SECONDA PARTE.

 

 

 

I.

 

 

 

            Dresda, settembre 1857.

 

 

 

  L

e nozze di Sua Altezza Serenissima la principessa Adelaide di Walkenstein - Estembourg con Sua Altezza Reale il Principe Gottfried di Sassonia avvennero nella piccola corte di Dresda, dove i due giovani sposi si erano conosciuti.

            In una radiosa mattina di settembre, il primate vaticano in terra di Germania unì in matrimonio due tra i più antichi nomi di quella terra aristocratica, e due altrettanto antiche corone. Nelle prime file, facevano bella mostra di sé il principe regnante Franz IV di Walkenstein, tuttora celibe, e la sua bella, elegantissima sorella, la principessa Desdemona, ora signora di Saringen.

            - Lei, almeno, fa un matrimonio congruo -

            - Piantala, Sandra - rise Desdemona, dando un colpetto con il ventaglio sulla mano della sua antica governante, seduta accanto a lei in giardino, in attesa dell’inizio del lungo ricevimento - Io sono felicissima. Non vale di più? Comunque, lui mi piace, molto più di Thurm und Taxis. Credo che questa volta Heidi sarà felice. -

            - Se non lo sconvolge stanotte - sussurrò la buona donna. - Credi forse che io non sappia di quel Strevinky? -

            - Shh. Non saremmo certo noi a diffondere pettegolezzi sul conto della nostra Heidi. E poi, gli uomini sono talmente stupidi in queste cose. Non se ne accorgerà nemmeno. Basteranno un po’ di gemiti, qualche bicchiere di troppo, cose del genere -

            - Sono sempre più scandalizzata. Desdemona, tu mi farai morire. Siete delle svergognate, tutte e due -

            Desdemona rise. Sapeva che, in fondo, Sandra era profondamente tranquilla ed orgogliosa di entrambe le sue bambine. Desdemona era una sposa felice ed appagata, ed ora anche Adelaide stava trovando la sua strada accanto ad un uomo dolce e sereno, che l’avrebbe resa altrettanto felice di quanto lo era la sorella, ormai da quasi tre anni.

            Restava Franz.

            - Dobbiamo trovare una principessa per tuo fratello. Deve smetterla di struggersi per quella sgualdrinella dai capelli bianchi...e pensare a trovarsi una sposa. Deve un erede a Walkenstein -

            - Sandra! - si stupì Desdemona. - Karla aveva capelli stupendi, non certo bianchi, e Franz l’ha amata molto. Non era sicuramente una sgualdrina, lo sai. Non possiamo pretendere che lui la dimentichi. Quando sarà il momento, mio fratello farà il suo dovere, lo sai. -

            - Lei non è più tornata -

            - Avrà avuto i suoi buoni motivi - rispose la ragazza. - Ma sono sicura che amasse davvero mio fratello. Franz si sposerà, quando arriverà il momento. Con la donna giusta -

            - Sarebbe ora che anche tu pensassi ad un erede. Anche se non erediterà Walkenstein -

            Desdemona si incupì appena. Quasi tre anni di matrimonio, ed il bimbo atteso non era ancora arrivato. Eppure, il medico consultato a Parigi, e quelli consultati dopo di lui, avevano dichiarato che non c’erano in nessuno dei due sposi ragioni apparenti di sterilità.         

            Un anziano dottore viennese, peraltro, li aveva avvertiti che la scienza conosceva ancora molto poco di quelle cose. E che ci potevano essere motivi occulti di infertilità

            Cercò di non pensarci. Era molto felice con Heinrich, una felicità basata su di un amore autentico e reciproco, su una grande, instancabile attrazione fisica, su di un enorme rispetto. Non si sarebbe rovinata la vita per quell’unica, deludente, mancanza.

            Gli sorrise vedendolo venirle incontro, e si alzò per tendergli le mani.

            Lei era bellissima, pensò Heinrich, sconvolto come sempre dall’idea che quella creatura meravigliosa fosse sua.

            Quasi tre anni di amore, di unione completa, di gioia serena. Desdemona. La sua splendida Desdemona, che il mondo intero gli invidiava. Sua.

            - Eri la più bella, come sempre. -

            - Non bisogna mai offuscare la sposa - rise lei. - Dille solo a me, queste cose. Non farti sentire -

            - Lo giuro. D’altronde, anche Adelaide era fantastica. Il suo sposo se la divorava con gli occhi. Credo che saranno molto felici. -

            - Credo anch’io. Oh, Heinrich...siamo qui da pochi giorni, ed ho già voglia di tornare nel nostro Walkenstein. Voglio vedere come il nuovo direttore se la sta cavando con il collegio universitario che stiamo creando. Sento che senza di me non andranno avanti -

            - Sei stata stupenda. Stai facendo moltissimo per l’istruzione del tuo popolo. Monsieur Forgerolles è un valido docente, e sarà un ottimo rettore per la tua università. -

            - Il nostro principato è piccolo, ma non dobbiamo essere da meno di nessuno. Non come a Landor. Hai sentito? Pare vi sia in corso un’epidemia di colera. Ed in tutto il granducato vi è una sola, fatiscente, struttura ospedaliera -

            - Lothar è sempre a Vienna, oppure in giro per il mondo a combattere per l’Imperatore. Non si occupa affatto della gestione del suo granducato, e Norelmeyer, dal canto suo, governa da trent’anni con il pugno di ferro, e senza nessuna clemenza, al solo fine di estorcere tasse e balzelli dal popolo. -

            - Vorrei parlare con Lothar, dirgli che sta sbagliando. Non serve a nulla la benevolenza del suo imperatore, se poi la sua popolazione è allo stremo. Non vi sono industrie, l’agricoltura risente delle recenti carestie, ed istruzione e sanità sono estremamente carenti, quasi inesistenti. -

            - Scrivigli. Dubito che ti ascolti, peraltro. Non gli sono mai interessate molto le condizioni del suo popolo. Pare che sua moglie sia molto mondana...ma non credo sia una donna cattiva. Ho solo sentito dire che è male consigliata da cattive amicizie, amicizie interessate. -

            - Bisogna che Lothar torni a Landor. Hai ragione, forse mi ascolterà, se gli scrivo. Walkenstein, grazie ai nostri sforzi congiunti, sta prosperando. Ed il cordone sanitario che hai fatto istituire per proteggerci dal colera sembra funzioni. -

            - Nonostante tutto, vorrei che tu, almeno, rimanessi qui a Dresda per qualche settimana...finché l’epidemia non passi. Franz ed io dobbiamo tornare, è evidente...ma non voglio che tu corra rischi. -

            - Se insisti... - sorrise lei, sapendo quanto lui tenesse alla sua sicurezza. Aveva cominciato a proteggerla molti anni prima, su ordine di un uomo di nome Moritz von Landau. Un uomo il cui ricordo pareva ormai sepolto per sempre.

            Sepolto nei meandri della memoria di Desdemona. Che non intendeva più lasciarlo emergere alla luce.

            - Starò a casa di zia Stefania. Non disturberò certo la nobile coppia di sposi. -

            - Saggia decisione. Ed io ti scriverò ogni giorno. Avrai talmente da fare a rispondere alle mie lettere, che non ti renderai nemmeno conto del tempo che passa. E, presto, saremo di nuovo insieme -

            - Non resisterò senza di te. Accanto a me, nel nostro letto. -

            - Recupereremo dopo, tesoro mio. Te lo prometto. -

            Desdemona sospirò. Avrebbero avuto ancora alcuni giorni insieme, e lei li avrebbe debitamente sfruttati. Innanzitutto, avrebbe scritto quella famosa lettera a Lothar cui pensava già da molti mesi. Nonostante tutto, lui era suo fratello tanto quanto Franz...e le faceva male vedere che trascurava i suoi doveri di sovrano.

            Lei, Franz, Heinrich ed Adelaide avevano lavorato duramente, in quegli anni, per assicurare la prosperità anche materiale del loro principato. Franz si era dedicato alla fondazione di una banca d’affari in Walkenstein, assicurando bassissime imposte agli investitori stranieri e facendo del principato un piccolo paradiso fiscale. Heinrich aveva riorganizzato l’esercito e la guardia nazionale, dotando il principato di difese più razionali ed efficienti, e garantendo la sicurezza ai suoi cittadini. Adelaide si era occupata di assumere medici ed infermieri esperti da tutta Europa, ed aveva fondato due nuovi ospedali, modernissimi. Desdemona aveva rifondato da zero tutti i gradi dell’istruzione, garantendone l’accesso soprattutto ai cittadini più poveri. E la sua ultima creatura, il collegio universitario, la riempiva di orgoglio.

            Quando prese la penna in mano, tutto questo le fluì dal cuore. Con parole semplici, descrisse al suo antico promesso gli sforzi fatti, gli occasionali fallimenti, i risultati raggiunti. E lo esortò a riprendere in mano il suo ruolo di sovrano.

            “Se credi ancora in me, Lothar, e se hai ancora per me un ricordo affettuoso, medita a fondo queste mie parole. Lotta per il bene del tuo popolo, e ne sarai mille volte ricompensato. Renditi degno del tuo nome e del tuo titolo. Facciamo dei nostri stati un esempio di prosperità e serenità.”

            Sentendosi meglio, Desdemona lasciò che Heinrich partisse insieme con Franz, non prima di averlo riempito di coccole. E poi, si accinse ad attendere che l’epidemia terminasse.

 

 

 

 

  L

othar lesse la lettera di Desdemona ad un ricevimento della Gottardi. La lesse in fretta, tra un ballo ed una coppa di champagne. Mentre sua moglie, elegantissima ed un po’ brilla, volteggiava al braccio di uno dei suoi numerosi ammiratori.

            Non era del tutto sobrio, quella sera, ma sobrio abbastanza per averne il cuore colmo di amarezza. E di disgusto. Verso di sé.

            Desdemona. La ricordò come l’aveva vista l’ultima volta, tre anni prima, in quell’albergo di Vienna. Vestita di nero, pallida, bellissima.

            E forte. Forte al punto di sposarsi con l’uomo giusto, al di fuori di ogni convenzione, e di lavorare incessantemente per il bene del suo popolo. Come una vera principessa. Come la principessa che era.

            Che sposa sarebbe stata per lui! Che donna forte, che guida, che esempio! Gli avrebbe mostrato la strada giusta, avrebbe fatto di lui un sovrano non solo temuto, ma anche giusto, amato, dedito al bene del suo popolo.

            Invece di un inutile ornamento mondano per la corte di un altro imperatore.

            - E’ colpa tua, maledetta sgualdrina! - disse a voce alta. - Se solo mi avessi veramente amato...chi era l’altro? Di Saringen? Già da allora? Perché non sei stata la mia granduchessa? Perché mi hai privato di tutto questo? Ed ora vieni anche a farmi la predica! -

            - Lothar - gli disse la moglie, preoccupata. - Hai bevuto troppo. Torniamo a palazzo. -

            - Vacci tu, Tatiana. - le rispose, sentendo nausea, e voglia di vomitare. Desdemona poteva averlo tradito. Ma era stato a lui a rompere la loro promessa, a sposare un’altra. Una donna fragile, che lo amava, ma che non avrebbe mai saputo essere per lui la fedele, intelligente compagna di cui un sovrano aveva bisogno. Una donna che gli aveva dato una sola figlia femmina...che mai avrebbe potuto essergli erede.

            Era tutto sbagliato. A volte, in momenti come quelli, rimpiangeva la compagnia calma, silenziosa di Moritz. Avrebbero bevuto un cognac insieme, senza inutili parole, e lui si sarebbe calmato. Tanto, Moritz avrebbe fatto la cosa giusta ancora una volta...a suo nome, naturalmente.

            Ma Moritz era morto. Stupidamente, inutilmente morto a ventiquattro anni. Ed adesso il suo cadavere imputridiva, da tre anni, in uno spoglio cimitero militare.

            Non era la prima volta che lo assalivano quei pensieri di morte. Lothar si disse che doveva reagire. Reagire in qualche modo. Non si sentiva affatto vivo, in quel momento, nonostante ancora respirasse.

            - Tatiana! - la chiamò e lei, come al solito, accorse al suo fianco, bella e smarrita in quel mondo mondano che aveva sempre subito, mai capito.

            - Prepara le tue cose. Torniamo a Landor. Domani stesso. -

            - Lothar! A Landor c’è il colera! -

            La fissò con uno sguardo di ghiaccio. - Tu sei mia moglie, Tatiana, e mi ubbidirai. Prepara anche la bambina: Larissa viene con noi. -

            Sarah Gottardi, da lontano, sorrise.

            Di tanto in tanto, le persone deboli hanno qualche rapido, inatteso sussulto d’orgoglio. Ma non basta a mai a riscattarle davvero.

 

 

 

 

 

 

  I

l cordone sanitario istituito da Heinrich intorno al principato reggeva. Gli ospedali di nuova istituzione avevano accolto i pochi casi manifestatisi nei villaggi di confine, e - dall’inizio dell’epidemia - solo cinque persone e due bambini avevano perso la vita.

            Più sereno, Heinrich collaborò con Franz alle operazioni di pattuglia e sicurezza, mentre si inviavano aiuti sanitari a Landor, duramente colpito dalla malattia. Fino a che, una mattina di ottobre, una notizia terribile arrivò alla Residenza.

            - Heinrich....si tratta di tuo padre. E’ tornato a casa sua...e sta molto male. -

            Heinrich imprecò, mentre il cognato gli consegnava lo scarno messaggio della governante del suo anziano genitore, Frau Schiller. Non aveva più avuto notizie del padre da quel fortuito incontro a Parigi. Nonostante tutte le sue ricerche negli hotel della capitale francese, pareva essersi volatilizzato. Ricerche ulteriori in patria, presso i suoi pochi amici, non avevano sortito alcun effetto.

            Roderick di Saringen sembrava svanito nel nulla.

            Fino ad oggi. Possibile che suo padre avesse scelto proprio quel terribile momento per tornare a casa?

            - Devo andare - disse solo, e Franz sapeva bene di non poterlo fermare. Desdemona era lontana, e non avrebbe corso rischi, ma Heinrich - che così tanto si era sempre curato del proprio prossimo - non poteva certo negare l’estremo soccorso al suo unico familiare vivente. In ogni caso, Heinrich si sarebbe messo in quarantena, al suo ritorno, e nessuno nel Principato avrebbe corso rischi per colpa sua.

            I due cognati si abbracciarono, uniti da un sincero affetto, da muto rispetto.

            - Desdemona non deve saperlo - disse Heinrich. - Le scriverò oggi stesso, del più e del meno. Ma non posso tralasciare di rispondere a questo appello -

            - E’ naturale - gli rispose Franz. - Ma esigo che tu porti un medico con te -

            Heinrich annuì. Sapeva abbastanza bene quali fossero le norme primarie per evitare il contagio, e non lo temeva in modo particolare.

            Quando arrivò al castellotto immerso nei boschi, rimase sgradevolmente colpito dal profondo silenzio, che per la prima volta in vita sua gli parve minaccioso. Due degli uomini del seguito di suo padre erano morti, e gli altri erano fuggiti, portando altrove i germi della propria malattia.

            Frau Schiller aveva la febbre, e stava molto male.

            Heinrich la affidò subito alle cure del coraggioso medico che aveva portato con sé e salì al piano di sopra, nella camera da letto del padre.

            Roderick di Saringen giaceva nel suo grande letto, ed era irriconoscibile, il volto scavato dalla malattia, le mani come artigli sulle lenzuola sporche per i suoi sbocchi di sangue.

            - Papà! - gli disse, prendendo le mani del vecchio tra le sue.

            - Figliolo...perdonami per tutte le bugie...ed i silenzi. -

            - Non stancarti, papà. Devi guarire. Ho portato un medico, e ti farò trasferire nell’ospedale di Walkenstein. Guarirai. -

            - No....ascolta...come sta tua moglie? -

            - Bene. Papà, ti prego... -

            - Avete figli? -

             -No. Papà, ora taci. Sei molto debole. -

            - Heinrich...ho preferito un altro a te. Ti ho rubato l’affetto che ti spettava per darlo ad un’altra persona. Non sono stato giusto, sono stato un padre terribile, e negli ultimi anni ti ho persino mentito, ingannato, sfuggito... -

            - E’ tutto finito, papà. Basta che tu guarisca presto. -

            - Io non guarirò, figliolo. Ma ho dimostrato la mia fedeltà ai Landor. Cielo, se l’ho dimostrata...anche se non gli ho potuto risparmiare questo dolore. -

            - Quale dolore, papà, di chi parli? -

            - Di tua moglie....e di lui. -

            - Papà! - Heinrich sentì che scottava, e che il respiro lottava per arrivare ai polmoni stanchi, resi fragili dall’età e dalla malattia.

            - Li hai separati...te ne rendi conto? Lei non sarà più granduchessa.-

            - Taci, papà. Lothar è suo fratello. Ed ha sposato di sua volontà un’altra donna. Non ho fatto nulla di male dando un futuro a Desdemona. -

            - Come sei cieco...possibile che dopo tutto questo tempo tu non abbia ancora capito nulla? - il vecchio ansimò, il petto si sollevò. Heinrich urlò, sperando che il medico arrivasse in fretta.

            Il medico arrivò subito, ma non prima che il vecchio Roderick perdesse conoscenza.

            Non l’avrebbe più recuperata, e si sarebbe spento di lì a poche ore.

           

           

                       

 

 

  E

sausto e sconvolto, Heinrich aiutò il medico a preparare la salma del padre per l’immediata sepoltura ed a predisporre il trasferimento della febbricitante Frau Schiller in ospedale.

            Alla fine, decise di fermarsi in una locanda non lontana di lì, ma già nei confini di Walkenstein. Non era abituato a dormire senza sua moglie, e le emozioni di quel lungo, terribile giorno lo avevano stremato. Come rimpiangeva il dolce calore delle sue braccia, la sua solare bellezza!

            Le parole di suo padre lo tormentavano.

            Era troppo stanco per riuscire ad analizzarle razionalmente, ma le risentiva continuamente dentro di sé, e gli accendevano dentro un oscuro timore, paure da sempre inespresse. Era come se, per tutti quegli anni, avesse voluto ingannarsi, non dare un volto, un nome al suo rivale, a quell’uomo lontano, certamente perduto, che forse ancora abitava nei più segreti recessi del cuore di sua moglie, che forse abitava i suoi occhi neri come la notte quando lei faceva l’amore, quando lei abbassava le palpebre sul suo sguardo impenetrabile...

            No, delirava.

            Desdemona lo amava. L’aveva sempre dimostrato. Era una moglie perfetta, e sapeva che l’amava di vero amore. Un uomo non può ingannarsi su questi sentimenti.

            Ed era vergine, quando l’aveva posseduta per la prima volta.

            Dannazione, cosa c’entrava, si disse, mentre si agitava insonne nel letto estraneo. Una donna può amare anche solo con il cuore, amare per sempre.

            Un uomo perduto. La disperazione di Desdemona a Vienna, quella strana, assurda scena a casa dei Norelmeyer, quando lei era svenuta...la rivedeva nella sua memoria, senza sosta, contava nella sua mente i protagonisti, in quel salotto...Margaretha Norelmeyer, suo figlio David, sua figlia Katerina, in lacrime...

            Desdemona era già stata a Palazzo Landor, quel giorno. Cosa vi aveva appreso? Cosa aveva saputo? Era entrata dai Norelmeyer già sapendo delle nozze di Lothar? Oppure no?

            E qual’era stata la notizia che l’aveva veramente sconvolta?

            Il velo si squarciò. Il velo volontario, lasciato per anni sugli occhi. Troppo appagato dalla propria felicità per vedere l’ovvio. Quello che era sempre stato così palese.

            Un pensiero agghiacciante sostituì nella sua mente quella prima, orribile, rivelazione.

            Suo padre era sparito da casa allora...e non vi era più tornato. Chi era l’amico misterioso al quale aveva dedicato la propria fedeltà in tutto quel tempo, in quei tre anni...al punto da mentire al proprio stesso figlio?

            - Non me la porterà via - si disse Heinrich - Che ci provi soltanto. Desdemona è mia -

            Sconvolto, si alzò e si rivestì.

            Aveva perso la pace.

 

 

 

 

  - N

on riesco a dormire - spiegò all’oste. Pagò, e riprese il suo cavallo. Aveva fretta di tornare a Walkenstein. Sapeva di non poter andare a Dresda, da sua moglie, dopo essere stato esposto al contagio, ma sperava che quell’orribile situazione finisse al più presto e che lei potesse tornare a casa.

            Sulla strada principale, vide alla luce della luna ormai piena un assembramento. Contadini infuriati assediavano una lussuosa carrozza, a mala pena tenuti a bada da alcuni soldati in armi.

            Portò le mani al rigonfiamento della rivoltella, e si avvicinò con cautela. Sulla radura di fronte alla carrozza c’erano una donna con una bimba in braccio, ed un uomo in una uniforme nera. Un manipolo di militari li accerchiava per difenderli dalla folla inferocita.

            - Vergogna! - gridava la folla - La gente muore e lui se ne sta a Vienna...a folleggiare! -

            - Sì! Tornatene dal tuo imperatore...e dimenticati di noi! -

            Con orrore, Heinrich capì di chi si trattava. Alla luce della luna, riconobbe i capelli neri di Lothar di Landor ed il suo inconfondibile, perfetto profilo leggermente aquilino. Bello come era stata sua madre, Rosaleen di Walkenstein. Forse, altrettanto sfortunato.

            La donna con la bambina doveva essere sua moglie.

            Intervenne senza esitazione.

            - Signori....vi state sbagliando. Non è il granduca Lothar. Sciogliete questo assembramento!-

            La folla mormorò. Molti erano confinanti delle terre di Walkenstein, ed avevano riconosciuto l’attivissimo colonnello di Saringen.

            - E’ il marito della principessa Desdemona! - cominciarono a sussurrarsi l’un l’altro.

            - E’ un cugino di mia moglie. Viene da Dresda - mentì Heinrich, conscio della pericolosità della situazione. Sperava che, se non altro per il bene di moglie e figlia, Lothar non lo smentisse.

            La gente cominciò ad arretrare, confusa. Avevano sempre e solo avuto benefici dai sovrani di Walkenstein, pur appartenendo a Landor, e non volevano problemi con loro. Con sguardi diffidenti verso gli ostaggi, la folla finalmente si sciolse.

            Tatiana si accasciò al suolo, stringendo terrorizzata la figlia a sé.

            - Non dovevo lasciarvi mentire sulla mia identità, di Saringen - gli disse Lothar, tendendogli una mano - Ma vi sono grato. Per mia moglie e per mia figlia -

                - Altezza Serenissima, dovete subito andare via di qui - disse Heinrich, fissandolo suo malgrado con tenerezza. Era stato il suo precettore militare da bambino, suo e di Moritz, e l’aveva teneramente amato, come un figlio. Poi, la vita li aveva divisi. Su ordine di Moritz, lui aveva cominciato a dedicare la propria vita alla protezione di Desdemona di Walkenstein...che poi era divenuta sua moglie. - Il colera infuria nelle vostre terre. Non è posto per vostra moglie e vostra figlia -

            - Non posso abbandonare la mia gente - disse Lothar - Sapete, credo, che Desdemona mi ha scritto. Aveva ragione. Voi due, ed i suoi fratelli, avete fatto cose meravigliose per Walkenstein. Come sono stato cieco. Dalla morte di Moritz, non mi sono più curato di Landor, e l’ho abbandonato nelle mani di Norelmeyer. Chissà se il mio popolo potrà mai perdonarmi -

            - Vi perdonerà quando vi conoscerà meglio - tentò di consolarlo Heinrich. - Ma ciò non significa che dobbiate mettere in pericolo la vita dei vostri cari. Venite con me a Walkenstein. Aspetteremo lì che l’epidemia finisca, e voi comincerete ad occuparvi delle vostre terre. Ma non potete restare qui. Il colera è una malattia subdola, che si diffonde anche nell’acqua che usiamo per bere, per lavarci. E’ troppo rischioso. A Walkenstein stiamo controllando giornalmente tutte le falde acquifere -

            Umiliato, Lothar pensò di accettare. Heinrich era come era sempre stato: tranquillo, efficiente, virile. Il suo antico maestro, il suo antico ideale di uomo. Come poteva stupirsi se una donna come Desdemona aveva saputo trovare la propria felicità accanto a lui?

            Il pensiero lo faceva impazzire di gelosia.

            - No - sbottò. - Possono venire con voi Tatiana e la bambina...ma io devo tornare a Landor. A qualunque costo. -

            Heinrich non osò replicare. Sapeva istintivamente, conoscendolo come lo conosceva fin dalla più tenera infanzia, del buio che - a tratti - abitava il giovane granduca. E non poteva far nulla per combatterlo.

            - Tatiana...andrai a Walkenstein. Il colonnello di Saringen è il marito di mia...cugina, e ti proteggerà. Tu e la bambina aspetterete lì che l’epidemia finisca -

            Gli occhi chiari di Tatiana si riempirono di lacrime. Sapeva bene chi fosse Desdemona di Walkenstein. La rivedeva con la mente come l’aveva vista quell’unica volta nel loro palazzo di Vienna. Alta, bionda, fiera...bellissima. “Sono la principessa di Walkenstein”, aveva detto, e lei si era sentita una nullità. Era stata la sua promessa per anni ed anni, altro che sua cugina. La donna che, lo sentiva, lui tuttora rimpiangeva.

            - Ubbidisci, Tatiana - le disse, innervosito dalle sue lacrime. Lei reagì, gli porse la bambina per un rapido bacio, e rimase ferma accanto a quell’uomo che li aveva salvati da quella difficile situazione.

            Seguito dai suoi uomini, Lothar montò a cavallo e si allontanò verso la capitale di Landor.

 

 

 

 

  I

ncominciò l’attesa.

Mentre l’epidemia infuriava, diffusa da una rete di fognature arcaica, più volte ceduta in prossimità di pozzi bianchi, la gente moriva. Tatiana vagava come una creatura disperata in quel Walkenstein dove non conosceva nessuno, in attesa di una parola da Landor, che non giungeva. Heinrich, non meno inquieto di lei, aiutava incessantemente in quei giorni i medici dei due ospedali di Walkenstein nella cura dei malati che giungevano senza sosta dal vicino granducato. Le lettere giornaliere di sua moglie lo consolavano e lo inquietavano. Come erano amorose, toccanti, sincere!

            E quanto non sapeva davvero di lei, pur avendola conosciuta intimamente in ogni possibile modo in cui un uomo può conoscere una donna, pur essendo al suo fianco, prima come amico, poi come marito ed amante, da anni ed anni.

            Il sospetto che era nato in lui dalla morte di suo padre aveva preso radici. Ed era un sospetto che gli avvelenava la vita. Desdemona era una donna fedele, lo sapeva, ma il suo rivale poteva essere spietato...non ne aveva mai conosciuto in vita sua uno più pericoloso.

            Diventava pazzo. Stava temendo un morto.

            Suo padre a Parigi. Senza sua notizie per tre anni. “Ho dato il mio affetto, la mia fedeltà ad un altro”, aveva detto sul letto di morte.

            Quel giorno, faceva insolitamente caldo. Heinrich si passò una mano sulla fronte. Quando la ritirò, era bagnata di sudore.

            Non respirava quasi più. Scottava di febbre.

            Prima di notte, a Franz di Walkenstein, freneticamente occupato nel pattugliare i confini del Principato, arrivò la notizia. Suo cognato, Heinrich di Saringen, aveva contratto il colera.

 

 

 

 

 

  “T

orna subito. Heinrich sta molto male. Franz.”.

Il testo scarno del telegramma venne accartocciato dalle dita nervose di Desdemona. Grazie a Dio, era ancora in tempo. Grazie a Dio, Franz non le aveva mentito...aspettando la fine per comunicarle la verità.

            - Non puoi andare - protestò debolmente Adelaide.

            - E’ mio marito...e pensi che lo lasci morire da solo? - disse solo Desdemona. Non piangeva. Non aveva tempo per piangere. Aveva appena il tempo di farsi preparare una carrozza. La strada era lunga, così terribilmente lunga. E quella tremenda malattia non perdonava, risparmiava il vecchio per prendersi il giovane, il debole per il forte...

            Desdemona non aveva dubbi. Doveva andare. Nel giro di poche ore, era già diretta verso casa. Ci sarebbero voluti almeno un paio di giorni di cammino senza altre soste oltre quelle necessarie per cambiare i cavalli. Si risolse di dormire in carrozza, accanto alla fedele Sandra.     All’alba di un livido mattino di metà ottobre intravidero il profilo di Wilbach e della Residenza. Lei si diresse senza esitazioni verso il più attrezzato dei due ospedali che il lavoro e la perseveranza di sua sorella Adelaide avevano contribuito a far recentemente inaugurare. Non si era sbagliata. Heinrich era lì.

            - Desdemona...mio Dio, sei ancora in tempo. Sta molto male, ma è lucido. -

            - Ci sono speranze?- chiese lei al fratello, dopo averlo abbracciato. Non voleva ancora cedere. Non ora.

            - Non molte. E’ nella fase terminale della malattia. Bisogna solo pregare -

            - Portami da lui, ti prego. -

            Franz non contestò. Il contagio passava principalmente per l’acqua, e per i cibi contaminati, ed a Walkenstein non si era da giorni più verificato alcun caso nuovo. Heinrich doveva aver contratto la malattia nella sua breve permanenza a Landor. In ogni caso, sapeva che nulla al mondo avrebbe potuto trattenere Desdemona lontano dal marito in quell’istante.

            - Heinrich... - sorrise lei, con uno sforzo sovrumano, al vederlo pallido e smunto nel letto di ferro, l’ombra dell’uomo magnifico che era sempre stato. - Come vedi, sono venuta. Ce l’ho fatta -

            - Desdemona - sussurrò lui, abbeverandosi della sua bellezza - Sapevo che non mi avresti deluso. Tu mi ami -

            - E’ naturale che ti amo - disse lei, stringendosi la sua mano sul cuore, come aveva fatto una sera di molti anni prima, bella e tentatrice come una dea. Le sue prime lacrime caddero sulla sua pelle sudata. Heinrich le sentì come fuoco. Come aveva potuto dubitare di lei? Del suo amore?

             - Ricordi cosa ti ho detto, la prima notte? - gli mormorò lei, accarezzandogli la fronte. - “Non lasciarmi”. Te lo ripeto, Heinrich. Non lasciarmi. Io non posso vivere senza di te -

            - Ascolta, Desdemona - Heinrich lottò per trovare la forza di dirglielo - Io non ti lascerò mai. Sarò sempre accanto a te...per proteggerti, per amarti. Come è sempre stato, fin dall’inizio. In qualunque momento della tua vita...dovesse la mia durare ancora un solo istante, e la tua cento altri anni. Ma tu devi continuare a vivere. Comunque. Se fossi disperata...disperata come fosti a Vienna...chi ti salverebbe questa volta? Chi ti terrebbe tra le braccia per farti dormire? -

            Lei impallidì ulteriormente. Perché Heinrich rievocava quei momenti terribili? Perché ora?

            - Non sei sola, Desdemona. C’è qualcuno che ti aspetta, che ti ama...qualcuno che, forse, sta solo attendendo questo...che io esca di scena. Non ti arrendere. Cercalo. Trovalo. Rendi la tua e la sua vita degne di essere vissute ancora. -

            - Perché parli così? Heinrich! Non dirmi queste cose! Io voglio solo te...accanto a me, come è sempre stato! -

            - Ho rivisto mio padre - ansimò lui - Di lì a poco si è spento. Era sparito dalla mia vita per tre anni...e finalmente so il perché. L’ho capito. Desdemona, lui non è morto. -

            - Lui...chi? -

            - Non è morto. Ha giocato qualche sporco gioco con i prussiani, ed è ancora vivo, da qualche parte in Europa, a tessere la sua vendetta, il suo ritorno. Mio padre gli è stato accanto, l’ha protetto. E lui tornerà...ora che tu sarai sola di nuovo, tornerà...Desdemona, non resistergli. E’ il tuo destino...e perdonami se per qualche anno vi ho tenuti separati... -

            Desdemona non rispose. Non voleva sentire quelle parole, non voleva nemmeno capirle, in quel momento. Sapeva solo della sua sofferenza. Non avrebbe resistito, senza Heinrich. Lui era la sua vita.

            Stava delirando. Per la febbre, la malattia. Non c’erano altre spiegazioni.

            - Ti amo, Heinrich. Ti ho sempre amato. Mi sei stato amico, padre, amante, fratello...marito. Ho un unico rimpianto. Quello di non essere stata capace di darti un figlio. E senza di te, non vivrò più. Semplicemente, non puoi lasciarmi -

            - Desdemona...già te lo dissi. Ti ho amata anch’io, dal primo momento in cui ti ho vista alla Residenza. Eri una bambina, ancora, ed io già ti amavo e ti desideravo come non ho mai desiderato in vita mia una donna. Mi hai reso felice come nessun altro uomo al mondo lo è mai stato. Ma ti amo anche e soprattutto per la tua forza...non smarrirla mai, ti prego. Non potrei sopportare il peso della tua disperazione, lo sai. Fallo per me. Ricorda le mie parole.... -

            Lei annuì. Forse, c’era ancora speranza. Finché lui parlava, respirava, dormiva, era vivo...anche se la luce in lui stava diventando così flebile, così lontana...e lei lo vedeva spegnersi...

            La predizione della zingara le tornò in mente in quell’istante. Era strano, un ricordo così lontano, aveva solo cinque anni, ed era ancora convinta che sarebbe stata granduchessa...

            “Tre uomini, piccola mia, non uno, tre....e tutti e tre ti spezzeranno il cuore. Uno, nero come un demonio...dolce come un angelo. Il secondo, affettuoso e sincero come il padre che non hai più... il terzo... Un angelo caduto...oh, mio Dio! Piccola mia, abbi tanta forza!”

            Ma quanta forza ci voleva ancora per continuare a sopravvivere?


II

 

 

 

  L

’urlo della donna spezzò il silenzio del precoce tramonto autunnale.

Desdemona rabbrividì al sentirlo, stringendosi al fratello nei suoi abiti neri mentre il confessore di corte recitava l’ultimo addio alle spoglie mortali di Heinrich Roderick di Saringen, già sposo di Sua Altezza Serenissima la principessa di Walkenstein - Estembourg.

            - Mio Dio...chi è che grida così ora? - si chiese Sandra, asciugandosi le lacrime. - Chi è che turba questo momento? -

            La sua domanda rimase per il momento senza risposta. La bara di noce venne tumulata nella cappella mortuaria della Residenza, senza che Desdemona emettesse un suono. Le dava uno strano conforto, l’idea che lui continuasse ad esserle così vicino. Ogni giorno, volendo, avrebbe potuto venire a trovarlo... parlargli. L’idea era stranamente consolante.

            Era ancora gelata dall’orrore, dal dolore. Non riusciva quasi a soffrire...era tutto così irrimediabile.

            - Andiamo, Desdemona - le disse Franz, mentre la spingeva in avanti, verso la sera d’ottobre, lucente al di fuori della penombra della cripta. Non era il loro primo funerale, non era la loro prima sofferenza. La vita si era da subito abbattuta su di loro con tutto il suo insopportabile peso. Fin da quando erano solo bambini smarriti.

            Strane immagini invasero la mente di Desdemona, in quel momento confuso. Lei e Moritz accanto alle bare gemelle di sua madre...e del granduca Magnus. Lui aveva delle rose rosse in mano. Lothar bambino, in uniforme. Franz ed Adelaide che piangevano.

            Il trafiletto di giornale. Moritz che giaceva sotto la neve nel cimitero militare di Schabing. Freddo, immobile, incorrotto. Senza che la sua fisionomia mutasse nel tempo...né cedesse in alcunché all’orrore della morte. Bianco, pallido, biondo.

            Lui non è morto...ha giocato qualche sporco gioco con i prussiani...e sta tramando la sua vendetta, il suo ritorno...

            Franz vide che Desdemona stava male. La raccolse tra le braccia, svenuta, e temette il peggio.

            In serata, si diffuse incontrollabilmente la voce che anche la principessa di Walkenstein avesse contratto il colera.

           

 

 

   - S

ciocchezze! - sentenziò il medico di corte. - E’ solo stanchezza...ed un piccolo cedimento nervoso, comprensibilissimo date le circostanze. Fatela riposare molto...ed evitatele ulteriori dispiaceri -

            “Se solo fosse possibile!” pensò Franz, seduto accanto al letto della sorella. Desdemona era pallida, quasi priva di colore nell’ampia camicia da notte bianca, che si confondeva con il candore delle lenzuola. I suoi magnifici capelli biondi si aggrovigliavano sulle sue spalle. Sandra non aveva avuto il coraggio di legarglieli, sapendo quanto lei odiasse le costrizioni.

            Era passata da quel leggero svenimento ad un sonno profondo, inquieto. Stringeva le labbra, tormentata da pensieri confusi che nessuno di loro poteva nemmeno intuire. Franz sapeva quanto grave fosse stato quell’ultimo colpo per lei. Desdemona adorava il marito...ed aveva vissuto accanto a lui anni colmi di felicità. In qualche modo, intuiva che dopo la morte di Heinrich lei non sarebbe stata più la stessa.

            - Come dirle di Lothar? - si chiese a bassa voce. Già, come dirle di quell’ennesima tragedia? Lothar era stato ucciso dalla stessa crudele, silenziosa, invisibile malattia che già si era presa Heinrich. Tornato a Landor, non si era risparmiato per riconquistare l’amore della sua gente, allo stremo per l’epidemia e la carestia. Di lì a poco, peraltro, il contagio l’aveva colpito. Era morto quel giorno stesso, a soli ventotto anni.

            Il granducato di Landor era senza sovrano.

            L’urlo che avevano udito durante i funerali di Heinrich era stato quello di sua moglie Tatiana, quando aveva appreso la notizia. Da allora, nessuno l’aveva più vista. Distratto dalle condizioni di salute della sorella, solo in tarda serata Franz si era ricordato di lei, ed aveva mandato uno dei suoi attendenti a cercarla nel suo appartamento, per darle tutto l’ausilio materiale di cui lei potesse aver bisogno. L’uomo, peraltro, non era ancora tornato per riferirgli.

            Ed ora, temeva il peggio.

            Lasciò il letto della sorella, certo della continua, fedele assistenza di Sandra, e tornò nel suo ufficio. Lungo uno dei corridoi della Residenza, incontrò uno dei suoi più fidati luogotenenti, che da tempo lo stava cercando.

            - Altezza Serenissima...ho appena visto Lambert tornare dagli appartamenti della contessa von Hagenau! - era quello il titolo che, con le nozze morganatiche, Tatiana Patricka aveva assunto. -E’...orribile! -

            - Cosa è successo? Parlate! -

            - La signora era nella vasca da bagno...con le vene dei polsi tagliate. Non c’è stato...non c’è stato nulla da fare! -

            - La bambina! - gridò Franz, annichilito dall’orrore. - Che ne è stato della bambina? -

            - Era sola, accanto alla madre. Grazie a Dio, è viva, non le è successo nulla. Ma ha vegliato il corpo della contessa per ore... -

            Franz corse verso l’appartamento della sventurata Tatiana. Il corpo della donna che era stata la moglie morganatica del granduca Lothar giaceva ora sul letto, i polsi bendati, misericordiosamente avvolto in una grande vestaglia bianca che pareva accentuarne il pallore estremo.

            Quel rimorso quasi piegò il giovane sovrano.

            Avrebbe dovuto, e forse potuto, evitare quella morte. Se solo avesse dato subito ordine di sorvegliarla. Se solo Desdemona non fosse svenuta, facendo temere a tutti loro il peggio. Se solo...

            - Non è colpa di nessuno, Altezza - gli disse il capitano Lambert, pallido e segnato da quel pietoso compito che aveva appena portato a termine...quello di ricomporre le spoglie mortali di Tatiana Patricka - Ognuno ha un proprio destino. E quello di questa donna era di non sopravvivere -

            E’ vero, siamo dei sopravvissuti, si disse Franz, mentre stringeva a sé il corpicino della bambina, la bruna Larissa dagli occhi azzurri della madre. La piccola, grazie a Dio, non aveva ancora tre anni. Avrebbe dimenticato. Doveva dimenticare.

            Oh, Karla....

            In quei momenti, quando la solitudine, il peso del comando, dell’autorità, lo schiacciavano, Franz non poteva fare a meno di pensare a lei. Al suo bianco corpo perfetto, ai suoi capelli chiari come la luna, ai suoi occhi dorati...alla sua forza femminile, immensa, avvolgente. Non aveva ancora perso ogni speranza di riaverla con sé. Era probabilmente assurdo, ma ancora sperava che lei, presto, sarebbe tornata.

            Perché aveva bisogno di Karla più che mai.

               

 

 

 

 

  A

i funerali di Tatiana von Hagenau, svoltisi in forma privata a Walkenstein, Desdemona partecipò, tenendo tra le braccia la sua bambina, piccolo uccellino smarrito che, probabilmente, sarebbe rimasto con loro. A quelli di Lothar, svoltisi in pompa magna e con la massima ufficialità a Landor, prese parte solo Franz di Walkenstein.

            - E’ orribile - confidò dopo alla sorella, tornato alla Residenza. - I Norelmeyer sono tornati di gran carriera da Vienna, dove hanno prudentemente atteso che l’epidemia finisse, per prendere possesso del granducato. In attesa che le eventuali questioni dinastiche si plachino, Damian Norelmeyer sarà di nuovo reggente -

            - Questioni dinastiche? - chiese Desdemona, pallida e bella nei suoi abiti da lutto, i capelli raccolti sul capo in una retina. - Chi si propone come possibile erede? -

            - L’imperatore di Prussia propone me - rispose il fratello, incupendosi. - Siamo i suoi unici parenti, dopo tutto. E siamo i sovrani di Walkenstein...un tempo, i due regni erano una cosa sola. La Prussia auspica che torni ad essere così. Sotto la sua influenza, è ovvio. -

            - E Vienna preferisce i Norelmeyer, in attesa di migliori soluzioni. Mi auguro che non si arrivi di nuovo ad uno scontro armato -

            - Non prenderò mai le armi per difendere un diritto che non sento mio. Grazie a Dio, ho Walkenstein...e mi basta e mi avanza. Non intendo battermi per quel ginepraio di Landor, da troppo tempo nelle mani ciniche ed interessate di nostro zio, il buon conte Norelmeyer -

            - Hai ragione. Anche se Lothar...Lothar era nostro fratello -

            - Lo sai? - si stupì Franz. - E da quando? -

            - Da molti anni. Me lo confidò Heinrich poco prima del nostro matrimonio. Ma, in verità, è come se l’avessi sempre saputo. -

            - Io l’ho appreso dai servizi segreti prussiani, anni fa. Nostra madre è stata a lungo l’amante di Magnus di Landor...e gli ha ceduto un figlio -

            - I cinici amanti...spietati al punto da farci fidanzare...a volte mi chiedo per quale miracolo noi, i loro figli, non siamo diventati senza cuore come loro. Forse, per soffrire di più. Un cuore solo a questo serve -

            - Non è vero, e lo sai. Abbiamo lavorato duramente, ed i frutti del nostro lavoro dureranno oltre i nostri affanni, oltre la nostra disperazione. Come stai, Desdemona? Riesci...ad intravedere ragioni per andare avanti? -

            Lei sospirò. - Mio malgrado, sì. Sono ferita e confusa, e sola...ma il lavoro mi attira come una calamita. Heinrich aveva ragione. Non posso cancellare quello che mi ha insegnato...il valore dell’impegno personale al di là dei nostri motivi di dolore. Lo sento vicino a me in ogni cosa che faccio, in ogni istante...e, nonostante l’enorme vuoto che la sua morte ha provocato in me, non voglio mollare. Tatiana ha scelto la via più rapida...io voglio scegliere un qualche futuro, se non per me, per la nostra gente. -

            Franz baciò la sorella. Com’era bella, forte, donna. In fondo, sapeva che lei avrebbe reagito così. Gli anni operosi trascorsi accanto ad Heinrich non erano stati vissuti invano.

            - Cosa sarà della bambina...di Larissa? -

            - Nessuno me ne ha parlato. I Norelmeyer tralasciano ogni ricordo di Tatiana, e di sua figlia, occupati come sono a fare i sovrani...e pare che la famiglia materna della ragazza avesse da tempo rotto ogni rapporto con lei. Io penso che possa restare con noi. In fondo, è nostra nipote. -

            - E’ quello che penso anch’io. E’ così dolce, così affettuosa...ed ha smesso di parlare. L’orrore al quale ha testimoniato l’ha duramente colpita. Dobbiamo aiutarla a guarire. Vorrei occuparmene io, se sei d’accordo -

            - Sapevo che l’avresti fatto. Ed io ti aiuterò. -

            Era deciso. La bambina di nome Larissa von Hagenau sarebbe rimasta con loro. Del resto, in nessun modo poteva essere l’erede di suo padre, il defunto granduca Lothar di Landor. Le sue nozze morganatiche con la madre di Larissa la privavano di ogni diritto all’eredità.

            Ma non di quello all’affetto dei suoi unici, inattesi parenti. I principi Franz, Desdemona ed Adelaide di Walkenstein, che non rinnegavano - contrariamente a quanto aveva fatto la loro stessa madre - il legame di sangue con il loro defunto fratello.


III

 

 

 

           

 

            Vienna, aprile 1858.

 

 

 

  D

esdemona si preparò con cura per la sua serata di follia all’Opera. In fondo, era la prima volta che rimetteva piede in un teatro da molto tempo, ed - in ogni caso - era la sua prima apparizione pubblica dopo la morte di suo marito.

            Ma quella notte non resisteva alla tentazione. Il desiderio di sentire della musica, Mozart...pregustava già quelle “Nozze di Figaro”. Ed il caldo sentore di primavera che intuiva nell’aria la spingeva fuori, all’aperto.

            Aveva prenotato un palco a teatro sotto il suo nome da sposata, di Saringen, che ai più non diceva molto. Oltretutto, non avendo mai frequentato la buona società viennese, nessuno conosceva la sua vera identità.

            Era a Vienna da alcune settimane, di ritorno da Dresda, dove aveva assistito sua sorella Adelaide, sofferente per i postumi di una minaccia d’aborto. Il bambino, peraltro, era sopravvissuto, ed ora i due sposi attendevano trepidanti la data del parto che si avvicinava sempre più. Sebbene quella prospettiva la riempisse di gioia, Desdemona non poteva non provare un’affettuosa invidia per la sorella. Dopo poche settimane di matrimonio, Adelaide era subito rimasta incinta, e presto sarebbe stata madre...mentre per lei, a nulla erano valsi quasi tre anni di matrimonio.

            Larissa faceva molto per colmare il suo tremendo vuoto affettivo. La morte improvvisa e tragica di Heinrich l’aveva segnata profondamente...e la muta richiesta d’affetto della bambina l’aveva incredibilmente aiutata a ritrovare se stessa. Una se stessa molto diversa, maturata, forse - nonostante i suoi venticinque anni - precocemente invecchiata, se non nel corpo, nell’anima. La spensierata Desdemona di un tempo era sparita per sempre. La donna di oggi, se non altro, era tranquilla, e operosa.

            Era venuta a Vienna per importanti colloqui con il Regio Collegio Universitario, e per contatti con scrittori ed altri intellettuali, che aveva pregato di voler tenere delle lezioni nella sua università, la sua creatura. Aveva rivisto, con gioia e tristezza, Mika Marint, l’amico di Heinrich...ed aveva pianto come una bambina tra le sue braccia.

            Ma quella notte, voleva pensare solo a se stessa. Nero, sì, ma con chic. Era ancora abbastanza donna da voler apparire bella, seducente...in omaggio alla memoria di suo marito, in omaggio al loro passato. Di quando lei andava all’Opera di Parigi senza biancheria...e faceva l’amore in carrozza, ebbra di felicità.

            - Sei bellissima - le confermò Sandra, senza nessuna parzialità. L’abito di seta nera sottolineava il suo corpo perfetto, dal portamento regale. I capelli biondi raccolti sul capo non avevano bisogno di gioielli per splendere. Un solo topazio, regalatole da Heinrich, pendeva da un nastro di velluto nero sul suo collo bianco, splendente, lungo e sensuale, come una goccia sull’inizio del suo vellutato décolleté appena scoperto. - Hai bisogno di un amante, per cacciar via la tristezza dai tuoi occhi. Stavolta, sono io che te lo dico. Tuo marito non si offenderebbe, ne sono sicura. Era un uomo di spirito, e lo sai -

            Desdemona quasi si soffocò, ridendo. - Sogno, o son desta? Tu, custode da sempre delle mie virtù, mi inviti al peccato? -

            - Ti invito alla vita. Andiamo, Desdemona, sei giovane. Non puoi rimanere vedova in eterno. E non puoi sposare una qualche vuota testa coronata tanto per compiere un dovere. Hai bisogno di un uomo, un uomo vero, che ti faccia scorrere di nuovo il sangue nelle vene...e poi, potrai pensare al tuo futuro -

            - Non ne sento alcun desiderio. Sto bene così, Sandra. Non voglio più affezionarmi a qualcuno... al punto di morirne di dolore, poi. -

            - Non si sceglie a chi voler bene. Hai forse scelto di amare Larissa come una figlia? Ti è venuto naturale, dal cuore. E poi sto parlando di un amante, non di un amore...hai presente la differenza? -

            - Non tanto - confessò Desdemona. - Fino ad ora, ho avuto solo amori...mai amanti -

            - Uhm...vedremo. Andiamo? -

            Desdemona abbracciò la sua fedele amica, ed insieme si recarono a teatro. Quando furono insieme nel loro palco, Sandra cominciò a scrutare la sala con il suo piccolo binocolo.

             - Tutti ti guardano...sei l’attrazione della serata. Si chiederanno: “Ma chi è quell’apparizione bionda vestita di nero?” Le altre donne stanno morendo di invidia. -

            La ragazza rise. C’era ben poco da invidiarle, a suo giudizio. E Sandra, come al solito, esagerava.

            Fece finta di nulla, e si concentrò sulla musica che, come di consueto, la rapì.

            Un uomo con un’uniforme di un paese straniero non la perse di vista per tutta la serata. Alla fine del secondo atto, Desdemona ricevette dei fiori.

            Erano rose rosse. E recavano appuntato un biglietto coronato.

            - Cominciano! - rise Sandra, eccitatissima. - Ecco i primi ammiratori. Vediamo un po’ cosa c’è qui...caspita, centro al primo colpo! Una corona! -

            Tese il bigliettino a Desdemona, che lo guardò distrattamente. Non c’era messaggio, ma solo il nome del suo latore. Ed una corona.

            Lo rese a Sandra. - Il tipografo si è sbagliato -

            - Cosa? -

            - Il tipografo si è sbagliato - ripeté, distrattamente - Ecco, vedi...”Principe Haakon Olafsen”...che nome strano...ma la corona non è principesca. Conta bene. -

            - Cosa?! -

            - E’ una corona granducale, od arciducale. Come quella di Lothar, insomma. I principi, che sono di rango leggermente inferiore, ne hanno una diversa -

            Sandra non rispose. Senza pensarci due volte, lo rimise da parte.

            Desdemona tornò a concentrarsi sulla musica, senza dedicare un solo, altro pensiero, a quel suo ammiratore straniero che si serviva da tipografi distratti.

                       

 

 

 

 

  A

prendo gli occhi quella mattina, Desdemona vide tre cose. Caffelatte, croissant francesi, e rose rosse.

- Oh, Dio - sbadigliò sotto lo sguardo divertito di Sandra. - Sempre lo stesso? -

            - Sempre lui - confermò ridendo la donna. - Hai fatto colpo. A dire il vero, sono arrivati anche altri fiori, di altri uomini...ma io ti ho portato le rose. E’ stato il tuo primo ammiratore, e secondo me merita un occhio di riguardo. Anche perché le rose sono magnifiche...e nessun altro biglietto reca una corona, anche se “sbagliata” -

            Desdemona fece colazione, piuttosto di buon umore. Non era abituata al lusso di quel servizio a letto, e se lo concedeva, lì a Vienna, più per far piacere a Sandra che per altro. Le rose erano davvero magnifiche. Si chiese perché fossero rosse. Erano un simbolo universale di ammirazione maschile, non lo ignorava, ma in quel caso percepiva una diversa, più sottile, intenzione. Di solito, alle dame bionde si inviavano rose bianche, quando non si era ancora...intimi. Forse il principe straniero precorreva i tempi...o forse ignorava semplicemente quelle consuetudini mondane.

            Rigirò il fine biglietto tra le dita. Principe Haakon Olafsen. Un nome talmente straniero...scandinavo, probabilmente. Giovane, vecchio...chissà. E chissà se sapeva chi si celava davvero dietro il modesto titolo di “signora di Saringen”.

            L’uso della corona sul biglietto lasciava pensare di sì.

            Dopo tutto, cosa importava? Lei non aveva nessuna intenzione di coltivare relazioni, con chicchessia. Aveva ben altre cose alle quali pensare.

            Quando però il giorno dopo arrivò il pacchetto, Desdemona dovette rivedere il proprio convincimento.

            Lo presero in mano tremebonde. Era appuntato su di un mazzo rigoglioso di rose rosse stupende, persino più belle delle precedenti. Ed era di velluto blu, avvolto nella costosa carta argentata con il marchio del più celebre gioielliere di Vienna.

            - Come osa! - esclamò Desdemona. - Mandare gioielli ad una donna del mio rango...Sandra...che fai...non intenderai aprirlo, vero? -

            - Non si rifiuta mai qualcosa che non si è ancora visto - sentenziò l’amica, troppo curiosa per trattenersi. Desdemona le strappò la scatolina di mano, e l’aprì con mani tremanti.

            - Oh, Cielo... -

            Era magnifica. Una semplice lacrima di rubino montata su di un nastro di velluto nero, da collo, come quello che Desdemona aveva indossato quella prima notte all’Opera, a Vienna. L’uomo aveva osservato il suo gioiello, un topazio, e ne aveva fatto eseguire una copia perfetta utilizzando un ben più prezioso rubino, dalla luce perfetta...e costosissima.

            - Mettitelo - ingiunse Sandra.

            Desdemona non resistette. Portava un semplice abito da casa che le lasciava scoperto il decolleté, ed i capelli sciolti, ma anche così l’effetto della gemma rossa sulla sua pelle nuda era travolgente, sensuale. Quell’uomo capiva le donne...e sapeva evidentemente come metterne in evidenza la bellezza.

            - E’ splendido...ma non posso tenerlo - mormorò, quasi dispiaciuta. Per una volta nella vita si chiese cosa si potesse provare a lasciarsi comprare da un uomo...diventando preda di un desiderio senza sentimento, un desiderio che si alimentasse solo di lusso, piacere, appagamento.

            Ma non si poteva comprare una principessa di sangue reale. Chi si fosse provato, sarebbe andato incontro solo alla più cocente sconfitta.

            - E’ ovvio che no - ne convenne Sandra. - Ma è un peccato. E’ un gioiello favoloso. E la dice lunga sul tuo ammiratore. Ti ha osservato bene, conosce i tuoi gusti...e ti desidera -

            Desdemona arrossì. Le faceva impressione sentir parlare di desiderio con riferimento ad un uomo che non fosse Heinrich. Doveva evidentemente fare ancora l’abitudine alla sua assenza.

            - Portami un biglietto. Quelli veri...intendo. -

            Sandra annuì. Una principessa doveva rifiutare i doni che una semplice “signora di Saringen” avrebbe anche potuto accettare.

            Il semplice, elegante biglietto portava incisa la corona principesca dei Walkenstein, sormontata dallo stendardo sovrano.

            “Desdemona, principessa di Walkenstein, non accetta né doni né altro da sconosciuti, quale che sia il loro rango.”

             - E’ molto freddo - osservò Sandra, delusa.

            - E’ molto conveniente...ed è il minimo che possa dire. Oh, Sandra...non vorrai forse che accetti la corte di un uomo di cui non so nulla? -

            - No, però... -

            - Nessun però. Porterai il biglietto ed il pacchetto al concierge, e gli dirai di restituirli al mittente. -

            - E le rose? -

            - Le rose le tengo - disse imbronciata Desdemona, staccandosi con rammarico il magnifico gioiello dal collo. Tenne il rubino tra le dita, un istante. Le pareva scottasse.

            Sandra non disse nulla.

            Il giorno dopo, avvenne lo scambio. Nuove rose, contro il pacchetto ed il freddo, conciso biglietto di Desdemona.

            Due giorni di silenzio.

            E poi arrivarono altre rose. Ed un nuovo biglietto.

 

 

 

 

 

  - T

ieni... e leggi -

Sandra si avventò sul biglietto, mentre Desdemona, nervosamente, era tentata di mangiarsi le unghie, una fastidiosa abitudine che aveva smesso a fatica durante l’adolescenza.

            - Oh..oh. Che farai? -

            Desdemona scosse il capo, incerta. Riprese il biglietto dell’uomo tra le dita. La calligrafia sicura, un po’ angolosa, le era stranamente familiare. Quell’uomo scriveva in un tedesco perfetto...niente affatto da straniero. Si chiese se si fosse servito della mano di qualcun altro.

            “Alla Principessa di Walkenstein. Comprendo pienamente le ragioni del vostro rifiuto. Non mi attendevo nulla di diverso da voi. Ma vi devo parlare. Stasera, alle sette, nel viale occidentale del Prater. Dedicatemi un istante del vostro tempo. Non posso smettere di pensare a voi. H. O. L.”

                - E’ strano - osservò Desdemona, leggendo e rileggendo quelle poche righe. - Questo messaggio, sia per la calligrafia che per la sintassi, il modo sintetico eppure pressante in cui è costruito, mi risulta familiare. H. O. sta per Haakon Olafsen...ma la “L”? Per cosa sta la “L”? -

            - Forse un qualche titolo minore. Suvvia, che intendi fare? -

            - Non lo so. Vorrei dimenticare tutta questa faccenda...e tornare a casa. Sandra, non sono pronta per avventure clandestine...e tanto meno per possibili relazioni serie. Heinrich è morto solo sei mesi fa...e dentro di me so che non troverò mai un uomo che mi ami così tanto. -

            - Potresti trovare un uomo che tu ami persino di più. -

            - Io adoravo Heinrich! - insorse Desdemona.

            - Lo so. Ma non si dice che in una relazione c’è sempre uno dei due che ama di più? E quell’uno era tuo marito...direi. Potrebbe non farti male un altro tipo di rapporto affettivo -

            - In ogni caso, sai come finirebbe. Nel migliore dei casi, con qualche insoddisfacente ruzzolone tra le lenzuola di un posto squallido come un albergo. Nel peggiore, con scandalo e rimostranze. -

            - Ed il matrimonio? -

            - Matrimonio? Io? Sposare un perfetto sconosciuto? -

            - Già...ci sono anche donne che sposano uomini che non le adorano già da anni ed anni -

            Innervosita, Desdemona uscì dalla stanza. Non voleva dare ragione a Sandra...ma non tutto quello che lei diceva era privo di senso. Heinrich era stato il compagno perfetto nel momento perfetto...ma lei era cresciuta, in quegli anni, e forse non le avrebbe fatto male conoscere altri uomini, altri modi di amare. Una relazione diversa, magari, meno equilibrata, con più tensioni...e con maggior coinvolgimento.

            Doveva essere matta. Solo una matta, dopo quello che lei aveva passato negli ultimi sei anni, poteva pensare che fosse potenzialmente desiderabile cacciarsi in un ginepraio affettivo e sessuale.

             Tornò subito da Sandra, con la scusa di aver dimenticato in camera la carta da lettere.

            - Andrò all’appuntamento - le disse - Ma solo per dirgli una volta per tutte di lasciarmi in pace...e di dimenticarmi. -

            - Umpf. Ti sei decisa, finalmente -

            - Ti ho detto il perché. Stasera questa commedia di pessimo gusto finirà -

            Sandra nascose l’ombra di un sorriso. Alle sei, erano già vestite di tutto punto e pronte per uscire per la loro passeggiata.

 

 

 

 

  L

a precoce sera primaverile le raggiunse prima dell’ora dell’appuntamento. Sandra e Desdemona passeggiavano nervosamente lungo il viale, grate della tiepida serata che giustificava quel loro essere ancora in giro all’ora di cena. Ad un certo punto, i lampioni vennero accesi...e le due dame dovettero chiudere i loro ombrellini. Desdemona era vestita di blu, da sempre uno dei suoi colori preferiti, e portava un magnifico cappello parigino sui capelli sciolti e ricci. Al collo, come una sfida, il suo nastro di velluto nero con il topazio che le aveva donato Heinrich.

            - Verrà? - chiese nervosamente Sandra.

            - Non so. Sono già le sette. Evidentemente, non ha fretta. Su, andiamocene. -

            Innervosita, Desdemona fece cambiare senso di marcia alla sua compagna. In quello stesso istante, una voce giunse alle loro spalle.

            - Principessa...signora -

            Lo sbattere marziale di tacchi le fece sussultare. Un qualche misterioso istinto impedì a Desdemona di voltarsi. Se doveva congedarlo per sempre tanto valeva farlo senza vederlo. Sarebbe stato meno imbarazzante.

            - Sono venuta solo...solo per pregarvi di dimenticarmi, principe - mormorò, dapprima piano, poi con più decisione. - Io...non so se sapete che sono da poco vedova. Amavo molto mio marito, e ne venero tuttora la memoria. Io...non intendo intrattenere relazioni di alcun tipo, neppure di amicizia, con persone al di fuori della mia più stretta cerchia familiare. Sono certa che...comprenderete. -

            Lui non doveva essere lontano, pochi passi appena. Desdemona ne percepiva la presenza, in un modo misterioso che non avrebbe potuto spiegare. Ma non intendeva voltarsi.

            Il suo perdurante silenzio la innervosì ulteriormente. - Ecco...volevo anche ringraziarvi per le rose. Il gioiello...il gioiello era magnifico. Ma non potevo tenerlo...capite, non è vero? -

            - Capisco benissimo - disse l’uomo, con una voce tersa e fredda, senza nessunissimo accento straniero, che mandò lunghi brividi per la schiena di Desdemona. Era una voce assurdamente familiare, giovane eppure virile, decisa, senza incertezze. - Perdonatemi per avervi importunato. Non succederà più. -           

            - Addio, principe -

            - Addio, principessa. -

            L’uomo sbatté i tacchi e si allontanò nella direzione opposta alla loro. Desdemona non resistette. E si voltò.

            Nella luce giallastra, incerta dei lampioni vide un uomo di spalle, che si allontanava tranquillamente, senza fretta, in un’uniforme scura, nera e verde, con un berretto militare da ufficiale su capelli cortissimi. Un uomo alto, elegante, dalla camminata sicura, ed il fisico snello ma forte, solido.

            - Andiamo a casa, Sandra - disse all’amica, soffocando un’assurda delusione. - Non ci darà più fastidio. -

            Le rose non arrivarono più. E nemmeno i biglietti.

            Dopo pochi giorni, Desdemona decise di tornare a casa.

           

 

 


 

 

 

 

            Walkenstein, maggio 1858.

 

 

 

  - H

ai conosciuto qualcuno, a Vienna? -

Alla domanda innocente di suo fratello, il tè andò quasi di traverso a Desdemona. Lanciò un’occhiata attraverso il tavolo a Sandra, e si decise a rispondere.

            - Uhm...no...voglio dire... -

            - La principessa aveva trovato un ammiratore, un vero principe, giovane e bello, e se l’è lasciato scappare - interloquì la dama di compagnia.

            Franz sorrise. - Davvero? E perché? -

            - Grazie, Sandra - commentò acidamente la ragazza. - Innanzitutto, non sappiamo nulla di lui, neppure se fosse davvero bello...siccome non l’abbiamo visto che di spalle. Vecchio non era, devo ammetterlo. Ma converrai, Franz, che non posso lasciarmi corteggiare da sconosciuti -

            - Non ti è stato presentato? -

            - No. Mi ha visto a teatro...e mi ha mandato fiori. E...uhm... una cosuccia, un gioiellino...che ho restituito al mittente, come comprenderai. -

            - Ha osato mandare un gioiello a te? - si stupì Franz.

            - Viaggiavo in incognito. - lo scusò suo malgrado Desdemona.

            - Io credo che sapesse benissimo chi fossi, fin dall’inizio - insinuò Sandra. - E secondo me, non è finita. Sentiremo ancora parlare di lui. Il principe Haakon Olafsen -

            - Olafsen? - esclamò Franz. - Ho già sentito questo nome. Ma, al momento, non ricordo quando, né dove...deve essere una casata norvegese, o forse svedese. Forse ho conosciuto qualcuno a Berlino con questo titolo, anni fa...ora ricordo...ad un ricevimento ufficiale...ma era una persona anziana. Non un giovanotto. -

            - Potrebbe essere il figlio... -

            - Non mi importa! - sbottò Desdemona - E smettetela tutti e due! Non voglio ammiratori -

            - Cosa ti disturba? - le chiese l’intuitiva Sandra, quando furono sole. - La velocità con cui lui è battuto in ritirata, vero? Ti aspettavi che lottasse per te...anche contro il tuo rifiuto. -

             - Beh...non si può dire che abbia troppo insistito. - ammise Desdemona. - Come vedi, non era una cosa seria. -

            - Cosa intendi? -

            - Prima dice che “non riesce a smettere di pensare a me”. E poi, si arrende al mio primo no. Un punto per gli scandinavi, e la loro proverbiale freddezza. -

            - Sei delusa. -

            - No, sbagli. Sono sollevata, anzi. Ho provato a me stessa che non c’era nessuna ragione di coltivare su di lui...stupide fantasie romantiche -

            - Potrebbe non finire così -

            - Io non tornerò a Vienna -

            - Potrebbe venire lui qui -

            - E’ assurdo, e lo sai. Nessuno viene mai a Walkenstein -

            Era vero. Non tenevano una vera e propria corte, da quando la loro madre era morta, e raramente qualche nobile del luogo riceveva visite dall’esterno.

            - A meno che qualcuno non occupi il Principato...come fece quel Strevinky -

            - Non ricordarmi quell’uomo. Grazie a Dio, non ne abbiamo più saputo nulla. Ed Adelaide ha superato magnificamente tutta la faccenda...credi che ne abbia mai parlato a suo marito? -

            - Lo so per certo. Ancor prima che lui si dichiarasse. Fu molto onesta, e gli disse di aver avuto, anni prima, una relazione con un ufficiale austriaco. -

            - Quanto onesta? -

            - Perché non lo hai chiesto tu a tua sorella? -

            - Perché so che non ama rievocare quel periodo. E nemmeno io, a dire il vero - Desdemona sospirò e si alzò. - Voglio fare una cavalcata nella foresta. Come ai vecchi tempi. Se mio suocero fosse ancora vivo...come sarebbe bello rivederlo, e chiacchierare un po’ con lui davanti ad una tazza di tè e quattro pasticcini! Quella casa ormai è chiusa...eppure mi appartiene. Dovrei farne qualcosa di utile...tipo una colonia per bambini. L’aria è molto salubre, e lì vicino c’è una magnifica cascata con un laghetto, un posto delizioso per farci il bagno d’estate. Vado subito a vederla -

            - Non prima di esserti cambiata - insistette Sandra, restia ad abbandonare le vecchie abitudini. - E chiama qualcuno per accompagnarti. Dieter di Vorst...o quel Lambert, per esempio -

            - Andrò sola - rispose Desdemona, decisa a cedere sul vestito ma non sull’accompagnatore. - Dopo Heinrich, non voglio che nessuno si prenda cura di me. So badare a me stessa da sola, grazie!-

            Sandra sbruffò e Desdemona fece, come al solito, di testa sua.

            “Sono proprio viziata” pensò, mentre cavalcava tranquilla per la foresta secolare che conosceva così bene. “Viziata dai miei fratelli, da Sandra, e da Heinrich più che da chiunque altro. Ho sempre pensato di poter avere tutto...e non è stato così. Ciò che veramente contava per me, prima o poi l’ho perso”.

            La fortezza di Nelbrück si stagliava minacciosa non lontana di lì, appena al di là del fresco torrente. Un giorno, Heinrich le aveva rivelato che quel luogo era diventato negli anni sede degli incontri clandestini tra sua madre...ed il suo amante.

            Desdemona rabbrividì, nonostante la calda giornata di primavera.

            Poteva cavalcare nella foresta per sempre, come uno di quei personaggi medievali imprigionati da oscuri sortilegi in strani sogni, e la realtà non sarebbe mutata.

            Heinrich non c’era più, suo padre nemmeno...e persino Lothar era diventato un’ombra inconsistente. Il paese delle ombre, popolato da tutti coloro che aveva amato. I tre uomini della sua vita. Non si era sbagliata, la zingara. Tutti e tre le avevano spezzato il cuore. Lothar era stato l’amore della sua infanzia, della sua adolescenza...scuro come un demonio, dolce come un angelo, un sogno prezioso che si era infranto sugli scogli della realtà, del tradimento, dell’inganno altrui.

            Heinrich l’aveva amata dapprima come un padre, e poi come il più tenero degli amanti...ma alla fine l’aveva lasciata anche lui, come in uno scherzo crudele del destino, che prima le aveva promesso tutto...per poi sottrarglielo.

            Quanto a Moritz...le faceva persino male rievocarne il nome. Di più non osava. Voleva dimenticare i suoi capelli biondi come argento, i suoi occhi dorati, il suo sorriso crudele. Lui era stato il vero amore, quello che viene una volta sola nella vita di una donna, quello senza ragione, senza testa, vissuto solo di emozioni. E lui era quello che le aveva fatto più male di tutti. Un angelo caduto...caduto a ventiquattro anni. Senza remissione. Senza speranza.

            - Cosa mi resta? - si disse, accanto alla vecchia dimora dei Saringen, ormai abbandonata, spettrale nella luce verde della foresta, con le imposte chiuse e polverose. Accanto, la cascata mormorava piano.

            Desdemona fu avvolta da una sensazione di profondissima solitudine, quale non aveva mai conosciuto prima in vita sua.

 

           

 

 

IV

 

 

 

            Walkenstein, giugno 1858.

 

 

 

 

  L

arissa correva dietro la palla ridendo, e Desdemona faceva finta di rincorrerla. In verità, in quel giorno di giugno faceva troppo caldo per correre davvero, a meno che non si avessero tre anni come la bambina...accaldata, la giovane donna si lasciò andare su di una grande sedia di vimini. Il parco della Residenza era, come sempre, incantevole. E la bambina, dopo mesi e mesi di cure ed affetto, stava rifiorendo sotto i loro occhi.

            - Perché non andiamo a fare una passeggiata, tesoro? - le propose. - Fa troppo caldo per restare sotto queste tende. -

            La bambina lasciò cadere la palla, e le corse incontro. Desdemona la prese tra le braccia, stringendola forte forte.

            Bevvero insieme un po’ di limonata, e si avviarono verso il lungo viale d’accesso al castello, l’unico percorso sufficientemente lungo ed alberato da offrire un po’ di conforto da quel sole impietoso. Desdemona stringeva la manina della bimba, scontenta con se stessa per non aver seguito il consiglio di Sandra di tirarsi su i capelli. Il nero, poi, era uno scomodissimo colore d’estate.

            Da lontano, sentirono un rumore di zoccoli in arrivo. La ragazza sorrise.

            - Scommettiamo che è lo zio Franz? - disse alla bambina, facendole un buffetto sulla morbida guancia. Suo fratello mancava da alcune settimane, essendosi recato per colloqui politici a Berlino. Desdemona non lo attendeva che per la fine dell’estate, ma poteva darsi che lui avesse per qualche ragione deciso di anticipare il suo ritorno. Siccome le mancava, e si sentiva molto sola in sua assenza, non poteva che rallegrarsene.

            - Su...corri. Andiamogli incontro -

            Dopo alcuni minuti, il convoglio di uomini a cavallo apparve, reso vagamente minaccioso dal bagliore del sole sulle cromature dei loro fucili e delle loro briglie. Desdemona si immobilizzò a lato della strada, mettendosi una mano sulla fronte per scrutare i nuovi venuti in contro sole. La bambina, incerta, si strinse alle sue gonne.

            L’ufficiale a capo del convoglio diede un ordine in una lingua straniera, che lei non conosceva, e tutti si fermarono, con molto ordine. L’uomo smontò di cavallo e si diresse verso di lei.

            Desdemona dovette stringere gli occhi per osservarlo, accecata dal bagliore del sole.

            - Principe Haakon Olafsen, per servirvi. Principessa di Walkenstein...ci rivediamo. Chiedo ospitalità per me ed i miei uomini nelle vostre terre. Ecco il mandato dell’Imperatore di Prussia. -

            La voce fredda e familiare dell’uomo le scivolò addosso come una doccia gelata. Si fece avanti, in un cono d’ombra, e sollevò lo sguardo fino al suo volto.

            Vide solo i suoi occhi.

            I suoi occhi limpidi, tersi, dorati come topazi.

            Poi, l’istante di consapevolezza svanì, e lei svenne.

 

 

 

 

           

   Q

uando Desdemona riaprì gli occhi, pochi istanti dopo, quell’orribile sensazione di irrealtà la invase nuovamente. Resa debole dal caldo e dal leggero svenimento, chiuse gli occhi consapevolmente, volendo recuperare le forze prima di affrontare quella spaventosa realtà, se realtà era...

            Sapeva che erano le sue braccia che la stavano trattenendo. Ne avrebbe riconosciuto la stretta tra milioni. Come avrebbe riconosciuto la sua voce, il suo odore, la sua essenza.

            Maledetto, come osava. Come osava comparirle davanti dopo tutto quello che lei aveva sofferto per colpa sua. Dannazione, ora comprendeva tutto. Alla perfezione.

            Mille pezzi di un puzzle, un perfetto gioco ad incastro. Le ultime parole di Heinrich, innanzitutto...che era stata così stupida da non voler analizzare, da non temere... “Non è morto. Ha giocato qualche sporco gioco con i prussiani, ed è ancora vivo, da qualche parte in Europa, a tessere la sua vendetta, il suo ritorno...”. Il lungo silenzio di suo suocero. Forse, persino la sparizione di Karla.

            E quelle rose rosse. Il biglietto con la corona granducale, il gioiello...H.O.L. Haakon Olafsen...e la “L” per cosa stava? Landau o Landor?

            Il ritratto del granduca Magnus. Per nulla somigliante a Lothar, del tutto simile a lui. La corona granducale sul biglietto...altro che errore del tipografo! L’obbedienza di Heinrich e Roderick di Saringen...la loro assurda fedeltà...

            Si strappò dalla sua stretta con furia, voltandosi subito dopo per affrontarlo. Non prima di averlo guardato. L’uniforme verde e nera, quella lingua straniera che parlava con disinvoltura con i suoi uomini...poteva camuffarsi quanto voleva. Lui era bravissimo, in queste cose. Poteva cambiare personalità, mentire, imparare alla perfezione qualunque parte volesse interpretare. Poteva essersi tagliato cortissimi i suoi indimenticabili capelli biondi...poteva essersi fatto crescere i baffi. Poteva ingannare chiunque, un estraneo...ma non lei, che l’aveva avuto nel suo letto. Non con quegli occhi. Avrebbe riconosciuto i suoi occhi, e la sua bocca, e le sue mani anche all’inferno, anche tra mille anni...

            - Esci dalla mia vita e dal mio principato con la stessa velocità con cui sei entrato - gli disse, fissandolo negli occhi, senza nessun timore di farsi udire dai suoi uomini. - O giuro che ti ammazzo. -

            Desdemona prese Larissa in braccio, e corse via verso la Residenza.

            Quando si voltò, lo vide ancora là, fermo in mezzo al viale con i suoi uomini.

            Moritz von Landau era tornato dall’inferno, proprio come le aveva promesso.

           

 

 

 

           

 

   - S

e ne è andato? - chiese a Sandra, riluttante a lasciare il suo letto.

- No. Ha fatto accampare i suoi uomini negli alloggiamenti delle guardie, e non accenna minimamente ad andarsene. - Sandra le porse un fazzoletto, che Desdemona usò per asciugare una lacrima di rabbia.

            - Deve andarsene. Non lo riceverò mai. -

            - Perché? Dimmi la verità, una volta per tutte. Chi è quest’uomo, e cosa vuole da te? -

            - Ricordi Moritz von Landau? - le chiese Desdemona, in preda alla più assoluta frustrazione. - Il povero bambino abbandonato e compatito. Ti ricordi quella notte che venne a prendermi in carrozza per portarmi al ballo, da Lothar? -

            - Come potrei essermene dimenticata? Ne ebbi quasi paura. -

            - Bene. Il principe Haakon Olafsen, il mio galante ammiratore di Vienna, è lui. -

                - Ma non era morto?! -

            - E’ più vivo di me e te, a quel che pare. Quello è Moritz, credi a me. E da me vuole...ah, chi lo sa! Chi l’ha mai capito...chi ha mai saputo cosa pensasse davvero...ma io non glielo permetterò! Non gli permetterò mai di usare né me né Walkenstein per i suoi scopi, quali che siano! -

            Un trambusto fuori dall’appartamento della principessa le interruppe. Prima che poterono anche solo capire cosa stava accadendo, le pesanti porte di legno intagliato si aprirono.

            Ed Haakon Olafsen, alias Moritz von Landau, entrò.

            - La prego, signora. Devo parlare con la principessa. In privato. -

            - Altezza Serenissima! - intervenne una delle guardie di palazzo. - Avrei potuto trattenerlo solo sparandogli! -

            - Un’occasione sprecata - commentò Desdemona. - La prossima volta, tenente, non abbiate di questi riguardi. Ma per ora può restare. Sandra... -

            - Vuoi davvero che ti lasci sola...con lui? - chiese la buona donna, indignata.

            - Perché no. Il principe ed io abbiamo molto di cui parlare. Per esempio, delle modalità della sua immediata partenza -

            Moritz intrecciò le braccia, in attesa che gli altri uscissero. Quando furono soli, Desdemona si alzò dal letto, dirigendosi verso il catino, ed immergendovi le mani. Non poteva fare a meno di guardarlo. Era così diverso da allora...ed insieme così uguale.

            Eppure il tempo era passato su di loro, inesorabilmente.

            Sparita la sua uniforme rossa e nera, ora lui vestiva la divisa di un reggimento a lei sconosciuto, quello degli Ussari di Norvegia. I capelli cortissimi eppure sempre così biondi da sembrare irreali...e quei baffi che aggiungevano una nota di nuova durezza al suo viso cesellato, dai grandi occhi chiarissimi.

            No, forse non erano i baffi, pensò Desdemona. Erano quei tre anni e mezzo trascorsi da allora...le prove che lui aveva dovuto superare nel mentre. L’avevano reso più uomo. L’avevano ulteriormente indurito, preparato. A vincere.

            - Basta con le menzogne - gli disse lei, e la voce le tremava. Averlo così vicino, nella sua camera da letto, era uno choc dal quale non si era ancora ripresa. - Una volta per tutte, la verità. Sei un qualche aspirante al trono di Landor. Ed è per questo che sei tornato. -

            - Io sono tornato per te -

                 - Ah! - fece lei - Non mi fare ridere. E rispondimi. Aspiri al ruolo di sovrano di Landor? -

            - Sì -

            - Ufficialmente? -

            - Non ancora. -

            - Eri suo figlio? Del granduca Magnus, intendo? -

            - Sì -

            - E’ come se l’avessi sempre saputo - commentò lei, girandogli intorno, osservandolo spietatamente. Era divenuto più alto, più robusto, più forte. Più uomo e terribilmente più pericoloso. - Da quando ho visto il ritratto del granduca a Vienna. Dimmi solo che, almeno stavolta, mia madre non c’entra -

            Un sorriso comparve sulle labbra morbide dell’uomo, rese ancora più sensuali da quei baffi biondi ben curati. - Non sono tuo fratello, te lo assicuro. -

             - Bene. Non come Lothar -

            - Sai molte cose, Desdemona -

            - Non abbastanza. E Karla? E’ tua sorella...lo sai? -

            - Karla ed io ci siamo ritrovati da molti anni. E’ al sicuro, ora -

            - Ha già dimenticato mio fratello? - lo provocò lei. - Lui vive nel suo ricordo...al punto da non decidersi a trovare una sposa. -

            - Tu, piuttosto... mi hai dimenticato? -

            Lei fece per schiaffeggiarlo, ma Moritz fu più veloce e le fermò il braccio. - Come osi! - esclamò Desdemona. - Come osi chiedermi questo dopo quello che mi hai fatto... -

            - Che ti ho fatto? Sei tu che hai sposato un altro uomo! Rendimi conto di questo, Desdemona...due mesi dopo la mia presunta morte, tu eri già la moglie di Heinrich di Saringen! -

            - Lasciami! - gridò lei, ma Moritz non la lasciò. Le piegò dolcemente il braccio dietro la schiena, attraendola a sé. - Tu eri l’amante di Katerina Bouginskaja! - gli urlò in faccia, indignata per la sua compostezza - Negavi a me il tuo amore per darlo a lei! -

            - Chi te l’ha detto? -

            - Lei stessa! Ho saputo della tua morte da lei...in lacrime! E suo fratello mi ha confermato che piangeva così disperatamente perché tu eri il suo amante! Complimenti, Moritz! Quando ad inganni e menzogne non sei secondo a nessuno! -

            - Desdemona...non è vero. Non c’è mai stato nulla tra di noi. Ebbi il torto di farle credere che, in futuro, sarei stato disponibile...nei suoi confronti. Ma non ho pensato mai a lei come ad un’amante. Tu sai bene che opinione ne avevo -

            - E’ persino più squallido di quel che credevo. Non hai nessun senso morale. Hai fatto credere a me, a tutti, che fossi morto. Mi hai spezzato il cuore. Se fosse anche vero quanto mi stai dicendo, e non lo credo, hai lasciato che una donna senza scrupoli e senza onore ti potesse ritenere una sua proprietà per mero interesse. Sei un essere spregevole. Te lo dissi stamattina: esci dalla mia vita. Per sempre -

            Moritz lesse la delusione di lei nei suoi occhi neri, il suo profondo dolore.

            Se lei faceva fatica a credergli, poteva biasimare solo se stesso. Quanto a lui, non aveva nessuna difficoltà ad immaginarsi il dolore e l’umiliazione da lei patite. Tradita da Lothar, ed anche da lui...e la morte a definire il tutto. Una morte assurda, inspiegabile.

             - Sarebbe bastato un biglietto - gli disse lei. - Un semplice messaggio. Ti avrei atteso. Ti avrei atteso per l’eternità. Ma tu hai giocato una posta troppo alta...ed hai perso. -

            - Non ho perso nulla, finché siamo vivi -

            Lei volse il capo, incapace di replicare al suo cinismo. Vivere così, senza onore, senza sogni, non le era mai bastato, ed ora meno che mai.

            Ma Moritz non la lasciava andare. Quell’incubo non sarebbe finito mai.

 

 

           

 

  - L

asciami - gli disse ancora, gli occhi pieni di lente, involontarie lacrime, ed il cuore sconvolto dall’amarezza per quella sconfitta. - Cosa vuoi da me, ora? Una comprensione che non potrei mai più darti? La ragazzina di un tempo, quella che si poteva sedurre in carrozza con un bacio e quattro parole, non esiste più -

            - Lo so. - le disse Moritz, facendola appoggiare contro una parete, accarezzandole il volto bellissimo, stupendosi una volta di più per la sua folgorante bellezza, ora in pieno sboccio. - I miei errori ci hanno segnati. Hanno cambiato me e te...profondamente. Ma non hanno mutato quello che provo per te. Ho saputo di te ed Heinrich...ho rispettato la vostra felicità. Tu non sai quanto mi sia costato. Mille volte sono stato tentato di rivelarmi a te, di rubarti a lui...tu eri mia...lo sei sempre stata. Ma non potevo farvi questo. Lui era un uomo leale, un uomo buono, e ti amava...di più, aveva saputo renderti felice. Io non avevo alcuna garanzia di riuscirci. Il mio destino è sempre stato incerto, ed ora più che mai. -

            - Non fare il nobile innamorato, adesso - ironizzò lei. - Due paroline dolci, e credi che tutto torni come prima? Sei fuggito dalla mia vita incurante della disperazione nella quale mi lasciavi. Se fossi stata meno forte, se non avessi avuto amici sinceri accanto a me, forse non ne sarei uscita fuori. Non credo affatto che sia questa la vera ragione del tuo lungo silenzio. E dopo...dimmi, dopo che Heinrich è morto? Sono già passati parecchi mesi, da allora -

            - Dovevo aspettare il momento propizio. E dovevo rispettare il tuo dolore. -

            - Ma non mi dire. E quella messinscena a Vienna? Chissà come ti sei divertito! Devo esserti sembrata patetica, la sera del nostro incontro! Riserverai lo stesso tipo di trattamento anche a Katerina? Ed a quante altre? -

            Moritz si irrigidì, staccandosi da lei. Lei percepì quel movimento come l’ennesimo rifiuto.

            - Basta con questa storia. Ti ho detto che tra me e quella donna non c’è mai stato niente. E non ho amanti -

            - Non mi importerebbe comunque - Desdemona gli mise una mano sul petto, istintivamente, per allontanarlo ulteriormente da sé. Ma nessuno dei due si mosse davvero. - Sono cambiata anch’io. Ho avuto molto dalla vita, nonostante il tuo vile abbandono. E non mi accontento più di mezze verità. Torna da dove sei venuto, e dimenticati di me una volta per tutte -

            L’uomo prese la mano di lei tra le sue. Tremava.

            - Non posso. -

            - Devi -

            - Desdemona di Walkenstein...tu sei nata per essere la mia granduchessa, lo sai? -

            - Tu...chiunque tu sia...sei completamente matto. -

            Moritz sorrise. Chissà, forse lei aveva ragione. - Ti ricordi cosa ti dissi quell’ultima notte? Ricordi tutto quello che ti dissi? -

            Lei scosse il capo, chiudendo gli occhi.

            - Ricordatene, Desdemona. Perché io intendo mantenere tutte le mie promesse. -

            Senza altre parole, lui si allontanò, ed il rumore dei suoi passi risuonò a lungo sul pavimento di marmo del lungo corridoio.

 

 

 

 

  P

er quanto assurdo, cenarono insieme.

Accanto al piatto, nella sala decorata destinata alle cene di famiglia, Desdemona trovò una pergamena chiusa con il sigillo imperiale. Non gli diede la soddisfazione di aprirla davanti a lui.

            Bella ed immobile, vestita di nero, un abito nero e scollato non dissimile da quello che aveva indossato quella notte all’Opera, non rispose al suo saluto. Si era decisa a cenare con lui solo per non suscitate ulteriori chiacchiere a palazzo. Sarebbe sembrato inusuale che la principessa non ricevesse l’ospite illustre giunto da Berlino.

            Moritz era, come al solito, tranquillo e disinvolto. Dismessa del tutto la finta patina di modestia che un tempo aveva indossato con sorniona eleganza, ora era del tutto se stesso...la sua naturale arroganza emergeva da ogni suo gesto. Non doveva più fingere alcunché. Il titolo che vantava, vero o presunto che fosse, lo autorizzava ad essere finalmente coerente con la propria natura.

            “E’ veramente principesco” pensò Desdemona suo malgrado, osservandolo di sottecchi. “Nemmeno Lothar era così...o Franz. Sembra nato per regnare. E lo fa con tranquilla consapevolezza. Che sia dannato”.

            - Quali novità nella capitale, principe? - gli chiese, a solo beneficio dei servitori di sala.

            - Nulla di particolare, principessa. Fa ancora freddo, a Berlino. -

            - Me ne dispiace. Qui, al contrario, l’estate è arrivata con troppo anticipo. -

            Un altro quarto d’ora di silenzio. Innervosita, Desdemona fece un cenno al maggiordomo perché si sbrigasse con il dessert.

            - Ho saputo di vostra sorella Adelaide. Le mie congratulazioni -

            - Grazie. E la vostra? Sta bene? -

            Lui sorrise. Desdemona era incorreggibile. E nel gioco del silenzio, con lui, poteva solo perdere.

            - Sta molto bene. Ma a volte si sente molto sola -

            - Sono sicura che non le manchino ammiratori di rango adeguato -

            - Ne sono certo anch’io. -

            Il dessert arrivò. Il maggiordomo servì con le pesche melba dello champagne ghiacciato. Lei osservò spassionatamente che il vino aveva praticamente lo stesso colore dei suoi occhi.

            - Alla vostra salute, principessa. Ed alla prosperità del vostro ospitale principato -

            - Alla vostra, principe -           

            Desdemona assaggiò appena il vino. Voleva restare sobria. Per dopo.

            - Posso farvi servire del cognac...nel nostro salotto di famiglia? -

            - Grazie, principessa. - Si alzò e le scostò la sedia, per farla alzare. Di fronte alla servitù di palazzo, lei fu costretta a prendere il braccio che lui le offriva. Non poté non ripensare a quella prima notte in carrozza...quando lui aveva fatto lo stesso gesto, offrendosi di portarla al suo promesso, a Lothar...e conducendola invece mille miglia lontana da lui.

            - Ecco - gli disse nervosamente, staccandosi da lui appena possibile. - E’ qui che noi Walkenstein di solito trascorriamo le nostre serate. Accomodatevi. -

            Ormai erano soli. La commedia era finita. Desdemona congedò il maggiordomo, e gli servì il cognac con le sue stesse mani.

            - Adesso puoi anche andartene. Cinque minuti per bere il tuo liquore...e poi, fuori dai piedi -

            - Come sei ospitale. Quasi quasi ci stavo credendo. -

            - Al diavolo. Quanto intendi restare? -

            - Quanto vorrò. Hai letto il messaggio dell’Imperatore? -

            - No - sbottò lei, furiosa. - E’ evidente. Come avrei potuto? -

            - Leggilo. Ti chiede la collaborazione di Walkenstein in tutto quanto possa essere utile alla mia causa. Strappare Landor ai Norelmeyer -

            - Perché non hai coinvolto mio fratello? E’ a Berlino. E’ lui il sovrano -

            - Perché io volevo tornare da te -

            - Basta! - esasperata, Desdemona aprì una delle grandi porte - finestre che davano sul parco della Residenza. La fresca brezza serale entrò come un respiro profumato nella piccola, accogliente stanza. Si voltò verso di lui. Si era comodamente seduto in poltrona, proprio come se fosse stato a casa sua. E si era acceso una sigaretta.

            - Ne vuoi? -

            - Non fumo -

            - Non ti va di provare? -

            - No -

            - Veramente non fumo nemmeno io. Solo una di tanto in tanto. Per rilassarmi. -

            - Non devi rilassarti. Devi andartene -

            - Non essere monotona - sorrise lui. Si alzò, e le si avvicinò. Si tolse la sigaretta dalle labbra e gliela porse. - Prova. Almeno una volta...bisogna provare tutto nella vita -

            - Io ho già provato molto - lo sfidò lei, con ironia. - Non ho più diciannove anni. -

            - E non sei più vergine, lo so -

            Desdemona arrossì. Oh, maledetto, come osava...se avesse potuto, sarebbe fuggita. Si voltò per non lasciargli scorgere il proprio rossore. Se pensava a quello che c’era stato tra di loro...si sentiva morire di imbarazzo. Lui non faceva nulla per dimenticarlo, a quanto pareva.

            - Non ho il potere di disporre dell’esercito di Walkenstein - gli disse, ansiosa di cambiare argomento. - Posso al massimo ospitarti per qualche settimana. Quando tornerà mio fratello, deciderà lui. I tuoi uomini possono stare negli alloggiamenti militari. Ti farò preparare un appartamento a palazzo...ma non ceneremo più insieme. Mi ritirerò nelle mie stanze, e non ci vedremo più -

            - Pensi che sia così facile sfuggire a noi ? -

            - Ti prego, Moritz... -

            - Ti prego...cosa? - sorrise lui, appoggiandole la sigaretta contro le labbra. - Aspira. Una volta sola -

            Lei la fece cadere con un gesto stizzito della mano. L’uomo la spense con la punta dello stivale, prima che la brace danneggiasse il prezioso tappeto persiano.

            - Devi aver più cura delle tue cose, Desdemona. -

            - Va al diavolo -

            - Solo in tua compagnia, signora di Saringen. Suona bene. Devi essere stata felice, con lui -

            - Sì, e lo sai. -

            - Quanto felice? -

            - Quanto tu non avresti mai saputo rendermi. -

            - Non ne puoi essere certa -

            - Non mi hai dato nessuna chanche di provarlo, Moritz. - Lei fece per allontanarsi. Per i suoi gusti, le stava troppo vicino.

            - Oh, Desdemona.. - sorrise lui. - Non sei cambiata. Sei la vita stessa. Sei il sole...ed a volte anche la notte. Non posso fare a meno di te. Perché io sono la luna...e la luna gira intorno al sole, fino ad esserne completamente illuminata... -

            - Quante stupidaggini. Lasciami -

            - Non ti sto nemmeno toccando. Vedi? - sollevò le mani, vuote - Non ti tengo. Nemmeno ti sfioro...ancora -

            Lei non si mosse, fissandolo. - Non mi toccare -

            - Perché no? Hai perso il gusto dell’amore, in questi anni?-

            - Quello che tu chiami amore è solo un volgare incontro di corpi. L’amore vero è altra cosa...e grazie a Dio l’ho conosciuto. -

            - Allora, per ora voglio il volgare incontro dei corpi...che bella espressione. Non ti chiedo ancora il cuore, Desdemona. Non ho bisogno di chiedertelo. -

            - Sei presuntuoso. -

            - Chi dei due lo è di più? - la sfidò lui, prendendola tra le braccia.

            Incapace di fuggirgli, Desdemona tacque. Sapeva che l’avrebbe avuta, prima o poi. Quella tensione sessuale da sempre esistente tra di loro era semplicemente irresistibile...e lei si odiava per questo.

            Moritz sorrise, e la lasciò andare, senza toccarla.

            - Buona notte, mia principessa. -         

           

 

 

 

 

  D

i cattivo umore, Desdemona lasciò vagare lo sguardo sul piccolo lago. Nella calda giornata estiva, appariva come il luogo ideale per una vacanza nella foresta di bambini e ragazzi...ma non era detto che le sue acque non nascondessero insidie.        Doveva farne esaminare le rive dall’ingegnere di corte, e poi avrebbe deciso. Con i giusti accorgimenti, la vecchia casa dei di Saringen sarebbe risultata una perfetta colonia estiva.

            Si era sforzata di tornare a pensieri pratici, operosi, per superare lo sconvolgimento provocatole dall’improvvisa riapparizione di Moritz. Lui le stava di nuovo, per l’ennesima volta, stravolgendo la vita. Ed ancora non sapeva niente di lui.

            Si diede della stupida per non essersi accorta prima della sua somiglianza con il defunto granduca Magnus...e delle sue insostenibili bugie. E per non aver saputo valutare le rivelatorie parole di Heinrich, in punto di morte.

            Heinrich...quanto le mancava. Con lui, tutto era stato limpido, lineare, pulito. Con Moritz, invece, camminava da sempre sull’orlo di un burrone.

            Si chiese se Heinrich ne avesse sofferto, di scoprire la verità sull’antico protetto di suo padre. Probabilmente, sì. Non poteva che temere quello. Che lui tornasse da lei. Prima o poi.

            “Per restare?” si chiese Desdemona. “O per essere nuovamente un’ombra...che viene e che poi se ne va?”

            Decise di parlare della scuola estiva che intendeva fondare con Dieter di Vorst, che più di una volta si era rivelato un utile consigliere. C’erano poi altri progetti che la interessavano. Come quello di un asilo per bambini piccolissimi...che le madri, da sole, non riuscissero ad accudire. Bambini come Larissa...ed anche più piccoli.

            Così assorta nei suoi pensieri, non si accorse del rumore degli zoccoli alle sue spalle. Non ebbe bisogno di girarsi. La sua voce beffarda la raggiunse per prima.

            - Non hai ancora perso le vecchie abitudini, vero? Sempre sola nella foresta. Heinrich aveva ragione a tenerti sempre d’occhio. -

            - Non corro alcun rischio nel mio principato. Non serve che tu ti preoccupi per me -

            - Qui è bellissimo - disse Moritz, lasciando vagare lo sguardo sul piccolo lago, e sulla rumorosa cascatella. - Ci venivo sempre...da bambino. Da solo. -

            - Venivi fin qui...da Landor? -

            - Non era lontano. Conosco bene questi boschi...perché non facciamo un bagno? -

            - Un bagno? Sei ammattito? -

            Moritz rise, scendendo da cavallo. Lei pensò che era cambiato anche in quello. L’aveva sentito ridere solo in quegli ultimi giorni. Il Moritz di un tempo non sorrideva che raramente, e non rideva mai. Lo rivide bambino, solo e abbandonato. E si maledisse per provare ancora compassione per un simile bastardo.

            - Io vado. Fai quello che vuoi - le disse, di buon umore. Si tolse la giacca dell’uniforme, e gli stivali. - Per rispetto del tuo pudore, terrò i pantaloni. Non importa se si bagnano. Ma ho troppo caldo per resistere a questa bell’acqua fresca -

            Lei lo osservò stupita, mentre il sole brillava sul suo torso nudo, e lui si avvicinava alla riva. Era cambiato, si era irrobustito, come se in quegli anni avesse fatto molto esercizio fisico. Era sempre snello, ma ora la sua forza era del tutto evidente. Con i capelli corti e bagnati, e quel sorriso rilassato, sembrava un ragazzo. Ma non era più l’uomo che aveva conosciuto un tempo. Rideva.

            - Andiamo! - la invitò, spruzzandole addosso l’acqua dal centro del laghetto. Non era profondo, e lui poteva stare comodamente in piedi. - E’ fantastica! -

            Il rumore della piccola cascata quasi copriva le sue parole, anche se era a pochi passi di lei. Macchinalmente, senza pensarci, Desdemona portò le mani al davanti del suo abito, costellato da piccoli bottoni di madreperla. Come ipnotizzata, si slacciò il vestito, e lo fece cadere ai suo piedi. La stessa sorte subì la sua sottogonna di fine percalle. Con mani tremanti, cercò di appuntare i capelli sul capo, spostando alcuni spilloni.

            Moritz tacque. Capì che non doveva spaventarla, pressarla. Era il primo gesto spontaneo che lei compisse in sua presenza da quando era ritornato...e non intendeva sprecare quella prima, timida apertura.

            - Ho cambiato idea - disse lei, con voce così bassa che lui quasi non la udì. - Hai ragione. Ho voglia di bagnarmi anch’io. -

            Si avvicinò cautamente all’acqua, temendo di scivolare sulla riva fangosa. Quando l’acqua fredda le arrivò ai fianchi, incollandole al corpo i mutandoni di lino, rabbrividì. Non pensava fosse così fredda.

            - Immergiti lentamente. Il freddo passerà il fretta - le suggerì lui, guardandola con una serietà che la mise a suo agio e la fece sorridere.

            - D’accordo - trattenendo il fiato, Desdemona si immerse fino alle spalle. Rabbrividendo, si tirò subito su, lasciando che il forte sole asciugasse le gocce d’acqua sulla pelle lasciata scoperta dal corsetto scollato.

            - Ora va meglio? -

            - Sì. E’ bellissima, hai ragione. -

            Restarono a pochi passi di distanza l’uno dall’altro, cercando di non minacciarsi con la propria presenza. Desdemona lo fissò negli occhi, chiedendosi quale delle mille immagini che lui sapeva proiettare di sé fosse quella autentica.

            Lui riusciva solo a pensare che lei era la donna più bella che avesse mai visto in vita sua, la più seducente. E che un tempo non lontano era stata sua.

            - C’è qualcosa che vorrei fare con te -

            - Cosa? - gli chiese lei, con voce morbida.

            - Laggiù - Moritz indicò con un dito la piccola terrazza naturale soprastante la cascata. - Lanciamoci di lì dentro il lago. Lo facevo sempre, da bambino -

            - Sei matto! Può essere pericoloso! -

            - Andiamo...non ci sono rocce, il fondo è sabbioso, e l’acqua abbastanza profonda. E’ un salto di pochi metri...non rischiamo nulla. Sai nuotare ?-

            - Sì, ma...-

            - Ti terrò la mano, e cadremo insieme. Sarà divertente -

            Desdemona si lasciò tentare. - D’accordo. Ma se vedi che non riemergo...tirami su -

            - Te lo prometto. Andiamo -

            Uscirono dall’acqua tenendosi per mano. Quel contatto ricordò ad entrambi un passato lontano, forse perduto. Desdemona non volle pensarci. E non volle pensare a quello che chiunque altro avrebbe potuto pensare al vederli.

            Scalarono a piedi nudi, gocciolando acqua dagli indumenti bagnati, il piccolo crinale. Una volta in vetta, rimasero vicini, tenendosi per mano. Si guardarono negli occhi, per un lungo istante, senza parole. Si sorrisero. La fresca brezza sembrò portare via tensioni e segreti, bugie ed inganni.

            E si tuffarono.

            Desdemona riemerse ridendo, tra le sue braccia. Non aveva mai fatto qualcosa di così folle. Si sentiva spensierata come una bambina.

            E poi tacque. Lo sguardo dorato di lui era terribilmente serio.

            Non gli resistette. Non avrebbe mai potuto.

            Le loro labbra si incontrarono, con dolcezza, con rimpianto. Stretta a lui, nel morbido, fresco abbraccio dell’acqua, Desdemona chiuse gli occhi, rifiutandosi di pensare. Moritz era tornato.

            Ed era come se non se ne fosse mai andato via.

           

 

 

 

 

    - S

ei arrabbiata? - le chiese lui, mentre lei tentava senza molto successo di far asciugare i suoi lunghissimi capelli al sole. - Perché...ti ho baciata? -

- Lo volevo anch’io - disse Desdemona, come sempre sincera. La mattina sfumava in pomeriggio, ed ancora non avevano lasciato quell’angolo di paradiso. Segreto, proibito.

            - Ma forse non ero pronta. Sai quanto mi hai fatto soffrire...e mio malgrado, non riesco a resisterti. Mi odio per questo -

            Accanto a lei, seduti su grossi sassi levigati dall’acqua, e resi caldi dal sole, Moritz stese le gambe per far asciugare i suoi poveri pantaloni. Desdemona, in biancheria e con i capelli sciolti, era semplicemente irresistibile. Dovette far appello a tutto il suo autocontrollo per trattenersi dal prenderla...lì e subito. La calda reazione di lei al suo bacio era stato un ennesimo, irresistibile assaggio. Ma lei aveva ragione. Dovevano ancora chiarire molte cose, tra di loro e sul loro rapporto.

            - In nessun modo volevo farti del male. - le confidò, sperando che gli credesse. - Mi sentivo troppo insicuro di me, e della riuscita dei miei piani, per metterti al corrente di alcunché. Sono stato imprigionato per lunghe settimane, a Berlino, anche dopo la mia falsa esecuzione. Il principe Olafsen, un anziano nobile appartenente alla mia famiglia materna, mi ha riconosciuto in prigione, ma per molto tempo i prussiani sono stati tentati di non credergli, e di farmi morire per davvero. -

            - E poi? Cosa è successo? -

            - In primavera sono stato rilasciato, ed ho lentamente assunto la mia nuova identità. Il principe mi ha condotto a Parigi...e di lì in Norvegia, suo paese d’origine. Sono rimasto in quel paese, nei suoi possedimenti non lontano da Oslo, per due anni. Ho imparato la lingua, ho assunto in pieno il mio nuovo nome e le relative responsabilità...ed ho imparato molte cose sulla vita che si conduce nei paesi scandinavi, e sulle loro tradizioni. Sono stato a cavallo nella tundra, ed ho attraversato ghiacciai. Alla fine del mio soggiorno in Norvegia, ho compiuto un breve viaggio negli Stati Uniti...e di lì di nuovo in Europa, a Berlino. Ed a Vienna.. -

            - Dove mi hai rivisto... -

            - Già. Ma ero già al corrente da alcuni mesi della tua vedovanza. -

            - Da quando sai del mio...matrimonio? -

            - Da Parigi. Roderick di Saringen mi ha fedelmente accompagnato durante tutti questi anni, ed una notte incontrò il figlio all’Opera. Povero vecchio. Non sapeva come dirmelo. -

            - Come la prendesti? -

            - Ho molto sofferto. Mi sono dato mille volte dell’idiota per averti perso così...con il mio silenzio. Ma lui mi disse che eravate felici. Per amor tuo, Desdemona, ho dovuto accettarlo. -

            - Non so se crederti -

            - E’ la verità - Moritz la fissò. - Tu non puoi capire cosa voglia dire per un uomo. Tu eri mia...ti ho sentita donna per la prima volta tra le mie braccia. Hai avuto da me i primi veri baci, hai conosciuto con me il piacere. E la tua innocenza ti aveva fatto da scudo, ti aveva protetta dalla mia passione. Non so cosa mi abbia trattenuto quella notte...quella notte in cui entrai nella tua camera. Forse, solo il pensiero che presto saresti stata davvero mia, senza freni, senza ostacoli. E poi, d’un tratto, era tutto finito. Ed un altro uomo si era preso quello che apparteneva solo a me -

            - Se tu solo ti fossi fidato di me... - mormorò lei. - Non ti avrei mai tradito, e lo sai. Ti avrei atteso, aiutato. Avrei resistito a qualunque tipo di pressione pur di averti accanto. Ma mi hai lasciato sola e delusa...macchiando il ricordo del nostro amore con la certezza della tua infedeltà -

            - Ho giocato molti giochi sporchi nella mia vita, Desdemona - le disse lui, parlandole dal profondo del cuore. - Ho mentito ed ingannato per tutta la mia vita. Continuo ad usare un’identità che è la mia...eppure non lo è, perché ne ho anche un’altra, ancor più legittima. Ho fatto credere a Katerina che fossi disponibile ad un’avventura con lei pur di non insospettire i Norelmeyer. Ho ucciso uomini feriti sui campi di battaglia al solo fine di far carriera in fretta nei ranghi militari e guadagnarmi il favore di Lothar e dell’Imperatore d’Austria...mi sono consegnato nelle mani dei prussiani disposto a giocarmi il tutto per tutto...puoi ancora avere fiducia in me, se ti dico che non ho mai amato nessun’altra donna...oltre a te? -

            - Non lo so - Desdemona si alzò in piedi, e ricominciò a vestirsi con calma. - Heinrich mi ha dato il suo cuore, il suo onore di soldato, il suo nome, e la sua protezione di marito. Tu mi dai solo inquietudini e misteri. Io sono una donna concreta, Moritz...te lo dissi già una volta, ricordi? Voglio un compagno...un amante, per quanto intrigante, non mi basta -

            - Tu sarai la mia granduchessa -

            - Io vorrei solo averti vicino. Senza più misteri. Senza bugie. Come vedi, del rango mi importa poco. Ho contratto un matrimonio morganatico, e sono stata felicissima. Se tieni davvero a me, devi accettare questo. Ho amato Heinrich. Non è stato un ripiego, bensì un vero rapporto, felice e soddisfacente in tutti i sensi. -

            - Lui ha portato via qualcosa che era mio -

            - Che tu avevi gettato via - lo corresse lei. - Moritz...te lo dissi l’altra sera. Non sono più l’ingenua ragazzina di sedici anni che hai conosciuto. Sei pronto per una relazione vera, adulta? -

            - E tu...sei pronta? -

            Desdemona scosse il capo. - Non lo so. Devi darmi un po’ di tempo. Sarebbe troppo facile...finire a letto. Non risolverebbe nessuno dei nostri problemi. -

            Moritz si trattenne a stento. La saggezza di lei lo irritava...e lo inquietava. Aveva sempre colto in lei, fin dalla prima volta in cui l’aveva conosciuta, un’impensabile profondità, un’innegabile maturità interiore. Era per questo, più che per la sua bellezza, che lei aveva sempre rappresentato il suo ideale di donna. Era davvero la sua granduchessa.

            Ma, in fondo, era sempre un uomo, e moriva dalla voglia di dimostrarle che nessuno, meglio di lui, poteva farla sentire davvero donna. E di farle smettere di rimpiangere l’abbraccio di un altro uomo.

            Perché così era scritto nelle stelle.

           

           

                                                                                                                                                                                           
V

 

 

 

            Berlino, luglio 1858.

 

 

 

  - P

rincipessa Carolina! Non siete molto attenta, oggi! Eppure, avete ancora molte cose da imparare! -

La giovane donna sorrise tra sé e sé, osservando l’ancor più giovane precettore, a disagio e sudato nel severo abito nero. “Non quante potrei insegnarne io a te” rifletté, soffocando un’inopportuna risatina.

            - Non è giornata da francese, Monsieur - gli disse, bonariamente. - Sono accaldata e devo uscire. Se pertanto volete scusarmi... -

            Il giovane insegnante arrossì e si alzò. Non poteva che accomiatarsi, se lei lo congedava.

            Carolina, rimasta sola, si rifugiò nella sua stanza. Prese in mano, per l’ultima volta, la lettera di suo fratello, e la scorse rapidamente, soddisfatta. Poi, si osservò nello specchio, cominciando senza fretta a spogliarsi. Quando l’abito di sangallo bianco ricamato giacque a terra, lo prese e lo appese con cura ad una gruccia. Non aveva perso il gusto di fare da sé le piccole cose, in quegli ultimi anni di inatteso, insperato benessere.

            Si pettinò a lungo i lisci, lunghi capelli biondi, tanto biondi da parere argentati. Poi, li avvolse strettamente sul capo. Ed indossò una gonna colorata ed una camicetta scollata, da popolana. Con un cappello di paglia sul capo, e senza dire nulla a nessuno della numerosa servitù che viveva con lei nel lussuoso palazzo, uscì da una porticina secondaria del giardino.

            Sapeva dove andare. Le informazioni del fratello erano assolutamente precise.

            All’Hotel Imperial, non ci furono problemi, soprattutto quando la lauta mancia sparì nelle mani del concierge.

            Sola nella grande stanza, cominciò ad aprire gli armadi. Toccò con reverenza, con emozione, i vestiti fini e nello stesso tempo non vistosi appesi nel vasto armadio di noce, e poi le uniformi, di vario tipo, dalle più solenni alle più ordinarie, ma sempre di perfetta fattura e pulitissime. Vide le scarpe e gli stivali, religiosamente lucidati ogni giorno. E poi toccò i numerosi libri, in tedesco, francese e spagnolo. E le lettere dei familiari. Le lesse senza pudore, quasi con le lacrime agli occhi.

            Le sue cose. Le sembrava incredibile, dopo tutto quel tempo, toccare le sue cose.

            Si sedette sul letto, lanciando il cappello su di una poltrona, e sciogliendosi i capelli. Lui tardava. Di solito, tornava in tempo per la cena. La serata estiva era appena cominciata, ma al piano ristorante stavano già servendo. Lo sentiva dal rumore familiare delle stoviglie smosse. Con un sospiro, si lasciò cadere sul letto, e chiuse un istante gli occhi.

            Quando li riaprì, era notte. Solo un piccolo lume illuminava la stanza.

            E lui torreggiava su di lei. Infuriato.

 

 

 

 

   - S

piegami cosa ci fai qui. Ora. Dopo tutto questo tempo -

Karla rimase senza parole. Si sollevò su di un gomito, ancora assonnata, e lo fissò. Possibile che in quella famiglia non sapessero proprio prendere le cose...e le persone...come venivano? Senza troppe domande, troppi problemi?

            - Sono tornata da te. Non ti basta? -

            Franz era senza parole. Tornato in albergo dopo cena, essendo stato invitato per la serata da un nobile amico prussiano, aveva avuto la sorpresa di ritrovare nel suo letto, pacificamente addormentata, la donna che da quasi quattro anni aveva creduto perduta. Karla. La sua Karla.

            Si sentiva furioso. E preso in giro.

            - No, non mi basta! Ti ho cercato disperatamente per anni, ti ho atteso oltre ogni ragionevole dubbio...e tu sei sparita senza una parola! -

            - Avevo lasciato un messaggio, alle tue sorelle... -

            - E credi che mi potesse bastare? - le urlò quasi, tentato dalla voglia di metterle le mani intorno al collo, e di stringere... - Ho temuto il peggio! Sono diventato matto...e mi sono rovinato la vita. E tu osi ritornare così...mi credi forse un buffone? Credi che i miei sentimenti non valgano nulla? -

            Karla fece una smorfia. Non aveva creduto che lui la prendesse così, anche se suo fratello l’aveva messa in guardia. Del resto, nemmeno Moritz aveva ricevuto da Desdemona un’accoglienza migliore.

            Quei Walkenstein erano gente tosta...e piuttosto seria.

            Ma lei godeva di un netto vantaggio rispetto a Moritz. Franz era un uomo.

            - Non puoi perdonarmi? E stenderti qui, vicino a me...avremo tempo per parlare. Ti spiegherò tutto. Ma ora vieni, ti prego...-

            - Al diavolo! - esclamò lui, esasperato. - Chi sei, Karla? Una donna sincera...la donna che credevo di conoscere...o solo un’avventuriera? Che gioco stai giocando con me? -

            - Nessun gioco - disse lei, amareggiata. - E sono lieta che tu abbia detto avventuriera e non sgualdrina. Sono tornata da te non appena ho potuto. Ho avuto molto da fare, in questi anni. Ho dovuto fare di tutto per scoprire la verità sul mio passato...e non è stato facile. Ho ritrovato mio fratello...ed ora vivo con lui. -

            - Tuo fratello? - si stupì Franz - Moritz von Landau? Ma lui non era... morto? -

            - E’ vivo e vegeto, ed ha assunto come me una nuova identità. Principe Olafsen...era un titolo che ci apparteneva per eredità materna. Ed è a Walkenstein, ora...e cerca di convincere tua sorella Desdemona che l’ha sempre amata...e che l’ama ancora -

            - Eh? - si stranì Franz. - Che dici? Moritz è vivo, si chiama Olafsen, ora...ed amerebbe Desdemona? E da quando? -

            Karla si alzò dal letto, cercando di riguadagnare compostezza, visto che la scena della seduzione non aveva funzionato. - Da sempre. Lei non te ne ha mai parlato? Per quanto ne so, ha sempre ricambiato i suoi sentimenti. Almeno, fino alla notizia della sua morte... -

            Franz rimase senza parole. Stava cercando freneticamente di rimettere tutti i pezzi dell’incastro a posto. Desdemona e Moritz. La sua disperazione. Il suo inatteso matrimonio con di Saringen. La corte che quel principe Olafsen le aveva rivolto a Vienna.

            E Karla. Che lo guardava con aria innocente. E seduttiva.

            - Chi diavolo siete voi due? - sbottò, incapace di trattenersi oltre - Con i vostri capelli biondi, i vostri occhi trasparenti...ed i vostri misteri? Cosa volete dalla mia famiglia? Perché, se davvero ci amavate, siete tornati da noi dopo tutto questo tempo, e ci avete lasciato soffrire in silenzio, senza una parola di spiegazione? -

            - Siamo due persone che hanno molto sofferto, Franz - gli disse lei, sincera. - Entrambi soli ed abbandonati dalla nascita, costretti a falsi nomi, a false identità. Non ci fidiamo che di noi stessi...e questo è il nostro peccato capitale. -

            - Non posso amare una donna che non abbia fiducia in me -

            - Lo so. - gli disse lei, amaramente. - Ma dammi una nuova occasione. Ti amo, Franz. Ti ho sempre amato. Ho fatto in vita mia cose terribili...cose che non avrò mai il coraggio di rivelarti, che ho dovuto fare. Ma non ho mai smesso di pensare a te. Mai. -

            Franz la fissò. Lei era sempre bellissima. Se possibile, persino più di prima. Più che mai.

            Era la sua Karla. La sua forza...la sua debolezza.

            E continuava a non dirgli davvero tutto. Si chiese se l’avrebbe mai fatto.

            - Ti ho talmente tanto rimpianta, in questi anni, che non riesco a credere di averti davvero di fronte a me...questa notte. -

            - Toccami - lo invitò lei. - Sono reale. E ti voglio. Ti ho sempre voluto. Fin dalla prima volta...ricordi, in quella locanda...Franz, io sono solo tua, se mai sono stata di qualcuno... -

            Con la parte razionale del cervello, lui apprezzò la sua sincerità. L’avrebbe mai davvero posseduta in pieno...anima, corpo...e misteri?

            Karla si spogliò per lui, come aveva fatto la prima notte. Era da molto tempo che non faceva più l’amore con un uomo. Per quel che la riguardava, era dall’ultima volta con Franz. Ne aveva quasi paura, una paura reverenziale.

            Tutto il resto era svanito, un ricordo sgradevole, cancellato.

             In ginocchio sul letto, si avvicinò a lui, cominciò a spogliarlo. Franz non osava toccarla. Era ancora sconvolto. Lei era ...nella sua camera, sul suo letto. Karla accarezzò la sua pelle ambrata, straniera, che non aveva mai dimenticato, con le mani e con la bocca. La sua consistenza, il suo odore, la inebriavano. Il suo principe indiano...il suo principe delle fiabe.

            Senza più resistere, Franz la sollevò e la fece sdraiare. Lei lo guardò con i suoi occhi insondabili, trasparenti come topazi, oscurati dalla passione.

            - Sei tornata per restare, Karla? Dimmelo, adesso...-

            - Sì - sussurrò lei. - Ma io non ti ho mai lasciato...vuoi capirlo? -

            Franz non rispose, coprendole la bocca con la sua, incapace di resisterle, nonostante la paura che lei stesse ancora una volta giocando con il suo cuore, con il suo amore.

            Karla sorrise, trionfante. Lei sapeva, conoscendosi, che non l’avrebbe più deluso, perché lo amava davvero.

            Anche se piuttosto a modo suo. Al modo dei Landor.

 

 

 

 

 

   - G

uarda là...non è tuo cugino, il principe di Walkenstein? A quanto pare, ha trovato compagnia...e che compagnia! -

David Norelmeyer si volse in tempo per vedere Franz, dall’altra parte della strada, che cingeva con fare intimo un braccio intorno alle spalle di una donna, che lui poteva vedere solo di schiena. Eppure, lei aveva qualcosa di familiare.

            Statura, corporatura...portamento. Era alta, più della media, e molto snella. Aveva capelli bellissimi e strani, quasi bianchi, sciolti sulle spalle eleganti. E vestiva come una donna del popolo, pur non avendone affatto l’aria. Sembrava un travestimento.

            - Sapevo che aveva reputazione di misogino - rise il suo amico, il capitano Hoffmann. - Ha rifiutato tenacemente tutti i partiti propostigli da Berlino. Sembra non abbia fretta di scegliersi una principessa. Evidentemente, gli piace razzolare più in basso nella scala sociale. Con una simile bionda, non riesco a dargli torto. -

            David non rispose, troppo intento a seguire il filo di un ricordo. La ragazza...gli sembrava di conoscerla. Ma non avrebbe potuto dimenticare simili capelli, di questo era certo. Lui era un esperto di donne...e non dimenticava mai le donne che aveva avuto...od anche solo ammirato.

            Franz sembrava davvero innamorato. Molto alto, si chinava su di lei, che pure era tutt’altro che piccola, con un sorriso felice ed intimo sul volto, che trasformava la sua fisionomia di solito severa. Non sembrava affatto una semplice avventura.

             - Tuo cugino sa che sei a Berlino? -

            - No...e non ci tengo a vederlo - spiegò David, girandosi in modo da non farsi notare. - So che lui non aspira al trono di Landor, ma non è comunque il caso di fargli sapere dei nostri colloqui con l’Imperatore. Sono, come comprenderai, piuttosto riservati -

            - Come pensate di giustificare questo...ehm, voltafaccia, con Vienna, qualora davvero l’Imperatore di Prussia appoggiasse la vostra reggenza? -

            - In nessun modo. Dovrà essere un accordo segreto. All’apparenza, continueremo ad essere fedeli sudditi di Francesco Giuseppe...ma in caso di un nuovo conflitto tra i due Paesi, sapremmo con chi schierarci -

            - I Walkenstein sono gli unici parenti dei Landor viventi...perché non chiedi la mano della principessa Desdemona? Rafforzeresti la tua posizione come reggente...se tuo padre acconsentisse a cederti questo ruolo, come ti ha promesso. -

            - Non credere che non ci abbia pensato - ammise David, continuando a non perdere di vista la bionda, sempre di spalle, impegnata in un ridicolo scambio di effusioni, sguardi e sorrisi con Franz. - E non solo per questo motivo. Desdemona è favolosa, lo è sempre stata. Ed ora è...quanto mai inopportunamente...vedova. Ma non credo mi accetterebbe. Non siamo mai stati...intimi -

            - Dovresti comunque provarci. La posta in gioco è molto alta. Un vostro figlio avrebbe molti buoni motivi per essere legittimamente il sovrano di Landor -

            - Uhm - David non rispose. Seguendo un gesto del suo compagno, la ragazza si voltò.

            Sorrideva.

           

 

 

 

 

  - L

a conosci? - chiese Hoffmann, stupito dall’evidente sbalordimento dell’amico. - Parrebbe di sì -

- Eccome se la conosco. Una sgualdrina fatta e finita. - David era sconvolto. Karla. Bionda, biondissima...come aveva sempre sospettato che fosse. Ma inequivocabilmente lei. Non esistevano al mondo due fisionomie simili a quel punto.

            Karla, che aveva sedotto senza alcun pudore sia lui che suo padre, a Parigi, e che poi era fuggita, svanita nel nulla, senza una parola, senza una spiegazione, nonostante le sue folli ricerche.

            Karla, che ora civettava con Franz di Walkenstein.

            Dannazione, chi era e cosa voleva quella donna?

            - Non deve vedermi. Ho un vecchio conto da regolare con quella donna. Voglio seguirla, e scoprire dove abita. -

            - T’aiuterò - rise Hoffmann, di buon umore - Ma adesso togliamoci di qui, o ci scopriranno. Non sapevo che avessi amiche così...attraenti. E, da quello che mi dici, intuisco che siete stati...molto più che amici. -

            - Non sbagli. E non è ancora finita -

            Roso dalla gelosia, dai sorrisi di lei, che lui mai aveva avuto, dal suo evidente affiatamento con Franz, David si accinse a seguirla.

            Prima di sera seppe così qualcosa che la riguardava.

            Karla, evidentemente, era ora a servizio presso il principe Olafsen, un nobile norvegese, perché si ritirò per la notte nel suo palazzo, salutando Franz con una lunga, insopportabile serie di baci, carezze e sorrisi sulla soglia di un’entrata secondaria del giardino.

 

 

 

 

 

  - N

on posso credere che tu sia tornata...da me. - le stava infatti dicendo Franz, tenendola stretta senza pudore, come un ragazzo del popolo, un ragazzo innamorato. - Perché non resti con me...anche stanotte? -

                        - La mia dama di compagna si preoccuperebbe, e scatenerebbe la polizia imperiale sulle mie tracce - rise lei. - Non temere, Franz. Nessuno ci separerà, d’ora in poi. E presto potremmo stare davvero insieme. Non sei troppo dispiaciuto...di quello che è successo oggi, dunque? -

            - Non so se lo rimpiangerò - le rispose lui sinceramente - Ma non sono mai stato così felice. Oggi tu mi hai donato una serenità profonda...che solo con te ho conosciuto. Non mi lasciare di nuovo, Karla. Non lo sopporterei, questa volta. -

            - Non ti lascerò. Fidati di me -

            - Solo se anche tu ti fiderai di me. Non c’è passato, non c’è circostanza che non potrei perdonare, capire...ma non mi tacere più nulla. Solo le menzogne e gli inganni possono dividerci. -

            Lei tacque. Non riusciva a dirgli del tutto la verità. Nonostante le sue parole generose, come poteva lui accettare davvero quello che lei aveva fatto a Parigi?

            - Mi hai dato tanta gioia - gli disse, invece. Era molto più semplice restare sul piano dei sentimenti. - Domani...posso tornare da te? -

            - Non farò che aspettarti - le disse lui, con voce roca, rubandole un ultimo bacio. - Buona notte, mia principessa. Come vedi, forse la vecchia indovina, alla locanda, non aveva sbagliato le sue predizioni. Ho conosciuto una contadina che si è tramutata in principessa. Non sono l’uomo più fortunato del mondo? -

            - Sei un uomo morto se qualcuno ti trova qui. Mio fratello tiene molto alla privacy delle nostre residenze, e fa organizzare sorveglianze molto agguerrite. -

            - Fammi salire in camera tua -

            - No - rise lei. - Attendi fino a domani. La tua parte l’hai avuta, oggi... - poi, sorrise, e lo baciò con impeto, non resistendo al fascino, al calore della sua vicinanza.

             Si staccarono a fatica. Poi, sorridendosi, si allontanarono. Franz indugiò sul marciapiedi, fino a che lei non fu scomparsa, sana e salva, all’interno del palazzo.

            Nessuno di loro due si accorse di essere spiato.

           

 

 

 

   - C

hi è la bella bionda che lavora qui...una cameriera, una cuoca? -

- Bionda? - replicò ottusamente la guardia al portone, un ragazzone grande e grosso dall’aria non troppo intelligente, mentre intascava senza fretta la lauta mancia.

            - Non puoi non averla vista! Una ragazza alta, con capelli quasi bianchi. Vistosa. Bellissima...- si infuriò David.

            - Ah...quella bionda - replicò il soldato. - Io non la conosco. E’ una delle cameriere della principessa. Viene da fuori...dalla campagna. -

            - Che turni fa? Quando è il suo giorno libero? -

            - Cosa ne posso sapere, signore? Qui siamo in più di quaranta, tra guardie e servitori! -

            David desistette. Era evidente che l’uomo era troppo stupido per potergli essere utile.

            Tornò al suo albergo, deciso a riprendere la sua sorveglianza di prima mattina.

            Appena sparì dietro l’angolo, il soldato ottuso fece un cenno ad un commilitone.

            Pochi istanti dopo, un giovane in vestiti civili, apparentemente un artigiano, si mise, non visto, sulle tracce di David.

            Quando questi tornò, la mattina seguente, trovò Palazzo Olafsen chiuso e deserto.

            Tutti i suoi abitanti sembravano essersi volatilizzati nottetempo.

  - P

erché siamo qui? - chiese Franz, divertito, a Karla, mentre la carrozza sulla quale viaggiavano attraversava boschi e foreste non lontano dalla capitale.

- Per fuggire a degli importuni - rispose lei con un sorriso. - In città fa caldo, e poi non avremmo avuto molte opportunità di stare insieme. Invece, trasferendomi nella residenza di mio fratello in campagna, tu potrai stare con me...tanto quanto vorrai. -

            - Dove alloggeremo stanotte? -

            - In una locanda. Ho già predisposto tutto. -

            - Cosa...dirai al tuo seguito? -

            - Il mio seguito ci precederà al castello. Io e te siamo soli -

            - Vuol dire che dovremo di nuovo mentire -

            - Una volta di più - sorrise lei. - Andiamo. Era bello, una volta, quando viaggiavamo, io e te, di locanda in locanda. -

             - Ma tu ora sei una principessa. Hai una reputazione, da difendere -

            - Diremo che siamo sposati. Una coppia borghese in viaggio di nozze. Credi che dubiterebbero di noi? -

            Franz era tentato di annuire. Ma non voleva rovinare quei momenti, e così sorrise. Lei era comparsa in albergo all’alba, annunciandogli la loro partenza per la campagna. Aveva deciso di accompagnarla, pur sapendo bene di dover tornare alla capitale, per colloqui con l’imperatore ed i suoi collaboratori, nel giro di pochi giorni.

            Karla aveva naturalmente taciuto a Franz il vero motivo della sua improvvisa decisione. La guardia al portone aveva subito denunciato al suo superiore l’indagine svolta da uno sconosciuto su di lei. In pochi istanti, l’addestrata guardia aveva predisposto un pedinamento dell’intruso. Non appena era stata scoperta la sua identità, il tutto le era stato riferito. Prima di mezzanotte, Karla e la sua servitù stavano già preparando i bagagli.

            Era sconvolta dall’idea che David potesse averla vista...presumibilmente, in compagnia di Franz. Lo credeva a Vienna...era sicura di aver cancellato per sempre i Norelmeyer dalla sua vita.

            Se solo David, o suo padre, avessero rivelato a Franz la squallida parentesi di Parigi...

            Non poteva pensarci. Inoltre, c’erano anche altre questioni in ballo. I Norelmeyer erano i reggenti di Landor...e lei e Moritz i legittimi eredi.

            La fuga, per il momento, le era sembrata la strategia migliore.

            Cercò di cancellare la tensione dal suo volto sorridendo al suo amore. Lui ricambiò, prendendole teneramente una mano, e portandosela alle labbra.

            Quando arrivarono ad una locanda dall’aspetto pulito e confortevole, lui la prese per mano. L’oste li esaminò con una rapida occhiata. Amanti d’alto bordo, probabilmente adulteri, li giudicò. Senza fedi alle dita. Ma prese per buone le impacciate spiegazioni di Franz, e li accompagnò nella sua stanza più bella.

            Lei posò il cappello di paglia, guarnito di fiorellini rosa e spighe, su di una poltrona, e sorrise.

            - Eccoci di nuovo qui. La nostra storia procede continuamente tra locande e stanze d’albergo. Non ti pare buffo? -

            - Mi pare triste - le disse Franz. - Sposami, Karla. Chiunque tu sia...principessa Olafsen, signorina von Landau...Karla senza cognome. Sposami e basta. Sii la mia principessa. La nuova principessa sovrana di Walkenstein. -

            Lei vide nei suo occhi che non scherzava. L’amava, e voleva che lei fosse la sua compagna. Per sempre. Sul serio.

            Gli occhi di Karla si abbassarono, come la sua voce.

            - Non posso...Franz, amore mio, non posso sposarti. Non fino a che a non avrò riavuto la mia vera identità...una che ancora non conosci, ma che è l’unica identità legittima che possiedo. -

            - Di cosa stai parlando? Dannazione, principessa Olafsen non è abbastanza? A cosa aspirate ancora, tu e tuo fratello? -

            - Lo saprai, anche troppo presto - rispose lei. - Moritz ed io abbiamo combattuto, per questo, e combatteremo ancora. Siamo i legittimi figli di un uomo potente, che non seppe mai della nostra esistenza. Morì lasciando quale erede un suo figlio illegittimo...e noi siamo vissuti nell’oblio, nella solitudine, pur avendo ogni diritto. -

            - Landor - disse solo Franz, finalmente. - Ora capisco. Lothar non era il legittimo erede. Era mio fratello...ed anche tuo fratello. Figlio di mia madre...figlio di tuo padre. Ma allora, voi due chi diavolo siete? -

            Incapace di mentire ancora, lei annuì. - Siamo Moritz e Carolina di Landor, figli legittimi del granduca Magnus e della granduchessa Cristiana di Norvegia, nata principessa Olafsen. -

            Franz si sedette sul letto. - Come è possibile - le disse piano, quasi a se stesso. - La granduchessa Cristiana ebbe un solo figlio, morto a sedici anni...anni prima della vostra nascita. Lei stessa morì...se non ricordo male, un anno o due dopo la nascita di Lothar -

            - Morì dando alla luce due gemelli...Moritz ed io. Avvenne nel dicembre del 1830, a Palermo. Non aveva mai detto al marito di essere di nuovo incinta. Temeva che lui potesse fare del male a lei, ai bambini che portava in grembo...lui ormai le aveva imposto come suo erede Lothar...il figlio della sua amante...tua madre. Nostro padre era un uomo terribile...Norelmeyer, che sia maledetto, la convinse di questo. E lei, all’inizio della gravidanza, si trasferì a Palermo, per nasconderla a tutti. Naturalmente, non poteva sopravvivere al parto. E’ stato un autentico miracolo che noi si sia sopravvissuti. -

            - Perché Moritz è rimasto a Landor...e perché tu sei finita vittima di quei contadini? -

            - Roderick di Saringen era fedele a nostra madre, ai Landor, e sospettava la doppiezza, la malvagità di Norelmeyer. Fece credere a quest’ultimo che Moritz fosse morto alla nascita...ed invece lo portò con sé a Landor, gli diede un’identità, lo educò. Quanto a me, neppure il dottore si era ancora accorto che i bambini erano due. Alla mia nascita, Norelmeyer mi lasciò alla levatrice, Frau Herzog...era convinto che sarei morta di lì a pochi minuti. Sono sopravvissuta, invece -

            - Mio Dio. Non posso crederci. -

            - Perché no? Moritz è il ritratto di nostro padre...ed entrambi siamo stati riconosciuti dagli Olafsen come appartenenti alla loro famiglia. Ma c’è dell’altro. Norelmeyer è responsabile della morte, oltre che di mia madre, di tua madre...e di mio padre. -

            - Cosa vuoi dire? Parla! -

            - Non morirono in carrozza, il giorno del fidanzamento tra Lothar e Desdemona. Erano amanti da anni, e si incontravano spesso nella fortezza di Nelbrück. Quel giorno, mentre erano a letto, insieme, il lampadario di cristallo cadde... e li seppellì. I cavi erano stati tagliati appositamente per ordine di Norelmeyer. -

            Orripilato, Franz si alzò e la prese per le spalle. - Come lo sai? Chi te lo disse? -

            - Norelmeyer stesso - confessò lei, nascondendo i suoi occhi dorati dietro le palpebre. - A Parigi, sono stata per qualche mese a servizio da loro, prima che Moritz e Roderick di Saringen mi ritrovassero. -

            - Come hai potuto ottenere quest’informazione? E’ un uomo crudele, spietato...molto pericoloso! Se solo sospettasse la tua vera identità, non esiterebbe ad ucciderti, pur di proteggere il suo potere! -

            Lei scosse il capo. - Non chiedermi ciò che non posso rivelarti. Sappi solo che è la verità. Te lo giuro. -

            - Sposami, Karla - ripeté lui. - Ora, subito. Solo io posso proteggerti dai Norelmeyer. Come principessa sovrana di Walkenstein, sarai al sicuro. -

            - No - ripeté. - Non prima di aver affermato la mia vera identità...come granduchessa di Landor. Poi, potrò sposarti. Ma prima devo dimostrare a me stessa ed al mondo chi sono veramente-

            - Questo è più importante per te che essere mia moglie? La madre dei miei figli...e dei miei eredi? -

            - Sì - rispose lei, coraggiosamente, anche se il cuore le si spezzava. - Mi dispiace. Questa lotta ha avuto un prezzo altissimo...non posso abbandonarla ora -

            Franz sentì il forte desiderio di lasciare lei, e quella stanza, ferito dal suo rifiuto. Poi, la guardò.

            Aveva sempre saputo che amarla non sarebbe stato facile.

            - Mi stai chiedendo molto, Karla -

            - Sono sincera. Non è quello che vuoi da me? -

            La notte cadeva fuori dalla finestra. Lei, con un gesto che voleva essere conciliante, gli si avvicinò, si accoccolò tra le sue braccia.

            Franz la strinse, senza parole. Si spogliarono in silenzio, e si coricarono nel letto dalle lenzuola profumate di pulito. Restarono con gli occhi sbarrati nel buio, ciascuno immerso nei propri pensieri, cercando di capire le ragioni dell’altro.

            Karla allungò una mano, gli accarezzò il viso, sentendo sotto le dita la barba nascente. Franz si voltò verso di lei, e la prese tra le braccia, nel buio, soffocando con i suoi baci e le sue carezze, il suo possesso, la loro inquietudine.

            Si amavano, non c’erano dubbi. Ma l’orgoglio di entrambi, ed il passato, minacciavano di scavare un profondo solco tra di loro.

 


VI

 

 

Principato di Walkenstein.

 

 

  L

’avviso che l’illustre visitatore l’attendeva colse Desdemona di sorpresa, mentre esaminava lo stato delle serre con il giardiniere capo. Sebbene non avesse alcuna fretta di incontrare il conte Damian Norelmeyer, suo zio acquisito, non poteva evidentemente far troppo attendere il reggente di Landor.

            Si cambiò, indossò un abito nero e formale, e raccolse i capelli sul capo. L’uomo, di media statura e leggermente appesantito dall’età, l’attendeva nel cosiddetto “salotto verde”, una stanza da sempre utilizzata per le udienze di carattere privato.

            Damian Norelmeyer, nonostante il leggero sovrappeso, non era poi molto cambiato da quando aveva conquistato il cuore di Margaretha Naestved, la sorella minore della principessa Rosaleen di Walkenstein. I capelli ancora neri si erano fatti leggermente brizzolati alle tempie, ed ora li portava più corti di un tempo, ma gli occhi scuri ed insondabili erano quelli di sempre. Un uomo pericoloso. Un uomo senza scrupoli.

            - Altezza Serenissima, sono lieto di rivedervi...e di constatare che state bene, nonostante il gravissimo lutto -

            - Grazie - rispose freddamente Desdemona, porgendogli la mano che lui sfiorò appena. - La zia sta bene, immagino. -

            - Benissimo, e vi porto i suoi più calorosi saluti. -

            - Ricambiateli e ringraziatela da parte mia. -

            Fece accomodare il conte, e suonò per il tè. Quando furono di nuovo soli, arrivarono rapidamente al dunque. Nessuno dei due intendeva prolungare ulteriormente quello sgradevole incontro.

            - Mi stupisce vedervi a Walkenstein. Vi si direbbe molto occupato con il vostro ruolo di reggente -

            - Ahimé...mi sforzo di supplire, con i miei modesti sforzi, all’annosa incuria in cui i precedenti sovrani hanno lasciato il granducato. -

            Desdemona strinse le labbra, dominandosi a stento. State parlando di mio fratello...e del padre dell’uomo che ho amato...e che forse amo ancora, avrebbe voluto dirgli, urlargli su quella sua strana faccia impassibile. Non era forse lui, Norelmeyer, il primo colpevole? Per l’adulazione vergognosa, il servilismo di cui aveva sempre dato prova, di cui aveva sempre circondato il povero Lothar...facendone un burattino nelle sue mani, anziché un vero sovrano?

            - In cosa posso esservi utile, conte? -

            Norelmeyer non fraintese la sua voce bassa, i suoi modi controllati. La piccola, vivace Desdemona era cresciuta...doveva aver avuto dei buoni maestri. Ma, sotto sotto, era impetuosa, appassionata, decisa come era stata sua madre.

            E forse nascondeva altrettanti segreti.

            - Ho saputo che ospitate un contingente straniero...di uomini armati -

            - Vi riferite alla guardia personale del principe Olafsen? - replicò lei con un sorriso. - Oh, ma è solo un ospite. Un vecchio amico di mio fratello, giunto da Berlino per trascorrere l’estate con noi. -

            - Ah. Ma vostro fratello...è assente. -

            - Ci raggiungerà molto presto. Il principe ha ceduto ad un mio capriccio...ed è venuto a tenerci compagnia un po’ prima del previsto. -

            - Non vorrei che questo potesse nuocere...alla vostra reputazione, Altezza. -  

            - Dite? Questa è una reggia, non la mia residenza privata. Andiamo, Norelmeyer...di cosa avete paura? Che qualcuno invada in armi Landor? -

            Norelmeyer non rispose, stupito della sua audacia. Era anche troppo semplice capire che Desdemona non gli avrebbe fornito alcuna informazione utile. Per quanto lo preoccupasse la presenza di uomini in armi così vicino a Landor, non poteva, non voleva pensare che Berlino stesse compiendo un efferato doppio gioco, conducendo colloqui con David per un appoggio alla loro reggenza...e contemporaneamente mandando un contingente ad invadere Landor. Ed a favore di chi, poi? Franz di Walkenstein aveva più di una volta dichiarato, anche ufficialmente, di non aver alcun interesse a divenire il sovrano di Landor.

            Doveva davvero pensare che questo Olafsen fosse solo un amico di famiglia dei Walkenstein...o l’amante di Desdemona.

            Per quanto promettente fosse questa prospettiva, capiva che lei non era una sciocca...e non gli avrebbe fornito alcuna arma da utilizzare contro di lei.

            - Bene. Sono vostro zio...e mi preoccupo per voi. -

            - Ve ne sono grata - lei si alzò, costringendolo senza appello ad accomiatarsi. - Rinnovate i miei saluti alla zia -

            Norelmeyer le baciò la mano, ed uscì, accompagnato da una guardia fino all’esterno.

            Dominando la rabbia, il cupo, istintivo risentimento che quell’uomo da sempre le ispirava, Desdemona si diresse verso l’appartamento di Moritz.

            Lui le aprì, vestito con un semplice paio di pantaloni ed una camicia. Era la prima volta che lei lo vedeva senza un’uniforme. Le parve diverso, più giovane.

            - Sei sconvolta...e non è ancora ora di cena. Cosa è successo, Desdemona? -

            Lei entrò, ed attese che lui chiudesse la porta alle loro spalle prima di parlare.

            - Norelmeyer è stato qui. Per fare domande...su di te -

            - Non mi stupisce. - sorrise l’uomo - La sua intelligence ha sempre funzionato meravigliosamente. Ha molte spie, qui a Walkenstein. -

            - Non credo sappia ancora...chi sei veramente -

            - Lo scoprirà - Moritz le fece strada verso il piccolo salotto. - Prendi con me un po’ di tè, e non ti preoccupare. Ho dei vecchi conti in sospeso con Norelmeyer...tutti noi ne abbiamo. Credimi, pagherà. Fino all’ultimo. -

            - Mi fa paura - confessò lei. - Ha osato insinuare... - poi, si bloccò, imbarazzata.

            - Che io sia il tuo amante? - sorrise di nuovo Moritz. - Mio Dio, quell’uomo ha davvero una fantasia sfrenata -

            Qualcosa, nel tono in cui lo disse, fece sorridere la donna. Cominciava a sentirsi intimamente un po’ ridicola per la propria fiera resistenza. Nelle ultime settimane, si era abituata alla presenza di Moritz...cenavano sempre insieme, trascorrevano le serate nel piccolo salottino giocando a carte, a scacchi, e chiacchierando del più e del meno...e spesso cavalcavano insieme nel parco, come lei aveva fatto per tanti anni con Heinrich.

            Ma Moritz non era Heinrich.

            Desdemona ne era acutamente conscia. Solo la sua ostinazione le consentiva di celare a se stessa tutta una serie di scomode verità.

            - Hai una bella pazienza. Dì la verità...sono stata insopportabile -

            - Sì - le disse lui. - Invidio mia sorella. Ho ricevuto ieri una sua lettera. Ha rivisto Franz...e lui, almeno, ha ceduto subito. -

            - Ne sono contenta per loro - mormorò lei, sedendosi vicino alla finestra, soffocando nel pesante abito nero indossato per il colloquio di Norelmeyer. - Ma credi che...durerà? -

            - Tuo fratello le ha chiesto di sposarlo...e lei ha detto di no. Fino a quando...tutta questa storia non sarà chiarita -

            - E Franz? -

            - Pare che abbia dovuto accettarlo. -

            - Spero almeno che lei non sparisca di nuovo nel nulla -

            - Desdemona - le disse lui, avvicinandosi a lei. - Io non sparirò nel nulla -

            Lei sollevò lo sguardo su di lui. Non si erano più baciati da quel giorno al lago...e lei aveva fatto finta con se stessa che non sarebbe più successo. E che avrebbe rimpianto in eterno Heinrich, votandosi al suo ricordo.

            La verità era che desiderava Moritz. Follemente.

            - Cedimi almeno un po’ - le disse l’uomo, accarezzandole una mano. - Non del tutto, se non sei pronta. Ma almeno un po’. Non resisto più...a starti così vicino, senza poterti nemmeno sfiorare-

            - Cosa vuoi? -

            - Fare un gioco. Un gioco non pericoloso. -

            - Tuffarsi di nuovo dalla cascata? - sorrise lei.

            - No...qualcosa di diverso. Di più...eccitante. -

            Le prese la mano, la costrinse dolcemente ad alzarsi. - Giuro che non cercherò di fare l’amore con te...fino in fondo. Ma lascia che io ti tocchi. Come desidero. Come desideri. -

            Lei si morse istintivamente le labbra, fissandolo. - E’ solo sesso...è quello che vuoi? -

            - In questo momento...sì. -

            - Non faremo l’amore, allora? -

            - No...non adesso. -

            - Non sarei altrettanto colpevole...che se ti lasciassi andare fino in fondo? -

            - Perché...colpevole? -

            Lei capì che era un gioco volutamente perverso. Si concentrò sull’idea che non fare davvero l’amore potesse essere in qualche modo...assolutorio. Ma non lo era affatto, lo sapeva bene.

            Il caldo pomeriggio estivo sembrava opprimerli. Il silenzio, al di fuori delle finestre aperte, era pressoché assoluto, come nell’imminenza di un temporale.

            Con calma, senza fretta, lui cominciò a slacciarle l’abito sulla schiena, di fronte ad un grande specchio a parete. Lo lasciò cadere a terra, e si concentrò sui lacci dello stretto corpetto. Lei era bellissima. Come sempre.

            - Hai i seni più belli del mondo - le sussurrò nell’orecchio, mentre li prendeva tra le mani, accarezzandoli dolcemente, sensualmente. - Le dimensioni perfette, la forma ideale...sei semplicemente meravigliosa. Avevi sedici anni, la prima volta che ti ho incontrata, un vestito di tulle azzurro...ed il più fantastico seno che avessi mai visto. -

            Lei non poté trattenersi dal gemere, sotto le sue carezze. Le sue mani le accarezzarono il collo, e poi salirono al suo capo, sciogliendo la gran massa di ricci dorati. - Desdemona. - le sussurrò. - Posso andare avanti? -

            Lei annuì, nello specchio, la gola troppo contratta per poter parlare.

            - Voglio rivederti nuda, prima di toccarti ancora - le disse. - E vorrei che, per una volta, anche tu mi vedessi...mi conoscessi. Muoio dalla voglia di farmi toccare da te. Saresti...disponibile?-

            Lei annuì ancora, ad occhi chiusi.

            Le fece scivolare i mutandoni giù per le gambe unite, e la fece sedere sul bordo del divano. Si inginocchiò davanti a lei, lasciando che con dita abili la donna gli facesse scivolare la camicia giù dalle spalle. Desdemona lasciò che le sue dita indugiassero sulla sua pelle calda e liscia, sui suoi muscoli solidi. Sapeva già che, quando avrebbero fatto l’amore, avrebbe affondato le unghie nella sua carne. Non vedeva l’ora di sentire la sua schiena sotto le dita.

            - Slacciami i pantaloni, Desdemona -

            Lei sorrise. Senza parole, sfilò la fibbia della cintura, e poi la cintura stessa. Ma, prima di aiutarlo a sfilarsi l’indumento, lo accarezzò intimamente attraverso la stoffa ruvida. Moritz gemette, il proprio autocontrollo cominciava a sfilacciarsi.

            - Stavolta sono io che te lo chiedo. - gli disse lei, con voce roca, spezzando il suo lungo silenzio. - Quanto avanti vuoi che io vada? -

            - Quanto...ti senti. -

            - Lo immaginavo. - Sempre sorridendo, lo aiutò a liberarsi di ogni indumento. Lo accarezzò sicura...sapeva come si faceva. E, stranamente, non ne provava alcuna vergogna. Non si sentiva sminuita, od imbarazzata, per aver appreso quel genere di cose da un altro uomo. Il presente solo contava...e si diede della sciocca per aver esitato fino a quel punto, lasciando che il ricordo del suo passato li inibisse fino a quel punto.

            - Posso...? - gli chiese.

            - Fai quello che vuoi -

            L’immagine di lei, completamente nuda, che gli dimostrava nel modo più eloquente possibile la sua passione per lui, andò alla testa di Moritz, lo tramortì, insieme al piacere squisito che lei gli stava dando, con esperienza e tenerezza. Come avevano potuto attendere così a lungo tutto quello? Perché avevano perso così tanti anni...così tanto tempo?

            - Desdemona...- ansimò, accarezzandole il capo biondo, sconvolto, sentendo il reciproco potere che li univa. Il potere che la sottometteva a lui, ansiosa di dargli piacere...il potere che sottometteva lui, la sua più intima virilità, a lei, alla sua bocca morbida ed esperta.

            Incapace di trattenersi, la fece sollevare, e la adagiò sul divanetto.

            - Non faremo l’amore, te l’ho promesso - le ripeté, ironicamente.

            - Non stiamo forse facendo...di peggio? -

            - Di molto peggio - le confermò, lottando per ritrovare una parvenza di controllo. Le allargò le gambe con le due mani, e cominciò ad accarezzarla intimamente, senza fretta...deliziosamente.

            - Ricordi quella notte? - le disse, mentre non smetteva di toccarla, con infinita pazienza, e lei si inarcava per il piacere, ancora invasa dal suo gusto, dal suo odore.

            - E come potrei dimenticarla? - gli sussurrò, gli occhi chiusi. - La prima volta che sono venuta. La più meravigliosa esperienza che avessi mai fatto. -

            - Voglio farti di nuovo provare lo stesso piacere. Ma intendo...fare anche di peggio. -

            Lei capì subito cosa intendeva. Quella volta, timoroso di farle male, di violarla, non l’aveva sfiorata che esternamente. Ora, era tutta da esplorare, aperta come un fiore, disponibile. Quando sentì le sue dita dentro, lei trattenne a stento un grido. Lo desiderava follemente. Desiderava il suo sesso. Quel contatto, per quanto intimo, non poteva bastarle.

            - Non oggi - ripeté lui, come prendendola e prendendosi in giro. - Le regole del gioco che stiamo giocando...non lo permettono. -

            - Non so...non so se resisterò ancora a lungo -

            - No...non a lungo. Ancora un po’, però. Voglio rimandarti nella tua camera non del tutto soddisfatta. Capisci cosa intendo? -

            - D’accordo. Non mi darai il tuo sesso...ma dammi il piacere lo stesso. Ed io, poi, lo darò a te...accetto questa regola -

            - E’ un piacere concludere accordi con lei...principessa -

            La accontentò, godendo a sua volta del suo tocco, del suo nuovo, dolce, irresistibile assalto.

            Quel delizioso antipasto li aveva preparati entrambi per la resa definitiva. Ma non quel giorno. Non in quel momento.

            Così era più eccitante.

            Nudi e sudati, entrambi giunti al godimento, entrambi desiderosi solo più del possesso completo, si baciarono sulla bocca, come si erano baciati fin dalla prima volta. Senza pudore, senza remore. Con passione. Con il profumo del loro piacere che li avvolgeva.

            I loro baci scandirono i minuti, fino all’ora di cena. Si aiutarono reciprocamente a rivestirsi, ed arrivarono insieme in sala da pranzo, come se niente fosse, guardandosi senza parlare da un capo all’altro del tavolo.

            Soli nel salottino, si sorrisero.

            - Tecnicamente, non sei ancora il mio amante - gli disse lei, puntigliosamente.

            - Non ancora - convenne lui. - Dormi bene, stanotte.-

            - Dormirò meravigliosamente - rispose lei. Gli porse la mano, e lui la sfiorò con un bacio.

            Sola nella sua stanza, Desdemona si chiese perché non provasse alcun rimorso. Ma solo un meraviglioso senso di anticipazione.

           

 

           

 

 

  - E

cco - le disse Moritz, con una certa amarezza, indicando con il frustino le casupole al limitare del bosco. - Campi distrutti dalla carestia. Famiglie sterminate dal colera. E’ tutto in dissoluzione. E questo è Landor. -

            Desdemona non rispose. Sapeva bene quali danni l’incuria dei regnanti del granducato avesse provocato. Mentre Walkenstein prosperava, sotto l’attenta direzione di Franz e della sua famiglia, a Landor regnavano fame, miseria, disperazione.

            - Non posso aspettare molto. Questa gente non può aspettare! Bisogna fare qualcosa...e presto! -

            - Intendi davvero invadere Landor in armi, come teme Norelmeyer? - gli chiese lei, trattenendo il suo cavallo, fermo accanto a quello di lui.

            - Non ho ancora avuto il via libera da Berlino. Stanno trattando anche loro con i Norelmeyer...all’insaputa di Vienna. -

            - Bismarck non si fida di te? -

            - Bismarck non è diventato il padrone della Germania fidandosi degli altri...e di me, meno che di chiunque altro. Potrei essere solo, in questa lotta. Ma so che non posso attendere ancora molto. -

            Desdemona tacque. Si chiese cosa ne sarebbe stato di lui, se avesse tentato di conquistare Landor...ed avesse fallito. L’idea di perderlo di nuovo, forse definitivamente, la terrorizzava.

            - Hai paura...per me? -

            - Sì - ammise lei. - Ancora non conosco che una minima parte dei tuoi piani, dei tuoi progetti...ma so che ti hanno già portato via da me una volta. Ti ho creduto morto per anni. -

            - Lo so. Non ti mentirò più, Desdemona. Ma devo correre i miei rischi. La posta in gioco è troppo alta, lo è sempre stata. -

            - Non ti accontenterai mai di quello che hai già ottenuto, vero? - gli chiese lei. - Sei il principe Olafsen, ora. Ricco, nobile, temuto...rispettato. Potresti tornare in Norvegia...condurre laggiù una vita serena, operosa -

            - Ma io sono l’erede di Landor. Questo non posso dimenticarlo. - le rispose Moritz, fissandola. Lei era bellissima...la donna che amava. Si rese conto che, quel giorno, non glielo aveva ancora detto. - Non credere che non ne sia tentato. Potremmo sposarci. Vivremmo come principe e principessa Olafsen, e saremmo felici...ma non potremmo mai dimenticare Landor. Non è solo un’eredità...è una responsabilità. Lo puoi capire? -

            - Sì, certo - rispose lei, che aveva lottato duramente per il bene del proprio principato, anche quando aveva avuto il cuore straziato. - Certo che ti capisco. Non saresti Moritz...se non la pensassi così -

            - Ti amo, Desdemona -

            - Lo so. - rispose lei, con un sorriso. - Almeno su questo, non ho mai avuto dubbi. -

            - Mi puoi...accettare? Come tuo fratello ha accettato Karla? -

            - Ti ho accettato da sempre. Da quell’assurda notte in carrozza. - sorrise lei, di nuovo.

            - Allora...perché mi resisti? -

            - Mi vergogno - confessò lei. - Sono stata di un altro. Non posso dimenticarlo. Temo che anche tu non possa dimenticarlo. -

            - Non è questione di dimenticare. Lo so che hai amato Heinrich. Mi fa male ammetterlo, ma so che è la verità. Era un uomo magnifico. Mi ha fatto da maestro, è stato un leale alleato...e, cosa che più mi fa rabbia, un marito perfetto per te. Ma quando sono con te non penso a nulla, se non alla felicità che mi dai...ed al desiderio che provo per te. La tua esperienza ha reso il nostro incontro di ieri ancora più perfetto. Non possiamo tornare indietro nel tempo. Non lo vorrei neppure, a questo punto. -

            - Come vorrei che quella notte non ci fossimo fermati. Saresti stato mio...prima di chiunque altro. -

            - Non era il momento, e neanche il luogo. Se i prussiani mi avessero davvero fucilato, cosa ne sarebbe stato di te? Desdemona, io ti amo per quella che sei, non per quella che eri. E’ così difficile da capire? -

            Lei scosse il capo.

            - Vuoi che torniamo a casa? Comincia a far fresco. -

            - Vorrei andare a Nelbrück - disse lei, inaspettatamente.

            - Nelbrück? - si stupì Moritz. - Perché? -

            - Non ci sono mai stata. E’ il luogo dove per anni ed anni i nostri genitori si sono incontrati...ed io non ci sono mai stata. -

            - Non è un bel posto. E’ pieno di tristi ricordi. -

            - Lo conosci? -

            - Sì. Da bambino ci andavo spesso. Mi piaceva spiare...mio padre. Era l’unico modo che avevo per poterlo osservare da vicino. Mille volte sarei andato apertamente da lui, gli avrei detto: “Sono vostro figlio. Perché avete accettato Lothar...e rifiutato me?”. Ma non osavo. Avevo paura. -

            - Deve essere stato orribile. Soprattutto considerando che tu eri il figlio legittimo -

            - Come l’hai capito? -

            - I tuoi capelli. Tua madre. Lei era norvegese. Lei era Cristiana di Landor -

            - Sì - ammise Moritz. - Non era tutto assurdo? -

            - Lo era. Vedesti anche mia madre, a quei tempi? Te la ricordi? -

            - La ricordo bene. Era bellissima...bella come te e come Lothar. Ma bruna, con la pelle scura. Morirono insieme. -

            Desdemona non disse nulla per qualche istante. Poi, gli prese una mano. - Non è incredibile? E’ come se io e te ci fossimo incontrati per rimettere a posto un intreccio spezzato molti anni fa. I nostri genitori erano amanti, adulteri...noi ci amiamo di vero amore, e potremmo, un domani, essere sposi legittimi. Loro hanno creato odio, menzogna. Noi siamo chiamati a far luce...ed a restaurare la verità. Vorrei andare lì con te, stasera...ho le chiavi. -

            - Chiavi? - rise Moritz, commosso dalle sue parole. Anche lui aveva spesso avuto quel consolante pensiero. Lui e Desdemona, Karla e Franz, potevano finalmente raddrizzare antichi torti, riparare vecchi errori. - E che bisogno ce n’é? Ho sempre saputo entrare a Nelbrück senza chiavi. Seguimi! -

            Spronarono i loro cavalli, e si diressero verso la vecchia fortezza, piuttosto vicina al luogo in cui erano, ma ancora invisibile.

            Sorridendo, Desdemona si lasciò aiutare a scavalcare i bassi balconi. Come Moritz ricordava, dal retro si accedeva tranquillamente all’interno della fortezza per mezzo di una finestra mal chiusa. Quando furono dentro, tacquero entrambi. Il luogo, deserto da anni, era a dir poco spettrale, per quanto sorprendentemente pulito.

            - Vieni, aiutami. Facciamo entrare un po’ di luce. -

            Spalancarono alcune finestre, e Moritz frugò in un vecchio armadio fino a che trovò numerose candele di cera. Prendendo per mano Desdemona, la portò in una grande stanza del tutto spoglia.

            - E’ qui che successe. Tua madre...mio padre. Erano a letto qui, la sera del tuo fidanzamento con Lothar. Sopra di loro pendeva un grande lampadario di cristallo. - La voce di Moritz assunse una nota metallica nell’acustica distorta del grande locale. - Dormivano...dopo l’amore. Ad un tratto, il lampadario cadde. E li seppellì...insieme, per sempre -

            Desdemona rabbrividì, e si strinse a lui.

            - Non fu un incidente. Norelmeyer aveva fatto tagliare i cavi che lo trattenevano. -

            La donna si nascose il volto tra le mani.

            - Come fai...a saperlo? -

            - Ero qui, quando accadde...nascosto sul balcone. -

            - Moritz...usciamo da questa stanza. Mi sento opprimere. -

            Lui la prese per mano, e la condusse via di lì. Sull’altro lato della fortezza, c’erano le cucine, ormai abbandonate, e le stanze da letto della servitù. Uscirono da una porticina secondaria nella foresta. Stava già facendo buio.

            - Non c’è luna, stanotte. - le disse Moritz. - Dobbiamo sbrigarci a tornare...o non sarà sicuro cavalcare nel bosco. -

            - Abbiamo ancora abbastanza luce per raggiungere il parco. Andiamo un istante nel tempietto greco. Sono troppo sconvolta perché altri mi vedano. -

            - D’accordo. Là, accenderemo le candele che ho trovato. Vieni. -

            Cavalcarono a spron battuto fino a che la foresta non cedette il passo al curatissimo parco della Reggia di Walkenstein. Quando la bianca sagoma del tempietto greco si stagliò nel buio, scesero da cavallo, ed entrarono nel piccolo, aggraziato edificio.

           

 

 

 

 

 

 

  - E’

 qui che ci siamo incontrati per la prima volta - disse lei, sedendosi infreddolita su di una panca ricoperta di velluto rosso, mentre lui disponeva tutto intorno a loro le candele e le accendeva ad una ad una. La luce morbida delle fiammelle creava ombre irreali sui muri. Desdemona si alzò, e si inoltrò nel centro del tempietto, dove a suo tempo era stata creata una piccola alcova lussuosamente arredata in stile indiano, su volere di sua madre. Che peraltro, per i suoi illegittimi amplessi, aveva sempre preferito la ruvida severità di Nelbrück, così opportunamente vicino a Landor. - Eri mascherato. E freddo. Mi sentii una vera stupida. -

            - Eri bellissima. Mi hai preso il cuore, quella notte. -

            - E tu a me. - Desdemona lo fissò, nella penombra. - Le ombre del passato troppo a lungo hanno gravato sulle nostre vite. I nostri genitori sono morti nel disonore...e Norelmeyer non fu l’unico colpevole. -

            - Ma noi non siamo loro. E’ da un’intera vita che ne stiamo dando prova. -

            - Eppure - ammise lei, finalmente sincera anche con se stessa. - Non ti desidero di meno...di quanto mia madre possa aver desiderato tuo padre. Non so se mi sarei comportata diversamente da lei. Il mio amore per te è sempre stato tale...che non mi sento di giudicarla. -

            La portata di quell’affermazione era sconvolgente. Moritz la fissò alla luce incerta delle candele. Lei era una donna fedele...questa era la verità. L’unica sua infedeltà era stata commessa quando era solo una ragazzina...nei confronti di un fidanzato lontano, praticamente impostole, che mai avrebbe potuto essere suo sposo.

            Ora, solo il suo amore per Moritz poteva riuscire a staccarla definitivamente dal ricordo del suo primo marito. E, per una donna leale come Desdemona, non era impresa da poco.

            - Desdemona - le disse, prendendole le mani tra le sue. - Ricordi? Un giorno ti dissi che sarebbe arrivato il momento, il momento in cui, contro tutti e contro tutto, tu saresti stata completamente mia. Vuoi che questo momento sia stanotte? -

            - Non è solo sesso, ora? - gli chiese lei, le lacrime che le impreziosivano lo sguardo scuro.

            - Non lo è mai stato, con te, e lo sai -

            Lei annuì.  - Lo voglio, Moritz. Non posso più aspettare -

            Le loro labbra si sfiorarono. Lui sentì sotto le dita le sue lacrime, e sulla bocca il loro sapore lievemente salato. Non si offese per quelle lacrime. Non l’avrebbe amata così se lei fosse stata diversa.

            C’erano ricordi di lei che non gli appartenevano. L’aveva già accettato, da tempo...ora, doveva far sì che ci riuscisse anche lei.

            Desdemona cercò di cancellare dalla sua mente il ricordo di Heinrich...la loro bellissima prima notte di nozze, gli anni di passione tenera e condivisa che li avevano uniti. Doveva prepararsi ad un nuovo possesso, ad un modo diverso di essere donna...senza amarezza, capì che il passato, a quel punto, non doveva più opprimerla.

            Perché, anche se aveva tentato, non poteva rinnegare il suo amore per Moritz.

            Le dita di lui si impigliarono negli stretti lacci del suo corsetto da amazzone. Desdemona lo aiutò, e poi, a sua volta, gli slacciò l’abbottonatura della giacca della sua uniforme verde e nera. Alla luce delle candele, il loro corpo, la loro pelle, splendevano di vita, quella di lei lievemente più scura, ambrata, antico retaggio di sua madre...quella di Moritz, chiarissima, appena abbronzata dalla vita all’aria aperta che lui amava.

            Nuda sui cuscini ricamati, lei sembrava sempre più simile alla creatura selvaggia, esotica che era stata sua madre, la principessa indiana. Lui capì che era anche quello che l’aveva sempre attratto. La sua innegabile diversità, nonostante i capelli biondi e la sua educazione occidentale.

            I loro gesti non avevano fretta. Entrambi temevano il momento che doveva arrivare. Era più facile giocare con la passione...che amare con tutto il cuore. E quello era il punto di non ritorno a cui erano giunti.

            Non ebbe bisogno di accarezzarla per capire che era pronta. Era pronta per lui da una vita...nonostante tutte le sue proteste.

            - Ho paura - le disse - Ti ho aspettata, voluta così a lungo...che temo di non essere all’altezza di te, del tuo amore. -

            Lei sorrise. La sua fragilità gli faceva onore, come uomo, impreziosiva la sua resa. Ricordò con tenerezza, ma senza rimpianto, l’imbarazzo di Heinrich, la prima volta...il timore di offenderla, di farle del male.

            - Quello che ci unisce è così profondo da non potersi esaurire in un atto fisico, e lo sai - gli rispose lei, finalmente conscia. - Ma anche questo è importante, perché ci unirà ancora di più...e tu lo sai. -

            - Sì...lo so. - la strinse tra le braccia, facendola sdraiare sui morbidi cuscini, tenendola stretta come una cosa preziosa, baciandola con tenerezza. Desdemona chiuse gli occhi, e lasciò che lui, con la mano, le socchiudesse le gambe. Li riaprì quando sentì che la stava penetrando. Inaspettatamente, gemette di dolore.

            - Cosa c’è? - le chiese Moritz, immobilizzandosi dentro di lei. - Ti ho fatto male? -

            - Sì - ammise lei, con una piccola smorfia. - Non credevo, ma...un po’. Ora però sta passando. -

            - Avrei dovuto pensarci - le rispose lui. - E’ molto tempo che...beh, quando una donna non fa l’amore per molti mesi, poi può far male. L’ho sentito dire. -

            - Davvero? - chiese lei, incuriosita. - Ma ora non più. Moritz...- la sensazione del suo membro dentro di lei, a stretto contatto con il suo corpo, la stava piacevolmente invadendo. Non ricordava quasi più come fosse sensuale, avvolgente. Si inarcò involontariamente, facendolo penetrare ancora più a fondo, e strappandogli un gemito di piacere.

            - Non ti fa male? - le disse lui, con voce bassissima, trattenendosi a stento. Il piacere che provava, acuito dalla lunga attesa, lo stava sovrastando.

            - Male...? No... - Desdemona si morse le labbra, invasa da un eccitazione selvaggia che le fece rovesciare il capo all’indietro, la testa sui cuscini. - Ti prego... -

            - Ti prego...cosa? - la provocò lui, con un sorriso. Era meraviglioso. Erano finalmente insieme, ed era meraviglioso, come aveva sempre saputo che sarebbe stato. Mentre si muoveva dentro di lei, strappandole gemiti di sorpreso piacere, le mormorava tutto il suo amore, la sua ammirazione. - Ho sempre desiderato le tue gambe, le tue magnifiche gambe, strette intorno ai miei fianchi, amore - le disse - E le tue unghie sulla mia schiena...sto morendo dentro di te. Tu mi fai morire -

            - Tu fai morire me - gli disse lei, ormai preda dei brividi deliziosi che precedono l’orgasmo. Gridò il suo nome mentre l’appagamento la invadeva...e poi, lo strinse forte, fortissimo, mentre lui giungeva a sua volta al piacere.

            Sudati e stanchi, appagati, si abbracciarono strettamente, il capo di lui sul suo seno, mentre lei ne accarezzava i capelli corti, così biondi da splendere nel tenue lucore delle candele.

            - Ti amo, Desdemona. Ti ho sempre amata. Soltanto tu. -

            - Anch’io ti amo. - Desdemona lo accarezzò con la tenerezza che avrebbe riservato ad un figlio...il figlio mai nato. Voleva dargli tutto l’amore del mondo. Voleva compensarlo per la sua infanzia disperata, la sua giovinezza solitaria, le umiliazioni subite, le scelte difficili...

            - Sono uno stupido - le disse d’un tratto lui, sollevandosi e guardandola. - Ero così preso da te, dalla nostra unione, che non ci ho nemmeno pensato. -

            - A cosa? -

            - Sono venuto dentro di te...è stata un’emerita sciocchezza. E se tu...restassi incinta? -

            Desdemona si incupì, ma non per il motivo cui lui poteva pensare. - Moritz...non ne abbiamo mai parlato. Io non ho mai avuto figli...e neppure gravidanze. Potrei...potrei essere sterile. Ho fatto decine di visite specialistiche, ed anche Heinrich...ma non è emerso mai nulla. Potrei non essere mai in grado di darti un figlio. -

            - Desdemona - le disse lui, accarezzandole una guancia. - Cosa vuoi che mi importi? Ti amerei comunque...ed in ogni caso, è più probabile che la responsabilità fosse di Heinrich. Se non ricordo male, non ebbe figli nemmeno dalla prima moglie -

            - Sì, ma... -

            - Niente ma. Io mi preoccupo per te. Il nostro futuro è tuttora molto incerto. Cosa succederebbe se tu...aspettassi un bambino? -

            - Al diavolo il mondo intero. Tu mi ami, la mia famiglia mi ama, ed io non devo dimostrare nulla a nessuno. Lo amerei con tutto il cuore. E sarebbe meraviglioso. Ma non voglio cullare false speranze. Prendiamo il futuro come viene...per una volta. -

            - Forse hai ragione. Ma...non credi sarebbe meglio essere più prudenti, in futuro? -

            Lei scosse il capo. - No. Non rinunciamo alla spontaneità della nostra unione. Abbiamo molto tempo perduto da recuperare...-

            - E come lo vorresti recuperare? - sorrise lui, accarezzandole pigramente il seno.

            - Dimostrami il tuo valore...se sei un uomo vero. -       

            - Ne dubiti? - le chiese, e siccome lei annuiva, provocante, se la mise addosso, facendole sentire quanto fosse già pronto per lei.

            - Io posso anche ricominciare subito...e tu, tesoro? -

            Lei sorrise, e si fece aiutare da lui a lasciarsi nuovamente penetrare. Guardandola, Moritz le prese i seni tra le mani, mentre lei, lasciandosi guidare solo dal proprio piacere, lo dominava con il suo ritmo, quello che le fluiva dal cuore.

            - Sei così bella...non fermarti. -

            - Ti pentirai di avermi lasciato fare a modo mio - lo ammonì lei, mentre i suoi lunghi capelli gli accarezzavano le cosce.

            - Con me, potrai sempre fare a modo tuo. -

            Lei sorrideva, ad occhi chiusi, sentendosi finalmente del tutto libera.

            Ormai, le mancava solo una cosa dalla vita per essere completamente felice. E forse, se gli dei fossero stati benigni, quella cosa Moritz avrebbe potuto dargliela. Un figlio.

                       

           

 

           

   S

gattaiolarono che ormai era notte nell’appartamento di Moritz, ridacchiando come due ragazzini e nascondendosi alla vista delle guardie di palazzo.

Lui le lanciò una vestaglia e le ingiunse di chiudersi nella camera da letto, mentre chiedeva all’efficientissimo maggiordomo del cibo caldo e dell’acqua per il bagno.

            Quando la raggiunse in camera, lei si stava lentamente svestendo. Indugiò con lo sguardo sul suo corpo magnifico, di cui non sarebbe mai stato sazio. Lei sorrise, intuendo facilmente il corso dei suoi pensieri.

            - Non prima di avermi nutrita e lavata - gli ingiunse.

            - D’accordo. Presto, la tua efficientissima servitù provvederà. E la tua governante? Non si preoccuperà per la tua assenza? -

            - Sandra non fa più domande, da parecchio tempo, ormai. Anche lei prende la vita...come viene -

            - Saggia donna - Moritz non resistette, e le si avvicinò. - Non farti più vedere con quelle calze di seta con la giarrettiera rossa, se non vuoi che ti salti addosso. -

             - Buono a sapersi - lo provocò lei, cominciando a sfilarsele. Gli tirò dietro una scarpa, badando a non fargli male, quando vide che le si stava avvicinando troppo.

            Moritz rise, e si sedette sul letto, a distanza di sicurezza. Sul comodino, notò una busta color panna, di carta molto pesante e costosa.

            - Non hanno più alcun pudore. - disse, divertito. - I Norelmeyer usano sulla loro carta da lettere lo stemma dei Landor. E’ un invito, tesoro mio. Ad un ballo, domani sera. -

            - Vogliono vederti da vicino, è evidente, e giudicare se puoi essere per loro una minaccia - Desdemona si strinse nella vestaglia e si sedette vicino a lui per esaminare il biglietto. - Immagino che abbiano invitato anche me. Intendi andare? -

            - Naturalmente. Non mi perderei questa serata per nulla al mondo. E tu verrai con me...è ovvio -

            - Ma...ti riconosceranno! -

            - Ed allora? Giocheremo il nostro gioco, Desdemona. Fino a prova contraria, io sono il principe Olafsen. E loro non possono smentirmi. -

            Desdemona non disse nulla, giocherellando soprappensiero con il biglietto. L’audacia di lui l’aveva sempre sgomentata, ed ora più che mai. Ma sapeva bene che tentare di fermarlo sarebbe stato assurdo.

            - Avanti, rilassati - le disse lui, sorridendo, facendole scivolare una mano tra le cosce nude. - Lasciati toccare - le sussurrò - Dove ti ho penetrata. Ti fa male? -

            - Un po’ - sorrise lei, eccitandosi subito per il suo tocco spregiudicato. - E la cena? -

            Moritz non le rispose, invadendole la bocca con la lingua, e continuando ad accarezzarla con tenace dolcezza, intimamente.

            - Dimmi quando vuoi che smetta - le sussurrò, mentre posava la bocca sul suo seno, e le mordeva dolcemente un capezzolo.

            - Non smettere - lo implorò lei.

            Nemmeno si accorsero che il maggiordomo, nella stanza vicino, stava preparando il tavolo per la loro cena.

            Grazie a Dio, la pesante porta della camera da letto era chiusa.


 

 

 

 

VII

 

 

 

  - A

iutami a scegliere il mio più bell’abito da sera...e non fare domande -

Sandra si avvicinò, scuotendo il capo. - Cosa potrei mai chiederti, bambina mia? Non torni a casa per la notte, sparisci per ore, non mi dici più nulla da settimane. Non sono stupida. E nemmeno troppo infelice. Comunque sia, hai smesso di struggerti per il passato...e questo è già un progresso. -

            - La cosa è un tantino più complicata di così - ammise Desdemona.

            - Lo immagino. Ma non voglio sapere. Sei felice...almeno? -

            - Sì...moltissimo. Ed ho anche paura. -

            - Paura...di cosa? Che i suoi sentimenti non siano sinceri? -

            - No. Non è questo che temo. Ma ci sono questioni antiche e complesse...molti problemi. Mi odi perché ancora non te ne parlo? -

            - No - sorrise Sandra, comprensiva come una madre. - Andiamo, scegliamo il vestito più bello...e facciamola finita con queste chiacchiere. -

            Desdemona spalancò le numerose ante del proprio guardaroba. Nero, nero, nero....basta con il nero. Ne era arcistufa.

            - Escludendo il bianco, ed i colori vivaci...cosa posso indossare? -

            - Marrone e lilla. Viola, lavanda, porpora, forse. -

            - Ne avevo uno color lavanda, molto scollato, comprato a Parigi. Lo ricordi? -

            - Ti era stretto in vita. Dovremmo risistemarlo. -

            - Uhm - Desdemona esaminò le stoffe, tutte di prima qualità. I modelli, peraltro, non erano recentissimi. Non aveva più avuto desiderio di acquistare nulla dopo la morte di Heinrich.

            - Voglio quello lavanda...ma rifaremo anche lo scollo. Lo tiriamo giù sulle spalle, e togliamo la crinolina. -

            - Niente crinolina? Sei matta? - si stupì Sandra.

            - Io sono alta, sto meglio con linee semplici. Per me, sarebbe stata ideale la moda stile impero. Via quell’ingombro, ho deciso: niente crinolina. E spalle nude, senza dubbi. -

            - Un po’ audace...per una vedova. -

            - Francamente, non è più così che mi sento - ammise Desdemona. - Mi disprezzi per questo? -

            - Affatto. Meriti più di chiunque altro un po’ di felicità. Heinrich ne sarebbe felice...se lo sapesse. -

            - Non è come pensi. Quest’uomo...è venuto addirittura prima di lui. -

            - Lo so. Sono meno ingenua di quel che pensi, signorina. -

            - Allora, sapevi? Di....Moritz? -

            - Mi prendi per stupida, forse? Quella notte, nella tua stanza, credevi forse fossi cieca? -       

            Desdemona arrossì, ripensando a quell’episodio giovanile.

            - Ti ringrazio allora per aver taciuto -

            - Le mamme non servono forse per questo? -

            Desdemona la abbracciò - Sandra...tu sei stata davvero come una mamma, per me e per i miei fratelli. Cosa avremmo fatto senza di te? -

            Sandra si commosse. Lo sapeva, ma era meraviglioso sentirselo dire.

            - Avanti...se stasera vuoi essere bellissima, devi molto soffrire. -

            Desdemona rise, affidandosi totalmente alle abili mani dell’amica.

            Alla fine del pomeriggio, non avevano ancora deciso i gioielli da indossare. Sandra, protestando, aveva occultato con la cipria alcuni segni sospetti sul collo e sulle spalle della principessa. - E’ un amante appassionato, me ne compiaccio per te - non poté fare a meno di osservare. - Ma rischi che qualcuno se ne accorga. -

            - E che se ne accorgano pure! - rise Desdemona. - Stasera, vadano all’inferno tutti, ed i Norelmeyer per primi! -

            Il maggiordomo bussò. Portava un fascio di magnifiche rose rosse...ed una scatoletta di velluto blu, vagamente familiare.

            - Avanti...aprila! - ingiunse Sandra.

            - Non sarà...no, non è possibile.... - rise Desdemona. - Il rubino...Cielo, Sandra, è il rubino!-

            La gemma di cui il principe Olafsen aveva osato omaggiarla a Vienna, montata su di uno spesso nastro di velluto nero, ora riposava nuovamente sul suo giaciglio di seta bianca. Entrambe risero al leggere il biglietto.

            “Se il tuo amore lascia i segni sul mio cuore, mia granduchessa, temo che il mio offuschi la perfezione della tua pelle. Nascondi al mondo i sigilli della mia passione con questo gioiello....lo ricordi? M.L.”

            - Moritz von Landau? - chiese Sandra.

            Desdemona scosse il capo, indossando il gioiello. Era magnifico. La gemma rossa contrastava con il fulgore della sua pelle ambrata, ed il trionfo del suo seno, sensualmente messo in risalto dalla profonda scollatura.

            - Moritz di Landor...hai capito, ora? -

            Sandra non disse nulla. Sembrava una maledizione.

            Due principesse di Walkenstein. E due granduchi di Landor.

            Ma questa volta era vero amore, non solo passione. Lo sapeva...lo sentiva.

            E l’amore spezza anche le maledizioni più tenaci.

 

 

 

 

 

 

  - E

 così, siamo di nuovo su di una carrozza...in viaggio verso un ballo, a Landor. -

Moritz le prese una mano, e la baciò con devozione. Erano così diversi dai due ragazzi che avevano vissuto quella prima esperienza, ormai lontana sette anni.
            Lui era stato un ufficiale senza famiglia, ammesso per pietà e con disdegno alla compagnia dei potenti. Lei, una giovane principessa destinata ad un matrimonio altolocato, degno del suo rango. Nulla poteva unirli.

            L’amore li aveva uniti.

            - Cominciasti a baciarmi non appena il conducente partì. - rammentò Desdemona. - Mi chiesi se fossi matto...e se Lothar ci avrebbe uccisi per questo. -

            - Lo ero, matto. Facevo finta con te di essere tranquillo, ma mi chiedevo cosa ne sarebbe stato di me dopo una simile sciocchezza. Ma non potevo resisterti, Desdemona. Né in quel momento...né mai. -

            Lei sorrise. Il suo abito color lavanda sottolineava la sua fulgida bellezza bionda, lo splendore madreperlaceo della sua pelle ambrata.

            - Sei la donna più bella che abbia mai visto. Desdemona, io sono pazzo di te -

            - Ed io di te. Lo sai? Il giorno dopo, andai da Roderick di Saringen e lo tempestai di domande su di te. Non mi disse nulla, se non che non mi avresti mai fatto del male...-

            - Ed invece te ne ho fatto...non è vero? -

            - Non pensiamo più al passato - disse lei - Non stanotte. -

             - No...non stanotte - le disse lui, baciandola come l’aveva baciata la prima volta, in una simile, calda notte estiva di tanti anni prima. Desdemona lo strinse a sé, finalmente in pace con se stessa. Non lo vedeva più come il rivale di Heinrich, ma solo come l’uomo che aveva sempre amato...e che le era destinato, qualunque sorpresa la vita avesse ancora in serbo per loro. Nel disegno dei loro destini, non si erano mai persi di vista. E, forse, aveva un senso persino l’audace, folle promessa dei loro genitori, quando avevano fatto fidanzare una bambina di cinque anni all’ “erede di Landor”.

            Solo che non si doveva trattare di Lothar...ma di Moritz.

            Quando arrivarono a palazzo Norelmeyer, fu tutto curiosamente simile a come era stato allora, solo che Lothar, il bellissimo Lothar dal grande sorriso, era divenuto un semplice, sbiadito ricordo.

            - Desdemona - la accolse David, elegantissimo nella sua uniforme nera - Sei magnifica. Questo colore ti dona...la vedovanza ti dona -

            Lei sorrise, realizzando finalmente quanto fosse orribile suo cugino nel suo aperto cinismo. Si vide come doveva vederla lui: una bella donna d’alto rango, libera, un magnifico premio dinastico per un uomo ambizioso come David Norelmeyer.

            Neanche morta, si disse.

            David studiò il suo accompagnatore. Il misterioso principe norvegese.

            Pensò confusamente che avesse una fisionomia familiare. Ma la diversa uniforme, i capelli più corti, i baffi biondi ben curati, lo portarono brevemente fuori strada.

            - E’ un piacere conoscerla, Altezza. Benvenuto nella nostra dimora. -

            - Grazie, colonnello. - replicò compostamente Moritz. David ostentava i gradi di colonnello, abusivamente assunti da che suo padre era ridivenuto reggente di Landor. - Ho molto gradito il vostro cortese invito. -

            Forse fu la voce. Il modo tranquillo, leggermente arrogante con cui parlava. Ma una luce si accese in David. Mentre Desdemona ed il suo accompagnatore si dirigevano verso i suoi genitori, per salutarli, una ridda di strani pensieri invase il giovane ufficiale.

            Karla. Serva a palazzo Olafsen. I suoi capelli biondi. Quest’uomo. Il principe Olafsen. Così simile...così simile a quel ragazzo morto ormai da quattro anni...quell’umile sottoposto di Lothar, a cui sua sorella Katerina aveva tenuto tanto...Karla, di nuovo, che era l’amante di Franz di Walkenstein. Quest’uomo che, presumibilmente, divideva il letto della sensuale Desdemona.

            Moritz von Landau.

            La consapevolezza improvvisa di David fece il paio con quella di suo padre, che poco lontano da loro aveva intensamente osservato la scena. Doveva essere un unico disegno...quello che aveva portato l’umile Karla, di cui suo figlio gli aveva recentemente svelato il destino, ed il modesto Moritz dentro e fuori dalle loro vite...e dentro e fuori Walkenstein.

            Damian Norelmeyer non era uno stupido. Era un uomo cinico, privo di scrupoli, probabilmente psicopatico. Ma non stupido.

            In un lampo, comprese la verità.

            Anche lui, come suo figlio, rivedeva la sensuale Karla fargli eccitanti giochi d’amore, mentre lui, come uno stolto, parlava a ruota libera dei suoi omicidi, e dei suoi intrighi. E di come Cristiana di Landor avesse avuto due gemelli...i legittimi eredi del granducato.

            Ammutoliti, padre e figlio restarono l’uno accanto all’altro, mentre gli invitati ballavano il valzer. Desdemona rideva, volteggiando tra le braccia del suo principe...e loro si sentivano morire.

            Non avevano mai neppure sospettato l’esistenza di una simile minaccia.

            - Padre...cosa facciamo? - sussurrò il figlio, furioso all’idea di come quelle due sgualdrine, Desdemona e Karla, l’avessero giocato. Ora, retrospettivamente, comprendeva persino la vera ragione del drammatico svenimento della principessa a casa loro, a Vienna. E sapeva perché Karla era divenuta l’amante sua e di suo padre...oltre che di Franz di Walkenstein.

            Moritz, probabilmente, quel Moritz von Landau che lui aveva sempre disprezzato e deriso per le sue umili origini, era già da anni l’amante di Desdemona. Ecco dove e con chi si rotolava la sgualdrinella, mentre negava qualunque tenerezza al suo legittimo fidanzato, Lothar di Landor. I Walkenstein, probabilmente, già da allora tramavano...per favorire la corsa al trono di quei due bastardi dai capelli biondi...Moritz e la sua degna sorella. Tutto tornava. Desdemona sarebbe stata granduchessa di Landor, e Karla principessa di Walkenstein.

            “Dovranno passare sul nostro cadavere” si disse David, desiderando con tutto il cuore la vendetta. La morte di Franz e Moritz, l’umiliazione di Desdemona...il possesso di Karla.

            Si rendeva conto che, in nessun caso, quello poteva essere semplicemente un modo di dire.    Lui e suo padre, ma anche i loro nemici, si giocavano la vita in quel gioco crudele.

 

           

 

 

 

 

  T

ornando a Walkenstein, Desdemona riposò in carrozza con il capo sul petto del suo amante, attanagliata suo malgrado dalla paura.

Nulla era stato detto, né fatto, quella sera, ma lei sapeva che loro l’avevano riconosciuto. L’aveva letto nei loro occhi freddi e crudeli.

            E sapeva che, presto, la lotta mortale per Landor sarebbe cominciata. E lei e Franz, uniti come erano dall’amore per i legittimi eredi del granducato, non avrebbero potuto non restarne coinvolti.

            - Mi spiace - le disse Moritz, leggendole nella mente. - Non sarei dovuto tornare da te, prima che tutto fosse...risolto. Semplicemente, ancora una volta non ho resistito al mio istinto. -

            - Al contrario. Ti ho accettato proprio perché hai avuto il coraggio di metterti in gioco con me. Dopo, se tu fossi tornato da me come granduca di Landor, ti avrei rifiutato. I Walkenstein sono notoriamente molto orgogliosi...ed io non sono da meno. -

            - Lo so. Abbiamo dei nemici mortali, Desdemona. -

            - Anche loro, Moritz. Non dimenticare cosa hanno fatto a nostra madre. Franz, Adelaide ed io avremo la nostra vendetta, non temere. -

            - La posta in gioco è molto alta. Vorrei che tu lasciassi il principato...e ti recassi a Dresda, da tua sorella. Non devi correre rischi. -

            - No! - gridò lei, voltandosi a guardarlo. - Come puoi chiedermi questo? Credi che potrei abbandonarti? -

            Moritz non rispose. Sebbene sarebbe stato facile decidere nuovamente per lei, imporle l’ennesimo allontanamento, sapeva per istinto che, questa volta, una simile decisione sarebbe stata fatale per il loro rapporto. Lei non avrebbe più avuto alcuna fiducia in lui.

            - Ti prego - gli disse lei, sollevando una mano fino ad accarezzargli le labbra. - Stavolta, restiamo uniti. Sei la mia forza, Moritz...non mi lasciare di nuovo. -

            - Sì - l’uomo le baciò le dita, sentendo che, d’ora in poi, qualunque decisione sarebbe stata presa insieme. Per una persona intimamente indipendente come lui, era un passo difficile, persino doloroso. Ma era il vero prezzo del suo amore, lo sapeva, ed intendeva pagarlo.

            Arrivarono a palazzo e lui la scortò fino al suo appartamento, desiderando che lei, almeno per quella notte, riposasse da sola, se lo voleva. Desdemona gli mise una mano sul braccio, fermandolo.

            - Andiamo da te, questa notte. Ti prego. -

            Lui annuì. Non avevano mai fatto l’amore nelle stanze di Desdemona, quelle che lei, un tempo, aveva abitato con il marito, e lui rispettava e comprendeva il suo desiderio. Quella sua semplice scelta era già un forte indizio della natura fedele, seria della sua donna. Poteva essere sua ovunque, comunque...ma non nel letto che aveva diviso con Heinrich di Saringen.

            Peraltro, lei non voleva restare da sola. Né quella notte, né mai più.

            Quando furono nella camera da letto di lui, Desdemona lo zittì con un bacio. - Niente parole, stanotte. Non pensiamo al passato...e nemmeno al futuro. Stavolta, dammi davvero solo sesso. -

            Moritz sorrise, sapendo bene che non era così. Come le aveva già detto una volta, non poteva esserci solo sesso tra di loro...ogni loro gesto, anche il più spregiudicato, parlava d’amore.

            Un amore piccante, peraltro, acceso dalla fantasia più sfrenata.

            Lei, quella notte, era turbata, e desiderava emozioni forti per contrastare la paura del futuro. La capiva benissimo. In parte, si sentiva così anche lui, anche se con la paura aveva sempre convissuto, sin da che era nato.

            La spinse contro una parete, e senza parole le sue mani corsero sotto le sue gonne di seta color lavanda, cercando l’allacciatura dei mutandoni. Li stracciò con un unico, deciso gesto, senza nemmeno sfiorarla, e si slacciò i pantaloni.

            Lei si aggrappò ai suoi fianchi, ansimando, lasciando che lui la violasse con la sua virilità tesa, senza alcun preliminare, prendendola con una dolce violenza accesa dal loro reciproco desiderio, per una volta spoglio di ogni tenerezza.

            Era l’amore lussurioso e sfrenato, senza regole, senza concessioni.

            Era favoloso.

 

 

 

 

  - T

i ho fatto male? - le chiese dopo che si furono lasciati scivolare a terra, sullo spesso tappeto persiano color crema.

- No - sorrise lei. - E’ stato molto eccitante. Non l’avevo mai fatto così -

            Moritz si sorprese per quella confidenza. Una delle loro principali regole non scritte era quella dell’assoluto silenzio sulle loro passate esperienze sessuali. Lui non le aveva mai neppure accennato alle proprie, le quali risalivano principalmente alla propria estrema giovinezza, e lei mai aveva lasciato trapelare nulla circa la sua vita intima matrimoniale. Moritz aveva capito che Heinrich era stato un ottimo amante, esperto e sensibile, e che aveva insegnato moltissimo alla giovane moglie, che doveva aver molto gradito quell’aspetto della loro vita...ma lo aveva compreso dalle sue reazioni, dai suoi modi di fare a letto, e non certo dalle sue parole.

            Stavolta, aveva la certezza di essere andato oltre l’ambito delle sue precedenti esperienze con il marito...e ciò lo riempiva di soddisfazione. Se così era, lui e Desdemona potevano riservarsi ancora molte piacevoli ed inedite esperienze.

            - Immagino che per una donna essere presa così, senza preliminari, possa essere un po’...doloroso. Sei...irritata? -

            - Sì - lo provocò lei.

            - E se alternassimo alla violenza un approccio estremamente tenero e peccaminoso...ti darebbe fastidio? -

            - Affatto - ammise Desdemona, sorridendo.

            - Sei disposta ad un nuovo gioco? -

            - Certamente. -

            - Spogliati. Completamente. E poi...ubbidiscimi. -

            Lei, sorridendo, gettò da parte l’indumento intimo stracciato poco prima, e si slacciò con il suo aiuto l’abbottonatura del sontuoso abito da sera. Moritz le tolse il corsetto con la massima delicatezza. La dolcezza dei suoi gesti contrastava in modo eccitante con la violenza lussuriosa di pochi minuti prima.

            Nuda su quel meraviglioso tappeto orientale, sembrava un’illustrazione tratta da uno di quegli eccitanti libri indiani che suo marito le aveva un giorno mostrato a Parigi. Un invito vivente al sesso come scoperta, come ricerca interiore oltre che fisica. Sotto lo sguardo morbido di lei, anche l’uomo finì di svestirsi. Lei adorava vedere i suoi muscoli solidi, la sua corporatura insieme snella e robusta. Ed adorava toccarlo. Moritz non era bello in modo convenzionale come lo erano stati Lothar od Heinrich, ma lei l’aveva sempre trovato l’uomo più eccitante e magnetico che avesse mai conosciuto. La sua semplice presenza, la sua forza interiore, la facevano vibrare, sentire sorprendentemente viva, fin dalla prima volta che l’aveva conosciuto.

            Moritz si inginocchiò accanto a lei, e le prese le mani, facendole intrecciare strettamente le dita alle sue.

            - Sei pronta? -

            - Sì - sorrise lei.

            - Io ti toccherò, ora. In determinati posti, per un periodo di tempo determinato. E poi, vorrò che tu faccia altrettanto...con te stessa. Nello stesso modo, e per lo stesso tempo. - 

            Desdemona arrossì.

            - Te la senti? -

            La donna capì che le stava chiedendo molto. Lui desiderava spiarla nell’intimità...l’intimità più inviolabile di una donna, quella legata al modo in cui la stessa viveva la sua solitudine. Se gliel’avesse svelata, non avrebbe mai avuto altri segreti per lui.

            Poteva essere un grande dono d’amore.

             Moritz staccò le mani da quelle di lei. Capiva dal suo sguardo che lei era tentata di cedergli, e ciò lo intenerì profondamente, gli diede per intero la misura del suo amore.

            Con due dita, pollice ed indice, strofinò dolcemente la punta del suo seno destro. Mentre la dolce, sinuosa carezza continuava, lei si stava eccitando. E temeva quello che sarebbe venuto.

            La lasciò dopo alcuni minuti. Poi, le prese la mano destra e la portò dolcemente sul suo seno sinistro. La invitò con lo sguardo ad imitarlo...da sola.

            Deglutendo, Desdemona cominciò ad accarezzarsi, come aveva fatto lui. Il suo imbarazzo si infranse sotto il suo sguardo caldo, appassionato. Cominciò a godere di quell’esperienza insolita. Sapeva che gli stava offrendo uno spettacolo genuinamente erotico, erotico quanti pochi altri. Ed assolutamente segreto. Ciò la riempiva di orgogliosa soddisfazione, rendeva ancora più sensuali e disinvolti i suoi gesti.

            Non le permise di smettere prima che il termine pattuito fosse trascorso. Eccitata, lei si morse le labbra. Sapeva bene cosa sarebbe arrivato, ora. E lo desiderava.

            Moritz la fece sedere di fronte a sé, le ginocchia sollevate, dolcemente socchiuse. Sorridendole in modo crudele, gliele schiuse.

            - Te la senti? - le ripeté, sapendo di dover comunque rispettare le sue decisioni.

            - Sì - disse lei, mordendosi le labbra, mentre lui, con un dito, le accarezzava con dolcezza, con insistente, tenace, tenerezza, assolutamente nel modo giusto, il centro del suo piacere. Una volta, Heinrich le aveva detto che pochissimi uomini sapevano farlo bene, anche se era in assoluto la tenerezza più desiderata e gradita dalle donne.

            Moritz lo sapeva fare divinamente, e lei lo aveva saputo per istinto fin dalla prima volta che l’aveva toccata, anni ed anni prima.         

            Poco prima che lei godesse, si fermò. La fissò con un mezzo sorriso. Moriva dalla voglia di avere da lei quella prova di fiducia.

            Desdemona si appoggiò alla parete, lasciando cadere il capo all’indietro. Ritornò con il pensiero a quella loro prima notte insieme, di molti anni prima, quando lui era scivolato nella sua camera e nel suo letto. Le sue parole di allora, prima di farla godere per la prima volta nella sua vita, erano state che quello che stava mostrandole era una specie di dono...fatto per lei, per colmare la sua futura solitudine. E lei era così che l’aveva interpretato.

            Ed ora si trattava di restituirgli quel regalo. In fondo, anche se non era stato lui a privarla della verginità, era con Moritz che era innegabilmente cominciata la sua vita di donna.

            Lasciò scivolare la mano tra le proprie cosce, gli occhi chiusi, certa del suo sguardo su di lei, della sua calda eccitazione che stava crescendo. Gli stava donando un momento nel quale le donne, solitamente, non hanno bisogno di nulla e di nessuno...oltre che di loro stesse. Dividerlo con lui, con il suo sguardo avido, istintivamente curioso, era una prova di forza ed insieme di voluta debolezza.

            Moritz spiò le sue emozioni sul suo volto, capì che non stava fingendo, per compiacerlo. Lei stava davvero cercando il proprio piacere, a suo modo, quel modo segreto che appartiene a ciascuna donna, e quando lo trovò, vide che era autentico come i suoi gesti, tanto autentico quanto quello che poteva procurarle lui affondando dentro di lei.

            Quando lei riaprì gli occhi, vide che lui sorrideva. Sorrise anche lei, sentendosi sorprendentemente libera. Le donne sono molto più gelose dei propri segreti sessuali di quanto lo siano gli uomini, lo sapeva bene, per esperienza, e se era naturale per un uomo chiedere la mano o la bocca della compagna per giungere al piacere, o fare da sé sotto gli occhi di lei, eccitandosi per la curiosità di lei, non lo era affatto per una donna.

            Ma lei aveva superato quella barriera, quella notte.

            Guardandolo, vide che era eccitato, pronto. Lei l’aveva portato con la sua disponibilità all’estremo. Gliene derivò un’emozione di grande potere. Intrecciò le gambe alle sue, stringendogli i fianchi tra le cosce, e lo aiutò con una mano a penetrarla di nuovo, ed entrambi gemettero per l’intensità di quel nuovo contatto.

            Ancora una volta, la realtà minacciosa delle loro vite restava lontana.

           

           

 

 

  N

el cuore della notte, nel silenzio di quell’estate di sentimenti e passione, Moritz restò a lungo sveglio, accanto alla sua donna, osservandone il sonno tranquillo.

Poteva senza alcuna fatica ritornare indietro con la memoria, fino a momenti ormai lontanissimi. Poteva risentire il calore, il sapore del loro primo bacio. Esattamente come era stato...quello che aveva provato, stringendola a sé per la prima volta come fa un uomo con una donna. E poteva ricordare con altrettanta, accecante chiarezza la prima volta che avevano fatto l’amore, nel tempietto greco. Come l’aveva sentita tendersi tra le sue braccia, per la sorpresa e l’emozione, mentre lo stringeva temendo di perderlo ancora.

            Desdemona gli aveva cambiato la vita, fin dall’inizio, da quando gli era apparsa correndo nella notte, vestita di tulle celeste, i capelli sciolti sulle spalle, l’espressione un po’ delusa, dapprima, perché lui non era Lothar.

            La rivedeva in mille immagini. La notte in cui Lothar era entrato nella sua stanza, e lei con lo sguardo aveva cercato Moritz, come a volerne essere rassicurata. La sua fierezza, allora, che aveva piegato il gioco superficiale di Lothar.

            E la rivedeva nuda sotto la vestaglia consunta di velluto blu, così giovane ed insieme donna, mentre lui faticava a sottrarsi alla morbida stretta delle sue braccia. E poi ancora, furiosa ed addolorata quando gli aveva rinfacciato il suo tradimento. Sensuale, bellissima, insicura, quando si era lanciata con lui giù dalla cascata. Meravigliosa, sempre.

            Come aveva potuto coinvolgerla in quel tremendo pasticcio che era sempre stata la sua vita? Perché non l’aveva lasciata andare per la sua strada...ignorandola?

            Perché la sua strada è la mia, si rispose, nella notte, accarezzandole dolcemente i capelli mentre lei dormiva tranquilla. Ed io senza di lei non sono niente. Non ho ambizioni che valgano davvero, oltre quella di essere suo.

            Prima di conoscerla, era stato guidato da un’unica ossessione: riavere ciò che riteneva suo, a qualunque costo. Seppure non lucidamente, aveva sempre saputo dentro di sé che un vero sovrano deve anteporre a tutto il senso di responsabilità nei confronti del proprio popolo e, nei limiti di quanto era stato possibile, l’aveva fatto. Aveva cercato di influenzare Lothar per il bene di Landor, aveva tentato di contrastare il malefico influsso di Norelmeyer e la naturale indolenza del fratello. Ma non aveva ottenuto molto, era stato troppo giovane, e troppo inesperto.

            Ora, invece, la chance di far finalmente bene era alla sua portata. Lei gli avrebbe mostrato la strada. Desdemona non lo avrebbe deluso, ne era certo.

            Ora, spettava a lui non deludere lei, di nuovo.

            Lei aprì gli occhi, sotto il suo sguardo intento, e gli sorrise.

            - E’ presto. Sei già sveglio? -

            - Sì. Stavo pensando a te -

            Desdemona si tirò su, coprendosi con il lenzuolo e passandosi una mano tra i capelli. - Non riesci a dormire? -

            - Io devo di nuovo lasciarti...la guerra è cominciata, Desdemona. La guerra con i Norelmeyer. E devo prepararmi. Di nuovo, come il soldato che sono sempre stato. - La fissò, fino in fondo agli occhi, e lei annegò come sempre nel suo terso sguardo dorato. - Ma lo farò solo se tu lo vorrai. -

            Desdemona rimase qualche istante in silenzio, riflettendo. Lasciarlo di nuovo andare lontano le sembrava inaccettabile. Non dopo quel breve, meraviglioso periodo finalmente trascorso insieme.

            Ma lei lo amava troppo per trattenerlo, se quello era il suo destino.

            - Moritz...vai, e combattili. Prenditi la tua rivincita, ed anche la tua vendetta. Io saprò aspettarti, te lo giuro. -

            Moritz la strinse a sé. - Ed io ti giuro che non te ne pentirai, questa volta -

            Lei chiuse gli occhi, stretta tra le sue braccia, cercando di soffocare la paura.

            La battaglia finale stava per iniziare.

           
VIII

 

 

 

 

            Settembre, 1858.

 

 

     I

l ritorno di Franz a Walkenstein coincise per Desdemona con una serie di eventi di difficile lettura.

Dopo molte settimane, aveva finalmente avuto notizie da Moritz. Quando lui, in quell’alba di fine luglio, l’aveva lasciata, l’aveva avvisata che, per la sua stessa sicurezza, non avrebbe potuto contattarla, forse per molto tempo. Desdemona non conosceva che una minima parte dei suoi piani. Sapeva che si sarebbe in qualche modo accampato con i suoi uomini in una zona collinosa appartenente alla Cecoslovacchia non lontana da Landor, in attesa di sviluppi. Pertanto, non si era offesa per il suo silenzio. I dubbi, a questo punto, erano semplicemente superflui.

            L’aveva quindi sorpresa ricevere, per mezzo di un biglietto misteriosamente recapitatole con il vassoio della colazione, un suo breve appunto, non firmato.

            “I venditori di birra sono a Hochenau. Conosci la collina rossa?”

            Hochenau era una località sul confine cecoslovacco, nota per il suo terreno argilloso. La birra, “bier” in tedesco, era l’anagramma di Rieb, il luogotenente norvegese di Moritz. Per quel che poteva intuire, la “collina rossa” faceva riferimento ad una serie di grotte naturali scavate nell’argilla, dove anticamente i pastori dimoravano durante l’estate, ora abbandonate.

            Si chiese se Moritz volesse solo rassicurarla, oppure invitarla a raggiungerlo, anche solo per una breve visita. Non era lontano...solo qualche ora a cavallo.

            Non resistette alla tentazione.

            Quasi pianse dalla frustrazione quando, proprio al momento della sua partenza, da sola, senza aver lasciato che qualche riga di suo pugno a Sandra per risparmiarle altri patemi d’animo, arrivò Franz.

            Non che non desiderasse rivedere il fratello...ma in quel momento aveva altro in mente. E nemmeno lui pareva particolarmente sereno.

            - Non chiedermi dove vado...ti dirò tutto al mio ritorno - gli sussurrò, mentre si incrociavano nelle scuderie.

            - Dobbiamo parlare, Desdemona - le disse lui, dopo averla stretta in un lungo abbraccio. - Stanno succedendo cose stranissime, a Berlino...sai di Karla? -

            - Sì...e tu di Moritz? -

            - Qualcosa. E’ da lui che stai andando? -

            - Sì. Ma tornerò domani, al più tardi. Ed allora parleremo. -

            Con suo grande sollievo, Franz la lasciò partire. Lei capì dal suo sguardo tormentato che anche lui soffriva a causa di quell’intricata situazione dinastica dei loro amanti, che minacciava di travolgerli. Ma ormai era troppo tardi. Era sempre stato troppo tardi.

            Soffocò l’inquietudine, ed ignorò un improvviso buco allo stomaco causato probabilmente dalla colazione buttata giù troppo in fretta. Le miglia correvano veloci sotto gli zoccoli del suo allenato cavallo. Era vestita modestamente, con i capelli raccolti sotto un brutto cappello nero, e si sentiva protetta per via di una piccola pistola dall’impugnatura d’argento nascosta nella tasca dell’abito scuro da amazzone. Con un po’ di fortuna, nessuno l’avrebbe riconosciuta.

            Le vennero in mente le parole di un suo antico istitutore... “non è così che si comportano due giovani principesse”...già, lei ed Adelaide non dovevano aver appreso troppo bene quella particolare lezione.

            Arrivò al falso piano che conduceva alle grotte nel tardo pomeriggio, così tardo che per un certo periodo aveva temuto di doversi cercare una locanda dove trascorrere la notte. Poi, il suo sguardo attento colse tra i rami ingialliti di un castagno il riflesso di una canna di fucile. Senza alcun timore, capì di essere giunta a destinazione.

            Avanzò ancora, piano, per essere ben certa che le sentinelle di Moritz capissero che non era una presenza ostile. Poi, si fermò in mezzo al sentiero, di fronte al sontuoso spettacolo del piccolo altopiano circondato da alte colline, immerso nella luce gloriosa di un sole morente, e si tolse il cappello, lasciando che i suoi lunghi capelli biondi le scivolassero sulla schiena.

            Dopo un istante, due uomini a cavallo si materializzarono fuori da una macchia verde e la accostarono.

            - Sua Altezza vuole seguirci? - le chiese uno dei due, con un forte accento straniero e con una certa altera cortesia.

            Desdemona chinò graziosamente il capo, e lasciò che i due la precedessero per una stretta mulattiera che tagliava il fianco della montagna ad ovest, verso la notte.

            Dopo un lungo percorso nella luce morente del sole, tra le colline rossastre e disabitate, arrivarono alle luci di un piccolo accampamento, invisibile da valle. Quei modesti rilievi anticipavano di pochi chilometri la maestà delle Alpi, ma l’altitudine già notevole raffreddava l’aria e dava uno spiccato sentore alpino al paesaggio.

            Desdemona capì che gli uomini del contingente di Moritz dimoravano nelle grotte, un tempo dimora dei pastori della zona. Solo per la sera, venivano accesi all’aperto alcuni fuochi per la cena. Di giorno, il sito risultava apparentemente inabitato, deserto. Era un magnifico nascondiglio.

            Mentre smontava di cavallo, vide finalmente Moritz venirle incontro. Indossava i pantaloni della sua uniforme verde e nera, ed una semplice camicia bianca, e portava di nuovo i capelli biondissimi, nel mentre ricresciuti, un po’ lunghi sul collo. Si era rasato i baffi, ed era il suo Moritz di un tempo. Le vennero le lacrime agli occhi, senza apparente ragione.

            Senza badare ai suoi uomini, lui la strinse in un fortissimo, interminabile abbraccio. Lei nascose le sue lacrime contro il cotone ruvido della sua camicia, chiudendo gli occhi, ed aspirando il suo indimenticato profumo.

            - Vieni - le mormorò, stringendola a sé con un braccio intorno alle spalle, con fare possessivo. - E’ meraviglioso averti qui. Non resistevo più dal desiderio di vederti. -

            Qualcuno prese il cavallo di lei, e lei si lasciò condurre in una delle grotte, il volto serrato contro la sua spalla, non fidandosi abbastanza del proprio autocontrollo per parlare.

            Era sorprendentemente accogliente. Alcuni tappeti, dei candelabri dalle candele accese, davano un tocco sontuoso, barbarico ma lussuoso, all’ambiente rupestre. Un fuoco ardeva, ed il fumo si disperdeva all’esterno grazie ad un piccolo camino ricavato nella pietra dall’antico lavoro dei pastori.

            Quando furono soli, lei sollevò il suo volto inondato di lacrime. Era la prima volta che la vedeva davvero piangere.

            - Perché...amore mio, perché queste lacrime? -

            Desdemona scosse il capo, incapace di parlare, la gola soffocata da un’emozione che non sapeva spiegarsi.

            - Mi dispiace. Che tu debba essere qui...è solo una grotta. E’ indegna di te. - ammise lui, sconfortato.

            - Non è questo - rispose lei con voce malferma. - E’ che mi sei mancato così tanto. L’emozione di riaverti vicino...mi sta sovrastando. Io ti amo troppo, Moritz. -

            Il candore della sua confessione lo commosse. Che una donna forte come lei lo amasse al punto da perdersi in quel sentimento lo sconvolgeva. Perché riaverla con sé, in quel luogo, in quel momento, era anche per lui una gioia quasi insopportabile.

            Fece quello che non aveva osato fare prima, per amor suo, davanti agli altri. La strinse a sé e la baciò perdutamente, incapace di fermarsi. Era sua come l’aria che respirava, ed il cibo di cui si nutriva. Lei era un suo diritto, l’unico che legittimamente possedesse.

            La selvaggia bellezza di quel luogo andò alla testa di entrambi. A Desdemona sembrò di non aver davvero mai amato, mai posseduto davvero un uomo prima di quell’istante. Come se entrambi fossero tornati indietro nel tempo, od inesorabilmente avanti, in un luogo ed in un istante diversi dalla realtà. Quella notte, sarebbero andati dove pochi essere umani giungevano...e questo li avrebbe cambiati per sempre. Avrebbero davvero conosciuto il possesso totale, anima e corpo.

            - Sei tornato quello di prima. Il Moritz che ho sempre voluto per me - gli sussurrò lei, mentre, incapaci di fermarsi, si strappavano gli abiti di dosso.

            - Anche tu sei cambiata - le mormorò l’uomo, chiudendole i seni più morbidi, più sensuali che mai tra le mani, e sfiorandole i fianchi, serrandole infine le dita dietro la schiena in una lunga carezza. - Sei solo ed esclusivamente mia, adesso -

            Lei annuì, gli occhi chiusi, mentre affondavano entrambi nella stretta branda cigolante che lui utilizzava come giaciglio. Quello che stava avvenendo tra di loro forgiava catene che non si sarebbero mai spezzate, lo sapevano entrambi, quale che sarebbe stato il loro destino.

            Nessuno dei due riuscì a dormire, dopo. Le voci nell’accampamento andavano perdendo d’intensità, il silenzio della notte e la montagna scura sopra di loro si imponevano nell’oscurità. Rimasero a lungo in silenzio, stretti l’uno all’altro come naufraghi su di un’unica, stretta zattera, in un mare di emozioni, tutte difficili da decifrare.

            D’un tratto, Desdemona si sollevò a sedere. Il buco allo stomaco che provava fin da quel mattino si era ingigantito, ed ormai era impossibile da ignorare. Una nausea profonda la invase, le portò un fiotto di bile alla bocca, e la costrinse a saltar fuori dalla branda, correndo verso il catino di porcellana poco distante.

            Moritz le fu subito accanto, e le trattenne con una mano la fronte mentre lei, disperatamente, soccombeva ai conati, sebbene avesse lo stomaco praticamente vuoto.

            Mentre si tamponava la faccia arrossata con dell’acqua fresca, lei incurvò le spalle, vergognandosi di quell’istante di insopprimibile debolezza.

            - Mi dispiace... - sussurrò. - Non mi capita mai...di star male così. Oggi, poi, ho mangiato pochissimo. Non capisco...cosa mi sia successo. -

            Lui la coprì con la sua vestaglia, e la riportò sulla branda, stringendola affettuosamente a sé. - Puoi perdonarmi, amore mio? - le disse, accarezzandole una guancia. - Ti ho fatto venire fin qui...in questo posto dimenticato da Dio...e, come se non bastasse, ti sono saltato addosso senza alcun riguardo. Ti farò portare del brodo caldo, ora, e del pane. Ti rimetterai presto, vedrai. -

            - Non ho fame - gli disse lei. - Davvero, avevo mal di stomaco, oggi, ma ora va meglio. Solo, non desidero mangiare. Non so cosa mi sia capitato - ripeté sconsolata, godendo del suo abbraccio caldo, meraviglioso. - Stringimi ancora, ti prego...non mi lasciare -

            Moritz l’aiutò ad indossare la sua camicia, e le rimboccò bene le coperte, stendendosi accanto a lei per avvolgerla nella sua stretta. Le notti di settembre, lì in montagna, potevano divenire molto fredde.

            - E’ tornato Franz, da Berlino. Stamattina - gli disse lei, nel buio, dopo essersi in parte ripresa dal suo momentaneo malessere. - Non mi sembrava particolarmente tranquillo. Hai novità? Quasi non siamo riusciti a parlare -

            - Nessuna buona. Bismarck continua il suo doppio gioco con i Norelmeyer. Ma l’autorizzazione ad attaccare Landor in armi non arriva, anche se mi è stato concesso di far arrivare dei rinforzi dalla capitale. Saranno qui la prossima settimana. -

            - Rischi che ti venda a loro....lo sai? -

            - Sì. Berlino non sa con precisione dove mi nascondo, e l’appuntamento con le truppe prussiane è in una vasta radura a valle...lontana da qui. Ma hai ragione, non mi fido affatto delle loro promesse. Solo dei miei uomini ho piena fiducia -

            - D’altra parte, sarebbe altrettanto rischioso cercare di fare il doppio gioco anche con Vienna. -

            - Non credere che non ci abbia pensato - ammise lui, che con lei era sempre stato onesto. - E ci ho rinunciato... non certo per lealtà, ma solo perché Landor, quando sarà nostro, dovrà essere indipendente. Da tutto e tutti. Non devo più nulla a nessuno, a questo punto. Devo solo tutto...a te -

            Lei si sentì invadere dalla gioia per la verità profonda, condivisa di quelle parole. Lo rivide ragazzo, freddo e distante...ferito da un passato difficile. Si rivide toccarlo su di un braccio, in quel loro primo, indimenticabile incontro, risentì la sua ritrosia, che era null’altro che paura...paura di un coinvolgimento emotivo, umano, troppo profondo...mai provato prima.

            Quella era stata la vera battaglia che il suo amore aveva saputo vincere.

            - Mi hai accettato, Desdemona, ed io sono rinato nel tuo sguardo affettuoso, pieno di calore umano - le spiegò, semplicemente. - Forse, sono proprio nato, quella sera, sotto i tuoi occhi. Come uomo. Come persona. -

            - Io sono nata per appartenerti, per risarcirti - gli rispose lei. - Per riparare ai torti da te subiti per colpa delle sconsiderate azioni di mia madre...e di tuo padre. -

            - Sono preoccupato per te - le confidò, commosso. - Per la tua salute, innanzitutto. Sei certa di star meglio? -

            - Sì - mentì lei, che ancora aveva lo stomaco in subbuglio.

            - Vorrei sempre che lasciassi Walkenstein. Sei in pericolo. Tutti quelli che amano me e mia sorella lo sono -

            - Al diavolo i Norelmeyer! - esclamò lei. - Ce la pagheranno, Moritz. Né io, né Franz ci piegheremo -

            - Lo so. E’ questo che spaventa Karla e me -

            Desdemona non rispose. Non poteva far svanire le sue insicurezze, ma poteva rassicurarlo circa il suo amore. Pienamente fiduciosa, si addormentò sul suo petto.

             

           

 

 

 

   S

i rivestì in fretta alla luce del sole, che penetrava dall’ingresso della grotta. Il mattino stava già portando ad un lento risveglio dell’accampamento, e lei pensò, suo malgrado, al suo stomaco vuoto dal mezzogiorno del giorno prima. Sospirando ed allacciandosi il corpetto, si disse che - malgrado il lieve malessere di quella notte - avrebbe ben volentieri messo qualcosa sotto i denti. A dire il vero, era famelica.

            - Desdemona - si svegliò Moritz, guardandola con infinito piacere mentre lei si rivestiva con grazia, i lunghissimi ricci dorati ancora sciolti sulle spalle. - Faccio portare subito la colazione. Da che sei qui non hai ancora mangiato nulla. Ora stai meglio? -

            Lei annuì, e lo baciò su di una guancia. - L’amante perfetto sa leggere nella mente della sua amata - gli disse, sorridendo. - Muoio di fame. E sto decisamente meglio...ma sicuramente sverrò, se non mi nutri al più presto. -

            - Ti nutrirò subito - le disse lui, prendendole la bocca in un lunghissimo, tenerissimo bacio. - Ma non prima che tu mi abbia detto che mi ami -

            Lei lo guardò con serietà, accoccolata accanto a lui sulla stretta branda. - Ho avuto un marito e l’ho amato, con tutto il cuore...ma, che Dio mi perdoni, non ho mai provato per Heinrich quello che provo per te -

            Moritz conosceva la sua donna abbastanza per sapere quanto fosse importante quanto lei aveva appena detto. Il senso di irrazionale, virile trionfo che provò lo ricompensò di tutte le delusioni, di tutti i patimenti provati quando lei era stata irraggiungibile...appartenendo come apparteneva ad un altro uomo.

            - Sposiamoci, Desdemona. - le disse - Ora, subito. Sarai la principessa Olafsen...questo titolo mi appartiene legittimamente, e ti proteggerà...qualunque cosa accada -

            Lei scosse il capo. - No. Mi è stato promesso fin dall’infanzia, e lo sai. Io sarò la prossima granduchessa di Landor -

            - Potrebbe non succedere mai. -

            - Sarà così...o non sarà affatto. Nessuno può toglierti ciò che è tuo...non lo capisci? Tutta la tua vita lo prova. Landor non avrà mai un sovrano migliore di te. -

            - Continuo a pensare che sarebbe meglio sposarci subito. -

            Desdemona gli sorrise. - Hai paura che un altro mi porti di nuovo via da te? -

            - Non posso perderti. -

            - Non mi perderai. - Come evocato dai loro discorsi, apparve l’attendente di Moritz con il vassoio della colazione. Senza neppure lasciar indugiare il suo sguardo sulla giovane donna ancora sommariamente vestita, l’uomo posò il vassoio, sbatté i tacchi, e si allontanò.

            Desdemona scoppiò a ridere. - Adesso so cosa significa fare l’amante. Chissà cosa pensa. La principessa di Walkenstein che divide il tuo letto, in una grotta... -

            - Può solo pensare che io sia l’uomo più fortunato del mondo. E’ così che mi sento. -

            Desdemona si infilò robuste calze di cotone, adattissime per cavalcare, e poi si avventò sulla colazione con un impeto che lui non le aveva mai visto. - Intendo fare di testa mia, ti avverto - gli disse, tra un boccone e l’altro dell’ottimo pane appena cotto sulla pietra rovente. - Andrò a Berlino, rivedrò Karla...e mi muoverò in modo da scoprire cosa bolle in pentola. Non ti lascerò solo in quest’impresa, Moritz. Ti giuro che nessuno ti giocherà brutti scherzi. O dovrà vedersela con i Walkenstein -

            - Credo di non poterti fermarti...vero? -

            - Sei sempre stato un uomo estremamente perspicace, Moritz von Landau - gli disse lei. Dopo aver bevuto il forte caffè servito in una cuccuma di peltro, gli si avvicinò.

            - Ho messo le calze, amor mio...e sono anche vestita. Sono pronta per tornare a casa -

            - Ma... - le chiese lui, sorridendo.

            - Ma la biancheria intima l’ho lasciata tra le tue coperte - sussurrò lei, con estrema soddisfazione, mentre gli imprigionava i fianchi tra le sue cosce tese.

 

 


IX

 

 

 

  T

ornando a casa, Desdemona cercò subito suo fratello. Lo trovò nel suo studio, intento a lavorare, come sempre. Franz sembrava sorprendentemente maturato, in quella lunga estate, ed aveva uno sguardo serio e deciso che mai gli aveva visto. Era più duro, determinato. Desdemona si disse che doveva essere l’effetto di aver ritrovato Karla. Ormai, non c’erano più incertezze, nella sua vita, come non ce n’erano in quella di Desdemona. Amava Karla, e sarebbe stato accanto a lei. A qualunque costo.

            Si abbracciarono. Lei si scusò per il suo abbigliamento dimesso, e per la polvere che aveva raccolto durante la lunga cavalcata di ritorno dalle colline.

            - Non sapevo di te e Moritz...non fino a che Karla me ne ha parlato. Sembra che sia un sentimento...antico. -

            - Lo è - spiegò lei, serenamente. - Ho conosciuto Moritz all’età di sedici anni. Lo ricordavo solo come il compagno di giochi di Lothar, il povero orfanello mantenuto per compassione accanto al potente principe che era il mio fidanzato. Dopo un fugace incontro, l’ho nuovamente rivisto tre anni dopo...e nulla è più stato come prima. Ho gettato alle ortiche il mio amore per Lothar, quello che credevo fosse amore, e soprattutto la mia fedeltà. -

            - Eppure...è stato Lothar a lasciarti per un’altra donna. E tu hai sposato Heinrich -

            - Lothar si è di fatto limitato a prendere atto della mia invincibile freddezza. E non perché sapessi di essere sua sorella...ciò è avvenuto dopo. Ma solo perché amavo un altro uomo. Amavo Moritz. -

            - Continuo a non capire perché...oh, Dio - la luce si fece in Franz. - Tu avevi avuto la notizia della morte di Moritz. E Lothar aveva sposato Tatiana. E’ stato allora che hai sposato Heinrich. Ricordo le tue lacrime alle nozze. Ti credevo felice, nonostante tutto. -

            - Lo ero. - Desdemona sospirò, ed accarezzò la mano del fratello. - Moritz era perduto per sempre. Inoltre, mi era stato detto che era l’amante di Katerina Norelmeyer. Non era vero, ma allora non potevo saperlo. Atroce dolore, orgoglio ferito...non volevo più soffrire così. Devi credermi, non ho usato Heinrich. Gli volevo bene davvero, gliene avevo sempre voluto. L’ho amato come non avrei potuto amare nessun altro uomo al mondo...nessun altro tranne uno. -

            - Moritz. - comprese il principe.

            - Sì. Sono stata una moglie felice e fedele, in tutto e per tutto. Ed ho atrocemente sofferto per la morte di mio marito. Era un uomo meraviglioso, lo sai bene. -

            - Poi, Moritz è tornato. -

            - Sì. Aveva tentato un primo avvicinamento già a Vienna, la scorsa primavera, come principe Olafsen. Ma il mio orgoglio, forse una sua mancanza di coraggio, hanno cospirato per allontanarci di nuovo. Non sarebbe stato facile, lui lo sapeva. Per ragioni diverse, eravamo entrambi profondamente feriti. -

            - Lui non sapeva che lo avevi creduto infedele. Deve avertene voluto...per le tue nozze. -

            - Sì...credo di sì. Io non credetti ai miei occhi quando lo rividi qui a Walkenstein, a giugno. Fu molto difficile, all’inizio. Lo detestavo. Lo desideravo. Era l’uomo che avevo sempre voluto...ma mi aveva causato troppo sofferenza. Avevo una paura folle. -

            - So bene cosa vuoi dire. Non credere che io non serbassi rancore a Karla. In un certo senso, gliene serbo ancora. -

            - E’ stato esattamente così. Poi, ci siamo avvicinati. Allontanarci di nuovo...non era possibile. Semplicemente, non era possibile. -

            - Lo so. Siamo finiti in un bel ginepraio, Desdemona. Dovremo schierarci. -

            - Franz...siamo già schierati. Io parto. Vado a Berlino. Farò tutto il possibile per aiutare Moritz e Karla...e per restituire ai Norelmeyer almeno un po’ del male che ci hanno procurato. -

            - Mi dispiace per zia Margaretha. Era la sorella di nostra madre - osservò Franz.

            Gli occhi scuri di Desdemona erano insondabili, implacabili, quando infine rispose. Lei non poteva saperlo, ma possedeva, in quell’istante, la stessa spietatezza di sua madre, la stessa forza cinica di leonessa priva di scrupoli, ferita ma mai doma.

            - Anche lei ha fatto la sua scelta, Franz...tanto tempo fa. -

            Scelte...

            Franz osservò Desdemona che si allontanava, bellissima e decisa. Karla non era meno determinata...e tanto meno Adelaide. Famiglia di donne forti, i Walkenstein - Estembourg.

            Lui non sarebbe stato da meno delle sue donne.

 

 

 

 

           

  - P

rincipessa...non so proprio come dirvelo. La notizia che sto per darvi...è tremenda. -

Impallidendo suo malgrado, nonostante il ferreo autocontrollo che si era imposta da che era entrata nello studio del medico di corte, Desdemona fissò l’anziano dottore. - Avanti, dottor Sylke...parlate. So di stare male...altrimenti non sarei venuta da voi. E’...tisi? -

            Il medico non rispose. Desdemona ansimò, sempre più spaventata dal silenzio del medico.

            - O qualche altra...qualche altra brutta malattia? Mortale, forse...-      

            Ecco, l’aveva detto. Era il suo più profondo timore, venuto ad abitare la sua mente da alcune settimane, da quando, ancor prima di quella notte nelle grotte, aveva cominciato a soffrire di vari, inesplicabili malesseri. Nessuno, attorno a lei, era giunto a tarda età. Tutti coloro che aveva conosciuto ed amato, tranne il povero Roderick di Saringen, erano morti tragicamente in età ancor giovane, e questo semplice fatto non poteva non suggestionarla. Quando nausee, mal di testa feroci, debolezza estrema e sonnolenza avevano cominciato a manifestarsi, aveva cominciato a temere il peggio. C’era quella vecchia frase...come diceva? Ah, sì... “i brutti pensieri, come corvi, possono volteggiare sulla tua casa...ma non far sì che vi nidifichino”. Beh, di recente i corvi si erano stabiliti armi e bagagli nella sua mente, e non volevano andar via. Sembrava il giusto contrappasso alla felicità che aveva provato con Moritz. Ora che l’aveva finalmente ritrovato, forse era destinata a perderlo. Per sempre.

            Il medico arrossì. - Principessa...signora di Saringen...da quanti mesi siete vedova? -

            La domanda stupì Desdemona, ma nemmeno troppo, in quel momento di estrema tensione. - Da quasi un anno. Sylke, dannazione, parlate! Datemi questa notizia tremenda, e non indugiate ancora! - gridò, esasperata.

             - Oh, oh, lo sapevo.. - gemette l’anziano dottore. - E’ orribile. Orribile -

            - Sylke! - urlò Desdemona, prossima a mettergli le mani addosso per l’esasperazione.

            - E’ spaventoso. - ripeté il medico. - Non so come dirverlo. -

            - Sto morendo? - chiese lei, pallidissima.

            - No...che dite. Peggio. Molto peggio. Siete incinta -

            Desdemona non ascoltò più il medico. Sentiva che stava parlando di date, di mesi, di leggi...di presunzioni di paternità...ma non oltre il terzo mese dalla morte del marito, altrimenti è lo scandalo, la vergogna, soprattutto per voi, una principessa di stirpe sovrana, come lo direte, che farete, non devono saperlo...

            Stava sorridendo.

            Il medico parlava, parlava, sempre più imbarazzato, e lei rideva, sempre più forte. Incinta. Aspettava un figlio. Il figlio di Moritz. Dio esisteva. Questa volta ne aveva la prova. Dio era buono e generoso, ed aveva avuto pietà di lei. Ed ora le faceva il regalo più grande.

            - Naturalmente, principessa, ho già pensato al da farsi. Conosco un medico, un confratello praghese, abilissimo in questo genere di faccende...siamo già piuttosto avanti, purtroppo, mi pare già alla fine del terzo mese, ma possiamo ancora intervenire. Con un aborto, intendo...-

            Desdemona lo prese per la collottola. - Badate a voi, Sylke. E non ripetete mai più una cosa del genere, od io vi uccido. Nessuno toccherà il mio bambino. Per Dio, guai a chi vi si volesse provare. -

            Uscì come una furia dallo studio, ma non prima di aver lanciato un’occhiata sprezzante al pover’uomo, ancora incredulo. - Siete uno sciocco, ed un bigotto, Sylke. Non vi licenzio solo per rispetto del vostro lungo servizio a corte. Ma guardatevi bene dal mettere ancora le mani addosso a me, od a qualcuno della mia famiglia. -

            Corse per i corridoi, con il cuore che le batteva forte forte in petto.

            Poi, si fermò. Dannazione, era così arrabbiata con quello stupido medico che non gli aveva nemmeno chiesto cosa dovesse fare per il bene del suo bimbo, che cibi mangiare, che accortezze seguire. Di sicuro, non doveva strapazzarsi più....e niente passeggiate a cavallo, lo sapeva da sé.

            Anche se questo la privava dell’immane piacere di dare subito la meravigliosa notizia a Moritz. Il cuore le scoppiava dalla gioia. Non si era mai sentita così, in vita sua. Le sembrava di rinascere in quel momento.

            A Berlino, si disse. A Berlino lotterò per il mio amore, per il padre di mio figlio, e mi troverò il migliore dei medici, ed il più discreto. Anche se so già che porterò il pancione per lui con lo stesso orgoglio di chi ostenta una medaglia...ed al diavolo il resto del mondo!

 

 

 

 

 

   S

andra, di cattivo umore, aspettava con pazienza che Desdemona finisse... nella latrina di quell’ennesima, umile locanda. Le rare soste che la principessa si concedeva durante quella folle tirata in carrozza fin verso Berlino finivano sempre così...con lei che vomitava l’anima in qualche orribile ritirata.

            Quando Desdemona tornò in carrozza, il colorito terreo e gli occhi cerchiati di rosso, Sandra sbuffò.

            - Bel modo di badare alla tua salute! - la sgridò. - Dovevi restare a Walkenstein, coccolata e riverita. Al bambino non fa bene questa sfaticata...e neppure a te. -

            - Lo so. E’ il pensiero che più mi angoscia - confessò Desdemona. - Ma devo pensare al futuro. Devo andare a Berlino, e parlare con Bismarck. E devo tenere duro. Anche se a volte mi sento morire. Non credevo che fosse così...difficile. -

            - Tua madre aveva delle gravidanze molto simili. I primi mesi vomitava molto...ma poi le passava tutto, e diveniva radiosa. -

            - Sono ancora nella prima fase, evidentemente - Desdemona fece una smorfia, osservandosi in uno specchietto da borsetta. - Ho un aspetto orribile. -

            - L’abito marrone...non sarebbe più comodo? E staresti anche più calda. Siamo ad ottobre, ormai, e qui fa freddo. Non siamo più alla nostra latitudine. -

            - L’abito marrone non riesco più ad allacciarlo sul seno. - ammise Desdemona - E tu, Sandra, dovresti saperlo. Non riesco più ad allacciare niente sul seno. E fra un po’ tutti se ne accorgeranno. -

            - Sì. Ancora un mesetto, direi, e poi sarà del tutto evidente. Parrebbe un maschietto...stai divenendo grossa in fretta -

            - Un maschio...sarebbe meraviglioso. Un erede per Landor. -

            - Un altro? - ironizzò Sandra. - Perdonami, bambina mia...ma la situazione è...ehm, bizzarra. Non avrei mai creduto che avremmo affrontato con tanta calma una cosa del genere. Tua madre era sposata, quando rimase incinta di Lothar...tu, non hai l’ombra di un marito a proteggerti.-

            - A proteggermi? - Desdemona rise. - Andiamo, Sandra, non mettertici anche tu! Dell’opinione del mondo non potrei curarmi meno, lo sai, e grazie a Dio non mi manca né il denaro, né l’affetto delle persone che amo. E poi, è una situazione transitoria. Presto, io e Moritz ci sposeremo. -

            - Lui te lo ha offerto, l’ultima volta che vi siete visti. Forse, sarebbe quanto mai opportuno accettare...prima che tutti sappiano del bambino. --

            - No - rispose lei, serissima. - Essere principessa Olafsen sarebbe solo come...come procrastinare una bugia. E dare ragione ai Norelmeyer. Io sposerò Moritz quando avrà riavuto quello che è suo.-

            - Permetteresti forse che suo figlio passasse per illegittimo? Credi che lui potrebbe tollerarlo...dopo l’inferno che è stata la sua giovinezza? -

            Desdemona impallidì. A questo non aveva pensato.

            - C’è ancora tempo - affermò dopo un po’, decisa. - Per allora, la situazione si sbloccherà. Il Signore non mi ha mandato questo figlio perché soffra di nuovo la stessa maledizione del padre. Ne sono assolutamente sicura. -

            Sandra non disse più nulla. Non che non avesse più fiducia in Moritz von Landau...ma la situazione a Berlino, da quello che aveva raccontato il principe Franz alla sorella, non pareva essere delle migliori.

            I Norelmeyer sembravano acquistare sempre più influenza presso Bismarck.

            - Sandra... - disse Desdemona, dopo un po’. - E’ strana la vita, non trovi? Ho fatto di tutto per dare un figlio ad Heinrich...ed in tre anni, nulla è successo. Poi, è arrivato Moritz, ed in pochi giorni...è meraviglioso. Ed anche un po’ triste. Heinrich avrebbe meritato un figlio. -

            - Sì. Ma forse è stato meglio così. Non avrebbe potuto goderselo...pover’uomo. -

            - Davvero. Non ha avuto questa felicità da nessuna delle sue mogli. -

            - Evidentemente, era lui che non poteva procreare. -

            - Chissà - Desdemona sorrise. - Non era destino. Ma è lo stesso triste. -

            Non voleva interrogarsi circa responsabilità, colpe. Ma solo ringraziare il Signore, ringraziarlo ciecamente, con piena fiducia.

            E chiedergli ancora tanta forza per ciò che l’attendeva.

 

 

 

           

 

   - S

ono disposta a pagare qualunque cifra - disse Desdemona, all’allibito, giovane medico. - E voglio subito mettere le cose in chiaro. Provate a ricattarmi, e vi faccio passare a filo di spada. Provate a propormi un aborto...e non mi rivedrete mai più. Provate a spargere notizie in giro sulla mia gravidanza...e non troverete mai più un solo cliente. -

            - L’etica professionale, signora, mi impedisce di per sé tutte e tre le azioni che avete citato - replicò freddamente il professionista. - Quanto al mio onorario, non sarà più alto per voi che per qualunque altra cliente varchi la porta del mio studio. Soddisfatta?-

            - Sì - replicò sorridendo Desdemona, ed il medico osservò spassionatamente tra sé e sé che era, probabilmente, la più bella donna che avesse mai visto. E, di sicuro, la più battagliera.

            - Mi fido di voi - gli disse lei. - Perciò, passiamo al dunque. So che siete giovane, ma sono convinta che capacità ed età non vadano necessariamente di pari passo. So per certo che siete tra i migliori ginecologi d’Europa. Mi siete stato consigliato dal dottor Favre di Parigi...mi visitò anni fa, quando ero sposata con il mio defunto marito. Allora, non riuscivo a procreare. Mi disse che non avevo nessuna disfunzione. Aveva ragione. -

            - Questo lo vedo. - disse il medico, accennando alla sua figura, il cui mutamento non era sfuggito ai suoi occhi esperti. - Qual’è il problema? -

             - Mi chiamo Desdemona di Walkenstein, e sono la sorella di un principe sovrano. E’ inutile che vi nasconda la mia identità...probabilmente la scoprireste. E sono vedova da un anno esatto. -

            - E... - la invitò il medico a proseguire.

            - E non mi importa un fico secco di reputazione, pettegolezzi, ed altre sciocchezze di questo tipo. Sposerò il padre di mio figlio appena possibile, ma non è detto che ciò avvenga presto. L’unica cosa che davvero mi importa è fare tutto il possibile affinché questo bambino venga alla luce, sano e vigoroso. A qualunque costo. -

            Il medico non disse più nulla. La visitò scrupolosamente, e la fece pesare.

            - Siete aumentata di peso, ultimamente? -

            - Solo un paio di chili. Perché? -

            - Debolezze...mal di testa? -

            - Sì. E non ne avevo mai sofferto. -

            - Pressione bassa - sentenziò il medico. - E probabilmente anemia. Dovrete mangiare di più, in particolare carne rossa, bere un po’ di vino, e soprattutto riposarvi. Il primo trimestre è terminato...ma non per questo dovete strapazzarvi. Avete la placenta un po’ bassa -

            - Cosa...significa? -

            - Che potrebbe rompersi. Avete mai avuto perdite di sangue? -

            - No...devo temerle? -

            - Sì, in quel caso, mettetevi subito a letto, e fatemi chiamare. -

            - Volete dire...che potrei abortire? -

            - Qualunque donna incinta è a rischio di un aborto. Correrete meno rischi se rimarrete sdraiata a lungo...e non farete sforzi. Almeno, meno sforzi possibili. -

            - Non deve succedere - disse Desdemona. - E non succederà. Ve lo prometto. Seguirò tutte le vostre prescrizioni. A costo di passare a letto tutta la gravidanza. -

            - Su...non preoccupatevi troppo. Siete giovane, sana. Sono sicuro che andrà tutto bene. - sorrise il medico. - Non voglio fare il moralista, ma immagino che non stiate vivendo un momento troppo sereno. Cercate soprattutto di essere tranquilla. -

            - D’accordo. Cercherò - promise lei. - Scusatemi...per prima. Ma mi sto piuttosto abituando a prendere la vita di petto. -

            - Avete ragione. La nostra categoria è purtroppo affollata di approfittatori e ciarlatani -

            Desdemona uscì dallo studio del medico, nella fredda aria berlinese, già invernale in quell’inizio di ottobre, decisa a tutto pur di proteggere il bambino suo e di Moritz.

            Anche se, quella notte stessa, già doveva trasgredire gli ordini del medico.

            C’era un ballo che l’attendeva, un ballo a cui non poteva proprio mancare.


X

 

 

 

 

            Berlino, ottobre 1858.

 

 

 

  L

’uomo alto con i baffi scrutò la sala con la tranquilla consapevolezza del pastore esperto che esamina il suo gregge. Tutte le sue pecorelle erano al loro posto, le donne giuste, gli ufficiali selezionati, la nobiltà a lui amica. Niente eccessi, niente errori. Una corte raffinata ma non troppo, dove non si accettavano personalità scandalose od anche solo scomode, ma senza eccessive pruderie. Un perfetto amalgama.

            Ed una perla rara.

            Aggiustandosi il monocolo, Otto von Bismarck esaminò meglio la sconosciuta. Alta, meravigliosamente morbida al punto di apparire voluttuosa, bionda di quel biondo dorato, autentico, perfetto, che ben poche donne possiedono ancora oltre l’infanzia. Favolosa, in un abito scollato di seta color prugna, di gran classe, con un rubino sospeso ad un nastro di velluto nero, come una goccia di vivido sangue sulla sua pelle perfetta.

            - E’ inutile che vi tenga a libro paga, Brückner, se poi succede che nei miei balli arrivi una sconosciuta...qualcuno che io non ho ancora mai visto! -

            - Devo farla scacciare? - si affrettò il segretario.

            - Non siate sciocco! Voglio solo sapere chi è...e cosa vuole da me -

            - Ecco... - l’ometto consultò la sua lista di invitati e si guardò rapidamente intorno, appuntando quindi la propria attenzione sulla nobildonna indicatagli dal suo superiore. - Desdemona di Walkenstein - sussurrò quindi, compiaciuto con se stesso per la pronta reazione alle dure parole del suo superiore - E’ la sorella minore del principe Franz III°, già signora di...di Saringen. Il marito era un ufficiale degli ussari di Landor. E’ morto da un anno circa. Da ragazza era fidanzata con il defunto granduca di Landor...ma poi lui sposò in nozze morganatiche un’altra. Non ha figli. La sorella è la moglie del principe Gottfried di Sassonia, e... -

            Prima che il funzionario potesse terminare, Desdemona si portò con passo deciso davanti al potente uomo politico. Senza esitare, gli tese una mano, rigorosamente guantata. Entrambi gli uomini non poterono esimersi dal sfiorarla con le labbra.

            - Posso ragguagliarvi io sul mio conto, meglio di qualunque rapporto - sussurrò lei, con finta dolcezza. - Qualunque cosa il vostro collaboratore vi stesse dicendo, direi che l’unico dato davvero importante è che sono la donna del principe Haakon Olafsen...e che spero di essere presto sua moglie, con il titolo di granduchessa di Landor. -

            - E’ un vero peccato - commentò freddamente von Bismarck.

            - Perché? - sorrise lei, senza scomporsi.

            - Perché speravo foste una donna di umili natali, che io potessi usare -

            - Nel vostro letto? -

            - No, signora - sorrise lui - Non mi considero abbastanza degno...né abbastanza stolto. Mi riferivo ai preziosissimi servizi che una donna come voi potrebbe rendere, con la sua bellezza e la sua intelligenza, alla patria tedesca. -

            - Non riconosco altre patrie al di fuori del mio principato, Walkenstein...e di quella che sarà, un giorno, la mia patria acquisita. -

            - Vi riferite a Landor. -

            - E’ evidente. -

            - Avete messo il dito sulla piaga. Il vostro...ehm, promesso, pare possedere lo stesso spirito di indipendenza. Cosa ci guadagnerebbe la Prussia da un alleato così...indomabile? -

            - Non è forse meglio un onesto avversario...che un alleato sleale? -

            - Siete saggia quanto bella - concesse l’uomo - Ma la questione è un po’ più complessa di così -

            - La questione è semplicissima - sorrise Desdemona. - La giustizia è dalla nostra parte. Nessuno lo sa meglio di voi: Haakon Olafsen è il legittimo erede di Landor. Quanto ai Norelmeyer, che purtroppo devo annoverare tra la mia parentela, sono degli usurpatori, infedeli al granducato che hanno l’ardire di rappresentare, tanto quanto al loro antico alleato, l’Austria. Non saranno certo più fedeli a voi...e non ci potrete mai contare. Mai davvero. -

             - Ciò fa parte dei rischi che un politico è sempre disposto a correre -

            - Che rischi correte, appoggiando il legittimo erede di Landor? Se vincolerete il nuovo granduca con un trattato, egli lo rispetterà. Il principato di Walkenstein se ne fa garante...così come l’intima natura dell’uomo, che io sono onorata di amare. Ma mai, mai potreste davvero fidarvi dei Norelmeyer...ladri ed assassini! -

            - Assassini? - Bismarck abbassò ulteriormente la voce, sebbene entrambi stessero già quasi mormorando. - Cosa intendete? -

            - Ho la certezza di tutta una serie di crimini compiuti dal conte Damian Norelmeyer. Non sarebbe difficile scovarne le prove. Ma il crimine maggiore, che forse voi non ignorate, è che egli fu la causa, oltre che della delegittimazione dei legittimi figli del granduca Magnus, anche della morte del granduca stesso e di mia madre, la principessa Rosaleen di Walkenstein. I due non morirono in un incidente in carrozza...bensì sepolti da un lampadario di cui erano stati tagliati i fili per ordine di Norelmeyer stesso. -

            - Mi state minacciando? -

            - Vi sto avvertendo. Né la mia famiglia né quella del mio fidanzato tollereranno più a lungo l’impunità ed il silenzio su tali gravissimi fatti. E’ evidente che la scelta di Berlino nel senso di privilegiare l’assassino dei nostri genitori avrebbe ripercussioni gravissime. -

            - Lasciatemi riflettere - le rispose il politico. - Non ho mai sottovalutato la doppiezza dei Norelmeyer...ma non intendo lanciarmi a capofitto in una vicenda politica che non mi offra tutte le garanzie -

            - Vi ho già detto che avete Walkenstein come garanzia -

            - E...voi? -

            Desdemona velò il suo sguardo scuro con le palpebre dalle lunghe ciglia. Quando le sollevò, era diventato impenetrabile.

            - Non mi chiedete ciò che la mia stessa nascita e la mia natura, come voi stesso avete poc’anzi sottolineato, mi impediscono di promettere. Accontentatevi di questi due fedeli alleati...Walkenstein e Landor. -

            - Volevo solo provocarvi...signora. -

            - Lo so - sorrise lei. - Ma fate in modo che una simile proposta, per quanto scherzosa, non arrivi mai alle orecchie del mio promesso. Ve lo consiglio caldamente. -

            - Rimarrete ancora...stasera? -

            - No. La mia salute, in questo periodo, è cagionevole...e mi sta molto a cuore. -

            Desdemona tese la mano per il bacio di commiato, e si allontanò. Von Bismarck rimase a lungo in silenzio, osservando la sua figura elegante.

            - Non si direbbe malata - rimarcò il suo segretario. - Ha un aspetto fantastico. -

            - Non siate sciocco - replicò il potente nobiluomo. - E’ incinta. Non ve ne siete accorto? A me sembra evidente, anche senza averla mai vista prima. E deve aver rischiato, venendo qui. Eppure è pronta a tutto, per amore del suo uomo. - rifletté ancora, sconcertato da quell’intima onestà, a lui, in quel mondo di compromessi, praticamente sconosciuta. - E, nonostante tutto, non è una sciocca, bensì conosce bene la realtà. Un’autentica rarità. E, dannazione, non posso utilizzarla -

            No, non poteva. E solo lui sapeva cosa avrebbe guadagnato con una simile alleata al suo fianco.

 

 

 

 

 

  T

ornata in albergo, lo stesso Hotel Imperial che solitamente ospitava suo fratello durante i suoi frequenti soggiorni berlinesi, Desdemona si sentiva mortalmente stanca. Mantenere il controllo in quel modo, mentre si giocava quella dura battaglia con un avversario temibilissimo, le era costato molto. Con l’aiuto di Sandra si svestì, si sciolse i capelli, e si chiuse nella piccola stanza da toeletta. Studiò con attenzione la sua biancheria, alla ricerca di eventuali perdite. Grazie a Dio, non ve n’erano. Si infilò una morbida camicia da notte di flanella, e si mise a letto, con una tazza di tisana in mano.

            - Non sembro certo la stessa donna che quaranta minuti fa mercanteggiava con Bismarck, tutta vestita a festa -

            - Forse, nemmeno lo sei, quella donna - osservò Sandra, seduta sul suo letto. - Ma, a volte, la vita ci costringe ad indossare delle maschere. Hai ottenuto qualcosa? -

            - E chi può dirlo? - osservò Desdemona, pensosa. - Ha ascoltato quanto avevo da dirgli...e non mi ha promesso assolutamente nulla. Devo solo sperare che la minaccia di uno scandalo sul nome dei Norelmeyer lo dissuada dall’appoggiarli politicamente e militarmente. Non ama Moritz, comunque. Sa che non sarebbe mai un semplice burattino, nelle sue mani. -

            - Beh...che il tuo amato sia un uomo piuttosto ostinato ed indipendente, non si può negarlo. -

            - Forse è proprio per questo che lo amo - confessò Desdemona. - Ha la forza di carattere che è sempre mancata a Lothar. E’ partito da una situazione difficilissima, e ce la sta facendo, ad ottenere tutto ciò che si è prefisso. Ho la certezza, accanto a lui, di avere un compagno che non colma in me le sue debolezze...e che apprezza la mia forza. La forza che sto scoprendo di avere. -

            - Dovrai dirgli del bambino. E’ suo diritto saperlo. -

            - Lo so. Ma non posso scrivergli. Non mi fido di nessuno a tal punto. Dovremo per forza aspettare, almeno fino a quando la situazione non si sblocchi. E dovremo cercare Karla. -

            - Non occorre. E’ lei che ha trovato te. E’ stata qui poco fa. -

            - Davvero? - esclamò Desdemona. - E...tornerà? -

            - Domani mattina. Le ho detto che eri fuori, e che non sapevo a che ora saresti tornata, stanotte. -

            - Com’era? -

            - A parte l’abito e l’acconciatura, di gusto perfetto, come è sempre stata. Calma, quasi fredda. E sempre con quel sorriso che dice e non dice. -

            - Non ti piace -

            - Probabilmente, è una donna che ha troppo lottato e sofferto per curarsi ancora di piacere agli altri. In questo, credo non sia troppo dissimile da suo fratello. A dir la verità, si assomigliano sempre di più. Tu e tuo fratello avete il cuore caldo, invece. A volte, mi chiedo se loro, i Landor, non siano troppo freddi e controllati per voi. -

            - Gli opposti si attraggono, dicono. Forse, è proprio così...Moritz e Karla hanno cercato in me ed in Franz il calore che nessuno ha mai dato loro. Pensa a cosa è stata la loro infanzia. -

            - Lo so. Voi siete stati egualmente soli...ma avevate voi stessi. Ed il vostro affetto. -

            - Ed il titolo, i privilegi, il rango. Andiamo, non era proprio la stessa situazione. E poi, soprattutto, avevamo te, Sandra. -

            Sandra baciò la sua bambina, riprese la tazza, e si allontanò.

            Desdemona si raggomitolò sotto le coperte, spense il lume, e rimase sveglia, gli occhi aperti nel buio.

            Forse sognava, ma le pareva di avvertire un lievissimo palpito in grembo, come un volo di farfalle.

            Si mise la mano sul ventre, e si addormentò, sognando di Moritz, e del loro bambino.

 

 

 

 

 

  I

l primo incontro tra Karla e Desdemona stupì profondamente entrambe le donne. Erano quasi quattro anni che non si vedevano più...e sembrò loro di essersi lasciate solo da pochi minuti. Karla vide il mutamento nel corpo di Desdemona prima ancora che lei gliene parlasse. Era seduta nella piccola veranda ricolma di piante di cui la sua suite all’Hotel Imperial disponeva, ed indossava una vestaglia di fine pizzo bianco. Il suo viso perfetto era ammorbidito da una tenerezza, da un qualcosa che prima non aveva mai posseduto, qualcosa che la rendeva ancora più bella, ancora più donna. Non si stupì che Moritz potesse amarla tanto. Non esisteva al mondo un’altra donna come Desdemona.

            - Dio mio...mio fratello lo sa che sta per diventare...padre? -

            - No. - sorrise Desdemona, lasciandosi abbracciare dall’amica, sua futura cognata. - Non ho nessuno cui affidare un messaggio tanto importante e delicato. Ma lasciati guardare: sei magnifica. Mi sei mancata tanto, in questi anni. Sei mancata a tutti noi. -

            - Non quanto voi siete mancati a me. E sai che non parlo solo di Franz. -

            - Presto, forse, realizzeremo i nostri sogni. E saremo davvero sorelle...due volte sorelle. -

            - Già - sorrise Karla. Desdemona la osservò: la sua particolare bellezza bionda era ulteriormente sbocciata. La sua istintiva signorilità risaltava negli eleganti abiti che ora il suo nuovo rango le consentiva di indossare. Eppure era sempre lei. La stessa Karla tranquilla e fiera che, un giorno, nel parco di Walkenstein si era affidata a lei, con poche, semplici parole: “Franz ha detto che mi avreste protetto”.

            - Chissà cosa devi pensare di me, Desdemona, dopo che per anni non vi ho fatto avere alcuna notizia. Amavo tuo fratello, lo amavo davvero, e lo amerò sempre. Ma non potevo tradire il segreto di Moritz...non mentre tu eri la moglie di un altro uomo. Sapevo per istinto che vi avremmo distrutto la vita...a te, a tuo marito, ed anche a Franz. Mi avrebbe odiato per essere stata lo strumento della vostra infelicità. -

            - Ti avrebbe amata comunque, ma non ti avrebbe perdonata - ammise Desdemona. - So che non dovrei chiedertelo, probabilmente è infantile da parte mia...ma Moritz soffriva davvero della nostra...lontananza? -

            - Non ti mentirei al proposito. Peraltro, lo conosci. Non è uomo da urlare, piangere...ma il suo più profondo dolore è stato il saperti di un altro uomo. E tutto ciò era reso più difficile dal pensiero che tuo marito era Heinrich di Saringen. Ad un altro, ti avrebbe portata via. Me lo disse, una notte ad Oslo. Eravamo soli, a palazzo Olafsen, e Moritz non trovava pace. Per una volta, aveva addirittura bevuto troppo. Non gli era mai capitato prima...e credo che non gli capiterà mai più. Ma non sopportava più il pensiero di te tra le braccia di un altro. Ricordo ancora le sue parole: “Se fosse stato chiunque altro, anche Lothar...me la riprenderei. A qualunque costo. Anche contro la sua stessa volontà. Ma devo troppo ai di Saringen. Ad Heinrich non posso fare questo”. Lo consolai come potei. Non ne parlammo più, e lui tornò, apparentemente, quello di sempre. Ma il dolore per te era incurabile -

            - C’erano...altre donne? -

            Desdemona si morse le labbra, pentendosi di quanto aveva appena detto. Le parole di Karla erano come un balsamo dolce - amaro. Sapeva che non mentiva. E si rivide felice e spensierata al fianco di Heinrich, ignorando che, lontanissimo da lei, un uomo si struggeva per il suo ricordo.

            - No. Almeno, non nel senso in cui intendi tu. Non amanti, e tanto meno amori. Per Moritz è sempre esistita una sola donna, fin da quando era solo un ragazzo di diciotto anni e ti incontrò. So tutto di quell’incontro. Me ne ha parlato infinite volte. Era come se situasse l’inizio della sua vera vita da quel momento. -

            - Per me, è stato così. -

            - Lo so. Era vero amore. Lo è sempre stato. Non ti offenderai pertanto al pensiero che lui, solo e disperato, possa aver avuto qualche distrazione. Non fosse altro che per cancellare il dolore cocente di saperti di un altro. Ma se anche così è stato, non ne ho mai saputo nulla. Non c’è mai stata in tutti questi anni una donna che abbia impegnato anche per un solo istante il suo cuore. -

            - Ti ringrazio. Certo, che posso perdonarlo. Non ho mai creduto che fosse un dio...e non un uomo. E credo si sia sentito molto solo...nonostante il tuo affetto, e quello di mio suocero. Io sono stata più fortunata. Ho amato sinceramente mio marito, e sono stata da lui riamata, per quasi quattro anni. Moritz mi ha subito perdonato per questo. -

            - Era lui che ti aveva lasciata sola. Non si è mai dato pace per questo...per tutto il dolore che ti aveva provocato. Ma la posta in gioco era semplicemente troppo alta. Come per me. -

            - E tu? - le chiese Desdemona, cercando di soffocare la gelosia, il pensiero di Moritz tra le braccia di altre donne, di sconosciute senza volto e senza storia, capaci forse di dargli, anche solo per un istante, il calore che lei riservava, in quegli stessi anni, a suo marito. - Non voglio essere indiscreta. Ma ci sono stati...altri uomini? -

            Karla fece un piccolo sorriso. - Sì e no. No, per quanto riguarda il cuore. Sono stata fedele a Franz tanto quanto Moritz lo è stato a te. Il nostro cuore era interamente vostro, e sempre lo sarà. Ma ho avuto altri due uomini. Non per amore, e tanto meno per lussuria. Ma perché dovevo...era la mia battaglia, e dovevo combatterla a modo mio, con le mie armi. -

            Desdemona sussultò. - Chi? - non poté trattenersi dal chiederle, sconvolta dalla sua franchezza.

            - Tuo zio, Damian Norelmeyer...e tuo cugino, David Norelmeyer. Sotto lo stesso tetto. Nello stesso periodo. -

            Desdemona rimase letteralmente senza parole.

            - Sono stata l’amante di entrambi, mentre fingevo di essere la loro cameriera, a Parigi, poco prima che Moritz mi incontrasse...all’incirca, fu nello stesso periodo in cui mio fratello seppe del tuo matrimonio con Heinrich di Saringen. Di giorno lavoravo, e di notte li ricevevo nel mio letto. A turni. E lasciavo che parlassero. Soprattutto tuo zio. Quando una donna se lo lavora nel modo giusto, canta come un uccellino. Scusami per la mia crudezza - disse, un po’ divertita per lo stupore di Desdemona. - Ma non sei più una collegiale, e puoi capire ciò di cui sto parlando. In quel periodo, io non sapevo ancora chi ero. Sapevo solo che, forse, il defunto tenente colonnello von Landau era mia fratello. Bene, ci pensò tuo zio a chiarirmi le idee. Ho scoperto così la mia identità, quella di Moritz, e ciò che aveva fatto a tutti e due i nostri genitori. Ed a tua madre. -

            - E... David? -

            - Con David sono andata un po’ troppo oltre. Non volevo, ma quell’idiota si è innamorato. Mi cercava sempre più spesso, quasi si faceva scoprire dal padre. In verità, non mi è servito a nulla. Non sapeva molto del passato, e solo poche cose del presente...di come sistematicamente la sua famiglia derubasse Landor, approfittando delle lunghe assenze di Lothar. I Norelmeyer sono ricchissimi. Hanno conti segreti in tutte le più importanti banche europee, dove raccolgono il denaro abilmente sottratto al granducato. Quando ho saputo tutto ciò che da quei due potevo ricavare, sono svanita nel nulla...e Moritz mi ha ritrovata. Mi stava facendo seguire da un investigatore privato, e sapeva già da qualche settimana che vivevo a casa dei Norelmeyer. Ma non era intervenuto prima, per non rovinare il mio gioco. Ancor da prima di conoscerci, già sapevamo tutto l’uno dell’altra. Non è un caso: siamo gemelli -

            Gemelli...Desdemona la osservò, affascinata ed un po’ spaventata. Mai prima di quel momento aveva avuto la portata esatta del punto sino a cui quei due esseri misteriosi, Moritz e Karla di Landor, potevano arrivare al fine di realizzare i propri scopi. Se Moritz si era sempre dimostrato audace e spietato, Karla non era certo da meno. Nella mente, Desdemona rivide il ritratto del Granduca Magnus a Vienna...un uomo arrogante, cinico, capace di tutto. Di costringere la propria amante, la principessa di Walkenstein, a cedergli il proprio figlio...e di obbligare la propria legittima moglie, Cristiana di Landor, a partorire nel segreto e nella vergogna.

            Grazie a Dio, lei era loro alleata. Simili nemici dovevano essere implacabili. Non erano affatto diversi dall’uomo che, suo malgrado, li aveva generati in un momento di inesplicabile debolezza.

            Lothar era morto....ma non aveva mai avuto speranze contro di loro. Solo che, per sua fortuna, non aveva mai saputo chi fosse il suo vero nemico.

            - Sei sconvolta. Non riesci ad accettare l’idea che io mi sia comportata da sgualdrina con l’assassino dei miei genitori...e con suo figlio. -

            - Confesso che mi riesce difficile - ammise Desdemona. - Ho sempre pensato di essere una donna coraggiosa, ma non credo sarei riuscita ad arrivare a tanto. Hai mostrato una spietatezza, una spregiudicatezza che...mi spaventano. -

            - Tu non sei come me...tu sei cresciuta nell’affetto, nell’agio, nel rispetto. Tu hai sempre saputo chi eri. Io e Moritz ci siamo dovuti prendere la vita a morsi...fin dal primo respiro. Il dottore, la levatrice, Norelmeyer...tutti ci avevano dati per spacciati, lo sai? Eppure, ce l’abbiamo fatta. Da subito. Cosa vuoi che importi la dignità....l’onore? Cederei il mio corpo mille volte, e potrei anche uccidere, se solo servisse a ristabilire la verità. Nessuno degli uomini che mi hanno presa senza amore mi ha davvero potuto sporcare. -

            - Franz... lo sa? -

            - Avrei voluto dirglielo. Subito. Ma non ce l’ho fatta. -

            - Taci, allora, se sei sicura che non possa scoprirlo. -

            - Ho paura - confessò Karla. - David mi ha rivisto per puro caso, con Franz...qui a Berlino, quest’estate. Deve aver capito chi sono...ed il ruolo mio e di Moritz. Sono scappata via in campagna, gli ho fatto perdere le tracce. Ma sa che amo Franz. Ed in qualunque momento può parlare. -

            - Io temo piuttosto che ti possa fare del male! - insorse Desdemona. - Ci odiano. Sia lui che suo padre. Faranno di tutto per eliminarci, perché ormai sia voi che noi siamo diventati un’impossibile minaccia per loro. Devi parlare con Franz. Se deve sapere cosa hai fatto, è meglio che lo sappia direttamente da te. E’ l’unica possibilità che hai. Io ti ho capito. Anche lui ti capirebbe. -

            - Ne sei certa? -

            - No, ma non hai altra scelta. E devi rimanere con me. Da sola, sei un bersaglio troppo facile. Insieme, i Norelmeyer non oserebbero toccarci. -

            - No - disse Karla. - Non posso metterti in pericolo. -

            - Vai a Walkenstein, allora. Resta accanto a Franz. Lascia che sia lui a proteggerti...come è giusto. Ma prima...parlagli -

            Karla tacque. Non poteva negare che l’idea l’attraesse. Non vedeva l’ora di essere di nuovo con lui...una cosa sola, fatta di amore e di rispetto. Anche senza quel sigillo matrimoniale che lui voleva disperatamente...e che lei, ancora, non poteva concedergli. Desdemona, peraltro, aveva ragione. Non poteva più vivere con quella spada di Damocle sulla testa. Franz doveva conoscere la verità su di lei, sul suo passato...e poi decidere liberamente se confermarle il proprio amore...o se rifiutarla, come si rifiuta qualcosa di indegno, di sporco.

            - Desdemona...devo pensarci. E tu...perché non vai a Dresda, da tua sorella? Saranno tempi difficili, tempi di guerra, e tu devi pensare prima di tutto al tuo bambino. E’ il nostro futuro...lo capisci? Il riscatto nostro e vostro dagli errori dei nostri genitori... -

            - Sarà soprattutto un bambino amato - disse Desdemona, teneramente. - E lui saprà sempre chi è...quali che saranno le circostanze al momento della sua nascita. Penserò al da farsi, Karla. Ho provato a conquistarmi la fiducia di Bismarck, ma non è affatto detto che ci sia riuscita. Il futuro è molto incerto...e noi dovremo essere ancora forti. -

            Karla tacque. Dopo un lungo silenzio, le due donne si alzarono per pranzare insieme.

            Mentre tornava a palazzo Olafsen, Karla prese una decisione. Convocò la sua governante, e preparò i bagagli. - Domani partiamo - le annunciò - Andiamo a Walkenstein. -

            Passò tutta la notte sveglia, a ripensare a Franz, al suo caro volto così amato, così simile a quella della sorella. Un uomo buono, degno, sensibile, onesto. Il suo uomo. Che, forse, al sapere quanto in basso lei fosse caduta, non avrebbe potuto che rifiutarla, rinnegarla...respingerla una volta per tutte.

            Ma doveva correre quel rischio. Non poteva anche lei commettere l’errore di tacere...quell’errore che a loro tanto era costato.

            Così, per ogni evenienza, si dispose a scrivere una lunga lettera. Una lettera per Franz, dove lasciava parlare il suo cuore, narrando con piena sincerità cosa era davvero successo in quegli anni di silenzio...e perché.

            Quella lettera doveva essere la sua polizza d’assicurazione...se, per qualunque motivo al mondo, non fosse riuscita a giungere sino a Franz. La chiuse, la sigillò, e la fece pervenire a Desdemona, il giorno stesso in cui partì.

 

 

 


XI

 

 

            Baviera orientale, novembre 1858.

 

 

 

  I

l convoglio che portava Karla sino a Walkenstein venne fermato da un improvviso ostacolo sulla strada, appena tracciata nei fitti boschi che anticipavano di poche miglia le colline del principato.

            - Principessa! - gridò il comandante della sua guardia personale, in norvegese. - C’è un tronco caduto in mezzo alla strada! Deve essere colpa delle piogge della scorsa settimana -

            Infreddolita, Karla si strinse la pelliccia di zibellino scuro intorno alle spalle. Aveva preso in Norvegia l’abitudine di indossare quel tipo di capi, ed ai primi freddi si rendeva conto di non poterne più fare a meno. Scese dalla carrozza con la sua governante, ed accettò una tazza di tè fatto bollire su di un fornellino da viaggio, mentre i soldati della sua scorta provvedevano a rimuovere il grosso tronco.

            Avvenne tutto così in fretta che lei sola comprese esattamente, amaramente, di cosa si trattava.

            Erano caduti in un’imboscata.

            Uomini armati, vestiti da boscaioli ma con i movimenti rapidi e precisi dei militari di professione, piombarono sul suo piccolissimo convoglio. Due di loro la presero e le legarono le mani, tra le urla della sua governante ed il rumore degli spari. Karla smise di lottare quando vide che puntavano una pistola alla tempia della povera donna, e che tenevano sotto tiro i suoi uomini. Nessuno doveva morire, non così stupidamente.

            - Lasciateli qui, ed io verrò con voi - disse con voce ferma, senza paura. - Chiunque voi siate...e qualunque cosa vogliate da me. -

            - Siete proprio una sgualdrina, come ci hanno detto! - sghignazzò uno degli assalitori, tenendola dolorosamente per le braccia, in una morsa ferrea. - Scommetto che vi piacerebbe persino, non è vero, principessa? Non è affatto detto che non possa capitare molto presto...per la vostra e la nostra gioia! -

            Karla non rispose, stringendo ostinatamente le labbra. L’uomo la fece sedere davanti a sé su di un grosso cavallo pezzato, e partì al galoppo nei boschi. I suoi compagni disarmarono la scorta di Karla, distrussero l’assale della carrozza, ed azzopparono i loro cavalli. Quell’inutile crudeltà fece più male a Karla di tutto il resto. Sapeva che la sua scorta, in qualche modo, se la sarebbe cavata. Perché condannare quei poveri animali?

            - Sgualdrina - ripeté l’uomo. - Una bella sgualdrina di lusso. Coperta di pellicce e gioielli...ma pronta ad alzare la gonna per il primo venuto. Avevano ragione. -

            Karla non replicò, cercando di concentrarsi sulla direzione. Purtroppo, la fredda, umida giornata di novembre non offriva nemmeno un raggio di sole con il quale orientarsi in quella fitta foresta. Dopo un lungo girare in tondo che le sembrò fatto solo per confonderle le idee, arrivarono ad una tozza, scura fortezza dall’aria abbandonata, che sorgeva accanto ad un piccolo ruscello melmoso.

            - Avanti! - le urlò l’uomo, spingendola a terra. Se un altro degli assalitori non l’avesse sostenuta, sarebbe caduta, e si sarebbe fatta male. Aveva infatti le mani ancora legate dietro la schiena, e si sentiva stanca e sempre più infreddolita, nonostante ancora portasse il suo zibellino, che non avevano avuto la crudeltà di toglierle.

            Guardò la fortezza dinnanzi a sé. Non l’aveva mai vista prima...e già sapeva che sarebbe stata per lei una prigione. Con un fremito, ringraziò mentalmente Dio di aver scritto a Desdemona. Se non fosse tornata...se Franz non l’avesse più trovata...almeno avrebbe saputo la verità su di lei, e sul suo autentico amore. Questo pensiero, stranamente, le era di grande consolazione in quel terribile frangente.

            La fecero entrare in un grande, freddo vestibolo a mala pena illuminato, e poi su per le scale, lungo una teoria di stanze chiuse, già buie nel precoce pomeriggio autunnale. L’uomo che l’aveva catturata la spingeva avanti senza pietà, mentre l’altro, quello che l’aveva sostenuta, illuminava loro la strada con una candela di sego.

            La spinsero infine in una grande stanza, appena riscaldata da un fuoco di legna da poco acceso. Non c’era nulla, se non uno stretto letto di ferro, un tavolo ed una sedia. Né armadi né acqua per lavarsi. La lasciarono lì senza una parola, e chiusero l’unica porta dall’esterno con un pesante chiavistello. Suo malgrado, Karla cominciò ad avvertire i morsi della fame.

            Sospirò e si avvicinò alla finestra, protetta da una pesante grata. Al di fuori dei vetri sporchi, intravide la notte cadere nei fitti boschi che circondavano il castello. Non c’erano altre aperture nella stanza. Né porte, né armadi a muro. E non c’erano mobili da esplorare. Solo mattonelle rotte, e quel letto, con una ruvida coperta di lana militare.

            Si sedette con un sospiro sulla sedia, accanto al fuoco. Se non altro, per ora non aveva freddo. Si strinse nella pelliccia, ed usò un pezzo della sua sottogonna di fine lino ricamato per pulirsi il viso.

            Dopo un lungo periodo, forse un’ora e mezza, forse più, la porta si riaprì. Karla non si girò, udendo senza timore il suono dei tacchi di stivali maschili sulle mattonelle sbrecciate.

            Arrivandole alle spalle, l’uomo ammirò la sua compostezza. Immobile, tranquilla, lei sedeva rivolta verso il fuoco, i magnifici capelli d’argento, splendenti alla luce delle fiamme, mollemente raccolti sul capo, ancora in disordine dopo la lunga cavalcata.

            - Sono lieto di rivederti...Karla. Non immagini quanto -

                Lei non si voltò, costringendolo a venire avanti. Le si mise di fianco, e le sollevò il volto ostinatamente rivolto verso il fuoco, obbligandola a guardarlo. Voleva vedere la sua paura.

            Riuscì solo a constatare il suo distacco...ed il suo sorriso. Quello di sempre. Consapevole, lontano, ironico. Ora lo capiva, ora lo sapeva. Sprezzante. Lei l’aveva sempre disprezzato, dal profondo del cuore. Anche quando l’aveva accolto tra le proprie cosce.

            - Come stai, David? - gli chiese infatti, mentre le dita di lui indugiavano, suo malgrado, sulla morbida, calda pelle del suo volto di neve. - Ti vedo bene. Sei ancora vivo -

                - Né tuo fratello, né il tuo amante mi hanno ancora messo le mani addosso...se mai ci riusciranno. Ed hai ancora il mio marchio. E quello di mio padre. -

            - Credi? - sorrise lei.

            - Non penso sia bastato qualche ruzzolone con il tuo bel principe a cancellare il ricordo di quanto c’è stato tra di noi -

             - Ricordo? - ripeté lei, esasperandolo con la sua calma. - Ah, ti riferisci a quando andavamo a letto insieme, a Parigi? Suvvia, queste cose passano...il piacere dura un istante, e poi, non rimane più nulla. Nulla da ricordare. -

            - Per me non è stato così - ammise lui, sincero nonostante tutto - Sei una gran puttana, lo sai? L’ho sempre sospettato, ma ora lo so per certo. Solo una puttana può mantenere così la calma. Lo sai che potrei ucciderti? -

            - Tante cose potrebbero uccidermi. Una malattia, un fulmine...questa fortezza a pezzi potrebbe caderci addosso da un momento all’altro...come il lampadario che ha seppellito mio padre e la sua amante. -       

            David impallidì. Mio Dio, ma quanto aveva parlato suo padre, mentre quella sgualdrina si faceva montare da entrambi? Quanto sapeva di loro ?

            - Come vedi, la vita è piena di sorprese - replicò lei al suo silenzio. - David, puoi fare quel che vuoi. Sei più forte di me...fisicamente, intendo. Puoi uccidermi. Puoi rimandarmi a Walkenstein a pezzettini, lasciando che Franz...o Moritz... li rimettano insieme. Puoi stuprarmi fino a farmi gridare. Ma non otterrai mai da me quello che veramente desideri. E rischi solo di farti uccidere dalla mia famiglia...tentando -

            - Cosa...? - ansimò lui, sconvolto dalla sua prosaicità. - Cosa...vorrei io da te? -

            Lei si alzò. La pelliccia di zibellino le scivolò dalle spalle, ma nessuno dei due fece un gesto per raccoglierla. Era alta quanto lui, snella, bellissima. Bella più che mai. E quei capelli quasi bianchi nella notte imminente. Nella sua mente, la rivide nuda, disponibile. La donna più eccitante che avesse mai avuto nella sua vita.

            - Che io ti dicessi:“L’ho fatto per amore”. Che ti confessassi che mi sono lasciata montare da te per piacere, per lussuria, per attrazione comunque sincera nei tuoi confronti, come una donna con un uomo che le piace...come ho fatto con Franz di Walkenstein. Beh, questa non è la verità, e tu lo sai. Puoi accettarlo? -  

            David la schiaffeggiò. Non forte, e lei non barcollò. Sapeva che lei, con il suo atteggiamento, stava distruggendo il suo orgoglio maschile, e non c’era modo al mondo per riconquistarlo. Avrebbe dubitato di qualunque suo gemito, di qualunque suo sospiro, anche se l’avesse costretta. Lo stava castrando.

            Una furia cieca lo invase. Una furia mista ad un potente sentimento di disfatta, ad un desiderio inesauribile per lei. Il bel David non aveva mai avuto problemi con le donne. Ne aveva avute molte, il più delle volte erano state loro a cercarlo.

            Ma Karla era diversa da chiunque altra.

            Portò le mani al colletto del suo vestito, lo stracciò fino al petto. I seni candidi come la neve di lei si intravidero al di sotto della stoffa ormai lacera del suo elegante vestito di un pallido verde. I capelli biondissimi di lei cedettero sotto le sue mani avide, e le ricoprirono la schiena e le spalle.

            Karla continuava a sorridere, anche se la guancia le bruciava per il suo schiaffo di poco prima. Per istinto, sapeva come la linea di difesa scelta, per quanto pericolosa, fosse l’unica davvero praticabile. Quello che contava era restare vivi. E David era troppo intelligente per essere ingannato ancora. Nulla poteva, a questo punto, fermarlo, se non la verità.

            David la prese crudelmente per i capelli, la costrinse a subire la sua bocca. Karla non respinse il suo bacio, e nemmeno lo accolse. Si limitò a restare immobile, mentre lui la violava con la sua lingua. Dopo un po’, come aveva sperato, la lasciò andare.

            - Sgualdrina - le sibilò contro, furioso ed impotente. - Forse dovrei davvero darti in pasto ai miei uomini. So che festeggerebbero tra le tue bianche cosce. -

            Se ne andò sbattendo i tacchi. Karla si strofinò le labbra ferite con la mano, e si riavvolse nella pelliccia. L’attendeva una lunga notte.

 

 

 

 

  L

’ora di cena passò senza che nessuno si preoccupasse di portarle del cibo, o dell’acqua. Stava già quasi pensando che il suo carceriere intendesse lasciarla morire di fame e di sete quando arrivò una serva con dello spezzatino, del pane ed un boccale di acqua. Mangiò con grande appetito, già più serena. La morte per inedia non le sorrideva affatto.

            Si chiese cosa avrebbe fatto David di lei. Visto il suo atteggiamento, avrebbe potuto davvero ucciderla, in un momento di rabbia, oppure cederla ai suoi uomini...e ci avrebbero sicuramente pensato loro a fargliela pagare.

            Ma era più probabile che la ragione, in lui, prevalesse. Avrebbe allora presumibilmente cercato di usarla come arma di ricatto nei confronti di Moritz, o di Franz. O forse di entrambi.

            Si maledisse per essersi lasciata trascinare dal suo desiderio di essere di nuovo vicino a Franz. Sarebbe davvero dovuta restare accanto a Desdemona, a Berlino. Si sarebbero protette a vicenda, ed ora i loro nemici non avrebbero potuto usarla contro le persone che amava.

            Ma non era ancora detta l’ultima parola. Moritz non doveva cedere al ricatto, ed - al contempo - lei era assolutamente certa che non l’avrebbe abbandonata nelle mani di David. Altrettanto avrebbe fatto Franz. Non l’avrebbero lasciata sola. Potevano ancora vincere.

            Doveva innanzitutto capire dove si trovava, e poi, appena possibile, tentare la fuga. Non sarebbe stato difficile sopraffare quella servetta, ma non doveva essere precipitosa. Doveva studiare gli orari dei pasti, ed i movimenti dei suoi carcerieri. Sperava solo di averne il tempo.

            Assai più di David, temeva suo padre. Damian Norelmeyer non aveva esitato ad uccidere...ed era sicuramente più temibile del figlio. Karla pregò Dio che fosse all’oscuro delle macchinazioni di David.  

            Dopo cena, si mise a letto, stendendo la pelliccia sulla modesta coperta di lana, e fissando a lungo le fiamme del camino, ormai morenti. Quella notte, quando il fuoco si fosse spento del tutto, avrebbe fatto freddo, in quel lugubre stanzone.

            Karla non aveva paura dei fantasmi, e dormì tranquilla, nonostante tutto, ansiosa di recuperare le sue forze.

            Ancora non sapeva di trovarsi a Nelbrück...e che suo padre era tragicamente morto, un pomeriggio di moltissimi anni prima, nella stanza accanto.

 

 

 

 

           
XII

 

 

 

            Berlino, dicembre 1858.

 

 

  E

sterrefatta, Desdemona accolse suo fratello nella sua suite all’Hotel Imperial. - Sei qui da solo? Karla è rimasta a Walkenstein? - gli chiese, piuttosto perplessa. Aveva da settimane ricevuto la lettera della ragazza, e l’aveva gelosamente riposta tra le sue cose. Nelle poche righe accluse alla busta sigillata per Franz, Karla aveva scritto che, se le fosse successo qualcosa di insolito, e solo in quel caso, Desdemona avrebbe dovuto consegnargliela.

            - Karla? - si stupì il fratello. - Sono qui a Berlino proprio perché non ho più avuto notizie da lei, da quasi un mese. Mi sono preoccupato, e sono venuto. -

            - Ma Karla è partita più di tre settimane fa per Walkenstein...per venire da te! - esclamò Desdemona, che cominciava a temere il peggio. - E dici...che non è mai arrivata? Dio mio, cosa può esserle successo? -

            Franz scosse il capo, impotente. Non aveva più avuto notizie da lei, ed ora Desdemona gli stava dicendo che aveva lasciato Berlino da tempo...per raggiungerlo.

            - Tieni - gli disse Desdemona. - Mi ha scritto prima di partire. Credo sia importante che tu legga la sua lettera. Ti lascio...ti lascio solo un istante. -

            Franz prese la busta chiusa in mano, e la soppesò. Si chiese per l’ennesima volta, con il cuore pesante, se l’avesse di nuovo persa. Karla del mistero. Possibile che ancora una volta gli fosse sfuggita tra le dita, come un sogno mai concluso?

            Aprì dapprima il biglietto destinato a Desdemona, l’unico che la sorella avesse letto.

            “ Mia cara sorella,

            questo appellativo è caro al mio cuore. Risento in esso l’amore che provo per Franz, e quello che Moritz sente per te.

            Ho deciso di seguire il tuo consiglio. Non vedo l’ora di essere a Walkenstein. Che il mondo pensi ciò che vuole: non resisto più senza Franz. Voglio di nuovo essere nel suo letto, accanto a lui, nella sua vita. Sto partendo, e tra pochi giorni, se Dio vorrà, saremo finalmente insieme.

            La nostra vita così incerta, così difficile, mi invita peraltro alla prudenza. Abbiamo nemici terribili, nemici che ci odiano, che possono distruggerci. Non vedo l’ora di rivedere Franz, di potergli aprire il mio cuore, la mia mente, di raccontargli quelle verità che tu ormai conosci...ma se così non fosse, se per qualche motivo che al momento ignoro ciò non mi fosse possibile, vorrei che tu gli consegnassi questa busta sigillata. Solo lui deve leggerla. Contiene le più profonde verità del mio cuore. Le uniche che possiedo. Se dovesse capitarmi qualcosa di insolito, se fossi nel dubbio circa la mia sorte, non esitare a consegnargliela. Confido in te.

                                                                                              Tua sorella.

                                                                                              Carolina di Landor”

 

            Franz sussultò. Verità che Desdemona conosceva...e che lui ancora ignorava. Verità che potevano ferirli...separarli? Dio mio, dov’era Karla? Che ne era stato di lei?

            Aprì la busta con mani tremanti. Ne aveva paura. Non intendeva negarselo.

            “Franz, mio dolce amore,

            ricordi quella zingara, in quella locanda? Come vide chiaro in noi! Due corone che si univano...due corone che hanno pesato su di noi quasi intollerabilmente. Su di te, fin dall’infanzia, con le responsabilità di governo, ed il peso di una famiglia da proteggere, curare. Su di me, come un inesplicabile mistero, che ha segnato il mio stesso essere donna, la mia più intima natura. Quando mi hai conosciuto, ero solo una contadina stuprata dal padre adottivo e da suo figlio, venduta per denaro ad altri come se fossi stata un oggetto...ho ritrovato orgoglio e dignità solo tra le tue braccia. E ti ho amato. Come ti amerò sempre, fino alla fine dei miei giorni.

            Ma ti ho dovuto lasciare. Dovevo scoprire chi ero. Io non ero nulla senza la mia reale identità. Non so se puoi capirlo. Ma devi. Devi...per potermi perdonare”.

            Franz interruppe la lettura un istante, si passò una mano sugli occhi stanchi per il lungo viaggio che, nella sua ansia di rivederla, l’aveva riportato in pochi giorni a Berlino. Perdonare...per cosa? Già all’epoca del loro primo incontro in quella città lei aveva accennato al suo passato segreto. Allora, per viltà, non aveva voluto indagare. Ma ora, evidentemente, nessuno dei due poteva più sfuggire alla verità. Riprese la lettera in mano, quasi con riluttanza.

            “Avevo un unico indizio, per ritrovare il filo sottilissimo della verità. Landor. Norelmeyer. Mi recai nella capitale del granducato sotto falsa identità, con i capelli tinti di nero. Sono quindi riuscita a farmi assumere dalla contessa Norelmeyer, tua zia. La sua famiglia stava per partire per Parigi, e tua zia mi prese in simpatia, portandomi con sé come cameriera. Ho a lungo esaminato le loro dimore alla ricerca di indizi, con la scusa di spolverare. Quasi non sapevo leggere, all’epoca, ma ho tentato, Dio sa se ho tentato...non ho scoperto quasi nulla, peraltro, se non una serie quasi ininterrotta di resoconti bancari. I Norelmeyer sono ricchissimi...si sono arricchiti grazie alla miopia di tuo e mio fratello, Lothar di Landor. Non poteva bastarmi. Dovevo ottenere altre informazioni...su di me, e su Moritz. Ho sedotto il conte Norelmeyer, ed anche suo figlio David. Mi vergogno a dirlo, ma li ho portati nel mio letto come la peggiore delle meretrici. Se a questo punto avrai stracciato la mia lettera, e l’avrai gettata nel fuoco, posso capirti. Ma è la verità. E la verità non si può cancellare.”

            Franz strinse le dita sul bracciolo della poltrona. Questa era la donna che amava. Capace di tutto per i suoi scopi. Forte fino al più imperdonabile cinismo. Poteva perdonarla? E si trattava poi, nel loro caso, di perdono? O forse, piuttosto, di accettazione di quella che era la sua vera natura...così come era stato per Desdemona con Moritz?

            “Se stai ancora leggendo, se non sei fuggito da me per sempre, allora resisti fino alla fine. Non intendo più celarti nulla. Damian Norelmeyer è l’assassino dei miei genitori, ed anche di tua madre, già te lo dissi. L’ho scoperto come le sgualdrine nei bordelli scoprono i più intimi segreti dei loro clienti. Nello stesso identico modo, con gli stessi identici mezzi. Ho finalmente avuto la prova di chi ero, e sapevo perché a me ed a Moritz era successo tutto questo. Perché anche David? Perché speravo di avere anche da lui informazioni. Purtroppo, me ne ha date pochissime. E rimpiango quanto mai di averlo coinvolto nei miei giochi...mi ha rivisto a Berlino, quando tu ed io ci siamo ritrovati. Mi ha cercato a Palazzo Olafsen, ormai sa chi sono. Penso che potrebbe farci del male: a te, rivelandoti quanto ti ho appena confessato. A me...chi sa, forse anche fisicamente. Moritz ed io siamo ormai l’unico ostacolo che divide la sua ambiziosa famiglia dalla sovranità sul granducato di Landor. E’ per questo che ho deciso di tornare da te. Ho bisogno della tua protezione, del tuo calore, e - soprattutto - del tuo amore. Se stai leggendo questa lettera, peraltro, qualcosa di grave, di insuperabile, mi ha impedito di raggiungerti. In questo caso, se ancora credi in me, nonostante tutto, cercami, trovami. Temo i Norelmeyer, li temo sempre di più, soprattutto da quando hanno scoperto chi siamo mio fratello ed io. Ho paura di loro.

            Amore mio, vorrei dirti che sono dispiaciuta per quello che ho fatto, ma non sarebbe la verità. In qualche perverso modo, sono soddisfatta di essere riuscita a scoprire tutto da sola, a modo mio, anche se nemmeno puoi intuire quanto mi sia costato. Vorrei cancellare tutto, ed in fondo l’ho fatto. Ho cancellato il ricordo di quei giorni, ma non posso cancellare il rimorso che provo nei tuoi confronti. Solo tu lo puoi, con il tuo amore, il tuo perdono.

            Non ho il diritto di chiederti altro. Posso solo attendere che tu decida se abbiamo ancora un futuro insieme. Forse meriti di meglio, una donna migliore. Non volevo ingannarti, non volevo nemmeno tacere. Quello che ho fatto, semplicemente, non c’entra nulla con noi due...questo lo capisci, non è vero?

            Io, comunque, non smetterò mai di amarti. Karla.”

            Franz si raccolse il capo tra le mani, nel buio pomeriggio di inizio inverno. Quando Desdemona tornò, lo trovò così, e vide che aveva pianto. Era la prima volta che vedeva il suo forte, tranquillo, equilibrato fratello piangere. Le si spezzò il cuore.

            - Lei ti ama...questo lo sai, non è vero? -

            Franz annuì. Poi, strinse la sorella tra le braccia. - L’hanno rapita. Ne sono sicuro. Nulla le avrebbe impedito di venire da me...anche se sapeva che avrei potuto scacciarla, dopo aver ascoltato quanto aveva da dirmi. -          

            - Chi? I...Norelmeyer? -

            - E chi altri? Mio Dio, potrebbero ucciderla, violentarla...dobbiamo intervenire...e Moritz deve saperlo! - Franz si alzò di scatto, abbracciò Desdemona e la fissò a lungo negli occhi. - Non resterai qui da sola a Berlino un istante di più. Oggi stesso preparerai le tue cose e ti accompagnerò personalmente, con la mia scorta, a Dresda. Resterai con Adelaide, nella sua casa, e nessuno ti farà del male. Poi, io tornerò a Walkenstein. Contatterò Moritz e cercheremo Karla. E, Dio mi è testimone, questa volta i Norelmeyer pagheranno per tutto il male commesso! -

            - Ma....e Bismarck? Sono rimasta qui a Berlino per attendere una sua risposta. -

            - Al diavolo quel politicante! Ci riprenderemo Landor con le nostre forze...e guai a chi tenterà di impedircelo, fossero pure gli imperatori d’Austria e di Germania! -

            Desdemona non aveva mai visto Franz così deciso, così determinato.

            - L’hai perdonata, allora? -

            Lui la fissò. - Karla dovrà vedersela con me, e così imparerà una volta per tutte a far di testa sua. Ma non prima di essere divenuta mia moglie...e principessa sovrana di Walkenstein. -

            Desdemona sorrise suo malgrado. Ormai suo fratello e lei stessa avevano un’idea piuttosto chiara della vera natura dei loro amanti. Non potevano che accettarli così com’erano...capelli biondissimi, occhi dorati, ed indipendenza cocciuta.

            Forse non molto convenzionali, ma dannatamente affascinanti.

 

 

 

 

 

  F

ranz lasciò Desdemona tra le affettuose braccia di Adelaide, ora principessa di Sassonia, e del suo gentile marito Gottfried. Poi, con un rapido sbattere di tacchi, fece fare dietro - front alla sua guardia armata, e riprese il lungo viaggio verso sud.      Avrebbe ritrovato Karla, avrebbe aiutato Moritz a riprendersi il suo granducato, e si sarebbe vendicato una volta per tutte dei Norelmeyer. Erano le sue missioni, ed entrambe le sue sorelle si guardarono bene dal dissuaderlo.

            - Sei più bella che mai. E finalmente incinta. Dio mio, sarò zia - commentò Adelaide, con la consueta ironia. In verità, il matrimonio, quella serena unione da cui era già nato un erede, le donava moltissimo. Era bella e raffinata, e nella maturità stava sbocciando il fascino bruno ed elegante ereditato dalla sua bellissima madre indiana.

            - Io sono già zia - replicò Desdemona. - Tuo marito lo sa che ti accingi ad ospitare sotto il tuo tetto una donna perduta? -

             - Una donna perduta, tu? La futura granduchessa di Landor? Andiamo, Desdemona, non essere ridicola, e vieni a baciarmi. In gravidanza io ero gonfia e sfatta, tu, invece, sedurresti Casanova. E come al solito...ti accontenterai di un vero amore -

            - Già...come al solito - sorrise Desdemona, pensando alle loro conversazioni di ragazze, quando entrambe dell’amore non conoscevano che il lato dolce e romantico. Quando Desdemona sognava del suo promesso, il bel principe Lothar, ed Adelaide paventava le nozze con l’antipatico Thurm und Taxis.

            - E così, Moritz von Landau, alias principe Olafsen, alias granduca di Landor, è tornato. E’ stato proprio un curioso destino, quello che vi ha legati. Avevi ragione tu. Fin da quella notte che andasti al ballo con lui, e tornasti con il cuore stravolto. Lui era il tuo uomo. -

            - Già. Se solo le sue macchinazioni non ci avessero tenuto lontani per così tanto tempo...ora saremmo insieme da anni ed anni. Non mi importava nulla del titolo, ed ancor meno di quel granducato che ha portato a tutti noi solo infelicità. Io volevo solo Moritz. -

            - E...l’hai avuto, presumo - sorrise la sorella.

            - Altroché se l’ho avuto - confermò Desdemona. - L’ho avuto fino allo sfinimento -

                Le due sorelle risero insieme, come bambine. Adelaide si mise un dito sulle labbra. - Mio marito apprezza molto il mio...calore. Anche se sa che è dovuto ad esperienze fatte con un altro...ma Gottfried è uomo di mondo, e non si è scandalizzato più del necessario. Sa che lo amo sinceramente, e che il passato non ritornerà. -

            - E’ un uomo saggio. Ho commesso lungamente l’errore di pensare che il passato di una donna potesse impedire a qualunque uomo di amarla sinceramente, o di perdonarla. Ma ho finalmente capito che l’amore vero non si cura di questo...ed accetta la persona per quella che è e per quello che è stata, senza distinguo inutili. -

            - Non ho più saputo nulla di lui - confessò Adelaide. - Di Stephan Strevinky, intendo. Starà combattendo in qualche angolo del vasto impero. -

            - E di tanto in tanto ti penserà, come sicuramente fai tu. Ma non troppo spesso...e senza troppa malinconia -

            - Sì - sorrise Adelaide. - E’ quello che penso anch’io -

            Si strinsero forte. - Farò di tutto per aiutarti ad avere questo bambino, sano e forte come i suoi genitori. - le sussurrò Adelaide - Non ti permetterò di tornare a Walkenstein prima che la situazione non si sia chiarita una volta per tutte. Saremo di nuovo una famiglia...tu ed io, Desdemona. -

            - Sì. Tu ed io, Adelaide. -

            - Ecco...vedi che non siamo rimaste proprio sole? - commentò infine la sorella, con un sorriso.

 

 

 

 

 

 


XIII

 

 

            Landor, vigilia di Natale 1858.

 

 

 

  N

ella notte di dicembre, tutto assumeva un aspetto irreale, ed il silenzio profondo veniva accentuato dal pesante manto di neve che, da qualche ora, ricopriva tutto il granducato.

            L’atmosfera natalizia, da sempre, divertiva Damian Norelmeyer. Era incredibile quanto sciocche si rivelassero le persone per un po’ di neve, qualche abete addobbato, e dei canti intorno al fuoco. Come sua moglie, per esempio. Gretchen, da buona scandinava, adorava il Natale. E così, anche quell’anno, era andata a Parigi per festeggiarlo insieme ai suoi cugini francesi.

            Quanto mai opportunamente.

            Gita aveva sedici anni, capelli neri e pelle bianca, una zingarella pulita ed allegra, sempre ansiosa di allargare le gambe. Ora dormiva accanto a lui, le lunghe gambe intrecciate alle sue, come una gustosa medicina di giovinezza. Aveva sempre adorato le ragazze giovani, giovanissime. E con la pelle bianca.

            Karla...come dimenticarla. Deliziosa. Tanto più deliziosa se pensava alla sua vera identità. Si era goduto appieno la legittima erede del granducato. Alla faccia del granduca Magnus...e del povero Lothar.

            Non aveva più saputo nulla di lei, a parte quel poco che, di recente, gli aveva detto David. Presumeva che fosse da qualche parte in Europa, protetta dal nome Olafsen. Forse, sarebbe sopravvissuta persino alla disfatta del fratello...e delle sue pretese dinastiche. Era un peccato. Sarebbe stato delizioso riaverla con sé...e costringerla a rifargli quei giochini con la bocca in cui era così esperta.

            Tutto compiaciuto, Damian si accinse a dormire un po’. La ragazza accanto a lui aveva cominciato a russare leggermente, ma non gli dava fastidio. Era come un animale, giovane e sano.

            Quando la luce si accese, si alzò di scatto, sbattendo le palpebre insonnolite. Possibile che quell’idiota del suo maggiordomo osasse disturbarlo mentre non era solo?

            Il luccichio del coltello contro la pelle già avvizzita del suo collo gli ferì gli occhi. Il brivido freddo della lama d’acciaio contro la sua gola gli mandò un lungo, sgradevole fremito lungo la schiena.

            - Sorpresa - disse una voce calma e metallica, disgustre. - Buon Natale, Damian Norelmeyer. -

            La ragazza accanto a lui non ebbe nemmeno il tempo di gridare. Un tampone imbevuto di etere le piombò sulla bocca e sul naso. Damian spostò il suo sguardo ora attentissimo dall’uno all’altro dei loro assalitori.

            - E Buon Anno, caro zio - aggiunse il secondo uomo, quello che aveva adllo che aveva addormentato la ragazza.

            - Un gemito, e ti taglio la gola. Con estremo piacere, te l’assicuro. -

            - Sì, tagliagliela, Moritz - sorrise l’altro uomo. - Deve essere divertente vedere il sangue di questo grasso maiale imbrattare il suo letto...così come ha fatto lui con il sangue dei nostri genitori-

            - Oh, Franz, hai pienamente ragione - Moritz si sedette sul letto, sorridendo. Quel sorriso di morte raggelò Damian Norelmeyer fin nel profondo. Moritz di Landor e Franz di Walkenstein. Insieme. I figli delle sue vittime. Ma se con il nipote poteva, forse, ragionare, sapeva per istinto che con Moritz nulla l’avrebbe salvato. L’avrebbe ucciso, senza alcun rimorso, da quel freddo, lucido serpente a sonagli che era. Era solo questione di tempo.

            Avrebbe dovuto farlo fuori quando era solo un bambino, il compagno di giochi di quello sciocco di Lothar. Se solo avesse saputo...

            - Rimpiangi di non avermi ucciso quando ero solo un lattante? - Moritz sembrò leggergli nel cervello. Scosse il capo, come divertito, ed una ciocca dei suoi stupefacenti capelli biondissimi gli ricadde sulla fronte. Quegli occhi dorati, insondabili, senza pietà. Li avrebbe riconosciuti tra mille. Gli occhi del granduca Magnus. Dio, quanto aveva odiato e temuto quell’uomo!

            - Per una volta, non sei stato affatto previdente. - gli disse dolcemente il giovane. - Meglio non lasciare tracce, quando si commettono questo genere di sciocchezze. -

            - Già - rimarcò Franz. - Per un uomo che ha avuto il sangue freddo di uccidere la propria stessa cognata, sei stato singolarmente maldestro. Davvero pensavi che nessuno l’avrebbe mai scoperto? -

            La paura ed il risentimento per essere nelle loro mani fecero andare il sangue al cervello del vecchio.

            - Eppure, miei cari giovanotti, dovreste saperlo come avete ottenuto queste informazioni. - sbottò, suo malgrado - Mi sono sbattuto quella sgualdrina di tua sorella, Moritz...che è anche la tua futura moglie, non è vero, Franz? -

            Moritz sorrise senza un fremito. Franz irrigidì la mascella, imponendosi con un supremo sforzo di volontà di non reagire...l’unico desiderio che provava, in quell’istante, era di spaccare la faccia a quel lurido vecchio.

            Fu Moritz a rispondere, con uno dei suoi inimitabili sorrisi.

            - Direi, caro Damian, che è stata Karla a sbattersi te... una volta per tutte. -

            - Andiamo - tagliò corto Franz. - Ora facciamo un viaggetto, caro zio. - Passò il tampone soporifero a Moritz, che lo premette con forza contro il volto dell’uomo. Damian si dibatté per alcuni istanti, e poi cedette, afflosciandosi tra le sue braccia.

            - Pesa tremendamente. Sarà delizioso lasciarlo cadere sulla neve. E’ una vera fortuna che ci siano state precipitazioni così abbondanti. -

            Franz aveva intanto aperto la grande finestra. Fortunatamente, la stanza di Damian era solo al primo piano. Un ruzzolone fuori e...oplà. Non c’era nemmeno stato bisogno di sopraffare le guardie della reggia di Landor.

            Gli uomini di Moritz, vestiti da contadini, raccolsero la sagoma pesante ed immobile del conte, e lo buttarono su di un carro, seppellendolo sotto manciate di paglia secca. Ad un comando secco, quasi inudibile nella notte, il carro si mosse lentamente, apparentemente innocuo, verso la campagna.

           

 

 

 

 

  - D

esdemona non si offenderà se usiamo così la sua proprietà - osservò Moritz più tardi, quando lui e Franz si poterono rilassare di fronte ad un bel fuoco di legna. - Ma non mi è venuto in mente nessun luogo più adatto di questo per tenervi rinchiuso quel rifiuto di Norelmeyer. Almeno fino a quando non ci avrà detto dov’è Karla -

            - Questa è la vecchia casa di Roderick di Saringen...ed anticamente è stata anche prigione per membri indegni della famiglia Walkenstein - Estembourg - replicò Franz, sorseggiando il suo cognac. - Quanto mai adatta, pertanto. Anche se, grazie a Dio, quell’uomo non è mio parente di sangue -

            - E’ però un nemico di sangue - disse Moritz - E pagherà con il sangue, il suo, te lo garantisco. Ma non prima di averci permesso di ritrovare mia sorella. -

            - Nella fretta di organizzare questo piccolo...ehm, rapimento...non abbiamo parlato. Mi hai chiesto di Desdemona, e ti ho detto che sta bene...e che è a Dresda, da nostra sorella Adelaide. Ma c’è qualcosa di cui non ti ho ancora accennato. -

            - Cosa? - si incupì Moritz. - Nessun problema, mi auguro. Qualcuno, a Berlino, l’ha importunata? Bismarck? -

            - No...nulla del genere. - Franz si schiarì la voce, piuttosto imbarazzato. - Ecco...lei non te ne ha ancora potuto parlare. Dopo che ti vide ad ottobre, nelle colline, non è stata...troppo bene. -

            - Cosa ha avuto? Parla, ti prego! -

            - Moritz...Desdemona aspetta un bambino. E’ sicuro. E’ già al quinto mese di gravidanza. -

            Franz vide la fisionomia del futuro cognato, solitamente tranquillissima, trasformarsi. Moritz balzò in piedi, incapace di stare fermo. - Desdemona è incinta? Non stai scherzando, vero? -

            - Non potrei mai. Non su di una cosa del genere. Non sei...contento? -

            - Contento? - rispose l’altro, agitatissimo. - Mio Dio, non riesco nemmeno a crederci. Un bambino! Un bambino nostro! Ed io non sono con lei! E se avesse bisogno di me? Sta bene? Il medico cosa dice? -

            - All’inizio ha avuto qualche problema, vomitava spesso, e si sentiva debole. Ma ora va meglio. Il medico che l’ha in cura a Berlino dice che sta benissimo. Moritz, in primavera sarai padre. - Franz vide che Moritz piangeva. Incredibile, ma vero. Aveva le lacrime agli occhi. Era un pianto silenzioso, qualcosa che lo stava sopraffacendo. Si alzò a sua volta, e lo strinse in un abbraccio che l’altro, sorprendentemente, non respinse.

            - Non fare così. Lei sta bene. E’ sana, giovane: non avrà problemi. E ti ama. Pensa sempre a te, ed al vostro bambino. Non te lo poteva dire fino ad ora per ovvi motivi, non voleva compromettere il segreto del tuo rifugio. Ma ti aspetta. Entrambi ti aspettano. -

            - Io non sono degno di tua sorella - disse Moritz, dopo essersi ripreso. - Non lo sono mai stato. Eppure, il Signore è stato buono, e mi ha dato il suo amore. Ed ora, anche questo. Non mi sono mai neppure concesso di sognare una cosa del genere. Una donna, ed un bambino...tutti miei. E non posso ancora offrire loro il nome che gli spetta...il titolo di Landor. -

            - Non è così importante. Il vostro amore può attendere -

            - No - disse Moritz, asciugandosi rabbiosamente gli occhi. - Non permetterò che mio figlio nasca illegittimo, e che Desdemona debba sopportarne l’onta. Una volta per tutte, risolveremo questa questione. Ti garantisco che prima della nascita del bambino, io sarò granduca di Landor, e lei granduchessa...a qualunque costo! - Nel suo sguardo tornò quel luccichio di morte che, quella notte, aveva già terrorizzato Damian Norelmeyer. - Questa farsa è durata anche troppo. Né Vienna né Berlino intendono aiutarmi. Devo riprendermi ciò che è mio con la forza. C’è solo una cosa che voglio sapere: sei al mio fianco, in questo? -

            - Certamente - disse Franz. - Ora che ti conosco meglio, so che uomo sei. Il diritto è dalla tua parte. E, comunque, ci uniscono i legami più potenti. I legami dell’amore che proviamo reciprocamente per le nostre sorelle. Amavo e rispettavo Lothar, ma già so che non amerò e rispetterò di meno te...al contrario. Anche tu mi sei fratello. Tramite l’affetto di Karla e di Desdemona. -

            - Lo stesso è per me. Giuro che darò la mia vita, tutto me stesso, per proteggere tua sorella, e tuo nipote, e la vita che avremo. A qualunque costo. Tu sai che sono capace di tutto, non è vero? -

            - Sì... lo so - disse Franz, quasi spaventato dall’intensità del suo sguardo. Ora capiva perché i nemici, un tempo, fuggivano di fronte a Moritz von Landau...il cavaliere rosso. Era un guerriero nato. E non conosceva la parola sconfitta.

            - Ed ora - disse Moritz, ritornato esteriormente calmo, anche se la notizia sconvolgente datagli da Franz lo stava torturando dentro - Pensiamo a Karla. Dobbiamo ritrovarla. Credo sia ora di dare la sveglia a quel lurido maiale che russa in cantina, legato come un arrosto per Natale -

           

 

 

 

  - N

on intendo sporcarmi le mani con te - sussurrò Moritz, mentre il suo prigioniero, lentamente, riprendeva i sensi, dopo la brusca secchiata di acqua gelida mista a neve piombatagli addosso. - Sa solo Dio se desidero spaccarti quel brutto naso. Ma ci comporteremo da gentiluomini. Ed ora tu mi dirai dov’è mia sorella -

            - Non so nulla di quella puttana - rispose imprudentemente Damian. Inatteso, gli giunse sul naso il pugno di Franz. Il giovane principe di Walkenstein sorrise. - Io non ti ho promesso che non ti avrei toccato -

                - Avanti. Prima parlerai, prima la faremo finita. Dov’è Karla? Sei stato tu a farla rapire? -

            Damian si passò una mano sul naso, sanguinante. Quell’idiota di Franz doveva averglielo rotto. Proprio un nipote affettuoso.

            Ma Moritz continuava ad essere quello che gli faceva più paura. Dannazione, non voleva morire. Non così...senza essersi potuto vendicare di quei due ragazzini imberbi.

            - Vi ho detto che non ne so nulla. - Trattenne a stento le parole di scherno che gli giungevano naturali alle labbra. - Perché mentirvi? Lo so che mi potete uccidere. -

            - Bravo. E’ esattamente quello che ho in mente - confermò Moritz. - Pertanto, visto che non ci sei di alcuna utilità, non ci resta che procedere. -

            La piccola rivoltella di Moritz venne rapidamente puntata alla tempia dell’uomo. Moritz la preparò al fuoco con uno scatto secco.

            - No...aspetta! - gridò il vecchio, terrorizzato. - Io non ne so nulla...ma potrebbe darsi che mio figlio David, al contrario, ne sappia qualcosa. So che l’ha vista a Berlino, quest’estate...è stato lui a dirmi della sua relazione con Franz. Ho il sospetto che la ragazza...che la ragazza si sia portata a letto anche lui - ammise, riluttante, temendo una nuova, spiacevole reazione del nipote.

            - Di nuovo mi complimento per la tua perspicacia - sorrise Moritz, senza mollare la mira. - Forza. Dov’è David? -

            - Era a Landor fino ad un mese fa. Poi, non l’ho più visto. Credevo fosse andato a Vienna -

            - Bugia. So che è stato visto a Landor anche la settimana scorsa. Pertanto, non è lontano di qui. Ora, caro Damian, prenderai carta e penna. E pregherai il tuo caro figlioletto di venirti a riprendere vicino alla fontana dei Tre Cervi, ad una data stabilita. Con Karla, è evidente. Che provi qualche gesto sconsiderato...e sei un uomo morto. Morto in anticipo, vorrei aggiungere. -

            Damian fissò Franz. Se sperava in un suo aiuto, alla luce dei loro dubbi legami di parentela, si stava sbagliando di grosso. Non avrebbe fatto nulla per impedire a Moritz di ammazzarlo. Anzi, si sarebbe goduto di certo lo spettacolo.

            Maledetti! Si permise di respirare solo quando Moritz abbassò la rivoltella. Prese la carta ed il calamaio che Franz gli spingeva davanti, e cominciò a scrivere.

            Non gli restava che sperare nel figlio, e maledire la sua lussuria, che l’aveva reso schiavo di quella ignobile sgualdrinella dallo sguardo freddo, con risultati tanto disastrosi per il suo povero, vecchio padre.

            E, probabilmente, per se stesso.

 

 

 

 

 

  - D

annazione! - imprecò David, leggendo lo scarno messaggio del padre. Era arrivato con la posta...ed il segretario di Damian Norelmeyer gliel’aveva subito consegnato, tremando. Nel granducato non si era ancora sparsa la notizia del rapimento del conte, grazie a Dio, e la famiglia stessa era per lo più lontana. Restava suo fratello Gunther, da poco sposatosi e padre di un bambino di un anno, ma David non ci faceva nessun affidamento. Gunther era un uomo tranquillo, ed il padre ed il fratello l’avevano sempre tenuto al di fuori delle loro trame. Quanto agli altri figli, a parte Katerina, a Parigi con la madre, erano ancora dei ragazzi, i due maschi in collegio militare, e la femmina in un convento della Stiria.

            David provò l’impulso di uccidere Karla...e così di liberarsi anche di suo padre. Era sicuro che Moritz, in quel caso, gli avrebbe reso quel piccolo favore. Dio sapeva se non vedeva l’ora di sottrarsi all’invadente, soffocante tutela del padre.

            Ma valeva la pena di sopprimere la vita della bella Karla dagli occhi dorati? Continuava a desiderarla. La voleva per sé, al di là del suo corpo, al di là della sua ragione, con un’intensità che lo spaventava. Ancora una volta, per dimostrarle che uomo era...e per vederle un barlume di piacere negli occhi, un lampo di sincero coinvolgimento.

            No, era impossibile. Il disprezzo che lei provava per lui, per il suo stesso nome, era come una barriera invalicabile tra di loro. Gliel’aveva dimostrato oltre ogni dubbio.

            - Cosa farete, colonnello? - chiese il segretario, non intuendo nemmeno che David avrebbe potuto e voluto ucciderlo per quello. Il fatto che l’uomo sapesse, gli vietava di restare inattivo, come avrebbe fortemente desiderato.

            - Lo salverò...naturalmente -

            - Ah...bene. Desiderate comunicare qualcosa alla vostra signora madre? -

            - No...nel modo più assoluto - David si disse che non doveva essere stata casuale la scelta dei suoi nemici di far pervenire il messaggio per posta. Dovevano conoscerlo bene. Dovevano aver immaginato che lui sarebbe stato anche disposto a sacrificare la vita del proprio padre...se non costretto dalle circostanze a fare almeno il tentativo di salvarlo. Maledetti.

            Si fece preparare un cavallo, e si precipitò a Nelbrück. Aveva bisogno di vedere Karla. Lei era seduta accanto alla finestra, nella pallida luce del mattino, e si pettinava i lunghi capelli biondi. Sembrava la Loreley della nota poesia di Heine, sebbene non portasse, al contrario di quella, gioielli che potessero rivaleggiare con il platino della sua incredibile, folta chioma. Una pericolosa sirena nata per portare i naviganti alla morte.

            Le affondò le dita tra i capelli, quasi con tenerezza. Lei non si spaventò nemmeno quella volta.

            - Tuo fratello mi ha offerto su di un piatto d’argento l’occasione di tenerti con me per sempre...liberandomi al contempo di quel fardello di mio padre. Che ne pensi? -

            Karla sorrise nel piccolo specchio che la serva taciturna le aveva procurato, insieme con qualche altro scarno oggetto di toeletta.

            - Che Moritz ti ucciderà...comunque. -

            Le tirò i capelli dolcemente, costringendola a chinare il capo verso di sé. - E Franz? Credi che anche lui mi ucciderà, se dovessi di nuovo prenderti? -

            - Cosa ne sai...di quello che prova un uomo vero? - rispose lei. - Credi che una volta di più o di meno, a questo punto, farebbe differenza? -

            - Per me la farebbe. Ti desidero al punto di starne male. -

            - Io no. -

            - Perché? -

            - Non c’è motivo. Ti ho avuto perché pensavo potessi essermi utile. Tutto qui. -

            - Sei una puttana. -

            - Te lo dissi già una volta, David...non hai idea quanto -

            La baciò, suo malgrado, con dolcezza, accarezzandole le labbra con la lingua. Lei, come la volta precedente, non si ritrasse e non si abbandonò.

            Incapace di sopportare lo scherno che intuiva nei suoi grandi occhi trasparenti, si allontanò ancora una volta da lei, sconfitto.


XIV

 

 

 

            Berlino, gennaio 1859.

 

 

   O

tto von Bismarck cominciò l’anno nuovo nel modo peggiore. Stava consumando la prima colazione quando l’editoriale del più importante quotidiano francese rischiò di fargliela andare per traverso. Portava la firma di uno dei più celebri corrispondenti occidentali in Germania, ed in quel momento - ne era certo - veniva letto in tutte le più importanti corti europee.

            Già il titolo, nella sua brutalità, era rivoltante.

            “Usurpato il trono del granducato di Landor! Il legittimo erede accusa Vienna e Berlino di cospirazione”.

            - Brückner! - urlò imperiosamente, e quando l’ometto arrivò, trafelato, gli gettò il giornale. Il segretario si aggiustò gli occhiali sul naso, e mise a fuoco l’articolo incriminato.

            - Come è potuto succedere! - scandì l’aristocratico. - Perché non abbiamo bloccato prima quella donna? -

             - Signore...voi avevate detto che stavate ancora ponderando la questione...-

            - Accidenti! Dovevate impedirmi di riflettere così a lungo! -

            Era un disastro. Era quello che le miriadi di principati, vescovati, gruppi di potere attendevano per dissociarsi dal suo progetto di una “grande Germania”. Era la prova che i due imperi non desideravano affatto tutelare le loro legittime, ereditarie sfere di indipendenza. E, perlopiù, che agivano nell’ombra servendosi di personaggi indifendibili come quel Norelmeyer, e di metodi a dir poco criminali...omicidio, simulazione di reato, rapimento, sottrazione di minori. C’era tutto. Dannazione, c’era tutto in quella maledetta storia, in quell’incredibile feuilleton degno di un Dumas, di un Hugo, per sollecitare lo sdegno e la curiosità morbosa di ogni ceto della popolazione tedesca. C’era da immaginarsi che, in un baleno, la notizia sarebbe filtrata sui giornali tedeschi ed austriaci...ed era dannatamente troppo tardi per fermarla!

            Desdemona di Walkenstein l’aveva avvisato...e lui, stupidamente, non le aveva dato abbastanza retta. L’aveva frettolosamente liquidata come una povera donna innamorata, ed incinta...incapace di nuocergli.

            Quanto si era sbagliato. Si riprese il giornale dalle mani dello sbalordito segretario, e rilesse quel maledetto articolo per l’ennesima volta.

            “Ho incontrato a Dresda, presso il principe Gottfried di Sassonia, suo cognato, la principessa Desdemona di Walkenstein, sorella del principe sovrano Franz III di Walkenstein. L’aristocratica dama ha gentilmente acconsentito a rilasciarmi le dichiarazioni che seguono, per merito della cortese intercessione del nostro ambasciatore. Invero, la gravità di tali dichiarazioni getta una luce sinistra sul progetto pantedesco caro al signor von Bismarck ed al suo augusto sovrano. La principessa è infatti la promessa sposa del principe Haakon Olafsen, appartenente alla famiglia reale norvegese, il quale, in seguito all’incredibile serie di avvenimenti che sto per narrarvi, risulta essere l’unico legittimo erede vivente al trono del granducato di Landor, trono lasciato recentemente deserto a seguito della prematura scomparsa del granduca Lothar II, del quale peraltro viene ora contestata l’illegittimità. Ecco i fatti quali narratimi dalla principessa...”

            Seguiva il compiaciuto elenco dei crimini e misfatti di cui il conte Damian Norelmeyer si era macchiato negli ultimi trent’anni. Si partiva dal gustoso e piccante racconto delle infedeltà del granduca Magnus e della principessa Rosaleen, per arrivare alla drammatica nascita dei due legittimi eredi di Landor, Moritz e Carolina. Non si taceva infine nulla delle macabre, peccaminose circostanze della morte dei due infelici amanti, e non si sorvolava sui tristi, modesti destini dei due eredi, sino al loro tardivo riconoscimento ad opera della famiglia Olafsen. Da ultimo, si adombrava il sinistro ruolo delle due potenze imperiali nel proteggere l’iniqua reggenza dello stesso Norelmeyer, a scapito delle legittime aspettative del principe Olafsen e di sua sorella. E la cosa più drammatica era che entrambe le casate di Walkenstein e di Sassonia si facevano garanti della legittimità di tali aspettative.

            - Vorrei torcerle il collo. - disse Bismarck, pensando a quel meraviglioso esemplare di femmina che gli stava procurando il peggiore pubblico imbarazzo della sua vita. - E Dio sa se non se lo meriterebbe. Ma non mi resta che precipitarmi a Dresda e trattare con lei. Cercando di uscire da questo pasticcio il più velocemente possibile. Dovevo farlo fucilare. Lo sapevo che non dovevo cederlo agli Olafsen...dovevo far fucilare quel von Landau quando ne ho avuto l’opportunità. Ora è dannatamente troppo tardi. -

            Brückner non osò dir nulla. Per una volta, il potente e cinico Bismarck era stato giocato.

 

 

 

 

  D

olcemente, Adelaide si riprese dalle mani della sorella, ora addormentata, il piccolo indumento di batista che questa stava ricamando. Lo osservò sconsolata: Desdemona non era proprio portata per i lavori manuali. Non importava. Ci avrebbe pensato lei a ricamarlo alla perfezione per il suo nipotino, l’erede di Landor.

            Desdemona si svegliò, e sorrise alla sorella. - Non so cosa mi sia successo. Faccio fatica a dormire la notte...ed invece, di giorno, non riesco a tenere gli occhi aperti. -

            Adelaide posò la mano sul ventre teso della sorella. Il bimbo scalciava vigoroso.

            - Non sta mai fermo. Il mio Eberarth, invece, si faceva appena sentire. -

            - Eberarth è un bambino delizioso, e molto tranquillo. Non credo potremo dire altrettanto del mio. -

            - L’hai combinata grossa - sussurrò Adelaide. - Hai fatto muovere da Berlino il gran capo in persona. Bismarck è qui. Vuole parlarti. -

            Desdemona si sollevò con uno sforzo. Ora era davvero divenuta grossa. - Almeno è servito a qualcosa. Era ora di spezzare quest’assurda cortina di omertà. Norelmeyer tiene prigioniera Karla...te ne rendi conto? Avrebbe potuto fare lo stesso con noi...o con tuo figlio. -

            - Sì...ne sono convinta - tremò Adelaide. - Vuoi parlargli? -

            - Sì. -

            - Hai paura che ti faccia delle minacce? Che ti costringa a ritrattare quello che hai dichiarato a quel giornalista? -

            - Che ci si provi soltanto! - esclamò Desdemona. - Se mi aiuti a cambiarmi, lo ricevo subito. Non voglio disturbare Sandra. E’ andata a fare una passeggiata con quel generale russo...hai capito, la nostra Sandra? -

            - Era ora! - rise Adelaide. - Dopo tutti questi anni di fedeltà, a noi ed alle nostre beghe, era ora che si dedicasse un po’ a sé stessa. -

            Adelaide aiutò Desdemona a vestirsi. Le porse un bellissimo abito dalla linea sciolta, appena fermato sotto il seno da un nastro dello stesso blu scuro del velluto impiegato dalla veste, e le raccolse i capelli in una retina. Al collo, Desdemona indossò il suo nastro con il rubino donatole da Moritz.

             - Principessa...è un piacere rinnovato. Siete magnifica -

            - Signore, voi siete sempre molto gentile. - rispose lei, con ironia appena celata. - A cosa devo la vostra cortese visita? -

            - Alle vostre coinvolgenti...ehm, esternazioni. Immagino che siano...immodificabili, non è vero? -

            - Tanto immodificabili quanto lo è di solito la verità - disse lei, sedendosi ed invitandolo a fare altrettanto. Otto von Bismarck poteva spaventare tutti i suoi interlocutori, ma non avrebbe spaventato lei. Non più. - E’ la verità, infatti, che Norelmeyer, o suo figlio, tengano prigioniera la donna che sarà presto mia cognata...la principessa Carolina di Landor. -

            - Ne siete sicura? -

            - Ne sono assolutamente certa -

            - Si dice che Damian Norelmeyer manchi da Landor da alcune settimane, e che nessuno l’abbia più visto. Si sussurra che sia stato a sua volta vittima di un rapimento. -    

            - E’ quello che mi auguro. Non vedo infatti altro modo per ottenere la restituzione di Karla.-

            - L’Austria minaccia di invadere in armi Landor qualora il nuovo pretendente fosse ad essa...ostile -

            - Lo faccia pure, se lo ritiene. A questo punto, il mondo sa chi è il vero, legittimo erede di Landor. -

            - La creatura che portate in grembo...principessa? -

            - No, signore...suo padre. Moritz di Landor. -

            Bismarck la studiò. Non era ostinata. Era semplicemente sicura di sé, e della assoluta bontà della sua causa.

            - Non avete paura di nulla, principessa? -

            - La paura non impedirà a nessun membro della mia famiglia di compiere il proprio dovere fino in fondo. Non vi immischiate più in questa faccenda, von Bismarck. Vi sono grata per aver consentito a Moritz di sopravvivere, a Berlino. Ma non vi devo altro, lo sapete bene. Non è trasformando Landor in un campo di battaglia tra le pretese egemoniche vostre, e quelle austriache, che vi garantirete la fedeltà di Moritz... o la nostra. Lasciate che noi risolviamo a modo nostro il nostro problema familiare con i Norelmeyer, e poi si vedrà. -

            - L’epoca dei principati sta per finire, principessa, e credo voi siate abbastanza intelligente da capirlo. Non credete sia antistorico lottare per l’indipendenza di piccole sovranità? -

            Desdemona lo fissò. - Antistorico? Almeno quanto lo sperare di riunire durevolmente popoli e mentalità diverse sotto un unico, immenso impero. Vedrete, nemmeno l’epoca imperiale da voi auspicata durerà a lungo...anche questo sono abbastanza intelligente da capirlo. Quanto a noi, Moritz ed io, ed i miei fratelli, non desideriamo che il bene e la prosperità della nostra gente. Senza invadere le prerogative di nessuno. Ma senza dover cedere le nostre a persone senza scrupoli, avide ed immorali, come i Norelmeyer. -

            Bismarck non rispose. La principessa non avrebbe ritrattato.

            E Norelmeyer era ormai divenuto politicamente indifendibile.

            - Cercherò di contrattare con Vienna una sospensione di ogni possibile intervento armato. Non ne usciremmo bene, nessuno dei due imperi, da una presa di posizione contro di voi. Vedetevela da soli. Ma, ricordate, un giorno passerò a riscuotere il mio credito, principessa. -

            - Se vi saranno crediti da riscuotere, verrete pagato. - replicò lei, freddamente.

            - Il vostro promesso sa che tipo di donna sta per sposare? -

            Lei sorrise. - Credo proprio di sì. Almeno quanto io so che tipo di uomo è lui -

               

 

 

 

 

  I

l giorno fissato per la liberazione di Karla arrivò in una fredda mattinata di gennaio.  Era da qualche settimana che non nevicava, e la neve caduta a dicembre si era solidificata in una fredda, sporca cortina ghiacciata, che rendeva difficili i movimenti dei cavalli.

            Franz e Moritz si diressero verso il crocicchio dei Tre Cervi, non lontano da Nelbrück, con il loro prezioso ostaggio, ed una piccola scorta armata di uomini di Walkenstein e di compagni d’armi di Moritz. I norvegesi si muovevano con disinvoltura nella fredda giornata invernale. Abilissimi cavalieri, abituati ai terreni più difficili, portavano tranquillamente a tracolla lunghi fucili capaci di abbattere un orso con un solo colpo.

            La tensione stava facendo saltare i nervi a Norelmeyer. I suoi carcerieri non gli avevano passato nemmeno il necessario per radersi, e si sentiva sporco ed a disagio, con la barba lunga, e gli stessi abiti che gli avevano frettolosamente fatto indossare la notte del suo rapimento. Temeva di morire. Temeva che David non ci avrebbe pensato due volte a tenersi Karla...lasciando che i suoi nemici lo eliminassero. Non si faceva alcuna illusione circa l’affetto filiale del figlio.

            - Vedremo quanto bene ti vuole il tuo figliolo - sorrise Moritz, leggendogli nella mente. Damian lo ricambiò con uno sguardo di puro odio. Era proprio il figlio di Magnus, nonostante tutti i suoi sforzi per eliminarlo...ed era, da un certo punto di vista, anche peggiore. Magnus aveva avuto la debolezza della carne, e la vanità di un vero sovrano. Moritz gli sembrava privo di punti deboli, temprato com’era stato da una giovinezza difficile ed umiliante. Se solo fosse riuscito a mettere le mani su Desdemona, si disse Damian...forse, solo allora avrebbe potuto vendicarsi di lui.

            Ma, in quel momento, era già molto riuscire a restare vivo.

            Franz, al contrario, era teso almeno quanto lui. Damian si chiese quanto gli bruciasse il sapere che la sua donna era stata loro, sua e di suo figlio. Sembrava che fosse disposto a passarlo per le armi almeno quanto lo era il suo futuro cognato.

            - Alt! - intimò il principe. Seguendo un ordine prestabilito, la scorta norvegese di Moritz si dispose strategicamente nel bosco intorno al crocicchio. Gli uomini di Walkenstein, invece, circondarono l’ostaggio, imbracciando i fucili e puntandogli contro le loro baionette. Franz e Moritz, la rivoltella in mano, si avvicinarono al centro dell’incrocio. Non c’era nulla che David potesse fare contro di loro senza che la vita di Damian cessasse all’istante. Non si facevano illusioni circa l’affetto del giovane per il padre, ma, in quel caso, ogni suo gesto sconsiderato avrebbe avuto troppi testimoni. Politicamente e socialmente, in quel caso, sarebbe stato un uomo finito...se non l’avessero ucciso prima. I norvegesi avevano infatti l’ordine di fare fuoco al primo segnale di comando ad opera di uno dei due principi.

            Nel silenzio assoluto del bosco in gennaio, si disposero all’attesa, il loro fiato che si condensava in fredde nuvolette di vapore nel gelo.

           

 

 

 

 

 

  - D

evo ucciderti ora ? - si chiese David, mentre affondava le mani nei capelli d’argento di Karla. - La facciamo finita, qui e subito? Ti ammazzo, e lascio che tuo fratello ed il tuo amante ritrovino solo il tuo corpo in disfacimento? -

            Lei lo fissò. Non aveva mai avuto veramente paura di lui, nonostante tutto. In quelle settimane di prigionia, l’aveva visto appena. Era come se il vederla lo mettesse troppo a dura prova...Karla sapeva che era sempre in bilico tra la tentazione di saltarle addosso, per rivendicare il suo possesso, ed il timore di rivedere il suo scherno, il suo disprezzo. Evidentemente, in un qualche suo contorto modo, lui l’amava. Era quella la sua unica forza, ciò che le consentiva di non crollare, in quella fredda prigione. Quella, ed il suo stesso difficile passato. Lei era una donna abituata alla solitudine...alla povertà materiale e spirituale. Non sarebbe stato affatto facile piegarla, se non ci erano riusciti neppure gli abusi degli Herzog quando era solo una ragazzina.

            - Vuoi che trovi le parole per convincerti a non farlo? - disse lei, con tranquillità. - No, ho freddo e sono troppo stanca. E poi, non sono brava a mentire. -

            - Ma se sei la maestra di ogni inganno... -

            - Inganno? Non ti ho mai detto di amarti. Non ho mai neanche detto che mi piacessi. -

            - Non ti ho portato al piacere neppure una volta? -

            - David... - sbuffò lei, con il tono annoiato di una madre costretta a ripetere l’ennesima lezione al figlio ottuso.

            - Ancora una volta, ti prego... -

            - A che scopo? - chiese lei, sbadigliando. - Se devi uccidermi, facciamola finita. Altrimenti, lasciami dormire -

            - Sì, dormire... - si chiese David. - Avrei voglia di stendermi accanto a te, in un vero letto, e di dormire, soltanto dormire, tenendoti tra le braccia, aspirando il tuo profumo. Eri così pulita...anche quando facevi la serva. E profumavi di buono. Avrei dovuto capirlo chi eri veramente. -

            - Neppure io sapevo chi ero veramente, allora -

            - Eppure, Franz lo hai amato. Perché io no? -

            - Perché lui sì - rispose lei, con la stessa logica di un bambino.

            David guardò l’orologio che portava in tasca. Era ora. O adesso... o mai più.

            - Andiamo - le disse bruscamente. - Indossa la tua pelliccia. -

            - Dove? - chiese lei, stupita. - Ti ho detto che sono stanca. -

            - Su...andiamo! - la strattonò, costringendola a muoversi. Karla afferrò il suo zibellino, suo fedele compagno in quelle fredde giornate nella fortezza abbandonata, e lo seguì. Un vago timore la invase. Ma cercò di calmarsi. Se David voleva davvero ucciderla, nulla gli impediva di farlo lì, e subito. Lo seguì fuori dalla fortezza. Non aveva mai lasciato la sua stanza dal giorno in cui l’avevano condotta fin lì. Appena fuori, nei boschi gelati, respirò con forza la fredda aria balsamica.

            - Monta a cavallo - le ingiunse l’uomo. - Avanti -

            Lei fece come le era stato ordinato. David montò dietro di lei, afferrando le redini tra le mani guantate, e tenendola stretta tra le sue cosce. - Non pensare nemmeno di gettarti per terra. Ti riprenderei subito. -

            - Non intendo affatto farmi male. - rispose lei. David aspirò per un istante il dolce profumo dei suoi capelli, che lei aveva appena lavato, grazie ad un bacile di acqua calda e ad un pezzetto di sapone che la sua serva abituale le aveva portato. Fu sul punto di mandare tutto al diavolo. Di far cambiare direzione al cavallo, di portarla con sé verso sud, in una fuga infinita, verso il caldo, il sole, la libertà. Di tenerla prigioniera per sempre, in un altro mondo, in un’altra realtà. Lei, come intuendo il corso dei suoi pensieri, si voltò e lo fissò.

            Rimase sconvolto come sempre dalla trasparenza dorata dei suoi occhi. Non erano azzurri, e nemmeno propriamente castani, ma piuttosto di un’insolita sfumatura di nocciola chiarissimo, propria della famiglia Landor...occhi d’oro e capelli d’argento. Era la donna più strana che avesse mai conosciuto. E la più determinata a non essere mai, in nessun caso, davvero sua.

            Strinse le labbra, e spronò il cavallo. Avevano un appuntamento a cui, a questo punto, non aveva alcun senso mancare.

           

           

           

           

 

 

  I

l lieve, modulato fischio fece trasalire i due principi. L’avanguardia norvegese aveva scorto un cavaliere in arrivo poco distante. Gli scatti delle sicure mandarono un lungo brivido lungo la schiena di Damian Norelmeyer. Grazie a Dio, doveva essere David.      Sperava solo che non fosse così stolto da tentare qualcosa contro i loro nemici, non in quel momento.

            Franz fu il primo a scorgere Karla, a cavallo con David, e si controllò per domare l’impulso di correrle incontro. Lei lo guardò, apparentemente tranquilla. In verità, era sconvolta. Ora sapeva che né lui né suo fratello l’avevano abbandonata...e che questo avrebbe potuto essere il momento della sua liberazione...o della loro più completa disfatta.

            Sotto il suo sguardo ardente, Karla abbassò il proprio. Si chiese se lui avesse letto la sua lettera. E se fosse accorso in suo aiuto spinto solo dal suo spirito cavalleresco, nonostante l’infame tradimento di lei...o se la amasse ancora. Karla pregò tra sé e sé, suo malgrado. Fa’ che possa ancora dimostrargli il mio amore, pensava. Fa’ che mi dia ancora un’occasione per riconquistarlo. Senza di lui non vivrò....sapendo che mi disprezza e mi odia.

            Moritz scambiò un lungo sguardo con la sorella. Si rassicurarono a vicenda: lei, fisicamente, stava bene.

            - Benvenuto, David. Vedo che Karla sta bene. -

            - Non posso dire altrettanto di mio padre. Ha l’aria vecchia e stanca. -

            Un lampo di disprezzo passò negli occhi di Damian. Suo figlio, quello sciocco, non era stato nemmeno abbastanza uomo da sbattersi di nuovo quella sgualdrinella e da farle perdere un po’ delle sue arie, evidentemente. La ragazza sembrava assai soddisfatta, e ne aveva ben donde. L’aveva di nuovo domato, pur essendo lei la prigioniera.

            - E’ lo specchio della sua decadenza....fisica e morale. - commentò Moritz. - Avanti, facciamola finita. Lascia scendere Karla. Non appena sarà qui, con me, ti restituirò il tuo caro congiunto. -

            - Perché dovrei fidarmi? - replicò David, petulante.

            - Perché non hai scelta -

                “Idiota” pensò Damian. “Ho messo al mondo un vero idiota. Sei veri idioti. Altro che il mio sogno di una nuova stirpe sovrana”.

            Già, il suo assurdo sogno...quello di soppiantare sia i Landor che i Walkenstein grazie alla propria astuzia, al proprio cinismo. Diventando, sin da giovanissimo, il confidente sia di Magnus di Landor che del principe Jobst di Walkenstein, il nonno di Franz, e muovendosi tra infiniti intrighi e delitti. Aveva sedotto Margaretha Naestved, la sorella della principessa Rosaleen, a questo scopo...e non era servito a nulla. La stupida si era innamorata di lui, al punto di rifiutare Magnus come sposo, quando il granduca era rimasto assai opportunamente vedovo. Ed erano stati felici, loro malgrado...mettendo al mondo sei stupidi figli, del tutto inadeguati.

            Meglio aveva fatto Magnus di Landor...senza neppure saperlo. Aveva prodotto in un colpo solo due autentici gioielli di cinismo, perfidia e resistenza...quella sgualdrina di Karla, e quel serpente di Moritz.

            Resistenza...quella era la parola chiave, si disse Damian, mentre vedeva dinnanzi a sé la bionda Karla scendere di cavallo con calma, come se ritornasse da una passeggiata nel parco con un ammiratore, e dirigersi verso il fratello. Capaci di tutto. Resistenti a tutto. Persino al plotone di esecuzione...ed al letto di un vecchio pervertito come lui stesso.

            Damian scosse impercettibilmente il capo, deluso, mentre osservava il volto di pietra, indurito dal dolore e dal rimpianto, di quello sciocco di suo figlio.

            - Andiamo - gli intimò un norvegese, con uno spintone, ad un cenno quasi impercettibile di Moritz. Karla era già tra le sue braccia. La sorella teneva il volto premuto contro la sua spalla, evitando lo sguardo di Franz, immobile accanto a loro. Non era quello né il momento né il luogo per parlare. Ne erano entrambi acutamente consapevoli.

            Damian barcollò nella radura, dirigendosi verso il figlio. Per la prima volta in vita sua, si sentiva davvero sconfitto.

            Moritz fece montare Karla a cavallo, davanti a sé, e si accinsero a ripartire. Anche Franz era già in sella alla sua cavalcatura, e gli uomini della loro scorta si stringevano loro intorno, per proteggerli da ogni possibile attacco.

            Damian non aveva ancora raggiunto il figlio, quando lo sparo scosse l’aria immobile della foresta gelata.

            Poco distante da lui, David impugnava la rivoltella fumante, il volto sconvolto dalla follia di quel gesto.

            Il principe era caduto a terra, un fiore di sangue che si allargava sulla sua schiena.

 

 

 

 

           

  I

l grido di Karla scosse il silenzio irreale di quel primo istante di congelato stupore, seguito allo sparo.

Tutto accadde in fretta. La scorta dei principi si aprì, e David Norelmeyer vide la sua morte, senza possibile appello, negli occhi freddi, chiari ed inespressivi di Moritz di Landor. Senza nemmeno un fremito, Moritz sollevò la sua rivoltella e mirò al capo del suo nemico.

            - No! - urlò Damian.

            - No! - stava urlando Karla, subito scesa a terra e riversa sul corpo immobile dell’uomo che amava. Franz era caduto da cavallo, subito dopo lo sparo di David, ed ora giaceva su di un fianco, gli occhi chiusi, come morto. Forse, morto lo è davvero, si disse quest’ultimo, con una certa soddisfazione, nel suo ultimo istante di vita.

            Moritz sparò.

           

 

 

 

 

  D

amian Norelmeyer, ancora scosso per la repentinità di quanto era successo, non reagì quando due dei soldati di Moritz lo ammanettarono nuovamente. Con sguardo spassionato, incredulo, osservava quanto stava freneticamente avvenendo nella piccola radura.

            David era morto. Giaceva a terra, il lato destro del capo frantumato dallo sparo di Moritz. Era stato ucciso a sangue freddo, una perfetta, tempestiva vendetta al suo gesto assurdo. Damian era certo che il suo assassino non ne provasse neppure il minimo rimorso...e che era prontissimo a rifare altrettanto con lui stesso.

            Franz di Walkenstein, ancora steso per terra, ancora immobile, non rispondeva ai richiami di Karla. Lei piangeva, riversa su di lui. Damian la osservava, suo malgrado, con distaccata curiosità. Non credeva che lei sarebbe stata capace di piangere, per nulla al mondo. Si era sbagliato.

            Moritz prese dolcemente la sorella per le spalle, e la scostò. Si chinò su di Franz e, con l’aiuto di uno dei suoi uomini, tagliò il pesante cappotto che questi indossava.

            - Il freddo fermerà l’emorragia...se siamo fortunati - disse a sé stesso, a voce alta. Non doveva pensare che Franz potesse morire. Non doveva pensare al dolore di Karla...ed a quello di Desdemona, e di Adelaide, se ciò fosse accaduto. Doveva solo agire...con calma.

            Cercò di calmare l’improvviso tremito delle mani, e di dimenticare che aveva appena ucciso un uomo.

            Si disse che, in questo momento, quelle mani non dovevano dare la morte...ma la vita. Moritz non aveva mai raccontato a nessuno, neppure a Desdemona, della sua segreta passione per la medicina, che l’aveva portato a condurre intensi studi che avevano riempito, più degli altri suoi interessi, i suoi anni errabondi come principe Olafsen. Aveva frequentato l’università ad Oslo, sotto falso nome, ed aveva prestato la sua opera come tirocinante negli Stati Uniti, specializzandosi nel settore delle ferite d’arma da fuoco e da taglio. Troppo vivido in lui era il rimorso per le morti causate nella sua giovinezza, quando era ancora il cavaliere rosso...e troppo forte il desiderio, in qualche modo, di espiare, salvando almeno qualche vita tra coloro che cadevano feriti sui campi di battaglia.

            Ora, era il momento di mettere a frutto queste esperienze. E poi, quando sarebbe stato granduca, avrebbe fondato un corpo ospedaliero specializzato, da inviare in tutto il mondo...laddove ci fossero state battaglie e sangue e dolore.

            Ma adesso doveva salvare Franz.

            Cominciò a parlare in norvegese, in fretta, rivolgendosi solo a Rieb, il suo luogotenente. L’uomo prese in consegna Karla, ancora sconvolta dall’accaduto, e la portò via, verso Walkenstein, insieme a Damian Norelmeyer ed al grosso della sua truppa. Altri soldati cominciarono a preparare una specie di barella, da far scivolare sulla neve ghiacciata, mentre Moritz toglieva i guanti e si scaldava le mani ad un piccolo fuoco di campo, appena acceso. Franz era ancora vivo, grazie a Dio. Teneva gli occhi chiusi e respirava piano...ma respirava. Moritz trasse un respiro di sollievo. I polmoni dovevano essere intatti.

            Non appena si sentì pronto, tagliò la giacca e la camicia insanguinate, e mise a nudo il piccolo foro. Così piccolo...così mortale.

            La ferita era netta, pulita. Il proiettile era penetrato poco sotto la scapola sinistra, e si era evidentemente incassato in qualche punto della cassa toracica, non lontano dal cuore. David, da quel vigliacco che era, aveva colpito il suo rivale alla schiena. Assurdamente, senza scopo, al solo fine di prendersi un’impossibile vendetta.

            Mio Dio, ma dove era finito quel dannato proiettile?

            - Andiamo a Nelbrück...è il posto più vicino, e non posso certo operarlo in un bosco. Dobbiamo smuoverlo il meno possibile. Il proiettile potrebbe spostarsi...e credo sia dannatamente vicino al cuore. Avanti...carichiamolo così...sul ventre. -

            Con estrema cautela, lui ed i suoi uomini appoggiarono il ferito sulla barella. Grazie a Dio, la cupa fortezza non era lontana.

            Mentre si allontanarono, nessuno di loro pensò a David, al suo corpo scomposto, abbandonato sul terreno ghiacciato, che i fiocchi di neve leggeri che avevano da pochi minuti ripreso a cadere già stavano ricoprendo.

 

 

 

           

 

  - E

’ qui che l’hanno tenuta prigioniera! - esclamò Moritz, non appena furono dentro la fortezza, e fu evidente che la stessa, nelle ultime settimane, era stata abitata...e precipitosamente abbandonata quella mattina stessa. Le braci del camino erano ancora calde.

            Si diede dello stupido per non averlo intuito prima. In quel caso, sarebbe stato possibile assaltarla...e liberare Karla, senza che nulla di tutto ciò accadesse.

            Ora, Franz era immobile, come senza vita, sul tavolo di legno di fronte al camino, in quella che era stata la cucina principale del castello. E lui era l’unico colpevole.

            - Avanti - si disse, mentre Rieb, subito tornato da Walkenstein, appoggiava sul tavolo la sua valigetta, quella che portava dai tempi dell’Università e che conteneva tutti i suoi strumenti chirurgici. I bisturi, le forbici e le garze vennero messi a bollire sul fuoco, mentre Moritz si risciacquava accuratamente le mani con un disinfettante dall’odore acre. La schiena ed il torace di Franz vennero messi a nudo, ed accuratamente puliti con quello stesso acido fenico di cui il suo insegnante sul campo, un medico statunitense che aveva assistito nel corso di alcune scorrerie contro bellicose tribù indiane, gli aveva raccomandato un’abbondante utilizzo contro il rischio di infezioni...il nemico più subdolo di tutti.

            Nel più totale silenzio, assistito solo dal suo luogotenente, esplorò con un bisturi la piccola ferita aperta. Non lo trovava. Dannazione, non lo trovava, quel maledetto proiettile! Ed era evidente che non poteva lasciarlo lì, soprattutto se fosse stato rivestito di piombo, come quelli in dotazione agli ussari di Landor. L’avvelenamento che avrebbe causato avrebbe potuto essere più pericoloso della ferita stessa.

            Si passò un fazzoletto pulito sulla fronte, imperlata di sudore per il caldo del vicino fuoco, e per la tensione. Fosse stata l’ultima cosa al mondo a fare, avrebbe salvato Franz. Solo che non sapeva come.

            - Su, riproviamo - si disse, dopo una brevissima pausa. Le sue mani, ora, erano fermissime. Si stava giocando il tutto per tutto.

            Che incredibile scherzo del destino! David aveva sparato per uccidere, e la sua mira era stata perfetta. Solo che il proiettile, invece di colpire cuore e polmoni, si era incuneato strettamente tra entrambi. Franz, intanto, si stava debolmente lamentando.

            - Etere - disse solo Moritz, mentre Rieb provvedeva ad addormentare il ferito con un tampone imbevuto. Se si fosse mosso troppo, quel maledetto grumo di metallo si sarebbe potuto spostare, causando la sua morte, se non ci riuscivano prima le sue mani ancora troppo inesperte. Mani che sapevano dare la morte fin dalla più tenera giovinezza...ma che da troppo poco tempo avevano imparato a restituire la vita.

            Dopo un nuovo tentativo, che gli parve durare per un tempo infinito, qualcosa di duro, di ostile, di estraneo, toccò la punta del suo bisturi.

            Era il proiettile. Mio Dio, l’aveva trovato.

            Non si permise il tempo di esultare. Divaricò la ferita, e penetrò più profondamente nel tessuto arrossato con il suo bisturi, riuscendo infine a far uscire il proiettile dalla sua sede. Rieb raccolse con le pinze l’oggetto, e lo lasciò cadere, ancora insanguinato, in una piccola tazza, che aveva scovato nell’acquaio.   

            Moritz disinfettò a lungo la ferita, e cominciò il lento e fine lavoro di ricucitura. Non pensava a niente. Stava solo operando. Non aveva il tempo di pensare.

            Quando fu tutto finito, lavarono e fasciarono accuratamente il torace del principe con bende pulite, dopo aver ricoperto la ferita con le garze sterilizzate in acqua bollente. Lo rivestirono in fretta con alcune calde camicie di flanella portate da Rieb da Walkenstein, e lo misero a letto nella stessa camera che doveva aver occupato Karla durante la sua prigionia. Era troppo presto per trasportarlo alla Residenza. Tra breve, Moritz lo sapeva, sarebbe giunto il momento più difficile. L’assalto della febbre.

            Alla fine, esausti, lui e Rieb si sedettero vicino al ferito, sempre immobile, guardando la notte di quell’interminabile giorno d’inverno cadere fuori dalla piccola finestra munita di grate.

            - Una sigaretta, comandante? -

            - Sì, perché no - disse Moritz. Ora che la tensione lo stava abbandonando, si sentiva stanchissimo. Non sapeva se avrebbe salvato Franz oppure se, con il suo goffo intervento, ne avrebbe accorciato la sopravvivenza. Sapeva solo che, di più, non avrebbe potuto fare.

            Prese la sigaretta offertagli dal suo luogotenente, ed uscì nel corridoio. I pensieri ribollivano dentro di lui. Landor. Quante vite umane stava costando...i loro genitori, David Norelmeyer...forse anche Franz.

            Se fosse stato così, non se lo sarebbe mai potuto perdonare.

           
XV

 

 

 

 

 

  K

arla lasciò il suo posto abituale accanto al letto di Franz, ed andò in cerca del fratello. Lo trovò nelle scuderie, che stava personalmente strigliando il suo cavallo.

 - Moritz...non abbiamo ancora parlato, tu ed io. -

            Lui la osservò. Era stanca: lo vedeva dalle ombre scure sotto i suoi occhi, e dal suo disordine. Dopo quella terribile, snervante prigionia lei non aveva avuto neppure il tempo per un po’ di riposo, per un bagno. Si era semplicemente cambiata d’abito, a Walkenstein, e poi si era fatta riportare di corsa a Nelbrück, per assistere Franz. Erano passati due giorni dall’agguato nella foresta, e lui non aveva ancora ripreso conoscenza. Per quei due giorni, e tre notti, la febbre aveva scosso il suo forte corpo...e Karla non l’aveva mai lasciato. Di tanto in tanto, la stanchezza l’aveva vinta, e lei si era addormentata per poche ore alla volte, il capo sul bordo del letto del ferito.

            - Come sta? - le chiese Moritz, temendo il peggio, temendo di sentirsi dire che lui fosse morto. In quel caso, non avrebbe saputo come poterla ancora guardare negli occhi.

            Karla sospirò. - La febbre è calata. Ora dorme...ed è più tranquillo. -

            Nel delirio, Franz aveva gridato più volte il suo nome. Mai con rancore, ma spesso con disperazione. Ogni volta, il cuore di Karla aveva sanguinato, per il rimorso ed il senso di colpa.

            - Moritz... - gli disse, prendendogli una mano tra le sue, e riflettendo che erano vissuti insieme, per nove mesi, nel grembo della stessa donna, uniti come null’altro al mondo mai...e che se anche la vita, da subito, li aveva spinti lungo strade lontanissime, in verità, non si erano mai persi. - Tu gli hai salvato la vita. Senza di te, senza la tua bravura, il tuo controllo, Franz sarebbe morto. Ed io sarei morta con lui. Avrei potuto sopportare tutto...ma non questo. -

            - Non dire così - mormorò lui. - Era destino. Se si è salvato, lo deve al Signore, non certo alla mia inesperienza -

            - Moritz - ripeté lei. - Quello che hai fatto per Franz ci unisce ancor più di quanto ci abbia unito il crescere nello stesso grembo, lo capisci? Perché è stato un atto consapevole...e ci ha purificati dal passato. Anche dal nostro passato. -

            Moritz tacque, e pensò a Desdemona, al loro figlio che doveva ancora nascere. Lei l’aveva perdonato, una volta per tutte, ma ora, forse, era lui ad aver davvero espiato. Tutta una serie di peccati. Il cinismo estremo, la falsità, la crudeltà verso tutti coloro che potevano servirgli da pedine.

            - Devo andare da lei - disse, d’impulso. - Devo dirle di persona che Franz ce la farà...e devo prenderla tra le braccia, accarezzare il suo ventre, dove porta il nostro bambino. Sono così stanco, Karla...stanco di combattere, di complottare, di non aver paura. Ho avuto paura, quando ho avuto la vita di Franz tra le mie mani. Tanta paura. E questo mi ha fatto sentire diverso da prima...un altro uomo -

            - La tua gente non vorrà un sovrano che non conosce la paura, la disperazione. La gente di Landor vuole un uomo, che sappia sentire oltre che agire. Adesso, Moritz, sei davvero pronto. E non puoi tornare da Desdemona, non ancora. Adesso, devi riprenderti Landor. -

            Lui non rispose. Cominciava a rimpiangere il sogno di una vita tranquilla in Norvegia, con sua moglie e suo figlio. Stavolta, lottare gli pesava. Anche se non aveva mai fatto altro nella sua vita.

            - Io sarò al tuo fianco, Moritz - gli disse Karla. - Non appena sarò certa che Franz possa sopravvivere, lo lascerò. Devo riflettere, ed anche lui. Deve capire se può ancora accettarmi, e non può farlo se gli imporrò la mia presenza. -

            - Davvero ne avresti il coraggio? Non l’hai lasciato per un istante, ora che era incosciente, e quando starà meglio...-

            - Deve pensare liberamente. E l’unico regalo che, in questo momento, posso davvero fargli. Ma noi due non abbiamo più tempo da perdere. David è morto, Damian è ancora nelle nostre mani. E’ arrivato il momento di agire -

            - Sì - disse Moritz, stringendo la sorella a sé. - Non diventerai principessa di Walkenstein prima di essere stata granduchessa di Landor. Te lo prometto, Karla. -

            - Anch’io te lo prometto. Anche se, tu ed io, non siamo più soli al mondo. -

            - No...non più. E forse riusciamo anche a non averne più paura. -

 

 

 

 

           

  I

l volto di pietra, le mani di nuovo ferme e guantate, Moritz assisteva immobile mentre Rieb ed uno dei suoi assistenti, con gran gusto, radevano e lavavano il riottoso Damian. Dopo il primo momento di incredulità, e stupore, seguito all’uccisione del figlio, Damian era caduto in uno stato di torpore. Tutti i sogni di una vita gli stavano cadendo addosso. Non riusciva nemmeno a pensare. Si sentiva solo e sconfitto. Non perché avesse particolarmente amato David, od un qualunque altro dei suoi figli, ma perché ora sapeva che le sue illusioni non avrebbero avuto futuro. Morto lui, e si rendeva conto di non essere più né giovane né immortale, nessuno avrebbe raccolto la sua eredità. Aveva puntato su David, ed aveva perso la scommessa. David aveva miserabilmente fallito.

            - Deve tornare a Landor come un uomo libero - disse Moritz, con l’ombra di un sorriso sul volto freddo e teso. - Non come un prigioniero. Deve liberamente scegliere la sua sorte. -

            - Lo ammazzerei, e basta, questo grasso maiale - rispose Rieb. - Con rispetto parlando, comandante. Ha ucciso entrambi i vostri genitori. Suo figlio ha rapito vostra sorella, e quasi spedito all’altro mondo vostro cognato. -

            - L’avete sepolto? -

            - Sì, nel bosco...come un cane randagio. -

            - Più tardi lo faremo disseppellire. E daremo al colonnello David Norelmeyer una degna sepoltura nella sua cappella di famiglia. Sei d’accordo, Damian? -

            Damian non rispose. Stava subendo il rasoio di un soldato, che stava riportando la sua faccia al consueto ordine, dopo la prigionia. Intuiva che quello, in caso di una sua risposta inopportuna, non avrebbe esitato un istante a ficcargli la lama nella carne.

            - Mia...moglie? I miei...figli? -

            - Tutto come prima. Saranno rispettati...e felici, fuori da Landor. Ah, naturalmente...senz’altro possedimento, conto bancario, od altro di cui tu, Damian, non riesca a dimostrare debitamente la provenienza. Karla ha le idee molto chiare, al proposito. Intendiamo riavere tutto ciò che, negli anni, hai rubato a mio padre ed a mio fratello Lothar. Con gli interessi, beninteso... -

            - Desdemona non accetterà mai che sua zia venga spogliata dei suoi beni, umiliata, e... -

            Un luccichio pericoloso comparve nei gelidi occhi del granduca. Damian pensò bene di tacere.

            - Pronuncia ancora il suo nome, e ti stacco la testa dal corpo, vecchio porco. Se sarai abbastanza astuto, la tua famiglia uscirà dignitosamente da questa faccenda. -

            - Ed...io? -

            - Non puoi pensare di non pagare, vero? - replicò dolcemente il giovane. - Ma a suo tempo. Nei debiti modi. -

            Damian rabbrividì. Riconosceva nel suo avversario lo sguardo del padrone. Come Magnus di Landor. Come Jobst di Walkenstein. Li aveva ingannati...e temuti. Aveva ucciso Magnus e Rosaleen per quello...per un’impossibile rivalsa. E, per un po’ di tempo, si era sentito il vincitore.

            Ma non più. Ed ora pensava al da farsi. Moritz non voleva lo scandalo più di lui. I Norelmeyer, purtroppo, erano parenti di Desdemona e Franz. Ma sapeva che non avrebbe esitato...se non avesse avuto altra scelta. E, ora come ora, lui non era abbastanza forte per contrastarlo.

            - Forza - disse Moritz, mentre i suoi uomini rivestivano Damian come se fosse un grosso bambolotto, con abiti puliti ed adeguati al suo rango. - Ora andiamo. -

            - Dove? - chiese il prigioniero, ancora smarrito.

            - Ma a Landor...naturalmente - rispose sorridendo il giovane sovrano.

           

           

 

 

 

                                                                                                                                                        

                                                                                                                                                  

  - I

o...- cominciò Damian, a disagio negli abiti non suoi, mentre i dignitari di Landor lo fissavano in un silenzio di piombo, stanchi delle sue angherie e dei suoi intrighi, durati interi decenni. - Io devo annunciarvi, miei cari compatrioti, tutta una serie di circostanze...incredibili ma vere....che mi portano a dover abdicare dalla reggenza gentilmente da voi concessami alla morte del nostro sovrano, il granduca Lothar. -

            Moritz, accanto a lui nella sala delle udienze del Consiglio di Landor, non disse nulla. Chi lo riconobbe come il tenente colonnello von Landau, di cui era stata annunciata la morte ben quattro anni prima, ebbe il buon senso di non dire nulla.

            - Ecco...- esitò Damian, lottando per ritrovare il filo del discorso. I suoi sudditi non lo riconoscevano più. Non era più lui. - Molti anni fa, giurai alla granduchessa Cristiana di Landor, moglie del nostro amato granduca Magnus, che mi sarei preso cura dei suoi figli...Moritz e Carolina. Per motivi personali che non sto a spiegarvi, la granduchessa non aveva informato il consorte della nascita dei due gemelli. E poi, morì prima di poterlo fare. E così...i suoi eredi vissero come estranei alla famiglia granducale....almeno, fino ad ora... -

            - Perché non avete parlato prima? - intervenne il conte Bolsky, uno dei più anziani ed onorati aristocratici del granducato. - Volete forse darci a bere che non avete complottato ed ucciso per difendere la vostra reggenza, durante la giovinezza del granduca Lothar...ed anche dopo la sua morte? -

            - Cosa...cosa state dicendo? - impallidì Damian, sorpreso da quell’attacco.

            - Questo! - esclamò Bolsky, agitando la copia, vecchia di alcune settimane, di un giornale viennese. L’adunanza rumoreggiò. Tutti, nel granducato, conoscevano ormai le dichiarazioni della principessa di Walkenstein, rese note in tutto il mondo dai giornali, che si erano rimbalzati la gustosa notizia, con grande sconcerto ed imbarazzo delle corti prussiana e viennese. - Sappiamo tutto, Norelmeyer. Neppure il granduca Lothar era il legittimo sovrano. E se lo dice la principessa Desdemona, che era stata sua promessa sposa, deve essere vero. Tutto il mondo sa chi siete veramente...e non ci sarà fango a sufficienza che possiate gettare addosso ai Walkenstein per farli tacere...perché loro sono gente onorata, che ha lavorato e vissuto per il bene della loro gente...l’esatto contrario di quanto avete sempre fatto voi! -

            - Bolsky ha ragione! - intervenne una voce calma ed ancora sofferente. Tutti si girarono verso il nuovo venuto.

            - Il principe di Walkenstein! - sussurrarono molti, riconoscendo nell’uomo alto, pallido nonostante il caldo colore scuro della sua pelle, il sovrano del vicino principato. Sapendo quello che ora sapevano, si stupirono di non essersene accorti prima. Il principe Franz III° di Walkenstein assomigliava fortemente al defunto granduca Lothar. Erano senza dubbio figli della stessa madre.

            Moritz guardò il cognato con disapprovazione. Non gli aveva detto dei suoi piani, per non agitarlo, e per lasciargli terminare in pace la sua convalescenza. Quello sciocco aveva sfidato i suoi ordini di medico, ed aveva messo a rischio la sua salute per essere lì, ora, in quel momento!

            - Sì...sono Franz di Walkenstein. Lothar di Landor era mio fratello, per parte di madre...e non era pertanto il legittimo sovrano. L’unico legittimo erede di Landor è l’uomo che vedete laggiù...che qualcuno di voi ha conosciuto come Moritz von Landau, ed altri come principe Haakon Olafsen. In verità, lui è Moritz di Landor, legittimo figlio, al pari di sua sorella Carolina, del granduca e della granduchessa di Landor. Ed è l’uomo che io sono onorato di poter chiamare fratello di cuore, se non di sangue...perché mi ha salvato la vita, con le sue stesse mani, dopo che il figlio di quest’uomo, David Norelmeyer, mi aveva sparato alla schiena, da quel vigliacco che era. -

            Tutti tacquero. Damian chinò il capo, vedendo svanire anche quell’ultimo miraggio di un’uscita di scena dignitosa...accettabile, se non per sé, almeno per la sua famiglia.

            - David Norelmeyer è morto - continuò il principe, imperterrito, nonostante il dolore e la fatica. Era sfebbrato solo da pochi giorni, ed il suo torace era ancora completamente fasciato. - Morto dopo avermi colpito a tradimento...e dopo aver tenuto come sua prigioniera, per settimane, la granduchessa Carolina di Landor. Tutto ciò che questi uomini, Damian e suo figlio, vi hanno raccontato per anni, sono solo menzogne...menzogne bagnate nel sangue di coloro che hanno ucciso e torturato...oppositori al regime, il popolo morto di colera per la loro incuria, il granduca e la granduchessa di Landor...la mia stessa madre, la principessa Rosaleen di Walkenstein. -

            - Uccidiamolo! Vendichiamoci una buona volta di Norelmeyer! - esclamò Bolsky. - Ma non con l’ascia, come un gentiluomo. Appendiamolo come si fa con i briganti di strada! -

            - No! - intervenne Moritz, facendo udire la sua voce calma e controllata per la prima volta. Tutti tacquero. Nessuno dubitava più della sua legittimità. I capelli biondissimi, come quelli di sua madre, e la sua incredibile somiglianza con il padre, il granduca Magnus, non lasciavano più adito a dubbi. - Non intendo cominciare il mio cammino di lavoro e di sacrificio al servizio di Landor con un assassinio. Dio sa che ho già molte, troppe morti sulla coscienza...e che non potrò mai davvero espiare per tutte. Ma quest’uomo ha fatto troppo male a tutti noi...e deve pagare. Lo metteremo ai lavori forzati...a vita. Dopo averlo privato non solo delle sue prerogative, ma anche del suo nome. I suoi familiari, quelli che sono sopravvissuti, non hanno alcuna colpa per quanto lui ha fatto. Semplicemente, vieteremo loro di tornare a Landor, ed imporremo loro di restituire ciò che ci è stato rubato...non solo a me, ma soprattutto a voi, alla nostra gente. -

            Moritz avanzò in piena luce, affinché tutti potessero vederlo, conoscerlo. I suoi capelli scintillarono alla luce dei grandi lampadari di cristallo, e molti di quanti lo avevano conosciuto bambino si chiesero perché non avessero intuito, sin da allora, la verità.

            - Dimentichiamo il passato - disse infine, con voce lenta, quasi ipnotica. - Dimentichiamo, almeno, per quanto ci è possibile. Costruiamo il futuro di Landor...né con Vienna, né con Berlino, ma lungo la nostra strada...una strada di lavoro e prosperità, sacrificio e risultati. -

            Dopo un lungo istante di silenzio, la sala esplose di grida ed acclamazioni.

            Da lì a breve, tutta Europa seppe che il granducato di Landor aveva un nuovo sovrano.

 


XVI.

 

 

 

 

            Dresda, febbraio 1859.

 

 

 

 

 

   - C

ome hai potuto? Come avete potuto, tu e tuo fratello, farmi questo? -

Gretchen Naestved, ora contessa Margaretha Norelmeyer, urlava davanti alla nipote prediletta, incurante di null’altro che non fosse il suo dolore, la sua più profonda umiliazione. Precipitatasi a Dresda da Parigi, non appena aveva letto sui giornali dell’abdicazione del marito come reggente di Landor, e della morte del figlio David, aveva subito chiesto ed ottenuto udienza alle principesse. Adelaide si parò davanti a Desdemona, come a proteggerla con il suo corpo da quell’assalto verbale.

            - Calmati, zia - le ingiunse, con la sua voce calma e posata. - Nessuno voleva danneggiare te...od i tuoi figli. Ma dovevamo ristabilire la verità...te ne rendi conto, vero? -

            - Quell’uomo ha ucciso mio figlio...e distrutto le nostre vite! - urlò la contessa fuori di sé.

            La voce di Desdemona si fece udire, colma di comprensione, ma non per questo meno chiara.

            - Zia...Moritz è il padre di mio figlio. E David ha sparato a Franz, per ucciderlo....dopo aver a lungo tenuto prigioniera Karla. -

            - L’ha ucciso a sangue freddo, come si annienta un insetto velenoso - si lamentò la donna. - Sono sicura che sia avvenuto così. -

            Le due sorelle non risposero. Non sapevano ancora con esattezza cosa fosse accaduto, quel giorno nella radura, ma entrambe, in cuor loro, erano certe che Moritz non avesse avuto pietà.

            A quel punto, non avrebbe potuto essere diversamente.

            Non c’era altro da dire. Gretchen si accasciò a terra, incurante del suo bel vestito di seta. Più di tutto, più della morte di David, più dell’indegnità che calava come una scure sul suo nome, piangeva per suo marito. Perché lei amava Damian. Nonostante le sue numerose infedeltà, il suo insopportabile cinismo...la certezza interiore, anno dopo anno, della sua colpevolezza. Lei lo amava...lo amava al di là della ragione sin dal giorno in cui l’aveva stuprata...per farne una propria complice.

            Lo aveva amato al punto da rinunciare alla corona di granduchessa di Landor quando Magnus, ormai vedovo, l’aveva chiesta in moglie. E lo aveva amato al punto di rompere quasi totalmente i rapporti con la sua unica sorella, Rosaleen di Walkenstein.

            - Cosa farò, senza di lui? - disse piano, sentendo sbriciolarsi tra le dita le fondamenta stesse della sua esistenza. - Cosa farò, senza Damian? -

            Adelaide scosse il capo, impotente. Comprendeva il dolore della zia, ma - come amava dire Desdemona - ciascuno di loro aveva dovuto fare le proprie scelte. Scelte dolorose...implacabili. Moritz e Karla erano i legittimi eredi di Landor, e le vite di Desdemona e Franz erano ormai indissolubilmente intrecciate alle loro. Non c’era pietà possibile per chi aveva ucciso, mentito, ingannato. Per chi aveva condannato due bambini innocenti ad un destino oscuro, senza amore e senza compassione.

            Gunther Norelmeyer, il figlio secondogenito di Margaretha, non aveva ancora detto una parola. Era un ragazzo tranquillo, da poco divenuto padre, ed aveva accompagnato la madre in quel viaggio del dolore e del disonore prima a Dresda...e poi a Landor, per seppellire David e seguire da vicino la sorte di Damian. Non pensava alla vendetta, non ci credeva neppure. Voleva solo dimenticare.

            Sua sorella Katerina, al contrario, era piegata dall’umiliazione e dal rancore. L’uomo che aveva pianto, che l’aveva a suo dire illusa, si era addirittura rivelato l’erede legittimo di Landor! Incapace di sopportare l’onta di quella disillusione, si era ritirata in Ucraina, nelle terre che erano appartenute a suo marito.

            Gli altri loro fratelli e sorelle erano solo bambini, e nessuno di loro aveva ancora realizzato appieno cosa era avvenuto, che ciclone si era abbattuto sul loro buon nome e sulle loro sostanze.

            - Zia...se vuoi, puoi restare qui con noi. - le disse Desdemona. - Nulla di più potrebbe dare al mondo un segnale forte circa il permanere dei nostri legami di sangue e di affetto. Tu non hai colpa delle follie di tuo marito e di tuo figlio... -

            - Che tu sia maledetta, sgualdrina! - sibilò la donna, rialzatasi in piedi. - Tu, e quel bastardo figlio di un bastardo che porti in grembo! Che siate maledetti tutti, voi figli di Rosaleen, sgualdrina e bastarda quanto voi! Che sia maledetto il vostro sangue scuro e cattivo! -

            Desdemona indietreggiò davanti a quell’odio, a quell’insulto. Gunther prese per un braccio la madre, ormai livida, e la tirò verso di sé.

            - Andiamo, maman. Non abbiamo più nulla da fare, qui. -

            Gretchen si piegò su se stessa, e poi si lasciò trascinare via dal figlio. Adelaide vide che Desdemona tremava.

            - Su, siediti - le disse, aiutandosi ad accomodarsi su di un sofà. - E dimentica le sue parole. E’ fuori di sé. Forse, è sempre stata gelosa di nostra madre, in fondo...e teme per suo marito. Pare che lo ami molto. -

            - Mi fa star male. Ho ancora paura, Adelaide - confessò Desdemona. - Finirà mai, questo tormento? Ci sarà infine un po’ di serenità per noi? -

            - Sono sicura di sì. Il Signore ha protetto Franz, non ha permesso che morisse. Il Signore, e le abili mani di Moritz. -

            - Sì - sussurrò Desdemona. - Quando, quando lo rivedrò? Dovrò davvero partorire un bastardo prima che noi si possa essere infine insieme? -

            - Non dire così! Sono sicura che, appena possibile, lui verrà da te. Come granduca di Landor, naturalmente -

            - Adelaide, grandi notizie! - esclamò il marito Gottfried, entrando di slancio nel salotto dove erano le due sorelle. - Damian Norelmeyer ha abdicato! Moritz sarà presto incoronato sovrano! -

            - Dammi! - esclamò Desdemona, quasi strappando dalle mani del cognato il giornale viennese che riportava con dovizia di particolari la sorprendente notizia. Non veniva taciuto nulla. Il reggente di Landor, conte Norelmeyer, era stato imprigionato in attesa dei risultati di un’inchiesta sul suo lungo dominio di fatto nel granducato...ed il principe Haakon Olafsen era stato riconosciuto da tutti i nobili del granducato, riuniti in Consiglio, come legittimo erede del granduca Magnus. Si narrava infine della commovente testimonianza resa dal principe sovrano di Walkenstein, ferito quasi mortalmente dal figlio del conte, e salvato dalle abili mani di medico del nuovo granduca, già promesso sposo della principessa Desdemona, vedova di Saringen.

            - Dio mio - disse solo questa. - Ci mancava solo che scrivessero della mia gravidanza e poi, davvero, tutti avrebbero saputo tutto sulla nostra vita. Evidentemente, la discrezione non è tra le nostre virtù di famiglia -

            Adelaide e Gottfried si sorrisero, un sorriso complice tra due coniugi che si conoscevano e si amavano a fondo. Né la discrezione...né la castità, a quanto pareva.

 

 

 

 

 

  - L

a cerimonia d’incoronazione è stata fissata per il giorno cinque del prossimo mese. Cosa intendi fare...con Franz? - chiese Moritz alla sorella, nel primo mattino della loro permanenza nella reggia di Landor.

            - Assolutamente nulla - rispose Karla, imburrando il suo pane. - Lui non mi ha cercata -

            - Non ancora, vorrai dire. Sai che si sta a malapena riprendendo...mi ha sorpreso il suo intervento dell’altro giorno. Stava in piedi per miracolo...eppure, è stato autorevole in modo impressionante. Davvero credi che ti lascerà allontanare da lui...come se nulla fosse? -

            - Non lo merito...forse? -

            - Karla - sospirò il fratello, prendendole una mano. - Non credi di aver espiato anche tu? Non siamo forse stati costretti dalle circostanze a fare quello che abbiamo fatto? -

            - Non si perdona forse più facilmente ad un uomo un assassinio...che un adulterio ad una donna? -

            - Non parlare così. Non l’hai tradito. Non per amore. -

            - E non è forse questo il mio peccato più grande? Il fatto che l’abbia tradito per interesse? - concluse lei, sconsolata. - Comunque, non ha senso parlarne ancora. Deve essere libero di decidere. Te lo dissi quel giorno a Nelbrück, e te lo ripeto ora. Non voglio il simulacro di un amore passato, finito. O mi perdona...oppure no. Vivrò senza di lui. Ora che so che sta bene, io...sento di poterlo accettare -

            Moritz non rispose. Ricordava troppo bene la disperazione della sorella quando Franz era stato colpito, le sue cure senza tregua quando lui giaceva come morto a Nelbrück. Ma sapeva che lei aveva ragione. Non si sarebbe accontentata di un amore a metà...e di un rancore mai sopito.

            - Quanto a te...ho saputo che sei di partenza. E’ prudente lasciare Landor così presto? Ci hanno appena accettati... -

            Moritz sorrise, e lei pensò che non l’aveva mai visto sorridere così. Era un sorriso senza ironia, per una volta, senza ambiguità. Un sorriso che gettava sul suo volto duro una luce dolce...la luce che era stata di sua madre, la povera Cristiana a cui la vita non aveva portato che dolori e disillusioni.

            - Io devo correre da lei, lo sai. E portarla qui. Renderla mia per sempre...prima che il bambino nasca. Ho già perso tantissimo tempo. -

            - Sarà prudente...farla viaggiare in pieno inverno? Ormai è alla fine, per quanto ne sappiamo. -

            - Non posso accettare la corona di Landor senza di lei...al mio fianco - le disse Moritz. - Semplicemente, non è possibile. Troverò una soluzione. Ho già un’idea, al riguardo. -

            - Che Dio ti benedica, Moritz. - disse Karla. - Che almeno voi possiate essere felice. Non conosco nessuno che se lo meriti di più. -

            - Anche tu sarai felice, Karla - le disse il fratello, serenamente. - Lo so. Come so che Franz tornerà da te. Non è un uomo superficiale, e non è uno sciocco. Non ti perderà per nulla al mondo.-

            Karla nascose il volto nella tazza da tè. Non voleva farsi illusioni.

            Ma non poteva nemmeno smettere di sperare.

 

 

 

 

 

 

  D

esdemona chiuse la finestra dopo aver teso una mano fuori, a raccogliere i primi fiocchi di neve di quel gelido, asciutto febbraio. Un lungo fischio, lento e prolungato, le fece gelare il sangue nelle vene.        

            Per quanto sapesse che i suoi nemici erano stati tutti sconfitti, non poté non ripensare alla maledizione di sua zia. Forse era la gravidanza a renderla così ansiosa, così impressionabile. Scosse il capo, e riaprì la finestra, decisa a fugare tutti i suoi dubbi. Nessun luogo era così protetto, così sicuro per lei come il palazzo di Dresda di suo cognato Gottfried.

            - Desdemona...- sussurrò una voce - Sono io. -

            Lei trasalì, per il freddo e la sorpresa.

            Le sembrò di tornare per un istante ad una notte di molti, moltissimi anni prima. Quando un ragazzo audace si era infilato nella sua camera e nel suo letto, rubandole il cuore, e lei l’aveva celato alla vista della sua governante.

            - Moritz! - esclamò, trattenendo il fiato. - Dio mio, sei matto! Non sai che esistono anche le porte? -

            Lui balzò dentro la stanza, scuotendosi i fiocchi di neve di dosso, mentre i suoi capelli biondi scintillavano, ed i suoi occhi brillavano nel volto arrossato dal freddo. Le sue mani erano gelide, quando le posò sul volto caldo di lei, rotondo e meraviglioso come una mela appena colta.

            - Non volevo vedere nessuno...salutare nessuno...che non fossi tu - le disse, senza fiato.

            La sua bocca scese a coprire quella di lei, ed entrambi trasalirono, e poi risero, quando si accorsero che lui non poteva più stringerla come una volta...perché ora il loro bambino era tra di loro.

            - Mio Dio...quanto mi sei mancata...e quanto ti ho pensata, desiderata. Come stai? Ed il bambino? Quanto manca, ancora? -

            - Pochissimo, se continui a stringermi così! - sorrise lei, scostandogli una ciocca di capelli dalla fronte e perdendosi nel suo sguardo trasparente, che per lei non aveva più misteri. Poi, gli riprese le labbra, stupendosi della loro sensuale morbidezza. Nessun uomo baciava come Moritz. Per lei, nessun uomo al mondo poteva essere come Moritz. - Dimmi che sei vero. E che stavolta non ci sono più ostacoli -

            - Solo uno - le disse lui, staccandosi a fatica dal richiamo della sua bocca, della sua irresistibile bellezza. Non credeva ai suoi occhi. Lei era una tale immagine di vitalità, di grazia, da fargli tremare il cuore. - Portarti via di qui senza che nessuno ce lo impedisca. -

            - Intendi rapirmi? -

            - Sì...se necessario. Ma lasceremo dei debiti biglietti di spiegazione. Non voglio che pensino ad un altro rapimento. Ce ne sono stati anche troppi, ultimamente -

            - Hai salvato mio fratello, lo sai? -

            - No - Moritz scosse il capo - E’ lui che ha salvato me. In molti modi. Non ultimo, consentendomi di espiare per almeno parte delle mie colpe. -

            - Basta parlare del passato. Ora dobbiamo pensare al futuro. -

            - Raccogliamo la tua roba. Dimmi dov’è -

            - Non posso scappare per la finestra - rise lei. - Lasciami almeno salutare Adelaide. -

            - No - replicò lui. - Insisto per una fuga d’amore. Per quella fuga che avremmo dovuto fare molti anni fa...ricordi? -

            Lei annuì, ripensando ancora a quella notte, a quando l’aveva pregato di farla sua. Non resistette alla sua fantasia. Con il suo aiuto, si rivestì, ed indossò la più bella e pesante delle sue pellicce. Moritz trasalì nel vederla in camicia, un istante prima che lei si rivestisse. Era magnifica. Ed aspettava un figlio suo. La prova fisica del loro amore era così evidente, così palese, da tramortirlo.

            - Ti sembro...brutta? - gli sussurrò lei, fraintendendo la sua commozione.

            Poi, vide che piangeva. Lente lacrime silenziose sul suo volto deciso. Non l’aveva mai visto piangere.

            - Al contrario. Sei...sei meravigliosa. E continuo a domandarmi cosa ho fatto di buono per meritarti. -

            - Mi hai...amata. Me...e nessun’altra -

            - Te lo giuro, Desdemona. Te, e nessun’altra. Mai. -

            Lei sorrise. Lo sapeva. In verità...l’aveva sempre saputo. Fin da quella prima notte in carrozza, al ballo dei Norelmeyer.

            - Andiamo - disse l’uomo. - Non per la finestra... è ovvio. Ma ho tramortito le guardie. -

            Ovviamente scherzava, anche se lei sapeva che ne sarebbe stato perfettamente capace. Desdemona cominciò quindi a sospettare un complotto di famiglia non appena si avvide che i corridoi del palazzo del cognato, solitamente affollati anche a quell’ora, erano del tutto deserti. Non si interrogò, per una volta, su quella strana circostanza, e seguì Moritz fuori dal palazzo, fin dentro una grande carrozza scura senza insegne. Nella notte, la neve ricopriva piano piano, magicamente, i lampioni del viale d’ingresso e gli alberi privi di foglie del vicino parco. Lei dormì con il capo sul cuore di lui, stretta tra le sue braccia, e le sembrò uno strano, meraviglioso sogno.

            Ora, aveva la certezza che non si sarebbero mai più perduti.

 

 

 

 

 

 

 

  L

’abbazia medievale si ergeva poco distante dalle più remote periferie della città. Vi arrivarono nel cuore della notte, e Moritz la sollevò tra le braccia, protestando scherzosamente per il peso a suo dire eccessivo, per farla entrare fin dentro il parlatorio, illuminato da una profusione di candele dalla luce morbida. Il profumo dell’incenso e delle erbe assalì le narici di Desdemona, legandosi irrevocabilmente, nei suoi ricordi, a quello strano momento.

            - Altezze Serenissime - li accolse il Priore, un uomo di mezza età con uno sguardo molto acuto. - Vi attendevamo. Vi prego....per di qua. -

            Desdemona venne messa giù senza troppe cerimonie, ed il suo sguardo interrogativo non ricevette alcuna risposta. Seguì Moritz, che la teneva per mano, ed il Priore lungo corridoi di pietra che le parvero interminabili.

            Arrivarono infine alla cappella dell’abbazia. L’ambiente antico colpì Desdemona, non meno di quanto la colpì la vista dei volti sorridenti di Adelaide e di suo marito Gottfried, vestiti in pompa magna, in piedi accanto all’altare coperto da una finissima tovaglia di lino ricamato, ed ornato da candelabri d’oro massiccio.

            - Era un tranello...dovevo immaginarlo - sorrise Desdemona. Moritz non disse nulla, limitandosi ad aggiustarle il visone sulle spalle, ed a sistemarle sui biondi capelli una preziosissima tiara tempestata di diamanti, che era appartenuta a sua madre Cristiana. Poi, le coprì il volto con una trina finissima, anch’essa da generazioni patrimonio delle spose di Landor. Infine, si rivolse al Priore, tendendogli ufficialmente il documento che, pochi giorni prima, il cancelliere generale di Landor si era affrettato a stilare. Il documento che attestava, per volere del Consiglio di Landor, il suo riconoscimento e quello di sua sorella come Moritz e Carolina, principi Olafsen, granduchi di Landor - Estembourg.

            Il Priore sorrise. Non capitava tutti i giorni di celebrare delle nozze tra due altezze sovrane.

            - Principi di Sassonia, Adelaide e Gottfried...testimoniate del libero consenso dei qui presenti Desdemona Maria Giselda, principessa di Walkenstein - Estembourg, e di Moritz, principe Olafsen e granduca di Landor - Estembourg, ad essere uniti, qui ed ora, per il potere conferitomi da Santa Romana Chiesa, in matrimonio? -

            Adelaide e Gottfried risposero all’unisono...e si trattennero dallo scoppiare a ridere.

            - Allora...procediamo. Altezza Serenissima...gli anelli. -

            Gottfried trasse dal suo panciotto di gala una scatoletta blu, con dentro due massicce fedi d’oro, realizzate quasi sul momento da un famoso gioielliere sull’esempio dell’originale modello in uso presso i sovrani del granducato.

            - Desdemona - sussurrò Moritz, ringraziando con lo sguardo il Priore per avergli concesso quell’istante. - Io, con questo anello, ti sposo. Che il Signore ti mantenga a lungo accanto a me come sposa e come sovrana...del mio cuore, e della gente di Landor, che ha tanto sofferto. Io ti devo tutto...già te lo dissi, ma te lo ripeto ora, dinnanzi a Dio. Ti offro il mio cuore, la mia mente, il mio corpo...ti offro tutto me stesso, la mia fedeltà, il mio stesso respiro. -

            Lei non trattenne le lacrime. Non poteva fare a meno di ricordare un altro matrimonio a mezzanotte...e, nonostante tutto, sapeva che allora non era stato così. E che davvero ciò che da sempre la univa a quell’uomo forte che ora le prometteva tutto se stesso trascendeva qualunque altra esperienza avesse mai potuto fare, qualunque considerazione razionale.

            - Ed io ti offro tutta me stessa, Moritz. Come è sempre stato...e come sempre sarà. -

            Il Priore procedette. Le parole latine del rituale risuonarono nei loro cuori. Desdemona pensò alla delicatezza mostrata da Moritz nell’offrirle quel meraviglioso, intimo matrimonio, al riparo da sguardi indiscreti, proprio ora che attendevano insieme una nuova vita. Aveva infatti interiormente temuto una cerimonia pubblica, dove tutti avrebbero potuto commentare la sua avanzata gravidanza.

            - Ecco, ora siete una cosa sola. Che gli uomini non osino separare ciò che Dio ha unito. -

            Moritz sollevò il finisssimo velo, e raccolse sulla punta delle dita le lacrime di lei, preziose come gioielli. Poi, posò con dolcezza le sue labbra su quelle della sua sposa, assorbendone il tiepido calore.

            Adelaide e Gottfried, commossi, si complimentarono con gli sposi, e firmarono con gioia tutti i documenti.

            - Domani stesso, su tutti i principali quotidiani mondiali, apparirà l’annuncio delle nostre nozze. Nessuno potrà più separarci, Desdemona. -

            Lei nascose il capo contro il suo petto, e si lasciò condurre fuori dalla cappella, dove si accomiatarono dai cognati. Quella notte, Moritz e Desdemona sarebbero rimasti nell’Abbazia, graditi ospiti del Priore, che aveva destinato loro una grande stanza spartanamente arredata, ma con i muri di pietra ricoperti da antichi, meravigliosi arazzi. Anche Adelaide e Gottfried, per quella notte, avrebbero dormito lì. Stava cadendo troppa neve, e troppo in fretta, per tornare in città.

            La sposa, estenuata anche da quelle emozioni, si lasciò spogliare dal marito come una bambina, e si distese nel grande letto con baldacchino. Moritz ravvivò il fuoco fino a che, nella grande stanza, vi fu un diffuso chiarore ed un meraviglioso tepore, e poi si distese accanto a lei.

            Le posò le mani sul ventre, sentendo con meraviglia i movimenti frenetici del suo bambino.

            - Come scalcia! - rise, felice come un ragazzino. - Non vede l’ora di nascere! -

            - Speriamo aspetti ancora un po’ - sorrise lei. - Anche se sarà sempre il benvenuto. Ora è il legittimo erede di Landor...ed io sono serena. -

            - Lo so. Non potevo deluderti in questo. -

            - Non mi ha mai deluso. -

            - Ma ti ho ferito. E tu sei stata così nobile da perdonarmi. -

            - Non c’entra la nobiltà. E’ solo che ti ho sempre amato. Fin dal primo istante. -

            - Anch’io...non è meraviglioso? -

            - Lo è - sussurrò lei, accoccolandosi con il capo sul suo petto, ed addormentandosi subito, a causa della stanchezza accumulata in quella strana, fantastica notte. Moritz giocherellò a lungo con la sua mano sinistra, abbandonata sulle candide lenzuola, dove brillava la fede d’oro che le aveva appena donato.

            Suo malgrado, doveva di nuovo lasciarla. La data dell’incoronazione ormai incombeva...e lei non poteva certo viaggiare in quelle condizioni, per strade rese difficili e disagevoli dalla neve e dal lungo inverno.

            Dannazione, se solo avesse potuto rinviare...ma tutti i nobili di Landor insistevano per avere, e subito, un nuovo sovrano. Dopo quello che avevano subito negli ultimi trent’anni, non si poteva certo dar loro torto.

            Si era da poco addormentato a sua volta, finalmente sereno, quando la mano di lei sul suo braccio lo svegliò. La guardò, e vide che aveva il volto teso, un po’ spaventato.

            - Io credo...credo che ci siamo, Moritz. Il bambino. - 

            Lui la fissò incredulo. Non mancavano che poche settimane al parto, lo sapeva, e quindi quanto stava avvenendo non avrebbe dovuto stupirlo. Invece, era paralizzato dalla sorpresa.

            Lei sorrise, malgrado le fitte ormai regolari.

            - Avanti...fai nascere tuo figlio, da bravo medico. -

            Lui annuì meccanicamente. E poi realizzò quanto lei aveva detto.

            - No...sei matta? Chiameremo subito una levatrice ed un medico esperti! -

            - Non essere sciocco. Se sei stato in grado di salvare la vita a mio fratello, sei sicuramente anche capace di far nascere tuo figlio. E non vorrei nessun altro...oltre a te. -

            La sua fiducia, in quell’istante, lo atterriva. Era vero, sapeva in teoria come nascono i bambini, ed anche in pratica, avendo negli Stati Uniti assistito il suo maestro in più di un parto. Ma quella era Desdemona, accidenti...e meritava la migliore assistenza che lui potesse procurarle!

            - Non sono degno. -

            - Non essere sciocco - replicò lei. - Avanti, aiutami. Sono tutta bagnata -

            Era vero. Aveva rotto le acque durante la notte, inzuppando il letto. Moritz cercò di recuperare il suo notorio sangue freddo, in quel momento finito chissà dove. Quando fu più calmo, chiamò il padre custode. In pochi istanti, la stanza si riempì. Adelaide e Gottfried arrivarono in vestaglia, e subito due monaci collocarono nella stanza un letto di fortuna, mentre rifacevano quello dove lei aveva giaciuto fino a quel momento. Desdemona si cambiò la camicia bagnata con l’aiuto di Adelaide, dietro un paravento, e di lì a poco arrivò la levatrice del vicino villaggio. Nessuno le disse chi era l’illustre partoriente.

             - Mio marito è medico - disse solo Desdemona, che appariva assai più calma e rilassata di Moritz, ora che il momento era giunto. - Voglio che sia lui ad assistermi. Ma voi lo aiuterete, vero? - le chiese con un sorriso, più a beneficio del marito, ancora scosso, che della donna.

            - Sicuramente, signora. Vediamo un po’ a che punto siete. -

            Sia lei che Moritz si disinfettarono le mani, e la visitarono. Era ancora presto, ma il travaglio era indubbiamente cominciato.

            - E’ messo bene - disse la donna. - Grosso, ma messo bene. Non dovrebbero esserci problemi. -

            - Vuol dire che non è in posizione podalica - intervenne Moritz, nervosissimo.

            - Ho capito. Grazie, tesoro. Avanti, non essere così teso. Proprio tu? - cercò di consolarlo lei, ricevendone in cambio un’occhiataccia.

            - Saranno pure medici, ma davanti al parto della moglie si sciolgono come neve al sole - commentò sprezzante la levatrice ad Adelaide, che stava ridacchiando senza ritegno. Gottfried, che pure era un compagno tenerissimo, non era neanche voluto entrare nella sua stanza, il giorno in cui era nato suo figlio. Ed infatti, anche adesso si affrettò ad uscire. Moritz lo fissò con invidia.

            - Avanti, von Landau - lo prese in giro Desdemona, suo malgrado esilarata da quella situazione. - Dimostra il tuo valore. -

            - Non mi fare arrabbiare - le disse lui. - Non è carino. Tengo a te...ti sembra strano? -

            - No. Mi sembra strano che tu ti stia agitando così....caro il mio cavaliere rosso. Cerca di essere più tranquillo. Nostro figlio non è il primo bambino che sia mai venuto al mondo...e non sarà sicuramente nemmeno l’ultimo. -

            - Ma tu...non soffri? -

            - Mi fa soffrire di più vedere te che ti tormenti. - rispose lei, ora piuttosto serena.

            E Desdemona mantenne la sua serenità lungo tutto il suo travaglio, durato quasi due giorni, ma non particolarmente doloroso.

            - Questo non ha tanta voglia di uscire - osservò ad un certo punto la levatrice. - Ma le doglie vere sono cominciate. Avanti, signora, spingete. Mi sa che dobbiamo farlo uscire noi...se capite cosa intendo-

            - Capisco benissimo - disse Desdemona, scossa dalle doglie. - Devo dargli un piccolo aiuto -

            - Spingi, Desdemona - le disse Moritz, ora più tranquillo. Era anche riuscito a dormire, in quei due giorni, ed aveva recuperato la propria compostezza. - Tiriamolo fuori di lì -

            Desdemona seguì le loro indicazioni e, dopo una mezz’ora circa di tentativi, il bimbo scivolò fuori. Lei lo vide tra le braccia del padre, sporco, insanguinato, ed urlante. E si sentì trionfante.

            Era maschio, sano e vitale. Era l’erede legittimo di Landor.

            Appena in tempo.

 

 

 

 

 

  - N

on mi aveva detto nessuno dei dolori dopo - si lamentò Desdemona, mentre camminava con Moritz nei corridoi di pietra, due ore dopo il parto, cercando di seguire il consiglio del marito e di riportare alla normalità fisiologica tutte le parti del suo corpo, anche quelle sulle quali non aveva mai riflettuto prima. - Fanno un male cane. Più di prima! -

            - E peggio sarà al secondo parto. Cioé, voglio dire, se acconsentirai ad avere altri figli... -

            - Se te la senti tu - ironizzò lei - per me non ci sono problemi. -

            - Sono stato un inetto, vero? -

            - Sei stato adorabile. L’hai preso tu, alla nascita -

            - Solo per evitare che cadesse. Hai fatto tutto da sola. Sei una donna molto coraggiosa, Desdemona. -

            Lei sorrise. - Hai già deciso come lo chiameremo? Sei contento che sia un maschio? -

            - Sarei stato contento comunque. Però, sì, sono contento che sia un maschio. Almeno, la gente di Landor si sentirà da subito tranquilla circa la mia successione. Non so proprio, per il nome. Eviterei i nomi di famiglia. Non abbiamo grandi ricordi al riguardo...non credi? -

            - Sono d’accordo. Cosa ne dici di Manfred? Tanto per non dover cambiare iniziali sulle lenzuola...-

            - Mi piace. Vada per Manfred. Non c’è mai stato prima un sovrano di Landor con questo nome -

            - Meglio così. Ahi...credo che ci siamo. Hai capito cosa intendo, vero? -

             - Ho capito - sospirò lui, portandola in una piccola stanza attrezzata come toilette per gli ospiti dell’abbazia. Dopo un po’, siccome lei non usciva, bussò alla porta.

             - Sei ancora viva? -

            Lei ne emerse, sorridente. - Ha funzionato! Ha funzionato di nuovo tutto...come prima! -

            - Andiamo. Devi cominciare ad allattare il bambino. Prima lo fai, e prima avrai il latte. E ti passeranno questi brutti dolori. Se poi vuoi, cercheremo una balia... -

            - Alletterò io mio figlio, non temere - rispose lei. - Non intendo perdermi nulla. -

            - Guarda che fa male. Ti avviso. -

            - Cosa vuoi che me ne importi - rispose lei. - Non mi priverei della gioia di nutrirlo personalmente per nulla al mondo. -

            Ritornarono nella loro stanza. Adelaide coccolava il piccolo tra le braccia, facendogli un sacco di buffe moine. Desdemona si mise a letto, e lo prese con sé.

            - E’ proprio curioso, non trovi? - chiese al marito. - Non ha proprio capelli. E gli occhi sono ancora chiusi. Non mi sembra che assomigli a nessuno di noi. -

            - Aspetta che passi qualche settimana, e potremo giudicare meglio. Per me, ha il tuo naso. Ed anche la tua fronte. -

            - Secondo me ti sbagli - intervenne Adelaide. - E’ il tuo ritratto, Moritz. Aspettate che gli spuntino i primi capelli, e lo vedrete -

            Risero tutti. Desdemona accostò il piccolo al seno, e lui si attaccò con stupefacente precisione...e potenza.

            - Ahi! - tornò a lamentarsi lei. - Fa male davvero! Ma non finiranno mai questi dolori? -

            - Che donna strana, che ho sposato! - commentò il marito, tutto compiaciuto al vedere il suo erede che si aggrappava al seno della madre...ed alla vita. - Fa più storie dopo il parto che prima ! -

            Adelaide e Desdemona risero loro malgrado. Quando, poco più tardi, rimasero sole, Desdemona tornò seria.

            - Devo andare a Landor con lui. - confidò alla sorella. - Non voglio che presenzi alla cerimonia di incoronazione da solo. E’ stato solo abbastanza...non credi? -

            - Ma hai appena partorito! - si scandalizzò la sorella. - Te la senti di rimetterti subito in viaggio? -

            - Sono abituata ai viaggi. Negli ultimi anni, mi sembra di non aver fatto altro. -

            - Ed il bambino? -

            - Lo porteremo con noi...naturalmente. Ora, siamo una famiglia. Lo coprirò bene, e lo nutrirò con il mio latte. Non gli mancherà nulla. In pochi giorni saremo a casa. -

            - Casa...è strano. Alla fine, ci sei riuscita. Sei divenuta granduchessa di Landor...come promessoti da nostra madre. Solo che non era Lothar, il tuo sposo...-

            - Né avrebbe potuto esserlo. Non ho rimpianti, Adelaide. Sono solo un po’ triste quando ripenso ad Heinrich. Dio sa che l’ho amato con tutta me stessa...ma amo quest’uomo e questo bambino di più. Non so se lui potrà mai perdonarmi. -

            - Heinrich ha avuto molto da te - la consolò Adelaide. - La tua innocenza...la tua fedeltà. Sapeva, aveva sempre saputo, che prima o poi la vita avrebbe preteso un prezzo per la felicità che tu gli davi. Un giorno me lo confidò, sai? Non ha mai dubitato del tuo amore...ma sapeva che la tua esistenza non si sarebbe esaurita con lui. L’ha sempre intuito. -

            - Era un uomo magnifico. Sono stata onorata di essere sua moglie. -

            - Lo so. E lo sapeva anche lui. Ma Moritz era l’amore della tua vita...ed a certe passioni non vi è scampo. Pensa a nostra madre. -

            - Sì...ci penso spesso. Ho creduto per molti anni che non ci amasse abbastanza...che amasse di più Lothar, il figlio dell’uomo che amava, rispetto a noi, che eravamo solo i figli di suo marito. In un certo senso, non riuscivo a perdonarla per questo. Ma poi, quando Moritz è tornato nella mia vita, l’ho capita. -

            - Anch’io....quando ho perso Stephan Strevinky. Bisogna imparare ad accettarsi come si è. -

            - Spero che Franz faccia lo stesso con Karla. Sarebbe un emerito sciocco se la lasciasse andare lontana da sé, a questo punto. Malgrado tutto. -

            - Già - Adelaide la baciò. - Ti aiuterò a preparare le tue cose. Dovrete partire il prima possibile, se volete essere tutti a Landor per il cinque di marzo. -

            - Ti ringrazio, Adelaide, dal profondo del cuore...per tutto. -

            - Anch’io, sorella mia. - sorrise la donna. - Per essermi sempre stata vicina...in tutti questi anni. E per non aver mai condannato le mie follie. -

            - Senti chi parla di follie... - rise Desdemona, alzandosi dal letto ed osservandosi criticamente nello specchio. - Ho bisogno di un vestito spettacoloso. E di perdere qualche chilo...ma questo dopo aver svezzato il piccolo, naturalmente. -

            - Naturalmente - convenne Adelaide, che ancora stava allattando il piccolo Eberarth.

            Non si erano mai sentite così vicine.


XVII.

 

 

 

 

            Landor, marzo 1859.

 

 

 

  - H

o sposato una matta. Appena partorito, ha insistito per attraversare la Germania d’inverno...solo per essere qui oggi - confidò Moritz alla sorella, cercando disperatamente un argomento per dissipare il proprio nervosismo.        Karla non si fece ingannare dal suo tono leggero.

            - Sei emozionato...vero? Non negarlo. Dopo tanti anni, e tante lotte, stiamo per ottenere quello per cui abbiamo sacrificato tutto. Stanno per riconoscerci come eredi legittimi di Landor...e tu hai paura che tutto svanisca in un istante, in una bolla di sapone...anch’io ho paura, sai? -

            - Karla... -

            - Lui non è venuto, vero? - disse lei, piano, lisciando con le dita la seta lucente del suo abito di gala bianco, ed aggiustandosi sulle spalle la fascia con i colori di Landor, rosso e nero. Sui suoi capelli lisci, accuratamente raccolti sul capo, scintillavano i brillanti della tiara granducale, già appartenuta a sua madre, identica a quella che Moritz aveva donato alla moglie nel giorno delle sue nozze. Era bellissima, regale. Così l’avrebbero descritta gli inviati dei giornali europei, giunti sin lì per comunicare ai loro lettori le ultime novità su quell’intrigante feuilleton reale. La bella e bionda granduchessa Carolina di Landor, la raffinata, fredda principessa dagli occhi tristi.

            Karla ripensò al suo primo incontro con Franz, in quella stalla sporca e maleodorante. Lei, vestita da contadina, e con un fazzoletto sdrucito sui capelli, che si dibatteva tra le avide mani di quel bifolco, e lui che l’aveva salvata. E poi, ripensò al modo selvaggio ed istintivo in cui erano finiti a letto insieme, mezz’ora dopo essersi conosciuti.

            Com’era buffa la vita.

            E tragica.

            Oggi, nel momento del suo trionfo, lei era sola.

            - Non starà ancora bene - cercò di consolarla il fratello. - Sono passate solo poche settimane... -

            - Non è nemmeno venuto a vedere il tuo bambino - disse lei. - Non intende incontrarmi...neppure per sbaglio. Non mi ha perdonata, Moritz. -

            - Karla... -

            - No...basta, ti prego, non parliamone più. Non appena questa cerimonia sarà finita, preparerò le mie cose, ed andrò via. A Parigi...perché no? C’è molta vita, là...musei, teatri. Sarò felice, vedrai. Comprerò vestiti fantastici. E troverò sicuramente qualche corteggiatore interessante...-

            - Questa è casa tua...lo sai, non è vero?-

            - Sì. Ma non potrei resistere sapendolo così vicino...e così lontano, nello stesso tempo. -

            Vennero interrotti dall’arrivo di Desdemona. La cognata si avvide con un solo sguardo di qual’era il segreto tormento di Karla. Franz, naturalmente. Che non si era ancora mostrato a Landor, neppure per incontrare la sorella ed il nipotino.

            - Se volete che torni più tardi...-

            - Andiamo, Desdemona - sorrise Karla. - Fatti vedere. Sei magnifica. -

            La nuova granduchessa di Landor riluceva in un abito color malva chiaro, perfetto per la sua calda, esotica bellezza bionda. La sua pelle dolcemente ambrata, i suoi occhi neri, si adattavano alla perfezione a quel colore tenue e caldo. Moritz la osservò senza fiato. Lei era sempre la più bella donna al mondo, per lui, e lo era stata da una lontana notte di moltissimi anni prima, la notte del loro primo incontro...ed ora era sua. Sua moglie, la madre di suo figlio. C’era da perderci la testa. E non solo quella.

            Non sembrava certo una donna che avesse partorito da pochi giorni. Era favolosa. E tenere le proprie mani lontane da lei per le fatidiche sei settimane dal parto gli pareva semplicemente impossibile....soprattutto considerando che erano mesi che non la possedeva.

            Ma le doveva quell’elementare forma di rispetto, e come medico lo sapeva meglio di chiunque altro.

            Anche se lei lo faceva bruciare.

            Desdemona sorrise, intuendo il corso di pensieri per nulla regale del marito. Com’erano ingenui gli uomini, a volte, anche i più scaltri di loro! Non a caso, aveva inteso provocarlo un po’ indossando quell’abito favoloso che metteva in risalto la sua bellezza, ormai pienamente sbocciata. E poi, voleva essere bellissima nel momento che lui aveva sempre atteso, da che era vivo...quello del suo riconoscimento ufficiale.

            - Signore, ci aspettano - disse Moritz, con uno strano tono di voce soffocato che rivelò la sua innegabile tensione. Karla e Desdemona si disposero ai due lati, e lo seguirono lungo i corridoi della reggia di Landor, preceduti dal picchetto d’onore.

            La sobria cerimonia, civile e religiosa, avvenne in un silenzio quasi assoluto. Moritz ricevette i simboli del potere sovrano sul granducato senza che il suo volto manifestasse la minima emozione. Calme e serene, le due donne accanto a lui accettarono a loro volta le corone tradizionali con un tenue sorriso. Poi, l’entusiasmo della folla esplose quando i nuovi sovrani apparvero dal balcone ricoperto di stendardi che ornava la facciata principale della Reggia.

            - Per volontà di Dio e della Nazione - annunciò il ciambellano di corte - Vi annuncio l’avvenuta incoronazione di Sua Altezza Serenissima il Granduca Moritz di Landor, e della sua consorte, Sua Altezza Serenissima la Granduchessa Desdemona. Lunga vita al Granduca ed alla Granduchessa! -

            A Desdemona parve di vivere un sogno. Era da sempre abituata al prestigio di appartenere ad una famiglia sovrana, ma ora viveva come proprio il destino di Moritz, quello che lui aveva sognato, desiderato e voluto per quasi trent’anni. Sapeva quanto di sé lui aveva sacrificato per ottenere quell’obiettivo...e sapeva anche che era ben conscio della responsabilità che si assumeva in quel giorno di fine inverno, al contrario di ciò che era stato per suo fratello Lothar, indebolito dagli intrighi e dalle adulazioni dei Norelmeyer, e da una irresolutezza interiore che l’aveva segnato.

            In quel momento, capì con assoluta chiarezza che quelle responsabilità si estendevano anche a lei, in quanto sua moglie, e che il cammino di lavoro che si prospettava davanti a loro da quel giorno in avanti riguardava entrambi, nonché i loro figli.

            Con entusiasmo, d’impulso, sollevò una mano ed accarezzò il volto netto del marito: la folla esultò quando vide con quanto amore, con quanta tenerezza il loro nuovo sovrano prendeva quella mano e la portava alle labbra, per testimoniare fino in fondo davanti alla sua gente il rispetto e la reverenza che provava per la propria moglie.

            In quel momento, un passo solo dietro di loro, Karla si sentì più sola che mai.

            Aveva ottenuto tutto ciò che desiderava. I suoi sogni più folli si erano realizzati.

            Tutti. Tranne uno.

 

           

 

 

 

  D

opo l’incoronazione, fu la volta della cena di gala, e del ballo. Finalmente, dopo anni di ristrettezze, dolori e delusioni, la nobiltà di Landor poteva celebrare un lieto evento. Il nuovo granduca era, per molti versi, ancora un’incognita, ma - se non altro - aveva eliminato dalla scena di Landor i Norelmeyer, e questo solo fatto testimoniava la sua forza ed il suo coraggio. Chi lo ricordava come il tenente colonnello von Landau seminava leggende circa il suo valore di soldato...e la sua spietatezza. Peraltro, ciò che più convinceva la gente di Landor che i tempi bui del granducato fossero finalmente finiti era la circostanza che quell’uomo misterioso avesse scelto come moglie la principessa di Walkenstein. Desdemona era unanimemente considerata una donna intelligente e di cuore, che aveva lavorato duramente per il benessere del proprio principato, anche quando era stata la moglie del colonnello di Saringen. L’amore che i due giovani sposi provavano ora l’uno per l’altro era semplicemente palese. E se lei gli aveva concesso la sua fiducia al punto da dargli un erede praticamente prima delle nozze...beh, altrettanto poteva fare il suo popolo.

            Quanto alla granduchessa Carolina, nessuno ne aveva ancora un’idea precisa. Era bella ed elegante, gentile e raffinata. Qualcuno sussurrava che fosse la fidanzata del principe Franz III° di Walkenstein. Ma, sorprendentemente, quest’ultimo non era intervenuto alla cerimonia di incoronazione.

            Carolina sorrise educatamente per tutto il tempo. E ballò persino, con tutti i nobili del granducato ed anche con gli ospiti esteri di riguardo. Ricevette una gran quantità di complimenti, e fu lodata da tutti per il suo fascino e la sua classe.

            Ma dentro si sentiva morire.

            Avrebbe voluto urlare ogni volta che qualcuno faceva in sia presenza il nome di Franz. Eppure, sorrideva. Quella stava davvero diventando la prova più dura...persino più dura di quando David l’aveva tenuta prigioniera a Nelbrück.

            Alla fine della serata, quando i suoi piedi bruciavano per la stanchezza, e la sua testa non reggeva più il peso della tiara di diamanti, decise che ne aveva decisamente a basta. Salutò cortesemente tutti, baciò la cognata ed il fratello, e si allontanò con la sola compagnia della sua antica governante, ora elevata al rango di prima dama d’onore. Quando fu sola nella stanza da letto del suo nuovo appartamento, scagliò lontane le scarpe, e quella maledetta, pesantissima tiara.

            Era troppo furiosa per piangere. Non credeva che l’orgoglio ferito di un uomo potesse arrivare fino a quel punto...al punto di ignorare tutto quello che c’era stato tra di loro. L’amore, il sesso, il sentimento, la passione...le sue cure quando lui era stato ferito. I momenti che avevano passato insieme in oscure locande quando lei era ancora una trovatella senza nome. Tutto quello che era stata la loro vita insieme.

            Non valeva più niente. Per un solo, stupido, imperdonabile sbaglio. Non riusciva ad accettarlo. Dannazione, quello che aveva fatto con i Norelmeyer non c’entrava nulla con lui!

            Si strappò di dosso la fascia, e cominciò a slacciarsi furiosamente l’abito, senza nemmeno curarsi di accendere un lume. Lasciò il meraviglioso vestito di seta candida a giacere sul pavimento di legno prezioso, e cominciò a strapparsi di dosso il corpetto. Non sopportava più quelle costrizioni, non quella notte. Quasi rimpiangeva quando ancora vestiva di stracci.

            Rimase a seno nudo, e tremò per il tenue soffio d’aria fredda che penetrava dalla finestra inavvertitamente lasciata aperta da qualche domestico. I capezzoli le si indurirono suo malgrado, e fu solo quando scivolò fuori dai mutandoni di pizzo, restando completamente nuda, che si accorse del corpo disteso sul suo letto. Trattenne a stento un grido. Il suo primo pensiero fu che David fosse ancora vivo...e che fosse uscito dall’oltretomba per reclamarla.

            - Vieni qui - le disse una voce maschile, resa roca da un desiderio che ben conosceva. Karla, nel buio appena illuminato dalla luce argentea di una luna quasi piena, tremò, perfettamente consapevole della propria nudità.

            - Franz...- sussurrò, e la sua rabbia si stemperò in un istante, diventando insopprimibile eccitazione. - Tu...sei qui. -

            Fece per raccogliere almeno un indumento tra quelli che aveva seminato per terra, ma la sua risata, bassa e sensuale, glielo impedì.

            - No...così come sei. Non hai mai avuto timore di farti vedere nuda da me. Nemmeno la prima volta -

            Lei sorrise, ripensando al loro primo incontro. Lasciò cadere la camiciola, e si avvicinò al letto. Franz le sorrise nel buio, e lei vide i suoi denti candidi splendere nel volto scuro. Si chinò su di lui, in preda al più intenso e devastante dei desideri, offrendogli il seno. - Sei già eccitata - le disse lui, prendendole in bocca l’adorabile bocciolo del suo seno destro, e mordicchiandolo con calma, esasperandola. - Avanti...sono ancora troppo debole per rovesciarti sotto di me. Cavalcami tu...tesoro. -

            - Aspetta! - si ribellò lei, mentre il suo corpo traditore già cedeva. - Perché dovrei? Non hai fatto nulla per cercarmi in tutto questo tempo! Oggi mi hai lasciata da sola...come una sposa abbandonata sull’altare il giorno delle nozze. Ti ci è voluto parecchio per perdonarmi! -

            Franz rise, aprendole le cosce e sistemandola su di sé.

            - Mia cara, adorabile Carolina...io ti ho perdonato subito. Nel momento stesso in cui ho letto la tua lettera, a Berlino. Ma sono ancora abbastanza uomo da volertela fare un po’ pagare...perché non ti sei fidata di me, invece di fare cose sconsiderate come andare da sola e senza il becco di un quattrino a Parigi e buttarti nel letto di quei due mostri? Io ti avrei aiutata, non lo capisci! Tu non ti sei fidata...e dovevi imparare la lezione. Ti amo, ti amo pazzamente...ma sono un uomo, e non un burattino nelle tue bianche mani, come quel povero David. -

            - Lo so - disse lei, fissandolo dall’alto. - Hai ragione. Ho espiato a sufficienza? -

            - No, tesoro mio...non hai nemmeno ancora incominciato -

            - Cosa...cosa devo fare? -

            Franz le prese le natiche con le mani, e la penetrò, mentre lei lo aiutava con un gemito. Karla chiuse gli occhi, concentrandosi in quel piacere delizioso di averlo dentro, di poterne disporre come meglio credeva. Lui, con le dita e con la bocca, le torturava i bianchi seni di baci e carezze, venendole incontro con il bacino per penetrarla fino in fondo...alla sua anima indipendente e riottosa. Poi, lasciò scivolare un dito tra le sue cosce, per accendere di piacere con una lenta, esperta carezza, anche la sua più segreta femminilità.

            - E’ solo l’inizio - le sussurrò lui. - A volte penso che una donna come te vada trattata come gli antichi nobili orientali trattavano le loro spose...senza pietà. Legandole a sé con la passione, e segregandole come prigioniere. E’ quasi quello che intendo fare non appena sarai principessa di Walkenstein...e cioè, prestissimo. Sfuggimi ancora una volta, Karla, e ti uccido con le mie stesse mani. -

            Karla rise. - Non potrai mai imprigionarmi davvero. Non lo sai che io sono libera? -

            - Lo so, eccome. Quasi mi ammazzavano, per colpa della tua indipendenza! -

            - Stai zitto - disse lei, chinandosi ed invadendogli la bocca con la sua lingua. - Sarai tu il mio schiavo d’amore, Franz. -

            Lui non disse più nulla. Chiuse gli occhi a sua volta, e si illuse, per un breve istante, di averla domata.

           
EPILOGO.

 

 

 

  R

itornando a casa dal matrimonio tra il principe Franz III° di Walkenstein e la granduchessa Carolina di Landor, Desdemona cominciò a ridere.

Moritz le prese una mano, e la picchiettò con le dita. - Avanti, sputa il rospo - le disse, mentre la carrozza costeggiava i cupi boschi di Nelbrück. - Cos’è stavolta che ti diverte? Tu e tua sorella Adelaide non avete fatto altro che spettegolare e ridacchiare! E non è trascorso che un mese dal vostro ultimo incontro! -

            - Pensavo alla mattina dopo la nostra incoronazione. Quando, a colazione, Franz è arrivato con Karla al nostro tavolo. A momenti, il tè ci andava per traverso. Non l’avevamo certo invitato noi a pernottare a Landor. Quel ragazzo, standoti accanto, ha preso delle brutte abitudini...-

            - Ne avrà bisogno, se vorrà tener testa alla sua principessa...mia sorella è un tipo piuttosto determinato, e non sarà facile tenerla sotto controllo. -

            - Tutto il contrario di te, che sei così docile... - lo prese in giro la moglie.

            - Sì, ridi pure. Intanto, quasi ho dimenticato cosa voglia dire avere una moglie. Sei sempre impegnata, con il bambino o con il tuo lavoro. Lo so che Landor è, amministrativamente, un caos pazzesco, dopo decenni di incuria, ma devi riformare tutto subito? -

            - Sanità e scuola sono fondamentali, lo sai. Mi limito a rifare quello che Adelaide ed io abbiamo organizzato a suo tempo per Walkenstein. Parli proprio tu. Non ti vedo mai. -

            - E’ un pozzo senza fondo. Non c’è nulla che funzioni. Persino l’esercito, che un tempo era il nostro vanto, sta andando alla deriva. Ma il vero problema è l’apparato finanziario. Franz mi sta dando degli utili consigli, ma devo imparare ancora tante cose...-

            - E’ per questo che studi di notte? E non più medicina, ora, ma economia, scienze delle finanze...-

            - Per questo... - le sussurrò lui, con uno sguardo malizioso - E per trattenermi dalla voglia di saltarti addosso. -

            Lei sorrise, senza sbilanciarsi in promesse. Le fatidiche sei settimane non erano ancora trascorse.

            Arrivati a palazzo, si divisero brevemente. Moritz esaminò, come tutte le sere, i quotidiani europei del giorno, e le ultime incombenze di quella giornata di festa con il suo segretario, un suo antico commilitone che aveva combattuto con lui in Ungheria. Desdemona si spogliò, allattò il suo bambino, e lo mise a letto. Dopo un mese di vita, il piccolo stava mettendo i primi capelli. Sorprendentemente scuri, quasi neri. Gli occhi, invece, parevano proprio quelli dorati del padre.

            - Ecco l’eredità della principessa indiana - disse la madre, accarezzando quei capelli scuri. Nel salone delle cerimonie c’erano ancora i ritratti dei due precedenti granduchi...suo nonno Magnus, e suo zio Lothar. Due volte zio...ogni volta che Desdemona ripassava davanti a quel quadro, non poteva fare a meno di pensare al suo antico fidanzato. Era stato il ritratto vivente di sua madre, la bella Rosaleen dal sangue indiano, ed era curiosamente fratello sia suo che di Moritz.

            - Oh, mio piccolo Manfred. Scuro come il granduca Lothar e la principessa Rosaleen. E sei il frutto di un amore che alla fine ce l’ha fatta... a riunire Landor e Walkenstein. -

            Il piccolo si addormentò sul suo seno, con il suo capezzolo ancora in bocca. Lei lo baciò, aspirandone il dolcissimo profumo infantile, e lo mise nel suo lettino, nella sua stanzetta dove lei, Sandra e Moritz non mancavano mai di fare brevi incursioni notturne. Un‘altra grande amica del bimbo era la piccola Larissa, la figlia di Lothar, che ormai viveva con loro come figlia acquisita, sebbene ancora portasse il nome Hagenau.

            Ormai sola nella sua stanza, Desdemona si spazzolò i capelli, sciogliendone i ricci ribelli con una spazzola. Si osservò nello specchio, e volutamente non indossò la camicia da notte. Restò in corsetto e mutandoni, ricordando con un sorriso quell’indimenticabile tuffo dalla cascata...ed i suoi assurdi timori.

            Tutti i pezzi del puzzle, miracolosamente, erano andati al loro posto. Franz e Karla erano ora sposi, e sovrani di Walkenstein. Adelaide era una moglie e madre felice, accanto al suo principe, ed ora sembrava essere di nuovo in attesa di un figlio.

            E lei, Desdemona, aveva avuto i suoi tre uomini, e sopportato grandi dolori. La zingara non si era affatto sbagliata, nelle sue predizioni, in quella lontanissima giornata d’estate.

            Lothar aveva conosciuto le gioie dell’amore con la dolce Tatiana...anche se la sua vita era stata breve, troppo breve. Heinrich aveva avuto la felicità nella quale non aveva mai osato sperare...ma era durata poco.

            Solo il suo angelo caduto era sopravvissuto. Il suo cavaliere rosso, nato nel sangue, risorto nel sacrificio e nell’amore. E lei sorrise tra sé e sé, rivedendolo per l’ennesima volta bambino, e poi ragazzo...i suoi capelli biondissimi, sempre scompigliati, i suoi occhi freddi...il suo braccio che aveva esitato sotto il suo tocco, quando lei era stata il primo essere umano ad avvicinarlo davvero.

            In piedi davanti allo specchio, così assorta nei suoi pensieri, quasi non si accorse che lui era tornato, e che ora le stava alle spalle, osservandola. Incontrò i suoi occhi nello specchio, e decifrò senza alcuna fatica la loro espressione. Un calore intenso le fece ardere il sangue nelle vene.

            - Cosa vuoi ora da me, marito mio? - gli chiese dolcemente, senza girarsi, come quella sera al Prater, quando lui era stato solo un estraneo che aveva tentato di comprarla con rose e gioielli.

            Moritz non fece nemmeno un passo. Ma le era così vicino che lei percepiva il calore del suo corpo sulla pelle nuda.

            - In questo momento, mia cara moglie, desidero solo possederti. -

            Lei sorrise.

            - E’ solo sesso? - ironizzò, citando un vecchio, assurdo discorso tra di loro, quando erano stati entrambi troppo spaventati per parlare d’amore.

            - Sì...è proprio solo sesso. Non resisto più, Desdemona. -

            - Lo so. E’ per questo che sono rimasta ad attenderti in biancheria...e puoi togliermela, se vuoi. -

            - No...pensavo a qualcosa di diverso. -

            Lei si lasciò trascinare dalla sua fantasia, che sapeva essere a tratti perversa. Chiuse gli occhi, e si morse le labbra, per l’aspettativa, mentre lui, rimanendo in piedi dietro di lei, le fece scivolare lungo le natiche i mutandoni di fine batista. Non glieli tolse, peraltro. Li lasciò sulle sue cosce, appoggiando le mani su di lei, aprendola dolcemente. Si slacciò i pantaloni, e si appoggiò contro di lei, lasciandole sentire il caldo contatto del suo membro eccitato, e seppellendo il suo volto sul collo di lei, accarezzandole la pelle sensibile dietro le orecchie con il suo fiato caldo.

            Lei voltò il capo, solo per scorgere in un altro specchio, poco distante di lì, il profilo dei loro corpi quasi allacciati...il pizzo bianco della sua biancheria abbassato sulle cosce, la dolce uniformità della sua pelle di seta, la dura virilità del marito appoggiata contro le sue rotonde estremità, i pantaloni di lui arrotolati alle caviglie.

            - Prendimi - lo implorò, spalancando gli occhi neri.

            - Con grande piacere, mia signora - le mormorò lui, stringendole i seni ancora compressi dal corpetto tra le mani, e strappandole la stoffa per riempirsene le dita. La penetrò da dietro, scivolando con un lungo gemito dentro la sua vagina di seta, e sentì che lei non era diversa da prima...solo, ancora più eccitante.

            Lei si inarcò all’indietro, ansiosa di riceverlo tutto. Ma sembrava che lui non avesse fretta di arrivare al culmine. Mentre si concentrava su di un ritmo costante ed uniforme, e sulla deliziosa sensazione che provocava ad entrambi lo scivolare dentro e fuori dentro quel suo meraviglioso fodero umido e caldo, cominciò a parlare. Di quello che intendeva fare il giorno dopo, dei suoi appuntamenti di lavoro, dei suoi piani per Landor. Dopo un po’, lei si morse le labbra per non urlare. Uomini! Incredibilmente rozzi ed insensibili! Erano mesi e mesi che non facevano più l’amore, ed ora... Solo quando fu invasa dal delizioso brivido intimo che precedeva l’orgasmo, capì il suo gioco. Lui aveva cercato di distrarsi, di mantenere un ritmo il più possibile calmo, per farlo durare il più possibile...e per farla godere follemente.

            - Moritz! - gridò, mentre il suo corpo esplodeva dal piacere, i capezzoli irrigiditi tra le sue dita, le sue cosce in fiamme, per quel sensuale, interminabile contatto.

            Lui sorrise, e smise subito di parlare.

            Era ora di venire insieme.

           

 

 

 

 

            FINE.

 

 

 

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