontro. -

            - E...l’hai avuto? -

            - Sì. L’avevo provocato troppo. Non mi importava più di nulla. Come te, ero ferita, amareggiata, delusa. Volevo un po’ di vita. Mi ha insegnato a vivere. Mi ha insegnato ad amare. Non posso più fare a meno di lui. Non so se lo amo, se lo odio, se è solo il mio più grande rivale, se è la continua lotta con lui che mi tiene in vita...ma so che mi dà piacere e calore, e che senza di lui le mie notti sono fredde ed interminabili, ed i miei giorni incolori e spenti. -

            - Proietta questa sensazione di vuoto su tutto l’arco di una vita, e prova ad immaginare come mi sono sentita io alla notizia della morte di Moritz. Ho cercato anch’io una soluzione. E forse stavolta l’ho trovata. Una soluzione diversa dalla tua, non necessariamente migliore. Ma che, finalmente, mi ha donato la pace cui anelavo. -

            - Di cosa stai parlando? -

            - Del matrimonio. Di un modo per mettere una decisa pietra tombale su tutto il mio disgraziato passato. -

            - Non puoi sposarti, Desdemona. Non hai ancora venticinque anni. -

            - Non un matrimonio ufficiale, con un principe del sangue. Ma posso contrarre anch’io delle nozze morganatiche, come ha fatto Lothar. Con un uomo non così nobile, non coronato. Un uomo che mi ami per quella che sono, e non per quello che il mio titolo, il mio rango rappresentano. -

            - Cosa? - si stupì Adelaide. - Nozze morganatiche? Rinunci all’eredità di Walkenstein? -

            - Quali sarebbero le probabilità per un mio erede di salire al trono? Sono l’ultima figlia, prima ci siete Franz e tu. E poi, in ogni caso, cosa mi importa? Forse che Franz è felice dell’immenso carico di responsabilità che ha ereditato fin dall’infanzia? Credi che non sarebbe più contento di vivere in pace, come un uomo qualunque, accanto alla sua Karla? Eppure, lui non può. Ma io . -

            - Saresti stata granduchessa di Landor -

            - Sarebbe stato un disastro, e lo sai. Anche senza quest’inopportuna parentela tra Lothar e me. Per non parlare di te e Thurm und Taxis. Mi sono guadagnata a caro prezzo la mia libertà, Adelaide. A carissimo prezzo. Ed intendo difenderla, ad ogni costo. Ora che Moritz è morto, non mi resta assolutamente null’altro -

            - Hai già pensato...ad un candidato? -

            - Naturalmente. Non prenderei questa decisione per nessun altro al mondo. Ma per Heinrich di Saringen, sì -

            Adelaide non si stupì troppo. Fin dalla prima volta in cui il colonnello di Saringen era entrato nelle loro vite, tra lui e Desdemona si era costruito un misterioso, profondo legame.

            - E’ molto più vecchio di te...ma non è certo decrepito. Ha solo qualche anno più di Stephan Strevinky. Segui il tuo cuore, Desdemona. Sposalo, se pensi che possa renderti felice. -

            Desdemona sorrise.

            - Lui non lo sa ancora. Ma lo saprà presto. Anche se non prima di qualche supplementare, piccola provocazione. -

            - Sa a cosa va incontro, sposando una donna come te, con un nome come il tuo? - rise la sorella. - Desdemona...questa volta sarai fedele? -

            - Sì, questa volta sì - rispose pacatamente la sorella. Sapeva per certo che l’unico uomo al mondo capace di renderla adultera era definitivamente morto.           

 

 

 

 

 

  L

a notizia era semplicemente troppo bella. La lettera di Lothar scottava tra le dita di Desdemona, che stava lottando con l’aiuto di Sandra per infilarsi in un abito dallo stretto corsetto di foggia quasi settecentesca, che le lasciava praticamente scoperto il seno. Quella sera, intendeva festeggiare.

            - Hanno liberato Franz! E’ già in viaggio verso Walkenstein! E l’Imperatore rinuncia anche al controllo sul nostro principato! -

            - Bambina mia, fermati, o non riuscirai mai ad entrarci dentro. Cosa ti è preso per indossare questa follia di vestito? -

            - Stasera voglio essere bella e provocante. Non mi chiedere nulla, perché non ti direi nulla. Sappi comunque che intendo comportarmi molto male. -

            Sandra sospirò. Non ignorava il segreto piano della sua principessa, ma non si sentiva nemmeno il cuore di condannarla, se cercava un po’ di affetto e di sincero amore dopo tutto quello che aveva passato. Sapeva che sarebbe stata una brava moglie, ed un’ottima madre. Esattamente quello che Rosaleen non era assolutamente stata in grado di essere.

            Quanto a bellezza e fascino, quella notte non era semplicemente seconda a nessuno. A Sandra piacque pensare, come si diceva spesso nel Principato, che Desdemona di Walkenstein fosse tra le più belle cinque donne europee del suo tempo. Il granduca Lothar era stato proprio uno stolto.          Se Casanova fosse tornato in vita, avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di possederla.

            Ma lei cercava un uomo gentile, disposto a volerle sinceramente bene. Forse, aveva ragione da vendere.

            - Devo dirlo a Karla! - esclamò Desdemona, correndo via. Come sempre, non diede a Sandra il tempo di raccoglierle i capelli. Corse per i corridoi di marmo della Residenza, tenendo la sontuosa gonna di broccato rosso scuro dell’abito tra le mani, e quasi si scontrò con Heinrich. Ansimando, si appoggiò contro la parete, fissandolo sorridendo.

            - Dove stai scappando? - sorrise lui, di rimando, avvicinandosi a lei, attratto dalla sensualità che lei emanava come una falena dalla fiamma.

            - Vieni qui - gli sussurrò lei, gettandogli le braccia intorno al collo, ed attirando la sua bocca verso la propria. Con un gemito, cominciarono a baciarsi. Il calore del suo tocco andò alla testa dell’uomo. Lo stava facendo morire. Lo avrebbe reso un sicuro candidato ad un precoce infarto.

            Non si erano più toccati dal giorno nel parco, ed il ricordo bruciava dentro Desdemona. Sapeva che non poteva più aspettare molto. Quanto ad Heinrich, la sua vita stava diventando un inferno. Aveva perso ogni parvenza di pace, sia interiore che esteriore.

            - Heinrich...dammi la tua mano -

            Ubbidì, staccandosi malvolentieri, con il fiato corto ed i capelli scompigliati dalle sue carezze. Desdemona lo fissò a labbra aperte, premendosi le sue dita contro la bocca, in una specie di bacio. E poi, sconvolgendolo, posò quelle dita sul suo seno, lasciato scoperto dall’abito, talmente scoperto da fargli intravedere l’inizio, leggermente più scuro, delle sue areole.

            - Desdemona, smettila subito. O non rispondo più di me -

            - Come siete monotoni, voi uomini. Sempre a ribadire lo stesso concetto. -

            - Dovresti essere lieta di non aver a che fare con un mascalzone -

            - Io voglio aver a che fare con un uomo vero -

            - Desdemona, tu non sai cosa dici... -

            - Heinrich, io lo so benissimo - gli sorrise lei, godendo della sua carezza. Protestava, ma continuava a sfiorarla. Si chiese se avrebbe avuto la stessa audacia di Moritz, e se si sarebbe finalmente addentrato dentro i confini di quella dannata scollatura.

            Moritz. Aveva giurato a se stessa che non avrebbe pensato più a lui.

            Scacciò quel pensiero, riprendendogli le labbra. Dopo un po’, ebbe pietà di lui. - Franz è stato liberato. - gli disse. - Tornerà presto da noi. E Strevinky se ne dovrà andare -

            - Non hai pensato a tua sorella? -

            - No...hai ragione, ero così contenta per la notizia che mi ha comunicato Lothar che non ci ho pensato affatto. Oh, mio Dio...cosa succederà? -

            - Non possiamo prevederlo. Comunque, sono felice per tuo fratello. E per il tuo principato. -

            - Bene. Sei libero domani notte...diciamo intorno alla mezzanotte? -

            - Eh? - si stranì Heinrich. - Sei matta? -

            - Mai stata così sana. Dimmi solo se sei...libero -

            - Non verrò a letto con te - le disse, severamente. - Sai come la penso. -

            - Nemmeno...nemmeno, se io fossi...la tua legittima moglie? -

            Heinrich rimase letteralmente senza parole.

            - Ho detto moglie...hai presente, anello al dito, signora di Saringen, e vissero felici e contenti... -

            - Tu non puoi sposarti -

            - Io posso contrarre un matrimonio morganatico, anche prima dei venticinque anni. La legge di Walkenstein non prevede infatti quest’ipotesi. Mi è stato confermato da Flaviano di Vorst -

            - Non puoi seriamente pensare di sposarmi! Io non sono nessuno -

                - Certo che penso di sposarti. Tu mi ami. Io so che non sarei felice con alcun altro al mondo. Mi merito questa felicità, Heinrich. Devi darmela. -

            Lui si scostò da lei, di qualche passo. Così stretto a Desdemona, non riusciva a pensare serenamente. Il suo fascino fisico lo sovrastava.

            - Non è possibile - ripeté. - Devi ripensarci -

            - Mi rifiuti? -

            - Non rifiuto te! E’ che non potresti mai essere mia! E’ assurdo! Tutto ci divide: età, rango... -

            - L’età è un pretesto ridicolo. Sei un uomo ancor giovane, ed io non sono più una bambina. Quanto al rango, è un pretesto persino più assurdo, una catena dalla quale intendo liberarmi una volta per tutte. Voglio te come marito, e voglio dei figli. Voglio essere finalmente felice. -

            - Te ne pentiresti -

            - E’ impossibile. Fidati di me, Heinrich. Sai quanto ho sofferto. -

            - Appunto. E’ una reazione al dolore -

            - E’ una reazione all’attrazione naturale ed intensa che da sempre nutro per te. Non posso averti solo come amante, come fa mia sorella con Strevinky. So che non basterebbe a nessuno dei due. -

            - Sono persino disposto a questo, se serve a farti passare di mente quest’assurdità di legare per sempre la tua vita alla mia. -

            - Non possiamo ottenere entrambe le cose? - sorrise lei. - Dimmi di sì. Per una volta al mondo, fa che un uomo mi dica di sì -

            - Desdemona... -

            Lei gli mise una mano sulla bocca. - Shh...dimmi di sì - gli ripeté, come un incantesimo.

            Un incantesimo...

            - Sì - sussurrò infine, sapendo come sapeva che avrebbe ceduto a qualunque sua fantasia.

            Perché lui l’amava.

 

 

 

 

           

   Q

uando più tardi Desdemona cercò Karla, per comunicarle le belle notizie, ebbe una brutta sorpresa.

La ragazza se ne era andata.

            Le aveva lasciato un biglietto, scritto in modo rozzo e sgrammaticato, ma comunque miracoloso se si pensava che aveva imparato a scrivere solo da una settimana, sotto la guida paziente di Adelaide. Un biglietto ed una lozione di tintura scura per capelli, ormai vuota.

            “Principesse,

            grazie di tutto quello che avete fatto per me. Non vi dimenticherò mai. Ma non posso abusare ancora della vostra gentilezza. Anche perché ho una missione da compiere...ritrovare Norelmeyer, e scoprire la verità sulla mia nascita.

            Ho tinto i miei capelli. Se è vero che somiglio così tanto a mio fratello Moritz, potrebbe riconoscermi.

            Se Franz tornerà, ditegli che penso sempre a lui. Sempre.

            Perdonatemi, se potete, ma mi tengo gli abiti. A Landor mi serviranno. Addio”.

            Desdemona si sedette sconsolata sul letto che la ragazza aveva lasciato in perfetto ordine. Capiva perfettamente la sua ansia di ritrovare le proprie radici...ma temeva i pericoli nei quali sarebbe potuta incorrere. Avrebbe consegnato il suo messaggio a Franz, quando lui fosse tornato, e l’avrebbe aiutato a cercarla. Non potevano lasciarla sola.

            Ammirava il suo coraggio silenzioso, la sua forza riservata. Era così simile a Moritz.

            Perderla era quasi come perderlo di nuovo.

            Si riscosse. Stava andando tutto bene. Stava per ricostruirsi una vita con l’uomo migliore che conoscesse, e Franz stava tornando a casa.

            Non doveva più pensare al passato. Era semplicemente troppo doloroso.
XII

 

 

            Febbraio 1855.

 

 

  L

e nozze di Desdemona coincisero con il ritorno a Walkenstein di suo fratello Franz, e con gli ultimi giorni di dominio nel principato del maggiore Strevinky e dei suoi uomini.

                        Desdemona si sposò a mezzanotte di un giovedì nella cappella della Residenza, alla sola presenza dei suoi familiari e di Strevinky, nel suo ultimo atto ufficiale a Walkenstein. Bellissima e nervosa in un semplice abito blu imposto dal carattere ufficioso delle sue nozze, ricevette l’anello nuziale da un altrettanto nervoso Heinrich, piangendo in silenzio sotto il fitto velo che le avvolgeva il capo, nascondendole il volto pallido alla vista degli altri.

            Piangeva per la se stessa che era stata, e che non sarebbe stata mai più.

            Piangeva per la principessina dai ricci dorati che aveva amato il sogno del suo promesso, il bel granduca Lothar. Piangeva per la ragazza di sedici anni che, una notte di festa, aveva incontrato un ufficiale biondo con un mantello nero, che le aveva rubato il cuore. Piangeva per quella donna di diciannove anni che aveva scoperto l’amore in una carrozza, d’estate, con un uomo incapace di dirle la verità.

            E piangeva per quella persona che, il giorno di Capodanno, a Vienna, aveva compreso tutta la dolorosa estensione di un tradimento...e di un irrevocabile abbandono.

            Ma sarebbero state le ultime lacrime, giurò a se stessa.

            Accanto a lei, non meno pallidi, Adelaide e Franz. L’una lottava con il panico per una decisione amara che, in realtà, sapeva di aver già preso. L’altro si struggeva per il ricordo di una donna appena trovata...e già persa.

            Come siamo stati sfortunati, pensò Desdemona, io ed i miei fratelli. Neanche un po’ di fortuna, nonostante potere, bellezza, rango.

            Ma da oggi cambierà, si promise.

            - Desdemona Maria Giselda di Walkenstein - Estembourg, accettate quale sposo il qui presente Heinrich Roderick di Saringen? -     

            Desdemona sollevò il velo, e sorrise. Heinrich fu ancora una volta sconvolto dalla sua solare bellezza.

            - Sì. Lo accetto. -

            Quel sorriso di lei, giustificava tutto. Sedava le sue ansie più profonde, le più radicate paure. Il sentimento di inadeguatezza.

            Perché Heinrich sapeva che, a modo suo, lei lo amava.

 

 

 

 

  - A

llora...è giunto il momento dell’addio. -

Adelaide sussultò. Si strinse nel mantello scuro, accettando suo malgrado il braccio di Strevinky per uscire nella fredda notte invernale fuori dalla cappella illuminata per le nozze di sua sorella.

            - Mi disprezzi...perché non riesco ad avere il coraggio di Desdemona? -

            - No - rispose l’uomo con un sospiro. - Siamo quelli che siamo, Adelaide. E non saresti felice accanto a me. Tu tieni al tuo rango, alle tue prerogative...e non te ne faccio una colpa. Mi piaci per quella che sei...non ti ho mai voluta diversa. -

            Adelaide cominciò piano a piangere.

            - Come puoi perdonarmi - gli disse, mentre seguivano a breve distanza gli sposi. - Per averti fatto questo. Sono stata io a volerti come amante...ed ora non ho il coraggio di arrivare fino in fondo, di darti un futuro. -

            - Non c’è nulla di cui perdonarsi. Siamo due adulti, abbiamo vissuto una storia da adulti, come ne capitano continuamente, a questo mondo. Ed ora è finita. Adelaide...io non ti dimenticherò mai. Ma non avrebbe funzionato. Non saresti stata felice con me. -

            Lei non ebbe il coraggio di rispondergli. Sarebbe bastato un po’ più di coraggio...un matrimonio morganatico come quello contratto da sua sorella, e sarebbe stata sua per sempre.

            Ma Stephan la conosceva fin troppo bene. Lei non era Desdemona...ed a lei non sarebbe bastato.

            E forse neanche a lui. L’amava, la desiderava, e non voleva tarparle le ali. Perché Adelaide poteva volare...l’aveva sempre saputo.

            Anche se, necessariamente, al fianco di un altro uomo.

            Non parlarono più. Non c’era altro da dire. Quello che avevano vissuto insieme avrebbe per sempre fatto parte di loro.

            Di fronte alla Residenza, Strevinky le prese una mano, e la baciò.

            E poi, sbatté i tacchi, e si allontanò dalla sua vita.

 

 

 

 

  F

ranz accompagnò gli sposi fino al loro appartamento, ricavato ed ampliato da quello originariamente assegnato ad Heinrich al suo arrivo a Walkenstein, ormai quasi quattro anni prima. Desdemona rinunciava per sempre alle sue stanze di ragazza...dove aveva ricevuto Moritz, una notte di settembre che sembrava ormai lontana secoli.

            Franz sorrideva, ma aveva un feroce mal di testa, e si sentiva morire.

            Karla era andata via, e nonostante tutte le sue ricerche, non c’era stato verso di trovarla. A Landor, nessuno l’aveva notata. Nonostante le sue descrizioni accurate parlassero di una “ragazza bruna, o forse anche biondissima, con la pelle bianca e gli occhi dorati”.

            - Su...un po’ d’allegria - rise Desdemona, forzatamente.- E’ un matrimonio, non un funerale! Non sei felice per noi? -

            - Sono felicissimo! - rispose macchinalmente il fratello. - Sai quanto stimi tuo marito. Non potevi scegliere meglio...soprattutto dopo il vergognoso tradimento di Lothar -

            Desdemona si morse le labbra. Non aveva ancora detto a Franz della sconvolgente verità appresa sul conto del suo antico promesso.

            Avevano parlato solo di Karla, della sua sospetta parentela con Moritz, e Desdemona gli aveva promesso tutto il suo aiuto per le ricerche.

            - Troveremo Karla, te lo prometto. Lei, presto, sarà al tuo fianco. -

            - Me lo auguro. Perché, Desdemona, io senza di lei non vivo.-

            Lei non disse nulla. Capiva perfettamente. A quanto pareva, loro, i figli di Rosaleen, tutti i figli di Rosaleen, vivevano passioni profonde. E sventurate.

            - Buonanotte, sorellina. Che la tua vita matrimoniale cominci con gioia. Ve lo meritate entrambi. -

             Lei lo baciò, lasciando il velo ed il mantello sul divano del salottino antistante la sua nuova camera da letto. D’intesa con il marito, non aveva voluto camere separate. Voleva fortissimamente che il suo matrimonio fosse felice.

            Così, mise su il suo più bel sorriso, ed entrò. Heinrich la stava aspettando, con due bicchieri di champagne in mano ed un fortissimo imbarazzo dipinto sul volto.

            - Chissà come saresti stata bella in bianco...l’abito bianco delle nozze reali dei principi di Walkenstein. Sono così dispiaciuto... -

            - Basta - gli disse lei, prendendo il calice dalle sue dita, e baciandolo teneramente sulla bocca. - Non c’è sposa più bella della sposa felice, che ama suo marito, riamata. Non ti sembro abbastanza bella in blu, allora? -

            - Sei magnifica - le disse lui, sinceramente - Non capirò mai cosa ho fatto di buono per meritarti. Sei una sposa degna di un sovrano, di uno zar, di un imperatore. Per nascita, per bellezza, per qualità morali. Io sono un uomo comune -

            - Tu sei l’uomo che ho scelto...non ti basta? - gli sorrise lei. Pur nella sua giovinezza, il suo amore per lui era venato da una sfumatura materna. Sapeva che Heinrich era un uomo buono, e che aveva vissuto una vita degna, amando e soffrendo. Lei gli avrebbe dato tutta se stessa, con gioia e serenità.

            - Desdemona...non sei obbligata...non siamo tenuti...insomma...non stanotte, se non vuoi... -

            - Sei matto? - rise lei.

            - Hai paura? -

            - Paura? Un qualunque altro uomo a questo punto penserebbe che ho fatto di tutto per saltarti addosso! -

            Heinrich sorrise. Il suo ragionamento non faceva una piega.

            - Sono imbarazzatissimo. -

            - Te lo faccio passare io, l’imbarazzo. - rise Desdemona. - Intanto, bevi lo champagne. Dicono che faccia meraviglie per gli sposi nervosi. -

            - Bevi anche tu. Dicono che sia altrettanto meraviglioso per le spose sfacciate -

            Risero insieme, come avevano sempre fatto. Né l’amore, né la passione potevano oscurare la loro profonda, intensa amicizia.

            Lui era così attraente, così virile nella sua uniforme rossa e nera di gala. L’uniforme di Landor.

            Desdemona strinse un istante le labbra, un istante solo. E poi, si gettò tutto alle spalle. Di fronte a lui, cominciò a slacciargli la giacca, mentre le sue dita non esitavano con le difficili allacciature degli alamari neri. Scacciò i ricordi, e sorrise al sentirlo sospirare mentre le sue dita assaporavano la sua pelle liscia, accarezzandogli il petto forte. Si avvicinò a lui fino a posargli le labbra sul cuore, in una serie di lente carezze e baci. Voleva dimostrargli tutto il suo amore con le sue tenerezze. E non provava nessuna vergogna, perché lui era il suo uomo, suo marito.

            - Desdemona.. - gemette lui. -Dimmi solo una cosa. Devo saperla. L’hai...già fatto? -

            - No - sospirò lei. - Ti offro me stessa...e nel corpo sono ancora integra. -

            - Provo un tale desiderio per te...che non so se saprò essere sufficientemente gentile. Potrei farti del male. La prima volta...può essere dolorosa. Mi dispiace - le disse onestamente, ricordando il panico provato la sua prima notte di nozze con la precedente moglie. Lei aveva pianto tutto il tempo, e per molte settimane non ne aveva voluto sapere di riaverlo nel suo letto.

            - A me no. - gli sussurrò lei, provocante. - Voglio tutto quello che puoi darmi. Piacere, dolore, vita. Voglio vivere in pieno...e non tornerò mai indietro, Heinrich, né avrò rimpianti. Te lo giuro -

            La fissò, sapendo che Desdemona era un altro tipo di donna. Un tipo di donna completamente diverso. Le sue parole accesero ulteriormente il suo desiderio, già devastante.

            - Non so se sarò in grado di trattarti da signora. Tu accendi in me desideri proibiti. -

            - Non trattarmi come una signora. Io sono una donna -

            - Lo so. - La baciò a labbra aperte, invadendola con la sua lingua, lasciando che lei intuisse tutta la portata del suo desiderio. Desdemona curvò le labbra in un sorriso, sotto quelle di lui, corrispondendogli con tutta se stessa. Era quello che voleva da lui. Scacciare via i ricordi...con il fuoco.

            Dimenticando la camicia da notte di pizzo bianco di lei, pudicamente distesa sul letto, le slacciò l’abito sulla schiena, impaziente, mentre lei scioglieva la sua acconciatura, coprendogli le mani con i suoi capelli profumati. Le slacciò abito e corsetto, eccitandosi alla vista dei suoi seni perfetti, provocanti, e spingendola a sedersi sul bordo del letto. Si inginocchiò accanto a lei, sollevando quasi con reverenza la gonna dell’abito di pesante velluto, fino a scoprire le sue magnifiche, lunghe gambe nervose, e slacciando le giarrettiere di verginale pizzo bianco. Lei rise, osservandolo divertita, mentre lui le sfilava con deliberata lentezza le calze di seta candida, e le allargava con una lunga carezza le gambe, assaporando sotto la punta delle dita le sue cosce setose, e facendo seguire alle dita la bocca.

            - Posso toglierti i mutandoni? Desdemona...accetti questo tipo di carezze da me? Dimmelo...perché a questo non sei tenuta. Non a queste intimità... -

            - Non negarmi nulla - gli disse lei, con voce rotta dall’emozione. - E toglimi...o lasciami...tutto quello che vuoi. -

            La deliberata provocazione delle sue parole lo lasciò senza fiato. Lei istintivamente sapeva come accendere un uomo. Con il tempo, era sicuro che sarebbero arrivati a donarsi tutto...anche quello che gli uomini del suo rango di solito conoscevano soltanto con le prostitute più esperte.

            Seguendo la sua fantasia, senza toglierle del tutto l’abito, irretito dalla linea seducente dei suoi seni che facevano capolino dai lembi di pizzo del corsetto, le infilò le mani fin sotto la vita, facendole scivolare i mutandoni di sangallo ricamato giù per le gambe. E poi, affondò il volto tra le sue cosce.

            Desdemona si lasciò scivolare sul letto, abbandonandosi completamente alle sue carezze, ai suoi baci, a quella follia. Senza pensieri, senz’altro desiderio se non quello di giungere al piacere. Quel piacere che ricordava così bene, così intensamente...

            Estasiato dalla sua calda femminilità, che gli rispondeva istintivamente nel modo più lusinghiero, dai suoi gemiti autentici, da donna in amore, capì che non poteva più aspettarlo. La portò al piacere con le mani e con la bocca, come non aveva mai fatto, in dieci anni di matrimonio, con sua moglie...ma come gli aveva insegnato una prostituta polacca nel suo primo anno di vedovanza.

            E ricordò anche le sue parole esperte.

            “Entra dentro una vergine mentre gode...niente dolore. Solo piacere...e gemiti per ricompensarti”.

            Senza nemmeno spogliarsi del tutto, allargandole dolcemente le gambe ancora di più, la penetrò con una spinta decisa, sentendo senza ombra di dubbio la lacerazione della sua innocenza...e gli spasimi del suo piacere.

            Adesso, era completamente sua. Come poteva aver dubitato della sua verginità?

 

 

           

   O

re più tardi, completamente nudi, i due sposi ridevano nella loro calda camera da letto, assaporando la loro nuova, calda intimità. Stesa su un fianco, di fronte al marito, Desdemona si mordeva le labbra, sconvolta per la dolcezza del suo duro membro dentro di lei. Immobili, si fissavano sorridendo, uniti dalla più intima unione. Non era la prima volta, ed era meraviglioso. Lei era indolenzita e ricettiva. E moriva dalla voglia che lui si muovesse.

            - Oh, no - le sussurrò il marito. - Te lo devi meritare. Dimostrami quanto lo vuoi -

            - Sei un mostro, ma ti renderò ogni cattiveria, con gli interessi. - sorrise Desdemona, muovendo i fianchi lentamente, sollecitando la sua istintiva risposta, e poi bloccandosi a sua volta, sfidandolo con lo sguardo. Heinrich avvicinò il capo al suo, le baciò il collo, mandandole una cascata di brividi giù per la schiena. - C’è un’immagine usata per evocare questo, che ho sempre trovato particolarmente eccitante. Soprattutto in questo momento, immerso dentro di te come sono. Vuoi conoscerla? -

            - Sì - sussurrò lei, stimolata dalle sue parole, usate eroticamente come carezze.

            - Una spada che scivola dentro un fodero di seta - le mormorò, labbra sulle labbra, e poi si mosse lentamente dentro di lei. Desdemona gemette, preda del piacere più intenso.

            Heinrich la rovesciò sotto di sé, e cominciò a muoversi con decisione. Lei lo attrasse ancora più vicino, lasciandosi penetrare fino in fondo, rovesciando il capo sui cuscini di seta, gridando il suo piacere.

            - Ti amo, Desdemona - le disse lui, accarezzandole dolcemente il volto. - Ti ho sempre amata...dal primo istante in cui ti ho visto. -

            - Non mi lasciare, Heinrich - lo implorò lei. - Ho perso tutto, ma non potrei perdere te. -

            - Lo so - le disse l’uomo, baciandola dolcemente sulle labbra, accogliendola tra le sue braccia come una bambina che vuole dormire. - Non ti lascerò -

            Dopo un po’, si accorse che lei si era addormentata.

            E ringraziò Dio per l’ennesima volta...per il grande regalo ricevuto.

 

           

 

 

   - C

ome mai tuo padre non ha partecipato alla cerimonia? - chiese Desdemona al marito, mentre gustavano nella solita saletta azzurra la loro prima colazione insieme da sposati.

            - Ne sono molto stupito anch’io. - Le rispose Heinrich, versandole ancora del caffé - Alcuni giorni fa sono andato a trovarlo per invitarlo...non ero certo che tu gradissi la sua presenza, ma è il mio unico familiare vivente...ma non l’ho trovato. E’ strano, perché non si è mai mosso di casa negli ultimi trent’anni, per quel che ne so. Eppure, la sua governante mi ha detto che è partito per visitare un suo vecchio amico che lo ha invitato. -

            - Partito? In questa stagione? E dove è andato? -

            - In Carinzia, pare. Me ne sono molto stupito. Ti dispiace che l’abbia cercato? -

            - Affatto - sorrise lei. - L’ultima volta che l’ho visto ho avuto parole dure, di cui mi sono pentita amaramente. E’ una brava persona, e vorrei rivederlo. -

            - Ho lasciato un messaggio per lui, dicendogli che ti avrei sposata...e di contattarmi non appena tornava a casa. - Heinrich allungò una mano, prese quella della moglie, dove brillava la vera d’oro nuziale, e la baciò teneramente.

            - Stai bene? Voglio dire... -

            - Se mi fa male? - rise maliziosamente lei, a bassissima voce. - Un po’, a dire il vero. Ma è delizioso...e fa parte del gioco, non è vero? -

            - Sei una donna incredibile. Non ho mai amato nessuna come amo te. -

            Lei sorrise. - Tu mi rendi immensamente felice, Heinrich -

            - Non quanto tu rendi felice me. Mi spiace solo delle circostanze delle nostre nozze. Tu meriteresti ben altro che un matrimonio morganatico. -

            - E’ comunque un matrimonio, santificato e valido quanto qualunque altro. Io non ho rimpianti, Heinrich. Superato il dolore per la perdita di Karla, Franz troverà una sposa adeguata, e Walkenstein avrà il suo erede. In ogni caso, ciò non ci impedirà di lavorare per il bene del nostro principato. E tu ti occuperai della riorganizzazione del nostro piccolo esercito. Non ti dispiace aver lasciato i dragoni di Landor? -

            - Non potevo certo continuare a servire nell’esercito dell’uomo cui ho rubato la fidanzata, non credi? -

            - Rubato? - rise lei - Non ero più sua...se mai lo sono stata -

            - Adesso lo so per certo - le rispose Heinrich. - Lothar è proprio uno sciocco. -

            - Lothar è mio fratello, non dimenticarlo. Grazie a Dio, è finita nel modo migliore per tutti. -

            Lui si stupì nel sentirla così tranquilla, così spassionata. Non sembrava certo la stessa donna disperata di Vienna.

            Meglio così, si disse, vedendo il proprio futuro accanto a lei estremamente rosa.

            Vennero raggiunti da Adelaide, e la salutarono con un sorriso radioso.

            - Quanta felicità...mi deprime - reagì la ragazza, facendo ricorso all’autoironia, per non soccombere alla malinconia. - Desdemona...Heinrich...inutile che vi chieda come stiate. -   

            - Benissimo, grazie - le rispose la sorella - Annega i dispiaceri nei croissant...e prendi un po’ di questo ottimo caffé -

            - Ho preso una decisione - annunciò Adelaide, dopo essersi servita. - Mi serve un cambiamento d’aria...non sopporto più questo eterno Walkenstein. Mi sono ricordata dell’invito che ogni anno nostra zia Stefania ci rinnova...e lo accetterò. Trascorrerò un po’ di tempo da lei a Dresda...e poi vedremo -

             - E’ un’ottima idea! - sorrise Desdemona. Stefania di Walkenstein, unica sorella del loro defunto padre, aveva sposato molti anni prima un principe tedesco, ed ultimamente, vedova, viveva mondanamente nella piccola Corte di Dresda. - Sarà un nuovo, fantastico lancio per te sul mercato matrimoniale -

            - Già. Non voglio più vedere Thurm und Taxis nemmeno dipinto in cartolina. -

            - Non vi meritava, Adelaide - le sorrise il cognato.

            - Lo so - disse lei. - Ho bisogno di vestiti...ed ancora vestiti. Desdemona...puoi aiutarmi? Tu hai sempre delle idee così carine... -

            - Certo. -

            I due sposi si alzarono e si separarono, ciascuno diretto alle proprie occupazioni. Quando la stagione sarebbe stata più bella, avrebbero fatto un lungo viaggio in Francia ed in Italia, ma per ora le esigenze del Principato li avrebbero occupati intensamente.

            In piedi accanto a lei, Heinrich si chinò per sussurrarle qualcosa all’orecchio, mentre Adelaide faceva finta di nulla, e voltava il capo per non guardarli.

            - L’amore nel pomeriggio, Desdemona. Una calda esperienza...molto calda. Hai voglia? -

            - Non aspetto altro. Alle tre, nella nostra camera? -

            - Alle tre. - rise lui, baciandola sul collo di nascosto. Salutò la cognata e si allontanò verso gli alloggiamenti dei suoi uomini.

            - Scotta, scotta! - sorrise Adelaide, agitando una mano come se si fosse bruciata. - Sento il calore della fiamma. -

            - Sì - Desdemona la guardò. - Sono molto felice, Adelaide. -

            - Lo so, e mi fai rabbia. E contentezza. Almeno uno di noi tre ce l’ha fatta. -

            - Già - Desdemona nascose i suoi pensieri dietro le lunghe ciglia scure, pudicamente abbassate sui suoi grandi occhi neri come l’inferno.

            Non vedeva l’ora che fossero le tre.

 

 

 

 


XIII

 

 

            Parigi, giugno 1855.

 

 

 

  I

l mondo attorno a Desdemona sbocciò a Parigi come un fiore, estasiandola di suoni, colori, sensazioni.

Finalmente libera! Libera di essere se stessa, di vedere, conoscere, sentire! Fuori dagli angusti confini del suo provinciale principato, dove aveva trascorso un’intera vita in attesa, ora si sentiva finalmente una vera donna.

            Di mattina, mentre il marito si recava negli uffici del governo e nelle accademie militari per tutta una serie di importanti convegni impostigli dal suo ruolo di ambasciatore provvisorio per Walkenstein, Desdemona scorrazzava con la fedele Sandra per negozi, caffé alla moda, musei, passeggi, parchi, biblioteche. Non c’era nulla che non attirasse la sua attenzione affamata di scoperte e novità. Ogni giorno la sua mente vivace scopriva qualcosa di nuovo e di clamoroso, e lei incominciava a vivere. Libri che non aveva mai letto, arte di cui non aveva mai sentito parlare, musica che non aveva mai udito. E gente, tanta gente, sconosciuta e sorridente, un intero, vasto mondo da conoscere, senza limiti!

            Il pomeriggio, Heinrich la conduceva con sé nelle campagne, visitando castelli ed antiche abbazie, e portandola a Versailles, a Fointainebleau, nelle antiche dimore regali. Desdemona portava con sé volumi presi in biblioteca sull’antica storia di Francia, ed insieme rivivevano quel lungo, a tratti oscuro, a tratti luminosissimo passato.

            La sera, lei ridiventava la bellissima, elegantissima e regale principessa di Walkenstein, coperta di gioielli ed inaccessibile, ed insieme si recavano all’Opera, a teatro, ai balletti. E, qualche volta, persino nei malfamati locali affollati di demi - mondaines e ricchi sfaccendati.

            Parigi viveva intorno a loro, e loro se ne lasciavano sommergere.

            I due sposi non conoscevano nessuno, in città. I pochi inviti giunti, dopo le spettacolose apparizioni di Desdemona all’Opera, erano stati regolarmente rifiutati con un gentile, freddo biglietto coronato. La loro libertà, in quel felice momento delle loro vite, non aveva prezzo.

            - Mozart - disse Desdemona, sorridendo, mentre Heinrich le allacciava il corsetto. Era già tardi per l’Opera, e dovevano affrettarsi. - Questa notte voglio sentire l’aria della Regina della Notte. Se avessi voce, la canterei io -

            - Adesso non respirare nemmeno - le disse lui, con la stessa severità di una consumata cameriera - O non entrerai mai dentro questo vestito. Ora capisco la povera Sandra. Sei incorreggibile -

            - E tu sei più cattivo di lei - rise Desdemona, facendolo sbuffare, mentre lottava con i lacci rigidissimi. - Vorrei uscire una sera senza questo strumento di tortura. E senza la pur minima crinolina -

            - Provaci, se nei hai il coraggio -

            - Non mi sfidare - lo avvisò lei. - Sai benissimo che ne sarei capace. -

            Heinrich la fissò nello specchio con un sorriso da bambino cattivo. E poi, lasciò scivolare le dita sulla punta dei suoi seni, strappandole un gemito.

            - Heinrich... - ansimò lei. - Siamo in ritardo... -

            - Lo so. Solo per darti una lezione. Ora non puoi non metterti il corsetto...altrimenti, tutti se ne accorgerebbero. Sei eccitata -

            - Io lo sono sempre - gli confessò lei. Il suo rapimento sensuale per l’uomo che era suo marito la lasciava incredula, a tratti sgomenta. Sapeva per istinto che era qualcosa di raro e prezioso, che non con molti uomini le sarebbe potuto succedere. Ma, a volte, sentiva di perdere il controllo su di sé, schiava com’era del piacere che lui sapeva procurarle. L’unica consolazione era che quella vergognosa attrazione era assolutamente reciproca, e lui era suo schiavo tanto quanto lo era lei.

            - Facciamolo in carrozza - propose lui. - Ma il corsetto, ora, dobbiamo allacciarlo. Perciò, madame, collaborazione -

            Desdemona rise, scalciando i mutandoni che non aveva ancora completamente infilato giù sul pavimento. Se alle ricche, aristocratiche matrone che affollavano l’Opera qualcuno avesse rivelato che la composta, nobile principessa di Walkenstein talvolta andava in giro senza biancheria, sarebbe venuto un colpo.

            Non a caso, era da molti mesi che Sandra aveva delegato la toilette serale di Desdemona a suo marito, dopo che, una sera prima di un ricevimento, recatasi nella stanza dei due sposi, aveva visto qualcosa che l’aveva letteralmente sconvolta.

            E la sua bambina, allora, era completamente vestita.

            - Che ti vesta lui, allora - le aveva detto, fuori di sé, mentre Desdemona rideva. Oh, povera Sandra, vittima di continue disillusioni circa la virtù delle sue bambine! Ma cos’altro poteva aspettarsi dalle figlie di Rosaleen?

            Desdemona ascoltava l’opera mozartiana con passione. La musica la rapiva, come sempre. Così assorta, nemmeno si accorgeva degli sguardi avidi del pubblico su di lei. La giovane, bionda principessa tedesca faceva sensazione. Era davvero la più bella donna di Parigi, come molti sostenevano. Ed assolutamente devota al suo maturo marito.

            - Dov’è stata quella divina creatura fino ad ora? - chiese il barone Montemercy al suo compagno, un giovane, snello ufficiale biondo.

            - A Walkenstein. - rispose questi sorridendo - Lo so, perché è mia cugina per parte di madre. Fidanzata da sempre con il granduca Lothar di Landor...che ha improvvisamente avuto il cattivo gusto di sposare un’altra -

            - Norelmeyer, dovete presentarmi. Darei l’anima per una notte con quella dea bionda -

            - E suo marito vi strapperebbe il cuore se solo osaste alzare gli occhi su di lei. Heinrich di Saringen è molto protettivo -

            - Come ha fatto a sposare una simile nullità? -

            - Si è trovato nel posto giusto al momento giusto...quando tutto le è crollato intorno. Con le donne, il tempismo è fondamentale. - sorridendo, David Norelmeyer fissò l’orologio da taschino. Era presto. Abbastanza presto da precedere suo padre.

            - Devo andare, Montemercy. - disse all’amico - Ho un appuntamento importante, questa sera-

            - Donne? - gli chiese l’uomo. - Non vi facevo così romantico. Non ne avete affatto l’aria -

            - La quintessenza della donna - rispose l’amico. - Buon proseguimento -

            Nessuno vide Norelmeyer sgusciare fuori dall’Opera a metà del secondo atto. Tanto meno suo padre, tranquillamente seduto con la moglie nel palco di famiglia.

            Quando David fu a casa, l’ampio appartamento su più piani che i Norelmeyer occupavano nei loro frequenti spostamenti a Parigi, lasciò cappello e mantello al maggiordomo, e salì su per le scale, verso gli alloggi della servitù.

            Quando entrò senza bussare nella piccola stanza sotto i tetti, la donna non si spaventò. Era ancora vestita, e stava intrecciando i lunghissimi capelli neri.

            - Che ci fai qui? - gli disse, senza sorridere. - Tra poco tuo padre tornerà dall’Opera...e potrebbe venire a cercarmi -

            - Lo so. - rise lui - Per questo sono venuto prima. Abbiamo tutto il tempo, Karla -

            - Non scherzare. Non posso rischiare che mi trovi a letto con te -

            - Karla... ti prego... -

            La ragazza dai capelli neri lo guardò severamente, con i suoi grandi occhi dorati, tersi come topazi. Come al solito, un brivido di inquietudine scivolò per la schiena di David. Lui non aveva mai conosciuto una donna come Karla, con i suoi strani capelli neri, la sua pelle bianchissima, e quegli insoliti occhi dorati, così stranamente familiari.

            Lo rendeva pazzo.

            - Karla...ho bisogno di te -

            Lei abbassò le palpebre pesanti sugli occhi, velandoli. E poi, sorrise con la sua bocca morbida e sensuale.

            - Solo cinque minuti, David. Fai in fretta -

            Sgomento, David capì di essere suo schiavo. Schiavo di quella cameriera che era improvvisamente, misteriosamente entrata nelle loro vite. Rendendosi in pochi mesi indispensabile per sua madre, e dividendo i suoi favori sessuali, con condiscendenza, tra lui e suo padre. Senza mai rivelare un suo pensiero.

            - Lo sai che pagherai per tutto questo, non è vero? - gli disse lei, dolcemente, slacciandosi il corsetto.

            - Ma se non vuoi denaro e gioielli...cosa vuoi? -

            - Lo saprai. Al momento opportuno -

            Mentre lui arrivava al piacere, Karla fissava le lancette sull’orologio che lui aveva abbandonato sul comodino.

            Presto sarebbe arrivato suo padre, Damian.

            Avrebbe dovuto soddisfare anche lui. Poveri sciocchi. Quanto poco bastava per irretirli.

            Chiudendo gli occhi, Karla poteva illudersi che le loro mani, la loro bocca, fossero quelle, gentili, indimenticabili, piene di amore e di rispetto, di Franz di Walkenstein.

 

 

 

 

 

  - V

ado a prenderti dello champagne. Mi raccomando, chiuditi dentro il palco. -

- Nessuno mi darà fastidio, mio Otello - rise Desdemona, intenerita dalla protettività del marito. - Stasera fa molto caldo. Troppo caldo perché qualcuno, dalla platea, venga fin qui -

             Non troppo convinto, Heinrich scese in fretta verso il foyer. Non gli erano sfuggiti gli sguardi avidi in platea. Sua moglie era semplicemente troppo sensazionale.

            La sua sorpresa fu enorme quando, accanto al bancone dei rinfreschi, incontrò suo padre.

            - Papà ! - esclamò - Tu...qui a Parigi! E’ da mesi che non mi fai avere tue notizie -

            Il buon vecchio arrossì. - Heinrich...figliolo. Puoi perdonarmi? Sono le sciocchezze dell’età senile. Come stai? -

            - Bene...ma molto preoccupato per te! Nessuno, a casa, era in grado di dirmi cosa ne fosse stato di te -

            - Ehm...sono stato in Carinzia, e poi in Baviera...con un amico, che non stava troppo bene. Siamo stati alle terme di Baden - Baden...ed ora siamo qui. Ma presto tornerò a Landor -

            - Perché non scrivermi? Non sai come ho temuto per la tua salute! -

            - Hai ragione ad essere furioso con me. Ma sto bene, te lo assicuro. Come mai sei a Parigi? -

            - Sono qui con mia moglie...una specie di viaggio di nozze -

            - Tua...moglie? - si stupì l’anziano generale. - Ti sei risposato? E con chi? -

            Heinrich sorrise. - La principessa Desdemona di Walkenstein mi ha fatto l’onore di divenire mia sposa...con nozze morganatiche, naturalmente -

            Roderick di Saringen impallidì, così vistosamente, che Heinrich temette potesse svenire.

            -Papà! - lo sorresse - Cosa c’è? Stai bene? -

            - Hai sposato...chi?! - chiese il vecchio, con voce stridula.

            - Desdemona di Walkenstein. Lo so, per lei è un matrimonio disparato, ma ci vogliamo bene, e siamo molto felici. Aveva sofferto moltissimo dopo il tradimento di Lothar di Landor, che ha sposato un’altra donna...ed ora ha ritrovato la serenità -

            Roderick non dubitava affatto circa la vera causa della disperazione di Desdemona. Gliel’aveva detto. Figliolo benedetto, se gliel’aveva detto che le conseguenze delle sue azioni potevano essere disastrose...

            Desdemona aveva quindi sposato Heinrich. Non si poteva certo dire che la ragazza mancasse a sua volta di orgoglio ed audacia.

            Oh, mio Dio.

            - Heinrich...ho bisogno di sedermi -

            Il figlio accompagnò il padre fino ad un divanetto di velluto, e gli mise tra le mani la coppa di champagne già destinata a Desdemona. Il vecchio lo bevve tutto d’un fiato.

            - Sei...veramente felice? E lei? -

            - Siamo felicissimi. Chiedilo a lei, se non mi credi. E’ qui nel palco. Mi ha detto che rimpiange le parole dure che sono volate nel corso del vostro ultimo incontro, e che ti rivedrebbe molto volentieri. -

            Roderick si chiese cosa Heinrich sapesse dei suoi veri rapporti con la donna che ora era sua moglie. E sulla natura del loro legame, relativo al loro comune affetto per un’altra persona.

            - No...questa sera sono molto stanco. Credo tornerò subito in albergo. Ti prego, chiamami una carrozza...e scusami con lei. -

            - D’accordo. Dove alloggi? -

            Roderick mormorò il nome di un hotel di lusso. Il figlio lo lasciò un istante per chiamare un vetturino.

            - Vengo domani a trovarti, in mattinata. Così parleremo di tutto. Voglio sapere dove sei stato in tutti questi mesi - gli disse, mentre lo aiutava a salire nella vettura di piazza. - Non sparire più così, papà. Mi fai molto preoccupare -

            - Bada a tua moglie. Proteggila a costo della vita - gli disse il vecchio, e diede ordine al cocchiere di allontanarsi.

            Ancora sconvolto dalla stranezza di quell’incontro, Heinrich tornò nel palco. L’opera era ricominciata, e Desdemona, assorta nella musica, non si stupì nemmeno che lui non le portasse la bevanda promessa.

            Heinrich non assistette nemmeno ad un minuto della rappresentazione. La sua mente era troppo impegnata nell’analizzare la stranissima reazione del padre.

 

 

 

 

 

  D

avid fece appena in tempo a sgusciare dal letto di Karla, che sentì la carrozza di famiglia arrivare di fronte all’ingresso del palazzo.

Con gran rabbia, sapeva di dover cedere il suo posto nel caldo letto della ragazza al padre...che era arrivato a conquistare quel bottino prima di lui.

            - Sei una gran sgualdrina - le disse, geloso e risentito.

            - Non hai idea quanto - rispose lei, sorridendo con quel suo fare enigmatico che gli ricordava inesorabilmente qualcuno. Qualcuno il cui volto, la cui identità non riusciva peraltro a mettere a fuoco nella sua mente.

            Il freddo David aveva perso la testa per la ragazza dai capelli neri e gli occhi dorati.

            Damian Norelmeyer, suo padre, oltre alla testa stava perdendo anche la ragione ed il buon senso.

            - Sei favolosa - le stava dicendo, un’ora più tardi, accarezzandole i seni bianchi e perfetti - Mi ricordi mia moglie quando era giovane. Lei è danese. Anche tu dovresti essere bionda, biondissima...solo così si spiegherebbe questa tua pelle bianca da scandinava -

            - Sono di origini romene - mentì lei. - I romeni hanno spesso i capelli neri, e la pelle bianca -

            - Ho conosciuto molti scandinavi dai capelli talmente biondi da sembrare d’argento...la granduchessa di Landor, per esempio. La povera Cristiana, nata principessa Olafsen. Sangue di re. -

            - Parlami di lei - disse Karla, accoccolandosi contro il suo fianco.

            - Oh, povera donna...aveva paura della sua ombra. Del resto, era terrorizzata dal marito. Magnus di Landor era un uomo terribile. La disprezzava, perché lei era stata in grado di dargli un solo figlio, malaticcio al punto da morire a sedici anni. Si chiamava Oleg. E poi, lui la tradiva. Continuamente. E con molte donne...ma, in particolare, con la bellissima principessa indiana... -

            - Rosaleen di Walkenstein? - chiese Karla, che aveva memorizzato perfettamente tutte le sue precedenti confidenze.

            - Già...lei era favolosa. Mia cognata. Un sogno di donna...se il diavolo volesse nascere femmina, lo farebbe sotto le spoglie di Rosaleen Naestved. -

            - Sono morti in carrozza, vero? Il giorno del fidanzamento dei loro figli... -

            - In carrozza? - rise l’uomo, gettando al vento tutto il suo residuo buon senso. - Al diavolo! E’ quello che abbiamo fatto credere al mondo. Sono morti a letto, nudi ed intrecciati al punto da non riuscire a staccarli l’uno dall’altro. Ci sono volute ore per togliere dai loro corpi i frammenti di cristallo del lampadario che li aveva travolti. Un lavoro spiacevolissimo -

                - Come mai il lampadario era caduto?-

            - Un lavoretto semplice semplice. Qualche cavo segato...et voilà -

            Karla non disse nulla. Con la bocca, tracciò disegni sensuali sul ventre dell’uomo. E poi, mentre lui già cominciava a gemere, gli sorrise.

            - Parlami ancora della granduchessa. Lei...come è morta? -

            - Oh, Karla...prendimelo in bocca. Ti supplico -

            Lei lo accontentò, senza un’esitazione, con tecnica perfetta. Poi, lo baciò e gli sorrise.

            - Quella stupida... - mormorò Damian, ancora inebetito dal piacere che lei gli aveva procurato con tanta disinvoltura - Era persino rimasta incinta. Di tanto in tanto, Magnus tornava da lei. Diceva che gli sembrava giusto compiere il suo dovere coniugale. Beh, le aveva già messo in casa quel marmocchio scuro che gli aveva dato la sua sgualdrina indiana...il bel principe Lothar, hai capito? Cristiana era terrorizzata. Non sapeva come dirgli che era incinta di nuovo. Tutto il mondo ormai credeva che Lothar fosse anche suo figlio -

            - Ed allora? - mormorò con voce morbida Karla.

            - Ed allora l’ho convinta a non parlare. Del resto, stava male...non sarebbe sopravvissuta ad un nuovo parto. La feci partire per la Sicilia. Le dissi che se Magnus l’avesse scoperta, le avrebbe ucciso il bambino, pur di non sottrarre l’eredità del granducato al figlio suo e di quella sgualdrina...lei ci credette. Credeva a tutto, povera donna. Quando partorì, il bambino era pallido ed immobile, come morto. Lo feci sparire. Non può essere sopravvissuto. Sono sicuro che non possa essere sopravvissuto. Ma poi, quella scema partorì ancora...erano due gemelli, capisci? -

            - E...il secondo? -

            - Era una bambina. Come morta anch’essa. Un cosino senza speranza. Penso sia morta subito anche lei. L’ho data ad una levatrice, donna di fiducia, perché se ne sbarazzasse. Pensa - rise l’uomo - Se fossero sopravvissuti, ora sarebbero i legittimi granduca e granduchessa di Landor. E quel Lothar sarebbe solo un bastardo. Ma è evidente che non sono stati così fortunati -

            - E’ evidente - sorrise Karla. - Ora riposa un po’. Hai faticato...molto. -

            - Sì - mormorò lui.

            Karla lo guardò addormentarsi.

            Vecchio porco assassino. Aveva candidamente confessato di aver preordinato l’incidente mortale in cui erano morti sua cognata ed il granduca Magnus. Per non parlare del suo ruolo nella morte della granduchessa Cristiana, e nella sparizione dei due legittimi eredi di Landor.

            - Chissà cosa direbbero mamma e papà...se ti tagliassi quel tuo orribile membro, e ti lasciassi sanguinare come un maiale sgozzato? - mormorò tra sé e sé.

            Mentre lui dormiva, lei cominciò senza far rumore a radunare le sue cose.

            Quando Damian si risvegliò, con la mente annebbiata per il troppo alcool ed il troppo sesso, Karla, la ragazza dai capelli neri, era per sempre svanita dalle loro vite.

            Misteriosamente e silenziosamente come vi era arrivata.

 

 

 

 

 

 

  D

esdemona accompagnò Heinrich di buon ora all’Hotel Rome, dove il vecchio Roderick aveva detto di alloggiare. Dopo che il marito le aveva narrato dello strano incontro della sera prima con il padre, anche lei aveva cominciato a formulare delle congetture, che - peraltro - non avevano portato a nulla. Demenza senile, forse.

            - Non c’è mai stato - le disse Heinrich, senza fiato, dopo aver parlato con il concierge. - Non ha mai soggiornato qui. Né un uomo di nome Roderick di Saringen, né qualcuno che gli somigli. E’ matto! Mi ha dato l’indirizzo sbagliato di proposito! -

            - Forse ha solo confuso il nome dell’albergo. Proviamo a fare una ricerca negli hotel di lusso di Parigi. Ce ne saranno molti, ma non così tanti da non poterci provare -

            - Possiamo tentare...ma continuo a pensare che mi abbia detto il falso di proposito. Era così strano...si è molto stupito quando ha saputo che ti avevo sposato. E mi ha detto di difenderti a costo della vita. Chissà cosa intendeva -

            Desdemona aprì le mani, in un gesto fatalista. - Su...ora calmati, tesoro. Perché non mi accompagni dal medico? Ho prenotato una visita, per questa mattina -

            - Perché? - si stupì Heinrich. - Stai forse male? -

            - No, sciocco, sto benissimo. Semplicemente, non ho ancora avuto il mio ciclo mensile -

            - Desdemona! - ansimò lui. - Perché non mi hai detto nulla? Perché ti sei strapazzata così? E se fossi....incinta? -

            Lei sorrise, radiosa. - Sarebbe il mio desiderio più grande, lo sai. Desidero così tanto un figlio tuo. Mi hanno detto che questo medico è il più celebre ostetrico di Parigi. Andiamo...e sapremo -

            Heinrich abbracciò la moglie, coprendola di baci. L’adorava. Era la ragione della sua vita. E se gli avesse anche dato un figlio, bello come lei, sarebbe impazzito di felicità.     

            Il medico, un uomo attraente sulla cinquantina, con uno sguardo acuto ed intelligente, ricevette la coppia nel suo elegante studio a St. Germain. Lei si presentò come “Signora di Saringen”, ma lui l’aveva già vista a teatro. Gli avevano detto che era una testa coronata di un principato tedesco.

            La visitò con cautela, non prima di essersi accuratamente lavato le mani. La recente guerra di Crimea aveva insegnato molto ai medici della sua generazione in merito ai positivi effetti dell’igiene.

            - Signora...signore...purtroppo devo disilludervi. Non ci sono gravidanze in vista. Non ce n’è nessun segno. E’ un normale ritardo, probabilmente dovuto allo strapazzo del viaggio -

            Desdemona ne fu amaramente delusa. Era stato naturale sperare...

            - Comunque, la signora è giovane, sana, e perfettamente idonea ad aver figli. Non avrà nessuna difficoltà a partorire un intero nugolo di bambini. -

            Heinrich si schiarì la voce, desolato al vedere la tristezza della moglie. - Dottore...io sono già stato sposato, per dieci anni...mia moglie non è mai rimasta incinta. Però, un medico l’aveva visitata, e le aveva detto che il suo...ehm, utero...era infantile, si dice così? Bene, le disse insomma che era lei che non poteva aver figli... -

            - E’ effettivamente piuttosto difficile che donne afflitte da utero infantile procreino senza problemi. Fossi in voi non mi preoccuperei. Siete entrambi sani, ed i figli presto arriveranno. -

            - Potrebbe visitarmi? - gli chiese Heinrich. - Devo a Desdemona questa...chiarezza. Mi spiace solo di non averci pensato prima delle nozze. -

            - Certo. - il medico invitò Desdemona a lasciarli, sapendo che il senso del pudore maschile è, solitamente, ancor più accentuato di quello femminile, quantomeno, a suo avviso, per ragioni culturali. Che un uomo dell’età e del rango del colonnello di Saringen si sottoponesse a quel tipo di accertamenti per un dovere di onestà nei confronti della giovane moglie, già era fatto sorprendente, che lo colpiva assai positivamente.

            Lo visitò accuratamente.

            - Non avete alcuna disfunzione anatomica, colonnello di Saringen. Non ci sono segni di malattie infantili invalidanti...tipo il morbillo, per esempio, né di infezioni veneree pregresse od in atto. Gli organi sono perfettamente sviluppati, e funzionanti. Non c’è ragione di credere che possiate essere sterile. Probabilmente, era davvero la vostra prima moglie a non essere fertile. Quanto alla signora...da quanto tempo siete sposati? -

            - Quattro mesi -

            - Un lasso di tempo davvero breve per temere l’infertilità. - sorrise il medico. - Perseverate, ed avrete buoni risultati -

            Quando Desdemona rientrò, Heinrich le sorrise. Si sentiva singolarmente soddisfatto di sé, e di averle dato quella prova d’amore.

            - Il medico ha detto di perseverare, amore -

            - Ottima idea - sorrise lei, scacciando la malinconia. - Direi di tornare in albergo e di cominciare subito con questa terapia... -

 

 

 

 

 

  D

avanti all’agenzia di collocamento, una ragazza alta e snella con folti capelli neri misurava il marciapiede con lunghi passi regolari.

Attendeva di conoscere il suo nuovo impiego. La titolare dell’agenzia, con la quale aveva comunicato nel suo stentatissimo francese appena appreso in quei pochi mesi, le aveva assicurato un nuovo lavoro in un batter d’occhio. In quella stagione, molti stranieri di rango affollavano Parigi, e tutti avevano bisogno di cameriere.

            Lei, poi, era elegante, fine, composta. Anche se non portava referenze.

            D’un tratto, una carrozza si fermò accanto a lei. Karla non si sarebbe nemmeno voltata, se non ne fosse uscito un distinto signore piuttosto anziano, dalla fisionomia leale e simpatica.

            - Signorina...vorrebbe avvicinarsi, prego? Le dovremmo parlare...il mio compagno ed io -

            Karla non poté impedirsi di lanciare un’occhiata all’interno della carrozza coperta. L’aveva incuriosita il tedesco dell’uomo, così simile - per inflessione - a quello che parlavano sia Franz che quegli orribili Norelmeyer.

            Ciò che vide la lasciò basita. La fisionomia dell’uomo seduto accanto all’anziano gentiluomo che l’aveva chiamata la sconvolse. L’avrebbe riconosciuta tra mille.

            - Come vede, signorina - rise l’anziano - Credo che abbiamo qualcosa in comune -

            Karla annuì.

            - Vuole...salire con noi? -

            Senza parole, Karla raccolse la sua piccola borsa, tutti i suoi averi. E sparì all’interno della carrozza.

            La titolare dell’agenzia piombò sul marciapiede, furiosa perché le avevano appena sottratto una buona percentuale.

            Aveva infatti già trovato un lavoro per quella sgualdrinella dai capelli neri.

 

 

Seconda Parte