|
SECONDA PARTE. I. Dresda,
settembre 1857.
e nozze di Sua Altezza Serenissima la principessa
Adelaide di Walkenstein - Estembourg con Sua Altezza Reale il Principe
Gottfried di Sassonia avvennero nella piccola corte di Dresda, dove i due giovani
sposi si erano conosciuti. In
una radiosa mattina di settembre, il primate vaticano in terra di Germania unì
in matrimonio due tra i più antichi nomi di quella terra aristocratica, e due
altrettanto antiche corone. Nelle prime file, facevano bella mostra di sé il
principe regnante Franz IV di Walkenstein, tuttora celibe, e la sua bella,
elegantissima sorella, la principessa Desdemona, ora signora di Saringen. -
Lei, almeno, fa un matrimonio congruo - -
Piantala, Sandra - rise Desdemona, dando un colpetto con il ventaglio sulla
mano della sua antica governante, seduta accanto a lei in giardino, in attesa
dell’inizio del lungo ricevimento - Io sono
felicissima. Non vale di più? Comunque, lui mi piace, molto più di Thurm
und Taxis. Credo che questa volta Heidi sarà felice. - -
Se non lo sconvolge stanotte -
sussurrò la buona donna. - Credi forse che io non sappia di quel Strevinky? - -
Shh. Non saremmo certo noi a diffondere pettegolezzi sul conto della nostra
Heidi. E poi, gli uomini sono talmente stupidi
in queste cose. Non se ne accorgerà nemmeno. Basteranno un po’ di gemiti,
qualche bicchiere di troppo, cose del genere - -
Sono sempre più scandalizzata. Desdemona, tu mi farai morire. Siete delle
svergognate, tutte e due - Desdemona
rise. Sapeva che, in fondo, Sandra era profondamente tranquilla ed orgogliosa
di entrambe le sue bambine. Desdemona era una sposa felice ed appagata, ed ora
anche Adelaide stava trovando la sua strada accanto ad un uomo dolce e sereno,
che l’avrebbe resa altrettanto felice di quanto lo era la sorella, ormai da
quasi tre anni. Restava
Franz. -
Dobbiamo trovare una principessa per tuo fratello. Deve smetterla di struggersi
per quella sgualdrinella dai capelli bianchi...e
pensare a trovarsi una sposa. Deve un erede a Walkenstein - -
Sandra! - si stupì Desdemona. - Karla aveva capelli stupendi, non certo
bianchi, e Franz l’ha amata molto. Non era sicuramente una sgualdrina, lo sai.
Non possiamo pretendere che lui la dimentichi. Quando sarà il momento, mio
fratello farà il suo dovere, lo sai. - -
Lei non è più tornata - -
Avrà avuto i suoi buoni motivi - rispose la ragazza. - Ma sono sicura che
amasse davvero mio fratello. Franz si sposerà, quando arriverà il momento. Con
la donna giusta - -
Sarebbe ora che anche tu pensassi ad un erede.
Anche se non erediterà Walkenstein - Desdemona
si incupì appena. Quasi tre anni di matrimonio, ed il bimbo atteso non era
ancora arrivato. Eppure, il medico consultato a Parigi, e quelli consultati
dopo di lui, avevano dichiarato che non c’erano in nessuno dei due sposi
ragioni apparenti di sterilità. Un
anziano dottore viennese, peraltro, li aveva avvertiti che la scienza conosceva
ancora molto poco di quelle cose. E che ci potevano essere motivi occulti di infertilità Cercò
di non pensarci. Era molto felice con Heinrich, una felicità basata su di un
amore autentico e reciproco, su una grande, instancabile attrazione fisica, su
di un enorme rispetto. Non si sarebbe rovinata la vita per quell’unica,
deludente, mancanza. Gli
sorrise vedendolo venirle incontro, e si alzò per tendergli le mani. Lei
era bellissima, pensò Heinrich, sconvolto come sempre dall’idea che quella
creatura meravigliosa fosse sua. Quasi
tre anni di amore, di unione completa, di gioia serena. Desdemona. La sua
splendida Desdemona, che il mondo intero gli invidiava. Sua. -
Eri la più bella, come sempre. - -
Non bisogna mai offuscare la sposa - rise lei. - Dille solo a me, queste cose.
Non farti sentire - -
Lo giuro. D’altronde, anche Adelaide era fantastica. Il suo sposo se la
divorava con gli occhi. Credo che saranno molto felici. - -
Credo anch’io. Oh, Heinrich...siamo qui da pochi giorni, ed ho già voglia di
tornare nel nostro Walkenstein. Voglio vedere come il nuovo direttore se la sta
cavando con il collegio universitario che stiamo creando. Sento che senza di me non andranno avanti - -
Sei stata stupenda. Stai facendo moltissimo per l’istruzione del tuo popolo.
Monsieur Forgerolles è un valido docente, e sarà un ottimo rettore per la tua
università. - -
Il nostro principato è piccolo, ma non dobbiamo essere da meno di nessuno. Non
come a Landor. Hai sentito? Pare vi sia in corso un’epidemia di colera. Ed in
tutto il granducato vi è una sola, fatiscente, struttura ospedaliera - -
Lothar è sempre a Vienna, oppure in giro per il mondo a combattere per
l’Imperatore. Non si occupa affatto della gestione del suo granducato, e
Norelmeyer, dal canto suo, governa da trent’anni con il pugno di ferro, e senza
nessuna clemenza, al solo fine di estorcere tasse e balzelli dal popolo. - -
Vorrei parlare con Lothar, dirgli che sta sbagliando. Non serve a nulla la
benevolenza del suo imperatore, se poi la sua popolazione è allo stremo. Non vi
sono industrie, l’agricoltura risente delle recenti carestie, ed istruzione e
sanità sono estremamente carenti, quasi inesistenti. - - Scrivigli.
Dubito che ti ascolti, peraltro. Non gli sono mai interessate molto le
condizioni del suo popolo. Pare che sua moglie sia molto mondana...ma non credo
sia una donna cattiva. Ho solo sentito dire che è male consigliata da cattive
amicizie, amicizie interessate. - -
Bisogna che Lothar torni a Landor. Hai ragione, forse mi ascolterà, se gli
scrivo. Walkenstein, grazie ai nostri sforzi congiunti, sta prosperando. Ed il
cordone sanitario che hai fatto istituire per proteggerci dal colera sembra
funzioni. - -
Nonostante tutto, vorrei che tu, almeno, rimanessi qui a Dresda per qualche
settimana...finché l’epidemia non passi. Franz ed io dobbiamo tornare, è
evidente...ma non voglio che tu corra rischi. - -
Se insisti... - sorrise lei, sapendo quanto lui tenesse alla sua sicurezza.
Aveva cominciato a proteggerla molti anni prima, su ordine di un uomo di nome
Moritz von Landau. Un uomo il cui ricordo pareva ormai sepolto per sempre. Sepolto
nei meandri della memoria di Desdemona. Che non intendeva più lasciarlo
emergere alla luce. -
Starò a casa di zia Stefania. Non disturberò certo la nobile coppia di sposi. - -
Saggia decisione. Ed io ti scriverò ogni giorno. Avrai talmente da fare a
rispondere alle mie lettere, che non ti renderai nemmeno conto del tempo che
passa. E, presto, saremo di nuovo insieme - -
Non resisterò senza di te. Accanto a me, nel nostro letto. - -
Recupereremo dopo, tesoro mio. Te lo
prometto. - Desdemona
sospirò. Avrebbero avuto ancora alcuni giorni insieme, e lei li avrebbe
debitamente sfruttati. Innanzitutto, avrebbe scritto quella famosa lettera a
Lothar cui pensava già da molti mesi. Nonostante tutto, lui era suo fratello
tanto quanto Franz...e le faceva male vedere che trascurava i suoi doveri di
sovrano. Lei,
Franz, Heinrich ed Adelaide avevano lavorato duramente, in quegli anni, per
assicurare la prosperità anche materiale del loro principato. Franz si era
dedicato alla fondazione di una banca d’affari in Walkenstein, assicurando
bassissime imposte agli investitori stranieri e facendo del principato un
piccolo paradiso fiscale. Heinrich aveva riorganizzato l’esercito e la guardia
nazionale, dotando il principato di difese più razionali ed efficienti, e
garantendo la sicurezza ai suoi cittadini. Adelaide si era occupata di assumere
medici ed infermieri esperti da tutta Europa, ed aveva fondato due nuovi
ospedali, modernissimi. Desdemona aveva rifondato da zero tutti i gradi
dell’istruzione, garantendone l’accesso soprattutto ai cittadini più poveri. E
la sua ultima creatura, il collegio universitario, la riempiva di orgoglio. Quando
prese la penna in mano, tutto questo le fluì dal cuore. Con parole semplici,
descrisse al suo antico promesso gli sforzi fatti, gli occasionali fallimenti,
i risultati raggiunti. E lo esortò a riprendere in mano il suo ruolo di
sovrano. “Se
credi ancora in me, Lothar, e se hai ancora per me un ricordo affettuoso,
medita a fondo queste mie parole. Lotta per il bene del tuo popolo, e ne sarai
mille volte ricompensato. Renditi degno del tuo nome e del tuo titolo. Facciamo
dei nostri stati un esempio di prosperità e serenità.” Sentendosi
meglio, Desdemona lasciò che Heinrich partisse insieme con Franz, non prima di
averlo riempito di coccole. E poi, si accinse ad attendere che l’epidemia
terminasse.
othar lesse la lettera di Desdemona ad un
ricevimento della Gottardi. La lesse in fretta, tra un ballo ed una coppa di
champagne. Mentre sua moglie, elegantissima ed un po’ brilla, volteggiava al
braccio di uno dei suoi numerosi ammiratori. Non
era del tutto sobrio, quella sera, ma sobrio abbastanza per averne il cuore
colmo di amarezza. E di disgusto. Verso di sé. Desdemona.
La ricordò come l’aveva vista l’ultima volta, tre anni prima, in quell’albergo
di Vienna. Vestita di nero, pallida, bellissima. E
forte. Forte al punto di sposarsi con l’uomo giusto, al di fuori di ogni convenzione, e di lavorare
incessantemente per il bene del suo popolo. Come una vera principessa. Come la
principessa che era. Che
sposa sarebbe stata per lui! Che donna forte, che guida, che esempio! Gli
avrebbe mostrato la strada giusta, avrebbe fatto di lui un sovrano non solo
temuto, ma anche giusto, amato, dedito al bene del suo popolo. Invece
di un inutile ornamento mondano per la corte di un altro imperatore. -
E’ colpa tua, maledetta sgualdrina! - disse a voce alta. - Se solo mi avessi
veramente amato...chi era l’altro? Di
Saringen? Già da allora? Perché non sei stata la mia granduchessa? Perché mi hai privato di tutto questo? Ed ora
vieni anche a farmi la predica! - -
Lothar - gli disse la moglie, preoccupata. - Hai bevuto troppo. Torniamo a
palazzo. - -
Vacci tu, Tatiana. - le rispose, sentendo nausea, e voglia di vomitare.
Desdemona poteva averlo tradito. Ma era stato a lui a rompere la loro promessa,
a sposare un’altra. Una donna fragile, che lo amava, ma che non avrebbe mai
saputo essere per lui la fedele, intelligente compagna di cui un sovrano aveva
bisogno. Una donna che gli aveva dato una sola figlia femmina...che mai avrebbe
potuto essergli erede. Era
tutto sbagliato. A volte, in momenti come quelli, rimpiangeva la compagnia
calma, silenziosa di Moritz. Avrebbero bevuto un cognac insieme, senza inutili
parole, e lui si sarebbe calmato. Tanto, Moritz avrebbe fatto la cosa giusta
ancora una volta...a suo nome, naturalmente. Ma Moritz
era morto. Stupidamente, inutilmente morto a ventiquattro anni. Ed adesso il
suo cadavere imputridiva, da tre anni, in uno spoglio cimitero militare. Non
era la prima volta che lo assalivano quei pensieri di morte. Lothar si disse
che doveva reagire. Reagire in qualche modo. Non si sentiva affatto vivo, in
quel momento, nonostante ancora respirasse. -
Tatiana! - la chiamò e lei, come al solito, accorse al suo fianco, bella e
smarrita in quel mondo mondano che aveva sempre subito, mai capito. -
Prepara le tue cose. Torniamo a Landor. Domani stesso. - -
Lothar! A Landor c’è il colera! - La
fissò con uno sguardo di ghiaccio. - Tu sei mia moglie, Tatiana, e mi
ubbidirai. Prepara anche la bambina: Larissa viene con noi. - Sarah
Gottardi, da lontano, sorrise. Di
tanto in tanto, le persone deboli hanno qualche rapido, inatteso sussulto
d’orgoglio. Ma non basta a mai a riscattarle davvero.
l cordone sanitario istituito da Heinrich intorno al
principato reggeva. Gli ospedali di nuova istituzione avevano accolto i pochi
casi manifestatisi nei villaggi di confine, e - dall’inizio dell’epidemia -
solo cinque persone e due bambini avevano perso la vita. Più
sereno, Heinrich collaborò con Franz alle operazioni di pattuglia e sicurezza,
mentre si inviavano aiuti sanitari a Landor, duramente colpito dalla malattia.
Fino a che, una mattina di ottobre, una notizia terribile arrivò alla
Residenza. -
Heinrich....si tratta di tuo padre. E’ tornato a casa sua...e sta molto male. - Heinrich
imprecò, mentre il cognato gli consegnava lo scarno messaggio della governante
del suo anziano genitore, Frau Schiller. Non aveva più avuto notizie del padre
da quel fortuito incontro a Parigi. Nonostante tutte le sue ricerche negli
hotel della capitale francese, pareva essersi volatilizzato. Ricerche ulteriori
in patria, presso i suoi pochi amici, non avevano sortito alcun effetto. Roderick
di Saringen sembrava svanito nel nulla. Fino
ad oggi. Possibile che suo padre avesse scelto proprio quel terribile momento
per tornare a casa? -
Devo andare - disse solo, e Franz sapeva bene di non poterlo fermare. Desdemona
era lontana, e non avrebbe corso rischi, ma Heinrich - che così tanto si era
sempre curato del proprio prossimo - non poteva certo negare l’estremo soccorso
al suo unico familiare vivente. In ogni caso, Heinrich si sarebbe messo in
quarantena, al suo ritorno, e nessuno nel Principato avrebbe corso rischi per
colpa sua. I
due cognati si abbracciarono, uniti da un sincero affetto, da muto rispetto. -
Desdemona non deve saperlo - disse Heinrich. - Le scriverò oggi stesso, del più
e del meno. Ma non posso tralasciare di rispondere a questo appello - -
E’ naturale - gli rispose Franz. - Ma esigo che tu porti un medico con te - Heinrich
annuì. Sapeva abbastanza bene quali fossero le norme primarie per evitare il
contagio, e non lo temeva in modo particolare. Quando
arrivò al castellotto immerso nei boschi, rimase sgradevolmente colpito dal
profondo silenzio, che per la prima volta in vita sua gli parve minaccioso. Due
degli uomini del seguito di suo padre erano morti, e gli altri erano fuggiti,
portando altrove i germi della propria malattia. Frau
Schiller aveva la febbre, e stava molto male. Heinrich
la affidò subito alle cure del coraggioso medico che aveva portato con sé e
salì al piano di sopra, nella camera da letto del padre. Roderick
di Saringen giaceva nel suo grande letto, ed era irriconoscibile, il volto
scavato dalla malattia, le mani come artigli sulle lenzuola sporche per i suoi
sbocchi di sangue. -
Papà! - gli disse, prendendo le mani del vecchio tra le sue. -
Figliolo...perdonami per tutte le bugie...ed i silenzi. - -
Non stancarti, papà. Devi guarire. Ho portato un medico, e ti farò trasferire
nell’ospedale di Walkenstein. Guarirai. - -
No....ascolta...come sta tua moglie? - -
Bene. Papà, ti prego... - -
Avete figli? - -No. Papà, ora taci. Sei molto debole. - -
Heinrich...ho preferito un altro a
te. Ti ho rubato l’affetto che ti spettava per darlo ad un’altra persona. Non
sono stato giusto, sono stato un padre terribile, e negli ultimi anni ti ho
persino mentito, ingannato, sfuggito... - -
E’ tutto finito, papà. Basta che tu guarisca presto. - -
Io non guarirò, figliolo. Ma ho dimostrato la mia fedeltà ai Landor. Cielo, se
l’ho dimostrata...anche se non gli ho
potuto risparmiare questo dolore. - -
Quale dolore, papà, di chi parli? - -
Di tua moglie....e di lui. - -
Papà! - Heinrich sentì che scottava, e che il respiro lottava per arrivare ai
polmoni stanchi, resi fragili dall’età e dalla malattia. - Li hai separati...te ne rendi conto? Lei
non sarà più granduchessa.- -
Taci, papà. Lothar è suo fratello. Ed ha sposato di sua volontà un’altra donna.
Non ho fatto nulla di male dando un futuro a Desdemona. - -
Come sei cieco...possibile che dopo
tutto questo tempo tu non abbia ancora capito nulla? - il vecchio ansimò, il
petto si sollevò. Heinrich urlò, sperando che il medico arrivasse in fretta. Il
medico arrivò subito, ma non prima che il vecchio Roderick perdesse conoscenza.
Non
l’avrebbe più recuperata, e si sarebbe spento di lì a poche ore.
sausto e sconvolto, Heinrich aiutò il medico a
preparare la salma del padre per l’immediata sepoltura ed a predisporre il
trasferimento della febbricitante Frau Schiller in ospedale. Alla
fine, decise di fermarsi in una locanda non lontana di lì, ma già nei confini
di Walkenstein. Non era abituato a dormire senza sua moglie, e le emozioni di
quel lungo, terribile giorno lo avevano stremato. Come rimpiangeva il dolce
calore delle sue braccia, la sua solare bellezza! Le
parole di suo padre lo tormentavano. Era
troppo stanco per riuscire ad analizzarle razionalmente, ma le risentiva
continuamente dentro di sé, e gli accendevano dentro un oscuro timore, paure da
sempre inespresse. Era come se, per tutti quegli anni, avesse voluto
ingannarsi, non dare un volto, un nome al suo rivale, a quell’uomo lontano, certamente perduto, che forse ancora
abitava nei più segreti recessi del cuore di sua moglie, che forse abitava i
suoi occhi neri come la notte quando lei faceva l’amore, quando lei abbassava
le palpebre sul suo sguardo impenetrabile... No,
delirava. Desdemona
lo amava. L’aveva sempre dimostrato. Era una moglie perfetta, e sapeva che
l’amava di vero amore. Un uomo non può ingannarsi su questi sentimenti. Ed
era vergine, quando l’aveva posseduta per la prima volta. Dannazione,
cosa c’entrava, si disse, mentre si agitava insonne nel letto estraneo. Una
donna può amare anche solo con il cuore, amare per sempre. Un
uomo perduto. La disperazione di Desdemona a Vienna, quella strana, assurda
scena a casa dei Norelmeyer, quando lei era svenuta...la rivedeva nella sua
memoria, senza sosta, contava nella sua mente i protagonisti, in quel
salotto...Margaretha Norelmeyer, suo figlio David, sua figlia Katerina, in
lacrime... Desdemona
era già stata a Palazzo Landor, quel
giorno. Cosa vi aveva appreso? Cosa aveva saputo? Era entrata dai Norelmeyer già sapendo delle nozze di Lothar?
Oppure no? E
qual’era stata la notizia che l’aveva
veramente sconvolta? Il
velo si squarciò. Il velo volontario, lasciato per anni sugli occhi. Troppo
appagato dalla propria felicità per vedere
l’ovvio. Quello che era sempre stato così palese. Un
pensiero agghiacciante sostituì nella sua mente quella prima, orribile,
rivelazione. Suo
padre era sparito da casa allora...e
non vi era più tornato. Chi era l’amico misterioso al quale aveva dedicato la
propria fedeltà in tutto quel tempo, in quei tre anni...al punto da mentire al proprio stesso figlio? -
Non me la porterà via - si disse Heinrich - Che ci provi soltanto. Desdemona è mia - Sconvolto,
si alzò e si rivestì. Aveva
perso la pace.
on riesco a dormire - spiegò all’oste. Pagò, e
riprese il suo cavallo. Aveva fretta di tornare a Walkenstein. Sapeva di non
poter andare a Dresda, da sua moglie, dopo essere stato esposto al contagio, ma
sperava che quell’orribile situazione finisse al più presto e che lei potesse
tornare a casa. Sulla
strada principale, vide alla luce della luna ormai piena un assembramento.
Contadini infuriati assediavano una lussuosa carrozza, a mala pena tenuti a
bada da alcuni soldati in armi. Portò
le mani al rigonfiamento della rivoltella, e si avvicinò con cautela. Sulla
radura di fronte alla carrozza c’erano una donna con una bimba in braccio, ed
un uomo in una uniforme nera. Un manipolo di militari li accerchiava per
difenderli dalla folla inferocita. -
Vergogna! - gridava la folla - La gente muore e lui se ne sta a Vienna...a
folleggiare! - -
Sì! Tornatene dal tuo imperatore...e dimenticati di noi! - Con
orrore, Heinrich capì di chi si trattava. Alla luce della luna, riconobbe i
capelli neri di Lothar di Landor ed il suo inconfondibile, perfetto profilo
leggermente aquilino. Bello come era stata sua madre, Rosaleen di Walkenstein.
Forse, altrettanto sfortunato. La
donna con la bambina doveva essere sua moglie. Intervenne
senza esitazione. -
Signori....vi state sbagliando. Non è il granduca Lothar. Sciogliete questo
assembramento!- La
folla mormorò. Molti erano confinanti delle terre di Walkenstein, ed avevano
riconosciuto l’attivissimo colonnello di Saringen. -
E’ il marito della principessa Desdemona! - cominciarono a sussurrarsi l’un
l’altro. -
E’ un cugino di mia moglie. Viene da Dresda - mentì Heinrich, conscio della
pericolosità della situazione. Sperava che, se non altro per il bene di moglie
e figlia, Lothar non lo smentisse. La
gente cominciò ad arretrare, confusa. Avevano sempre e solo avuto benefici dai
sovrani di Walkenstein, pur appartenendo a Landor, e non volevano problemi con
loro. Con sguardi diffidenti verso gli ostaggi, la folla finalmente si sciolse.
Tatiana
si accasciò al suolo, stringendo terrorizzata la figlia a sé. -
Non dovevo lasciarvi mentire sulla mia identità, di
Saringen - gli disse Lothar, tendendogli una mano - Ma vi sono grato. Per mia
moglie e per mia figlia - - Altezza Serenissima,
dovete subito andare via di qui - disse Heinrich, fissandolo suo malgrado con
tenerezza. Era stato il suo precettore militare da bambino, suo e di Moritz, e
l’aveva teneramente amato, come un figlio. Poi, la vita li aveva divisi. Su
ordine di Moritz, lui aveva cominciato a dedicare la propria vita alla
protezione di Desdemona di Walkenstein...che poi era divenuta sua moglie. - Il
colera infuria nelle vostre terre. Non è posto per vostra moglie e vostra
figlia - -
Non posso abbandonare la mia gente - disse Lothar - Sapete, credo, che
Desdemona mi ha scritto. Aveva ragione. Voi due, ed i suoi fratelli, avete
fatto cose meravigliose per Walkenstein. Come sono stato cieco. Dalla morte di
Moritz, non mi sono più curato di Landor, e l’ho abbandonato nelle mani di
Norelmeyer. Chissà se il mio popolo potrà mai perdonarmi - -
Vi perdonerà quando vi conoscerà meglio - tentò di consolarlo Heinrich. - Ma
ciò non significa che dobbiate mettere in pericolo la vita dei vostri cari.
Venite con me a Walkenstein. Aspetteremo lì che l’epidemia finisca, e voi
comincerete ad occuparvi delle vostre terre. Ma non potete restare qui. Il
colera è una malattia subdola, che si diffonde anche nell’acqua che usiamo per
bere, per lavarci. E’ troppo rischioso. A Walkenstein stiamo controllando
giornalmente tutte le falde acquifere - Umiliato,
Lothar pensò di accettare. Heinrich era come era sempre stato: tranquillo,
efficiente, virile. Il suo antico maestro, il suo antico ideale di uomo. Come
poteva stupirsi se una donna come Desdemona aveva saputo trovare la propria
felicità accanto a lui? Il
pensiero lo faceva impazzire di gelosia. -
No - sbottò. - Possono venire con voi Tatiana e la bambina...ma io devo tornare
a Landor. A qualunque costo. - Heinrich
non osò replicare. Sapeva istintivamente, conoscendolo come lo conosceva fin
dalla più tenera infanzia, del buio che - a tratti - abitava il giovane
granduca. E non poteva far nulla per combatterlo. -
Tatiana...andrai a Walkenstein. Il colonnello di Saringen è il marito di
mia...cugina, e ti proteggerà. Tu e la bambina aspetterete lì che l’epidemia
finisca - Gli
occhi chiari di Tatiana si riempirono di lacrime. Sapeva bene chi fosse
Desdemona di Walkenstein. La rivedeva con la mente come l’aveva vista
quell’unica volta nel loro palazzo di Vienna. Alta, bionda, fiera...bellissima.
“Sono la principessa di Walkenstein”, aveva detto, e lei si era sentita una
nullità. Era stata la sua promessa per anni ed anni, altro che sua cugina. La
donna che, lo sentiva, lui tuttora rimpiangeva. -
Ubbidisci, Tatiana - le disse, innervosito dalle sue lacrime. Lei reagì, gli
porse la bambina per un rapido bacio, e rimase ferma accanto a quell’uomo che
li aveva salvati da quella difficile situazione. Seguito
dai suoi uomini, Lothar montò a cavallo e si allontanò verso la capitale di
Landor.
ncominciò l’attesa. Mentre l’epidemia infuriava, diffusa da una rete di
fognature arcaica, più volte ceduta in prossimità di pozzi bianchi, la gente
moriva. Tatiana vagava come una creatura disperata in quel Walkenstein dove non
conosceva nessuno, in attesa di una parola da Landor, che non giungeva.
Heinrich, non meno inquieto di lei, aiutava incessantemente in quei giorni i
medici dei due ospedali di Walkenstein nella cura dei malati che giungevano
senza sosta dal vicino granducato. Le lettere giornaliere di sua moglie lo
consolavano e lo inquietavano. Come erano amorose, toccanti, sincere! E
quanto non sapeva davvero di lei, pur
avendola conosciuta intimamente in ogni possibile modo in cui un uomo può
conoscere una donna, pur essendo al suo fianco, prima come amico, poi come
marito ed amante, da anni ed anni. Il
sospetto che era nato in lui dalla morte di suo padre aveva preso radici. Ed
era un sospetto che gli avvelenava la vita. Desdemona era una donna fedele, lo
sapeva, ma il suo rivale poteva essere spietato...non ne aveva mai conosciuto
in vita sua uno più pericoloso. Diventava
pazzo. Stava temendo un morto. Suo
padre a Parigi. Senza sua notizie per tre anni. “Ho dato il mio affetto, la mia
fedeltà ad un altro”, aveva detto sul
letto di morte. Quel
giorno, faceva insolitamente caldo. Heinrich si passò una mano sulla fronte.
Quando la ritirò, era bagnata di sudore. Non
respirava quasi più. Scottava di febbre. Prima
di notte, a Franz di Walkenstein, freneticamente occupato nel pattugliare i
confini del Principato, arrivò la notizia. Suo cognato, Heinrich di Saringen,
aveva contratto il colera.
orna subito. Heinrich sta molto male. Franz.”. Il testo scarno del telegramma venne accartocciato
dalle dita nervose di Desdemona. Grazie a Dio, era ancora in tempo. Grazie a
Dio, Franz non le aveva mentito...aspettando la fine per comunicarle la verità. -
Non puoi andare - protestò debolmente Adelaide. -
E’ mio marito...e pensi che lo lasci morire da
solo? - disse solo Desdemona. Non piangeva. Non aveva tempo per piangere.
Aveva appena il tempo di farsi preparare una carrozza. La strada era lunga,
così terribilmente lunga. E quella tremenda malattia non perdonava, risparmiava
il vecchio per prendersi il giovane, il debole per il forte... Desdemona
non aveva dubbi. Doveva andare. Nel giro di poche ore, era già diretta verso
casa. Ci sarebbero voluti almeno un paio di giorni di cammino senza altre soste
oltre quelle necessarie per cambiare i cavalli. Si risolse di dormire in
carrozza, accanto alla fedele Sandra. All’alba
di un livido mattino di metà ottobre intravidero il profilo di Wilbach e della
Residenza. Lei si diresse senza esitazioni verso il più attrezzato dei due
ospedali che il lavoro e la perseveranza di sua sorella Adelaide avevano
contribuito a far recentemente inaugurare. Non si era sbagliata. Heinrich era
lì. -
Desdemona...mio Dio, sei ancora in tempo. Sta molto male, ma è lucido. - -
Ci sono speranze?- chiese lei al fratello, dopo averlo abbracciato. Non voleva
ancora cedere. Non ora. -
Non molte. E’ nella fase terminale della malattia. Bisogna solo pregare - -
Portami da lui, ti prego. - Franz
non contestò. Il contagio passava principalmente per l’acqua, e per i cibi
contaminati, ed a Walkenstein non si era da giorni più verificato alcun caso
nuovo. Heinrich doveva aver contratto la malattia nella sua breve permanenza a
Landor. In ogni caso, sapeva che nulla al mondo avrebbe potuto trattenere
Desdemona lontano dal marito in quell’istante. -
Heinrich... - sorrise lei, con uno sforzo sovrumano, al vederlo pallido e
smunto nel letto di ferro, l’ombra dell’uomo magnifico che era sempre stato. -
Come vedi, sono venuta. Ce l’ho fatta - -
Desdemona - sussurrò lui, abbeverandosi della sua bellezza - Sapevo che non mi
avresti deluso. Tu mi ami - -
E’ naturale che ti amo - disse lei, stringendosi la sua mano sul cuore, come
aveva fatto una sera di molti anni prima, bella e tentatrice come una dea. Le
sue prime lacrime caddero sulla sua pelle sudata. Heinrich le sentì come fuoco.
Come aveva potuto dubitare di lei? Del suo amore? - Ricordi cosa ti ho detto, la prima notte? -
gli mormorò lei, accarezzandogli la fronte. - “Non lasciarmi”. Te lo ripeto,
Heinrich. Non lasciarmi. Io non posso vivere senza di te - -
Ascolta, Desdemona - Heinrich lottò per trovare la forza di dirglielo - Io non
ti lascerò mai. Sarò sempre accanto a te...per proteggerti, per amarti. Come è
sempre stato, fin dall’inizio. In qualunque momento della tua vita...dovesse la
mia durare ancora un solo istante, e la tua cento altri anni. Ma tu devi
continuare a vivere. Comunque. Se fossi disperata...disperata come fosti a
Vienna...chi ti salverebbe questa volta? Chi ti terrebbe tra le braccia per
farti dormire? - Lei
impallidì ulteriormente. Perché Heinrich rievocava quei momenti terribili?
Perché ora? -
Non sei sola, Desdemona. C’è qualcuno che ti aspetta, che ti ama...qualcuno
che, forse, sta solo attendendo questo...che
io esca di scena. Non ti arrendere. Cercalo. Trovalo. Rendi la tua e la sua
vita degne di essere vissute ancora.
- -
Perché parli così? Heinrich! Non dirmi queste cose! Io voglio solo te...accanto a me, come è sempre stato!
- -
Ho rivisto mio padre - ansimò lui - Di lì a poco si è spento. Era sparito dalla
mia vita per tre anni...e finalmente so il perché. L’ho capito. Desdemona, lui non è morto. - -
Lui...chi? - -
Non è morto. Ha giocato qualche sporco gioco con i prussiani, ed è ancora vivo, da qualche parte in
Europa, a tessere la sua vendetta, il suo ritorno. Mio padre gli è stato
accanto, l’ha protetto. E lui tornerà...ora che tu sarai sola di nuovo,
tornerà...Desdemona, non resistergli. E’ il tuo destino...e perdonami se per
qualche anno vi ho tenuti separati... - Desdemona
non rispose. Non voleva sentire quelle parole, non voleva nemmeno capirle, in quel momento. Sapeva solo
della sua sofferenza. Non avrebbe resistito, senza Heinrich. Lui era la sua
vita. Stava
delirando. Per la febbre, la malattia. Non c’erano altre spiegazioni. -
Ti amo, Heinrich. Ti ho sempre amato. Mi sei stato amico, padre, amante,
fratello...marito. Ho un unico rimpianto. Quello di non essere stata capace di
darti un figlio. E senza di te, non vivrò più. Semplicemente, non puoi lasciarmi - -
Desdemona...già te lo dissi. Ti ho amata anch’io, dal primo momento in cui ti
ho vista alla Residenza. Eri una bambina, ancora, ed io già ti amavo e ti
desideravo come non ho mai desiderato in vita mia una donna. Mi hai reso felice
come nessun altro uomo al mondo lo è mai stato. Ma ti amo anche e soprattutto
per la tua forza...non smarrirla mai,
ti prego. Non potrei sopportare il peso della tua disperazione, lo sai. Fallo
per me. Ricorda le mie parole.... - Lei
annuì. Forse, c’era ancora speranza. Finché lui parlava, respirava, dormiva,
era vivo...anche se la luce in lui
stava diventando così flebile, così lontana...e lei lo vedeva spegnersi... La
predizione della zingara le tornò in mente in quell’istante. Era strano, un
ricordo così lontano, aveva solo cinque anni, ed era ancora convinta che sarebbe stata granduchessa... “Tre
uomini, piccola mia, non uno, tre....e tutti e tre ti spezzeranno il cuore.
Uno, nero come un demonio...dolce come un angelo. Il secondo, affettuoso e
sincero come il padre che non hai più... il terzo... Un angelo caduto...oh, mio
Dio! Piccola mia, abbi tanta forza!” Ma
quanta forza ci voleva ancora per continuare a sopravvivere? II
’urlo della donna spezzò il silenzio del precoce
tramonto autunnale. Desdemona rabbrividì al sentirlo, stringendosi al
fratello nei suoi abiti neri mentre il confessore di corte recitava l’ultimo
addio alle spoglie mortali di Heinrich Roderick di Saringen, già sposo di Sua
Altezza Serenissima la principessa di Walkenstein - Estembourg. -
Mio Dio...chi è che grida così ora? -
si chiese Sandra, asciugandosi le lacrime. - Chi è che turba questo momento? - La
sua domanda rimase per il momento senza risposta. La bara di noce venne
tumulata nella cappella mortuaria della Residenza, senza che Desdemona
emettesse un suono. Le dava uno strano conforto, l’idea che lui continuasse ad
esserle così vicino. Ogni giorno,
volendo, avrebbe potuto venire a trovarlo... parlargli. L’idea era stranamente
consolante. Era
ancora gelata dall’orrore, dal dolore. Non riusciva quasi a soffrire...era tutto così irrimediabile. -
Andiamo, Desdemona - le disse Franz, mentre la spingeva in avanti, verso la
sera d’ottobre, lucente al di fuori della penombra della cripta. Non era il
loro primo funerale, non era la loro prima sofferenza. La vita si era da subito
abbattuta su di loro con tutto il suo insopportabile peso. Fin da quando erano solo bambini smarriti. Strane
immagini invasero la mente di Desdemona, in quel momento confuso. Lei e Moritz
accanto alle bare gemelle di sua madre...e del granduca Magnus. Lui aveva delle
rose rosse in mano. Lothar bambino, in uniforme. Franz ed Adelaide che piangevano. Il
trafiletto di giornale. Moritz che giaceva sotto la neve nel cimitero militare
di Schabing. Freddo, immobile, incorrotto. Senza che la sua fisionomia mutasse
nel tempo...né cedesse in alcunché all’orrore della morte. Bianco, pallido,
biondo. Lui non è morto...ha giocato qualche sporco
gioco con i prussiani...e sta tramando la sua vendetta, il suo ritorno... Franz vide che Desdemona stava male. La
raccolse tra le braccia, svenuta, e temette il peggio. In
serata, si diffuse incontrollabilmente la voce che anche la principessa di
Walkenstein avesse contratto il colera.
ciocchezze! - sentenziò il medico di corte. - E’
solo stanchezza...ed un piccolo cedimento nervoso, comprensibilissimo date le
circostanze. Fatela riposare molto...ed evitatele ulteriori dispiaceri - “Se
solo fosse possibile!” pensò Franz, seduto accanto al letto della sorella.
Desdemona era pallida, quasi priva di colore nell’ampia camicia da notte
bianca, che si confondeva con il candore delle lenzuola. I suoi magnifici
capelli biondi si aggrovigliavano sulle sue spalle. Sandra non aveva avuto il
coraggio di legarglieli, sapendo quanto lei odiasse le costrizioni. Era
passata da quel leggero svenimento ad un sonno profondo, inquieto. Stringeva le
labbra, tormentata da pensieri confusi che nessuno di loro poteva nemmeno
intuire. Franz sapeva quanto grave fosse stato quell’ultimo colpo per lei.
Desdemona adorava il marito...ed aveva vissuto accanto a lui anni colmi di
felicità. In qualche modo, intuiva che dopo la morte di Heinrich lei non
sarebbe stata più la stessa. -
Come dirle di Lothar? - si chiese a bassa voce. Già, come dirle di
quell’ennesima tragedia? Lothar era stato ucciso dalla stessa crudele,
silenziosa, invisibile malattia che già si era presa Heinrich. Tornato a
Landor, non si era risparmiato per riconquistare l’amore della sua gente, allo
stremo per l’epidemia e la carestia. Di lì a poco, peraltro, il contagio
l’aveva colpito. Era morto quel giorno stesso, a soli ventotto anni. Il
granducato di Landor era senza sovrano. L’urlo
che avevano udito durante i funerali di Heinrich era stato quello di sua moglie
Tatiana, quando aveva appreso la notizia. Da allora, nessuno l’aveva più vista.
Distratto dalle condizioni di salute della sorella, solo in tarda serata Franz
si era ricordato di lei, ed aveva mandato uno dei suoi attendenti a cercarla
nel suo appartamento, per darle tutto l’ausilio materiale di cui lei potesse
aver bisogno. L’uomo, peraltro, non era ancora tornato per riferirgli. Ed
ora, temeva il peggio. Lasciò
il letto della sorella, certo della continua, fedele assistenza di Sandra, e
tornò nel suo ufficio. Lungo uno dei corridoi della Residenza, incontrò uno dei
suoi più fidati luogotenenti, che da tempo lo stava cercando. -
Altezza Serenissima...ho appena visto Lambert tornare dagli appartamenti della
contessa von Hagenau! - era quello il titolo che, con le nozze morganatiche,
Tatiana Patricka aveva assunto. -E’...orribile! - -
Cosa è successo? Parlate! - -
La signora era nella vasca da bagno...con le vene dei polsi tagliate. Non c’è
stato...non c’è stato nulla da fare! - -
La bambina! - gridò Franz, annichilito dall’orrore. - Che ne è stato della
bambina? - -
Era sola, accanto alla madre. Grazie a Dio, è viva, non le è successo nulla. Ma
ha vegliato il corpo della contessa per ore... - Franz
corse verso l’appartamento della sventurata Tatiana. Il corpo della donna che
era stata la moglie morganatica del granduca Lothar giaceva ora sul letto, i
polsi bendati, misericordiosamente avvolto in una grande vestaglia bianca che
pareva accentuarne il pallore estremo. Quel
rimorso quasi piegò il giovane sovrano. Avrebbe
dovuto, e forse potuto, evitare quella morte. Se solo avesse dato subito ordine di sorvegliarla. Se solo
Desdemona non fosse svenuta, facendo temere a tutti loro il peggio. Se solo... -
Non è colpa di nessuno, Altezza - gli
disse il capitano Lambert, pallido e segnato da quel pietoso compito che aveva
appena portato a termine...quello di ricomporre le spoglie mortali di Tatiana
Patricka - Ognuno ha un proprio destino. E quello di questa donna era di non sopravvivere - E’
vero, siamo dei sopravvissuti, si disse Franz, mentre stringeva a sé il
corpicino della bambina, la bruna Larissa dagli occhi azzurri della madre. La
piccola, grazie a Dio, non aveva ancora tre anni. Avrebbe dimenticato. Doveva dimenticare. Oh,
Karla.... In
quei momenti, quando la solitudine, il peso del comando, dell’autorità, lo
schiacciavano, Franz non poteva fare a meno di pensare a lei. Al suo bianco
corpo perfetto, ai suoi capelli chiari come la luna, ai suoi occhi
dorati...alla sua forza femminile,
immensa, avvolgente. Non aveva ancora perso ogni speranza di riaverla con sé.
Era probabilmente assurdo, ma ancora sperava
che lei, presto, sarebbe tornata. Perché aveva bisogno di Karla più che mai.
i funerali di Tatiana von Hagenau, svoltisi in forma
privata a Walkenstein, Desdemona partecipò, tenendo tra le braccia la sua
bambina, piccolo uccellino smarrito che, probabilmente, sarebbe rimasto con
loro. A quelli di Lothar, svoltisi in pompa magna e con la massima ufficialità
a Landor, prese parte solo Franz di Walkenstein. -
E’ orribile - confidò dopo alla sorella, tornato alla Residenza. - I Norelmeyer
sono tornati di gran carriera da Vienna, dove hanno prudentemente atteso che
l’epidemia finisse, per prendere possesso
del granducato. In attesa che le eventuali questioni dinastiche si plachino,
Damian Norelmeyer sarà di nuovo reggente - -
Questioni dinastiche? - chiese Desdemona, pallida e bella nei suoi abiti da
lutto, i capelli raccolti sul capo in una retina. - Chi si propone come
possibile erede? - -
L’imperatore di Prussia propone me -
rispose il fratello, incupendosi. - Siamo i suoi unici parenti, dopo tutto. E
siamo i sovrani di Walkenstein...un tempo, i due regni erano una cosa sola. La
Prussia auspica che torni ad essere così. Sotto la sua influenza, è ovvio. - - E
Vienna preferisce i Norelmeyer, in attesa di migliori soluzioni. Mi auguro che
non si arrivi di nuovo ad uno scontro armato - -
Non prenderò mai le armi per difendere un diritto che non sento mio. Grazie a
Dio, ho Walkenstein...e mi basta e mi avanza. Non intendo battermi per quel
ginepraio di Landor, da troppo tempo nelle mani ciniche ed interessate di
nostro zio, il buon conte Norelmeyer - -
Hai ragione. Anche se Lothar...Lothar era nostro fratello - -
Lo sai? - si stupì Franz. - E da quando? - -
Da molti anni. Me lo confidò Heinrich poco prima del nostro matrimonio. Ma, in
verità, è come se l’avessi sempre saputo. - -
Io l’ho appreso dai servizi segreti prussiani, anni fa. Nostra madre è stata a
lungo l’amante di Magnus di Landor...e gli ha ceduto un figlio - - I
cinici amanti...spietati al punto da farci fidanzare...a volte mi chiedo per
quale miracolo noi, i loro figli, non siamo diventati senza cuore come loro.
Forse, per soffrire di più. Un cuore solo a questo serve - -
Non è vero, e lo sai. Abbiamo lavorato duramente, ed i frutti del nostro lavoro
dureranno oltre i nostri affanni, oltre la nostra disperazione. Come stai,
Desdemona? Riesci...ad intravedere ragioni per andare avanti? - Lei
sospirò. - Mio malgrado, sì. Sono ferita e confusa, e sola...ma il lavoro mi attira come una calamita. Heinrich aveva
ragione. Non posso cancellare quello che mi ha insegnato...il valore
dell’impegno personale al di là dei nostri motivi di dolore. Lo sento vicino a
me in ogni cosa che faccio, in ogni istante...e, nonostante l’enorme vuoto che
la sua morte ha provocato in me, non voglio mollare. Tatiana ha scelto la via
più rapida...io voglio scegliere un qualche futuro, se non per me, per la
nostra gente. - Franz
baciò la sorella. Com’era bella, forte, donna. In fondo, sapeva che lei avrebbe
reagito così. Gli anni operosi trascorsi accanto ad Heinrich non erano stati
vissuti invano. -
Cosa sarà della bambina...di Larissa? - -
Nessuno me ne ha parlato. I Norelmeyer tralasciano ogni ricordo di Tatiana, e
di sua figlia, occupati come sono a fare i sovrani...e
pare che la famiglia materna della ragazza avesse da tempo rotto ogni rapporto
con lei. Io penso che possa restare con noi. In fondo, è nostra nipote. - -
E’ quello che penso anch’io. E’ così dolce, così affettuosa...ed ha smesso di
parlare. L’orrore al quale ha testimoniato l’ha duramente colpita. Dobbiamo
aiutarla a guarire. Vorrei occuparmene io, se sei d’accordo - -
Sapevo che l’avresti fatto. Ed io ti aiuterò. - Era
deciso. La bambina di nome Larissa von Hagenau sarebbe rimasta con loro. Del
resto, in nessun modo poteva essere l’erede di suo padre, il defunto granduca
Lothar di Landor. Le sue nozze morganatiche con la madre di Larissa la
privavano di ogni diritto all’eredità. Ma
non di quello all’affetto dei suoi unici, inattesi parenti. I principi Franz,
Desdemona ed Adelaide di Walkenstein, che non rinnegavano - contrariamente a
quanto aveva fatto la loro stessa madre - il legame di sangue con il loro
defunto fratello. III Vienna,
aprile 1858.
esdemona si preparò con cura per la sua serata di
follia all’Opera. In fondo, era la prima volta che rimetteva piede in un teatro
da molto tempo, ed - in ogni caso - era la sua prima apparizione pubblica dopo
la morte di suo marito. Ma
quella notte non resisteva alla tentazione. Il desiderio di sentire della
musica, Mozart...pregustava già quelle “Nozze di Figaro”. Ed il caldo sentore
di primavera che intuiva nell’aria la spingeva fuori, all’aperto. Aveva
prenotato un palco a teatro sotto il suo nome da sposata, di Saringen, che ai
più non diceva molto. Oltretutto, non avendo mai frequentato la buona società
viennese, nessuno conosceva la sua vera identità. Era
a Vienna da alcune settimane, di ritorno da Dresda, dove aveva assistito sua
sorella Adelaide, sofferente per i postumi di una minaccia d’aborto. Il
bambino, peraltro, era sopravvissuto, ed ora i due sposi attendevano trepidanti
la data del parto che si avvicinava sempre più. Sebbene quella prospettiva la
riempisse di gioia, Desdemona non poteva non provare un’affettuosa invidia per
la sorella. Dopo poche settimane di matrimonio, Adelaide era subito rimasta
incinta, e presto sarebbe stata madre...mentre per lei, a nulla erano valsi
quasi tre anni di matrimonio. Larissa
faceva molto per colmare il suo tremendo vuoto affettivo. La morte improvvisa e
tragica di Heinrich l’aveva segnata profondamente...e la muta richiesta
d’affetto della bambina l’aveva incredibilmente aiutata a ritrovare se stessa.
Una se stessa molto diversa, maturata, forse - nonostante i suoi venticinque
anni - precocemente invecchiata, se non nel corpo, nell’anima. La spensierata
Desdemona di un tempo era sparita per sempre. La donna di oggi, se non altro,
era tranquilla, e operosa. Era
venuta a Vienna per importanti colloqui con il Regio Collegio Universitario, e
per contatti con scrittori ed altri intellettuali, che aveva pregato di voler
tenere delle lezioni nella sua università,
la sua creatura. Aveva rivisto, con gioia e tristezza, Mika Marint, l’amico di
Heinrich...ed aveva pianto come una bambina tra le sue braccia. Ma
quella notte, voleva pensare solo a se stessa. Nero, sì, ma con chic. Era
ancora abbastanza donna da voler apparire bella, seducente...in omaggio alla
memoria di suo marito, in omaggio al loro passato. Di quando lei andava
all’Opera di Parigi senza biancheria...e faceva l’amore in carrozza, ebbra di
felicità. -
Sei bellissima - le confermò Sandra, senza nessuna parzialità. L’abito di seta
nera sottolineava il suo corpo perfetto, dal portamento regale. I capelli
biondi raccolti sul capo non avevano bisogno di gioielli per splendere. Un solo
topazio, regalatole da Heinrich, pendeva da un nastro di velluto nero sul suo
collo bianco, splendente, lungo e sensuale, come una goccia sull’inizio del suo
vellutato décolleté appena scoperto. - Hai bisogno di un amante, per cacciar
via la tristezza dai tuoi occhi. Stavolta, sono io che te lo dico. Tuo marito
non si offenderebbe, ne sono sicura. Era un uomo di spirito, e lo sai - Desdemona
quasi si soffocò, ridendo. - Sogno, o son desta? Tu, custode da sempre delle
mie virtù, mi inviti al peccato? - -
Ti invito alla vita. Andiamo, Desdemona, sei giovane. Non puoi rimanere vedova
in eterno. E non puoi sposare una qualche vuota testa coronata tanto per
compiere un dovere. Hai bisogno di un uomo, un uomo vero, che ti faccia
scorrere di nuovo il sangue nelle vene...e poi, potrai pensare al tuo futuro - -
Non ne sento alcun desiderio. Sto bene così, Sandra. Non voglio più
affezionarmi a qualcuno... al punto di morirne di dolore, poi. - -
Non si sceglie a chi voler bene. Hai forse scelto di amare Larissa come una
figlia? Ti è venuto naturale, dal cuore. E poi sto parlando di un amante, non di un amore...hai presente la differenza? - -
Non tanto - confessò Desdemona. - Fino ad ora, ho avuto solo amori...mai amanti - -
Uhm...vedremo. Andiamo? - Desdemona
abbracciò la sua fedele amica, ed insieme si recarono a teatro. Quando furono
insieme nel loro palco, Sandra cominciò a scrutare la sala con il suo piccolo
binocolo. - Tutti ti guardano...sei l’attrazione della
serata. Si chiederanno: “Ma chi è quell’apparizione bionda vestita di nero?” Le
altre donne stanno morendo di invidia. - La
ragazza rise. C’era ben poco da invidiarle, a suo giudizio. E Sandra, come al
solito, esagerava. Fece
finta di nulla, e si concentrò sulla musica che, come di consueto, la rapì. Un
uomo con un’uniforme di un paese straniero non la perse di vista per tutta la
serata. Alla fine del secondo atto, Desdemona ricevette dei fiori. Erano
rose rosse. E recavano appuntato un biglietto coronato. -
Cominciano! - rise Sandra, eccitatissima. - Ecco i primi ammiratori. Vediamo un
po’ cosa c’è qui...caspita, centro al primo colpo! Una corona! - Tese
il bigliettino a Desdemona, che lo guardò distrattamente. Non c’era messaggio,
ma solo il nome del suo latore. Ed una corona. Lo
rese a Sandra. - Il tipografo si è sbagliato - -
Cosa? - -
Il tipografo si è sbagliato - ripeté, distrattamente - Ecco, vedi...”Principe
Haakon Olafsen”...che nome strano...ma la corona non è principesca. Conta bene.
- -
Cosa?! - -
E’ una corona granducale, od arciducale. Come quella di Lothar, insomma. I principi,
che sono di rango leggermente inferiore, ne hanno una diversa - Sandra
non rispose. Senza pensarci due volte, lo rimise da parte. Desdemona
tornò a concentrarsi sulla musica, senza dedicare un solo, altro pensiero, a
quel suo ammiratore straniero che si serviva da tipografi distratti.
prendo gli occhi quella mattina, Desdemona vide tre
cose. Caffelatte, croissant francesi, e rose rosse. - Oh, Dio - sbadigliò sotto lo sguardo divertito di
Sandra. - Sempre lo stesso? - -
Sempre lui - confermò ridendo la donna. - Hai fatto colpo. A dire il vero, sono
arrivati anche altri fiori, di altri uomini...ma io ti ho portato le rose. E’
stato il tuo primo ammiratore, e secondo me merita un occhio di riguardo. Anche
perché le rose sono magnifiche...e nessun altro biglietto reca una corona,
anche se “sbagliata” - Desdemona
fece colazione, piuttosto di buon umore. Non era abituata al lusso di quel
servizio a letto, e se lo concedeva, lì a Vienna, più per far piacere a Sandra
che per altro. Le rose erano davvero magnifiche. Si chiese perché fossero
rosse. Erano un simbolo universale di ammirazione maschile, non lo ignorava, ma
in quel caso percepiva una diversa, più sottile, intenzione. Di solito, alle
dame bionde si inviavano rose bianche, quando non si era ancora...intimi. Forse
il principe straniero precorreva i tempi...o forse ignorava semplicemente
quelle consuetudini mondane. Rigirò
il fine biglietto tra le dita. Principe Haakon Olafsen. Un nome talmente
straniero...scandinavo, probabilmente. Giovane, vecchio...chissà. E chissà se
sapeva chi si celava davvero dietro il modesto titolo di “signora di Saringen”. L’uso
della corona sul biglietto lasciava pensare di sì. Dopo
tutto, cosa importava? Lei non aveva nessuna intenzione di coltivare relazioni,
con chicchessia. Aveva ben altre cose alle quali pensare. Quando
però il giorno dopo arrivò il pacchetto, Desdemona dovette rivedere il proprio
convincimento. Lo
presero in mano tremebonde. Era appuntato su di un mazzo rigoglioso di rose
rosse stupende, persino più belle delle precedenti. Ed era di velluto blu,
avvolto nella costosa carta argentata con il marchio del più celebre
gioielliere di Vienna. -
Come osa! - esclamò Desdemona. - Mandare gioielli ad una donna del mio
rango...Sandra...che fai...non intenderai aprirlo, vero? - -
Non si rifiuta mai qualcosa che non si è ancora visto - sentenziò l’amica,
troppo curiosa per trattenersi. Desdemona le strappò la scatolina di mano, e
l’aprì con mani tremanti. -
Oh, Cielo... - Era
magnifica. Una semplice lacrima di rubino montata su di un nastro di velluto
nero, da collo, come quello che Desdemona aveva indossato quella prima notte
all’Opera, a Vienna. L’uomo aveva osservato il suo gioiello, un topazio, e ne
aveva fatto eseguire una copia perfetta utilizzando un ben più prezioso rubino,
dalla luce perfetta...e costosissima. -
Mettitelo - ingiunse Sandra. Desdemona
non resistette. Portava un semplice abito da casa che le lasciava scoperto il
decolleté, ed i capelli sciolti, ma anche così l’effetto della gemma rossa
sulla sua pelle nuda era travolgente, sensuale. Quell’uomo capiva le donne...e
sapeva evidentemente come metterne in evidenza la bellezza. -
E’ splendido...ma non posso tenerlo - mormorò, quasi dispiaciuta. Per una volta
nella vita si chiese cosa si potesse provare a lasciarsi comprare da un uomo...diventando preda di un desiderio senza
sentimento, un desiderio che si alimentasse solo di lusso, piacere,
appagamento. Ma
non si poteva comprare una principessa di sangue reale. Chi si fosse provato,
sarebbe andato incontro solo alla più cocente sconfitta. -
E’ ovvio che no - ne convenne Sandra. - Ma è un peccato. E’ un gioiello
favoloso. E la dice lunga sul tuo ammiratore. Ti ha osservato bene, conosce i
tuoi gusti...e ti desidera - Desdemona
arrossì. Le faceva impressione sentir parlare di desiderio con riferimento ad
un uomo che non fosse Heinrich. Doveva evidentemente fare ancora l’abitudine
alla sua assenza. -
Portami un biglietto. Quelli veri...intendo. - Sandra
annuì. Una principessa doveva rifiutare i doni che una semplice “signora di
Saringen” avrebbe anche potuto accettare. Il
semplice, elegante biglietto portava incisa la corona principesca dei
Walkenstein, sormontata dallo stendardo sovrano. “Desdemona,
principessa di Walkenstein, non accetta né doni né altro da sconosciuti, quale
che sia il loro rango.” - E’ molto freddo - osservò Sandra, delusa. -
E’ molto conveniente...ed è il minimo che possa dire. Oh, Sandra...non vorrai
forse che accetti la corte di un uomo di cui non so nulla? - -
No, però... - -
Nessun però. Porterai il biglietto ed il pacchetto al concierge, e gli dirai di
restituirli al mittente. - - E
le rose? - -
Le rose le tengo - disse imbronciata Desdemona, staccandosi con rammarico il
magnifico gioiello dal collo. Tenne il rubino tra le dita, un istante. Le
pareva scottasse. Sandra
non disse nulla. Il
giorno dopo, avvenne lo scambio. Nuove rose, contro il pacchetto ed il freddo,
conciso biglietto di Desdemona. Due
giorni di silenzio. E
poi arrivarono altre rose. Ed un nuovo biglietto.
ieni... e leggi - Sandra si avventò sul biglietto, mentre Desdemona,
nervosamente, era tentata di mangiarsi le unghie, una fastidiosa abitudine che
aveva smesso a fatica durante l’adolescenza. -
Oh..oh. Che farai? - Desdemona
scosse il capo, incerta. Riprese il biglietto dell’uomo tra le dita. La
calligrafia sicura, un po’ angolosa, le era stranamente familiare. Quell’uomo
scriveva in un tedesco perfetto...niente affatto da straniero. Si chiese se si
fosse servito della mano di qualcun altro. “Alla
Principessa di Walkenstein. Comprendo pienamente le ragioni del vostro rifiuto.
Non mi attendevo nulla di diverso da voi. Ma vi devo parlare. Stasera, alle
sette, nel viale occidentale del Prater. Dedicatemi un istante del vostro
tempo. Non posso smettere di pensare a voi. H. O. L.” - E’ strano - osservò
Desdemona, leggendo e rileggendo quelle poche righe. - Questo messaggio, sia
per la calligrafia che per la sintassi, il modo sintetico eppure pressante in
cui è costruito, mi risulta familiare. H. O. sta per Haakon Olafsen...ma la
“L”? Per cosa sta la “L”? - - Forse
un qualche titolo minore. Suvvia, che intendi fare? - -
Non lo so. Vorrei dimenticare tutta questa faccenda...e tornare a casa. Sandra,
non sono pronta per avventure clandestine...e tanto meno per possibili
relazioni serie. Heinrich è morto solo sei mesi fa...e dentro di me so che non
troverò mai un uomo che mi ami così
tanto. - -
Potresti trovare un uomo che tu ami
persino di più. - -
Io adoravo Heinrich! - insorse Desdemona. -
Lo so. Ma non si dice che in una relazione c’è sempre uno dei due che ama di più? E quell’uno era tuo
marito...direi. Potrebbe non farti male un altro tipo di rapporto affettivo - -
In ogni caso, sai come finirebbe. Nel migliore dei casi, con qualche
insoddisfacente ruzzolone tra le lenzuola di un posto squallido come un
albergo. Nel peggiore, con scandalo e rimostranze. - -
Ed il matrimonio? - -
Matrimonio? Io? Sposare un perfetto sconosciuto? - -
Già...ci sono anche donne che sposano uomini che non le adorano già da anni ed anni - Innervosita,
Desdemona uscì dalla stanza. Non voleva dare ragione a Sandra...ma non tutto
quello che lei diceva era privo di senso. Heinrich era stato il compagno
perfetto nel momento perfetto...ma lei era cresciuta, in quegli anni, e forse
non le avrebbe fatto male conoscere altri uomini, altri modi di amare. Una
relazione diversa, magari, meno equilibrata, con più tensioni...e con maggior
coinvolgimento. Doveva
essere matta. Solo una matta, dopo quello che lei aveva passato negli ultimi
sei anni, poteva pensare che fosse potenzialmente desiderabile cacciarsi in un ginepraio affettivo e sessuale. Tornò subito da Sandra, con la scusa di aver dimenticato in camera la
carta da lettere. -
Andrò all’appuntamento - le disse - Ma solo per dirgli una volta per tutte di
lasciarmi in pace...e di dimenticarmi. - -
Umpf. Ti sei decisa, finalmente - -
Ti ho detto il perché. Stasera questa commedia di pessimo gusto finirà - Sandra
nascose l’ombra di un sorriso. Alle sei, erano già vestite di tutto punto e
pronte per uscire per la loro passeggiata.
a precoce sera primaverile le raggiunse prima
dell’ora dell’appuntamento. Sandra e Desdemona passeggiavano nervosamente lungo
il viale, grate della tiepida serata che giustificava quel loro essere ancora
in giro all’ora di cena. Ad un certo punto, i lampioni vennero accesi...e le
due dame dovettero chiudere i loro ombrellini. Desdemona era vestita di blu, da
sempre uno dei suoi colori preferiti, e portava un magnifico cappello parigino
sui capelli sciolti e ricci. Al collo, come una sfida, il suo nastro di velluto nero con il topazio che le aveva donato
Heinrich. -
Verrà? - chiese nervosamente Sandra. -
Non so. Sono già le sette. Evidentemente, non ha fretta. Su, andiamocene. - Innervosita,
Desdemona fece cambiare senso di marcia alla sua compagna. In quello stesso
istante, una voce giunse alle loro spalle. -
Principessa...signora - Lo
sbattere marziale di tacchi le fece sussultare. Un qualche misterioso istinto
impedì a Desdemona di voltarsi. Se doveva congedarlo per sempre tanto valeva farlo senza vederlo. Sarebbe stato meno
imbarazzante. -
Sono venuta solo...solo per pregarvi di dimenticarmi, principe - mormorò,
dapprima piano, poi con più decisione. - Io...non so se sapete che sono da poco
vedova. Amavo molto mio marito, e ne venero tuttora la memoria. Io...non
intendo intrattenere relazioni di alcun tipo, neppure di amicizia, con persone
al di fuori della mia più stretta cerchia familiare. Sono certa
che...comprenderete. - Lui
non doveva essere lontano, pochi passi appena. Desdemona ne percepiva la presenza, in un modo
misterioso che non avrebbe potuto spiegare. Ma non intendeva voltarsi. Il
suo perdurante silenzio la innervosì ulteriormente. - Ecco...volevo anche
ringraziarvi per le rose. Il gioiello...il gioiello era magnifico. Ma non
potevo tenerlo...capite, non è vero?
- -
Capisco benissimo - disse l’uomo, con una voce tersa e fredda, senza
nessunissimo accento straniero, che mandò lunghi brividi per la schiena di
Desdemona. Era una voce assurdamente familiare, giovane eppure virile, decisa,
senza incertezze. - Perdonatemi per avervi importunato. Non succederà più. - -
Addio, principe - -
Addio, principessa. - L’uomo
sbatté i tacchi e si allontanò nella direzione opposta alla loro. Desdemona non
resistette. E si voltò. Nella
luce giallastra, incerta dei lampioni vide un uomo di spalle, che si
allontanava tranquillamente, senza fretta, in un’uniforme scura, nera e verde,
con un berretto militare da ufficiale su capelli cortissimi. Un uomo alto,
elegante, dalla camminata sicura, ed il fisico snello ma forte, solido. -
Andiamo a casa, Sandra - disse all’amica, soffocando un’assurda delusione. -
Non ci darà più fastidio. - Le
rose non arrivarono più. E nemmeno i biglietti. Dopo
pochi giorni, Desdemona decise di tornare a casa. Walkenstein,
maggio 1858.
ai conosciuto qualcuno, a Vienna? - Alla domanda innocente di suo fratello, il tè andò
quasi di traverso a Desdemona. Lanciò un’occhiata attraverso il tavolo a
Sandra, e si decise a rispondere. -
Uhm...no...voglio dire... - -
La principessa aveva trovato un ammiratore, un vero principe, giovane e bello,
e se l’è lasciato scappare - interloquì la dama di compagnia. Franz
sorrise. - Davvero? E perché? - -
Grazie, Sandra - commentò acidamente la ragazza. - Innanzitutto, non sappiamo
nulla di lui, neppure se fosse davvero bello...siccome
non l’abbiamo visto che di spalle. Vecchio non era, devo ammetterlo. Ma
converrai, Franz, che non posso lasciarmi corteggiare da sconosciuti - -
Non ti è stato presentato? - -
No. Mi ha visto a teatro...e mi ha mandato fiori. E...uhm... una cosuccia, un
gioiellino...che ho restituito al mittente, come comprenderai. - -
Ha osato mandare un gioiello a te? -
si stupì Franz. -
Viaggiavo in incognito. - lo scusò suo malgrado Desdemona. -
Io credo che sapesse benissimo chi fossi, fin dall’inizio - insinuò Sandra. - E
secondo me, non è finita. Sentiremo
ancora parlare di lui. Il principe Haakon Olafsen - -
Olafsen? - esclamò Franz. - Ho già sentito questo nome. Ma, al momento, non
ricordo quando, né dove...deve essere una casata norvegese, o forse svedese.
Forse ho conosciuto qualcuno a Berlino con questo titolo, anni fa...ora
ricordo...ad un ricevimento ufficiale...ma era una persona anziana. Non un
giovanotto. - -
Potrebbe essere il figlio... - -
Non mi importa! - sbottò Desdemona - E smettetela tutti e due! Non voglio
ammiratori - -
Cosa ti disturba? - le chiese l’intuitiva Sandra, quando furono sole. - La
velocità con cui lui è battuto in
ritirata, vero? Ti aspettavi che lottasse per te...anche contro il tuo
rifiuto. - - Beh...non si può dire che abbia troppo
insistito. - ammise Desdemona. - Come vedi, non era una cosa seria. - -
Cosa intendi? - -
Prima dice che “non riesce a smettere di pensare a me”. E poi, si arrende al
mio primo no. Un punto per gli scandinavi, e la loro proverbiale freddezza. - -
Sei delusa. - -
No, sbagli. Sono sollevata, anzi. Ho provato a me stessa che non c’era nessuna
ragione di coltivare su di lui...stupide fantasie romantiche - -
Potrebbe non finire così - -
Io non tornerò a Vienna - -
Potrebbe venire lui qui - -
E’ assurdo, e lo sai. Nessuno viene mai a
Walkenstein - Era
vero. Non tenevano una vera e propria corte, da quando la loro madre era morta,
e raramente qualche nobile del luogo riceveva visite dall’esterno. - A
meno che qualcuno non occupi il Principato...come fece quel Strevinky - -
Non ricordarmi quell’uomo. Grazie a Dio, non ne abbiamo più saputo nulla. Ed
Adelaide ha superato magnificamente tutta la faccenda...credi che ne abbia mai
parlato a suo marito? - -
Lo so per certo. Ancor prima che lui si dichiarasse. Fu molto onesta, e gli
disse di aver avuto, anni prima, una relazione con un ufficiale austriaco. - - Quanto onesta? - -
Perché non lo hai chiesto tu a tua sorella? - -
Perché so che non ama rievocare quel periodo. E nemmeno io, a dire il vero -
Desdemona sospirò e si alzò. - Voglio fare una cavalcata nella foresta. Come ai
vecchi tempi. Se mio suocero fosse ancora vivo...come sarebbe bello rivederlo,
e chiacchierare un po’ con lui davanti ad una tazza di tè e quattro pasticcini!
Quella casa ormai è chiusa...eppure mi appartiene. Dovrei farne qualcosa di
utile...tipo una colonia per bambini. L’aria è molto salubre, e lì vicino c’è
una magnifica cascata con un laghetto, un posto delizioso per farci il bagno
d’estate. Vado subito a vederla - -
Non prima di esserti cambiata - insistette Sandra, restia ad abbandonare le
vecchie abitudini. - E chiama qualcuno per accompagnarti. Dieter di Vorst...o
quel Lambert, per esempio - -
Andrò sola - rispose Desdemona, decisa a cedere sul vestito ma non
sull’accompagnatore. - Dopo Heinrich, non voglio che nessuno si prenda cura di me. So badare a me
stessa da sola, grazie!- Sandra
sbruffò e Desdemona fece, come al solito, di testa sua. “Sono
proprio viziata” pensò, mentre cavalcava tranquilla per la foresta secolare che
conosceva così bene. “Viziata dai miei fratelli, da Sandra, e da Heinrich più
che da chiunque altro. Ho sempre pensato di poter avere tutto...e non è stato
così. Ciò che veramente contava per me, prima o poi l’ho perso”. La
fortezza di Nelbrück si stagliava minacciosa non lontana di lì, appena al di là
del fresco torrente. Un giorno, Heinrich le aveva rivelato che quel luogo era
diventato negli anni sede degli incontri clandestini tra sua madre...ed il suo
amante. Desdemona
rabbrividì, nonostante la calda giornata di primavera. Poteva
cavalcare nella foresta per sempre, come uno di quei personaggi medievali
imprigionati da oscuri sortilegi in strani sogni, e la realtà non sarebbe
mutata. Heinrich
non c’era più, suo padre nemmeno...e persino Lothar era diventato un’ombra
inconsistente. Il paese delle ombre, popolato da tutti coloro che aveva amato. I
tre uomini della sua vita. Non si era sbagliata, la zingara. Tutti e tre le
avevano spezzato il cuore. Lothar era stato l’amore della sua infanzia, della
sua adolescenza...scuro come un demonio, dolce come un angelo, un sogno prezioso
che si era infranto sugli scogli della realtà, del tradimento, dell’inganno
altrui. Heinrich
l’aveva amata dapprima come un padre, e poi come il più tenero degli
amanti...ma alla fine l’aveva lasciata anche lui, come in uno scherzo crudele
del destino, che prima le aveva promesso tutto...per poi sottrarglielo. Quanto
a Moritz...le faceva persino male rievocarne il nome. Di più non osava. Voleva
dimenticare i suoi capelli biondi come argento, i suoi occhi dorati, il suo
sorriso crudele. Lui era stato il vero amore, quello che viene una volta sola
nella vita di una donna, quello senza ragione, senza testa, vissuto solo di
emozioni. E lui era quello che le aveva fatto più male di tutti. Un angelo
caduto...caduto a ventiquattro anni. Senza remissione. Senza speranza. -
Cosa mi resta? - si disse, accanto alla vecchia dimora dei Saringen, ormai
abbandonata, spettrale nella luce verde della foresta, con le imposte chiuse e
polverose. Accanto, la cascata mormorava piano. Desdemona
fu avvolta da una sensazione di profondissima solitudine, quale non aveva mai
conosciuto prima in vita sua. IV Walkenstein,
giugno 1858.
arissa correva dietro la palla ridendo, e Desdemona
faceva finta di rincorrerla. In verità, in quel giorno di giugno faceva troppo
caldo per correre davvero, a meno che non si avessero tre anni come la
bambina...accaldata, la giovane donna si lasciò andare su di una grande sedia
di vimini. Il parco della Residenza era, come sempre, incantevole. E la
bambina, dopo mesi e mesi di cure ed affetto, stava rifiorendo sotto i loro
occhi. -
Perché non andiamo a fare una passeggiata, tesoro? - le propose. - Fa troppo
caldo per restare sotto queste tende. - La
bambina lasciò cadere la palla, e le corse incontro. Desdemona la prese tra le
braccia, stringendola forte forte. Bevvero
insieme un po’ di limonata, e si avviarono verso il lungo viale d’accesso al
castello, l’unico percorso sufficientemente lungo ed alberato da offrire un po’
di conforto da quel sole impietoso. Desdemona stringeva la manina della bimba,
scontenta con se stessa per non aver seguito il consiglio di Sandra di tirarsi
su i capelli. Il nero, poi, era uno scomodissimo colore d’estate. Da
lontano, sentirono un rumore di zoccoli in arrivo. La ragazza sorrise. -
Scommettiamo che è lo zio Franz? - disse alla bambina, facendole un buffetto
sulla morbida guancia. Suo fratello mancava da alcune settimane, essendosi
recato per colloqui politici a Berlino. Desdemona non lo attendeva che per la
fine dell’estate, ma poteva darsi che lui avesse per qualche ragione deciso di
anticipare il suo ritorno. Siccome le mancava, e si sentiva molto sola in sua
assenza, non poteva che rallegrarsene. -
Su...corri. Andiamogli incontro - Dopo
alcuni minuti, il convoglio di uomini a cavallo apparve, reso vagamente
minaccioso dal bagliore del sole sulle cromature dei loro fucili e delle loro
briglie. Desdemona si immobilizzò a lato della strada, mettendosi una mano
sulla fronte per scrutare i nuovi venuti in contro sole. La bambina, incerta,
si strinse alle sue gonne. L’ufficiale
a capo del convoglio diede un ordine in una lingua straniera, che lei non
conosceva, e tutti si fermarono, con molto ordine. L’uomo smontò di cavallo e
si diresse verso di lei. Desdemona
dovette stringere gli occhi per osservarlo, accecata dal bagliore del sole. -
Principe Haakon Olafsen, per servirvi. Principessa di Walkenstein...ci
rivediamo. Chiedo ospitalità per me ed i miei uomini nelle vostre terre. Ecco
il mandato dell’Imperatore di Prussia. - La
voce fredda e familiare dell’uomo le scivolò addosso come una doccia gelata. Si
fece avanti, in un cono d’ombra, e sollevò lo sguardo fino al suo volto. Vide
solo i suoi occhi. I
suoi occhi limpidi, tersi, dorati come topazi. Poi,
l’istante di consapevolezza svanì, e lei svenne.
uando Desdemona riaprì gli occhi, pochi istanti
dopo, quell’orribile sensazione di irrealtà la invase nuovamente. Resa debole
dal caldo e dal leggero svenimento, chiuse gli occhi consapevolmente, volendo
recuperare le forze prima di affrontare quella spaventosa realtà, se realtà era... Sapeva
che erano le sue braccia che la
stavano trattenendo. Ne avrebbe riconosciuto la stretta tra milioni. Come
avrebbe riconosciuto la sua voce, il suo odore, la sua essenza. Maledetto,
come osava. Come osava comparirle davanti dopo tutto quello che lei aveva
sofferto per colpa sua. Dannazione,
ora comprendeva tutto. Alla perfezione. Mille
pezzi di un puzzle, un perfetto gioco ad incastro. Le ultime parole di
Heinrich, innanzitutto...che era stata così stupida
da non voler analizzare, da non temere...
“Non è morto. Ha giocato qualche sporco gioco con i prussiani, ed è ancora vivo, da qualche parte in
Europa, a tessere la sua vendetta, il suo ritorno...”. Il lungo silenzio di suo
suocero. Forse, persino la sparizione di Karla. E
quelle rose rosse. Il biglietto con la corona granducale, il gioiello...H.O.L.
Haakon Olafsen...e la “L” per cosa stava? Landau
o Landor? Il
ritratto del granduca Magnus. Per nulla somigliante a Lothar, del tutto simile a lui. La corona granducale sul
biglietto...altro che errore del tipografo! L’obbedienza di Heinrich e Roderick
di Saringen...la loro assurda fedeltà... Si
strappò dalla sua stretta con furia, voltandosi subito dopo per affrontarlo.
Non prima di averlo guardato. L’uniforme verde e nera, quella lingua straniera
che parlava con disinvoltura con i suoi uomini...poteva camuffarsi quanto
voleva. Lui era bravissimo, in queste
cose. Poteva cambiare personalità, mentire, imparare alla perfezione qualunque
parte volesse interpretare. Poteva essersi tagliato cortissimi i suoi
indimenticabili capelli biondi...poteva essersi fatto crescere i baffi. Poteva
ingannare chiunque, un estraneo...ma non
lei, che l’aveva avuto nel suo letto. Non con quegli occhi. Avrebbe
riconosciuto i suoi occhi, e la sua bocca, e le sue mani anche all’inferno,
anche tra mille anni... -
Esci dalla mia vita e dal mio principato con la stessa velocità con cui sei
entrato - gli disse, fissandolo negli occhi, senza nessun timore di farsi udire
dai suoi uomini. - O giuro che ti ammazzo. - Desdemona
prese Larissa in braccio, e corse via verso la Residenza. Quando
si voltò, lo vide ancora là, fermo in mezzo al viale con i suoi uomini. Moritz von Landau era tornato dall’inferno,
proprio come le aveva promesso.
e ne è andato? - chiese a Sandra, riluttante a
lasciare il suo letto. - No. Ha fatto accampare i suoi uomini negli
alloggiamenti delle guardie, e non accenna minimamente ad andarsene. - Sandra
le porse un fazzoletto, che Desdemona usò per asciugare una lacrima di rabbia. -
Deve andarsene. Non lo riceverò mai. - -
Perché? Dimmi la verità, una volta per tutte. Chi è quest’uomo, e cosa vuole da
te? - -
Ricordi Moritz von Landau? - le chiese Desdemona, in preda alla più assoluta
frustrazione. - Il povero bambino abbandonato e compatito. Ti ricordi quella
notte che venne a prendermi in carrozza per portarmi al ballo, da Lothar? - -
Come potrei essermene dimenticata? Ne ebbi quasi paura. - - Bene. Il principe Haakon Olafsen, il mio galante ammiratore di Vienna, è lui. - - Ma non era morto?! - -
E’ più vivo di me e te, a quel che pare. Quello è Moritz,
credi a me. E da me vuole...ah, chi lo sa! Chi l’ha mai capito...chi ha mai saputo cosa pensasse davvero...ma io non
glielo permetterò! Non gli permetterò mai di usare né me né Walkenstein per i
suoi scopi, quali che siano! - Un
trambusto fuori dall’appartamento della principessa le interruppe. Prima che
poterono anche solo capire cosa stava accadendo, le pesanti porte di legno
intagliato si aprirono. Ed
Haakon Olafsen, alias Moritz von Landau, entrò. -
La prego, signora. Devo parlare con la principessa. In privato. - -
Altezza Serenissima! - intervenne una delle guardie di palazzo. - Avrei potuto
trattenerlo solo sparandogli! - - Un’occasione
sprecata - commentò Desdemona. - La prossima volta, tenente, non abbiate di
questi riguardi. Ma per ora può restare. Sandra... - -
Vuoi davvero che ti lasci sola...con lui? - chiese la buona donna, indignata. -
Perché no. Il principe ed io abbiamo molto di cui parlare. Per esempio, delle
modalità della sua immediata partenza
- Moritz
intrecciò le braccia, in attesa che gli altri uscissero. Quando furono soli,
Desdemona si alzò dal letto, dirigendosi verso il catino, ed immergendovi le
mani. Non poteva fare a meno di guardarlo. Era così diverso da allora...ed insieme così uguale. Eppure
il tempo era passato su di loro, inesorabilmente. Sparita
la sua uniforme rossa e nera, ora lui vestiva la divisa di un reggimento a lei
sconosciuto, quello degli Ussari di Norvegia. I capelli cortissimi eppure
sempre così biondi da sembrare irreali...e quei baffi che aggiungevano una nota
di nuova durezza al suo viso cesellato, dai grandi occhi chiarissimi. No,
forse non erano i baffi, pensò Desdemona. Erano quei tre anni e mezzo trascorsi
da allora...le prove che lui aveva dovuto superare nel mentre. L’avevano reso
più uomo. L’avevano ulteriormente indurito, preparato. A vincere. -
Basta con le menzogne - gli disse lei, e la voce le tremava. Averlo così
vicino, nella sua camera da letto, era uno choc dal quale non si era ancora
ripresa. - Una volta per tutte, la verità. Sei un qualche aspirante al trono di
Landor. Ed è per questo che sei tornato. - - Io sono tornato per te - - Ah! - fece lei - Non mi fare ridere. E rispondimi. Aspiri al
ruolo di sovrano di Landor? - -
Sì - -
Ufficialmente? - -
Non ancora. - -
Eri suo figlio? Del granduca Magnus,
intendo? - -
Sì - -
E’ come se l’avessi sempre saputo - commentò lei, girandogli intorno,
osservandolo spietatamente. Era divenuto più alto, più robusto, più forte. Più
uomo e terribilmente più pericoloso. - Da quando ho visto il ritratto del
granduca a Vienna. Dimmi solo che, almeno stavolta, mia madre non c’entra - Un
sorriso comparve sulle labbra morbide dell’uomo, rese ancora più sensuali da
quei baffi biondi ben curati. - Non sono tuo fratello, te lo assicuro. - -
Bene. Non come Lothar - -
Sai molte cose, Desdemona - -
Non abbastanza. E Karla? E’ tua sorella...lo sai? - -
Karla ed io ci siamo ritrovati da molti anni. E’ al sicuro, ora - -
Ha già dimenticato mio fratello? - lo provocò lei. - Lui vive nel suo ricordo...al punto da non decidersi
a trovare una sposa. - - Tu,
piuttosto... mi hai dimenticato? - Lei
fece per schiaffeggiarlo, ma Moritz fu più veloce e le fermò il braccio. - Come
osi! - esclamò Desdemona. - Come osi chiedermi questo dopo quello che mi hai
fatto... - -
Che ti ho fatto? Sei tu che hai sposato un altro uomo! Rendimi conto di questo, Desdemona...due
mesi dopo la mia presunta morte, tu eri già la moglie di Heinrich di Saringen!
- -
Lasciami! - gridò lei, ma Moritz non la lasciò. Le piegò dolcemente il braccio
dietro la schiena, attraendola a sé. - Tu eri l’amante di Katerina Bouginskaja!
- gli urlò in faccia, indignata per la sua compostezza - Negavi a me il tuo
amore per darlo a lei! - - Chi te l’ha detto? - -
Lei stessa! Ho saputo della tua morte
da lei...in lacrime! E
suo fratello mi ha confermato che piangeva così disperatamente perché tu eri il suo amante! Complimenti, Moritz!
Quando ad inganni e menzogne non sei secondo a nessuno! - -
Desdemona...non è vero. Non c’è mai stato nulla tra di noi. Ebbi il torto di
farle credere che, in futuro, sarei stato disponibile...nei suoi confronti. Ma
non ho pensato mai a lei come ad un’amante. Tu sai bene che opinione ne avevo - -
E’ persino più squallido di quel che credevo. Non hai nessun senso morale. Hai
fatto credere a me, a tutti, che fossi morto. Mi hai spezzato il cuore. Se
fosse anche vero quanto mi stai dicendo, e non lo credo, hai lasciato che una
donna senza scrupoli e senza onore ti potesse ritenere una sua proprietà per
mero interesse. Sei un essere spregevole. Te lo dissi stamattina: esci dalla
mia vita. Per sempre - Moritz
lesse la delusione di lei nei suoi occhi neri, il suo profondo dolore. Se
lei faceva fatica a credergli, poteva biasimare solo se stesso. Quanto a lui,
non aveva nessuna difficoltà ad immaginarsi il dolore e l’umiliazione da lei
patite. Tradita da Lothar, ed anche da lui...e la morte a definire il tutto.
Una morte assurda, inspiegabile. - Sarebbe bastato un biglietto - gli disse
lei. - Un semplice messaggio. Ti avrei atteso. Ti avrei atteso per l’eternità.
Ma tu hai giocato una posta troppo alta...ed hai perso. - -
Non ho perso nulla, finché siamo vivi - Lei
volse il capo, incapace di replicare al suo cinismo. Vivere così, senza onore,
senza sogni, non le era mai bastato, ed ora meno che mai. Ma
Moritz non la lasciava andare. Quell’incubo non sarebbe finito mai.
asciami - gli disse ancora, gli occhi pieni di
lente, involontarie lacrime, ed il cuore sconvolto dall’amarezza per quella
sconfitta. - Cosa vuoi da me, ora? Una comprensione che non potrei mai più
darti? La ragazzina di un tempo, quella che si poteva sedurre in carrozza con
un bacio e quattro parole, non esiste più - -
Lo so. - le disse Moritz, facendola appoggiare contro una parete,
accarezzandole il volto bellissimo, stupendosi una volta di più per la sua
folgorante bellezza, ora in pieno sboccio. - I miei errori ci hanno segnati.
Hanno cambiato me e te...profondamente. Ma non hanno mutato quello che provo
per te. Ho saputo di te ed Heinrich...ho rispettato la vostra felicità. Tu non
sai quanto mi sia costato. Mille volte sono stato tentato di rivelarmi a te, di
rubarti a lui...tu eri mia...lo sei
sempre stata. Ma non potevo farvi questo. Lui era un uomo leale, un uomo buono,
e ti amava...di più, aveva saputo renderti felice. Io non avevo alcuna garanzia
di riuscirci. Il mio destino è sempre stato incerto, ed ora più che mai. - -
Non fare il nobile innamorato, adesso - ironizzò lei. - Due paroline dolci, e
credi che tutto torni come prima? Sei fuggito dalla mia vita incurante della
disperazione nella quale mi lasciavi. Se fossi stata meno forte, se non avessi
avuto amici sinceri accanto a me, forse non ne sarei uscita fuori. Non credo
affatto che sia questa la vera ragione del tuo lungo silenzio. E dopo...dimmi,
dopo che Heinrich è morto? Sono già passati parecchi mesi, da allora - -
Dovevo aspettare il momento propizio. E dovevo rispettare il tuo dolore. - -
Ma non mi dire. E quella messinscena a Vienna? Chissà come ti sei divertito!
Devo esserti sembrata patetica, la sera del nostro incontro! Riserverai lo
stesso tipo di trattamento anche a Katerina? Ed a quante altre? - Moritz
si irrigidì, staccandosi da lei. Lei percepì quel movimento come l’ennesimo
rifiuto. -
Basta con questa storia. Ti ho detto che tra me e quella donna non c’è mai
stato niente. E non ho amanti - -
Non mi importerebbe comunque - Desdemona gli mise una mano sul petto,
istintivamente, per allontanarlo ulteriormente da sé. Ma nessuno dei due si
mosse davvero. - Sono cambiata anch’io. Ho avuto molto dalla vita, nonostante
il tuo vile abbandono. E non mi accontento più di mezze verità. Torna da dove
sei venuto, e dimenticati di me una volta per tutte - L’uomo
prese la mano di lei tra le sue. Tremava. -
Non posso. - -
Devi - -
Desdemona di Walkenstein...tu sei nata per essere la mia granduchessa, lo sai?
- -
Tu...chiunque tu sia...sei completamente matto. - Moritz
sorrise. Chissà, forse lei aveva ragione. - Ti ricordi cosa ti dissi
quell’ultima notte? Ricordi tutto
quello che ti dissi? - Lei
scosse il capo, chiudendo gli occhi. -
Ricordatene, Desdemona. Perché io intendo mantenere tutte le mie promesse. - Senza
altre parole, lui si allontanò, ed il rumore dei suoi passi risuonò a lungo sul
pavimento di marmo del lungo corridoio.
er quanto assurdo, cenarono insieme. Accanto al piatto, nella sala decorata destinata
alle cene di famiglia, Desdemona trovò una pergamena chiusa con il sigillo
imperiale. Non gli diede la soddisfazione di aprirla davanti a lui. Bella
ed immobile, vestita di nero, un abito nero e scollato non dissimile da quello
che aveva indossato quella notte all’Opera, non rispose al suo saluto. Si era
decisa a cenare con lui solo per non suscitate ulteriori chiacchiere a palazzo.
Sarebbe sembrato inusuale che la principessa non ricevesse l’ospite illustre
giunto da Berlino. Moritz
era, come al solito, tranquillo e disinvolto. Dismessa del tutto la finta
patina di modestia che un tempo aveva indossato con sorniona eleganza, ora era
del tutto se stesso...la sua naturale arroganza emergeva da ogni suo gesto. Non
doveva più fingere alcunché. Il titolo che vantava, vero o presunto che fosse,
lo autorizzava ad essere finalmente coerente con la propria natura. “E’
veramente principesco” pensò Desdemona suo malgrado, osservandolo di sottecchi.
“Nemmeno Lothar era così...o Franz. Sembra nato per regnare. E lo fa con
tranquilla consapevolezza. Che sia dannato”. -
Quali novità nella capitale, principe? - gli chiese, a solo beneficio dei
servitori di sala. -
Nulla di particolare, principessa. Fa ancora freddo, a Berlino. - -
Me ne dispiace. Qui, al contrario, l’estate è arrivata con troppo anticipo. - Un
altro quarto d’ora di silenzio. Innervosita, Desdemona fece un cenno al
maggiordomo perché si sbrigasse con il dessert. -
Ho saputo di vostra sorella Adelaide. Le mie congratulazioni - -
Grazie. E la vostra? Sta bene? - Lui
sorrise. Desdemona era incorreggibile. E nel gioco del silenzio, con lui,
poteva solo perdere. -
Sta molto bene. Ma a volte si sente molto sola
- -
Sono sicura che non le manchino ammiratori
di rango adeguato - -
Ne sono certo anch’io. - Il
dessert arrivò. Il maggiordomo servì con le pesche melba dello champagne
ghiacciato. Lei osservò spassionatamente che il vino aveva praticamente lo
stesso colore dei suoi occhi. -
Alla vostra salute, principessa. Ed alla prosperità del vostro ospitale principato - -
Alla vostra, principe - Desdemona
assaggiò appena il vino. Voleva restare sobria. Per dopo. -
Posso farvi servire del cognac...nel nostro salotto di famiglia? - -
Grazie, principessa. - Si alzò e le scostò la sedia, per farla alzare. Di
fronte alla servitù di palazzo, lei fu costretta a prendere il braccio che lui
le offriva. Non poté non ripensare a quella prima notte in carrozza...quando
lui aveva fatto lo stesso gesto, offrendosi di portarla al suo promesso, a
Lothar...e conducendola invece mille miglia lontana da lui. -
Ecco - gli disse nervosamente, staccandosi da lui appena possibile. - E’ qui
che noi Walkenstein di solito trascorriamo le nostre serate. Accomodatevi. - Ormai
erano soli. La commedia era finita. Desdemona congedò il maggiordomo, e gli
servì il cognac con le sue stesse mani. -
Adesso puoi anche andartene. Cinque minuti per bere il tuo liquore...e poi,
fuori dai piedi - -
Come sei ospitale. Quasi quasi ci stavo credendo. - -
Al diavolo. Quanto intendi restare? - -
Quanto vorrò. Hai letto il messaggio dell’Imperatore? - - No - sbottò lei, furiosa. - E’ evidente.
Come avrei potuto? - -
Leggilo. Ti chiede la collaborazione di Walkenstein in tutto quanto possa
essere utile alla mia causa.
Strappare Landor ai Norelmeyer - -
Perché non hai coinvolto mio fratello? E’ a Berlino. E’ lui il sovrano - -
Perché io volevo tornare da te - -
Basta! - esasperata, Desdemona aprì una delle grandi porte - finestre che
davano sul parco della Residenza. La fresca brezza serale entrò come un respiro
profumato nella piccola, accogliente stanza. Si voltò verso di lui. Si era
comodamente seduto in poltrona, proprio come se fosse stato a casa sua. E si
era acceso una sigaretta. -
Ne vuoi? - -
Non fumo - -
Non ti va di provare? - -
No - - Veramente
non fumo nemmeno io. Solo una di tanto in tanto. Per rilassarmi. - -
Non devi rilassarti. Devi andartene - -
Non essere monotona - sorrise lui. Si alzò, e le si avvicinò. Si tolse la
sigaretta dalle labbra e gliela porse. - Prova. Almeno una volta...bisogna
provare tutto nella vita - -
Io ho già provato molto - lo sfidò
lei, con ironia. - Non ho più diciannove anni. - - E
non sei più vergine, lo so - Desdemona
arrossì. Oh, maledetto, come osava...se avesse potuto, sarebbe fuggita. Si
voltò per non lasciargli scorgere il proprio rossore. Se pensava a quello che
c’era stato tra di loro...si sentiva morire di imbarazzo. Lui non faceva nulla
per dimenticarlo, a quanto pareva. -
Non ho il potere di disporre dell’esercito di Walkenstein - gli disse, ansiosa
di cambiare argomento. - Posso al massimo ospitarti per qualche settimana.
Quando tornerà mio fratello, deciderà lui. I tuoi uomini possono stare negli
alloggiamenti militari. Ti farò preparare un appartamento a palazzo...ma non ceneremo più insieme. Mi ritirerò
nelle mie stanze, e non ci vedremo più - -
Pensi che sia così facile sfuggire a noi
? - -
Ti prego, Moritz... - -
Ti prego...cosa? - sorrise lui, appoggiandole la sigaretta contro le labbra. -
Aspira. Una volta sola - Lei
la fece cadere con un gesto stizzito della mano. L’uomo la spense con la punta
dello stivale, prima che la brace danneggiasse il prezioso tappeto persiano. -
Devi aver più cura delle tue cose, Desdemona. - -
Va al diavolo - -
Solo in tua compagnia, signora di Saringen. Suona bene. Devi essere stata
felice, con lui - -
Sì, e lo sai. - - Quanto felice? - -
Quanto tu non avresti mai saputo rendermi. - -
Non ne puoi essere certa - -
Non mi hai dato nessuna chanche di provarlo, Moritz. - Lei fece per
allontanarsi. Per i suoi gusti, le stava troppo vicino. -
Oh, Desdemona.. - sorrise lui. - Non sei cambiata. Sei la vita stessa. Sei il
sole...ed a volte anche la notte. Non posso fare a meno di te. Perché io sono
la luna...e la luna gira intorno al sole, fino ad esserne completamente
illuminata... - -
Quante stupidaggini. Lasciami - -
Non ti sto nemmeno toccando. Vedi? - sollevò le mani, vuote - Non ti tengo.
Nemmeno ti sfioro...ancora - Lei
non si mosse, fissandolo. - Non mi toccare - -
Perché no? Hai perso il gusto dell’amore, in questi anni?- -
Quello che tu chiami amore è solo un volgare incontro di corpi. L’amore vero è
altra cosa...e grazie a Dio l’ho conosciuto. - -
Allora, per ora voglio il volgare
incontro dei corpi...che bella espressione. Non ti chiedo ancora il cuore,
Desdemona. Non ho bisogno di chiedertelo. - -
Sei presuntuoso. - -
Chi dei due lo è di più? - la sfidò lui, prendendola tra le braccia. Incapace
di fuggirgli, Desdemona tacque. Sapeva che l’avrebbe avuta, prima o poi. Quella
tensione sessuale da sempre esistente tra di loro era semplicemente
irresistibile...e lei si odiava per questo. Moritz
sorrise, e la lasciò andare, senza toccarla. -
Buona notte, mia principessa. -
i cattivo umore, Desdemona lasciò vagare lo sguardo
sul piccolo lago. Nella calda giornata estiva, appariva come il luogo ideale
per una vacanza nella foresta di bambini e ragazzi...ma non era detto che le
sue acque non nascondessero insidie. Doveva
farne esaminare le rive dall’ingegnere di corte, e poi avrebbe deciso. Con i
giusti accorgimenti, la vecchia casa dei di Saringen sarebbe risultata una
perfetta colonia estiva. Si
era sforzata di tornare a pensieri pratici, operosi, per superare lo
sconvolgimento provocatole dall’improvvisa riapparizione di Moritz. Lui le
stava di nuovo, per l’ennesima volta, stravolgendo la vita. Ed ancora non
sapeva niente di lui. Si
diede della stupida per non essersi accorta prima della sua somiglianza con il
defunto granduca Magnus...e delle sue insostenibili bugie. E per non aver
saputo valutare le rivelatorie parole di Heinrich, in punto di morte. Heinrich...quanto
le mancava. Con lui, tutto era stato limpido, lineare, pulito. Con Moritz,
invece, camminava da sempre sull’orlo di un burrone. Si
chiese se Heinrich ne avesse sofferto, di scoprire la verità sull’antico
protetto di suo padre. Probabilmente, sì. Non poteva che temere quello. Che lui tornasse da lei. Prima o
poi. “Per
restare?” si chiese Desdemona. “O per essere nuovamente un’ombra...che viene e
che poi se ne va?” Decise
di parlare della scuola estiva che intendeva fondare con Dieter di Vorst, che
più di una volta si era rivelato un utile consigliere. C’erano poi altri
progetti che la interessavano. Come quello di un asilo per bambini
piccolissimi...che le madri, da sole, non riuscissero ad accudire. Bambini come
Larissa...ed anche più piccoli. Così
assorta nei suoi pensieri, non si accorse del rumore degli zoccoli alle sue
spalle. Non ebbe bisogno di girarsi. La sua voce beffarda la raggiunse per
prima. -
Non hai ancora perso le vecchie abitudini, vero? Sempre sola nella foresta.
Heinrich aveva ragione a tenerti sempre d’occhio. - -
Non corro alcun rischio nel mio principato. Non serve che tu ti preoccupi per
me - -
Qui è bellissimo - disse Moritz, lasciando vagare lo sguardo sul piccolo lago,
e sulla rumorosa cascatella. - Ci venivo sempre...da bambino. Da solo. - -
Venivi fin qui...da Landor? - -
Non era lontano. Conosco bene questi boschi...perché non facciamo un bagno? - -
Un bagno? Sei ammattito? - Moritz
rise, scendendo da cavallo. Lei pensò che era cambiato anche in quello. L’aveva
sentito ridere solo in quegli ultimi giorni. Il Moritz di un tempo non
sorrideva che raramente, e non rideva mai. Lo rivide bambino, solo e
abbandonato. E si maledisse per provare ancora compassione per un simile
bastardo. -
Io vado. Fai quello che vuoi - le disse, di buon umore. Si tolse la giacca
dell’uniforme, e gli stivali. - Per rispetto del tuo pudore, terrò i pantaloni.
Non importa se si bagnano. Ma ho troppo caldo per resistere a questa bell’acqua
fresca - Lei
lo osservò stupita, mentre il sole brillava sul suo torso nudo, e lui si
avvicinava alla riva. Era cambiato, si era irrobustito, come se in quegli anni
avesse fatto molto esercizio fisico. Era sempre snello, ma ora la sua forza era
del tutto evidente. Con i capelli corti e bagnati, e quel sorriso rilassato,
sembrava un ragazzo. Ma non era più l’uomo che aveva conosciuto un tempo.
Rideva. -
Andiamo! - la invitò, spruzzandole addosso l’acqua dal centro del laghetto. Non
era profondo, e lui poteva stare comodamente in piedi. - E’ fantastica! - Il
rumore della piccola cascata quasi copriva le sue parole, anche se era a pochi
passi di lei. Macchinalmente, senza pensarci, Desdemona portò le mani al
davanti del suo abito, costellato da piccoli bottoni di madreperla. Come
ipnotizzata, si slacciò il vestito, e lo fece cadere ai suo piedi. La stessa
sorte subì la sua sottogonna di fine percalle. Con mani tremanti, cercò di
appuntare i capelli sul capo, spostando alcuni spilloni. Moritz
tacque. Capì che non doveva spaventarla, pressarla. Era il primo gesto
spontaneo che lei compisse in sua presenza da quando era ritornato...e non
intendeva sprecare quella prima, timida apertura. -
Ho cambiato idea - disse lei, con voce così bassa che lui quasi non la udì. -
Hai ragione. Ho voglia di bagnarmi anch’io. - Si
avvicinò cautamente all’acqua, temendo di scivolare sulla riva fangosa. Quando
l’acqua fredda le arrivò ai fianchi, incollandole al corpo i mutandoni di lino,
rabbrividì. Non pensava fosse così fredda. -
Immergiti lentamente. Il freddo passerà il fretta - le suggerì lui, guardandola
con una serietà che la mise a suo agio e la fece sorridere. -
D’accordo - trattenendo il fiato, Desdemona si immerse fino alle spalle.
Rabbrividendo, si tirò subito su, lasciando che il forte sole asciugasse le
gocce d’acqua sulla pelle lasciata scoperta dal corsetto scollato. -
Ora va meglio? - -
Sì. E’ bellissima, hai ragione. - Restarono
a pochi passi di distanza l’uno dall’altro, cercando di non minacciarsi con la
propria presenza. Desdemona lo fissò negli occhi, chiedendosi quale delle mille
immagini che lui sapeva proiettare di sé fosse quella autentica. Lui
riusciva solo a pensare che lei era la donna più bella che avesse mai visto in
vita sua, la più seducente. E che un tempo non lontano era stata sua. -
C’è qualcosa che vorrei fare con te - -
Cosa? - gli chiese lei, con voce morbida. -
Laggiù - Moritz indicò con un dito la piccola terrazza naturale soprastante la
cascata. - Lanciamoci di lì dentro il lago. Lo facevo sempre, da bambino - -
Sei matto! Può essere pericoloso! - -
Andiamo...non ci sono rocce, il fondo è sabbioso, e l’acqua abbastanza
profonda. E’ un salto di pochi metri...non rischiamo nulla. Sai nuotare ?- -
Sì, ma...- -
Ti terrò la mano, e cadremo insieme. Sarà divertente - Desdemona
si lasciò tentare. - D’accordo. Ma se vedi che non riemergo...tirami su - -
Te lo prometto. Andiamo - Uscirono
dall’acqua tenendosi per mano. Quel contatto ricordò ad entrambi un passato
lontano, forse perduto. Desdemona non volle pensarci. E non volle pensare a
quello che chiunque altro avrebbe potuto pensare al vederli. Scalarono
a piedi nudi, gocciolando acqua dagli indumenti bagnati, il piccolo crinale.
Una volta in vetta, rimasero vicini, tenendosi per mano. Si guardarono negli
occhi, per un lungo istante, senza parole. Si sorrisero. La fresca brezza
sembrò portare via tensioni e segreti, bugie ed inganni. E
si tuffarono. Desdemona
riemerse ridendo, tra le sue braccia. Non aveva mai fatto qualcosa di così
folle. Si sentiva spensierata come una bambina. E
poi tacque. Lo sguardo dorato di lui era terribilmente serio. Non
gli resistette. Non avrebbe mai potuto. Le
loro labbra si incontrarono, con dolcezza, con rimpianto. Stretta a lui, nel
morbido, fresco abbraccio dell’acqua, Desdemona chiuse gli occhi, rifiutandosi
di pensare. Moritz era tornato. Ed
era come se non se ne fosse mai andato via.
ei arrabbiata? - le chiese lui, mentre lei tentava
senza molto successo di far asciugare i suoi lunghissimi capelli al sole. -
Perché...ti ho baciata? - - Lo volevo anch’io - disse Desdemona, come sempre
sincera. La mattina sfumava in pomeriggio, ed ancora non avevano lasciato
quell’angolo di paradiso. Segreto, proibito. -
Ma forse non ero pronta. Sai quanto mi hai fatto soffrire...e mio malgrado, non
riesco a resisterti. Mi odio per questo - Accanto
a lei, seduti su grossi sassi levigati dall’acqua, e resi caldi dal sole,
Moritz stese le gambe per far asciugare i suoi poveri pantaloni. Desdemona, in
biancheria e con i capelli sciolti, era semplicemente irresistibile. Dovette
far appello a tutto il suo autocontrollo per trattenersi dal prenderla...lì e
subito. La calda reazione di lei al suo bacio era stato un ennesimo,
irresistibile assaggio. Ma lei aveva ragione. Dovevano ancora chiarire molte
cose, tra di loro e sul loro rapporto. -
In nessun modo volevo farti del male. - le confidò, sperando che gli credesse.
- Mi sentivo troppo insicuro di me, e della riuscita dei miei piani, per
metterti al corrente di alcunché. Sono stato imprigionato per lunghe settimane,
a Berlino, anche dopo la mia falsa esecuzione. Il principe Olafsen, un anziano
nobile appartenente alla mia famiglia materna, mi ha riconosciuto in prigione,
ma per molto tempo i prussiani sono stati tentati di non credergli, e di farmi
morire per davvero. - - E
poi? Cosa è successo? - -
In primavera sono stato rilasciato, ed ho lentamente assunto la mia nuova
identità. Il principe mi ha condotto a Parigi...e di lì in Norvegia, suo paese
d’origine. Sono rimasto in quel paese, nei suoi possedimenti non lontano da
Oslo, per due anni. Ho imparato la lingua, ho assunto in pieno il mio nuovo
nome e le relative responsabilità...ed ho imparato molte cose sulla vita che si
conduce nei paesi scandinavi, e sulle loro tradizioni. Sono stato a cavallo
nella tundra, ed ho attraversato ghiacciai. Alla fine del mio soggiorno in
Norvegia, ho compiuto un breve viaggio negli Stati Uniti...e di lì di nuovo in
Europa, a Berlino. Ed a Vienna.. - -
Dove mi hai rivisto... - -
Già. Ma ero già al corrente da alcuni mesi della tua vedovanza. - -
Da quando sai del mio...matrimonio? - -
Da Parigi. Roderick di Saringen mi ha fedelmente accompagnato durante tutti
questi anni, ed una notte incontrò il figlio all’Opera. Povero vecchio. Non
sapeva come dirmelo. - -
Come la prendesti? - -
Ho molto sofferto. Mi sono dato mille volte dell’idiota per averti perso
così...con il mio silenzio. Ma lui mi disse che eravate felici. Per amor tuo,
Desdemona, ho dovuto accettarlo. - -
Non so se crederti - -
E’ la verità - Moritz la fissò. - Tu non puoi capire cosa voglia dire per un
uomo. Tu eri mia...ti ho sentita
donna per la prima volta tra le mie braccia. Hai avuto da me i primi veri baci,
hai conosciuto con me il piacere. E la tua innocenza ti aveva fatto da scudo,
ti aveva protetta dalla mia passione. Non so cosa mi abbia trattenuto quella notte...quella
notte in cui entrai nella tua camera. Forse, solo il pensiero che presto
saresti stata davvero mia, senza freni, senza ostacoli. E poi, d’un tratto, era
tutto finito. Ed un altro uomo si era preso quello che apparteneva solo a me - -
Se tu solo ti fossi fidato di me... -
mormorò lei. - Non ti avrei mai tradito, e lo sai. Ti avrei atteso, aiutato.
Avrei resistito a qualunque tipo di pressione pur di averti accanto. Ma mi hai
lasciato sola e delusa...macchiando
il ricordo del nostro amore con la certezza della tua infedeltà - -
Ho giocato molti giochi sporchi nella mia vita, Desdemona - le disse lui,
parlandole dal profondo del cuore. - Ho mentito ed ingannato per tutta la mia
vita. Continuo ad usare un’identità che è la mia...eppure non lo è, perché ne
ho anche un’altra, ancor più legittima. Ho fatto credere a Katerina che fossi
disponibile ad un’avventura con lei pur di non insospettire i Norelmeyer. Ho
ucciso uomini feriti sui campi di battaglia al solo fine di far carriera in
fretta nei ranghi militari e guadagnarmi il favore di Lothar e dell’Imperatore
d’Austria...mi sono consegnato nelle mani dei prussiani disposto a giocarmi il
tutto per tutto...puoi ancora avere fiducia in me, se ti dico che non ho mai amato nessun’altra donna...oltre a te? - -
Non lo so - Desdemona si alzò in piedi, e ricominciò a vestirsi con calma. -
Heinrich mi ha dato il suo cuore, il suo onore di soldato, il suo nome, e la
sua protezione di marito. Tu mi dai solo inquietudini e misteri. Io sono una
donna concreta, Moritz...te lo dissi già una volta, ricordi? Voglio un
compagno...un amante, per quanto intrigante, non mi basta - -
Tu sarai la mia granduchessa - -
Io vorrei solo averti vicino. Senza più misteri. Senza bugie. Come vedi, del
rango mi importa poco. Ho contratto un matrimonio morganatico, e sono stata
felicissima. Se tieni davvero a me, devi accettare questo. Ho amato Heinrich.
Non è stato un ripiego, bensì un vero rapporto, felice e soddisfacente in tutti i sensi. - -
Lui ha portato via qualcosa che era mio
- -
Che tu avevi gettato via - lo corresse lei. - Moritz...te lo dissi l’altra
sera. Non sono più l’ingenua ragazzina di sedici anni che hai conosciuto. Sei
pronto per una relazione vera,
adulta? - - E
tu...sei pronta? - Desdemona
scosse il capo. - Non lo so. Devi darmi un po’ di tempo. Sarebbe troppo
facile...finire a letto. Non risolverebbe nessuno dei nostri problemi. - Moritz
si trattenne a stento. La saggezza di lei lo irritava...e lo inquietava. Aveva
sempre colto in lei, fin dalla prima volta in cui l’aveva conosciuta,
un’impensabile profondità, un’innegabile maturità interiore. Era per questo,
più che per la sua bellezza, che lei aveva sempre rappresentato il suo ideale
di donna. Era davvero la sua granduchessa. Ma,
in fondo, era sempre un uomo, e moriva dalla voglia di dimostrarle che nessuno,
meglio di lui, poteva farla sentire davvero donna. E di farle smettere di
rimpiangere l’abbraccio di un altro uomo. Perché
così era scritto nelle stelle. Berlino,
luglio 1858.
rincipessa Carolina! Non siete molto attenta, oggi!
Eppure, avete ancora molte cose da imparare! - La giovane donna sorrise tra sé e sé, osservando
l’ancor più giovane precettore, a disagio e sudato nel severo abito nero. “Non
quante potrei insegnarne io a te” rifletté, soffocando un’inopportuna risatina. -
Non è giornata da francese, Monsieur - gli disse, bonariamente. - Sono
accaldata e devo uscire. Se pertanto volete scusarmi... - Il
giovane insegnante arrossì e si alzò. Non poteva che accomiatarsi, se lei lo
congedava. Carolina,
rimasta sola, si rifugiò nella sua stanza. Prese in mano, per l’ultima volta,
la lettera di suo fratello, e la scorse rapidamente, soddisfatta. Poi, si
osservò nello specchio, cominciando senza fretta a spogliarsi. Quando l’abito
di sangallo bianco ricamato giacque a terra, lo prese e lo appese con cura ad
una gruccia. Non aveva perso il gusto di fare da sé le piccole cose, in quegli
ultimi anni di inatteso, insperato benessere. Si
pettinò a lungo i lisci, lunghi capelli biondi, tanto biondi da parere
argentati. Poi, li avvolse strettamente sul capo. Ed indossò una gonna colorata
ed una camicetta scollata, da popolana. Con un cappello di paglia sul capo, e
senza dire nulla a nessuno della numerosa servitù che viveva con lei nel
lussuoso palazzo, uscì da una porticina secondaria del giardino. Sapeva
dove andare. Le informazioni del fratello erano assolutamente precise. All’Hotel
Imperial, non ci furono problemi, soprattutto quando la lauta mancia sparì
nelle mani del concierge. Sola
nella grande stanza, cominciò ad aprire gli armadi. Toccò con reverenza, con
emozione, i vestiti fini e nello stesso tempo non vistosi appesi nel vasto
armadio di noce, e poi le uniformi, di vario tipo, dalle più solenni alle più
ordinarie, ma sempre di perfetta fattura e pulitissime. Vide le scarpe e gli
stivali, religiosamente lucidati ogni giorno. E poi toccò i numerosi libri, in
tedesco, francese e spagnolo. E le lettere dei familiari. Le lesse senza
pudore, quasi con le lacrime agli occhi. Le
sue cose. Le sembrava incredibile, dopo tutto quel tempo, toccare le sue cose. Si
sedette sul letto, lanciando il cappello su di una poltrona, e sciogliendosi i
capelli. Lui tardava. Di solito, tornava in tempo per la cena. La serata estiva
era appena cominciata, ma al piano ristorante stavano già servendo. Lo sentiva
dal rumore familiare delle stoviglie smosse. Con un sospiro, si lasciò cadere
sul letto, e chiuse un istante gli occhi. Quando
li riaprì, era notte. Solo un piccolo lume illuminava la stanza. E lui torreggiava su di lei. Infuriato.
piegami cosa ci fai qui. Ora. Dopo tutto questo
tempo - Karla rimase senza parole. Si sollevò su di un
gomito, ancora assonnata, e lo fissò. Possibile che in quella famiglia non
sapessero proprio prendere le cose...e le persone...come venivano? Senza troppe
domande, troppi problemi? -
Sono tornata da te. Non ti basta? - Franz
era senza parole. Tornato in albergo dopo cena, essendo stato invitato per la
serata da un nobile amico prussiano, aveva avuto la sorpresa di ritrovare nel
suo letto, pacificamente addormentata, la donna che da quasi quattro anni aveva
creduto perduta. Karla. La sua Karla. Si
sentiva furioso. E preso in giro. -
No, non mi basta! Ti ho cercato disperatamente per anni, ti ho atteso oltre
ogni ragionevole dubbio...e tu sei sparita senza una parola! - -
Avevo lasciato un messaggio, alle tue sorelle... - - E
credi che mi potesse bastare? - le urlò quasi, tentato dalla voglia di metterle
le mani intorno al collo, e di stringere... - Ho temuto il peggio! Sono
diventato matto...e mi sono rovinato la vita. E tu osi ritornare così...mi credi forse un buffone? Credi che i miei
sentimenti non valgano nulla? - Karla
fece una smorfia. Non aveva creduto che lui la prendesse così, anche se suo
fratello l’aveva messa in guardia. Del resto, nemmeno Moritz aveva ricevuto da
Desdemona un’accoglienza migliore. Quei
Walkenstein erano gente tosta...e piuttosto seria. Ma
lei godeva di un netto vantaggio rispetto a Moritz. Franz era un uomo. -
Non puoi perdonarmi? E stenderti qui, vicino a me...avremo tempo per parlare.
Ti spiegherò tutto. Ma ora vieni, ti prego...- -
Al diavolo! - esclamò lui, esasperato. - Chi sei, Karla? Una donna sincera...la
donna che credevo di conoscere...o solo un’avventuriera? Che gioco stai
giocando con me? - -
Nessun gioco - disse lei, amareggiata. - E sono lieta che tu abbia detto avventuriera e non sgualdrina. Sono tornata da te non appena ho potuto. Ho avuto molto
da fare, in questi anni. Ho dovuto fare di
tutto per scoprire la verità sul mio passato...e non è stato facile. Ho
ritrovato mio fratello...ed ora vivo con lui. - -
Tuo fratello? - si stupì Franz - Moritz von Landau? Ma lui non era... morto? - -
E’ vivo e vegeto, ed ha assunto come me una nuova identità. Principe
Olafsen...era un titolo che ci apparteneva per eredità materna. Ed è a
Walkenstein, ora...e cerca di convincere tua sorella Desdemona che l’ha sempre
amata...e che l’ama ancora - -
Eh? - si stranì Franz. - Che dici? Moritz è vivo, si chiama Olafsen, ora...ed
amerebbe Desdemona? E da quando? - Karla
si alzò dal letto, cercando di riguadagnare compostezza, visto che la scena
della seduzione non aveva funzionato. -
Da sempre. Lei non te ne ha mai parlato? Per quanto ne so, ha sempre
ricambiato i suoi sentimenti. Almeno, fino alla notizia della sua morte... - Franz
rimase senza parole. Stava cercando freneticamente di rimettere tutti i pezzi
dell’incastro a posto. Desdemona e Moritz. La sua disperazione. Il suo inatteso
matrimonio con di Saringen. La corte che quel
principe Olafsen le aveva rivolto a Vienna. E
Karla. Che lo guardava con aria innocente. E seduttiva. - Chi
diavolo siete voi due? - sbottò,
incapace di trattenersi oltre - Con i vostri capelli biondi, i vostri occhi
trasparenti...ed i vostri misteri? Cosa volete dalla mia famiglia? Perché, se
davvero ci amavate, siete tornati da noi dopo tutto questo tempo, e ci avete
lasciato soffrire in silenzio, senza una parola di spiegazione? - -
Siamo due persone che hanno molto sofferto, Franz - gli disse lei, sincera. -
Entrambi soli ed abbandonati dalla nascita, costretti a falsi nomi, a false
identità. Non ci fidiamo che di noi
stessi...e questo è il nostro peccato capitale. - -
Non posso amare una donna che non abbia fiducia in me - -
Lo so. - gli disse lei, amaramente. - Ma dammi una nuova occasione. Ti amo,
Franz. Ti ho sempre amato. Ho fatto in vita mia cose terribili...cose che non
avrò mai il coraggio di rivelarti, che ho dovuto
fare. Ma non ho mai smesso di pensare a te. Mai. - Franz
la fissò. Lei era sempre bellissima. Se possibile, persino più di prima. Più
che mai. Era
la sua Karla. La sua forza...la sua debolezza. E
continuava a non dirgli davvero
tutto. Si chiese se l’avrebbe mai fatto. -
Ti ho talmente tanto rimpianta, in questi anni, che non riesco a credere di
averti davvero di fronte a me...questa notte. - -
Toccami - lo invitò lei. - Sono reale.
E ti voglio. Ti ho sempre voluto. Fin dalla prima volta...ricordi, in quella
locanda...Franz, io sono solo tua, se mai sono stata di qualcuno... - Con
la parte razionale del cervello, lui apprezzò la sua sincerità. L’avrebbe mai
davvero posseduta in pieno...anima, corpo...e misteri? Karla
si spogliò per lui, come aveva fatto la prima notte. Era da molto tempo che non
faceva più l’amore con un uomo. Per quel che la riguardava, era dall’ultima
volta con Franz. Ne aveva quasi paura, una paura reverenziale. Tutto
il resto era svanito, un ricordo sgradevole, cancellato. In ginocchio sul letto, si avvicinò a lui,
cominciò a spogliarlo. Franz non osava toccarla. Era ancora sconvolto. Lei era lì...nella sua camera, sul suo letto.
Karla accarezzò la sua pelle ambrata, straniera, che non aveva mai dimenticato,
con le mani e con la bocca. La sua consistenza, il suo odore, la inebriavano.
Il suo principe indiano...il suo principe delle fiabe. Senza
più resistere, Franz la sollevò e la fece sdraiare. Lei lo guardò con i suoi
occhi insondabili, trasparenti come topazi, oscurati dalla passione. -
Sei tornata per restare, Karla? Dimmelo, adesso...- -
Sì - sussurrò lei. - Ma io non ti ho mai lasciato...vuoi
capirlo? - Franz
non rispose, coprendole la bocca con la sua, incapace di resisterle, nonostante
la paura che lei stesse ancora una volta giocando con il suo cuore, con il suo
amore. Karla
sorrise, trionfante. Lei sapeva, conoscendosi, che non l’avrebbe più deluso,
perché lo amava davvero. Anche
se piuttosto a modo suo. Al modo dei Landor.
uarda là...non è tuo cugino, il principe di
Walkenstein? A quanto pare, ha trovato compagnia...e che compagnia! - David Norelmeyer si volse in tempo per vedere Franz,
dall’altra parte della strada, che cingeva con fare intimo un braccio intorno
alle spalle di una donna, che lui poteva vedere solo di schiena. Eppure, lei
aveva qualcosa di familiare. Statura,
corporatura...portamento. Era alta, più della media, e molto snella. Aveva
capelli bellissimi e strani, quasi bianchi, sciolti sulle spalle eleganti. E
vestiva come una donna del popolo, pur non avendone affatto l’aria. Sembrava un
travestimento. -
Sapevo che aveva reputazione di misogino - rise il suo amico, il capitano
Hoffmann. - Ha rifiutato tenacemente tutti i partiti propostigli da Berlino.
Sembra non abbia fretta di scegliersi una principessa. Evidentemente, gli piace
razzolare più in basso nella scala
sociale. Con una simile bionda, non riesco a dargli torto. - David
non rispose, troppo intento a seguire il filo di un ricordo. La ragazza...gli
sembrava di conoscerla. Ma non avrebbe potuto dimenticare simili capelli, di
questo era certo. Lui era un esperto di donne...e non dimenticava mai le donne
che aveva avuto...od anche solo ammirato. Franz
sembrava davvero innamorato. Molto alto, si chinava su di lei, che pure era
tutt’altro che piccola, con un sorriso felice ed intimo sul volto, che
trasformava la sua fisionomia di solito severa. Non sembrava affatto una
semplice avventura. - Tuo cugino sa che sei a Berlino? - -
No...e non ci tengo a vederlo - spiegò David, girandosi in modo da non farsi
notare. - So che lui non aspira al trono di Landor, ma non è comunque il caso
di fargli sapere dei nostri colloqui con l’Imperatore. Sono, come comprenderai,
piuttosto riservati - -
Come pensate di giustificare questo...ehm, voltafaccia, con Vienna, qualora
davvero l’Imperatore di Prussia appoggiasse la vostra reggenza? - -
In nessun modo. Dovrà essere un accordo segreto. All’apparenza, continueremo ad
essere fedeli sudditi di Francesco Giuseppe...ma in caso di un nuovo conflitto
tra i due Paesi, sapremmo con chi schierarci - - I
Walkenstein sono gli unici parenti dei Landor viventi...perché non chiedi la mano della principessa Desdemona?
Rafforzeresti la tua posizione come reggente...se tuo padre acconsentisse a
cederti questo ruolo, come ti ha promesso. - -
Non credere che non ci abbia pensato - ammise David, continuando a non perdere
di vista la bionda, sempre di spalle, impegnata in un ridicolo scambio di
effusioni, sguardi e sorrisi con Franz. - E non solo per questo motivo.
Desdemona è favolosa, lo è sempre stata. Ed ora è...quanto mai
inopportunamente...vedova. Ma non credo mi accetterebbe. Non siamo mai
stati...intimi - -
Dovresti comunque provarci. La posta in gioco è molto alta. Un vostro figlio
avrebbe molti buoni motivi per essere legittimamente
il sovrano di Landor - -
Uhm - David non rispose. Seguendo un gesto del suo compagno, la ragazza si
voltò. Sorrideva.
a conosci? - chiese Hoffmann, stupito dall’evidente
sbalordimento dell’amico. - Parrebbe di sì - - Eccome se la conosco. Una sgualdrina fatta e
finita. - David era sconvolto. Karla. Bionda, biondissima...come aveva sempre
sospettato che fosse. Ma inequivocabilmente lei. Non esistevano al mondo due
fisionomie simili a quel punto. Karla,
che aveva sedotto senza alcun pudore sia lui che suo padre, a Parigi, e che poi
era fuggita, svanita nel nulla, senza una parola, senza una spiegazione,
nonostante le sue folli ricerche. Karla,
che ora civettava con Franz di Walkenstein. Dannazione,
chi era e cosa voleva quella donna? -
Non deve vedermi. Ho un vecchio conto da regolare con quella donna. Voglio
seguirla, e scoprire dove abita. - -
T’aiuterò - rise Hoffmann, di buon umore - Ma adesso togliamoci di qui, o ci
scopriranno. Non sapevo che avessi amiche così...attraenti. E, da quello che mi
dici, intuisco che siete stati...molto più che amici. - -
Non sbagli. E non è ancora finita - Roso
dalla gelosia, dai sorrisi di lei, che lui mai aveva avuto, dal suo evidente
affiatamento con Franz, David si accinse a seguirla. Prima
di sera seppe così qualcosa che la riguardava. Karla,
evidentemente, era ora a servizio presso il principe Olafsen, un nobile
norvegese, perché si ritirò per la notte nel suo palazzo, salutando Franz con
una lunga, insopportabile serie di baci, carezze e sorrisi sulla soglia di
un’entrata secondaria del giardino.
on posso credere che tu sia tornata...da me. - le
stava infatti dicendo Franz, tenendola stretta senza pudore, come un ragazzo
del popolo, un ragazzo innamorato. - Perché non resti con me...anche stanotte?
- -
La mia dama di compagna si preoccuperebbe, e scatenerebbe la polizia imperiale
sulle mie tracce - rise lei. - Non temere, Franz. Nessuno ci separerà, d’ora in
poi. E presto potremmo stare davvero insieme. Non sei troppo dispiaciuto...di
quello che è successo oggi, dunque? - -
Non so se lo rimpiangerò - le rispose lui sinceramente - Ma non sono mai stato
così felice. Oggi tu mi hai donato una serenità profonda...che solo con te ho
conosciuto. Non mi lasciare di nuovo, Karla. Non lo sopporterei, questa volta.
- -
Non ti lascerò. Fidati di me - -
Solo se anche tu ti fiderai di me.
Non c’è passato, non c’è circostanza che non potrei perdonare, capire...ma non
mi tacere più nulla. Solo le menzogne e gli inganni possono dividerci. - Lei
tacque. Non riusciva a dirgli del tutto
la verità. Nonostante le sue parole generose, come poteva lui accettare davvero
quello che lei aveva fatto a Parigi? -
Mi hai dato tanta gioia - gli disse, invece. Era molto più semplice restare sul
piano dei sentimenti. - Domani...posso tornare da te? - -
Non farò che aspettarti - le disse lui, con voce roca, rubandole un ultimo
bacio. - Buona notte, mia principessa. Come vedi, forse la vecchia indovina,
alla locanda, non aveva sbagliato le sue predizioni. Ho conosciuto una
contadina che si è tramutata in principessa. Non sono l’uomo più fortunato del
mondo? - -
Sei un uomo morto se qualcuno ti
trova qui. Mio fratello tiene molto alla privacy delle nostre residenze, e fa
organizzare sorveglianze molto agguerrite. - -
Fammi salire in camera tua - - No - rise lei. - Attendi fino a domani.
La tua parte l’hai avuta, oggi... - poi, sorrise, e lo baciò con impeto, non
resistendo al fascino, al calore della sua vicinanza. Si staccarono a fatica. Poi, sorridendosi, si
allontanarono. Franz indugiò sul marciapiedi, fino a che lei non fu scomparsa,
sana e salva, all’interno del palazzo. Nessuno
di loro due si accorse di essere spiato.
hi è la bella bionda che lavora qui...una cameriera,
una cuoca? - - Bionda? - replicò ottusamente la guardia al
portone, un ragazzone grande e grosso dall’aria non troppo intelligente, mentre
intascava senza fretta la lauta mancia. -
Non puoi non averla vista! Una ragazza alta, con capelli quasi bianchi.
Vistosa. Bellissima...- si infuriò David. -
Ah...quella bionda - replicò il
soldato. - Io non la conosco. E’ una delle cameriere della principessa. Viene
da fuori...dalla campagna. - -
Che turni fa? Quando è il suo giorno libero? - -
Cosa ne posso sapere, signore? Qui siamo in più di quaranta, tra guardie e
servitori! - David
desistette. Era evidente che l’uomo era troppo stupido per potergli essere
utile. Tornò
al suo albergo, deciso a riprendere la sua sorveglianza di prima mattina. Appena
sparì dietro l’angolo, il soldato ottuso fece un cenno ad un commilitone. Pochi
istanti dopo, un giovane in vestiti civili, apparentemente un artigiano, si
mise, non visto, sulle tracce di David. Quando
questi tornò, la mattina seguente, trovò Palazzo Olafsen chiuso e deserto. Tutti
i suoi abitanti sembravano essersi volatilizzati nottetempo.
erché siamo qui? - chiese Franz, divertito, a Karla,
mentre la carrozza sulla quale viaggiavano attraversava boschi e foreste non
lontano dalla capitale. - Per fuggire a degli importuni - rispose lei con un
sorriso. - In città fa caldo, e poi non avremmo avuto molte opportunità di
stare insieme. Invece, trasferendomi nella residenza di mio fratello in
campagna, tu potrai stare con me...tanto quanto vorrai. - -
Dove alloggeremo stanotte? - -
In una locanda. Ho già predisposto tutto. - -
Cosa...dirai al tuo seguito? - -
Il mio seguito ci precederà al castello. Io e te siamo soli - -
Vuol dire che dovremo di nuovo mentire - -
Una volta di più - sorrise lei. - Andiamo. Era bello, una volta, quando
viaggiavamo, io e te, di locanda in locanda. - - Ma tu ora sei una principessa. Hai una
reputazione, da difendere - -
Diremo che siamo sposati. Una coppia borghese in viaggio di nozze. Credi che
dubiterebbero di noi? - Franz
era tentato di annuire. Ma non voleva rovinare quei momenti, e così sorrise.
Lei era comparsa in albergo all’alba, annunciandogli la loro partenza per la
campagna. Aveva deciso di accompagnarla, pur sapendo bene di dover tornare alla
capitale, per colloqui con l’imperatore ed i suoi collaboratori, nel giro di
pochi giorni. Karla
aveva naturalmente taciuto a Franz il vero motivo della sua improvvisa
decisione. La guardia al portone aveva subito denunciato al suo superiore
l’indagine svolta da uno sconosciuto su di lei. In pochi istanti, l’addestrata
guardia aveva predisposto un pedinamento dell’intruso. Non appena era stata
scoperta la sua identità, il tutto le era stato riferito. Prima di mezzanotte,
Karla e la sua servitù stavano già preparando i bagagli. Era
sconvolta dall’idea che David potesse averla vista...presumibilmente, in
compagnia di Franz. Lo credeva a Vienna...era sicura di aver cancellato per
sempre i Norelmeyer dalla sua vita. Se
solo David, o suo padre, avessero rivelato a Franz la squallida parentesi di
Parigi... Non
poteva pensarci. Inoltre, c’erano anche altre questioni in ballo. I Norelmeyer
erano i reggenti di Landor...e lei e Moritz i legittimi eredi. La
fuga, per il momento, le era sembrata la strategia migliore. Cercò
di cancellare la tensione dal suo volto sorridendo al suo amore. Lui ricambiò,
prendendole teneramente una mano, e portandosela alle labbra. Quando
arrivarono ad una locanda dall’aspetto pulito e confortevole, lui la prese per
mano. L’oste li esaminò con una rapida occhiata. Amanti d’alto bordo,
probabilmente adulteri, li giudicò. Senza fedi alle dita. Ma prese per buone le
impacciate spiegazioni di Franz, e li accompagnò nella sua stanza più bella. Lei
posò il cappello di paglia, guarnito di fiorellini rosa e spighe, su di una
poltrona, e sorrise. -
Eccoci di nuovo qui. La nostra storia procede continuamente tra locande e
stanze d’albergo. Non ti pare buffo? - -
Mi pare triste - le disse Franz. - Sposami, Karla. Chiunque tu
sia...principessa Olafsen, signorina von Landau...Karla senza cognome. Sposami
e basta. Sii la mia principessa. La nuova principessa sovrana di Walkenstein. - Lei
vide nei suo occhi che non scherzava. L’amava, e voleva che lei fosse la sua
compagna. Per sempre. Sul serio. Gli
occhi di Karla si abbassarono, come la sua voce. -
Non posso...Franz, amore mio, non posso sposarti. Non fino a che a non avrò
riavuto la mia vera identità...una
che ancora non conosci, ma che è l’unica identità legittima che possiedo. - -
Di cosa stai parlando? Dannazione,
principessa Olafsen non è abbastanza? A cosa aspirate ancora, tu e tuo
fratello? - -
Lo saprai, anche troppo presto - rispose lei. - Moritz ed io abbiamo
combattuto, per questo, e combatteremo ancora. Siamo i legittimi figli di un
uomo potente, che non seppe mai della nostra esistenza. Morì lasciando quale
erede un suo figlio illegittimo...e
noi siamo vissuti nell’oblio, nella solitudine, pur avendo ogni diritto. - -
Landor - disse solo Franz, finalmente. - Ora capisco. Lothar non era il
legittimo erede. Era mio fratello...ed anche tuo fratello.
Figlio di mia madre...figlio di tuo padre. Ma allora, voi due chi diavolo siete? - Incapace
di mentire ancora, lei annuì. - Siamo Moritz e Carolina di Landor, figli
legittimi del granduca Magnus e della granduchessa Cristiana di Norvegia, nata
principessa Olafsen. - Franz
si sedette sul letto. - Come è possibile - le disse piano, quasi a se stesso. -
La granduchessa Cristiana ebbe un solo figlio, morto a sedici anni...anni prima della vostra nascita. Lei
stessa morì...se non ricordo male, un anno o due dopo la nascita di Lothar - -
Morì dando alla luce due gemelli...Moritz ed io. Avvenne nel dicembre del 1830,
a Palermo. Non aveva mai detto al marito di essere di nuovo incinta. Temeva che lui potesse fare del male a lei, ai
bambini che portava in grembo...lui ormai le aveva imposto come suo erede
Lothar...il figlio della sua amante...tua madre. Nostro padre era un uomo
terribile...Norelmeyer, che sia maledetto, la convinse di questo. E lei,
all’inizio della gravidanza, si trasferì a Palermo, per nasconderla a tutti.
Naturalmente, non poteva sopravvivere al parto. E’ stato un autentico miracolo
che noi si sia
sopravvissuti. - -
Perché Moritz è rimasto a Landor...e perché tu sei finita vittima di quei
contadini? - -
Roderick di Saringen era fedele a nostra madre, ai Landor, e sospettava la
doppiezza, la malvagità di Norelmeyer. Fece credere a quest’ultimo che Moritz
fosse morto alla nascita...ed invece lo portò con sé a Landor, gli diede
un’identità, lo educò. Quanto a me, neppure il dottore si era ancora accorto
che i bambini erano due. Alla mia nascita, Norelmeyer mi lasciò alla levatrice,
Frau Herzog...era convinto che sarei morta di lì a pochi minuti. Sono sopravvissuta, invece - -
Mio Dio. Non posso crederci. - -
Perché no? Moritz è il ritratto di nostro padre...ed entrambi siamo stati
riconosciuti dagli Olafsen come appartenenti alla loro famiglia. Ma c’è
dell’altro. Norelmeyer è responsabile della morte, oltre che di mia madre, di tua madre...e di mio padre. - -
Cosa vuoi dire? Parla! - -
Non morirono in carrozza, il giorno del fidanzamento tra Lothar e Desdemona.
Erano amanti da anni, e si incontravano spesso nella fortezza di Nelbrück. Quel
giorno, mentre erano a letto, insieme, il lampadario di cristallo cadde... e li
seppellì. I cavi erano stati tagliati appositamente per ordine di Norelmeyer. - Orripilato,
Franz si alzò e la prese per le spalle. - Come lo sai? Chi te lo disse? - -
Norelmeyer stesso - confessò lei, nascondendo i suoi occhi dorati dietro le
palpebre. - A Parigi, sono stata per qualche mese a servizio da loro, prima che
Moritz e Roderick di Saringen mi ritrovassero. - -
Come hai potuto ottenere quest’informazione? E’ un uomo crudele,
spietato...molto pericoloso! Se solo sospettasse la tua vera identità, non
esiterebbe ad ucciderti, pur di proteggere il suo potere! - Lei
scosse il capo. - Non chiedermi ciò che non posso rivelarti. Sappi solo che è
la verità. Te lo giuro. - -
Sposami, Karla - ripeté lui. - Ora, subito. Solo io posso proteggerti dai
Norelmeyer. Come principessa sovrana di Walkenstein, sarai al sicuro. - -
No - ripeté. - Non prima di aver affermato la mia vera identità...come
granduchessa di Landor. Poi, potrò sposarti. Ma prima devo dimostrare a me
stessa ed al mondo chi sono veramente- -
Questo è più importante per te che essere mia
moglie? La madre dei miei figli...e dei miei eredi? - -
Sì - rispose lei, coraggiosamente, anche se il cuore le si spezzava. - Mi
dispiace. Questa lotta ha avuto un prezzo altissimo...non posso abbandonarla ora - Franz
sentì il forte desiderio di lasciare lei, e quella stanza, ferito dal suo
rifiuto. Poi, la guardò. Aveva
sempre saputo che amarla non sarebbe stato facile. -
Mi stai chiedendo molto, Karla - -
Sono sincera. Non è quello che vuoi da me? - La
notte cadeva fuori dalla finestra. Lei, con un gesto che voleva essere
conciliante, gli si avvicinò, si accoccolò tra le sue braccia. Franz
la strinse, senza parole. Si spogliarono in silenzio, e si coricarono nel letto
dalle lenzuola profumate di pulito. Restarono con gli occhi sbarrati nel buio,
ciascuno immerso nei propri pensieri, cercando di capire le ragioni dell’altro. Karla
allungò una mano, gli accarezzò il viso, sentendo sotto le dita la barba
nascente. Franz si voltò verso di lei, e la prese tra le braccia, nel buio,
soffocando con i suoi baci e le sue carezze, il suo possesso, la loro
inquietudine. Si
amavano, non c’erano dubbi. Ma l’orgoglio di entrambi, ed il passato,
minacciavano di scavare un profondo solco tra di loro. VI Principato di Walkenstein.
’avviso che l’illustre visitatore l’attendeva colse
Desdemona di sorpresa, mentre esaminava lo stato delle serre con il giardiniere
capo. Sebbene non avesse alcuna fretta di incontrare il conte Damian
Norelmeyer, suo zio acquisito, non poteva evidentemente far troppo attendere il
reggente di Landor. Si
cambiò, indossò un abito nero e formale, e raccolse i capelli sul capo. L’uomo,
di media statura e leggermente appesantito dall’età, l’attendeva nel cosiddetto
“salotto verde”, una stanza da sempre utilizzata per le udienze di carattere
privato. Damian
Norelmeyer, nonostante il leggero sovrappeso, non era poi molto cambiato da
quando aveva conquistato il cuore di Margaretha Naestved, la sorella minore
della principessa Rosaleen di Walkenstein. I capelli ancora neri si erano fatti
leggermente brizzolati alle tempie, ed ora li portava più corti di un tempo, ma
gli occhi scuri ed insondabili erano quelli di sempre. Un uomo pericoloso. Un
uomo senza scrupoli. -
Altezza Serenissima, sono lieto di rivedervi...e di constatare che state bene,
nonostante il gravissimo lutto - -
Grazie - rispose freddamente Desdemona, porgendogli la mano che lui sfiorò appena.
- La zia sta bene, immagino. - -
Benissimo, e vi porto i suoi più calorosi saluti. - -
Ricambiateli e ringraziatela da parte mia. - Fece
accomodare il conte, e suonò per il tè. Quando furono di nuovo soli, arrivarono
rapidamente al dunque. Nessuno dei due intendeva prolungare ulteriormente
quello sgradevole incontro. -
Mi stupisce vedervi a Walkenstein. Vi si direbbe molto occupato con il vostro
ruolo di reggente - -
Ahimé...mi sforzo di supplire, con i miei modesti sforzi, all’annosa incuria in
cui i precedenti sovrani hanno lasciato il granducato. - Desdemona
strinse le labbra, dominandosi a stento. State
parlando di mio fratello...e del padre dell’uomo che ho amato...e che forse amo
ancora, avrebbe voluto dirgli, urlargli su quella sua strana faccia
impassibile. Non era forse lui, Norelmeyer, il primo colpevole? Per
l’adulazione vergognosa, il servilismo di cui aveva sempre dato prova, di cui
aveva sempre circondato il povero Lothar...facendone un burattino nelle sue
mani, anziché un vero sovrano? -
In cosa posso esservi utile, conte? - Norelmeyer
non fraintese la sua voce bassa, i suoi modi controllati. La piccola, vivace
Desdemona era cresciuta...doveva aver avuto dei buoni maestri. Ma, sotto sotto,
era impetuosa, appassionata, decisa come era stata sua madre. E
forse nascondeva altrettanti segreti. -
Ho saputo che ospitate un contingente straniero...di uomini armati - -
Vi riferite alla guardia personale del principe Olafsen? - replicò lei con un
sorriso. - Oh, ma è solo un ospite. Un vecchio amico di mio fratello, giunto da
Berlino per trascorrere l’estate con noi. - -
Ah. Ma vostro fratello...è assente. - -
Ci raggiungerà molto presto. Il principe ha ceduto ad un mio capriccio...ed è
venuto a tenerci compagnia un po’ prima del previsto. - -
Non vorrei che questo potesse nuocere...alla vostra reputazione, Altezza. - -
Dite? Questa è una reggia, non la mia residenza privata. Andiamo,
Norelmeyer...di cosa avete paura? Che qualcuno invada in armi Landor? - Norelmeyer
non rispose, stupito della sua audacia. Era anche troppo semplice capire che
Desdemona non gli avrebbe fornito alcuna informazione utile. Per quanto lo
preoccupasse la presenza di uomini in armi così vicino a Landor, non poteva, non voleva pensare che Berlino stesse
compiendo un efferato doppio gioco, conducendo colloqui con David per un
appoggio alla loro reggenza...e contemporaneamente mandando un contingente ad
invadere Landor. Ed a favore di chi,
poi? Franz di Walkenstein aveva più di una volta dichiarato, anche ufficialmente,
di non aver alcun interesse a divenire il sovrano di Landor. Doveva
davvero pensare che questo Olafsen fosse solo un amico di famiglia dei
Walkenstein...o l’amante di Desdemona. Per
quanto promettente fosse questa prospettiva, capiva che lei non era una
sciocca...e non gli avrebbe fornito alcuna arma da utilizzare contro di lei. -
Bene. Sono vostro zio...e mi preoccupo per voi. - -
Ve ne sono grata - lei si alzò, costringendolo senza appello ad accomiatarsi. -
Rinnovate i miei saluti alla zia - Norelmeyer
le baciò la mano, ed uscì, accompagnato da una guardia fino all’esterno. Dominando
la rabbia, il cupo, istintivo risentimento che quell’uomo da sempre le
ispirava, Desdemona si diresse verso l’appartamento di Moritz. Lui
le aprì, vestito con un semplice paio di pantaloni ed una camicia. Era la prima
volta che lei lo vedeva senza un’uniforme. Le parve diverso, più giovane. -
Sei sconvolta...e non è ancora ora di cena. Cosa è successo, Desdemona? - Lei
entrò, ed attese che lui chiudesse la porta alle loro spalle prima di parlare. -
Norelmeyer è stato qui. Per fare domande...su di te - -
Non mi stupisce. - sorrise l’uomo - La sua intelligence
ha sempre funzionato meravigliosamente. Ha molte spie, qui a Walkenstein. - -
Non credo sappia ancora...chi sei veramente - -
Lo scoprirà - Moritz le fece strada verso il piccolo salotto. - Prendi con me
un po’ di tè, e non ti preoccupare. Ho dei vecchi conti in sospeso con
Norelmeyer...tutti noi ne abbiamo. Credimi, pagherà. Fino all’ultimo. - -
Mi fa paura - confessò lei. - Ha osato insinuare... - poi, si bloccò,
imbarazzata. -
Che io sia il tuo amante? - sorrise di nuovo Moritz. - Mio Dio, quell’uomo ha
davvero una fantasia sfrenata - Qualcosa,
nel tono in cui lo disse, fece sorridere la donna. Cominciava a sentirsi
intimamente un po’ ridicola per la propria fiera resistenza. Nelle ultime
settimane, si era abituata alla presenza di Moritz...cenavano sempre insieme,
trascorrevano le serate nel piccolo salottino giocando a carte, a scacchi, e
chiacchierando del più e del meno...e spesso cavalcavano insieme nel parco,
come lei aveva fatto per tanti anni con Heinrich. Ma
Moritz non era Heinrich. Desdemona
ne era acutamente conscia. Solo la sua ostinazione le consentiva di celare a se
stessa tutta una serie di scomode verità. -
Hai una bella pazienza. Dì la verità...sono stata insopportabile - -
Sì - le disse lui. - Invidio mia sorella. Ho ricevuto ieri una sua lettera. Ha
rivisto Franz...e lui, almeno, ha ceduto subito. - -
Ne sono contenta per loro - mormorò lei, sedendosi vicino alla finestra,
soffocando nel pesante abito nero indossato per il colloquio di Norelmeyer. -
Ma credi che...durerà? - -
Tuo fratello le ha chiesto di sposarlo...e lei ha detto di no. Fino a
quando...tutta questa storia non sarà chiarita - - E
Franz? - -
Pare che abbia dovuto accettarlo. - -
Spero almeno che lei non sparisca di nuovo nel nulla - -
Desdemona - le disse lui, avvicinandosi a lei. - Io non sparirò nel nulla - Lei
sollevò lo sguardo su di lui. Non si erano più baciati da quel giorno al
lago...e lei aveva fatto finta con se stessa che non sarebbe più successo. E
che avrebbe rimpianto in eterno Heinrich, votandosi al suo ricordo. La
verità era che desiderava Moritz. Follemente. -
Cedimi almeno un po’ - le disse l’uomo, accarezzandole una mano. - Non del
tutto, se non sei pronta. Ma almeno un po’. Non resisto più...a starti così
vicino, senza poterti nemmeno sfiorare- -
Cosa vuoi? - -
Fare un gioco. Un gioco non pericoloso. - -
Tuffarsi di nuovo dalla cascata? - sorrise lei. -
No...qualcosa di diverso. Di più...eccitante. - Le
prese la mano, la costrinse dolcemente ad alzarsi. - Giuro che non cercherò di
fare l’amore con te...fino in fondo. Ma lascia che io ti tocchi. Come desidero.
Come desideri. - Lei
si morse istintivamente le labbra, fissandolo. - E’ solo sesso...è quello che
vuoi? - -
In questo momento...sì. - -
Non faremo l’amore, allora? - -
No...non adesso. - -
Non sarei altrettanto colpevole...che se ti lasciassi andare fino in fondo? - -
Perché...colpevole? - Lei
capì che era un gioco volutamente perverso. Si concentrò sull’idea che non fare
davvero l’amore potesse essere in qualche modo...assolutorio. Ma non lo era
affatto, lo sapeva bene. Il
caldo pomeriggio estivo sembrava opprimerli. Il silenzio, al di fuori delle
finestre aperte, era pressoché assoluto, come nell’imminenza di un temporale. Con
calma, senza fretta, lui cominciò a slacciarle l’abito sulla schiena, di fronte
ad un grande specchio a parete. Lo lasciò cadere a terra, e si concentrò sui
lacci dello stretto corpetto. Lei era bellissima. Come sempre. -
Hai i seni più belli del mondo - le sussurrò nell’orecchio, mentre li prendeva
tra le mani, accarezzandoli dolcemente, sensualmente. - Le dimensioni perfette,
la forma ideale...sei semplicemente meravigliosa. Avevi sedici anni, la prima
volta che ti ho incontrata, un vestito di tulle azzurro...ed il più fantastico
seno che avessi mai visto. - Lei
non poté trattenersi dal gemere, sotto le sue carezze. Le sue mani le accarezzarono
il collo, e poi salirono al suo capo, sciogliendo la gran massa di ricci
dorati. - Desdemona. - le sussurrò. - Posso andare avanti? - Lei
annuì, nello specchio, la gola troppo contratta per poter parlare. -
Voglio rivederti nuda, prima di toccarti ancora - le disse. - E vorrei che, per
una volta, anche tu mi vedessi...mi conoscessi. Muoio dalla voglia di farmi
toccare da te. Saresti...disponibile?- Lei
annuì ancora, ad occhi chiusi. Le
fece scivolare i mutandoni giù per le gambe unite, e la fece sedere sul bordo
del divano. Si inginocchiò davanti a lei, lasciando che con dita abili la donna
gli facesse scivolare la camicia giù dalle spalle. Desdemona lasciò che le sue
dita indugiassero sulla sua pelle calda e liscia, sui suoi muscoli solidi. Sapeva
già che, quando avrebbero fatto l’amore, avrebbe affondato le unghie nella sua
carne. Non vedeva l’ora di sentire la sua schiena sotto le dita. -
Slacciami i pantaloni, Desdemona - Lei
sorrise. Senza parole, sfilò la fibbia della cintura, e poi la cintura stessa.
Ma, prima di aiutarlo a sfilarsi l’indumento, lo accarezzò intimamente
attraverso la stoffa ruvida. Moritz gemette, il proprio autocontrollo
cominciava a sfilacciarsi. -
Stavolta sono io che te lo chiedo. - gli disse lei, con voce roca, spezzando il
suo lungo silenzio. - Quanto avanti vuoi che io vada? - -
Quanto...ti senti. - -
Lo immaginavo. - Sempre sorridendo, lo aiutò a liberarsi di ogni indumento. Lo
accarezzò sicura...sapeva come si faceva. E, stranamente, non ne provava alcuna
vergogna. Non si sentiva sminuita, od imbarazzata, per aver appreso quel genere
di cose da un altro uomo. Il presente solo contava...e si diede della sciocca
per aver esitato fino a quel punto, lasciando che il ricordo del suo passato li
inibisse fino a quel punto. -
Posso...? - gli chiese. -
Fai quello che vuoi - L’immagine
di lei, completamente nuda, che gli dimostrava nel modo più eloquente possibile
la sua passione per lui, andò alla testa di Moritz, lo tramortì, insieme al
piacere squisito che lei gli stava dando, con esperienza e tenerezza. Come
avevano potuto attendere così a lungo tutto quello? Perché avevano perso così
tanti anni...così tanto tempo? -
Desdemona...- ansimò, accarezzandole il capo biondo, sconvolto, sentendo il
reciproco potere che li univa. Il potere che
la sottometteva a lui, ansiosa di dargli piacere...il potere che sottometteva
lui, la sua più intima virilità, a lei, alla sua bocca morbida ed esperta. Incapace
di trattenersi, la fece sollevare, e la adagiò sul divanetto. -
Non faremo l’amore, te l’ho promesso - le ripeté, ironicamente. -
Non stiamo forse facendo...di peggio?
- -
Di molto peggio - le confermò, lottando per ritrovare una parvenza di
controllo. Le allargò le gambe con le due mani, e cominciò ad accarezzarla
intimamente, senza fretta...deliziosamente. -
Ricordi quella notte? - le disse, mentre non smetteva di toccarla, con infinita
pazienza, e lei si inarcava per il piacere, ancora invasa dal suo gusto, dal
suo odore. - E
come potrei dimenticarla? - gli sussurrò, gli occhi chiusi. - La prima volta
che sono venuta. La più meravigliosa esperienza che avessi mai fatto. - -
Voglio farti di nuovo provare lo stesso piacere. Ma intendo...fare anche di
peggio. - Lei
capì subito cosa intendeva. Quella volta, timoroso di farle male, di violarla,
non l’aveva sfiorata che esternamente. Ora, era tutta da esplorare, aperta come
un fiore, disponibile. Quando sentì le sue dita dentro, lei trattenne a stento un grido. Lo desiderava follemente.
Desiderava il suo sesso. Quel contatto, per quanto intimo, non poteva bastarle. -
Non oggi - ripeté lui, come prendendola e prendendosi in giro. - Le regole del
gioco che stiamo giocando...non lo permettono. - -
Non so...non so se resisterò ancora a
lungo - -
No...non a lungo. Ancora un po’, però. Voglio rimandarti nella tua camera non del tutto soddisfatta. Capisci cosa
intendo? - -
D’accordo. Non mi darai il tuo sesso...ma dammi il piacere lo stesso. Ed io,
poi, lo darò a te...accetto questa regola - -
E’ un piacere concludere accordi con lei...principessa - La
accontentò, godendo a sua volta del suo tocco, del suo nuovo, dolce,
irresistibile assalto. Quel
delizioso antipasto li aveva preparati entrambi
per la resa definitiva. Ma non quel giorno. Non in quel momento. Così
era più eccitante. Nudi
e sudati, entrambi giunti al godimento, entrambi desiderosi solo più del
possesso completo, si baciarono sulla bocca, come si erano baciati fin dalla
prima volta. Senza pudore, senza remore. Con passione. Con il profumo del loro
piacere che li avvolgeva. I
loro baci scandirono i minuti, fino all’ora di cena. Si aiutarono
reciprocamente a rivestirsi, ed arrivarono insieme in sala da pranzo, come se
niente fosse, guardandosi senza parlare da un capo all’altro del tavolo. Soli
nel salottino, si sorrisero. - Tecnicamente, non sei ancora il mio
amante - gli disse lei, puntigliosamente. -
Non ancora - convenne lui. - Dormi bene, stanotte.- -
Dormirò meravigliosamente - rispose lei. Gli porse la mano, e lui la sfiorò con
un bacio. Sola
nella sua stanza, Desdemona si chiese perché non provasse alcun rimorso. Ma
solo un meraviglioso senso di anticipazione.
cco - le disse Moritz, con una certa amarezza,
indicando con il frustino le casupole al limitare del bosco. - Campi distrutti
dalla carestia. Famiglie sterminate dal colera. E’ tutto in dissoluzione. E
questo è Landor. - Desdemona
non rispose. Sapeva bene quali danni l’incuria dei regnanti del granducato
avesse provocato. Mentre Walkenstein prosperava, sotto l’attenta direzione di
Franz e della sua famiglia, a Landor regnavano fame, miseria, disperazione. -
Non posso aspettare molto. Questa gente non può aspettare! Bisogna fare
qualcosa...e presto! - -
Intendi davvero invadere Landor in armi, come teme Norelmeyer? - gli chiese
lei, trattenendo il suo cavallo, fermo accanto a quello di lui. -
Non ho ancora avuto il via libera da Berlino. Stanno trattando anche loro con i
Norelmeyer...all’insaputa di Vienna. - -
Bismarck non si fida di te? - -
Bismarck non è diventato il padrone della Germania fidandosi degli altri...e di
me, meno che di chiunque altro. Potrei essere solo, in questa lotta. Ma so che
non posso attendere ancora molto. - Desdemona
tacque. Si chiese cosa ne sarebbe stato di lui, se avesse tentato di
conquistare Landor...ed avesse fallito. L’idea di perderlo di nuovo, forse
definitivamente, la terrorizzava. -
Hai paura...per me? - -
Sì - ammise lei. - Ancora non conosco che una minima parte dei tuoi piani, dei
tuoi progetti...ma so che ti hanno già portato via da me una volta. Ti ho
creduto morto per anni. - -
Lo so. Non ti mentirò più, Desdemona. Ma devo correre i miei rischi. La posta
in gioco è troppo alta, lo è sempre stata. - -
Non ti accontenterai mai di quello che hai già ottenuto, vero? - gli chiese
lei. - Sei il principe Olafsen, ora. Ricco, nobile, temuto...rispettato.
Potresti tornare in Norvegia...condurre laggiù una vita serena, operosa - -
Ma io sono l’erede di Landor. Questo non posso dimenticarlo. - le rispose
Moritz, fissandola. Lei era bellissima...la donna che amava. Si rese conto che,
quel giorno, non glielo aveva ancora detto. - Non credere che non ne sia
tentato. Potremmo sposarci. Vivremmo come principe e principessa Olafsen, e
saremmo felici...ma non potremmo mai dimenticare Landor. Non è solo un’eredità...è
una responsabilità. Lo puoi capire? - -
Sì, certo - rispose lei, che aveva lottato duramente per il bene del proprio
principato, anche quando aveva avuto il cuore straziato. - Certo che ti
capisco. Non saresti Moritz...se non la pensassi così - -
Ti amo, Desdemona - -
Lo so. - rispose lei, con un sorriso. - Almeno su questo, non ho mai avuto
dubbi. - -
Mi puoi...accettare? Come tuo fratello ha accettato Karla? - -
Ti ho accettato da sempre. Da
quell’assurda notte in carrozza. - sorrise lei, di nuovo. -
Allora...perché mi resisti? - -
Mi vergogno - confessò lei. - Sono stata di un altro. Non posso dimenticarlo.
Temo che anche tu non possa dimenticarlo. - -
Non è questione di dimenticare. Lo so che hai amato Heinrich. Mi fa male
ammetterlo, ma so che è la verità. Era un uomo magnifico. Mi ha fatto da
maestro, è stato un leale alleato...e, cosa che più mi fa rabbia, un marito
perfetto per te. Ma quando sono con te non penso a nulla, se non alla felicità
che mi dai...ed al desiderio che provo per te. La tua esperienza ha reso il
nostro incontro di ieri ancora più perfetto. Non possiamo tornare indietro nel
tempo. Non lo vorrei neppure, a questo punto. - -
Come vorrei che quella notte non ci fossimo fermati. Saresti stato mio...prima
di chiunque altro. - -
Non era il momento, e neanche il luogo. Se i prussiani mi avessero davvero
fucilato, cosa ne sarebbe stato di te? Desdemona, io ti amo per quella che sei,
non per quella che eri. E’ così difficile da capire? - Lei
scosse il capo. -
Vuoi che torniamo a casa? Comincia a far fresco. - -
Vorrei andare a Nelbrück - disse lei, inaspettatamente. -
Nelbrück? - si stupì Moritz. - Perché? - -
Non ci sono mai stata. E’ il luogo dove per anni ed anni i nostri genitori si
sono incontrati...ed io non ci sono mai stata. - -
Non è un bel posto. E’ pieno di tristi ricordi. - -
Lo conosci? - -
Sì. Da bambino ci andavo spesso. Mi piaceva spiare...mio padre. Era l’unico
modo che avevo per poterlo osservare da vicino. Mille volte sarei andato
apertamente da lui, gli avrei detto: “Sono vostro figlio. Perché avete
accettato Lothar...e rifiutato me?”.
Ma non osavo. Avevo paura. - -
Deve essere stato orribile. Soprattutto considerando che tu eri il figlio legittimo - -
Come l’hai capito? - - I
tuoi capelli. Tua madre. Lei era norvegese. Lei era Cristiana di Landor - -
Sì - ammise Moritz. - Non era tutto assurdo? - -
Lo era. Vedesti anche mia madre, a quei tempi? Te la ricordi? - -
La ricordo bene. Era bellissima...bella come te e come Lothar. Ma bruna, con la
pelle scura. Morirono insieme. - Desdemona
non disse nulla per qualche istante. Poi, gli prese una mano. - Non è
incredibile? E’ come se io e te ci fossimo incontrati per rimettere a posto un
intreccio spezzato molti anni fa. I nostri genitori erano amanti,
adulteri...noi ci amiamo di vero amore, e potremmo, un domani, essere sposi
legittimi. Loro hanno creato odio, menzogna. Noi siamo chiamati a far luce...ed
a restaurare la verità. Vorrei andare lì con te, stasera...ho le chiavi. - -
Chiavi? - rise Moritz, commosso dalle sue parole. Anche lui aveva spesso avuto
quel consolante pensiero. Lui e Desdemona, Karla e Franz, potevano finalmente
raddrizzare antichi torti, riparare vecchi errori. - E che bisogno ce n’é? Ho
sempre saputo entrare a Nelbrück senza
chiavi. Seguimi! - Spronarono
i loro cavalli, e si diressero verso la vecchia fortezza, piuttosto vicina al
luogo in cui erano, ma ancora invisibile. Sorridendo,
Desdemona si lasciò aiutare a scavalcare i bassi balconi. Come Moritz
ricordava, dal retro si accedeva tranquillamente all’interno della fortezza per
mezzo di una finestra mal chiusa. Quando furono dentro, tacquero entrambi. Il
luogo, deserto da anni, era a dir poco spettrale, per quanto sorprendentemente
pulito. -
Vieni, aiutami. Facciamo entrare un po’ di luce. - Spalancarono
alcune finestre, e Moritz frugò in un vecchio armadio fino a che trovò numerose
candele di cera. Prendendo per mano Desdemona, la portò in una grande stanza
del tutto spoglia. -
E’ qui che successe. Tua madre...mio padre. Erano a letto qui, la sera del tuo
fidanzamento con Lothar. Sopra di loro pendeva un grande lampadario di
cristallo. - La voce di Moritz assunse una nota metallica nell’acustica
distorta del grande locale. - Dormivano...dopo l’amore. Ad un tratto, il
lampadario cadde. E li seppellì...insieme, per sempre - Desdemona
rabbrividì, e si strinse a lui. -
Non fu un incidente. Norelmeyer aveva fatto tagliare i cavi che lo
trattenevano. - La
donna si nascose il volto tra le mani. -
Come fai...a saperlo? - -
Ero qui, quando accadde...nascosto sul balcone. - -
Moritz...usciamo da questa stanza. Mi sento opprimere. - Lui
la prese per mano, e la condusse via di lì. Sull’altro lato della fortezza,
c’erano le cucine, ormai abbandonate, e le stanze da letto della servitù.
Uscirono da una porticina secondaria nella foresta. Stava già facendo buio. -
Non c’è luna, stanotte. - le disse Moritz. - Dobbiamo sbrigarci a tornare...o
non sarà sicuro cavalcare nel bosco. - -
Abbiamo ancora abbastanza luce per raggiungere il parco. Andiamo un istante nel
tempietto greco. Sono troppo sconvolta perché altri mi vedano. - -
D’accordo. Là, accenderemo le candele che ho trovato. Vieni. - Cavalcarono
a spron battuto fino a che la foresta non cedette il passo al curatissimo parco
della Reggia di Walkenstein. Quando la bianca sagoma del tempietto greco si
stagliò nel buio, scesero da cavallo, ed entrarono nel piccolo, aggraziato
edificio.
qui che ci
siamo incontrati per la prima volta - disse lei, sedendosi infreddolita su di
una panca ricoperta di velluto rosso, mentre lui disponeva tutto intorno a loro
le candele e le accendeva ad una ad una. La luce morbida delle fiammelle creava
ombre irreali sui muri. Desdemona si alzò, e si inoltrò nel centro del
tempietto, dove a suo tempo era stata creata una piccola alcova lussuosamente
arredata in stile indiano, su volere di sua madre. Che peraltro, per i suoi
illegittimi amplessi, aveva sempre preferito la ruvida severità di Nelbrück,
così opportunamente vicino a Landor. - Eri mascherato.
E freddo. Mi sentii una vera stupida. - -
Eri bellissima. Mi hai preso il cuore, quella notte. - - E
tu a me. - Desdemona lo fissò, nella penombra. - Le ombre del passato troppo a
lungo hanno gravato sulle nostre vite. I nostri genitori sono morti nel
disonore...e Norelmeyer non fu l’unico colpevole. - -
Ma noi non siamo loro. E’ da un’intera vita che ne stiamo dando prova. - -
Eppure - ammise lei, finalmente sincera anche con se stessa. - Non ti desidero
di meno...di quanto mia madre possa aver desiderato tuo padre. Non so se mi
sarei comportata diversamente da lei. Il mio amore per te è sempre stato
tale...che non mi sento di giudicarla. - La
portata di quell’affermazione era sconvolgente. Moritz la fissò alla luce
incerta delle candele. Lei era una donna fedele...questa
era la verità. L’unica sua infedeltà era stata commessa quando era solo una
ragazzina...nei confronti di un fidanzato lontano, praticamente impostole, che
mai avrebbe potuto essere suo sposo. Ora,
solo il suo amore per Moritz poteva riuscire a staccarla definitivamente dal
ricordo del suo primo marito. E, per una donna leale come Desdemona, non era
impresa da poco. -
Desdemona - le disse, prendendole le mani tra le sue. - Ricordi? Un giorno ti
dissi che sarebbe arrivato il momento, il momento in cui, contro tutti e contro
tutto, tu saresti stata completamente mia.
Vuoi che questo momento sia stanotte?
- -
Non è solo sesso, ora? - gli chiese lei, le lacrime che le impreziosivano lo
sguardo scuro. -
Non lo è mai stato, con te, e lo sai - Lei
annuì. - Lo voglio, Moritz. Non posso
più aspettare - Le
loro labbra si sfiorarono. Lui sentì sotto le dita le sue lacrime, e sulla
bocca il loro sapore lievemente salato. Non si offese per quelle lacrime. Non
l’avrebbe amata così se lei fosse stata diversa. C’erano
ricordi di lei che non gli appartenevano. L’aveva già accettato, da
tempo...ora, doveva far sì che ci riuscisse anche lei. Desdemona
cercò di cancellare dalla sua mente il ricordo di Heinrich...la loro bellissima
prima notte di nozze, gli anni di passione tenera e condivisa che li avevano
uniti. Doveva prepararsi ad un nuovo possesso, ad un modo diverso di essere
donna...senza amarezza, capì che il passato, a quel punto, non doveva più
opprimerla. Perché,
anche se aveva tentato, non poteva rinnegare il suo amore per Moritz. Le
dita di lui si impigliarono negli stretti lacci del suo corsetto da amazzone.
Desdemona lo aiutò, e poi, a sua volta, gli slacciò l’abbottonatura della
giacca della sua uniforme verde e nera. Alla luce delle candele, il loro corpo,
la loro pelle, splendevano di vita, quella di lei lievemente più scura,
ambrata, antico retaggio di sua madre...quella di Moritz, chiarissima, appena
abbronzata dalla vita all’aria aperta che lui amava. Nuda
sui cuscini ricamati, lei sembrava sempre più simile alla creatura selvaggia,
esotica che era stata sua madre, la principessa indiana. Lui capì che era anche
quello che l’aveva sempre attratto. La sua innegabile diversità, nonostante i capelli biondi e la sua educazione
occidentale. I
loro gesti non avevano fretta. Entrambi temevano il momento che doveva
arrivare. Era più facile giocare con la passione...che amare con tutto il
cuore. E quello era il punto di non ritorno a cui erano giunti. Non
ebbe bisogno di accarezzarla per capire che era pronta. Era pronta per lui da
una vita...nonostante tutte le sue proteste. -
Ho paura - le disse - Ti ho aspettata, voluta così a lungo...che temo di non
essere all’altezza di te, del tuo amore. - Lei
sorrise. La sua fragilità gli faceva onore, come uomo, impreziosiva la sua
resa. Ricordò con tenerezza, ma senza rimpianto, l’imbarazzo di Heinrich, la
prima volta...il timore di offenderla, di farle del male. -
Quello che ci unisce è così profondo da non potersi esaurire in un atto fisico,
e lo sai - gli rispose lei, finalmente conscia. - Ma anche questo è importante,
perché ci unirà ancora di più...e tu
lo sai. - -
Sì...lo so. - la strinse tra le braccia, facendola sdraiare sui morbidi
cuscini, tenendola stretta come una cosa preziosa, baciandola con tenerezza.
Desdemona chiuse gli occhi, e lasciò che lui, con la mano, le socchiudesse le
gambe. Li riaprì quando sentì che la stava penetrando. Inaspettatamente,
gemette di dolore. -
Cosa c’è? - le chiese Moritz, immobilizzandosi dentro di lei. - Ti ho fatto
male? - -
Sì - ammise lei, con una piccola smorfia. - Non credevo, ma...un po’. Ora però
sta passando. - -
Avrei dovuto pensarci - le rispose lui. - E’ molto tempo che...beh, quando una
donna non fa l’amore per molti mesi, poi può far male. L’ho sentito dire. - -
Davvero? - chiese lei, incuriosita. - Ma ora non più. Moritz...- la sensazione del suo membro dentro di lei, a
stretto contatto con il suo corpo, la stava piacevolmente invadendo. Non
ricordava quasi più come fosse sensuale, avvolgente. Si inarcò
involontariamente, facendolo penetrare ancora più a fondo, e strappandogli un
gemito di piacere. -
Non ti fa male? - le disse lui, con voce bassissima, trattenendosi a stento. Il
piacere che provava, acuito dalla lunga attesa, lo stava sovrastando. -
Male...? No... - Desdemona si morse le labbra, invasa da un eccitazione
selvaggia che le fece rovesciare il capo all’indietro, la testa sui cuscini. -
Ti prego... - -
Ti prego...cosa? - la provocò lui, con un sorriso. Era meraviglioso. Erano
finalmente insieme, ed era meraviglioso, come aveva sempre saputo che sarebbe
stato. Mentre si muoveva dentro di lei, strappandole gemiti di sorpreso
piacere, le mormorava tutto il suo amore, la sua ammirazione. - Ho sempre
desiderato le tue gambe, le tue magnifiche gambe, strette intorno ai miei
fianchi, amore - le disse - E le tue unghie sulla mia schiena...sto morendo
dentro di te. Tu mi fai morire - -
Tu fai morire me - gli disse lei,
ormai preda dei brividi deliziosi che precedono l’orgasmo. Gridò il suo nome
mentre l’appagamento la invadeva...e poi, lo strinse forte, fortissimo, mentre
lui giungeva a sua volta al piacere. Sudati
e stanchi, appagati, si abbracciarono strettamente, il capo di lui sul suo
seno, mentre lei ne accarezzava i capelli corti, così biondi da splendere nel
tenue lucore delle candele. -
Ti amo, Desdemona. Ti ho sempre amata. Soltanto tu. - -
Anch’io ti amo. - Desdemona lo accarezzò con la tenerezza che avrebbe riservato
ad un figlio...il figlio mai nato. Voleva dargli tutto l’amore del mondo.
Voleva compensarlo per la sua infanzia disperata, la sua giovinezza solitaria,
le umiliazioni subite, le scelte difficili... -
Sono uno stupido - le disse d’un tratto lui, sollevandosi e guardandola. - Ero
così preso da te, dalla nostra unione, che non ci ho nemmeno pensato. - - A
cosa? - -
Sono venuto dentro di te...è stata un’emerita sciocchezza. E se tu...restassi
incinta? - Desdemona
si incupì, ma non per il motivo cui lui poteva pensare. - Moritz...non ne abbiamo
mai parlato. Io non ho mai avuto figli...e neppure gravidanze. Potrei...potrei
essere sterile. Ho fatto decine di visite specialistiche, ed anche
Heinrich...ma non è emerso mai nulla. Potrei non essere mai in grado di darti
un figlio. - -
Desdemona - le disse lui, accarezzandole una guancia. - Cosa vuoi che mi
importi? Ti amerei comunque...ed in ogni caso, è più probabile che la
responsabilità fosse di Heinrich. Se non ricordo male, non ebbe figli nemmeno
dalla prima moglie - -
Sì, ma... - -
Niente ma. Io mi preoccupo per te. Il nostro futuro è tuttora molto incerto.
Cosa succederebbe se tu...aspettassi un bambino? - -
Al diavolo il mondo intero. Tu mi ami, la mia famiglia mi ama, ed io non devo
dimostrare nulla a nessuno. Lo amerei con tutto il cuore. E sarebbe
meraviglioso. Ma non voglio cullare false speranze. Prendiamo il futuro come
viene...per una volta. - -
Forse hai ragione. Ma...non credi sarebbe meglio essere più prudenti, in
futuro? - Lei
scosse il capo. - No. Non rinunciamo alla spontaneità della nostra unione.
Abbiamo molto tempo perduto da recuperare...- - E
come lo vorresti recuperare? - sorrise lui, accarezzandole pigramente il seno. -
Dimostrami il tuo valore...se sei un uomo vero. - -
Ne dubiti? - le chiese, e siccome lei annuiva, provocante, se la mise addosso,
facendole sentire quanto fosse già pronto per lei. -
Io posso anche ricominciare subito...e
tu, tesoro? - Lei
sorrise, e si fece aiutare da lui a lasciarsi nuovamente penetrare.
Guardandola, Moritz le prese i seni tra le mani, mentre lei, lasciandosi
guidare solo dal proprio piacere, lo dominava con il suo ritmo, quello che le
fluiva dal cuore. -
Sei così bella...non fermarti. - -
Ti pentirai di avermi lasciato fare a modo mio - lo ammonì lei, mentre i suoi
lunghi capelli gli accarezzavano le cosce. -
Con me, potrai sempre fare a modo tuo. - Lei
sorrideva, ad occhi chiusi, sentendosi finalmente del tutto libera. Ormai,
le mancava solo una cosa dalla vita per essere completamente felice. E forse,
se gli dei fossero stati benigni, quella cosa Moritz avrebbe potuto dargliela.
Un figlio.
gattaiolarono che ormai era notte nell’appartamento
di Moritz, ridacchiando come due ragazzini e nascondendosi alla vista delle
guardie di palazzo. Lui le lanciò una vestaglia e le ingiunse di
chiudersi nella camera da letto, mentre chiedeva all’efficientissimo
maggiordomo del cibo caldo e dell’acqua per il bagno. Quando
la raggiunse in camera, lei si stava lentamente svestendo. Indugiò con lo
sguardo sul suo corpo magnifico, di cui non sarebbe mai stato sazio. Lei
sorrise, intuendo facilmente il corso dei suoi pensieri. -
Non prima di avermi nutrita e lavata - gli ingiunse. -
D’accordo. Presto, la tua efficientissima servitù provvederà. E la tua
governante? Non si preoccuperà per la tua assenza? - -
Sandra non fa più domande, da parecchio tempo, ormai. Anche lei prende la
vita...come viene - -
Saggia donna - Moritz non resistette, e le si avvicinò. - Non farti più vedere
con quelle calze di seta con la giarrettiera rossa, se non vuoi che ti salti
addosso. - - Buono a sapersi - lo provocò lei,
cominciando a sfilarsele. Gli tirò dietro una scarpa, badando a non fargli
male, quando vide che le si stava avvicinando troppo. Moritz
rise, e si sedette sul letto, a distanza di sicurezza. Sul comodino, notò una
busta color panna, di carta molto pesante e costosa. -
Non hanno più alcun pudore. - disse, divertito. - I Norelmeyer usano sulla loro
carta da lettere lo stemma dei Landor. E’ un invito, tesoro mio. Ad un ballo,
domani sera. - -
Vogliono vederti da vicino, è evidente, e giudicare se puoi essere per loro una
minaccia - Desdemona si strinse nella vestaglia e si sedette vicino a lui per
esaminare il biglietto. - Immagino che abbiano invitato anche me. Intendi
andare? - -
Naturalmente. Non mi perderei questa serata per nulla al mondo. E tu verrai con
me...è ovvio - -
Ma...ti riconosceranno! - -
Ed allora? Giocheremo il nostro gioco, Desdemona. Fino a prova contraria, io sono il principe Olafsen. E loro non
possono smentirmi. - Desdemona
non disse nulla, giocherellando soprappensiero con il biglietto. L’audacia di
lui l’aveva sempre sgomentata, ed ora più che mai. Ma sapeva bene che tentare
di fermarlo sarebbe stato assurdo. -
Avanti, rilassati - le disse lui, sorridendo, facendole scivolare una mano tra
le cosce nude. - Lasciati toccare - le sussurrò - Dove ti ho penetrata. Ti fa
male? - -
Un po’ - sorrise lei, eccitandosi subito per il suo tocco spregiudicato. - E la
cena? - Moritz
non le rispose, invadendole la bocca con la lingua, e continuando ad
accarezzarla con tenace dolcezza, intimamente. -
Dimmi quando vuoi che smetta - le sussurrò, mentre posava la bocca sul suo
seno, e le mordeva dolcemente un capezzolo. -
Non smettere - lo implorò lei. Nemmeno
si accorsero che il maggiordomo, nella stanza vicino, stava preparando il
tavolo per la loro cena. Grazie
a Dio, la pesante porta della camera da letto era chiusa. VII
iutami a scegliere il mio più bell’abito da sera...e
non fare domande - Sandra si avvicinò, scuotendo il capo. - Cosa potrei
mai chiederti, bambina mia? Non torni a casa per la notte, sparisci per ore,
non mi dici più nulla da settimane. Non sono stupida. E nemmeno troppo
infelice. Comunque sia, hai smesso di struggerti per il passato...e questo è
già un progresso. - -
La cosa è un tantino più complicata di così - ammise Desdemona. -
Lo immagino. Ma non voglio sapere. Sei felice...almeno? - -
Sì...moltissimo. Ed ho anche paura. - -
Paura...di cosa? Che i suoi sentimenti non siano sinceri?
- -
No. Non è questo che temo. Ma ci sono questioni antiche e complesse...molti
problemi. Mi odi perché ancora non te ne parlo? - -
No - sorrise Sandra, comprensiva come una madre. - Andiamo, scegliamo il
vestito più bello...e facciamola finita con queste chiacchiere. - Desdemona
spalancò le numerose ante del proprio guardaroba. Nero, nero, nero....basta con
il nero. Ne era arcistufa. -
Escludendo il bianco, ed i colori vivaci...cosa posso indossare? - -
Marrone e lilla. Viola, lavanda, porpora, forse. - -
Ne avevo uno color lavanda, molto scollato, comprato a Parigi. Lo ricordi? - -
Ti era stretto in vita. Dovremmo risistemarlo. - -
Uhm - Desdemona esaminò le stoffe, tutte di prima qualità. I modelli, peraltro,
non erano recentissimi. Non aveva più avuto desiderio di acquistare nulla dopo
la morte di Heinrich. -
Voglio quello lavanda...ma rifaremo anche lo scollo. Lo tiriamo giù sulle
spalle, e togliamo la crinolina. - -
Niente crinolina? Sei matta? - si stupì Sandra. -
Io sono alta, sto meglio con linee semplici. Per me, sarebbe stata ideale la
moda stile impero. Via quell’ingombro, ho deciso: niente crinolina. E spalle
nude, senza dubbi. - -
Un po’ audace...per una vedova. - - Francamente,
non è più così che mi sento - ammise Desdemona. - Mi disprezzi per questo? - -
Affatto. Meriti più di chiunque altro un po’ di felicità. Heinrich ne sarebbe
felice...se lo sapesse. - -
Non è come pensi. Quest’uomo...è venuto addirittura prima di
lui. - -
Lo so. Sono meno ingenua di quel che pensi, signorina. - -
Allora, sapevi? Di....Moritz? - -
Mi prendi per stupida, forse? Quella notte, nella tua stanza, credevi forse
fossi cieca? - Desdemona
arrossì, ripensando a quell’episodio giovanile. -
Ti ringrazio allora per aver taciuto - -
Le mamme non servono forse per
questo? - Desdemona
la abbracciò - Sandra...tu sei stata davvero come una mamma, per me e per i
miei fratelli. Cosa avremmo fatto senza di te? - Sandra
si commosse. Lo sapeva, ma era meraviglioso sentirselo dire. -
Avanti...se stasera vuoi essere bellissima, devi molto soffrire. - Desdemona
rise, affidandosi totalmente alle abili mani dell’amica. Alla
fine del pomeriggio, non avevano ancora deciso i gioielli da indossare. Sandra,
protestando, aveva occultato con la cipria alcuni segni sospetti sul collo e
sulle spalle della principessa. - E’ un amante appassionato, me ne compiaccio
per te - non poté fare a meno di osservare. - Ma rischi che qualcuno se ne
accorga. - - E
che se ne accorgano pure! - rise Desdemona. - Stasera, vadano all’inferno
tutti, ed i Norelmeyer per primi! - Il
maggiordomo bussò. Portava un fascio di magnifiche rose rosse...ed una
scatoletta di velluto blu, vagamente familiare. -
Avanti...aprila! - ingiunse Sandra. -
Non sarà...no, non è possibile.... - rise Desdemona. - Il rubino...Cielo,
Sandra, è il rubino!- La
gemma di cui il principe Olafsen aveva osato omaggiarla a Vienna, montata su di
uno spesso nastro di velluto nero, ora riposava nuovamente sul suo giaciglio di
seta bianca. Entrambe risero al leggere il biglietto. “Se
il tuo amore lascia i segni sul mio cuore, mia granduchessa, temo che il mio
offuschi la perfezione della tua pelle. Nascondi al mondo i sigilli della mia
passione con questo gioiello....lo ricordi? M.L.” -
Moritz von Landau? - chiese Sandra. Desdemona
scosse il capo, indossando il gioiello. Era magnifico. La gemma rossa
contrastava con il fulgore della sua pelle ambrata, ed il trionfo del suo seno,
sensualmente messo in risalto dalla profonda scollatura. -
Moritz di Landor...hai capito, ora? - Sandra
non disse nulla. Sembrava una maledizione. Due
principesse di Walkenstein. E due granduchi di Landor. Ma
questa volta era vero amore, non solo passione. Lo sapeva...lo sentiva. E
l’amore spezza anche le maledizioni più tenaci.
così, siamo
di nuovo su di una carrozza...in viaggio verso un ballo, a Landor. - Moritz le prese una mano, e la baciò con devozione.
Erano così diversi dai due ragazzi che avevano vissuto quella prima esperienza,
ormai lontana sette anni. L’amore
li aveva uniti. -
Cominciasti a baciarmi non appena il conducente partì. - rammentò Desdemona. -
Mi chiesi se fossi matto...e se Lothar ci avrebbe uccisi per questo. - -
Lo ero, matto. Facevo finta con te di essere tranquillo, ma mi chiedevo cosa ne
sarebbe stato di me dopo una simile sciocchezza. Ma non potevo resisterti,
Desdemona. Né in quel momento...né mai. - Lei
sorrise. Il suo abito color lavanda sottolineava la sua fulgida bellezza
bionda, lo splendore madreperlaceo della sua pelle ambrata. -
Sei la donna più bella che abbia mai visto. Desdemona, io sono pazzo di te - -
Ed io di te. Lo sai? Il giorno dopo, andai da Roderick di Saringen e lo
tempestai di domande su di te. Non mi disse nulla, se non che non mi avresti
mai fatto del male...- -
Ed invece te ne ho fatto...non è vero? - -
Non pensiamo più al passato - disse lei - Non stanotte. - - No...non stanotte - le disse lui,
baciandola come l’aveva baciata la prima volta, in una simile, calda notte
estiva di tanti anni prima. Desdemona lo strinse a sé, finalmente in pace con
se stessa. Non lo vedeva più come il rivale di Heinrich, ma solo come l’uomo
che aveva sempre amato...e che le era destinato, qualunque sorpresa la vita
avesse ancora in serbo per loro. Nel disegno dei loro destini, non si erano mai
persi di vista. E, forse, aveva un senso persino l’audace, folle promessa dei
loro genitori, quando avevano fatto fidanzare una bambina di cinque anni all’
“erede di Landor”. Solo
che non si doveva trattare di Lothar...ma di Moritz. Quando
arrivarono a palazzo Norelmeyer, fu tutto curiosamente simile a come era stato allora, solo che Lothar, il bellissimo
Lothar dal grande sorriso, era divenuto un semplice, sbiadito ricordo. -
Desdemona - la accolse David, elegantissimo nella sua uniforme nera - Sei
magnifica. Questo colore ti dona...la vedovanza ti dona - Lei
sorrise, realizzando finalmente quanto fosse orribile suo cugino nel suo aperto
cinismo. Si vide come doveva vederla lui: una bella donna d’alto rango, libera,
un magnifico premio dinastico per un uomo ambizioso come David Norelmeyer. Neanche
morta, si disse. David
studiò il suo accompagnatore. Il misterioso principe norvegese. Pensò
confusamente che avesse una fisionomia familiare. Ma la diversa uniforme, i
capelli più corti, i baffi biondi ben curati, lo portarono brevemente fuori
strada. -
E’ un piacere conoscerla, Altezza. Benvenuto nella nostra dimora. - -
Grazie, colonnello. - replicò compostamente Moritz. David ostentava i gradi di
colonnello, abusivamente assunti da che suo padre era ridivenuto reggente di
Landor. - Ho molto gradito il vostro cortese invito. - Forse
fu la voce. Il modo tranquillo, leggermente arrogante con cui parlava. Ma una
luce si accese in David. Mentre Desdemona ed il suo accompagnatore si
dirigevano verso i suoi genitori, per salutarli, una ridda di strani pensieri
invase il giovane ufficiale. Karla.
Serva a palazzo Olafsen. I suoi capelli biondi. Quest’uomo. Il principe
Olafsen. Così simile...così simile a quel ragazzo morto ormai da quattro anni...quell’umile sottoposto di Lothar, a
cui sua sorella Katerina aveva tenuto tanto...Karla, di nuovo, che era l’amante
di Franz di Walkenstein. Quest’uomo che, presumibilmente, divideva il letto
della sensuale Desdemona. Moritz
von Landau. La
consapevolezza improvvisa di David fece il paio con quella di suo padre, che
poco lontano da loro aveva intensamente osservato la scena. Doveva essere un
unico disegno...quello che aveva portato l’umile Karla, di cui suo figlio gli
aveva recentemente svelato il destino, ed il modesto Moritz dentro e fuori
dalle loro vite...e dentro e fuori Walkenstein. Damian
Norelmeyer non era uno stupido. Era un uomo cinico, privo di scrupoli,
probabilmente psicopatico. Ma non stupido. In
un lampo, comprese la verità. Anche
lui, come suo figlio, rivedeva la sensuale Karla fargli eccitanti giochi
d’amore, mentre lui, come uno stolto, parlava a ruota libera dei suoi omicidi,
e dei suoi intrighi. E di come Cristiana di Landor avesse avuto due gemelli...i
legittimi eredi del granducato. Ammutoliti,
padre e figlio restarono l’uno accanto all’altro, mentre gli invitati ballavano
il valzer. Desdemona rideva, volteggiando tra le braccia del suo principe...e
loro si sentivano morire. Non
avevano mai neppure sospettato l’esistenza di una simile minaccia. -
Padre...cosa facciamo? - sussurrò il figlio, furioso all’idea di come quelle
due sgualdrine, Desdemona e Karla, l’avessero giocato. Ora, retrospettivamente,
comprendeva persino la vera ragione del drammatico svenimento della principessa
a casa loro, a Vienna. E sapeva
perché Karla era divenuta l’amante sua e di suo padre...oltre che di Franz di
Walkenstein. Moritz,
probabilmente, quel Moritz von Landau che lui aveva sempre disprezzato e deriso
per le sue umili origini, era già da anni l’amante di Desdemona. Ecco dove e
con chi si rotolava la sgualdrinella, mentre negava qualunque tenerezza al suo
legittimo fidanzato, Lothar di Landor. I Walkenstein, probabilmente, già da
allora tramavano...per favorire la corsa al trono di quei due bastardi dai
capelli biondi...Moritz e la sua degna sorella. Tutto tornava. Desdemona
sarebbe stata granduchessa di Landor, e Karla principessa di Walkenstein. “Dovranno
passare sul nostro cadavere” si disse David, desiderando con tutto il cuore la
vendetta. La morte di Franz e Moritz, l’umiliazione di Desdemona...il possesso
di Karla. Si
rendeva conto che, in nessun caso, quello poteva essere semplicemente un modo
di dire. Lui e suo padre, ma anche i
loro nemici, si giocavano la vita in quel gioco crudele.
ornando a Walkenstein, Desdemona riposò in carrozza
con il capo sul petto del suo amante, attanagliata suo malgrado dalla paura. Nulla era stato detto, né fatto, quella sera, ma lei
sapeva che loro l’avevano
riconosciuto. L’aveva letto nei loro occhi freddi e crudeli. E
sapeva che, presto, la lotta mortale per Landor sarebbe cominciata. E lei e
Franz, uniti come erano dall’amore per i legittimi eredi del granducato, non
avrebbero potuto non restarne coinvolti. -
Mi spiace - le disse Moritz, leggendole nella mente. - Non sarei dovuto tornare
da te, prima che tutto fosse...risolto. Semplicemente, ancora una volta non ho
resistito al mio istinto. - -
Al contrario. Ti ho accettato proprio perché hai avuto il coraggio di metterti
in gioco con me. Dopo, se tu fossi tornato da me come granduca di Landor, ti
avrei rifiutato. I Walkenstein sono notoriamente molto orgogliosi...ed io non
sono da meno. - -
Lo so. Abbiamo dei nemici mortali, Desdemona. - -
Anche loro, Moritz. Non dimenticare cosa hanno fatto a nostra madre. Franz,
Adelaide ed io avremo la nostra vendetta, non temere. - -
La posta in gioco è molto alta. Vorrei che tu lasciassi il principato...e ti
recassi a Dresda, da tua sorella. Non devi correre rischi. - -
No! - gridò lei, voltandosi a guardarlo. - Come puoi chiedermi questo? Credi
che potrei abbandonarti? - Moritz
non rispose. Sebbene sarebbe stato facile decidere nuovamente per lei, imporle
l’ennesimo allontanamento, sapeva per istinto che, questa volta, una simile
decisione sarebbe stata fatale per il loro rapporto. Lei non avrebbe più avuto
alcuna fiducia in lui. -
Ti prego - gli disse lei, sollevando una mano fino ad accarezzargli le labbra.
- Stavolta, restiamo uniti. Sei la mia forza, Moritz...non mi lasciare di
nuovo. - -
Sì - l’uomo le baciò le dita, sentendo che, d’ora in poi, qualunque decisione
sarebbe stata presa insieme. Per una persona intimamente indipendente come lui,
era un passo difficile, persino doloroso. Ma era il vero prezzo del suo amore,
lo sapeva, ed intendeva pagarlo. Arrivarono
a palazzo e lui la scortò fino al suo appartamento, desiderando che lei, almeno
per quella notte, riposasse da sola, se lo voleva. Desdemona gli mise una mano
sul braccio, fermandolo. -
Andiamo da te, questa notte. Ti prego. - Lui
annuì. Non avevano mai fatto l’amore nelle stanze di Desdemona, quelle che lei,
un tempo, aveva abitato con il marito, e lui rispettava e comprendeva il suo
desiderio. Quella sua semplice scelta era già un forte indizio della natura
fedele, seria della sua donna. Poteva essere sua ovunque, comunque...ma non nel
letto che aveva diviso con Heinrich di Saringen. Peraltro,
lei non voleva restare da sola. Né quella notte, né mai più. Quando
furono nella camera da letto di lui, Desdemona lo zittì con un bacio. - Niente
parole, stanotte. Non pensiamo al passato...e nemmeno al futuro. Stavolta,
dammi davvero solo sesso. - Moritz
sorrise, sapendo bene che non era così. Come le aveva già detto una volta, non
poteva esserci solo sesso tra di loro...ogni loro gesto, anche il più
spregiudicato, parlava d’amore. Un
amore piccante, peraltro, acceso dalla fantasia più sfrenata. Lei,
quella notte, era turbata, e desiderava emozioni forti per contrastare la paura
del futuro. La capiva benissimo. In parte, si sentiva così anche lui, anche se
con la paura aveva sempre convissuto,
sin da che era nato. La
spinse contro una parete, e senza parole le sue mani corsero sotto le sue gonne
di seta color lavanda, cercando l’allacciatura dei mutandoni. Li stracciò con
un unico, deciso gesto, senza nemmeno sfiorarla, e si slacciò i pantaloni. Lei
si aggrappò ai suoi fianchi, ansimando, lasciando che lui la violasse con la
sua virilità tesa, senza alcun preliminare, prendendola con una dolce violenza
accesa dal loro reciproco desiderio, per una volta spoglio di ogni tenerezza. Era
l’amore lussurioso e sfrenato, senza regole, senza concessioni. Era
favoloso.
i ho fatto male? - le chiese dopo che si furono
lasciati scivolare a terra, sullo spesso tappeto persiano color crema. - No - sorrise lei. - E’ stato molto eccitante. Non
l’avevo mai fatto così - Moritz
si sorprese per quella confidenza. Una delle loro principali regole non scritte
era quella dell’assoluto silenzio sulle loro passate esperienze sessuali. Lui
non le aveva mai neppure accennato alle proprie, le quali risalivano
principalmente alla propria estrema giovinezza, e lei mai aveva lasciato trapelare nulla circa la sua vita intima
matrimoniale. Moritz aveva capito che Heinrich era stato un ottimo amante,
esperto e sensibile, e che aveva insegnato moltissimo alla giovane moglie, che
doveva aver molto gradito quell’aspetto della loro vita...ma lo aveva compreso
dalle sue reazioni, dai suoi modi di fare a letto, e non certo dalle sue
parole. Stavolta,
aveva la certezza di essere andato oltre
l’ambito delle sue precedenti esperienze con il marito...e ciò lo riempiva di
soddisfazione. Se così era, lui e Desdemona potevano riservarsi ancora molte
piacevoli ed inedite esperienze. -
Immagino che per una donna essere presa così, senza preliminari, possa essere
un po’...doloroso. Sei...irritata? - -
Sì - lo provocò lei. - E
se alternassimo alla violenza un approccio estremamente tenero e
peccaminoso...ti darebbe fastidio? - -
Affatto - ammise Desdemona, sorridendo. -
Sei disposta ad un nuovo gioco? - -
Certamente. - -
Spogliati. Completamente. E poi...ubbidiscimi. - Lei,
sorridendo, gettò da parte l’indumento intimo stracciato poco prima, e si
slacciò con il suo aiuto l’abbottonatura del sontuoso abito da sera. Moritz le
tolse il corsetto con la massima delicatezza. La dolcezza dei suoi gesti
contrastava in modo eccitante con la violenza lussuriosa di pochi minuti prima. Nuda
su quel meraviglioso tappeto orientale, sembrava un’illustrazione tratta da uno
di quegli eccitanti libri indiani che suo marito le aveva un giorno mostrato a
Parigi. Un invito vivente al sesso come scoperta, come ricerca interiore oltre
che fisica. Sotto lo sguardo morbido di lei, anche l’uomo finì di svestirsi.
Lei adorava vedere i suoi muscoli solidi, la sua corporatura insieme snella e
robusta. Ed adorava toccarlo. Moritz non era bello in modo convenzionale come
lo erano stati Lothar od Heinrich, ma lei l’aveva sempre trovato l’uomo più
eccitante e magnetico che avesse mai conosciuto. La sua semplice presenza, la
sua forza interiore, la facevano vibrare, sentire sorprendentemente viva, fin dalla prima volta che l’aveva
conosciuto. Moritz
si inginocchiò accanto a lei, e le prese le mani, facendole intrecciare
strettamente le dita alle sue. -
Sei pronta? - -
Sì - sorrise lei. -
Io ti toccherò, ora. In determinati posti, per un periodo di tempo determinato.
E poi, vorrò che tu faccia altrettanto...con te stessa. Nello stesso modo, e
per lo stesso tempo. - Desdemona
arrossì. -
Te la senti? - La
donna capì che le stava chiedendo molto. Lui desiderava spiarla
nell’intimità...l’intimità più inviolabile di una donna, quella legata al modo
in cui la stessa viveva la sua solitudine. Se gliel’avesse svelata, non avrebbe
mai avuto altri segreti per lui. Poteva
essere un grande dono d’amore. Moritz staccò le mani da quelle di lei.
Capiva dal suo sguardo che lei era tentata di cedergli, e ciò lo intenerì
profondamente, gli diede per intero la misura del suo amore. Con
due dita, pollice ed indice, strofinò dolcemente la punta del suo seno destro.
Mentre la dolce, sinuosa carezza continuava, lei si stava eccitando. E temeva
quello che sarebbe venuto. La
lasciò dopo alcuni minuti. Poi, le prese la mano destra e la portò dolcemente
sul suo seno sinistro. La invitò con lo sguardo ad imitarlo...da sola. Deglutendo,
Desdemona cominciò ad accarezzarsi, come aveva fatto lui. Il suo imbarazzo si
infranse sotto il suo sguardo caldo, appassionato. Cominciò a godere di
quell’esperienza insolita. Sapeva che gli stava offrendo uno spettacolo
genuinamente erotico, erotico quanti pochi altri. Ed assolutamente segreto. Ciò la riempiva di orgogliosa
soddisfazione, rendeva ancora più sensuali e disinvolti i suoi gesti. Non
le permise di smettere prima che il termine pattuito fosse trascorso. Eccitata,
lei si morse le labbra. Sapeva bene cosa sarebbe arrivato, ora. E lo desiderava. Moritz
la fece sedere di fronte a sé, le ginocchia sollevate, dolcemente socchiuse.
Sorridendole in modo crudele, gliele schiuse. -
Te la senti? - le ripeté, sapendo di dover comunque rispettare le sue
decisioni. -
Sì - disse lei, mordendosi le labbra, mentre lui, con un dito, le accarezzava
con dolcezza, con insistente, tenace, tenerezza, assolutamente nel modo giusto, il centro del suo piacere. Una
volta, Heinrich le aveva detto che pochissimi uomini sapevano farlo bene, anche
se era in assoluto la tenerezza più desiderata e gradita dalle donne. Moritz
lo sapeva fare divinamente, e lei lo aveva saputo per istinto fin dalla prima
volta che l’aveva toccata, anni ed anni prima. Poco
prima che lei godesse, si fermò. La fissò con un mezzo sorriso. Moriva dalla
voglia di avere da lei quella prova di fiducia. Desdemona
si appoggiò alla parete, lasciando cadere il capo all’indietro. Ritornò con il
pensiero a quella loro prima notte insieme, di molti anni prima, quando lui era
scivolato nella sua camera e nel suo letto. Le sue parole di allora, prima di
farla godere per la prima volta nella sua vita, erano state che quello che
stava mostrandole era una specie di dono...fatto per lei, per colmare la sua
futura solitudine. E lei era così che l’aveva interpretato. Ed
ora si trattava di restituirgli quel regalo. In fondo, anche se non era stato
lui a privarla della verginità, era con Moritz che era innegabilmente
cominciata la sua vita di donna. Lasciò
scivolare la mano tra le proprie cosce, gli occhi chiusi, certa del suo sguardo
su di lei, della sua calda eccitazione che stava crescendo. Gli stava donando
un momento nel quale le donne, solitamente, non hanno bisogno di nulla e di
nessuno...oltre che di loro stesse. Dividerlo con lui, con il suo sguardo
avido, istintivamente curioso, era una prova di forza ed insieme di voluta
debolezza. Moritz
spiò le sue emozioni sul suo volto, capì che non stava fingendo, per
compiacerlo. Lei stava davvero cercando il proprio piacere, a suo modo, quel
modo segreto che appartiene a ciascuna donna, e quando lo trovò, vide che era
autentico come i suoi gesti, tanto autentico quanto quello che poteva
procurarle lui affondando dentro di lei. Quando
lei riaprì gli occhi, vide che lui sorrideva. Sorrise anche lei, sentendosi
sorprendentemente libera. Le donne sono molto più gelose dei propri segreti
sessuali di quanto lo siano gli uomini, lo sapeva bene, per esperienza, e se
era naturale per un uomo chiedere la mano o la bocca della compagna per
giungere al piacere, o fare da sé sotto gli occhi di lei, eccitandosi per la
curiosità di lei, non lo era affatto per una donna. Ma
lei aveva superato quella barriera, quella notte. Guardandolo,
vide che era eccitato, pronto. Lei l’aveva portato con la sua disponibilità
all’estremo. Gliene derivò un’emozione di grande potere. Intrecciò le gambe
alle sue, stringendogli i fianchi tra le cosce, e lo aiutò con una mano a
penetrarla di nuovo, ed entrambi gemettero per l’intensità di quel nuovo
contatto. Ancora
una volta, la realtà minacciosa delle loro vite restava lontana.
el cuore della notte, nel silenzio di quell’estate
di sentimenti e passione, Moritz restò a lungo sveglio, accanto alla sua donna,
osservandone il sonno tranquillo. Poteva senza alcuna fatica ritornare indietro con la
memoria, fino a momenti ormai lontanissimi. Poteva risentire il calore, il
sapore del loro primo bacio. Esattamente
come era stato...quello che aveva provato, stringendola a sé per la prima volta
come fa un uomo con una donna. E poteva ricordare con altrettanta, accecante
chiarezza la prima volta che avevano fatto l’amore, nel tempietto greco. Come
l’aveva sentita tendersi tra le sue braccia, per la sorpresa e l’emozione,
mentre lo stringeva temendo di perderlo ancora. Desdemona
gli aveva cambiato la vita, fin dall’inizio, da quando gli era apparsa correndo
nella notte, vestita di tulle celeste, i capelli sciolti sulle spalle,
l’espressione un po’ delusa, dapprima, perché lui non era Lothar. La
rivedeva in mille immagini. La notte in cui Lothar era entrato nella sua
stanza, e lei con lo sguardo aveva cercato Moritz, come a volerne essere
rassicurata. La sua fierezza, allora, che aveva piegato il gioco superficiale
di Lothar. E
la rivedeva nuda sotto la vestaglia consunta di velluto blu, così giovane ed
insieme donna, mentre lui faticava a sottrarsi alla morbida stretta delle sue
braccia. E poi ancora, furiosa ed addolorata quando gli aveva rinfacciato il
suo tradimento. Sensuale, bellissima, insicura, quando si era lanciata con lui
giù dalla cascata. Meravigliosa, sempre. Come
aveva potuto coinvolgerla in quel tremendo pasticcio che era sempre stata la
sua vita? Perché non l’aveva lasciata andare per la sua strada...ignorandola? Perché
la sua strada è la mia, si rispose,
nella notte, accarezzandole dolcemente i capelli mentre lei dormiva tranquilla.
Ed io senza di lei non sono niente.
Non ho ambizioni che valgano davvero, oltre quella di essere suo. Prima
di conoscerla, era stato guidato da un’unica ossessione: riavere ciò che
riteneva suo, a qualunque costo. Seppure non lucidamente, aveva sempre saputo
dentro di sé che un vero sovrano deve anteporre a tutto il senso di
responsabilità nei confronti del proprio popolo e, nei limiti di quanto era
stato possibile, l’aveva fatto. Aveva cercato di influenzare Lothar per il bene
di Landor, aveva tentato di contrastare il malefico influsso di Norelmeyer e la
naturale indolenza del fratello. Ma non aveva ottenuto molto, era stato troppo
giovane, e troppo inesperto. Ora,
invece, la chance di far finalmente bene era alla sua portata. Lei gli avrebbe
mostrato la strada. Desdemona non lo avrebbe deluso, ne era certo. Ora,
spettava a lui non deludere lei, di
nuovo. Lei
aprì gli occhi, sotto il suo sguardo intento, e gli sorrise. -
E’ presto. Sei già sveglio? - -
Sì. Stavo pensando a te - Desdemona
si tirò su, coprendosi con il lenzuolo e passandosi una mano tra i capelli. -
Non riesci a dormire? - -
Io devo di nuovo lasciarti...la guerra è cominciata, Desdemona. La guerra con i
Norelmeyer. E devo prepararmi. Di nuovo, come il soldato che sono sempre stato.
- La fissò, fino in fondo agli occhi, e lei annegò come sempre nel suo terso
sguardo dorato. - Ma lo farò solo se tu
lo vorrai. - Desdemona
rimase qualche istante in silenzio, riflettendo. Lasciarlo di nuovo andare
lontano le sembrava inaccettabile. Non dopo quel breve, meraviglioso periodo
finalmente trascorso insieme. Ma
lei lo amava troppo per trattenerlo, se quello era il suo destino. -
Moritz...vai, e combattili. Prenditi la tua rivincita, ed anche la tua
vendetta. Io saprò aspettarti, te lo giuro. - Moritz
la strinse a sé. - Ed io ti giuro che non te ne pentirai, questa volta - Lei
chiuse gli occhi, stretta tra le sue braccia, cercando di soffocare la paura. La
battaglia finale stava per iniziare. Settembre,
1858.
l ritorno di Franz a Walkenstein coincise per
Desdemona con una serie di eventi di difficile lettura. Dopo molte settimane, aveva finalmente avuto notizie
da Moritz. Quando lui, in quell’alba di fine luglio, l’aveva lasciata, l’aveva
avvisata che, per la sua stessa sicurezza, non avrebbe potuto contattarla,
forse per molto tempo. Desdemona non conosceva che una minima parte dei suoi
piani. Sapeva che si sarebbe in qualche modo accampato con i suoi uomini in una
zona collinosa appartenente alla Cecoslovacchia non lontana da Landor, in
attesa di sviluppi. Pertanto, non si era offesa per il suo silenzio. I dubbi, a
questo punto, erano semplicemente superflui. L’aveva
quindi sorpresa ricevere, per mezzo di un biglietto misteriosamente
recapitatole con il vassoio della colazione, un suo breve appunto, non firmato. “I
venditori di birra sono a Hochenau. Conosci la collina rossa?” Hochenau
era una località sul confine cecoslovacco, nota per il suo terreno argilloso.
La birra, “bier” in tedesco, era l’anagramma di Rieb, il luogotenente norvegese
di Moritz. Per quel che poteva intuire, la “collina rossa” faceva riferimento
ad una serie di grotte naturali scavate nell’argilla, dove anticamente i
pastori dimoravano durante l’estate, ora abbandonate. Si
chiese se Moritz volesse solo rassicurarla, oppure invitarla a raggiungerlo,
anche solo per una breve visita. Non era lontano...solo qualche ora a cavallo. Non
resistette alla tentazione. Quasi
pianse dalla frustrazione quando, proprio al momento della sua partenza, da
sola, senza aver lasciato che qualche riga di suo pugno a Sandra per
risparmiarle altri patemi d’animo, arrivò Franz. Non
che non desiderasse rivedere il fratello...ma in quel momento aveva altro in
mente. E nemmeno lui pareva particolarmente sereno. -
Non chiedermi dove vado...ti dirò tutto al mio ritorno - gli sussurrò, mentre
si incrociavano nelle scuderie. -
Dobbiamo parlare, Desdemona - le disse lui, dopo averla stretta in un lungo
abbraccio. - Stanno succedendo cose stranissime, a Berlino...sai di Karla? - -
Sì...e tu di Moritz? - -
Qualcosa. E’ da lui che stai andando? - -
Sì. Ma tornerò domani, al più tardi. Ed allora parleremo. - Con
suo grande sollievo, Franz la lasciò partire. Lei capì dal suo sguardo
tormentato che anche lui soffriva a causa di quell’intricata situazione
dinastica dei loro amanti, che minacciava di travolgerli. Ma ormai era troppo
tardi. Era sempre stato troppo tardi.
Soffocò
l’inquietudine, ed ignorò un improvviso buco allo stomaco causato probabilmente
dalla colazione buttata giù troppo in fretta. Le miglia correvano veloci sotto
gli zoccoli del suo allenato cavallo. Era vestita modestamente, con i capelli
raccolti sotto un brutto cappello nero, e si sentiva protetta per via di una
piccola pistola dall’impugnatura d’argento nascosta nella tasca dell’abito
scuro da amazzone. Con un po’ di fortuna, nessuno l’avrebbe riconosciuta. Le
vennero in mente le parole di un suo antico istitutore... “non è così che si comportano due giovani principesse”...già, lei ed
Adelaide non dovevano aver appreso troppo bene quella particolare lezione. Arrivò
al falso piano che conduceva alle grotte nel tardo pomeriggio, così tardo che
per un certo periodo aveva temuto di doversi cercare una locanda dove
trascorrere la notte. Poi, il suo sguardo attento colse tra i rami ingialliti
di un castagno il riflesso di una canna di fucile. Senza alcun timore, capì di
essere giunta a destinazione. Avanzò
ancora, piano, per essere ben certa che le sentinelle di Moritz capissero che
non era una presenza ostile. Poi, si fermò in mezzo al sentiero, di fronte al
sontuoso spettacolo del piccolo altopiano circondato da alte colline, immerso
nella luce gloriosa di un sole morente, e si tolse il cappello, lasciando che i
suoi lunghi capelli biondi le scivolassero sulla schiena. Dopo
un istante, due uomini a cavallo si materializzarono fuori da una macchia verde
e la accostarono. -
Sua Altezza vuole seguirci? - le chiese uno dei due, con un forte accento
straniero e con una certa altera cortesia. Desdemona
chinò graziosamente il capo, e lasciò che i due la precedessero per una stretta
mulattiera che tagliava il fianco della montagna ad ovest, verso la notte. Dopo
un lungo percorso nella luce morente del sole, tra le colline rossastre e
disabitate, arrivarono alle luci di un piccolo accampamento, invisibile da
valle. Quei modesti rilievi anticipavano di pochi chilometri la maestà delle
Alpi, ma l’altitudine già notevole raffreddava l’aria e dava uno spiccato
sentore alpino al paesaggio. Desdemona
capì che gli uomini del contingente di Moritz dimoravano nelle grotte, un tempo
dimora dei pastori della zona. Solo per la sera, venivano accesi all’aperto
alcuni fuochi per la cena. Di giorno, il sito risultava apparentemente
inabitato, deserto. Era un magnifico nascondiglio. Mentre
smontava di cavallo, vide finalmente Moritz venirle incontro. Indossava i
pantaloni della sua uniforme verde e nera, ed una semplice camicia bianca, e
portava di nuovo i capelli biondissimi, nel mentre ricresciuti, un po’ lunghi
sul collo. Si era rasato i baffi, ed era il suo Moritz di un tempo. Le vennero
le lacrime agli occhi, senza apparente ragione. Senza
badare ai suoi uomini, lui la strinse in un fortissimo, interminabile
abbraccio. Lei nascose le sue lacrime contro il cotone ruvido della sua
camicia, chiudendo gli occhi, ed aspirando il suo indimenticato profumo. -
Vieni - le mormorò, stringendola a sé con un braccio intorno alle spalle, con
fare possessivo. - E’ meraviglioso averti qui. Non resistevo più dal desiderio
di vederti. - Qualcuno
prese il cavallo di lei, e lei si lasciò condurre in una delle grotte, il volto
serrato contro la sua spalla, non fidandosi abbastanza del proprio
autocontrollo per parlare. Era
sorprendentemente accogliente. Alcuni tappeti, dei candelabri dalle candele
accese, davano un tocco sontuoso, barbarico ma lussuoso, all’ambiente rupestre.
Un fuoco ardeva, ed il fumo si disperdeva all’esterno grazie ad un piccolo
camino ricavato nella pietra dall’antico lavoro dei pastori. Quando
furono soli, lei sollevò il suo volto inondato di lacrime. Era la prima volta
che la vedeva davvero piangere. -
Perché...amore mio, perché queste lacrime? - Desdemona
scosse il capo, incapace di parlare, la gola soffocata da un’emozione che non
sapeva spiegarsi. -
Mi dispiace. Che tu debba essere qui...è solo una grotta. E’ indegna di te. -
ammise lui, sconfortato. -
Non è questo - rispose lei con voce malferma. - E’ che mi sei mancato così
tanto. L’emozione di riaverti vicino...mi sta sovrastando. Io ti amo troppo, Moritz. - Il
candore della sua confessione lo commosse. Che una donna forte come lei lo
amasse al punto da perdersi in quel sentimento lo sconvolgeva. Perché riaverla
con sé, in quel luogo, in quel momento, era anche per lui una gioia quasi
insopportabile. Fece
quello che non aveva osato fare prima, per amor suo, davanti agli altri. La
strinse a sé e la baciò perdutamente, incapace di fermarsi. Era sua come l’aria che respirava, ed il
cibo di cui si nutriva. Lei era un suo diritto,
l’unico che legittimamente possedesse. La
selvaggia bellezza di quel luogo andò alla testa di entrambi. A Desdemona
sembrò di non aver davvero mai amato, mai posseduto
davvero un uomo prima di quell’istante. Come se entrambi fossero tornati
indietro nel tempo, od inesorabilmente avanti, in un luogo ed in un istante
diversi dalla realtà. Quella notte, sarebbero andati dove pochi essere umani
giungevano...e questo li avrebbe cambiati per sempre. Avrebbero davvero
conosciuto il possesso totale, anima e corpo. -
Sei tornato quello di prima. Il Moritz che ho sempre voluto per me - gli
sussurrò lei, mentre, incapaci di fermarsi, si strappavano gli abiti di dosso. -
Anche tu sei cambiata - le mormorò l’uomo, chiudendole i seni più morbidi, più
sensuali che mai tra le mani, e sfiorandole i fianchi, serrandole infine le
dita dietro la schiena in una lunga carezza. - Sei solo ed esclusivamente mia, adesso - Lei
annuì, gli occhi chiusi, mentre affondavano entrambi nella stretta branda
cigolante che lui utilizzava come giaciglio. Quello che stava avvenendo tra di
loro forgiava catene che non si sarebbero mai spezzate, lo sapevano entrambi,
quale che sarebbe stato il loro destino. Nessuno
dei due riuscì a dormire, dopo. Le voci nell’accampamento andavano perdendo
d’intensità, il silenzio della notte e la montagna scura sopra di loro si
imponevano nell’oscurità. Rimasero a lungo in silenzio, stretti l’uno all’altro
come naufraghi su di un’unica, stretta zattera, in un mare di emozioni, tutte
difficili da decifrare. D’un
tratto, Desdemona si sollevò a sedere. Il buco allo stomaco che provava fin da
quel mattino si era ingigantito, ed ormai era impossibile da ignorare. Una
nausea profonda la invase, le portò un fiotto di bile alla bocca, e la
costrinse a saltar fuori dalla branda, correndo verso il catino di porcellana
poco distante. Moritz
le fu subito accanto, e le trattenne con una mano la fronte mentre lei,
disperatamente, soccombeva ai conati, sebbene avesse lo stomaco praticamente
vuoto. Mentre
si tamponava la faccia arrossata con dell’acqua fresca, lei incurvò le spalle,
vergognandosi di quell’istante di insopprimibile debolezza. -
Mi dispiace... - sussurrò. - Non mi capita mai...di star male così. Oggi, poi,
ho mangiato pochissimo. Non capisco...cosa mi sia successo. - Lui
la coprì con la sua vestaglia, e la riportò sulla branda, stringendola
affettuosamente a sé. - Puoi perdonarmi, amore mio? - le disse, accarezzandole
una guancia. - Ti ho fatto venire fin qui...in questo posto dimenticato da
Dio...e, come se non bastasse, ti sono saltato addosso senza alcun riguardo. Ti
farò portare del brodo caldo, ora, e del pane. Ti rimetterai presto, vedrai. - -
Non ho fame - gli disse lei. - Davvero, avevo mal di stomaco, oggi, ma ora va
meglio. Solo, non desidero mangiare. Non so cosa mi sia capitato - ripeté
sconsolata, godendo del suo abbraccio caldo, meraviglioso. - Stringimi ancora,
ti prego...non mi lasciare - Moritz
l’aiutò ad indossare la sua camicia, e le rimboccò bene le coperte, stendendosi
accanto a lei per avvolgerla nella sua stretta. Le notti di settembre, lì in
montagna, potevano divenire molto fredde. -
E’ tornato Franz, da Berlino. Stamattina - gli disse lei, nel buio, dopo
essersi in parte ripresa dal suo momentaneo malessere. - Non mi sembrava
particolarmente tranquillo. Hai novità? Quasi non siamo riusciti a parlare - -
Nessuna buona. Bismarck continua il suo doppio gioco con i Norelmeyer. Ma
l’autorizzazione ad attaccare Landor in armi non arriva, anche se mi è stato
concesso di far arrivare dei rinforzi dalla capitale. Saranno qui la prossima
settimana. - -
Rischi che ti venda a loro....lo sai? - -
Sì. Berlino non sa con precisione dove mi nascondo, e l’appuntamento con le
truppe prussiane è in una vasta radura a valle...lontana da qui. Ma hai
ragione, non mi fido affatto delle loro promesse. Solo dei miei uomini ho piena
fiducia - -
D’altra parte, sarebbe altrettanto rischioso cercare di fare il doppio gioco
anche con Vienna. - -
Non credere che non ci abbia pensato - ammise lui, che con lei era sempre stato
onesto. - E ci ho rinunciato... non certo per lealtà, ma solo perché Landor,
quando sarà nostro, dovrà essere indipendente. Da tutto e tutti. Non devo più
nulla a nessuno, a questo punto. Devo solo tutto...a te - Lei
si sentì invadere dalla gioia per la verità profonda, condivisa di quelle
parole. Lo rivide ragazzo, freddo e distante...ferito da un passato difficile.
Si rivide toccarlo su di un braccio, in quel loro primo, indimenticabile
incontro, risentì la sua ritrosia, che era null’altro che paura...paura di un coinvolgimento emotivo, umano, troppo
profondo...mai provato prima. Quella
era stata la vera battaglia che il suo amore aveva saputo vincere. -
Mi hai accettato, Desdemona, ed io sono rinato nel tuo sguardo affettuoso,
pieno di calore umano - le spiegò, semplicemente. - Forse, sono proprio nato, quella sera, sotto i tuoi occhi.
Come uomo. Come persona. - -
Io sono nata per appartenerti, per risarcirti
- gli rispose lei. -
Per riparare ai torti da te subiti per colpa delle sconsiderate azioni di mia
madre...e di tuo padre. - -
Sono preoccupato per te - le confidò, commosso. - Per la tua salute,
innanzitutto. Sei certa di star meglio? - -
Sì - mentì lei, che ancora aveva lo stomaco in subbuglio. - Vorrei
sempre che lasciassi Walkenstein. Sei in pericolo. Tutti quelli che amano me e
mia sorella lo sono - -
Al diavolo i Norelmeyer! - esclamò lei. - Ce la pagheranno, Moritz. Né io, né
Franz ci piegheremo - -
Lo so. E’ questo che spaventa Karla e me - Desdemona
non rispose. Non poteva far svanire le sue insicurezze, ma poteva rassicurarlo
circa il suo amore. Pienamente fiduciosa, si addormentò sul suo petto.
i rivestì in fretta alla luce del sole, che
penetrava dall’ingresso della grotta. Il mattino stava già portando ad un lento
risveglio dell’accampamento, e lei pensò, suo malgrado, al suo stomaco vuoto
dal mezzogiorno del giorno prima. Sospirando ed allacciandosi il corpetto, si
disse che - malgrado il lieve malessere di quella notte - avrebbe ben
volentieri messo qualcosa sotto i denti. A dire il vero, era famelica. -
Desdemona - si svegliò Moritz, guardandola con infinito piacere mentre lei si
rivestiva con grazia, i lunghissimi ricci dorati ancora sciolti sulle spalle. -
Faccio portare subito la colazione. Da che sei qui non hai ancora mangiato
nulla. Ora stai meglio? - Lei
annuì, e lo baciò su di una guancia. - L’amante perfetto sa leggere nella mente
della sua amata - gli disse, sorridendo. - Muoio di fame. E sto decisamente
meglio...ma sicuramente sverrò, se non mi nutri al più presto. - -
Ti nutrirò subito - le disse lui, prendendole la bocca in un lunghissimo,
tenerissimo bacio. - Ma non prima che tu mi abbia detto che mi ami - Lei
lo guardò con serietà, accoccolata accanto a lui sulla stretta branda. - Ho
avuto un marito e l’ho amato, con tutto il cuore...ma, che Dio mi perdoni, non
ho mai provato per Heinrich quello che provo
per te - Moritz
conosceva la sua donna abbastanza per sapere quanto fosse importante quanto lei
aveva appena detto. Il senso di irrazionale, virile trionfo che provò lo
ricompensò di tutte le delusioni, di tutti i patimenti provati quando lei era
stata irraggiungibile...appartenendo come apparteneva ad un altro uomo. -
Sposiamoci, Desdemona. - le disse - Ora, subito. Sarai la principessa
Olafsen...questo titolo mi appartiene legittimamente, e ti
proteggerà...qualunque cosa accada - Lei
scosse il capo. - No. Mi è stato promesso fin dall’infanzia, e lo sai. Io sarò
la prossima granduchessa di Landor - -
Potrebbe non succedere mai. - -
Sarà così...o non sarà affatto. Nessuno può toglierti ciò che è tuo...non lo
capisci? Tutta la tua vita lo prova. Landor non avrà mai un sovrano migliore di
te. - -
Continuo a pensare che sarebbe meglio sposarci subito. - Desdemona
gli sorrise. - Hai paura che un altro mi porti di nuovo via da te? - -
Non posso perderti. - -
Non mi perderai. - Come evocato dai loro discorsi, apparve l’attendente di
Moritz con il vassoio della colazione. Senza neppure lasciar indugiare il suo
sguardo sulla giovane donna ancora sommariamente vestita, l’uomo posò il
vassoio, sbatté i tacchi, e si allontanò. Desdemona
scoppiò a ridere. - Adesso so cosa
significa fare l’amante. Chissà cosa pensa. La principessa di Walkenstein che
divide il tuo letto, in una grotta... - -
Può solo pensare che io sia l’uomo più fortunato del mondo. E’ così che mi
sento. - Desdemona
si infilò robuste calze di cotone, adattissime per cavalcare, e poi si avventò
sulla colazione con un impeto che lui non le aveva mai visto. - Intendo fare di
testa mia, ti avverto - gli disse, tra un boccone e l’altro dell’ottimo pane
appena cotto sulla pietra rovente. - Andrò a Berlino, rivedrò Karla...e mi
muoverò in modo da scoprire cosa bolle in pentola. Non ti lascerò solo in
quest’impresa, Moritz. Ti giuro che nessuno ti giocherà brutti scherzi. O dovrà
vedersela con i Walkenstein - -
Credo di non poterti fermarti...vero? - -
Sei sempre stato un uomo estremamente perspicace,
Moritz von Landau - gli disse lei. Dopo aver bevuto il forte caffè servito in
una cuccuma di peltro, gli si avvicinò. -
Ho messo le calze, amor mio...e sono anche vestita. Sono pronta per tornare a
casa - -
Ma... - le chiese lui, sorridendo. -
Ma la biancheria intima l’ho lasciata tra le tue coperte - sussurrò lei, con
estrema soddisfazione, mentre gli imprigionava i fianchi tra le sue cosce tese. IX
ornando a casa, Desdemona cercò subito suo fratello.
Lo trovò nel suo studio, intento a lavorare, come sempre. Franz sembrava
sorprendentemente maturato, in quella lunga estate, ed aveva uno sguardo serio
e deciso che mai gli aveva visto. Era più duro, determinato. Desdemona si disse
che doveva essere l’effetto di aver ritrovato Karla. Ormai, non c’erano più
incertezze, nella sua vita, come non ce n’erano in quella di Desdemona. Amava
Karla, e sarebbe stato accanto a lei. A qualunque costo. Si
abbracciarono. Lei si scusò per il suo abbigliamento dimesso, e per la polvere
che aveva raccolto durante la lunga cavalcata di ritorno dalle colline. -
Non sapevo di te e Moritz...non fino a che Karla me ne ha parlato. Sembra che
sia un sentimento...antico. - -
Lo è - spiegò lei, serenamente. - Ho conosciuto Moritz all’età di sedici anni.
Lo ricordavo solo come il compagno di giochi di Lothar, il povero orfanello
mantenuto per compassione accanto al potente principe che era il mio fidanzato.
Dopo un fugace incontro, l’ho nuovamente rivisto tre anni dopo...e nulla è più
stato come prima. Ho gettato alle ortiche il mio amore per Lothar, quello che credevo fosse amore, e soprattutto la
mia fedeltà. - -
Eppure...è stato Lothar a lasciarti per un’altra donna. E tu hai sposato Heinrich - -
Lothar si è di fatto limitato a prendere atto della mia invincibile freddezza.
E non perché sapessi di essere sua sorella...ciò è avvenuto dopo. Ma solo
perché amavo un altro uomo. Amavo Moritz. - -
Continuo a non capire perché...oh, Dio - la luce si fece in Franz. - Tu avevi
avuto la notizia della morte di
Moritz. E Lothar aveva sposato Tatiana. E’ stato allora che hai sposato
Heinrich. Ricordo le tue lacrime alle nozze. Ti credevo felice, nonostante tutto. - -
Lo ero. - Desdemona sospirò, ed accarezzò la mano del fratello. - Moritz era
perduto per sempre. Inoltre, mi era stato detto che era l’amante di Katerina
Norelmeyer. Non era vero, ma allora non potevo saperlo. Atroce dolore, orgoglio
ferito...non volevo più soffrire così. Devi credermi, non ho usato Heinrich. Gli volevo bene davvero,
gliene avevo sempre voluto. L’ho amato come non avrei potuto amare nessun altro
uomo al mondo...nessun altro tranne uno. - -
Moritz. - comprese il principe. -
Sì. Sono stata una moglie felice e fedele, in tutto e per tutto. Ed ho
atrocemente sofferto per la morte di mio marito. Era un uomo meraviglioso, lo
sai bene. - -
Poi, Moritz è tornato. - -
Sì. Aveva tentato un primo avvicinamento già a Vienna, la scorsa primavera,
come principe Olafsen. Ma il mio orgoglio, forse una sua mancanza di coraggio,
hanno cospirato per allontanarci di nuovo. Non sarebbe stato facile, lui lo
sapeva. Per ragioni diverse, eravamo entrambi profondamente feriti. - -
Lui non sapeva che lo avevi creduto infedele. Deve avertene voluto...per le tue
nozze. - -
Sì...credo di sì. Io non credetti ai miei occhi quando lo rividi qui a
Walkenstein, a giugno. Fu molto difficile, all’inizio. Lo detestavo. Lo
desideravo. Era l’uomo che avevo sempre voluto...ma mi aveva causato troppo
sofferenza. Avevo una paura folle. - -
So bene cosa vuoi dire. Non credere che io non serbassi rancore a Karla. In un
certo senso, gliene serbo ancora. - -
E’ stato esattamente così. Poi, ci siamo avvicinati. Allontanarci di
nuovo...non era possibile. Semplicemente, non era possibile. - -
Lo so. Siamo finiti in un bel ginepraio, Desdemona. Dovremo schierarci. - -
Franz...siamo già schierati. Io
parto. Vado a Berlino. Farò tutto il possibile per aiutare Moritz e Karla...e
per restituire ai Norelmeyer almeno un po’ del male che ci hanno procurato. - -
Mi dispiace per zia Margaretha. Era la sorella di nostra madre - osservò Franz. Gli
occhi scuri di Desdemona erano insondabili, implacabili, quando infine rispose.
Lei non poteva saperlo, ma possedeva, in quell’istante, la stessa spietatezza
di sua madre, la stessa forza cinica di leonessa priva di scrupoli, ferita ma
mai doma. -
Anche lei ha fatto la sua scelta, Franz...tanto tempo fa. - Scelte... Franz
osservò Desdemona che si allontanava, bellissima e decisa. Karla non era meno
determinata...e tanto meno Adelaide. Famiglia di donne forti, i Walkenstein -
Estembourg. Lui
non sarebbe stato da meno delle sue donne.
rincipessa...non so proprio come dirvelo. La notizia
che sto per darvi...è tremenda. - Impallidendo suo malgrado, nonostante il ferreo
autocontrollo che si era imposta da che era entrata nello studio del medico di
corte, Desdemona fissò l’anziano dottore. - Avanti, dottor Sylke...parlate. So
di stare male...altrimenti non sarei venuta da voi. E’...tisi? - Il
medico non rispose. Desdemona ansimò, sempre più spaventata dal silenzio del
medico. - O
qualche altra...qualche altra brutta malattia? Mortale, forse...- Ecco,
l’aveva detto. Era il suo più profondo timore, venuto ad abitare la sua mente
da alcune settimane, da quando, ancor prima di quella notte nelle grotte, aveva
cominciato a soffrire di vari, inesplicabili malesseri. Nessuno, attorno a lei,
era giunto a tarda età. Tutti coloro che aveva conosciuto ed amato, tranne il
povero Roderick di Saringen, erano morti tragicamente in età ancor giovane, e
questo semplice fatto non poteva non suggestionarla. Quando nausee, mal di
testa feroci, debolezza estrema e sonnolenza avevano cominciato a manifestarsi,
aveva cominciato a temere il peggio. C’era quella vecchia frase...come diceva?
Ah, sì... “i brutti pensieri, come corvi, possono volteggiare sulla tua
casa...ma non far sì che vi nidifichino”. Beh, di recente i corvi si erano
stabiliti armi e bagagli nella sua mente, e non volevano andar via. Sembrava il
giusto contrappasso alla felicità che aveva provato con Moritz. Ora che l’aveva
finalmente ritrovato, forse era destinata a perderlo. Per sempre. Il
medico arrossì. - Principessa...signora di Saringen...da quanti mesi siete
vedova? - La
domanda stupì Desdemona, ma nemmeno troppo, in quel momento di estrema
tensione. - Da quasi un anno. Sylke, dannazione, parlate! Datemi questa notizia
tremenda, e non indugiate ancora! - gridò, esasperata. - Oh, oh, lo sapevo.. - gemette l’anziano
dottore. - E’ orribile. Orribile - -
Sylke! - urlò Desdemona, prossima a mettergli le mani addosso per
l’esasperazione. -
E’ spaventoso. - ripeté il medico. - Non so come dirverlo. - -
Sto morendo? - chiese lei, pallidissima. -
No...che dite. Peggio. Molto peggio. Siete
incinta - Desdemona
non ascoltò più il medico. Sentiva che stava parlando di date, di mesi, di
leggi...di presunzioni di paternità...ma non oltre il terzo mese dalla morte
del marito, altrimenti è lo scandalo, la vergogna, soprattutto per voi, una
principessa di stirpe sovrana, come lo direte, che farete, non devono
saperlo... Stava
sorridendo. Il
medico parlava, parlava, sempre più imbarazzato, e lei rideva, sempre più
forte. Incinta. Aspettava un figlio. Il figlio di Moritz. Dio esisteva. Questa
volta ne aveva la prova. Dio era buono e generoso, ed aveva avuto pietà di lei.
Ed ora le faceva il regalo più grande. -
Naturalmente, principessa, ho già pensato al da farsi. Conosco un medico, un
confratello praghese, abilissimo in questo genere di faccende...siamo già
piuttosto avanti, purtroppo, mi pare già alla fine del terzo mese, ma possiamo ancora intervenire. Con un
aborto, intendo...- Desdemona
lo prese per la collottola. - Badate a voi, Sylke. E non ripetete mai più una
cosa del genere, od io vi uccido.
Nessuno toccherà il mio bambino. Per Dio, guai a chi vi si volesse provare. - Uscì
come una furia dallo studio, ma non prima di aver lanciato un’occhiata
sprezzante al pover’uomo, ancora incredulo. - Siete uno sciocco, ed un bigotto,
Sylke. Non vi licenzio solo per rispetto del vostro lungo servizio a corte. Ma
guardatevi bene dal mettere ancora le mani addosso a me, od a qualcuno della
mia famiglia. - Corse
per i corridoi, con il cuore che le batteva forte forte in petto. Poi,
si fermò. Dannazione, era così arrabbiata con quello stupido medico che non gli
aveva nemmeno chiesto cosa dovesse fare per il bene del suo bimbo, che cibi
mangiare, che accortezze seguire. Di sicuro, non doveva strapazzarsi più....e
niente passeggiate a cavallo, lo sapeva da sé. Anche
se questo la privava dell’immane piacere di dare subito la meravigliosa notizia
a Moritz. Il cuore le scoppiava dalla gioia. Non si era mai sentita così, in
vita sua. Le sembrava di rinascere in quel momento. A
Berlino, si disse. A Berlino lotterò per il mio amore, per il padre di mio
figlio, e mi troverò il migliore dei medici, ed il più discreto. Anche se so
già che porterò il pancione per lui con lo stesso orgoglio di chi ostenta una
medaglia...ed al diavolo il resto del mondo!
andra, di cattivo umore, aspettava con pazienza che
Desdemona finisse... nella latrina di quell’ennesima, umile locanda. Le rare
soste che la principessa si concedeva durante quella folle tirata in carrozza
fin verso Berlino finivano sempre così...con lei che vomitava l’anima in
qualche orribile ritirata. Quando
Desdemona tornò in carrozza, il colorito terreo e gli occhi cerchiati di rosso,
Sandra sbuffò. -
Bel modo di badare alla tua salute! - la sgridò. - Dovevi restare a
Walkenstein, coccolata e riverita. Al bambino non fa bene questa sfaticata...e
neppure a te. - -
Lo so. E’ il pensiero che più mi angoscia - confessò Desdemona. - Ma devo
pensare al futuro. Devo andare a Berlino, e parlare con Bismarck. E devo tenere
duro. Anche se a volte mi sento morire. Non credevo che fosse così...difficile.
- -
Tua madre aveva delle gravidanze molto simili. I primi mesi vomitava molto...ma
poi le passava tutto, e diveniva radiosa. - -
Sono ancora nella prima fase, evidentemente - Desdemona fece una smorfia,
osservandosi in uno specchietto da borsetta. - Ho un aspetto orribile. - -
L’abito marrone...non sarebbe più comodo? E staresti anche più calda. Siamo ad
ottobre, ormai, e qui fa freddo. Non siamo più alla nostra latitudine. - -
L’abito marrone non riesco più ad allacciarlo sul seno. - ammise Desdemona - E
tu, Sandra, dovresti saperlo. Non riesco più ad allacciare niente sul seno. E fra un po’ tutti se ne accorgeranno. - -
Sì. Ancora un mesetto, direi, e poi sarà del tutto evidente. Parrebbe un
maschietto...stai divenendo grossa in fretta - -
Un maschio...sarebbe meraviglioso. Un erede per Landor. - -
Un altro? - ironizzò Sandra. - Perdonami, bambina mia...ma la situazione è...ehm,
bizzarra. Non avrei mai creduto che avremmo affrontato con tanta calma una cosa
del genere. Tua madre era sposata, quando rimase incinta di Lothar...tu, non
hai l’ombra di un marito a proteggerti.- - A
proteggermi? - Desdemona rise. - Andiamo, Sandra, non mettertici anche tu!
Dell’opinione del mondo non potrei curarmi meno, lo sai, e grazie a Dio non mi
manca né il denaro, né l’affetto delle persone che amo. E poi, è una situazione
transitoria. Presto, io e Moritz ci sposeremo. - -
Lui te lo ha offerto, l’ultima volta che vi siete visti. Forse, sarebbe quanto
mai opportuno accettare...prima che tutti sappiano del bambino. -- -
No - rispose lei, serissima. - Essere principessa Olafsen sarebbe solo
come...come procrastinare una bugia. E dare ragione ai Norelmeyer. Io sposerò
Moritz quando avrà riavuto quello che è suo.- -
Permetteresti forse che suo figlio passasse per illegittimo? Credi che lui potrebbe tollerarlo...dopo l’inferno
che è stata la sua giovinezza? - Desdemona
impallidì. A questo non aveva pensato. -
C’è ancora tempo - affermò dopo un po’, decisa. - Per allora, la situazione si
sbloccherà. Il Signore non mi ha mandato questo figlio perché soffra di nuovo
la stessa maledizione del padre. Ne sono assolutamente sicura. - Sandra
non disse più nulla. Non che non avesse più fiducia in Moritz von Landau...ma
la situazione a Berlino, da quello che aveva raccontato il principe Franz alla
sorella, non pareva essere delle migliori. I
Norelmeyer sembravano acquistare sempre più influenza presso Bismarck. -
Sandra... - disse Desdemona, dopo un po’. - E’ strana la vita, non trovi? Ho
fatto di tutto per dare un figlio ad Heinrich...ed in tre anni, nulla è
successo. Poi, è arrivato Moritz, ed in pochi giorni...è meraviglioso. Ed anche
un po’ triste. Heinrich avrebbe meritato un figlio. - -
Sì. Ma forse è stato meglio così. Non avrebbe potuto goderselo...pover’uomo. - -
Davvero. Non ha avuto questa felicità da nessuna delle sue mogli. - -
Evidentemente, era lui che non poteva
procreare. - -
Chissà - Desdemona sorrise. - Non era destino. Ma è lo stesso triste. - Non
voleva interrogarsi circa responsabilità, colpe. Ma solo ringraziare il
Signore, ringraziarlo ciecamente, con piena fiducia. E
chiedergli ancora tanta forza per ciò che l’attendeva.
ono disposta a pagare qualunque cifra - disse
Desdemona, all’allibito, giovane medico. - E voglio subito mettere le cose in
chiaro. Provate a ricattarmi, e vi faccio passare a filo di spada. Provate a
propormi un aborto...e non mi rivedrete mai più. Provate a spargere notizie in
giro sulla mia gravidanza...e non troverete mai più un solo cliente. - -
L’etica professionale, signora, mi impedisce di per sé tutte e tre le azioni
che avete citato - replicò freddamente il professionista. - Quanto al mio
onorario, non sarà più alto per voi che per qualunque altra cliente varchi la
porta del mio studio. Soddisfatta?- -
Sì - replicò sorridendo Desdemona, ed il medico osservò spassionatamente tra sé
e sé che era, probabilmente, la più bella donna che avesse mai visto. E, di
sicuro, la più battagliera. -
Mi fido di voi - gli disse lei. - Perciò, passiamo al dunque. So che siete
giovane, ma sono convinta che capacità ed età non vadano necessariamente di
pari passo. So per certo che siete tra i migliori ginecologi d’Europa. Mi siete
stato consigliato dal dottor Favre di Parigi...mi visitò anni fa, quando ero
sposata con il mio defunto marito. Allora, non riuscivo a procreare. Mi disse
che non avevo nessuna disfunzione. Aveva ragione. - -
Questo lo vedo. - disse il medico, accennando alla sua figura, il cui mutamento
non era sfuggito ai suoi occhi esperti. - Qual’è il problema? - - Mi chiamo Desdemona di Walkenstein, e sono
la sorella di un principe sovrano. E’ inutile che vi nasconda la mia
identità...probabilmente la scoprireste. E sono vedova da un anno esatto. - -
E... - la invitò il medico a proseguire. - E
non mi importa un fico secco di reputazione, pettegolezzi, ed altre sciocchezze
di questo tipo. Sposerò il padre di mio figlio appena possibile, ma non è detto
che ciò avvenga presto. L’unica cosa
che davvero mi importa è fare tutto il possibile affinché questo bambino venga
alla luce, sano e vigoroso. A qualunque
costo. - Il
medico non disse più nulla. La visitò scrupolosamente, e la fece pesare. -
Siete aumentata di peso, ultimamente? - -
Solo un paio di chili. Perché? - -
Debolezze...mal di testa? - -
Sì. E non ne avevo mai sofferto. - -
Pressione bassa - sentenziò il medico. - E probabilmente anemia. Dovrete
mangiare di più, in particolare carne rossa, bere un po’ di vino, e soprattutto
riposarvi. Il primo trimestre è
terminato...ma non per questo dovete strapazzarvi. Avete la placenta un po’
bassa - -
Cosa...significa? - -
Che potrebbe rompersi. Avete mai avuto perdite di sangue? - -
No...devo temerle? - -
Sì, in quel caso, mettetevi subito a letto, e fatemi chiamare. - -
Volete dire...che potrei abortire? - -
Qualunque donna incinta è a rischio di un
aborto. Correrete meno rischi se rimarrete sdraiata a lungo...e non farete
sforzi. Almeno, meno sforzi possibili. - -
Non deve succedere - disse Desdemona. - E non succederà. Ve lo prometto.
Seguirò tutte le vostre prescrizioni. A costo di passare a letto tutta la
gravidanza. - -
Su...non preoccupatevi troppo. Siete giovane, sana. Sono sicuro che andrà tutto
bene. - sorrise il medico. - Non voglio fare il moralista, ma immagino che non
stiate vivendo un momento troppo sereno. Cercate soprattutto di essere
tranquilla. - -
D’accordo. Cercherò - promise lei. - Scusatemi...per prima. Ma mi sto piuttosto
abituando a prendere la vita di petto. - -
Avete ragione. La nostra categoria è purtroppo affollata di approfittatori e
ciarlatani - Desdemona
uscì dallo studio del medico, nella fredda aria berlinese, già invernale in
quell’inizio di ottobre, decisa a tutto pur di proteggere il bambino suo e di
Moritz. Anche
se, quella notte stessa, già doveva trasgredire gli ordini del medico. C’era
un ballo che l’attendeva, un ballo a cui non
poteva proprio mancare. X Berlino,
ottobre 1858.
’uomo alto con i baffi scrutò la sala con la
tranquilla consapevolezza del pastore esperto che esamina il suo gregge. Tutte
le sue pecorelle erano al loro posto, le donne giuste, gli ufficiali
selezionati, la nobiltà a lui amica. Niente eccessi, niente errori. Una corte
raffinata ma non troppo, dove non si accettavano personalità scandalose od
anche solo scomode, ma senza
eccessive pruderie. Un perfetto amalgama. Ed
una perla rara. Aggiustandosi
il monocolo, Otto von Bismarck esaminò meglio la sconosciuta. Alta,
meravigliosamente morbida al punto di apparire voluttuosa, bionda di quel
biondo dorato, autentico, perfetto, che ben poche donne possiedono ancora oltre
l’infanzia. Favolosa, in un abito scollato di seta color prugna, di gran
classe, con un rubino sospeso ad un nastro di velluto nero, come una goccia di
vivido sangue sulla sua pelle perfetta. -
E’ inutile che vi tenga a libro paga, Brückner, se poi succede che nei miei
balli arrivi una sconosciuta...qualcuno che io non ho ancora mai visto! - -
Devo farla scacciare? - si affrettò il segretario. -
Non siate sciocco! Voglio solo sapere chi è...e cosa vuole da me - -
Ecco... - l’ometto consultò la sua lista di invitati e si guardò rapidamente
intorno, appuntando quindi la propria attenzione sulla nobildonna indicatagli
dal suo superiore. - Desdemona di Walkenstein - sussurrò quindi, compiaciuto
con se stesso per la pronta reazione alle dure parole del suo superiore - E’ la
sorella minore del principe Franz III°, già signora di...di Saringen. Il marito
era un ufficiale degli ussari di Landor. E’ morto da un anno circa. Da ragazza
era fidanzata con il defunto granduca di Landor...ma poi lui sposò in nozze
morganatiche un’altra. Non ha figli. La sorella è la moglie del principe
Gottfried di Sassonia, e... - Prima
che il funzionario potesse terminare, Desdemona si portò con passo deciso
davanti al potente uomo politico. Senza esitare, gli tese una mano, rigorosamente
guantata. Entrambi gli uomini non poterono esimersi dal sfiorarla con le
labbra. -
Posso ragguagliarvi io sul mio conto,
meglio di qualunque rapporto - sussurrò lei, con finta dolcezza. - Qualunque
cosa il vostro collaboratore vi stesse dicendo, direi che l’unico dato davvero importante è che sono la donna
del principe Haakon Olafsen...e che spero di essere presto sua moglie, con il
titolo di granduchessa di Landor. - -
E’ un vero peccato - commentò freddamente von Bismarck. -
Perché? - sorrise lei, senza scomporsi. -
Perché speravo foste una donna di umili natali, che io potessi usare - -
Nel vostro letto? - -
No, signora - sorrise lui - Non mi considero abbastanza degno...né abbastanza
stolto. Mi riferivo ai preziosissimi servizi che una donna come voi potrebbe
rendere, con la sua bellezza e la sua intelligenza, alla patria tedesca. - -
Non riconosco altre patrie al di fuori del mio principato, Walkenstein...e di
quella che sarà, un giorno, la mia patria acquisita. - -
Vi riferite a Landor. - -
E’ evidente. - -
Avete messo il dito sulla piaga. Il vostro...ehm, promesso, pare possedere lo
stesso spirito di indipendenza. Cosa ci guadagnerebbe la Prussia da un alleato
così...indomabile? - -
Non è forse meglio un onesto avversario...che un alleato sleale? - -
Siete saggia quanto bella - concesse l’uomo - Ma la questione è un po’ più
complessa di così - -
La questione è semplicissima - sorrise Desdemona. - La giustizia è dalla nostra
parte. Nessuno lo sa meglio di voi: Haakon Olafsen è il legittimo erede di
Landor. Quanto ai Norelmeyer, che purtroppo devo annoverare tra la mia
parentela, sono degli usurpatori,
infedeli al granducato che hanno l’ardire di rappresentare, tanto quanto al
loro antico alleato, l’Austria. Non saranno certo più fedeli a voi...e non ci potrete mai contare.
Mai davvero. - - Ciò fa parte dei rischi che un politico è sempre disposto a correre - - Che
rischi correte, appoggiando il legittimo erede di Landor? Se vincolerete il
nuovo granduca con un trattato, egli lo rispetterà. Il principato di
Walkenstein se ne fa garante...così come l’intima natura dell’uomo, che io sono
onorata di amare. Ma mai, mai potreste davvero fidarvi dei Norelmeyer...ladri
ed assassini! - -
Assassini? - Bismarck abbassò ulteriormente la voce, sebbene entrambi stessero
già quasi mormorando. - Cosa intendete? - -
Ho la certezza di tutta una serie di crimini compiuti dal conte Damian
Norelmeyer. Non sarebbe difficile scovarne le prove. Ma il crimine maggiore,
che forse voi non ignorate, è che egli fu la causa, oltre che della
delegittimazione dei legittimi figli del granduca Magnus, anche della morte del granduca stesso e di mia
madre, la principessa Rosaleen di Walkenstein. I due non morirono in un
incidente in carrozza...bensì sepolti da un lampadario di cui erano stati
tagliati i fili per ordine di Norelmeyer stesso. - -
Mi state minacciando? - -
Vi sto avvertendo. Né la mia famiglia né quella del mio fidanzato tollereranno
più a lungo l’impunità ed il silenzio su tali gravissimi fatti. E’ evidente che
la scelta di Berlino nel senso di privilegiare l’assassino dei nostri genitori
avrebbe ripercussioni gravissime. - -
Lasciatemi riflettere - le rispose il politico. - Non ho mai sottovalutato la
doppiezza dei Norelmeyer...ma non intendo lanciarmi a capofitto in una vicenda
politica che non mi offra tutte le
garanzie - -
Vi ho già detto che avete Walkenstein come garanzia - - E...voi?
- Desdemona
velò il suo sguardo scuro con le palpebre dalle lunghe ciglia. Quando le
sollevò, era diventato impenetrabile. -
Non mi chiedete ciò che la mia stessa nascita e la mia natura, come voi stesso
avete poc’anzi sottolineato, mi impediscono di promettere. Accontentatevi di
questi due fedeli alleati...Walkenstein e Landor. - -
Volevo solo provocarvi...signora. - -
Lo so - sorrise lei. - Ma fate in modo che una simile proposta, per quanto
scherzosa, non arrivi mai alle orecchie del mio promesso. Ve lo consiglio
caldamente. - -
Rimarrete ancora...stasera? - -
No. La mia salute, in questo periodo, è cagionevole...e mi sta molto a cuore. - Desdemona
tese la mano per il bacio di commiato, e si allontanò. Von Bismarck rimase a
lungo in silenzio, osservando la sua figura elegante. -
Non si direbbe malata - rimarcò il suo segretario. - Ha un aspetto fantastico.
- -
Non siate sciocco - replicò il potente nobiluomo. - E’ incinta. Non ve ne siete
accorto? A me sembra evidente, anche senza averla mai vista prima. E deve aver
rischiato, venendo qui. Eppure è pronta a tutto, per amore del suo uomo. -
rifletté ancora, sconcertato da quell’intima onestà, a lui, in quel mondo di
compromessi, praticamente sconosciuta. - E, nonostante tutto, non è una
sciocca, bensì conosce bene la realtà. Un’autentica rarità. E, dannazione, non
posso utilizzarla - No,
non poteva. E solo lui sapeva cosa avrebbe guadagnato con una simile alleata al
suo fianco.
ornata in albergo, lo stesso Hotel Imperial che
solitamente ospitava suo fratello durante i suoi frequenti soggiorni berlinesi,
Desdemona si sentiva mortalmente stanca. Mantenere il controllo in quel modo,
mentre si giocava quella dura battaglia con un avversario temibilissimo, le era
costato molto. Con l’aiuto di Sandra si svestì, si sciolse i capelli, e si
chiuse nella piccola stanza da toeletta. Studiò con attenzione la sua
biancheria, alla ricerca di eventuali perdite. Grazie a Dio, non ve n’erano. Si
infilò una morbida camicia da notte di flanella, e si mise a letto, con una
tazza di tisana in mano. -
Non sembro certo la stessa donna che quaranta minuti fa mercanteggiava con
Bismarck, tutta vestita a festa - -
Forse, nemmeno lo sei, quella donna - osservò Sandra, seduta sul suo letto. -
Ma, a volte, la vita ci costringe ad indossare delle maschere. Hai ottenuto
qualcosa? - - E
chi può dirlo? - osservò Desdemona, pensosa. - Ha ascoltato quanto avevo da
dirgli...e non mi ha promesso assolutamente nulla. Devo solo sperare che la
minaccia di uno scandalo sul nome dei Norelmeyer lo dissuada dall’appoggiarli
politicamente e militarmente. Non ama Moritz, comunque. Sa che non sarebbe mai
un semplice burattino, nelle sue mani. - -
Beh...che il tuo amato sia un uomo piuttosto ostinato ed indipendente, non si
può negarlo. - -
Forse è proprio per questo che lo amo - confessò Desdemona. - Ha la forza di
carattere che è sempre mancata a Lothar. E’ partito da una situazione
difficilissima, e ce la sta facendo, ad ottenere tutto ciò che si è prefisso.
Ho la certezza, accanto a lui, di avere un compagno che non colma in me le sue
debolezze...e che apprezza la mia forza. La forza che sto scoprendo di avere. - -
Dovrai dirgli del bambino. E’ suo diritto saperlo. - -
Lo so. Ma non posso scrivergli. Non mi fido di nessuno a tal punto. Dovremo per forza aspettare, almeno fino a quando la
situazione non si sblocchi. E dovremo cercare Karla. - -
Non occorre. E’ lei che ha trovato te. E’ stata qui poco fa. - -
Davvero? - esclamò Desdemona. - E...tornerà? - -
Domani mattina. Le ho detto che eri fuori, e che non sapevo a che ora saresti
tornata, stanotte. - -
Com’era? - - A
parte l’abito e l’acconciatura, di gusto perfetto, come è sempre stata. Calma,
quasi fredda. E sempre con quel sorriso che dice e non dice. - -
Non ti piace - -
Probabilmente, è una donna che ha troppo lottato e sofferto per curarsi ancora
di piacere agli altri. In questo,
credo non sia troppo dissimile da suo fratello. A dir la verità, si
assomigliano sempre di più. Tu e tuo fratello avete il cuore caldo, invece. A volte, mi chiedo se
loro, i Landor, non siano troppo freddi e controllati per voi. - -
Gli opposti si attraggono, dicono. Forse, è proprio così...Moritz e Karla hanno
cercato in me ed in Franz il calore che nessuno ha mai dato loro. Pensa a cosa
è stata la loro infanzia. - -
Lo so. Voi siete stati egualmente soli...ma avevate voi stessi. Ed il vostro
affetto. - -
Ed il titolo, i privilegi, il rango. Andiamo, non era proprio la stessa
situazione. E poi, soprattutto, avevamo te,
Sandra. - Sandra
baciò la sua bambina, riprese la tazza, e si allontanò. Desdemona
si raggomitolò sotto le coperte, spense il lume, e rimase sveglia, gli occhi
aperti nel buio. Forse
sognava, ma le pareva di avvertire un lievissimo palpito in grembo, come un
volo di farfalle. Si
mise la mano sul ventre, e si addormentò, sognando di Moritz, e del loro
bambino.
l primo incontro tra Karla e Desdemona stupì
profondamente entrambe le donne. Erano quasi quattro anni che non si vedevano
più...e sembrò loro di essersi lasciate solo da pochi minuti. Karla vide il
mutamento nel corpo di Desdemona prima ancora che lei gliene parlasse. Era
seduta nella piccola veranda ricolma di piante di cui la sua suite all’Hotel
Imperial disponeva, ed indossava una vestaglia di fine pizzo bianco. Il suo
viso perfetto era ammorbidito da una tenerezza, da un qualcosa che prima non
aveva mai posseduto, qualcosa che la rendeva ancora più bella, ancora più
donna. Non si stupì che Moritz potesse amarla tanto. Non esisteva al mondo
un’altra donna come Desdemona. -
Dio mio...mio fratello lo sa che sta per diventare...padre? - -
No. - sorrise Desdemona, lasciandosi abbracciare dall’amica, sua futura
cognata. - Non ho nessuno cui affidare un messaggio tanto importante e
delicato. Ma lasciati guardare: sei magnifica. Mi sei mancata tanto, in questi
anni. Sei mancata a tutti noi. - -
Non quanto voi siete mancati a me. E sai che non parlo solo di Franz. - -
Presto, forse, realizzeremo i nostri sogni. E saremo davvero sorelle...due
volte sorelle. - -
Già - sorrise Karla. Desdemona la osservò: la sua particolare bellezza bionda
era ulteriormente sbocciata. La sua istintiva signorilità risaltava negli
eleganti abiti che ora il suo nuovo rango le consentiva di indossare. Eppure
era sempre lei. La stessa Karla tranquilla e fiera che, un giorno, nel parco di
Walkenstein si era affidata a lei, con poche, semplici parole: “Franz ha detto
che mi avreste protetto”. -
Chissà cosa devi pensare di me, Desdemona, dopo che per anni non vi ho fatto
avere alcuna notizia. Amavo tuo fratello, lo amavo davvero, e lo amerò sempre.
Ma non potevo tradire il segreto di Moritz...non mentre tu eri la moglie di un
altro uomo. Sapevo per istinto che vi avremmo distrutto la vita...a te, a tuo
marito, ed anche a Franz. Mi avrebbe odiato per essere stata lo strumento della
vostra infelicità. - -
Ti avrebbe amata comunque, ma non ti avrebbe perdonata - ammise Desdemona. - So
che non dovrei chiedertelo, probabilmente è infantile da parte mia...ma Moritz
soffriva davvero della nostra...lontananza? - -
Non ti mentirei al proposito. Peraltro, lo conosci. Non è uomo da urlare,
piangere...ma il suo più profondo dolore è stato il saperti di un altro uomo. E
tutto ciò era reso più difficile dal pensiero che tuo marito era Heinrich di
Saringen. Ad un altro, ti avrebbe portata via. Me lo disse, una notte ad Oslo.
Eravamo soli, a palazzo Olafsen, e Moritz non trovava pace. Per una volta,
aveva addirittura bevuto troppo. Non gli era mai capitato prima...e credo che
non gli capiterà mai più. Ma non sopportava più il pensiero di te tra le
braccia di un altro. Ricordo ancora le sue parole: “Se fosse stato chiunque
altro, anche Lothar...me la riprenderei. A qualunque costo. Anche contro la sua
stessa volontà. Ma devo troppo ai di Saringen. Ad Heinrich non posso fare
questo”. Lo consolai come potei. Non ne parlammo più, e lui tornò,
apparentemente, quello di sempre. Ma il dolore per te era incurabile - -
C’erano...altre donne? - Desdemona
si morse le labbra, pentendosi di quanto aveva appena detto. Le parole di Karla
erano come un balsamo dolce - amaro. Sapeva che non mentiva. E si rivide felice
e spensierata al fianco di Heinrich, ignorando che, lontanissimo da lei, un
uomo si struggeva per il suo ricordo. -
No. Almeno, non nel senso in cui intendi tu. Non amanti, e tanto meno amori.
Per Moritz è sempre esistita una sola donna, fin da quando era solo un ragazzo
di diciotto anni e ti incontrò. So tutto di quell’incontro. Me ne ha parlato
infinite volte. Era come se situasse l’inizio della sua vera vita da quel momento. - -
Per me, è stato così. - -
Lo so. Era vero amore. Lo è sempre stato. Non ti offenderai pertanto al
pensiero che lui, solo e disperato, possa aver avuto qualche distrazione. Non
fosse altro che per cancellare il dolore cocente di saperti di un altro. Ma se
anche così è stato, non ne ho mai saputo nulla. Non c’è mai stata in tutti
questi anni una donna che abbia impegnato anche per un solo istante il suo
cuore. - -
Ti ringrazio. Certo, che posso perdonarlo. Non ho mai creduto che fosse un
dio...e non un uomo. E credo si sia sentito molto solo...nonostante il tuo
affetto, e quello di mio suocero. Io sono stata più fortunata. Ho amato
sinceramente mio marito, e sono stata da lui riamata, per quasi quattro anni.
Moritz mi ha subito perdonato per questo. - -
Era lui che ti aveva lasciata sola.
Non si è mai dato pace per questo...per tutto il dolore che ti aveva provocato.
Ma la posta in gioco era semplicemente troppo alta. Come per me. - - E
tu? - le chiese Desdemona, cercando di soffocare la gelosia, il pensiero di
Moritz tra le braccia di altre donne, di sconosciute senza volto e senza storia,
capaci forse di dargli, anche solo per un istante, il calore che lei riservava,
in quegli stessi anni, a suo marito. - Non voglio essere indiscreta. Ma ci sono
stati...altri uomini? - Karla
fece un piccolo sorriso. - Sì e no. No, per quanto riguarda il cuore. Sono
stata fedele a Franz tanto quanto Moritz lo è stato a te. Il nostro cuore era
interamente vostro, e sempre lo sarà. Ma ho avuto altri due uomini. Non per
amore, e tanto meno per lussuria. Ma perché dovevo...era
la mia battaglia, e dovevo combatterla a modo mio, con le mie armi. - Desdemona
sussultò. - Chi? - non poté trattenersi dal chiederle, sconvolta dalla sua
franchezza. -
Tuo zio, Damian Norelmeyer...e tuo cugino, David Norelmeyer. Sotto lo stesso
tetto. Nello stesso periodo. - Desdemona
rimase letteralmente senza parole. -
Sono stata l’amante di entrambi, mentre fingevo di essere la loro cameriera, a
Parigi, poco prima che Moritz mi incontrasse...all’incirca, fu nello stesso
periodo in cui mio fratello seppe del tuo matrimonio con Heinrich di Saringen.
Di giorno lavoravo, e di notte li ricevevo nel mio letto. A turni. E lasciavo che parlassero. Soprattutto tuo zio. Quando una
donna se lo lavora nel modo giusto, canta come un uccellino. Scusami per la mia
crudezza - disse, un po’ divertita per lo stupore di Desdemona. - Ma non sei
più una collegiale, e puoi capire ciò di cui sto parlando. In quel periodo, io
non sapevo ancora chi ero. Sapevo solo che, forse,
il defunto tenente colonnello von Landau era mia fratello. Bene, ci pensò
tuo zio a chiarirmi le idee. Ho scoperto così la mia identità, quella di
Moritz, e ciò che aveva fatto a tutti e
due i nostri genitori. Ed a tua madre. - - E...
David? - -
Con David sono andata un po’ troppo oltre. Non volevo, ma quell’idiota si è
innamorato. Mi cercava sempre più spesso, quasi si faceva scoprire dal padre.
In verità, non mi è servito a nulla. Non sapeva molto del passato, e solo poche
cose del presente...di come sistematicamente la sua famiglia derubasse Landor,
approfittando delle lunghe assenze di Lothar. I Norelmeyer sono ricchissimi.
Hanno conti segreti in tutte le più importanti banche europee, dove raccolgono
il denaro abilmente sottratto al granducato. Quando ho saputo tutto ciò che da
quei due potevo ricavare, sono svanita
nel nulla...e Moritz mi ha ritrovata. Mi stava facendo seguire da un
investigatore privato, e sapeva già da qualche settimana che vivevo a casa dei
Norelmeyer. Ma non era intervenuto prima, per non rovinare il mio gioco. Ancor
da prima di conoscerci, già sapevamo tutto l’uno dell’altra. Non è un caso:
siamo gemelli - Gemelli...Desdemona
la osservò, affascinata ed un po’ spaventata. Mai prima di quel momento aveva
avuto la portata esatta del punto sino a cui quei due esseri misteriosi, Moritz
e Karla di Landor, potevano arrivare al fine di realizzare i propri scopi. Se
Moritz si era sempre dimostrato audace e spietato, Karla non era certo da meno.
Nella mente, Desdemona rivide il ritratto del Granduca Magnus a Vienna...un
uomo arrogante, cinico, capace di tutto.
Di costringere la propria amante, la principessa di Walkenstein, a cedergli il
proprio figlio...e di obbligare la propria legittima moglie, Cristiana di
Landor, a partorire nel segreto e nella vergogna. Grazie
a Dio, lei era loro alleata. Simili nemici dovevano essere implacabili. Non
erano affatto diversi dall’uomo che, suo malgrado, li aveva generati in un
momento di inesplicabile debolezza. Lothar
era morto....ma non aveva mai avuto speranze
contro di loro. Solo che, per sua fortuna, non aveva mai saputo chi fosse il
suo vero nemico. -
Sei sconvolta. Non riesci ad accettare l’idea che io mi sia comportata da
sgualdrina con l’assassino dei miei genitori...e con suo figlio. - -
Confesso che mi riesce difficile - ammise Desdemona. - Ho sempre pensato di
essere una donna coraggiosa, ma non credo sarei riuscita ad arrivare a tanto.
Hai mostrato una spietatezza, una spregiudicatezza che...mi spaventano. - -
Tu non sei come me...tu sei cresciuta nell’affetto, nell’agio, nel rispetto. Tu
hai sempre saputo chi eri. Io e
Moritz ci siamo dovuti prendere la vita a morsi...fin dal primo respiro. Il
dottore, la levatrice, Norelmeyer...tutti ci avevano dati per spacciati, lo
sai? Eppure, ce l’abbiamo fatta. Da subito. Cosa vuoi che importi la
dignità....l’onore? Cederei il mio corpo mille volte, e potrei anche uccidere, se solo servisse a ristabilire
la verità. Nessuno degli uomini che mi hanno presa senza amore mi ha davvero
potuto sporcare. - -
Franz... lo sa? - -
Avrei voluto dirglielo. Subito. Ma non ce l’ho fatta. - -
Taci, allora, se sei sicura che non possa scoprirlo. - -
Ho paura - confessò Karla. - David mi ha rivisto per puro caso, con Franz...qui
a Berlino, quest’estate. Deve aver capito chi
sono...ed il ruolo mio e di Moritz. Sono scappata via in campagna, gli ho
fatto perdere le tracce. Ma sa che amo Franz. Ed in qualunque momento può parlare. - -
Io temo piuttosto che ti possa fare del male! - insorse Desdemona. - Ci odiano.
Sia lui che suo padre. Faranno di tutto per eliminarci, perché ormai sia voi
che noi siamo diventati un’impossibile minaccia per loro. Devi parlare con
Franz. Se deve sapere cosa hai fatto, è meglio che lo sappia direttamente da te. E’ l’unica possibilità che hai.
Io ti ho capito. Anche lui ti capirebbe. - -
Ne sei certa? - -
No, ma non hai altra scelta. E devi rimanere con me. Da sola, sei un bersaglio
troppo facile. Insieme, i Norelmeyer non oserebbero toccarci. - -
No - disse Karla. - Non posso metterti in pericolo. - -
Vai a Walkenstein, allora. Resta accanto a Franz. Lascia che sia lui a
proteggerti...come è giusto. Ma prima...parlagli - Karla
tacque. Non poteva negare che l’idea l’attraesse. Non vedeva l’ora di essere di
nuovo con lui...una cosa sola, fatta di amore e di rispetto. Anche senza quel
sigillo matrimoniale che lui voleva disperatamente...e che lei, ancora, non
poteva concedergli. Desdemona, peraltro, aveva ragione. Non poteva più vivere
con quella spada di Damocle sulla testa. Franz doveva conoscere la verità su di
lei, sul suo passato...e poi decidere liberamente se confermarle il proprio
amore...o se rifiutarla, come si rifiuta qualcosa di indegno, di sporco. -
Desdemona...devo pensarci. E tu...perché non vai a Dresda, da tua sorella?
Saranno tempi difficili, tempi di guerra, e tu devi pensare prima di tutto al
tuo bambino. E’ il nostro futuro...lo capisci? Il riscatto nostro e vostro
dagli errori dei nostri genitori... - -
Sarà soprattutto un bambino amato - disse Desdemona, teneramente. - E lui saprà
sempre chi è...quali che saranno le
circostanze al momento della sua nascita. Penserò al da farsi, Karla. Ho
provato a conquistarmi la fiducia di Bismarck, ma non è affatto detto che ci
sia riuscita. Il futuro è molto incerto...e noi dovremo essere ancora forti. - Karla
tacque. Dopo un lungo silenzio, le due donne si alzarono per pranzare insieme. Mentre
tornava a palazzo Olafsen, Karla prese una decisione. Convocò la sua
governante, e preparò i bagagli. - Domani partiamo - le annunciò - Andiamo a
Walkenstein. - Passò
tutta la notte sveglia, a ripensare a Franz, al suo caro volto così amato, così
simile a quella della sorella. Un uomo buono, degno, sensibile, onesto. Il suo
uomo. Che, forse, al sapere quanto in basso lei fosse caduta, non avrebbe
potuto che rifiutarla, rinnegarla...respingerla una volta per tutte. Ma
doveva correre quel rischio. Non poteva anche lei commettere l’errore di tacere...quell’errore che a loro tanto
era costato. Così,
per ogni evenienza, si dispose a scrivere una lunga lettera. Una lettera per
Franz, dove lasciava parlare il suo cuore, narrando con piena sincerità cosa
era davvero successo in quegli anni di silenzio...e perché. Quella lettera doveva essere la sua polizza
d’assicurazione...se, per qualunque motivo al mondo, non fosse riuscita a
giungere sino a Franz. La chiuse, la sigillò, e la fece pervenire a Desdemona,
il giorno stesso in cui partì. XI Baviera
orientale, novembre 1858.
l convoglio che portava Karla sino a Walkenstein
venne fermato da un improvviso ostacolo sulla strada, appena tracciata nei
fitti boschi che anticipavano di poche miglia le colline del principato. -
Principessa! - gridò il comandante della sua guardia personale, in norvegese. -
C’è un tronco caduto in mezzo alla strada! Deve essere colpa delle piogge della
scorsa settimana - Infreddolita,
Karla si strinse la pelliccia di zibellino scuro intorno alle spalle. Aveva
preso in Norvegia l’abitudine di indossare quel tipo di capi, ed ai primi
freddi si rendeva conto di non poterne più fare a meno. Scese dalla carrozza
con la sua governante, ed accettò una tazza di tè fatto bollire su di un
fornellino da viaggio, mentre i soldati della sua scorta provvedevano a
rimuovere il grosso tronco. Avvenne
tutto così in fretta che lei sola comprese esattamente, amaramente, di cosa si
trattava. Erano
caduti in un’imboscata. Uomini
armati, vestiti da boscaioli ma con i movimenti rapidi e precisi dei militari
di professione, piombarono sul suo piccolissimo convoglio. Due di loro la
presero e le legarono le mani, tra le urla della sua governante ed il rumore
degli spari. Karla smise di lottare quando vide che puntavano una pistola alla
tempia della povera donna, e che tenevano sotto tiro i suoi uomini. Nessuno
doveva morire, non così stupidamente. -
Lasciateli qui, ed io verrò con voi - disse con voce ferma, senza paura. -
Chiunque voi siate...e qualunque cosa vogliate da me. - -
Siete proprio una sgualdrina, come ci hanno detto! - sghignazzò uno degli
assalitori, tenendola dolorosamente per le braccia, in una morsa ferrea. -
Scommetto che vi piacerebbe persino,
non è vero, principessa? Non è affatto detto che non possa capitare molto presto...per la vostra e la nostra
gioia! - Karla
non rispose, stringendo ostinatamente le labbra. L’uomo la fece sedere davanti
a sé su di un grosso cavallo pezzato, e partì al galoppo nei boschi. I suoi
compagni disarmarono la scorta di Karla, distrussero l’assale della carrozza,
ed azzopparono i loro cavalli. Quell’inutile crudeltà fece più male a Karla di
tutto il resto. Sapeva che la sua scorta, in qualche modo, se la sarebbe
cavata. Perché condannare quei poveri animali? -
Sgualdrina - ripeté l’uomo. - Una bella sgualdrina di lusso. Coperta di
pellicce e gioielli...ma pronta ad alzare la gonna per il primo venuto. Avevano
ragione. - Karla
non replicò, cercando di concentrarsi sulla direzione. Purtroppo, la fredda,
umida giornata di novembre non offriva nemmeno un raggio di sole con il quale
orientarsi in quella fitta foresta. Dopo un lungo girare in tondo che le sembrò
fatto solo per confonderle le idee, arrivarono ad una tozza, scura fortezza
dall’aria abbandonata, che sorgeva accanto ad un piccolo ruscello melmoso. -
Avanti! - le urlò l’uomo, spingendola a terra. Se un altro degli assalitori non
l’avesse sostenuta, sarebbe caduta, e si sarebbe fatta male. Aveva infatti le
mani ancora legate dietro la schiena, e si sentiva stanca e sempre più
infreddolita, nonostante ancora portasse il suo zibellino, che non avevano
avuto la crudeltà di toglierle. Guardò
la fortezza dinnanzi a sé. Non l’aveva mai vista prima...e già sapeva che
sarebbe stata per lei una prigione. Con un fremito, ringraziò mentalmente Dio
di aver scritto a Desdemona. Se non fosse tornata...se Franz non l’avesse più
trovata...almeno avrebbe saputo la verità su di lei, e sul suo autentico amore.
Questo pensiero, stranamente, le era di grande consolazione in quel terribile
frangente. La
fecero entrare in un grande, freddo vestibolo a mala pena illuminato, e poi su
per le scale, lungo una teoria di stanze chiuse, già buie nel precoce
pomeriggio autunnale. L’uomo che l’aveva catturata la spingeva avanti senza
pietà, mentre l’altro, quello che l’aveva sostenuta, illuminava loro la strada
con una candela di sego. La
spinsero infine in una grande stanza, appena riscaldata da un fuoco di legna da
poco acceso. Non c’era nulla, se non uno stretto letto di ferro, un tavolo ed
una sedia. Né armadi né acqua per lavarsi. La lasciarono lì senza una parola, e
chiusero l’unica porta dall’esterno con un pesante chiavistello. Suo malgrado,
Karla cominciò ad avvertire i morsi della fame. Sospirò
e si avvicinò alla finestra, protetta da una pesante grata. Al di fuori dei
vetri sporchi, intravide la notte cadere nei fitti boschi che circondavano il
castello. Non c’erano altre aperture nella stanza. Né porte, né armadi a muro.
E non c’erano mobili da esplorare. Solo mattonelle rotte, e quel letto, con una
ruvida coperta di lana militare. Si
sedette con un sospiro sulla sedia, accanto al fuoco. Se non altro, per ora non
aveva freddo. Si strinse nella pelliccia, ed usò un pezzo della sua sottogonna
di fine lino ricamato per pulirsi il viso. Dopo
un lungo periodo, forse un’ora e mezza, forse più, la porta si riaprì. Karla
non si girò, udendo senza timore il suono dei tacchi di stivali maschili sulle
mattonelle sbrecciate. Arrivandole
alle spalle, l’uomo ammirò la sua compostezza. Immobile, tranquilla, lei sedeva
rivolta verso il fuoco, i magnifici capelli d’argento, splendenti alla luce
delle fiamme, mollemente raccolti sul capo, ancora in disordine dopo la lunga
cavalcata. - Sono lieto di rivederti...Karla. Non immagini quanto - Lei non si voltò,
costringendolo a venire avanti. Le si mise di fianco, e le sollevò il volto
ostinatamente rivolto verso il fuoco, obbligandola a guardarlo. Voleva vedere la sua paura. Riuscì
solo a constatare il suo distacco...ed il suo sorriso. Quello di sempre.
Consapevole, lontano, ironico. Ora lo capiva, ora lo sapeva. Sprezzante. Lei
l’aveva sempre disprezzato, dal profondo del cuore. Anche quando l’aveva
accolto tra le proprie cosce. -
Come stai, David? - gli chiese infatti, mentre le dita di lui indugiavano, suo
malgrado, sulla morbida, calda pelle del suo volto di neve. - Ti vedo bene. Sei
ancora vivo - - Né tuo fratello, né il tuo
amante mi hanno ancora messo le mani addosso...se mai ci riusciranno. Ed hai
ancora il mio marchio. E quello di mio padre. - -
Credi? - sorrise lei. -
Non penso sia bastato qualche ruzzolone con il tuo bel principe a cancellare il
ricordo di quanto c’è stato tra di noi - - Ricordo? - ripeté lei, esasperandolo con la
sua calma. - Ah, ti riferisci a quando andavamo a letto insieme, a Parigi?
Suvvia, queste cose passano...il
piacere dura un istante, e poi, non rimane più nulla. Nulla da ricordare. - -
Per me non è stato così - ammise lui, sincero nonostante tutto - Sei una gran
puttana, lo sai? L’ho sempre sospettato, ma ora lo so per certo. Solo una
puttana può mantenere così la calma. Lo sai che potrei ucciderti? - -
Tante cose potrebbero uccidermi. Una malattia, un fulmine...questa fortezza a
pezzi potrebbe caderci addosso da un
momento all’altro...come il lampadario che ha seppellito mio padre e la sua
amante. - David
impallidì. Mio Dio, ma quanto aveva parlato suo padre, mentre quella sgualdrina
si faceva montare da entrambi? Quanto sapeva di loro ? -
Come vedi, la vita è piena di sorprese - replicò lei al suo silenzio. - David,
puoi fare quel che vuoi. Sei più forte di me...fisicamente, intendo. Puoi
uccidermi. Puoi rimandarmi a Walkenstein a pezzettini, lasciando che Franz...o
Moritz... li rimettano insieme. Puoi stuprarmi fino a farmi gridare. Ma non
otterrai mai da me quello che veramente desideri. E rischi solo di farti
uccidere dalla mia famiglia...tentando
- -
Cosa...? - ansimò lui, sconvolto dalla sua prosaicità. - Cosa...vorrei io da
te? - Lei
si alzò. La pelliccia di zibellino le scivolò dalle spalle, ma nessuno dei due
fece un gesto per raccoglierla. Era alta quanto lui, snella, bellissima. Bella
più che mai. E quei capelli quasi bianchi nella notte imminente. Nella sua
mente, la rivide nuda, disponibile. La donna più eccitante che avesse mai avuto
nella sua vita. -
Che io ti dicessi:“L’ho fatto per amore”. Che ti confessassi che mi sono
lasciata montare da te per piacere, per lussuria, per attrazione comunque sincera nei tuoi confronti, come una
donna con un uomo che le piace...come
ho fatto con Franz di Walkenstein. Beh, questa non è la verità, e tu lo sai.
Puoi accettarlo? - David
la schiaffeggiò. Non forte, e lei non barcollò. Sapeva che lei, con il suo
atteggiamento, stava distruggendo il suo orgoglio maschile, e non c’era modo al
mondo per riconquistarlo. Avrebbe dubitato di qualunque suo gemito, di
qualunque suo sospiro, anche se l’avesse costretta.
Lo stava castrando. Una
furia cieca lo invase. Una furia mista ad un potente sentimento di disfatta, ad
un desiderio inesauribile per lei. Il bel David non aveva mai avuto problemi
con le donne. Ne aveva avute molte, il più delle volte erano state loro a cercarlo. Ma
Karla era diversa da chiunque altra. Portò
le mani al colletto del suo vestito, lo stracciò fino al petto. I seni candidi
come la neve di lei si intravidero al di sotto della stoffa ormai lacera del
suo elegante vestito di un pallido verde. I capelli biondissimi di lei
cedettero sotto le sue mani avide, e le ricoprirono la schiena e le spalle. Karla
continuava a sorridere, anche se la guancia le bruciava per il suo schiaffo di
poco prima. Per istinto, sapeva come la linea di difesa scelta, per quanto
pericolosa, fosse l’unica davvero praticabile. Quello che contava era restare vivi. E David era troppo
intelligente per essere ingannato ancora. Nulla poteva, a questo punto,
fermarlo, se non la verità. David
la prese crudelmente per i capelli, la costrinse a subire la sua bocca. Karla
non respinse il suo bacio, e nemmeno lo accolse. Si limitò a restare immobile,
mentre lui la violava con la sua lingua. Dopo un po’, come aveva sperato, la
lasciò andare. -
Sgualdrina - le sibilò contro, furioso ed impotente. - Forse dovrei davvero
darti in pasto ai miei uomini. So che festeggerebbero tra le tue bianche cosce.
- Se
ne andò sbattendo i tacchi. Karla si strofinò le labbra ferite con la mano, e
si riavvolse nella pelliccia. L’attendeva una lunga notte.
’ora di cena passò senza che nessuno si preoccupasse
di portarle del cibo, o dell’acqua. Stava già quasi pensando che il suo
carceriere intendesse lasciarla morire di fame e di sete quando arrivò una
serva con dello spezzatino, del pane ed un boccale di acqua. Mangiò con grande
appetito, già più serena. La morte per inedia non le sorrideva affatto. Si
chiese cosa avrebbe fatto David di lei. Visto il suo atteggiamento, avrebbe
potuto davvero ucciderla, in un momento di rabbia, oppure cederla ai suoi
uomini...e ci avrebbero sicuramente pensato loro a fargliela pagare. Ma
era più probabile che la ragione, in lui, prevalesse. Avrebbe allora
presumibilmente cercato di usarla come arma di ricatto nei confronti di Moritz,
o di Franz. O forse di entrambi. Si
maledisse per essersi lasciata trascinare dal suo desiderio di essere di nuovo
vicino a Franz. Sarebbe davvero dovuta restare accanto a Desdemona, a Berlino.
Si sarebbero protette a vicenda, ed ora i loro nemici non avrebbero potuto
usarla contro le persone che amava. Ma
non era ancora detta l’ultima parola. Moritz non doveva cedere al ricatto, ed -
al contempo - lei era assolutamente certa che non l’avrebbe abbandonata nelle
mani di David. Altrettanto avrebbe fatto Franz. Non l’avrebbero lasciata sola.
Potevano ancora vincere. Doveva
innanzitutto capire dove si trovava, e poi, appena possibile, tentare la fuga.
Non sarebbe stato difficile sopraffare quella servetta, ma non doveva essere
precipitosa. Doveva studiare gli orari dei pasti, ed i movimenti dei suoi
carcerieri. Sperava solo di averne il tempo. Assai
più di David, temeva suo padre. Damian Norelmeyer non aveva esitato ad
uccidere...ed era sicuramente più temibile del figlio. Karla pregò Dio che
fosse all’oscuro delle macchinazioni di David. Dopo
cena, si mise a letto, stendendo la pelliccia sulla modesta coperta di lana, e
fissando a lungo le fiamme del camino, ormai morenti. Quella notte, quando il
fuoco si fosse spento del tutto, avrebbe fatto freddo, in quel lugubre
stanzone. Karla
non aveva paura dei fantasmi, e dormì tranquilla, nonostante tutto, ansiosa di
recuperare le sue forze. Ancora
non sapeva di trovarsi a Nelbrück...e che suo padre era tragicamente morto, un
pomeriggio di moltissimi anni prima, nella stanza accanto. Berlino,
dicembre 1858.
sterrefatta, Desdemona accolse suo fratello nella sua
suite all’Hotel Imperial. - Sei qui da solo? Karla è rimasta a Walkenstein? -
gli chiese, piuttosto perplessa. Aveva da settimane ricevuto la lettera della
ragazza, e l’aveva gelosamente riposta tra le sue cose. Nelle poche righe
accluse alla busta sigillata per Franz, Karla aveva scritto che, se le fosse
successo qualcosa di insolito, e solo in quel caso, Desdemona avrebbe dovuto
consegnargliela. -
Karla? - si stupì il fratello. - Sono qui a Berlino proprio perché non ho più
avuto notizie da lei, da quasi un mese. Mi sono preoccupato, e sono venuto. - -
Ma Karla è partita più di tre settimane fa per Walkenstein...per venire da te!
- esclamò Desdemona, che cominciava a temere il peggio. - E dici...che non è
mai arrivata? Dio mio, cosa può esserle successo? - Franz
scosse il capo, impotente. Non aveva più avuto notizie da lei, ed ora Desdemona
gli stava dicendo che aveva lasciato Berlino da tempo...per raggiungerlo. -
Tieni - gli disse Desdemona. - Mi ha scritto prima di partire. Credo sia
importante che tu legga la sua lettera. Ti lascio...ti lascio solo un istante.
- Franz
prese la busta chiusa in mano, e la soppesò. Si chiese per l’ennesima volta,
con il cuore pesante, se l’avesse di nuovo persa. Karla del mistero. Possibile
che ancora una volta gli fosse sfuggita tra le dita, come un sogno mai
concluso? Aprì
dapprima il biglietto destinato a Desdemona, l’unico che la sorella avesse
letto. “
Mia cara sorella, questo
appellativo è caro al mio cuore. Risento in esso l’amore che provo per Franz, e
quello che Moritz sente per te. Ho
deciso di seguire il tuo consiglio. Non vedo l’ora di essere a Walkenstein. Che
il mondo pensi ciò che vuole: non resisto più senza Franz. Voglio di nuovo
essere nel suo letto, accanto a lui, nella sua vita. Sto partendo, e tra pochi
giorni, se Dio vorrà, saremo finalmente insieme. La
nostra vita così incerta, così difficile, mi invita peraltro alla prudenza.
Abbiamo nemici terribili, nemici che ci odiano, che possono distruggerci. Non
vedo l’ora di rivedere Franz, di potergli aprire il mio cuore, la mia mente, di
raccontargli quelle verità che tu ormai conosci...ma se così non fosse, se per
qualche motivo che al momento ignoro ciò non mi fosse possibile, vorrei che tu
gli consegnassi questa busta sigillata. Solo lui deve leggerla. Contiene le più
profonde verità del mio cuore. Le uniche che possiedo. Se dovesse capitarmi
qualcosa di insolito, se fossi nel dubbio circa la mia sorte, non esitare a
consegnargliela. Confido in te. Tua
sorella. Carolina
di Landor” Franz
sussultò. Verità che Desdemona conosceva...e che lui ancora ignorava. Verità
che potevano ferirli...separarli? Dio mio, dov’era Karla? Che ne era stato di
lei? Aprì
la busta con mani tremanti. Ne aveva paura. Non intendeva negarselo. “Franz,
mio dolce amore, ricordi
quella zingara, in quella locanda? Come vide chiaro in noi! Due corone che si
univano...due corone che hanno pesato su di noi quasi intollerabilmente. Su di
te, fin dall’infanzia, con le responsabilità di governo, ed il peso di una
famiglia da proteggere, curare. Su di me, come un inesplicabile mistero, che ha
segnato il mio stesso essere donna, la mia più intima natura. Quando mi hai
conosciuto, ero solo una contadina stuprata dal padre adottivo e da suo figlio,
venduta per denaro ad altri come se fossi stata un oggetto...ho ritrovato orgoglio e dignità solo tra le tue braccia.
E ti ho amato. Come ti amerò sempre, fino alla fine dei miei giorni. Ma
ti ho dovuto lasciare. Dovevo scoprire chi ero. Io non ero nulla senza la mia reale identità. Non so se puoi capirlo. Ma devi.
Devi...per potermi perdonare”. Franz
interruppe la lettura un istante, si passò una mano sugli occhi stanchi per il
lungo viaggio che, nella sua ansia di rivederla, l’aveva riportato in pochi
giorni a Berlino. Perdonare...per cosa? Già all’epoca del loro primo incontro
in quella città lei aveva accennato al suo passato segreto. Allora, per viltà,
non aveva voluto indagare. Ma ora, evidentemente, nessuno dei due poteva più
sfuggire alla verità. Riprese la lettera in mano, quasi con riluttanza. “Avevo
un unico indizio, per ritrovare il filo sottilissimo della verità. Landor.
Norelmeyer. Mi recai nella capitale del granducato sotto falsa identità, con i
capelli tinti di nero. Sono quindi riuscita a farmi assumere dalla contessa
Norelmeyer, tua zia. La sua famiglia stava per partire per Parigi, e tua zia mi
prese in simpatia, portandomi con sé come cameriera. Ho a lungo esaminato le
loro dimore alla ricerca di indizi, con la scusa di spolverare. Quasi non
sapevo leggere, all’epoca, ma ho tentato, Dio sa se ho tentato...non ho
scoperto quasi nulla, peraltro, se non una serie quasi ininterrotta di
resoconti bancari. I Norelmeyer sono ricchissimi...si sono arricchiti grazie
alla miopia di tuo e mio fratello, Lothar di Landor. Non poteva bastarmi.
Dovevo ottenere altre informazioni...su di me, e su Moritz. Ho sedotto il conte
Norelmeyer, ed anche suo figlio David. Mi vergogno a dirlo, ma li ho portati
nel mio letto come la peggiore delle meretrici. Se a questo punto avrai
stracciato la mia lettera, e l’avrai gettata nel fuoco, posso capirti. Ma è la
verità. E la verità non si può cancellare.” Franz
strinse le dita sul bracciolo della poltrona. Questa era la donna che amava.
Capace di tutto per i suoi scopi.
Forte fino al più imperdonabile cinismo. Poteva perdonarla? E si trattava poi,
nel loro caso, di perdono? O forse, piuttosto, di accettazione di quella che era la sua vera natura...così come era
stato per Desdemona con Moritz? “Se
stai ancora leggendo, se non sei fuggito da me per sempre, allora resisti fino
alla fine. Non intendo più celarti nulla. Damian Norelmeyer è l’assassino dei
miei genitori, ed anche di tua madre, già te lo dissi. L’ho scoperto come le
sgualdrine nei bordelli scoprono i più intimi segreti dei loro clienti. Nello
stesso identico modo, con gli stessi identici mezzi. Ho finalmente avuto la
prova di chi ero, e sapevo perché a
me ed a Moritz era successo tutto questo. Perché anche David? Perché speravo di
avere anche da lui informazioni. Purtroppo, me ne ha date pochissime. E
rimpiango quanto mai di averlo coinvolto nei miei giochi...mi ha rivisto a
Berlino, quando tu ed io ci siamo ritrovati. Mi ha cercato a Palazzo Olafsen,
ormai sa chi sono. Penso che potrebbe farci del male: a te, rivelandoti quanto
ti ho appena confessato. A me...chi sa, forse anche fisicamente. Moritz ed io
siamo ormai l’unico ostacolo che divide la sua ambiziosa famiglia dalla
sovranità sul granducato di Landor. E’ per questo che ho deciso di tornare da
te. Ho bisogno della tua protezione, del tuo calore, e - soprattutto - del tuo
amore. Se stai leggendo questa lettera, peraltro, qualcosa di grave, di
insuperabile, mi ha impedito di raggiungerti. In questo caso, se ancora credi
in me, nonostante tutto, cercami, trovami. Temo i Norelmeyer, li temo sempre di
più, soprattutto da quando hanno scoperto chi siamo mio fratello ed io. Ho
paura di loro. Amore
mio, vorrei dirti che sono dispiaciuta per quello che ho fatto, ma non sarebbe
la verità. In qualche perverso modo, sono soddisfatta di essere riuscita a
scoprire tutto da sola, a modo mio,
anche se nemmeno puoi intuire quanto mi sia costato. Vorrei cancellare tutto,
ed in fondo l’ho fatto. Ho cancellato il ricordo di quei giorni, ma non posso
cancellare il rimorso che provo nei tuoi confronti. Solo tu lo puoi, con il tuo
amore, il tuo perdono. Non
ho il diritto di chiederti altro. Posso solo attendere che tu decida se abbiamo
ancora un futuro insieme. Forse meriti di meglio, una donna migliore. Non
volevo ingannarti, non volevo nemmeno tacere. Quello che ho fatto,
semplicemente, non c’entra nulla con noi due...questo lo capisci, non è vero? Io,
comunque, non smetterò mai di amarti. Karla.” Franz
si raccolse il capo tra le mani, nel buio pomeriggio di inizio inverno. Quando
Desdemona tornò, lo trovò così, e vide che aveva pianto. Era la prima volta che
vedeva il suo forte, tranquillo, equilibrato fratello piangere. Le si spezzò il
cuore. -
Lei ti ama...questo lo sai, non è vero? - Franz
annuì. Poi, strinse la sorella tra le braccia. - L’hanno rapita. Ne sono
sicuro. Nulla le avrebbe impedito di venire da me...anche se sapeva che avrei
potuto scacciarla, dopo aver ascoltato quanto aveva da dirmi. - -
Chi? I...Norelmeyer? - - E
chi altri? Mio Dio, potrebbero ucciderla, violentarla...dobbiamo
intervenire...e Moritz deve saperlo! - Franz si alzò di scatto, abbracciò
Desdemona e la fissò a lungo negli occhi. - Non resterai qui da sola a Berlino
un istante di più. Oggi stesso preparerai le tue cose e ti accompagnerò
personalmente, con la mia scorta, a Dresda. Resterai con Adelaide, nella sua
casa, e nessuno ti farà del male. Poi, io tornerò a Walkenstein. Contatterò
Moritz e cercheremo Karla. E, Dio mi è testimone, questa volta i Norelmeyer
pagheranno per tutto il male commesso! - -
Ma....e Bismarck? Sono rimasta qui a Berlino per attendere una sua risposta. - -
Al diavolo quel politicante! Ci riprenderemo Landor con le nostre forze...e
guai a chi tenterà di impedircelo, fossero pure gli imperatori d’Austria e di
Germania! - Desdemona
non aveva mai visto Franz così deciso, così determinato. -
L’hai perdonata, allora? - Lui
la fissò. - Karla dovrà vedersela con me, e così imparerà una volta per tutte a
far di testa sua. Ma non prima di essere divenuta mia moglie...e principessa
sovrana di Walkenstein. - Desdemona
sorrise suo malgrado. Ormai suo fratello e lei stessa avevano un’idea piuttosto
chiara della vera natura dei loro amanti. Non potevano che accettarli così
com’erano...capelli biondissimi, occhi dorati, ed indipendenza cocciuta. Forse
non molto convenzionali, ma dannatamente affascinanti.
ranz lasciò Desdemona tra le affettuose braccia di
Adelaide, ora principessa di Sassonia, e del suo gentile marito Gottfried. Poi,
con un rapido sbattere di tacchi, fece fare dietro - front alla sua guardia
armata, e riprese il lungo viaggio verso sud. Avrebbe
ritrovato Karla, avrebbe aiutato Moritz a riprendersi il suo granducato, e si
sarebbe vendicato una volta per tutte dei Norelmeyer. Erano le sue missioni, ed
entrambe le sue sorelle si guardarono bene dal dissuaderlo. -
Sei più bella che mai. E finalmente incinta.
Dio mio, sarò zia - commentò Adelaide, con la consueta ironia. In verità,
il matrimonio, quella serena unione da cui era già nato un erede, le donava
moltissimo. Era bella e raffinata, e nella maturità stava sbocciando il fascino
bruno ed elegante ereditato dalla sua bellissima madre indiana. -
Io sono già zia - replicò Desdemona.
- Tuo marito lo sa che ti accingi ad ospitare sotto il tuo tetto una donna
perduta? - - Una donna perduta, tu? La futura
granduchessa di Landor? Andiamo, Desdemona, non essere ridicola, e vieni a
baciarmi. In gravidanza io ero gonfia e sfatta, tu, invece, sedurresti
Casanova. E come al solito...ti accontenterai di un vero amore - -
Già...come al solito - sorrise Desdemona, pensando alle loro conversazioni di
ragazze, quando entrambe dell’amore non conoscevano che il lato dolce e
romantico. Quando Desdemona sognava del suo promesso, il bel principe Lothar,
ed Adelaide paventava le nozze con l’antipatico Thurm und Taxis. - E
così, Moritz von Landau, alias principe Olafsen, alias granduca di Landor, è
tornato. E’ stato proprio un curioso destino, quello che vi ha legati. Avevi
ragione tu. Fin da quella notte che andasti al ballo con lui, e tornasti con il
cuore stravolto. Lui era il tuo uomo.
- -
Già. Se solo le sue macchinazioni non ci avessero tenuto lontani per così tanto
tempo...ora saremmo insieme da anni ed anni. Non mi importava nulla del titolo,
ed ancor meno di quel granducato che ha portato a tutti noi solo infelicità. Io
volevo solo Moritz. - -
E...l’hai avuto, presumo - sorrise la sorella. - Altroché se l’ho avuto - confermò Desdemona. - L’ho avuto fino allo sfinimento - Le due sorelle risero
insieme, come bambine. Adelaide si mise un dito sulle labbra. - Mio marito
apprezza molto il mio...calore. Anche se sa che è dovuto ad esperienze fatte
con un altro...ma Gottfried è uomo di mondo, e non si è scandalizzato più del
necessario. Sa che lo amo sinceramente, e che il passato non ritornerà. - -
E’ un uomo saggio. Ho commesso lungamente l’errore di pensare che il passato di
una donna potesse impedire a qualunque uomo di amarla sinceramente, o di
perdonarla. Ma ho finalmente capito che l’amore vero non si cura di questo...ed
accetta la persona per quella che è e per quello che è stata, senza distinguo
inutili. - -
Non ho più saputo nulla di lui - confessò Adelaide. - Di Stephan Strevinky,
intendo. Starà combattendo in qualche angolo del vasto impero. - - E
di tanto in tanto ti penserà, come sicuramente fai tu. Ma non troppo spesso...e
senza troppa malinconia - -
Sì - sorrise Adelaide. - E’ quello che penso anch’io - Si
strinsero forte. - Farò di tutto per aiutarti ad avere questo bambino, sano e
forte come i suoi genitori. - le sussurrò Adelaide - Non ti permetterò di
tornare a Walkenstein prima che la situazione non si sia chiarita una volta per
tutte. Saremo di nuovo una famiglia...tu ed io, Desdemona. - -
Sì. Tu ed io, Adelaide. - -
Ecco...vedi che non siamo rimaste proprio sole?
- commentò infine la sorella, con un sorriso. XIII Landor,
vigilia di Natale 1858.
ella notte di dicembre, tutto assumeva un aspetto
irreale, ed il silenzio profondo veniva accentuato dal pesante manto di neve
che, da qualche ora, ricopriva tutto il granducato. L’atmosfera
natalizia, da sempre, divertiva Damian Norelmeyer. Era incredibile quanto
sciocche si rivelassero le persone per un po’ di neve, qualche abete addobbato,
e dei canti intorno al fuoco. Come sua moglie, per esempio. Gretchen, da buona
scandinava, adorava il Natale. E così, anche quell’anno, era andata a Parigi
per festeggiarlo insieme ai suoi cugini francesi. Quanto
mai opportunamente. Gita
aveva sedici anni, capelli neri e pelle bianca, una zingarella pulita ed
allegra, sempre ansiosa di allargare le gambe. Ora dormiva accanto a lui, le
lunghe gambe intrecciate alle sue, come una gustosa medicina di giovinezza.
Aveva sempre adorato le ragazze giovani, giovanissime. E con la pelle bianca. Karla...come
dimenticarla. Deliziosa. Tanto più deliziosa se pensava alla sua vera identità.
Si era goduto appieno la legittima erede del granducato. Alla faccia del
granduca Magnus...e del povero Lothar. Non
aveva più saputo nulla di lei, a parte quel poco che, di recente, gli aveva
detto David. Presumeva che fosse da qualche parte in Europa, protetta dal nome
Olafsen. Forse, sarebbe sopravvissuta persino alla disfatta del fratello...e
delle sue pretese dinastiche. Era un peccato. Sarebbe stato delizioso riaverla
con sé...e costringerla a rifargli quei giochini con la bocca in cui era così
esperta. Tutto
compiaciuto, Damian si accinse a dormire un po’. La ragazza accanto a lui aveva
cominciato a russare leggermente, ma non gli dava fastidio. Era come un
animale, giovane e sano. Quando
la luce si accese, si alzò di scatto, sbattendo le palpebre insonnolite.
Possibile che quell’idiota del suo maggiordomo osasse disturbarlo mentre non
era solo? Il
luccichio del coltello contro la pelle già avvizzita del suo collo gli ferì gli
occhi. Il brivido freddo della lama d’acciaio contro la sua gola gli mandò un
lungo, sgradevole fremito lungo la schiena. -
Sorpresa - disse una voce calma e metallica, disgustre. - Buon Natale, Damian
Norelmeyer. - La
ragazza accanto a lui non ebbe nemmeno il tempo di gridare. Un tampone imbevuto
di etere le piombò sulla bocca e sul naso. Damian spostò il suo sguardo ora
attentissimo dall’uno all’altro dei loro assalitori. - E
Buon Anno, caro zio - aggiunse il secondo uomo, quello che aveva adllo che
aveva addormentato la ragazza. -
Un gemito, e ti taglio la gola. Con estremo piacere, te l’assicuro. - -
Sì, tagliagliela, Moritz - sorrise l’altro uomo. - Deve essere divertente
vedere il sangue di questo grasso maiale imbrattare il suo letto...così come ha
fatto lui con il sangue dei nostri genitori- -
Oh, Franz, hai pienamente ragione - Moritz si sedette sul letto, sorridendo.
Quel sorriso di morte raggelò Damian Norelmeyer fin nel profondo. Moritz di
Landor e Franz di Walkenstein. Insieme. I figli delle sue vittime. Ma se con il
nipote poteva, forse, ragionare, sapeva per istinto che con Moritz nulla
l’avrebbe salvato. L’avrebbe ucciso, senza alcun rimorso, da quel freddo,
lucido serpente a sonagli che era. Era solo questione
di tempo. Avrebbe
dovuto farlo fuori quando era solo un bambino, il compagno di giochi di quello
sciocco di Lothar. Se solo avesse saputo... -
Rimpiangi di non avermi ucciso quando ero solo un lattante? - Moritz sembrò
leggergli nel cervello. Scosse il capo, come divertito, ed una ciocca dei suoi
stupefacenti capelli biondissimi gli ricadde sulla fronte. Quegli occhi dorati,
insondabili, senza pietà. Li avrebbe riconosciuti tra mille. Gli occhi del
granduca Magnus. Dio, quanto aveva odiato e temuto quell’uomo! -
Per una volta, non sei stato affatto previdente.
- gli disse dolcemente il giovane. - Meglio non lasciare tracce, quando si commettono questo genere di sciocchezze. - -
Già - rimarcò Franz. - Per un uomo che ha avuto il sangue freddo di uccidere la
propria stessa cognata, sei stato singolarmente maldestro. Davvero pensavi che
nessuno l’avrebbe mai scoperto? - La
paura ed il risentimento per essere nelle loro mani fecero andare il sangue al
cervello del vecchio. -
Eppure, miei cari giovanotti, dovreste saperlo come avete ottenuto queste informazioni. - sbottò, suo malgrado - Mi
sono sbattuto quella sgualdrina di tua sorella, Moritz...che è anche la tua
futura moglie, non è vero, Franz? - Moritz
sorrise senza un fremito. Franz irrigidì la mascella, imponendosi con un
supremo sforzo di volontà di non reagire...l’unico desiderio che provava, in
quell’istante, era di spaccare la faccia a quel lurido vecchio. Fu Moritz
a rispondere, con uno dei suoi inimitabili sorrisi. -
Direi, caro Damian, che è stata Karla a
sbattersi te... una volta per tutte. - -
Andiamo - tagliò corto Franz. - Ora facciamo un viaggetto, caro zio. - Passò il
tampone soporifero a Moritz, che lo premette con forza contro il volto
dell’uomo. Damian si dibatté per alcuni istanti, e poi cedette, afflosciandosi
tra le sue braccia. -
Pesa tremendamente. Sarà delizioso lasciarlo cadere sulla neve. E’ una vera
fortuna che ci siano state precipitazioni così abbondanti. - Franz
aveva intanto aperto la grande finestra. Fortunatamente, la stanza di Damian
era solo al primo piano. Un ruzzolone fuori e...oplà. Non c’era nemmeno stato
bisogno di sopraffare le guardie della reggia di Landor. Gli
uomini di Moritz, vestiti da contadini, raccolsero la sagoma pesante ed
immobile del conte, e lo buttarono su di un carro, seppellendolo sotto manciate
di paglia secca. Ad un comando secco, quasi inudibile nella notte, il carro si
mosse lentamente, apparentemente innocuo, verso la campagna.
esdemona non si offenderà se usiamo così la sua
proprietà - osservò Moritz più tardi, quando lui e Franz si poterono rilassare
di fronte ad un bel fuoco di legna. - Ma non mi è venuto in mente nessun luogo
più adatto di questo per tenervi rinchiuso quel rifiuto di Norelmeyer. Almeno
fino a quando non ci avrà detto dov’è Karla - -
Questa è la vecchia casa di Roderick di Saringen...ed anticamente è stata anche
prigione per membri indegni della famiglia Walkenstein - Estembourg - replicò
Franz, sorseggiando il suo cognac. - Quanto mai adatta, pertanto. Anche se,
grazie a Dio, quell’uomo non è mio parente di
sangue - -
E’ però un nemico di sangue - disse
Moritz - E pagherà con il sangue, il suo, te lo garantisco. Ma non prima di
averci permesso di ritrovare mia sorella. - -
Nella fretta di organizzare questo piccolo...ehm, rapimento...non abbiamo
parlato. Mi hai chiesto di Desdemona, e ti ho detto che sta bene...e che è a
Dresda, da nostra sorella Adelaide. Ma c’è qualcosa di cui non ti ho ancora
accennato. - -
Cosa? - si incupì Moritz. - Nessun problema, mi auguro. Qualcuno, a Berlino,
l’ha importunata? Bismarck? - -
No...nulla del genere. - Franz si schiarì la voce, piuttosto imbarazzato. -
Ecco...lei non te ne ha ancora potuto parlare. Dopo che ti vide ad ottobre,
nelle colline, non è stata...troppo bene. - -
Cosa ha avuto? Parla, ti prego! - -
Moritz...Desdemona aspetta un bambino. E’ sicuro. E’ già al quinto mese di
gravidanza. - Franz
vide la fisionomia del futuro cognato, solitamente tranquillissima,
trasformarsi. Moritz balzò in piedi, incapace di stare fermo. - Desdemona è
incinta? Non stai scherzando, vero? - -
Non potrei mai. Non su di una cosa del genere. Non sei...contento? - -
Contento? - rispose l’altro, agitatissimo. - Mio Dio, non riesco nemmeno a
crederci. Un bambino! Un bambino nostro!
Ed io non sono con lei! E se avesse
bisogno di me? Sta bene? Il medico cosa dice? - -
All’inizio ha avuto qualche problema, vomitava spesso, e si sentiva debole. Ma
ora va meglio. Il medico che l’ha in cura a Berlino dice che sta benissimo.
Moritz, in primavera sarai padre. - Franz vide che Moritz piangeva.
Incredibile, ma vero. Aveva le lacrime agli occhi. Era un pianto silenzioso,
qualcosa che lo stava sopraffacendo. Si alzò a sua volta, e lo strinse in un
abbraccio che l’altro, sorprendentemente, non respinse. -
Non fare così. Lei sta bene. E’ sana, giovane: non avrà problemi. E ti ama.
Pensa sempre a te, ed al vostro bambino. Non te lo poteva dire fino ad ora per
ovvi motivi, non voleva compromettere il segreto del tuo rifugio. Ma ti
aspetta. Entrambi ti aspettano. - -
Io non sono degno di tua sorella - disse Moritz, dopo essersi ripreso. - Non lo
sono mai stato. Eppure, il Signore è stato buono, e mi ha dato il suo amore. Ed
ora, anche questo. Non mi sono mai
neppure concesso di sognare una cosa
del genere. Una donna, ed un bambino...tutti
miei. E non posso ancora offrire loro il nome che gli spetta...il titolo di
Landor. - -
Non è così importante. Il vostro amore può attendere - -
No - disse Moritz, asciugandosi rabbiosamente gli occhi. - Non permetterò che mio figlio nasca illegittimo, e che
Desdemona debba sopportarne l’onta. Una volta per tutte, risolveremo questa
questione. Ti garantisco che prima della nascita del bambino, io sarò granduca
di Landor, e lei granduchessa...a qualunque costo! - Nel suo sguardo tornò quel
luccichio di morte che, quella notte, aveva già terrorizzato Damian Norelmeyer.
- Questa farsa è durata anche troppo. Né Vienna né Berlino intendono aiutarmi.
Devo riprendermi ciò che è mio con la forza. C’è solo una cosa che voglio
sapere: sei al mio fianco, in questo? - -
Certamente - disse Franz. - Ora che ti conosco meglio, so che uomo sei. Il
diritto è dalla tua parte. E, comunque, ci uniscono i legami più potenti. I
legami dell’amore che proviamo reciprocamente per le nostre sorelle. Amavo e
rispettavo Lothar, ma già so che non amerò e rispetterò di meno te...al contrario. Anche tu mi sei
fratello. Tramite l’affetto di Karla e di Desdemona. - -
Lo stesso è per me. Giuro che darò la mia vita, tutto me stesso, per proteggere
tua sorella, e tuo nipote, e la vita che avremo. A qualunque costo. Tu sai che
sono capace di tutto, non è vero? - -
Sì... lo so - disse Franz, quasi spaventato dall’intensità del suo sguardo. Ora
capiva perché i nemici, un tempo, fuggivano di fronte a Moritz von Landau...il
cavaliere rosso. Era un guerriero nato. E non conosceva la parola sconfitta. -
Ed ora - disse Moritz, ritornato esteriormente calmo, anche se la notizia
sconvolgente datagli da Franz lo stava torturando dentro - Pensiamo a Karla.
Dobbiamo ritrovarla. Credo sia ora di dare la sveglia a quel lurido maiale che
russa in cantina, legato come un arrosto per Natale -
on intendo sporcarmi le mani con te - sussurrò
Moritz, mentre il suo prigioniero, lentamente, riprendeva i sensi, dopo la
brusca secchiata di acqua gelida mista a neve piombatagli addosso. - Sa solo
Dio se desidero spaccarti quel brutto naso. Ma ci comporteremo da gentiluomini. Ed ora tu mi dirai dov’è
mia sorella - - Non so nulla di quella puttana - rispose imprudentemente Damian. Inatteso, gli giunse sul naso il pugno di Franz. Il giovane principe di Walkenstein sorrise. - Io non ti ho promesso che non ti avrei toccato - - Avanti. Prima parlerai,
prima la faremo finita. Dov’è Karla?
Sei stato tu a farla rapire? - Damian
si passò una mano sul naso, sanguinante. Quell’idiota di Franz doveva averglielo
rotto. Proprio un nipote affettuoso. Ma
Moritz continuava ad essere quello che gli faceva più paura. Dannazione, non
voleva morire. Non così...senza essersi potuto vendicare di quei due ragazzini
imberbi. -
Vi ho detto che non ne so nulla. - Trattenne a stento le parole di scherno che
gli giungevano naturali alle labbra. - Perché mentirvi? Lo so che mi potete
uccidere. - -
Bravo. E’ esattamente quello che ho in mente - confermò Moritz. - Pertanto,
visto che non ci sei di alcuna utilità, non ci resta che procedere. - La
piccola rivoltella di Moritz venne rapidamente puntata alla tempia dell’uomo.
Moritz la preparò al fuoco con uno scatto secco. -
No...aspetta! - gridò il vecchio, terrorizzato. - Io non ne so nulla...ma
potrebbe darsi che mio figlio David, al contrario, ne sappia qualcosa. So che
l’ha vista a Berlino, quest’estate...è stato lui a dirmi della sua relazione
con Franz. Ho il sospetto che la ragazza...che la ragazza si sia portata a
letto anche lui - ammise, riluttante,
temendo una nuova, spiacevole reazione del nipote. -
Di nuovo mi complimento per la tua perspicacia - sorrise Moritz, senza mollare
la mira. - Forza. Dov’è David? - -
Era a Landor fino ad un mese fa. Poi, non l’ho più visto. Credevo fosse andato
a Vienna - -
Bugia. So che è stato visto a Landor anche la settimana scorsa. Pertanto, non è
lontano di qui. Ora, caro Damian, prenderai carta e penna. E pregherai il tuo
caro figlioletto di venirti a riprendere vicino alla fontana dei Tre Cervi, ad
una data stabilita. Con Karla, è
evidente. Che provi qualche gesto sconsiderato...e sei un uomo morto. Morto in anticipo, vorrei aggiungere. - Damian
fissò Franz. Se sperava in un suo aiuto, alla luce dei loro dubbi legami di
parentela, si stava sbagliando di grosso. Non avrebbe fatto nulla per impedire
a Moritz di ammazzarlo. Anzi, si sarebbe goduto di certo lo spettacolo. Maledetti!
Si permise di respirare solo quando Moritz abbassò la rivoltella. Prese la
carta ed il calamaio che Franz gli spingeva davanti, e cominciò a scrivere. Non gli restava che sperare nel figlio, e maledire la sua lussuria, che l’aveva reso schiavo di quella ignobile sgualdrinella dallo sguardo freddo, con risultati tanto disastrosi per il suo povero, vecchio padre. E, probabilmente, per se stesso.
annazione! - imprecò David, leggendo lo scarno
messaggio del padre. Era arrivato con la posta...ed il segretario di Damian
Norelmeyer gliel’aveva subito consegnato, tremando. Nel granducato non si era
ancora sparsa la notizia del rapimento del conte, grazie a Dio, e la famiglia
stessa era per lo più lontana. Restava suo fratello Gunther, da poco sposatosi
e padre di un bambino di un anno, ma David non ci faceva nessun affidamento.
Gunther era un uomo tranquillo, ed il padre ed il fratello l’avevano sempre
tenuto al di fuori delle loro trame. Quanto agli altri figli, a parte Katerina,
a Parigi con la madre, erano ancora dei ragazzi, i due maschi in collegio
militare, e la femmina in un convento della Stiria. David
provò l’impulso di uccidere Karla...e così di liberarsi anche di
suo padre. Era sicuro che Moritz, in quel caso, gli avrebbe reso quel piccolo
favore. Dio sapeva se non vedeva l’ora di sottrarsi all’invadente, soffocante
tutela del padre. Ma
valeva la pena di sopprimere la vita della bella Karla dagli occhi dorati?
Continuava a desiderarla. La voleva per sé, al di là del suo corpo, al di là
della sua ragione, con un’intensità che lo spaventava. Ancora una volta, per
dimostrarle che uomo era...e per vederle un barlume di piacere negli occhi, un
lampo di sincero coinvolgimento. No,
era impossibile. Il disprezzo che lei provava per lui, per il suo stesso nome,
era come una barriera invalicabile tra di loro. Gliel’aveva dimostrato oltre
ogni dubbio. -
Cosa farete, colonnello? - chiese il segretario, non intuendo nemmeno che David
avrebbe potuto e voluto ucciderlo per quello. Il fatto che l’uomo sapesse, gli vietava di restare
inattivo, come avrebbe fortemente desiderato. -
Lo salverò...naturalmente - -
Ah...bene. Desiderate comunicare qualcosa alla vostra signora madre? - - No...nel modo più assoluto - David si disse che non
doveva essere stata casuale la scelta dei suoi nemici di far pervenire il
messaggio per posta. Dovevano conoscerlo bene. Dovevano aver immaginato che lui
sarebbe stato anche disposto a sacrificare la vita del proprio padre...se non
costretto dalle circostanze a fare almeno il tentativo di salvarlo. Maledetti. Si
fece preparare un cavallo, e si precipitò a Nelbrück. Aveva bisogno di vedere
Karla. Lei era seduta accanto alla finestra, nella pallida luce del mattino, e
si pettinava i lunghi capelli biondi. Sembrava la Loreley della nota poesia di
Heine, sebbene non portasse, al contrario di quella, gioielli che potessero
rivaleggiare con il platino della sua incredibile, folta chioma. Una pericolosa
sirena nata per portare i naviganti alla morte. Le
affondò le dita tra i capelli, quasi con tenerezza. Lei non si spaventò nemmeno
quella volta. -
Tuo fratello mi ha offerto su di un piatto d’argento l’occasione di tenerti con
me per sempre...liberandomi al contempo di quel fardello di mio padre. Che ne
pensi? - Karla
sorrise nel piccolo specchio che la serva taciturna le aveva procurato, insieme
con qualche altro scarno oggetto di toeletta. -
Che Moritz ti ucciderà...comunque. - Le
tirò i capelli dolcemente, costringendola a chinare il capo verso di sé. - E
Franz? Credi che anche lui mi ucciderà, se dovessi di nuovo prenderti? - -
Cosa ne sai...di quello che prova un uomo vero?
- rispose lei. - Credi che una volta di più o di meno, a questo punto, farebbe
differenza? - -
Per me la farebbe. Ti desidero al punto di starne male. - -
Io no. - - Perché?
- -
Non c’è motivo. Ti ho avuto perché pensavo potessi essermi utile. Tutto qui. - -
Sei una puttana. - -
Te lo dissi già una volta, David...non
hai idea quanto - La
baciò, suo malgrado, con dolcezza, accarezzandole le labbra con la lingua. Lei,
come la volta precedente, non si ritrasse e non si abbandonò. Incapace
di sopportare lo scherno che intuiva nei suoi grandi occhi trasparenti, si
allontanò ancora una volta da lei, sconfitto. XIV Berlino,
gennaio 1859.
tto von Bismarck cominciò l’anno nuovo nel modo
peggiore. Stava consumando la prima colazione quando l’editoriale del più
importante quotidiano francese rischiò di fargliela andare per traverso.
Portava la firma di uno dei più celebri corrispondenti occidentali in Germania,
ed in quel momento - ne era certo - veniva letto in tutte le più importanti
corti europee. Già
il titolo, nella sua brutalità, era rivoltante. “Usurpato
il trono del granducato di Landor! Il legittimo erede accusa Vienna e Berlino
di cospirazione”. -
Brückner! - urlò imperiosamente, e quando l’ometto arrivò, trafelato, gli gettò
il giornale. Il segretario si aggiustò gli occhiali sul naso, e mise a fuoco
l’articolo incriminato. -
Come è potuto succedere! - scandì l’aristocratico. - Perché non abbiamo
bloccato prima quella donna? - -
Signore...voi avevate detto che stavate ancora ponderando la questione...- -
Accidenti! Dovevate impedirmi di riflettere così
a lungo! - Era
un disastro. Era quello che le miriadi di principati, vescovati, gruppi di
potere attendevano per dissociarsi dal suo progetto di una “grande Germania”.
Era la prova che i due imperi non desideravano affatto tutelare le loro
legittime, ereditarie sfere di indipendenza. E, perlopiù, che agivano
nell’ombra servendosi di personaggi indifendibili come quel Norelmeyer, e di
metodi a dir poco criminali...omicidio, simulazione di reato, rapimento,
sottrazione di minori. C’era tutto. Dannazione, c’era tutto in quella maledetta
storia, in quell’incredibile feuilleton degno di un Dumas, di un Hugo, per
sollecitare lo sdegno e la curiosità morbosa di ogni ceto della popolazione
tedesca. C’era da immaginarsi che, in un baleno, la notizia sarebbe filtrata
sui giornali tedeschi ed austriaci...ed era dannatamente troppo tardi per
fermarla! Desdemona
di Walkenstein l’aveva avvisato...e lui, stupidamente, non le aveva dato abbastanza retta. L’aveva
frettolosamente liquidata come una povera donna innamorata, ed
incinta...incapace di nuocergli. Quanto
si era sbagliato. Si riprese il giornale dalle mani dello sbalordito
segretario, e rilesse quel maledetto articolo per l’ennesima volta. “Ho
incontrato a Dresda, presso il principe Gottfried di Sassonia, suo cognato, la
principessa Desdemona di Walkenstein, sorella del principe sovrano Franz III di
Walkenstein. L’aristocratica dama ha gentilmente acconsentito a rilasciarmi le
dichiarazioni che seguono, per merito della cortese intercessione del nostro
ambasciatore. Invero, la gravità di tali dichiarazioni getta una luce sinistra
sul progetto pantedesco caro al signor von Bismarck ed al suo augusto sovrano.
La principessa è infatti la promessa sposa del principe Haakon Olafsen,
appartenente alla famiglia reale norvegese, il quale, in seguito
all’incredibile serie di avvenimenti che sto per narrarvi, risulta essere
l’unico legittimo erede vivente al trono del granducato di Landor, trono lasciato
recentemente deserto a seguito della prematura scomparsa del granduca Lothar
II, del quale peraltro viene ora contestata l’illegittimità. Ecco i fatti quali
narratimi dalla principessa...” Seguiva
il compiaciuto elenco dei crimini e misfatti di cui il conte Damian Norelmeyer
si era macchiato negli ultimi trent’anni. Si partiva dal gustoso e piccante
racconto delle infedeltà del granduca Magnus e della principessa Rosaleen, per
arrivare alla drammatica nascita dei due legittimi eredi di Landor, Moritz e
Carolina. Non si taceva infine nulla delle macabre, peccaminose circostanze
della morte dei due infelici amanti, e non si sorvolava sui tristi, modesti
destini dei due eredi, sino al loro tardivo riconoscimento ad opera della
famiglia Olafsen. Da ultimo, si adombrava il sinistro ruolo delle due potenze
imperiali nel proteggere l’iniqua reggenza dello stesso Norelmeyer, a scapito
delle legittime aspettative del principe Olafsen e di sua sorella. E la cosa
più drammatica era che entrambe le casate di Walkenstein e di Sassonia si
facevano garanti della legittimità di tali
aspettative. -
Vorrei torcerle il collo. - disse Bismarck, pensando a quel meraviglioso
esemplare di femmina che gli stava procurando il peggiore pubblico imbarazzo
della sua vita. - E Dio sa se non se lo meriterebbe. Ma non mi resta che
precipitarmi a Dresda e trattare con
lei. Cercando di uscire da questo pasticcio il più velocemente possibile.
Dovevo farlo fucilare. Lo sapevo che non dovevo cederlo agli Olafsen...dovevo far fucilare quel von Landau quando
ne ho avuto l’opportunità. Ora è dannatamente troppo tardi. - Brückner
non osò dir nulla. Per una volta, il potente e cinico Bismarck era stato giocato.
olcemente, Adelaide si riprese dalle mani della
sorella, ora addormentata, il piccolo indumento di batista che questa stava
ricamando. Lo osservò sconsolata: Desdemona non era proprio portata per i
lavori manuali. Non importava. Ci avrebbe pensato lei a ricamarlo alla
perfezione per il suo nipotino, l’erede di Landor. Desdemona
si svegliò, e sorrise alla sorella. - Non so cosa mi sia successo. Faccio
fatica a dormire la notte...ed invece, di giorno, non riesco a tenere gli occhi
aperti. - Adelaide
posò la mano sul ventre teso della sorella. Il bimbo scalciava vigoroso. -
Non sta mai fermo. Il mio Eberarth, invece, si faceva appena sentire. - -
Eberarth è un bambino delizioso, e molto tranquillo. Non credo potremo dire
altrettanto del mio. - -
L’hai combinata grossa - sussurrò Adelaide. - Hai fatto muovere da Berlino il
gran capo in persona. Bismarck è qui. Vuole parlarti. - Desdemona
si sollevò con uno sforzo. Ora era davvero divenuta grossa. - Almeno è servito
a qualcosa. Era ora di spezzare quest’assurda cortina di omertà. Norelmeyer
tiene prigioniera Karla...te ne rendi conto? Avrebbe potuto fare lo stesso con
noi...o con tuo figlio. - -
Sì...ne sono convinta - tremò Adelaide. - Vuoi parlargli? - -
Sì. - -
Hai paura che ti faccia delle minacce? Che ti costringa a ritrattare quello che
hai dichiarato a quel giornalista? - -
Che ci si provi soltanto! - esclamò Desdemona. - Se mi aiuti a cambiarmi, lo
ricevo subito. Non voglio disturbare Sandra. E’ andata a fare una passeggiata
con quel generale russo...hai capito, la nostra Sandra? - -
Era ora! - rise Adelaide. - Dopo tutti questi anni di fedeltà, a noi ed alle
nostre beghe, era ora che si dedicasse un po’ a sé stessa. - Adelaide
aiutò Desdemona a vestirsi. Le porse un bellissimo abito dalla linea sciolta,
appena fermato sotto il seno da un nastro dello stesso blu scuro del velluto
impiegato dalla veste, e le raccolse i capelli in una retina. Al collo,
Desdemona indossò il suo nastro con il rubino donatole da Moritz. - Principessa...è un piacere rinnovato. Siete
magnifica - -
Signore, voi siete sempre molto gentile.
- rispose lei, con ironia appena celata. - A cosa devo la vostra cortese
visita? - -
Alle vostre coinvolgenti...ehm, esternazioni. Immagino che siano...immodificabili, non è vero? - -
Tanto immodificabili quanto lo è di solito la verità - disse lei, sedendosi ed
invitandolo a fare altrettanto. Otto von Bismarck poteva spaventare tutti i suoi interlocutori, ma non
avrebbe spaventato lei. Non più. - E’ la verità, infatti, che Norelmeyer, o suo
figlio, tengano prigioniera la donna che sarà presto mia cognata...la
principessa Carolina di Landor. - -
Ne siete sicura? - -
Ne sono assolutamente certa - -
Si dice che Damian Norelmeyer manchi da Landor da alcune settimane, e che
nessuno l’abbia più visto. Si sussurra che sia stato a sua volta vittima di un
rapimento. - -
E’ quello che mi auguro. Non vedo infatti altro modo per ottenere la
restituzione di Karla.- -
L’Austria minaccia di invadere in armi Landor qualora il nuovo pretendente
fosse ad essa...ostile - -
Lo faccia pure, se lo ritiene. A questo punto, il mondo sa chi è il vero,
legittimo erede di Landor. - -
La creatura che portate in grembo...principessa? - -
No, signore...suo padre. Moritz di Landor. - Bismarck
la studiò. Non era ostinata. Era semplicemente sicura di sé, e della assoluta
bontà della sua causa. -
Non avete paura di nulla, principessa? - -
La paura non impedirà a nessun membro della mia famiglia di compiere il proprio
dovere fino in fondo. Non vi immischiate più in questa faccenda, von Bismarck.
Vi sono grata per aver consentito a Moritz di sopravvivere, a Berlino. Ma non vi devo altro, lo sapete bene. Non
è trasformando Landor in un campo di battaglia tra le pretese egemoniche
vostre, e quelle austriache, che vi garantirete la fedeltà di Moritz... o la
nostra. Lasciate che noi risolviamo a modo nostro il nostro problema familiare
con i Norelmeyer, e poi si vedrà. - -
L’epoca dei principati sta per finire, principessa, e credo voi siate
abbastanza intelligente da capirlo. Non credete sia antistorico lottare per
l’indipendenza di piccole sovranità? - Desdemona
lo fissò. - Antistorico? Almeno quanto lo sperare di riunire durevolmente
popoli e mentalità diverse sotto un unico, immenso impero. Vedrete, nemmeno
l’epoca imperiale da voi auspicata durerà a lungo...anche questo sono abbastanza intelligente da capirlo.
Quanto a noi, Moritz ed io, ed i miei fratelli, non desideriamo che il bene e
la prosperità della nostra gente. Senza invadere le prerogative di nessuno. Ma
senza dover cedere le nostre a persone senza scrupoli, avide ed immorali, come
i Norelmeyer. - Bismarck
non rispose. La principessa non avrebbe ritrattato. E
Norelmeyer era ormai divenuto politicamente indifendibile. -
Cercherò di contrattare con Vienna una sospensione di ogni possibile intervento
armato. Non ne usciremmo bene, nessuno dei due imperi, da una presa di
posizione contro di voi. Vedetevela da
soli. Ma, ricordate, un giorno passerò a riscuotere il mio credito,
principessa. - -
Se vi saranno crediti da riscuotere, verrete pagato. - replicò lei,
freddamente. -
Il vostro promesso sa che tipo di donna sta per sposare? - Lei sorrise. - Credo proprio di sì. Almeno quanto io so che tipo di uomo è lui -
l giorno fissato per la liberazione di Karla arrivò
in una fredda mattinata di gennaio. Era
da qualche settimana che non nevicava, e la neve caduta a dicembre si era
solidificata in una fredda, sporca cortina ghiacciata, che rendeva difficili i
movimenti dei cavalli. Franz
e Moritz si diressero verso il crocicchio dei Tre Cervi, non lontano da
Nelbrück, con il loro prezioso ostaggio, ed una piccola scorta armata di uomini
di Walkenstein e di compagni d’armi di Moritz. I norvegesi si muovevano con
disinvoltura nella fredda giornata invernale. Abilissimi cavalieri, abituati ai
terreni più difficili, portavano tranquillamente a tracolla lunghi fucili
capaci di abbattere un orso con un solo colpo. La
tensione stava facendo saltare i nervi a Norelmeyer. I suoi carcerieri non gli
avevano passato nemmeno il necessario per radersi, e si sentiva sporco ed a
disagio, con la barba lunga, e gli stessi abiti che gli avevano frettolosamente
fatto indossare la notte del suo rapimento. Temeva di morire. Temeva che David
non ci avrebbe pensato due volte a tenersi Karla...lasciando che i suoi nemici
lo eliminassero. Non si faceva alcuna illusione circa l’affetto filiale del
figlio. -
Vedremo quanto bene ti vuole il tuo figliolo - sorrise Moritz, leggendogli
nella mente. Damian lo ricambiò con uno sguardo di puro odio. Era proprio il
figlio di Magnus, nonostante tutti i suoi sforzi per eliminarlo...ed era, da un certo punto di vista, anche peggiore.
Magnus aveva avuto la debolezza della carne, e la vanità di un vero sovrano.
Moritz gli sembrava privo di punti deboli, temprato com’era stato da una
giovinezza difficile ed umiliante. Se solo fosse riuscito a mettere le mani su
Desdemona, si disse Damian...forse, solo allora avrebbe potuto vendicarsi di
lui. Ma,
in quel momento, era già molto riuscire a restare vivo. Franz,
al contrario, era teso almeno quanto lui. Damian si chiese quanto gli bruciasse
il sapere che la sua donna era stata loro, sua e di suo figlio. Sembrava che
fosse disposto a passarlo per le armi almeno quanto lo era il suo futuro
cognato. -
Alt! - intimò il principe. Seguendo un ordine prestabilito, la scorta norvegese
di Moritz si dispose strategicamente nel bosco intorno al crocicchio. Gli
uomini di Walkenstein, invece, circondarono l’ostaggio, imbracciando i fucili e
puntandogli contro le loro baionette. Franz e Moritz, la rivoltella in mano, si
avvicinarono al centro dell’incrocio. Non c’era nulla che David potesse fare
contro di loro senza che la vita di Damian cessasse all’istante. Non si
facevano illusioni circa l’affetto del giovane per il padre, ma, in quel caso,
ogni suo gesto sconsiderato avrebbe avuto troppi testimoni. Politicamente e
socialmente, in quel caso, sarebbe stato un uomo finito...se non l’avessero
ucciso prima. I norvegesi avevano infatti l’ordine di fare fuoco al primo
segnale di comando ad opera di uno dei due principi. Nel
silenzio assoluto del bosco in gennaio, si disposero all’attesa, il loro fiato
che si condensava in fredde nuvolette di vapore nel gelo.
evo ucciderti ora
? - si chiese David, mentre affondava le mani nei capelli d’argento di
Karla. - La facciamo finita, qui e subito? Ti ammazzo, e lascio che tuo
fratello ed il tuo amante ritrovino solo il tuo corpo in disfacimento? - Lei
lo fissò. Non aveva mai avuto veramente paura di lui, nonostante tutto. In
quelle settimane di prigionia, l’aveva visto appena. Era come se il vederla lo
mettesse troppo a dura prova...Karla sapeva che era sempre in bilico tra la
tentazione di saltarle addosso, per rivendicare il suo possesso, ed il timore
di rivedere il suo scherno, il suo disprezzo. Evidentemente, in un qualche suo
contorto modo, lui l’amava. Era
quella la sua unica forza, ciò che le consentiva di non crollare, in quella
fredda prigione. Quella, ed il suo stesso difficile passato. Lei era una donna
abituata alla solitudine...alla povertà materiale e spirituale. Non sarebbe
stato affatto facile piegarla, se non ci erano riusciti neppure gli abusi degli
Herzog quando era solo una ragazzina. -
Vuoi che trovi le parole per convincerti a non farlo? - disse lei, con
tranquillità. - No, ho freddo e sono troppo stanca. E poi, non sono brava a
mentire. - -
Ma se sei la maestra di ogni inganno... - -
Inganno? Non ti ho mai detto di amarti. Non ho mai neanche detto che mi
piacessi. - -
Non ti ho portato al piacere neppure una volta? - -
David... - sbuffò lei, con il tono annoiato di una madre costretta a ripetere
l’ennesima lezione al figlio ottuso. -
Ancora una volta, ti prego... - - A
che scopo? - chiese lei, sbadigliando. - Se devi uccidermi, facciamola finita.
Altrimenti, lasciami dormire - -
Sì, dormire... - si chiese David. - Avrei voglia di stendermi accanto a te, in
un vero letto, e di dormire, soltanto dormire, tenendoti tra le braccia,
aspirando il tuo profumo. Eri così pulita...anche quando facevi la serva. E
profumavi di buono. Avrei dovuto capirlo chi eri veramente. - -
Neppure io sapevo chi ero veramente, allora - -
Eppure, Franz lo hai amato. Perché io no?
- -
Perché lui sì - rispose lei, con la
stessa logica di un bambino. David
guardò l’orologio che portava in tasca. Era ora. O adesso... o mai più. -
Andiamo - le disse bruscamente. - Indossa la tua pelliccia. - -
Dove? - chiese lei, stupita. - Ti ho detto che sono stanca. - -
Su...andiamo! - la strattonò, costringendola a muoversi. Karla afferrò il suo
zibellino, suo fedele compagno in quelle fredde giornate nella fortezza
abbandonata, e lo seguì. Un vago timore la invase. Ma cercò di calmarsi. Se
David voleva davvero ucciderla, nulla gli impediva di farlo lì, e subito. Lo
seguì fuori dalla fortezza. Non aveva mai lasciato la sua stanza dal giorno in
cui l’avevano condotta fin lì. Appena fuori, nei boschi gelati, respirò con
forza la fredda aria balsamica. -
Monta a cavallo - le ingiunse l’uomo. - Avanti - Lei
fece come le era stato ordinato. David montò dietro di lei, afferrando le
redini tra le mani guantate, e tenendola stretta tra le sue cosce. - Non
pensare nemmeno di gettarti per terra. Ti riprenderei subito. - -
Non intendo affatto farmi male. - rispose lei. David aspirò per un istante il
dolce profumo dei suoi capelli, che lei aveva appena lavato, grazie ad un
bacile di acqua calda e ad un pezzetto di sapone che la sua serva abituale le
aveva portato. Fu sul punto di mandare tutto al diavolo. Di far cambiare
direzione al cavallo, di portarla con sé verso sud, in una fuga infinita, verso
il caldo, il sole, la libertà. Di tenerla prigioniera per sempre, in un altro
mondo, in un’altra realtà. Lei, come intuendo il corso dei suoi pensieri, si
voltò e lo fissò. Rimase
sconvolto come sempre dalla trasparenza dorata dei suoi occhi. Non erano
azzurri, e nemmeno propriamente castani, ma piuttosto di un’insolita sfumatura
di nocciola chiarissimo, propria della famiglia Landor...occhi d’oro e capelli
d’argento. Era la donna più strana che avesse mai conosciuto. E la più
determinata a non essere mai, in nessun caso, davvero sua. Strinse
le labbra, e spronò il cavallo. Avevano un appuntamento a cui, a questo punto,
non aveva alcun senso mancare.
l lieve, modulato fischio fece trasalire i due
principi. L’avanguardia norvegese aveva scorto un cavaliere in arrivo poco
distante. Gli scatti delle sicure mandarono un lungo brivido lungo la schiena
di Damian Norelmeyer. Grazie a Dio, doveva essere David. Sperava solo che non fosse così stolto da
tentare qualcosa contro i loro
nemici, non in quel momento. Franz
fu il primo a scorgere Karla, a cavallo con David, e si controllò per domare
l’impulso di correrle incontro. Lei lo guardò, apparentemente tranquilla. In
verità, era sconvolta. Ora sapeva che né lui né suo fratello l’avevano
abbandonata...e che questo avrebbe potuto essere il momento della sua
liberazione...o della loro più completa disfatta. Sotto
il suo sguardo ardente, Karla abbassò il proprio. Si chiese se lui avesse letto
la sua lettera. E se fosse accorso in suo aiuto spinto solo dal suo spirito
cavalleresco, nonostante l’infame tradimento di lei...o se la amasse ancora.
Karla pregò tra sé e sé, suo malgrado. Fa’ che possa ancora dimostrargli il mio
amore, pensava. Fa’ che mi dia ancora un’occasione per riconquistarlo. Senza di
lui non vivrò....sapendo che mi disprezza e mi odia. Moritz
scambiò un lungo sguardo con la sorella. Si rassicurarono a vicenda: lei,
fisicamente, stava bene. -
Benvenuto, David. Vedo che Karla sta bene. - -
Non posso dire altrettanto di mio padre. Ha l’aria vecchia e stanca. - Un
lampo di disprezzo passò negli occhi di Damian. Suo figlio, quello sciocco, non
era stato nemmeno abbastanza uomo da sbattersi di nuovo quella sgualdrinella e
da farle perdere un po’ delle sue arie, evidentemente. La ragazza sembrava assai
soddisfatta, e ne aveva ben donde. L’aveva di nuovo domato, pur essendo lei la prigioniera. -
E’ lo specchio della sua decadenza....fisica e morale. - commentò Moritz. -
Avanti, facciamola finita. Lascia scendere Karla. Non appena sarà qui, con me,
ti restituirò il tuo caro congiunto. - -
Perché dovrei fidarmi? - replicò David, petulante. - Perché non hai scelta - “Idiota” pensò Damian. “Ho
messo al mondo un vero idiota. Sei veri idioti. Altro che il mio sogno di una
nuova stirpe sovrana”. Già,
il suo assurdo sogno...quello di soppiantare sia i Landor che i Walkenstein
grazie alla propria astuzia, al proprio cinismo. Diventando, sin da
giovanissimo, il confidente sia di Magnus di Landor che del principe Jobst di
Walkenstein, il nonno di Franz, e muovendosi tra infiniti intrighi e delitti.
Aveva sedotto Margaretha Naestved, la sorella della principessa Rosaleen, a
questo scopo...e non era servito a nulla.
La stupida si era innamorata di lui, al punto di rifiutare Magnus come sposo,
quando il granduca era rimasto assai opportunamente vedovo. Ed erano stati
felici, loro malgrado...mettendo al mondo sei stupidi figli, del tutto inadeguati. Meglio
aveva fatto Magnus di Landor...senza neppure saperlo. Aveva prodotto in un
colpo solo due autentici gioielli di cinismo, perfidia e resistenza...quella
sgualdrina di Karla, e quel serpente di Moritz. Resistenza...quella
era la parola chiave, si disse Damian, mentre vedeva dinnanzi a sé la bionda
Karla scendere di cavallo con calma, come se ritornasse da una passeggiata nel
parco con un ammiratore, e dirigersi verso il fratello. Capaci di tutto.
Resistenti a tutto. Persino al
plotone di esecuzione...ed al letto di un vecchio pervertito come lui stesso. Damian
scosse impercettibilmente il capo, deluso, mentre osservava il volto di pietra,
indurito dal dolore e dal rimpianto, di quello sciocco di suo figlio. -
Andiamo - gli intimò un norvegese, con uno spintone, ad un cenno quasi
impercettibile di Moritz. Karla era già tra le sue braccia. La sorella teneva
il volto premuto contro la sua spalla, evitando lo sguardo di Franz, immobile
accanto a loro. Non era quello né il momento né il luogo per parlare. Ne erano entrambi acutamente
consapevoli. Damian
barcollò nella radura, dirigendosi verso il figlio. Per la prima volta in vita
sua, si sentiva davvero sconfitto. Moritz
fece montare Karla a cavallo, davanti a sé, e si accinsero a ripartire. Anche
Franz era già in sella alla sua cavalcatura, e gli uomini della loro scorta si
stringevano loro intorno, per proteggerli da ogni possibile attacco. Damian
non aveva ancora raggiunto il figlio, quando lo sparo scosse l’aria immobile
della foresta gelata. Poco
distante da lui, David impugnava la rivoltella fumante, il volto sconvolto
dalla follia di quel gesto. Il
principe era caduto a terra, un fiore di sangue che si allargava sulla sua
schiena.
l grido di Karla scosse il silenzio irreale di quel
primo istante di congelato stupore, seguito allo sparo. Tutto accadde in fretta. La scorta dei principi si
aprì, e David Norelmeyer vide la sua morte, senza possibile appello, negli
occhi freddi, chiari ed inespressivi di Moritz di Landor. Senza nemmeno un
fremito, Moritz sollevò la sua rivoltella e mirò al capo del suo nemico. -
No! - urlò Damian. -
No! - stava urlando Karla, subito scesa a terra e riversa sul corpo immobile
dell’uomo che amava. Franz era caduto da cavallo, subito dopo lo sparo di
David, ed ora giaceva su di un fianco, gli occhi chiusi, come morto. Forse,
morto lo è davvero, si disse quest’ultimo, con una certa soddisfazione, nel suo
ultimo istante di vita. Moritz
sparò.
amian Norelmeyer, ancora scosso per la repentinità
di quanto era successo, non reagì quando due dei soldati di Moritz lo
ammanettarono nuovamente. Con sguardo spassionato, incredulo, osservava quanto
stava freneticamente avvenendo nella piccola radura. David
era morto. Giaceva a terra, il lato destro del capo frantumato dallo sparo di
Moritz. Era stato ucciso a sangue freddo, una perfetta, tempestiva vendetta al
suo gesto assurdo. Damian era certo che il suo assassino non ne provasse
neppure il minimo rimorso...e che era prontissimo a rifare altrettanto con lui
stesso. Franz
di Walkenstein, ancora steso per terra, ancora immobile, non rispondeva ai
richiami di Karla. Lei piangeva, riversa su di lui. Damian la osservava, suo
malgrado, con distaccata curiosità. Non credeva che lei sarebbe stata capace di
piangere, per nulla al mondo. Si era
sbagliato. Moritz
prese dolcemente la sorella per le spalle, e la scostò. Si chinò su di Franz e,
con l’aiuto di uno dei suoi uomini, tagliò il pesante cappotto che questi
indossava. -
Il freddo fermerà l’emorragia...se siamo fortunati - disse a sé stesso, a voce
alta. Non doveva pensare che Franz potesse morire. Non doveva pensare al dolore
di Karla...ed a quello di Desdemona, e di Adelaide, se ciò fosse accaduto.
Doveva solo agire...con calma. Cercò
di calmare l’improvviso tremito delle mani, e di dimenticare che aveva appena
ucciso un uomo. Si
disse che, in questo momento, quelle mani non dovevano dare la morte...ma la
vita. Moritz non aveva mai raccontato a nessuno, neppure a Desdemona, della sua
segreta passione per la medicina, che l’aveva portato a condurre intensi studi
che avevano riempito, più degli altri suoi interessi, i suoi anni errabondi
come principe Olafsen. Aveva frequentato l’università ad Oslo, sotto falso
nome, ed aveva prestato la sua opera come tirocinante negli Stati Uniti,
specializzandosi nel settore delle ferite d’arma da fuoco e da taglio. Troppo
vivido in lui era il rimorso per le morti causate nella sua giovinezza, quando
era ancora il cavaliere rosso...e
troppo forte il desiderio, in qualche modo, di espiare, salvando almeno qualche
vita tra coloro che cadevano feriti sui campi di battaglia. Ora,
era il momento di mettere a frutto queste esperienze. E poi, quando sarebbe
stato granduca, avrebbe fondato un corpo ospedaliero specializzato, da inviare
in tutto il mondo...laddove ci fossero state battaglie e sangue e dolore. Ma adesso doveva salvare Franz. Cominciò
a parlare in norvegese, in fretta, rivolgendosi solo a Rieb, il suo
luogotenente. L’uomo prese in consegna Karla, ancora sconvolta dall’accaduto, e
la portò via, verso Walkenstein, insieme a Damian Norelmeyer ed al grosso della
sua truppa. Altri soldati cominciarono a preparare una specie di barella, da
far scivolare sulla neve ghiacciata, mentre Moritz toglieva i guanti e si
scaldava le mani ad un piccolo fuoco di campo, appena acceso. Franz era ancora vivo, grazie a Dio. Teneva gli
occhi chiusi e respirava piano...ma respirava.
Moritz trasse un respiro di sollievo. I polmoni dovevano essere intatti. Non
appena si sentì pronto, tagliò la giacca e la camicia insanguinate, e mise a
nudo il piccolo foro. Così piccolo...così mortale. La
ferita era netta, pulita. Il proiettile era penetrato poco sotto la scapola
sinistra, e si era evidentemente incassato in qualche punto della cassa
toracica, non lontano dal cuore.
David, da quel vigliacco che era, aveva colpito il suo rivale alla schiena.
Assurdamente, senza scopo, al solo fine di prendersi un’impossibile vendetta. Mio
Dio, ma dove era finito quel dannato proiettile? -
Andiamo a Nelbrück...è il posto più vicino, e non posso certo operarlo in un
bosco. Dobbiamo smuoverlo il meno possibile. Il proiettile potrebbe
spostarsi...e credo sia dannatamente vicino al cuore. Avanti...carichiamolo
così...sul ventre. - Con
estrema cautela, lui ed i suoi uomini appoggiarono il ferito sulla barella.
Grazie a Dio, la cupa fortezza non era lontana. Mentre
si allontanarono, nessuno di loro pensò a David, al suo corpo scomposto,
abbandonato sul terreno ghiacciato, che i fiocchi di neve leggeri che avevano
da pochi minuti ripreso a cadere già stavano ricoprendo.
’ qui che l’hanno tenuta prigioniera! - esclamò
Moritz, non appena furono dentro la fortezza, e fu evidente che la stessa,
nelle ultime settimane, era stata abitata...e precipitosamente abbandonata
quella mattina stessa. Le braci del camino erano ancora calde. Si
diede dello stupido per non averlo intuito prima. In quel caso, sarebbe stato
possibile assaltarla...e liberare Karla, senza che nulla di tutto ciò
accadesse. Ora,
Franz era immobile, come senza vita, sul tavolo di legno di fronte al camino,
in quella che era stata la cucina principale del castello. E lui era l’unico
colpevole. -
Avanti - si disse, mentre Rieb, subito tornato da Walkenstein, appoggiava sul
tavolo la sua valigetta, quella che portava dai tempi dell’Università e che
conteneva tutti i suoi strumenti chirurgici. I bisturi, le forbici e le garze
vennero messi a bollire sul fuoco, mentre Moritz si risciacquava accuratamente
le mani con un disinfettante dall’odore acre. La schiena ed il torace di Franz
vennero messi a nudo, ed accuratamente puliti con quello stesso acido fenico di
cui il suo insegnante sul campo, un medico statunitense che aveva assistito nel
corso di alcune scorrerie contro bellicose tribù indiane, gli aveva
raccomandato un’abbondante utilizzo contro il rischio di infezioni...il nemico
più subdolo di tutti. Nel
più totale silenzio, assistito solo dal suo luogotenente, esplorò con un
bisturi la piccola ferita aperta. Non lo trovava. Dannazione, non lo trovava,
quel maledetto proiettile! Ed era evidente che non poteva lasciarlo lì, soprattutto se fosse stato rivestito di piombo, come
quelli in dotazione agli ussari di Landor. L’avvelenamento che avrebbe causato
avrebbe potuto essere più pericoloso della ferita stessa. Si
passò un fazzoletto pulito sulla fronte, imperlata di sudore per il caldo del
vicino fuoco, e per la tensione. Fosse stata l’ultima cosa al mondo a fare,
avrebbe salvato Franz. Solo che non sapeva come. -
Su, riproviamo - si disse, dopo una brevissima pausa. Le sue mani, ora, erano
fermissime. Si stava giocando il tutto per tutto. Che
incredibile scherzo del destino! David aveva sparato per uccidere, e la sua
mira era stata perfetta. Solo che il proiettile, invece di colpire cuore e
polmoni, si era incuneato strettamente tra entrambi. Franz, intanto, si stava
debolmente lamentando. -
Etere - disse solo Moritz, mentre Rieb provvedeva ad addormentare il ferito con
un tampone imbevuto. Se si fosse mosso troppo, quel maledetto grumo di metallo
si sarebbe potuto spostare, causando la sua morte, se non ci riuscivano prima
le sue mani ancora troppo inesperte. Mani che sapevano dare la morte fin dalla
più tenera giovinezza...ma che da troppo poco tempo avevano imparato a
restituire la vita. Dopo
un nuovo tentativo, che gli parve durare per un tempo infinito, qualcosa di
duro, di ostile, di estraneo, toccò la punta del suo bisturi. Era
il proiettile. Mio Dio, l’aveva trovato. Non
si permise il tempo di esultare. Divaricò la ferita, e penetrò più
profondamente nel tessuto arrossato con il suo bisturi, riuscendo infine a far
uscire il proiettile dalla sua sede. Rieb raccolse con le pinze l’oggetto, e lo
lasciò cadere, ancora insanguinato, in una piccola tazza, che aveva scovato
nell’acquaio. Moritz
disinfettò a lungo la ferita, e cominciò il lento e fine lavoro di ricucitura.
Non pensava a niente. Stava solo operando. Non aveva il tempo di pensare. Quando
fu tutto finito, lavarono e fasciarono accuratamente il torace del principe con
bende pulite, dopo aver ricoperto la ferita con le garze sterilizzate in acqua
bollente. Lo rivestirono in fretta con alcune calde camicie di flanella portate
da Rieb da Walkenstein, e lo misero a letto nella stessa camera che doveva aver
occupato Karla durante la sua prigionia. Era troppo presto per trasportarlo
alla Residenza. Tra breve, Moritz lo sapeva, sarebbe giunto il momento più difficile.
L’assalto della febbre. Alla
fine, esausti, lui e Rieb si sedettero vicino al ferito, sempre immobile,
guardando la notte di quell’interminabile giorno d’inverno cadere fuori dalla
piccola finestra munita di grate. -
Una sigaretta, comandante? - -
Sì, perché no - disse Moritz. Ora che la tensione lo stava abbandonando, si
sentiva stanchissimo. Non sapeva se avrebbe salvato Franz oppure se, con il suo
goffo intervento, ne avrebbe accorciato la sopravvivenza. Sapeva solo che, di
più, non avrebbe potuto fare. Prese
la sigaretta offertagli dal suo luogotenente, ed uscì nel corridoio. I pensieri
ribollivano dentro di lui. Landor. Quante vite umane stava costando...i loro
genitori, David Norelmeyer...forse anche Franz. Se
fosse stato così, non se lo sarebbe mai potuto perdonare.
arla lasciò il suo posto abituale accanto al letto
di Franz, ed andò in cerca del fratello. Lo trovò nelle scuderie, che stava
personalmente strigliando il suo cavallo. -
Moritz...non abbiamo ancora parlato, tu ed io. - Lui
la osservò. Era stanca: lo vedeva dalle ombre scure sotto i suoi occhi, e dal
suo disordine. Dopo quella terribile, snervante prigionia lei non aveva avuto
neppure il tempo per un po’ di riposo, per un bagno. Si era semplicemente
cambiata d’abito, a Walkenstein, e poi si era fatta riportare di corsa a
Nelbrück, per assistere Franz. Erano passati due giorni dall’agguato nella
foresta, e lui non aveva ancora ripreso conoscenza. Per quei due giorni, e tre
notti, la febbre aveva scosso il suo forte corpo...e Karla non l’aveva mai
lasciato. Di tanto in tanto, la stanchezza l’aveva vinta, e lei si era
addormentata per poche ore alla volte, il capo sul bordo del letto del ferito. -
Come sta? - le chiese Moritz, temendo il peggio, temendo di sentirsi dire che
lui fosse morto. In quel caso, non avrebbe saputo come poterla ancora guardare
negli occhi. Karla
sospirò. - La febbre è calata. Ora dorme...ed è più tranquillo. - Nel
delirio, Franz aveva gridato più volte il suo nome. Mai con rancore, ma spesso
con disperazione. Ogni volta, il cuore di Karla aveva sanguinato, per il
rimorso ed il senso di colpa. -
Moritz... - gli disse, prendendogli una mano tra le sue, e riflettendo che
erano vissuti insieme, per nove mesi, nel grembo della stessa donna, uniti come
null’altro al mondo mai...e che se anche la vita, da subito, li aveva spinti
lungo strade lontanissime, in verità, non si erano mai persi. - Tu gli hai salvato la vita. Senza di te, senza la tua
bravura, il tuo controllo, Franz sarebbe morto.
Ed io sarei morta con lui. Avrei potuto sopportare tutto...ma non questo. - -
Non dire così - mormorò lui. - Era destino. Se si è salvato, lo deve al
Signore, non certo alla mia inesperienza - -
Moritz - ripeté lei. - Quello che hai fatto per Franz ci unisce ancor più di
quanto ci abbia unito il crescere nello stesso grembo, lo capisci? Perché è
stato un atto consapevole...e ci ha
purificati dal passato. Anche dal nostro
passato. - Moritz
tacque, e pensò a Desdemona, al loro figlio che doveva ancora nascere. Lei
l’aveva perdonato, una volta per tutte, ma ora, forse, era lui ad aver davvero espiato. Tutta una serie di peccati. Il
cinismo estremo, la falsità, la crudeltà verso tutti coloro che potevano
servirgli da pedine. -
Devo andare da lei - disse, d’impulso. - Devo dirle di persona che Franz ce la
farà...e devo prenderla tra le braccia, accarezzare il suo ventre, dove porta
il nostro bambino. Sono così stanco, Karla...stanco di combattere, di
complottare, di non aver paura. Ho
avuto paura, quando ho avuto la vita di Franz tra le mie mani. Tanta paura. E
questo mi ha fatto sentire diverso da prima...un altro uomo - -
La tua gente non vorrà un sovrano che non conosce la paura, la disperazione. La
gente di Landor vuole un uomo, che
sappia sentire oltre che agire. Adesso, Moritz, sei davvero
pronto. E non puoi tornare da Desdemona, non ancora. Adesso, devi riprenderti
Landor. - Lui
non rispose. Cominciava a rimpiangere il sogno di una vita tranquilla in
Norvegia, con sua moglie e suo figlio. Stavolta, lottare gli pesava. Anche se
non aveva mai fatto altro nella sua vita. -
Io sarò al tuo fianco, Moritz - gli disse Karla. - Non appena sarò certa che
Franz possa sopravvivere, lo lascerò. Devo riflettere, ed anche lui. Deve
capire se può ancora accettarmi, e non può farlo se gli imporrò la mia
presenza. - -
Davvero ne avresti il coraggio? Non l’hai lasciato per un istante, ora che era
incosciente, e quando starà meglio...- -
Deve pensare liberamente. E l’unico
regalo che, in questo momento, posso davvero fargli. Ma noi due non abbiamo più
tempo da perdere. David è morto, Damian è ancora nelle nostre mani. E’ arrivato
il momento di agire - -
Sì - disse Moritz, stringendo la sorella a sé. - Non diventerai principessa di
Walkenstein prima di essere stata granduchessa di Landor. Te lo prometto,
Karla. - -
Anch’io te lo prometto. Anche se, tu ed io, non siamo più soli al mondo. - -
No...non più. E forse riusciamo anche a non averne più paura. -
l volto di pietra, le mani di nuovo ferme e
guantate, Moritz assisteva immobile mentre Rieb ed uno dei suoi assistenti, con
gran gusto, radevano e lavavano il riottoso Damian. Dopo il primo momento di
incredulità, e stupore, seguito all’uccisione del figlio, Damian era caduto in
uno stato di torpore. Tutti i sogni di una vita gli stavano cadendo addosso.
Non riusciva nemmeno a pensare. Si
sentiva solo e sconfitto. Non perché avesse particolarmente amato David, od un
qualunque altro dei suoi figli, ma perché ora sapeva che le sue illusioni non
avrebbero avuto futuro. Morto lui, e si rendeva conto di non essere più né
giovane né immortale, nessuno avrebbe
raccolto la sua eredità. Aveva puntato su David, ed aveva perso la scommessa.
David aveva miserabilmente fallito. -
Deve tornare a Landor come un uomo libero - disse Moritz, con l’ombra di un
sorriso sul volto freddo e teso. - Non come un prigioniero. Deve liberamente scegliere la sua sorte. - -
Lo ammazzerei, e basta, questo grasso maiale - rispose Rieb. - Con rispetto
parlando, comandante. Ha ucciso entrambi i vostri genitori. Suo figlio ha
rapito vostra sorella, e quasi spedito all’altro mondo vostro cognato. - -
L’avete sepolto? - -
Sì, nel bosco...come un cane randagio. - -
Più tardi lo faremo disseppellire. E daremo al colonnello David Norelmeyer una degna sepoltura nella sua cappella
di famiglia. Sei d’accordo, Damian? - Damian
non rispose. Stava subendo il rasoio di un soldato, che stava riportando la sua
faccia al consueto ordine, dopo la prigionia. Intuiva che quello, in caso di
una sua risposta inopportuna, non avrebbe esitato un istante a ficcargli la
lama nella carne. -
Mia...moglie? I miei...figli? - -
Tutto come prima. Saranno rispettati...e felici, fuori da Landor. Ah,
naturalmente...senz’altro possedimento, conto bancario, od altro di cui tu,
Damian, non riesca a dimostrare debitamente la provenienza. Karla ha le idee
molto chiare, al proposito. Intendiamo riavere tutto ciò che, negli anni, hai
rubato a mio padre ed a mio fratello Lothar. Con gli interessi, beninteso... - -
Desdemona non accetterà mai che sua zia venga spogliata dei suoi beni,
umiliata, e... - Un
luccichio pericoloso comparve nei gelidi occhi del granduca. Damian pensò bene
di tacere. -
Pronuncia ancora il suo nome, e ti stacco la testa dal corpo, vecchio porco. Se
sarai abbastanza astuto, la tua famiglia uscirà dignitosamente da questa
faccenda. - -
Ed...io? - -
Non puoi pensare di non pagare, vero?
- replicò dolcemente il giovane. - Ma a suo tempo. Nei debiti modi. - Damian
rabbrividì. Riconosceva nel suo avversario lo sguardo del padrone. Come Magnus
di Landor. Come Jobst di Walkenstein. Li aveva ingannati...e temuti. Aveva
ucciso Magnus e Rosaleen per quello...per
un’impossibile rivalsa. E, per un po’ di tempo, si era sentito il vincitore. Ma
non più. Ed ora pensava al da farsi. Moritz non voleva lo scandalo più di lui.
I Norelmeyer, purtroppo, erano parenti di Desdemona e Franz. Ma sapeva che non
avrebbe esitato...se non avesse avuto altra scelta.
E, ora come ora, lui non era abbastanza forte
per contrastarlo. -
Forza - disse Moritz, mentre i suoi uomini rivestivano Damian come se fosse un
grosso bambolotto, con abiti puliti ed adeguati al suo rango. - Ora andiamo. - -
Dove? - chiese il prigioniero, ancora smarrito. -
Ma a Landor...naturalmente - rispose
sorridendo il giovane sovrano.
o...- cominciò Damian, a disagio negli abiti non
suoi, mentre i dignitari di Landor lo fissavano in un silenzio di piombo,
stanchi delle sue angherie e dei suoi intrighi, durati interi decenni. - Io
devo annunciarvi, miei cari compatrioti, tutta una serie di
circostanze...incredibili ma vere....che
mi portano a dover abdicare dalla reggenza gentilmente da voi concessami alla morte del nostro
sovrano, il granduca Lothar. - Moritz,
accanto a lui nella sala delle udienze del Consiglio di Landor, non disse
nulla. Chi lo riconobbe come il tenente colonnello von Landau, di cui era stata
annunciata la morte ben quattro anni prima, ebbe il buon senso di non dire
nulla. -
Ecco...- esitò Damian, lottando per ritrovare il filo del discorso. I suoi sudditi non lo riconoscevano più. Non era più lui. -
Molti anni fa, giurai alla granduchessa Cristiana di Landor, moglie del nostro
amato granduca Magnus, che mi sarei preso cura dei suoi figli...Moritz e
Carolina. Per motivi personali che
non sto a spiegarvi, la granduchessa non aveva informato il consorte della
nascita dei due gemelli. E poi, morì prima di poterlo fare. E così...i suoi
eredi vissero come estranei alla
famiglia granducale....almeno, fino ad ora... - -
Perché non avete parlato prima? -
intervenne il conte Bolsky, uno dei più anziani ed onorati aristocratici del
granducato. - Volete forse darci a bere che non avete complottato ed ucciso per difendere la vostra reggenza,
durante la giovinezza del granduca Lothar...ed anche dopo la sua morte? - -
Cosa...cosa state dicendo? - impallidì Damian, sorpreso da quell’attacco. -
Questo! - esclamò Bolsky, agitando la copia, vecchia di alcune settimane, di un
giornale viennese. L’adunanza rumoreggiò. Tutti, nel granducato, conoscevano
ormai le dichiarazioni della principessa di Walkenstein, rese note in tutto il
mondo dai giornali, che si erano rimbalzati la gustosa notizia, con grande
sconcerto ed imbarazzo delle corti prussiana e viennese. - Sappiamo tutto,
Norelmeyer. Neppure il granduca Lothar era il legittimo sovrano. E se lo dice la principessa Desdemona, che era
stata sua promessa sposa, deve essere vero. Tutto il mondo sa chi siete
veramente...e non ci sarà fango a sufficienza che possiate gettare addosso ai
Walkenstein per farli tacere...perché loro sono gente onorata, che ha lavorato
e vissuto per il bene della loro gente...l’esatto contrario di quanto avete
sempre fatto voi! - -
Bolsky ha ragione! - intervenne una voce calma ed ancora sofferente. Tutti si
girarono verso il nuovo venuto. -
Il principe di Walkenstein! - sussurrarono molti, riconoscendo nell’uomo alto,
pallido nonostante il caldo colore scuro della sua pelle, il sovrano del vicino
principato. Sapendo quello che ora sapevano,
si stupirono di non essersene accorti prima. Il principe Franz III° di
Walkenstein assomigliava fortemente al defunto granduca Lothar. Erano senza
dubbio figli della stessa madre. Moritz
guardò il cognato con disapprovazione. Non gli aveva detto dei suoi piani, per
non agitarlo, e per lasciargli terminare in pace la sua convalescenza. Quello
sciocco aveva sfidato i suoi ordini di medico, ed aveva messo a rischio la sua
salute per essere lì, ora, in quel momento! -
Sì...sono Franz di Walkenstein. Lothar di Landor era mio fratello, per parte di
madre...e non era pertanto il legittimo sovrano. L’unico legittimo erede di
Landor è l’uomo che vedete laggiù...che qualcuno di voi ha conosciuto come
Moritz von Landau, ed altri come principe Haakon Olafsen. In verità, lui è
Moritz di Landor, legittimo figlio, al pari di sua sorella Carolina, del
granduca e della granduchessa di Landor. Ed è l’uomo che io sono onorato di
poter chiamare fratello di cuore, se
non di sangue...perché mi ha salvato la vita, con le sue stesse mani, dopo che
il figlio di quest’uomo, David
Norelmeyer, mi aveva sparato alla schiena, da quel vigliacco che era. - Tutti
tacquero. Damian chinò il capo, vedendo svanire anche quell’ultimo miraggio di
un’uscita di scena dignitosa...accettabile, se non per sé, almeno per la sua
famiglia. -
David Norelmeyer è morto - continuò il principe, imperterrito, nonostante il
dolore e la fatica. Era sfebbrato solo da pochi giorni, ed il suo torace era
ancora completamente fasciato. - Morto dopo avermi colpito a tradimento...e
dopo aver tenuto come sua prigioniera, per settimane, la granduchessa Carolina
di Landor. Tutto ciò che questi uomini, Damian e suo figlio, vi hanno
raccontato per anni, sono solo menzogne...menzogne
bagnate nel sangue di coloro che hanno ucciso e torturato...oppositori al
regime, il popolo morto di colera per la loro incuria, il granduca e la
granduchessa di Landor...la mia stessa madre, la principessa Rosaleen di
Walkenstein. - -
Uccidiamolo! Vendichiamoci una buona volta di Norelmeyer! - esclamò Bolsky. -
Ma non con l’ascia, come un gentiluomo. Appendiamolo come si fa con i briganti
di strada! - -
No! - intervenne Moritz, facendo udire la sua voce calma e controllata per la
prima volta. Tutti tacquero. Nessuno dubitava più della sua legittimità. I
capelli biondissimi, come quelli di sua madre, e la sua incredibile somiglianza
con il padre, il granduca Magnus, non lasciavano più adito a dubbi. - Non
intendo cominciare il mio cammino di lavoro e di sacrificio al servizio di
Landor con un assassinio. Dio sa che ho già molte, troppe morti sulla
coscienza...e che non potrò mai davvero espiare
per tutte. Ma quest’uomo ha fatto troppo male a tutti noi...e deve pagare.
Lo metteremo ai lavori forzati...a vita. Dopo averlo privato non solo delle sue
prerogative, ma anche del suo nome. I
suoi familiari, quelli che sono sopravvissuti, non hanno alcuna colpa per quanto lui ha fatto.
Semplicemente, vieteremo loro di tornare a Landor, ed imporremo loro di
restituire ciò che ci è stato rubato...non
solo a me, ma soprattutto a voi, alla
nostra gente. - Moritz
avanzò in piena luce, affinché tutti potessero vederlo, conoscerlo. I suoi
capelli scintillarono alla luce dei grandi lampadari di cristallo, e molti di
quanti lo avevano conosciuto bambino si chiesero perché non avessero intuito,
sin da allora, la verità. -
Dimentichiamo il passato - disse infine, con voce lenta, quasi ipnotica. -
Dimentichiamo, almeno, per quanto ci è possibile. Costruiamo il futuro di
Landor...né con Vienna, né con Berlino, ma lungo la nostra strada...una strada di lavoro e prosperità, sacrificio e risultati. - Dopo
un lungo istante di silenzio, la sala esplose di grida ed acclamazioni. Da
lì a breve, tutta Europa seppe che il granducato di Landor aveva un nuovo
sovrano. XVI. Dresda,
febbraio 1859.
ome hai potuto? Come avete potuto, tu e tuo fratello, farmi questo? - Gretchen Naestved, ora contessa Margaretha
Norelmeyer, urlava davanti alla nipote prediletta, incurante di null’altro che
non fosse il suo dolore, la sua più profonda umiliazione. Precipitatasi a
Dresda da Parigi, non appena aveva letto sui giornali dell’abdicazione del
marito come reggente di Landor, e della morte del figlio David, aveva subito
chiesto ed ottenuto udienza alle principesse. Adelaide si parò davanti a
Desdemona, come a proteggerla con il suo corpo da quell’assalto verbale. -
Calmati, zia - le ingiunse, con la sua voce calma e posata. - Nessuno voleva
danneggiare te...od i tuoi figli. Ma dovevamo ristabilire la verità...te ne
rendi conto, vero? - - Quell’uomo ha ucciso mio figlio...e
distrutto le nostre vite! - urlò la contessa fuori di sé. La
voce di Desdemona si fece udire, colma di comprensione, ma non per questo meno
chiara. -
Zia...Moritz è il padre di mio figlio. E David ha sparato a Franz, per
ucciderlo....dopo aver a lungo tenuto prigioniera Karla. - -
L’ha ucciso a sangue freddo, come si annienta un insetto velenoso - si lamentò
la donna. - Sono sicura che sia avvenuto così. - Le
due sorelle non risposero. Non sapevano ancora con esattezza cosa fosse
accaduto, quel giorno nella radura, ma entrambe, in cuor loro, erano certe che
Moritz non avesse avuto pietà. A
quel punto, non avrebbe potuto essere diversamente. Non
c’era altro da dire. Gretchen si accasciò a terra, incurante del suo bel
vestito di seta. Più di tutto, più della morte di David, più dell’indegnità che
calava come una scure sul suo nome, piangeva per suo marito. Perché lei amava Damian. Nonostante le sue numerose
infedeltà, il suo insopportabile cinismo...la certezza interiore, anno dopo
anno, della sua colpevolezza. Lei lo amava...lo amava al di là della ragione
sin dal giorno in cui l’aveva stuprata...per farne una propria complice. Lo
aveva amato al punto da rinunciare alla corona di granduchessa di Landor quando
Magnus, ormai vedovo, l’aveva chiesta in moglie. E lo aveva amato al punto di
rompere quasi totalmente i rapporti con la sua unica sorella, Rosaleen di
Walkenstein. -
Cosa farò, senza di lui? - disse piano, sentendo sbriciolarsi tra le dita le
fondamenta stesse della sua esistenza. - Cosa farò, senza Damian? - Adelaide
scosse il capo, impotente. Comprendeva il dolore della zia, ma - come amava
dire Desdemona - ciascuno di loro aveva dovuto fare le proprie scelte. Scelte
dolorose...implacabili. Moritz e Karla erano i legittimi eredi di Landor, e le
vite di Desdemona e Franz erano ormai indissolubilmente intrecciate alle loro.
Non c’era pietà possibile per chi aveva ucciso, mentito, ingannato. Per chi
aveva condannato due bambini innocenti ad un destino oscuro, senza amore e
senza compassione. Gunther
Norelmeyer, il figlio secondogenito di Margaretha, non aveva ancora detto una
parola. Era un ragazzo tranquillo, da poco divenuto padre, ed aveva
accompagnato la madre in quel viaggio del dolore e del disonore prima a
Dresda...e poi a Landor, per seppellire David e seguire da vicino la sorte di
Damian. Non pensava alla vendetta, non ci credeva neppure. Voleva solo
dimenticare. Sua
sorella Katerina, al contrario, era piegata dall’umiliazione e dal rancore.
L’uomo che aveva pianto, che l’aveva a suo dire illusa, si era addirittura
rivelato l’erede legittimo di Landor! Incapace di sopportare l’onta di quella
disillusione, si era ritirata in Ucraina, nelle terre che erano appartenute a
suo marito. Gli
altri loro fratelli e sorelle erano solo bambini, e nessuno di loro aveva
ancora realizzato appieno cosa era avvenuto, che ciclone si era abbattuto sul
loro buon nome e sulle loro sostanze. -
Zia...se vuoi, puoi restare qui con noi. - le disse Desdemona. - Nulla di più
potrebbe dare al mondo un segnale forte circa il permanere dei nostri legami di
sangue e di affetto. Tu non hai colpa delle follie di tuo marito e di tuo
figlio... - -
Che tu sia maledetta, sgualdrina! - sibilò la donna, rialzatasi in piedi. - Tu,
e quel bastardo figlio di un bastardo che porti in grembo! Che siate maledetti
tutti, voi figli di Rosaleen, sgualdrina e bastarda quanto voi! Che sia
maledetto il vostro sangue scuro e cattivo! - Desdemona
indietreggiò davanti a quell’odio, a quell’insulto. Gunther prese per un
braccio la madre, ormai livida, e la tirò verso di sé. -
Andiamo, maman. Non abbiamo più nulla
da fare, qui. - Gretchen
si piegò su se stessa, e poi si lasciò trascinare via dal figlio. Adelaide vide
che Desdemona tremava. -
Su, siediti - le disse, aiutandosi ad accomodarsi su di un sofà. - E dimentica
le sue parole. E’ fuori di sé. Forse, è sempre stata gelosa di nostra madre, in
fondo...e teme per suo marito. Pare che lo ami molto. - -
Mi fa star male. Ho ancora paura, Adelaide - confessò Desdemona. - Finirà mai,
questo tormento? Ci sarà infine un po’ di serenità per noi? - -
Sono sicura di sì. Il Signore ha protetto Franz, non ha permesso che morisse.
Il Signore, e le abili mani di Moritz. - -
Sì - sussurrò Desdemona. - Quando, quando lo rivedrò? Dovrò davvero partorire
un bastardo prima che noi si possa essere infine insieme? - -
Non dire così! Sono sicura che, appena possibile, lui verrà da te. Come
granduca di Landor, naturalmente - -
Adelaide, grandi notizie! - esclamò il marito Gottfried, entrando di slancio
nel salotto dove erano le due sorelle. - Damian Norelmeyer ha abdicato! Moritz
sarà presto incoronato sovrano! - -
Dammi! - esclamò Desdemona, quasi strappando dalle mani del cognato il giornale
viennese che riportava con dovizia di particolari la sorprendente notizia. Non
veniva taciuto nulla. Il reggente di Landor, conte Norelmeyer, era stato
imprigionato in attesa dei risultati di un’inchiesta sul suo lungo dominio di
fatto nel granducato...ed il principe Haakon Olafsen era stato riconosciuto da
tutti i nobili del granducato, riuniti in Consiglio, come legittimo erede del
granduca Magnus. Si narrava infine della commovente testimonianza resa dal
principe sovrano di Walkenstein, ferito quasi mortalmente dal figlio del conte,
e salvato dalle abili mani di medico del nuovo granduca, già promesso sposo
della principessa Desdemona, vedova di Saringen. -
Dio mio - disse solo questa. - Ci mancava solo che scrivessero della mia
gravidanza e poi, davvero, tutti avrebbero saputo tutto sulla nostra vita. Evidentemente, la discrezione non è tra le
nostre virtù di famiglia - Adelaide
e Gottfried si sorrisero, un sorriso complice tra due coniugi che si
conoscevano e si amavano a fondo. Né la discrezione...né la castità, a quanto
pareva.
a cerimonia d’incoronazione è stata fissata per il
giorno cinque del prossimo mese. Cosa intendi fare...con Franz? - chiese Moritz
alla sorella, nel primo mattino della loro permanenza nella reggia di Landor. -
Assolutamente nulla - rispose Karla, imburrando il suo pane. - Lui non mi ha
cercata - - Non ancora, vorrai dire. Sai che si sta
a malapena riprendendo...mi ha sorpreso il suo intervento dell’altro giorno.
Stava in piedi per miracolo...eppure, è stato autorevole in modo
impressionante. Davvero credi che ti lascerà allontanare da lui...come se nulla
fosse? - -
Non lo merito...forse? - -
Karla - sospirò il fratello, prendendole una mano. - Non credi di aver espiato
anche tu? Non siamo forse stati costretti dalle circostanze a fare quello che
abbiamo fatto? - -
Non si perdona forse più facilmente ad un uomo un assassinio...che un adulterio
ad una donna? - -
Non parlare così. Non l’hai tradito.
Non per amore. - - E
non è forse questo il mio peccato più grande? Il fatto che l’abbia tradito per interesse? - concluse lei,
sconsolata. - Comunque, non ha senso parlarne ancora. Deve essere libero di
decidere. Te lo dissi quel giorno a Nelbrück, e te lo ripeto ora. Non voglio il
simulacro di un amore passato, finito. O mi perdona...oppure no. Vivrò senza di
lui. Ora che so che sta bene, io...sento di poterlo accettare - Moritz
non rispose. Ricordava troppo bene la disperazione della sorella quando Franz
era stato colpito, le sue cure senza tregua quando lui giaceva come morto a
Nelbrück. Ma sapeva che lei aveva ragione. Non si sarebbe accontentata di un
amore a metà...e di un rancore mai sopito. -
Quanto a te...ho saputo che sei di partenza. E’ prudente lasciare Landor così
presto? Ci hanno appena accettati... - Moritz
sorrise, e lei pensò che non l’aveva mai visto sorridere così. Era un sorriso
senza ironia, per una volta, senza ambiguità. Un sorriso che gettava sul suo
volto duro una luce dolce...la luce che era stata di sua madre, la povera
Cristiana a cui la vita non aveva portato che dolori e disillusioni. -
Io devo correre da lei, lo sai. E
portarla qui. Renderla mia per sempre...prima che il bambino nasca. Ho già
perso tantissimo tempo. - -
Sarà prudente...farla viaggiare in pieno inverno? Ormai è alla fine, per quanto
ne sappiamo. - -
Non posso accettare la corona di Landor senza di lei...al mio fianco - le disse
Moritz. - Semplicemente, non è possibile. Troverò una soluzione. Ho già
un’idea, al riguardo. - -
Che Dio ti benedica, Moritz. - disse Karla. - Che almeno voi possiate essere
felice. Non conosco nessuno che se lo meriti di più. - -
Anche tu sarai felice, Karla - le disse il fratello, serenamente. - Lo so. Come
so che Franz tornerà da te. Non è un uomo superficiale, e non è uno sciocco.
Non ti perderà per nulla al mondo.- Karla
nascose il volto nella tazza da tè. Non voleva farsi illusioni. Ma
non poteva nemmeno smettere di sperare.
esdemona chiuse la finestra dopo aver teso una mano
fuori, a raccogliere i primi fiocchi di neve di quel gelido, asciutto febbraio.
Un lungo fischio, lento e prolungato, le fece gelare il sangue nelle vene. Per
quanto sapesse che i suoi nemici erano stati tutti sconfitti, non poté non
ripensare alla maledizione di sua zia. Forse era la gravidanza a renderla così
ansiosa, così impressionabile. Scosse il capo, e riaprì la finestra, decisa a
fugare tutti i suoi dubbi. Nessun luogo era così protetto, così sicuro per lei
come il palazzo di Dresda di suo cognato Gottfried. -
Desdemona...- sussurrò una voce - Sono io. - Lei
trasalì, per il freddo e la sorpresa. Le
sembrò di tornare per un istante ad una notte di molti, moltissimi anni prima.
Quando un ragazzo audace si era infilato nella sua camera e nel suo letto,
rubandole il cuore, e lei l’aveva celato alla vista della sua governante. -
Moritz! - esclamò, trattenendo il fiato. - Dio mio, sei matto! Non sai che
esistono anche le porte? - Lui
balzò dentro la stanza, scuotendosi i fiocchi di neve di dosso, mentre i suoi
capelli biondi scintillavano, ed i suoi occhi brillavano nel volto arrossato
dal freddo. Le sue mani erano gelide, quando le posò sul volto caldo di lei,
rotondo e meraviglioso come una mela appena colta. -
Non volevo vedere nessuno...salutare nessuno...che non fossi tu - le disse, senza fiato. La
sua bocca scese a coprire quella di lei, ed entrambi trasalirono, e poi risero,
quando si accorsero che lui non poteva più stringerla come una volta...perché
ora il loro bambino era tra di loro. -
Mio Dio...quanto mi sei mancata...e quanto ti ho pensata, desiderata. Come
stai? Ed il bambino? Quanto manca, ancora? - -
Pochissimo, se continui a stringermi così! - sorrise lei, scostandogli una
ciocca di capelli dalla fronte e perdendosi nel suo sguardo trasparente, che
per lei non aveva più misteri. Poi, gli riprese le labbra, stupendosi della
loro sensuale morbidezza. Nessun uomo baciava come Moritz. Per lei, nessun uomo
al mondo poteva essere come Moritz. - Dimmi che sei vero. E che stavolta non ci sono più ostacoli - -
Solo uno - le disse lui, staccandosi a fatica dal richiamo della sua bocca,
della sua irresistibile bellezza. Non credeva ai suoi occhi. Lei era una tale
immagine di vitalità, di grazia, da fargli tremare il cuore. - Portarti via di
qui senza che nessuno ce lo impedisca. - -
Intendi rapirmi? - -
Sì...se necessario. Ma lasceremo dei debiti biglietti di spiegazione. Non
voglio che pensino ad un altro rapimento. Ce ne sono stati anche troppi,
ultimamente - -
Hai salvato mio fratello, lo sai? - -
No - Moritz scosse il capo - E’ lui che ha salvato me. In molti modi. Non ultimo, consentendomi di espiare per almeno
parte delle mie colpe. - -
Basta parlare del passato. Ora dobbiamo pensare al futuro. - -
Raccogliamo la tua roba. Dimmi dov’è - - Non posso scappare per la finestra -
rise lei. - Lasciami almeno salutare Adelaide. - -
No - replicò lui. - Insisto per una fuga d’amore. Per quella fuga che avremmo
dovuto fare molti anni fa...ricordi? - Lei
annuì, ripensando ancora a quella notte, a quando l’aveva pregato di farla sua.
Non resistette alla sua fantasia. Con il suo aiuto, si rivestì, ed indossò la
più bella e pesante delle sue pellicce. Moritz trasalì nel vederla in camicia,
un istante prima che lei si rivestisse. Era magnifica. Ed aspettava un figlio
suo. La prova fisica del loro amore era così evidente, così palese, da
tramortirlo. - Ti
sembro...brutta? - gli sussurrò lei, fraintendendo la sua commozione. Poi,
vide che piangeva. Lente lacrime silenziose sul suo volto deciso. Non l’aveva
mai visto piangere. -
Al contrario. Sei...sei meravigliosa. E continuo a domandarmi cosa ho fatto di
buono per meritarti. - -
Mi hai...amata. Me...e nessun’altra - -
Te lo giuro, Desdemona. Te, e nessun’altra. Mai. - Lei
sorrise. Lo sapeva. In verità...l’aveva sempre saputo. Fin da quella prima
notte in carrozza, al ballo dei Norelmeyer. -
Andiamo - disse l’uomo. - Non per la finestra... è ovvio. Ma ho tramortito le
guardie. - Ovviamente
scherzava, anche se lei sapeva che ne sarebbe stato perfettamente capace.
Desdemona cominciò quindi a sospettare un complotto di famiglia non appena si
avvide che i corridoi del palazzo del cognato, solitamente affollati anche a
quell’ora, erano del tutto deserti. Non si interrogò, per una volta, su quella
strana circostanza, e seguì Moritz fuori dal palazzo, fin dentro una grande
carrozza scura senza insegne. Nella notte, la neve ricopriva piano piano,
magicamente, i lampioni del viale d’ingresso e gli alberi privi di foglie del
vicino parco. Lei dormì con il capo sul cuore di lui, stretta tra le sue
braccia, e le sembrò uno strano, meraviglioso sogno. Ora,
aveva la certezza che non si sarebbero mai più perduti.
’abbazia medievale si ergeva poco distante dalle più
remote periferie della città. Vi arrivarono nel cuore della notte, e Moritz la
sollevò tra le braccia, protestando scherzosamente per il peso a suo dire
eccessivo, per farla entrare fin dentro il parlatorio, illuminato da una
profusione di candele dalla luce morbida. Il profumo dell’incenso e delle erbe
assalì le narici di Desdemona, legandosi irrevocabilmente, nei suoi ricordi, a
quello strano momento. -
Altezze Serenissime - li accolse il Priore, un uomo di mezza età con uno
sguardo molto acuto. - Vi attendevamo. Vi prego....per di qua. - Desdemona
venne messa giù senza troppe cerimonie, ed il suo sguardo interrogativo non
ricevette alcuna risposta. Seguì Moritz, che la teneva per mano, ed il Priore
lungo corridoi di pietra che le parvero interminabili. Arrivarono
infine alla cappella dell’abbazia. L’ambiente antico colpì Desdemona, non meno
di quanto la colpì la vista dei volti sorridenti di Adelaide e di suo marito
Gottfried, vestiti in pompa magna, in piedi accanto all’altare coperto da una
finissima tovaglia di lino ricamato, ed ornato da candelabri d’oro massiccio. -
Era un tranello...dovevo immaginarlo - sorrise Desdemona. Moritz non disse
nulla, limitandosi ad aggiustarle il visone sulle spalle, ed a sistemarle sui
biondi capelli una preziosissima tiara tempestata di diamanti, che era
appartenuta a sua madre Cristiana. Poi, le coprì il volto con una trina
finissima, anch’essa da generazioni patrimonio delle spose di Landor. Infine,
si rivolse al Priore, tendendogli ufficialmente il documento che, pochi giorni
prima, il cancelliere generale di Landor si era affrettato a stilare. Il
documento che attestava, per volere del Consiglio di Landor, il suo
riconoscimento e quello di sua sorella come Moritz e Carolina, principi
Olafsen, granduchi di Landor - Estembourg. Il
Priore sorrise. Non capitava tutti i giorni di celebrare delle nozze tra due
altezze sovrane. -
Principi di Sassonia, Adelaide e Gottfried...testimoniate del libero consenso
dei qui presenti Desdemona Maria Giselda, principessa di Walkenstein -
Estembourg, e di Moritz, principe Olafsen e granduca di Landor - Estembourg, ad
essere uniti, qui ed ora, per il potere conferitomi da Santa Romana Chiesa, in
matrimonio? - Adelaide
e Gottfried risposero all’unisono...e si trattennero dallo scoppiare a ridere. -
Allora...procediamo. Altezza Serenissima...gli anelli. - Gottfried
trasse dal suo panciotto di gala una scatoletta blu, con dentro due massicce
fedi d’oro, realizzate quasi sul momento da un famoso gioielliere sull’esempio
dell’originale modello in uso presso i sovrani del granducato. -
Desdemona - sussurrò Moritz, ringraziando con lo sguardo il Priore per avergli
concesso quell’istante. - Io, con questo anello, ti sposo. Che il Signore ti
mantenga a lungo accanto a me come sposa e come sovrana...del mio cuore, e
della gente di Landor, che ha tanto sofferto. Io ti devo tutto...già te lo
dissi, ma te lo ripeto ora, dinnanzi a Dio. Ti offro il mio cuore, la mia
mente, il mio corpo...ti offro tutto me stesso, la mia fedeltà, il mio stesso
respiro. - Lei
non trattenne le lacrime. Non poteva fare a meno di ricordare un altro
matrimonio a mezzanotte...e, nonostante tutto, sapeva che allora non era stato così. E che davvero ciò che da sempre la
univa a quell’uomo forte che ora le prometteva tutto se stesso trascendeva
qualunque altra esperienza avesse mai potuto fare, qualunque considerazione
razionale. -
Ed io ti offro tutta me stessa, Moritz. Come è sempre stato...e come sempre
sarà. - Il
Priore procedette. Le parole latine del rituale risuonarono nei loro cuori.
Desdemona pensò alla delicatezza mostrata da Moritz nell’offrirle quel
meraviglioso, intimo matrimonio, al riparo da sguardi indiscreti, proprio ora
che attendevano insieme una nuova vita. Aveva infatti interiormente temuto una
cerimonia pubblica, dove tutti avrebbero potuto commentare la sua avanzata
gravidanza. -
Ecco, ora siete una cosa sola. Che gli uomini non osino separare ciò che Dio ha
unito. - Moritz
sollevò il finisssimo velo, e raccolse sulla punta delle dita le lacrime di
lei, preziose come gioielli. Poi, posò con dolcezza le sue labbra su quelle
della sua sposa, assorbendone il tiepido calore. Adelaide
e Gottfried, commossi, si complimentarono con gli sposi, e firmarono con gioia
tutti i documenti. -
Domani stesso, su tutti i principali quotidiani mondiali, apparirà l’annuncio
delle nostre nozze. Nessuno potrà più separarci, Desdemona. - Lei
nascose il capo contro il suo petto, e si lasciò condurre fuori dalla cappella,
dove si accomiatarono dai cognati. Quella notte, Moritz e Desdemona sarebbero
rimasti nell’Abbazia, graditi ospiti del Priore, che aveva destinato loro una
grande stanza spartanamente arredata, ma con i muri di pietra ricoperti da
antichi, meravigliosi arazzi. Anche Adelaide e Gottfried, per quella notte,
avrebbero dormito lì. Stava cadendo troppa neve, e troppo in fretta, per
tornare in città. La
sposa, estenuata anche da quelle emozioni, si lasciò spogliare dal marito come
una bambina, e si distese nel grande letto con baldacchino. Moritz ravvivò il
fuoco fino a che, nella grande stanza, vi fu un diffuso chiarore ed un
meraviglioso tepore, e poi si distese accanto a lei. Le
posò le mani sul ventre, sentendo con meraviglia i movimenti frenetici del suo
bambino. -
Come scalcia! - rise, felice come un ragazzino. - Non vede l’ora di nascere! - -
Speriamo aspetti ancora un po’ - sorrise lei. - Anche se sarà sempre il
benvenuto. Ora è il legittimo erede di Landor...ed io sono serena. - -
Lo so. Non potevo deluderti in questo. - -
Non mi ha mai deluso. - -
Ma ti ho ferito. E tu sei stata così nobile da perdonarmi. - -
Non c’entra la nobiltà. E’ solo che ti ho sempre amato. Fin dal primo istante.
- -
Anch’io...non è meraviglioso? - -
Lo è - sussurrò lei, accoccolandosi con il capo sul suo petto, ed
addormentandosi subito, a causa della stanchezza accumulata in quella strana,
fantastica notte. Moritz giocherellò a lungo con la sua mano sinistra,
abbandonata sulle candide lenzuola, dove brillava la fede d’oro che le aveva
appena donato. Suo
malgrado, doveva di nuovo lasciarla. La data dell’incoronazione ormai
incombeva...e lei non poteva certo viaggiare in quelle condizioni, per strade
rese difficili e disagevoli dalla neve e dal lungo inverno. Dannazione,
se solo avesse potuto rinviare...ma tutti i nobili di Landor insistevano per
avere, e subito, un nuovo sovrano.
Dopo quello che avevano subito negli ultimi trent’anni, non si poteva certo dar
loro torto. Si
era da poco addormentato a sua volta, finalmente sereno, quando la mano di lei
sul suo braccio lo svegliò. La guardò, e vide che aveva il volto teso, un po’
spaventato. -
Io credo...credo che ci siamo, Moritz. Il bambino. - Lui
la fissò incredulo. Non mancavano che poche settimane al parto, lo sapeva, e
quindi quanto stava avvenendo non avrebbe dovuto stupirlo. Invece, era
paralizzato dalla sorpresa. Lei
sorrise, malgrado le fitte ormai regolari. -
Avanti...fai nascere tuo figlio, da bravo medico. - Lui
annuì meccanicamente. E poi realizzò quanto lei aveva detto. -
No...sei matta? Chiameremo subito una levatrice ed un medico esperti! - - Non essere sciocco. Se sei stato in grado
di salvare la vita a mio fratello, sei sicuramente anche capace di far nascere tuo figlio. E non vorrei nessun altro...oltre a te. - La
sua fiducia, in quell’istante, lo atterriva. Era vero, sapeva in teoria come nascono i bambini, ed
anche in pratica, avendo negli Stati
Uniti assistito il suo maestro in più di un parto. Ma quella era Desdemona,
accidenti...e meritava la migliore assistenza che lui potesse procurarle! -
Non sono degno. - -
Non essere sciocco - replicò lei. - Avanti, aiutami. Sono tutta bagnata - Era
vero. Aveva rotto le acque durante la notte, inzuppando il letto. Moritz cercò
di recuperare il suo notorio sangue freddo, in quel momento finito chissà dove.
Quando fu più calmo, chiamò il padre custode. In pochi istanti, la stanza si
riempì. Adelaide e Gottfried arrivarono in vestaglia, e subito due monaci
collocarono nella stanza un letto di fortuna, mentre rifacevano quello dove lei
aveva giaciuto fino a quel momento. Desdemona si cambiò la camicia bagnata con
l’aiuto di Adelaide, dietro un paravento, e di lì a poco arrivò la levatrice del
vicino villaggio. Nessuno le disse chi era l’illustre partoriente. - Mio marito è medico - disse solo Desdemona,
che appariva assai più calma e rilassata di Moritz, ora che il momento era
giunto. - Voglio che sia lui ad assistermi. Ma voi lo aiuterete, vero? - le
chiese con un sorriso, più a beneficio del marito, ancora scosso, che della
donna. -
Sicuramente, signora. Vediamo un po’ a che punto siete. - Sia
lei che Moritz si disinfettarono le mani, e la visitarono. Era ancora presto,
ma il travaglio era indubbiamente cominciato. -
E’ messo bene - disse la donna. - Grosso, ma messo bene. Non dovrebbero esserci
problemi. - -
Vuol dire che non è in posizione podalica - intervenne Moritz, nervosissimo. -
Ho capito. Grazie, tesoro. Avanti, non essere così teso. Proprio tu? - cercò di consolarlo lei,
ricevendone in cambio un’occhiataccia. -
Saranno pure medici, ma davanti al parto della moglie si sciolgono come neve al
sole - commentò sprezzante la levatrice ad Adelaide, che stava ridacchiando
senza ritegno. Gottfried, che pure era un compagno tenerissimo, non era neanche
voluto entrare nella sua stanza, il giorno in cui era nato suo figlio. Ed
infatti, anche adesso si affrettò ad uscire.
Moritz lo fissò con invidia. -
Avanti, von Landau - lo prese in giro Desdemona, suo malgrado esilarata da
quella situazione. - Dimostra il tuo valore. - -
Non mi fare arrabbiare - le disse lui. - Non è carino. Tengo a te...ti sembra
strano? - -
No. Mi sembra strano che tu ti stia agitando così....caro il mio cavaliere
rosso. Cerca di essere più tranquillo. Nostro figlio non è il primo bambino
che sia mai venuto al mondo...e non sarà sicuramente nemmeno l’ultimo. - -
Ma tu...non soffri? - -
Mi fa soffrire di più vedere te che
ti tormenti. - rispose lei, ora piuttosto serena. E
Desdemona mantenne la sua serenità lungo tutto il suo travaglio, durato quasi
due giorni, ma non particolarmente doloroso. -
Questo non ha tanta voglia di uscire - osservò ad un certo punto la levatrice.
- Ma le doglie vere sono cominciate. Avanti, signora, spingete. Mi sa che
dobbiamo farlo uscire noi...se capite
cosa intendo- -
Capisco benissimo - disse Desdemona, scossa dalle doglie. - Devo dargli un
piccolo aiuto - -
Spingi, Desdemona - le disse Moritz, ora più tranquillo. Era anche riuscito a
dormire, in quei due giorni, ed aveva recuperato la propria compostezza. -
Tiriamolo fuori di lì - Desdemona
seguì le loro indicazioni e, dopo una mezz’ora circa di tentativi, il bimbo
scivolò fuori. Lei lo vide tra le braccia del padre, sporco, insanguinato, ed
urlante. E si sentì trionfante. Era
maschio, sano e vitale. Era l’erede legittimo di Landor. Appena
in tempo.
on mi aveva detto nessuno dei dolori dopo - si
lamentò Desdemona, mentre camminava con Moritz nei corridoi di pietra, due ore
dopo il parto, cercando di seguire il consiglio del marito e di riportare alla
normalità fisiologica tutte le parti
del suo corpo, anche quelle sulle quali non aveva mai riflettuto prima. - Fanno un male cane. Più di
prima! - - E
peggio sarà al secondo parto. Cioé, voglio dire, se acconsentirai ad avere
altri figli... - -
Se te la senti tu - ironizzò lei -
per me non ci sono problemi. - -
Sono stato un inetto, vero? - -
Sei stato adorabile. L’hai preso tu, alla nascita - -
Solo per evitare che cadesse. Hai fatto tutto da sola. Sei una donna molto
coraggiosa, Desdemona. - Lei
sorrise. - Hai già deciso come lo chiameremo? Sei contento che sia un maschio?
- -
Sarei stato contento comunque. Però, sì, sono contento che sia un maschio.
Almeno, la gente di Landor si sentirà da subito tranquilla circa la mia
successione. Non so proprio, per il nome. Eviterei i nomi di famiglia. Non
abbiamo grandi ricordi al riguardo...non credi? - -
Sono d’accordo. Cosa ne dici di Manfred? Tanto per non dover cambiare iniziali
sulle lenzuola...- -
Mi piace. Vada per Manfred. Non c’è mai stato prima un sovrano di Landor con
questo nome - -
Meglio così. Ahi...credo che ci siamo. Hai capito cosa intendo, vero? - - Ho capito - sospirò lui, portandola in una
piccola stanza attrezzata come toilette per gli ospiti dell’abbazia. Dopo un
po’, siccome lei non usciva, bussò alla porta. - Sei ancora viva? - Lei
ne emerse, sorridente. - Ha funzionato! Ha funzionato di nuovo tutto...come prima! - -
Andiamo. Devi cominciare ad allattare il bambino. Prima lo fai, e prima avrai
il latte. E ti passeranno questi brutti dolori. Se poi vuoi, cercheremo una
balia... - -
Alletterò io mio figlio, non temere - rispose lei. - Non intendo perdermi nulla. - -
Guarda che fa male. Ti avviso. - -
Cosa vuoi che me ne importi - rispose lei. - Non mi priverei della gioia di
nutrirlo personalmente per nulla al mondo. - Ritornarono
nella loro stanza. Adelaide coccolava il piccolo tra le braccia, facendogli un
sacco di buffe moine. Desdemona si mise a letto, e lo prese con sé. -
E’ proprio curioso, non trovi? - chiese al marito. - Non ha proprio capelli. E
gli occhi sono ancora chiusi. Non mi sembra che assomigli a nessuno di noi. - -
Aspetta che passi qualche settimana, e potremo giudicare meglio. Per me, ha il
tuo naso. Ed anche la tua fronte. - -
Secondo me ti sbagli - intervenne Adelaide. - E’ il tuo ritratto, Moritz.
Aspettate che gli spuntino i primi capelli, e lo vedrete - Risero
tutti. Desdemona accostò il piccolo al seno, e lui si attaccò con stupefacente
precisione...e potenza. -
Ahi! - tornò a lamentarsi lei. - Fa male davvero! Ma non finiranno mai questi
dolori? - -
Che donna strana, che ho sposato! - commentò il marito, tutto compiaciuto al
vedere il suo erede che si aggrappava al seno della madre...ed alla vita. - Fa
più storie dopo il parto che prima ! - Adelaide
e Desdemona risero loro malgrado. Quando, poco più tardi, rimasero sole,
Desdemona tornò seria. -
Devo andare a Landor con lui. - confidò alla sorella. - Non voglio che presenzi
alla cerimonia di incoronazione da solo.
E’ stato solo abbastanza...non credi? - -
Ma hai appena partorito! - si scandalizzò la sorella. - Te la senti di
rimetterti subito in viaggio? - -
Sono abituata ai viaggi. Negli ultimi anni, mi sembra di non aver fatto altro.
- -
Ed il bambino? - -
Lo porteremo con noi...naturalmente. Ora, siamo una famiglia. Lo coprirò bene,
e lo nutrirò con il mio latte. Non gli mancherà nulla. In pochi giorni saremo a
casa. - -
Casa...è strano. Alla fine, ci sei riuscita. Sei divenuta granduchessa di
Landor...come promessoti da nostra madre. Solo che non era Lothar, il tuo
sposo...- -
Né avrebbe potuto esserlo. Non ho rimpianti, Adelaide. Sono solo un po’ triste
quando ripenso ad Heinrich. Dio sa che l’ho amato con tutta me stessa...ma amo
quest’uomo e questo bambino di più.
Non so se lui potrà mai perdonarmi. - -
Heinrich ha avuto molto da te - la consolò Adelaide. - La tua innocenza...la
tua fedeltà. Sapeva, aveva sempre saputo, che prima o poi la vita avrebbe
preteso un prezzo per la felicità che tu gli davi. Un giorno me lo confidò,
sai? Non ha mai dubitato del tuo amore...ma sapeva che la tua esistenza non si
sarebbe esaurita con lui. L’ha sempre intuito. - -
Era un uomo magnifico. Sono stata onorata di essere sua moglie. - -
Lo so. E lo sapeva anche lui. Ma Moritz era l’amore della tua vita...ed a certe
passioni non vi è scampo. Pensa a nostra madre. - -
Sì...ci penso spesso. Ho creduto per molti anni che non ci amasse
abbastanza...che amasse di più Lothar, il figlio dell’uomo che amava, rispetto
a noi, che eravamo solo i figli di suo
marito. In un certo senso, non riuscivo a perdonarla per questo. Ma poi,
quando Moritz è tornato nella mia vita, l’ho
capita. - -
Anch’io....quando ho perso Stephan Strevinky. Bisogna imparare ad accettarsi
come si è. - -
Spero che Franz faccia lo stesso con Karla. Sarebbe un emerito sciocco se la
lasciasse andare lontana da sé, a questo punto. Malgrado tutto. - -
Già - Adelaide la baciò. - Ti aiuterò a preparare le tue cose. Dovrete partire
il prima possibile, se volete essere tutti a Landor per il cinque di marzo. - -
Ti ringrazio, Adelaide, dal profondo del cuore...per tutto. - -
Anch’io, sorella mia. - sorrise la donna. - Per essermi sempre stata
vicina...in tutti questi anni. E per non aver mai condannato le mie follie. - -
Senti chi parla di follie... - rise Desdemona, alzandosi dal letto ed
osservandosi criticamente nello specchio. - Ho bisogno di un vestito spettacoloso. E di perdere qualche
chilo...ma questo dopo aver svezzato il piccolo, naturalmente. - -
Naturalmente - convenne Adelaide, che ancora stava allattando il piccolo
Eberarth. Non
si erano mai sentite così vicine. XVII. Landor,
marzo 1859.
o sposato una matta. Appena partorito, ha insistito
per attraversare la Germania d’inverno...solo per essere qui oggi - confidò Moritz alla sorella,
cercando disperatamente un argomento per dissipare il proprio nervosismo. Karla non si fece ingannare dal suo tono
leggero. -
Sei emozionato...vero? Non negarlo. Dopo tanti anni, e tante lotte, stiamo per
ottenere quello per cui abbiamo sacrificato tutto.
Stanno per riconoscerci come eredi legittimi di Landor...e tu hai paura che
tutto svanisca in un istante, in una bolla di sapone...anch’io ho paura, sai? - -
Karla... - - Lui non è venuto, vero? - disse lei,
piano, lisciando con le dita la seta lucente del suo abito di gala bianco, ed
aggiustandosi sulle spalle la fascia con i colori di Landor, rosso e nero. Sui
suoi capelli lisci, accuratamente raccolti sul capo, scintillavano i brillanti
della tiara granducale, già appartenuta a sua madre, identica a quella che
Moritz aveva donato alla moglie nel giorno delle sue nozze. Era bellissima,
regale. Così l’avrebbero descritta gli inviati dei giornali europei, giunti sin
lì per comunicare ai loro lettori le ultime novità su quell’intrigante
feuilleton reale. La bella e bionda
granduchessa Carolina di Landor, la raffinata, fredda principessa dagli occhi
tristi. Karla
ripensò al suo primo incontro con Franz, in quella stalla sporca e
maleodorante. Lei, vestita da contadina, e con un fazzoletto sdrucito sui
capelli, che si dibatteva tra le avide mani di quel bifolco, e lui che l’aveva salvata. E poi, ripensò al modo
selvaggio ed istintivo in cui erano finiti a letto insieme, mezz’ora dopo
essersi conosciuti. Com’era
buffa la vita. E
tragica. Oggi,
nel momento del suo trionfo, lei era sola. -
Non starà ancora bene - cercò di consolarla il fratello. - Sono passate solo
poche settimane... - -
Non è nemmeno venuto a vedere il tuo bambino - disse lei. - Non intende
incontrarmi...neppure per sbaglio. Non mi ha perdonata, Moritz. - -
Karla... - -
No...basta, ti prego, non parliamone più. Non appena questa cerimonia sarà
finita, preparerò le mie cose, ed andrò via. A Parigi...perché no? C’è molta
vita, là...musei, teatri. Sarò felice, vedrai. Comprerò vestiti fantastici. E
troverò sicuramente qualche corteggiatore interessante...- -
Questa è casa tua...lo sai, non è
vero?- -
Sì. Ma non potrei resistere sapendolo così
vicino...e così lontano, nello stesso tempo. - Vennero
interrotti dall’arrivo di Desdemona. La cognata si avvide con un solo sguardo
di qual’era il segreto tormento di Karla. Franz, naturalmente. Che non si era
ancora mostrato a Landor, neppure per incontrare la sorella ed il nipotino. -
Se volete che torni più tardi...- -
Andiamo, Desdemona - sorrise Karla. - Fatti vedere. Sei magnifica. - La
nuova granduchessa di Landor riluceva in un abito color malva chiaro, perfetto
per la sua calda, esotica bellezza bionda. La sua pelle dolcemente ambrata, i
suoi occhi neri, si adattavano alla perfezione a quel colore tenue e caldo.
Moritz la osservò senza fiato. Lei era sempre la più bella donna al mondo, per
lui, e lo era stata da una lontana notte di moltissimi anni prima, la notte del
loro primo incontro...ed ora era sua.
Sua moglie, la madre di suo figlio. C’era da perderci la testa. E non solo quella. Non
sembrava certo una donna che avesse partorito da pochi giorni. Era favolosa. E
tenere le proprie mani lontane da lei per le fatidiche sei settimane dal parto
gli pareva semplicemente impossibile....soprattutto considerando che erano mesi
che non la possedeva. Ma
le doveva quell’elementare forma di rispetto, e come medico lo sapeva meglio di
chiunque altro. Anche
se lei lo faceva bruciare. Desdemona
sorrise, intuendo il corso di pensieri per nulla regale del marito. Com’erano ingenui gli uomini, a volte, anche i
più scaltri di loro! Non a caso, aveva inteso provocarlo un po’ indossando
quell’abito favoloso che metteva in risalto la sua bellezza, ormai pienamente
sbocciata. E poi, voleva essere bellissima nel momento che lui aveva sempre
atteso, da che era vivo...quello del suo riconoscimento ufficiale. -
Signore, ci aspettano - disse Moritz, con uno strano tono di voce soffocato che
rivelò la sua innegabile tensione. Karla e Desdemona si disposero ai due lati,
e lo seguirono lungo i corridoi della reggia di Landor, preceduti dal picchetto
d’onore. La
sobria cerimonia, civile e religiosa, avvenne in un silenzio quasi assoluto.
Moritz ricevette i simboli del potere sovrano sul granducato senza che il suo
volto manifestasse la minima emozione. Calme e serene, le due donne accanto a
lui accettarono a loro volta le corone tradizionali con un tenue sorriso. Poi,
l’entusiasmo della folla esplose quando i nuovi sovrani apparvero dal balcone
ricoperto di stendardi che ornava la facciata principale della Reggia. -
Per volontà di Dio e della Nazione - annunciò il ciambellano di corte - Vi
annuncio l’avvenuta incoronazione di Sua Altezza Serenissima il Granduca Moritz
di Landor, e della sua consorte, Sua Altezza Serenissima la Granduchessa
Desdemona. Lunga vita al Granduca ed alla Granduchessa! - A
Desdemona parve di vivere un sogno. Era da sempre abituata al prestigio di
appartenere ad una famiglia sovrana, ma ora viveva come proprio il destino di
Moritz, quello che lui aveva sognato, desiderato e voluto per quasi trent’anni.
Sapeva quanto di sé lui aveva sacrificato per ottenere quell’obiettivo...e
sapeva anche che era ben conscio della responsabilità che si assumeva in quel
giorno di fine inverno, al contrario di ciò che era stato per suo fratello
Lothar, indebolito dagli intrighi e dalle adulazioni dei Norelmeyer, e da una irresolutezza
interiore che l’aveva segnato. In
quel momento, capì con assoluta chiarezza che quelle responsabilità si
estendevano anche a lei, in quanto sua moglie, e che il cammino di lavoro che
si prospettava davanti a loro da quel giorno in avanti riguardava entrambi,
nonché i loro figli. Con
entusiasmo, d’impulso, sollevò una mano ed accarezzò il volto netto del marito:
la folla esultò quando vide con quanto amore, con quanta tenerezza il loro
nuovo sovrano prendeva quella mano e la portava alle labbra, per testimoniare
fino in fondo davanti alla sua gente il rispetto e la reverenza che provava per
la propria moglie. In
quel momento, un passo solo dietro di loro, Karla si sentì più sola che mai. Aveva
ottenuto tutto ciò che desiderava. I suoi sogni più folli si erano realizzati. Tutti.
Tranne uno.
opo l’incoronazione, fu la volta della cena di gala,
e del ballo. Finalmente, dopo anni di ristrettezze, dolori e delusioni, la
nobiltà di Landor poteva celebrare un lieto evento. Il nuovo granduca era, per
molti versi, ancora un’incognita, ma - se non altro - aveva eliminato dalla
scena di Landor i Norelmeyer, e questo solo fatto testimoniava la sua forza ed
il suo coraggio. Chi lo ricordava come il tenente colonnello von Landau
seminava leggende circa il suo valore di soldato...e la sua spietatezza.
Peraltro, ciò che più convinceva la gente di Landor che i tempi bui del
granducato fossero finalmente finiti era la circostanza che quell’uomo
misterioso avesse scelto come moglie la principessa di Walkenstein. Desdemona
era unanimemente considerata una donna intelligente e di cuore, che aveva
lavorato duramente per il benessere del proprio principato, anche quando era
stata la moglie del colonnello di Saringen. L’amore che i due giovani sposi
provavano ora l’uno per l’altro era semplicemente palese. E se lei gli aveva
concesso la sua fiducia al punto da dargli un erede praticamente prima delle
nozze...beh, altrettanto poteva fare il suo popolo. Quanto
alla granduchessa Carolina, nessuno ne aveva ancora un’idea precisa. Era bella
ed elegante, gentile e raffinata. Qualcuno sussurrava che fosse la fidanzata
del principe Franz III° di Walkenstein. Ma, sorprendentemente, quest’ultimo non
era intervenuto alla cerimonia di incoronazione. Carolina
sorrise educatamente per tutto il tempo. E ballò persino, con tutti i nobili
del granducato ed anche con gli ospiti esteri di riguardo. Ricevette una gran
quantità di complimenti, e fu lodata da tutti per il suo fascino e la sua
classe. Ma
dentro si sentiva morire. Avrebbe
voluto urlare ogni volta che qualcuno faceva in sia presenza il nome di Franz.
Eppure, sorrideva. Quella stava davvero diventando la prova più dura...persino
più dura di quando David l’aveva tenuta prigioniera a Nelbrück. Alla
fine della serata, quando i suoi piedi bruciavano per la stanchezza, e la sua
testa non reggeva più il peso della tiara di diamanti, decise che ne aveva
decisamente a basta. Salutò cortesemente tutti, baciò la cognata ed il
fratello, e si allontanò con la sola compagnia della sua antica governante, ora
elevata al rango di prima dama d’onore. Quando fu sola nella stanza da letto
del suo nuovo appartamento, scagliò lontane le scarpe, e quella maledetta,
pesantissima tiara. Era
troppo furiosa per piangere. Non credeva che l’orgoglio ferito di un uomo
potesse arrivare fino a quel punto...al punto di ignorare tutto quello che
c’era stato tra di loro. L’amore, il sesso, il sentimento, la passione...le sue
cure quando lui era stato ferito. I momenti che avevano passato insieme in
oscure locande quando lei era ancora una trovatella senza nome. Tutto quello
che era stata la loro vita insieme. Non valeva più niente. Per un solo, stupido, imperdonabile sbaglio. Non riusciva ad accettarlo. Dannazione, quello che aveva fatto con i Norelmeyer non c’entrava nulla con lui! Si strappò di dosso la fascia, e cominciò a slacciarsi furiosamente l’abito, senza nemmeno curarsi di accendere un lume. Lasciò il meraviglioso vestito di seta candida a giacere sul pavimento di legno prezioso, e cominciò a strapparsi di dosso il corpetto. Non sopportava più quelle costrizioni, non quella notte. Quasi rimpiangeva quando ancora vestiva di stracci. Rimase a seno nudo, e tremò per il tenue soffio d’aria fredda che penetrava dalla finestra inavvertitamente lasciata aperta da qualche domestico. I capezzoli le si indurirono suo malgrado, e fu solo quando scivolò fuori dai mutandoni di pizzo, restando completamente nuda, che si accorse del corpo disteso sul suo letto. Trattenne a stento un grido. Il suo primo pensiero fu che David fosse ancora vivo...e che fosse uscito dall’oltretomba per reclamarla. - Vieni qui - le disse una voce maschile, resa roca da un desiderio che ben conosceva. Karla, nel buio appena illuminato dalla luce argentea di una luna quasi piena, tremò, perfettamente consapevole della propria nudità. - Franz...- sussurrò, e la sua rabbia si stemperò in un istante, diventando insopprimibile eccitazione. - Tu...sei qui. - Fece per raccogliere almeno un indumento tra quelli che aveva seminato per terra, ma la sua risata, bassa e sensuale, glielo impedì. - No...così come sei. Non hai mai avuto timore di farti vedere nuda da me. Nemmeno la prima volta - Lei sorrise, ripensando al loro primo incontro. Lasciò cadere la camiciola, e si avvicinò al letto. Franz le sorrise nel buio, e lei vide i suoi denti candidi splendere nel volto scuro. Si chinò su di lui, in preda al più intenso e devastante dei desideri, offrendogli il seno. - Sei già eccitata - le disse lui, prendendole in bocca l’adorabile bocciolo del suo seno destro, e mordicchiandolo con calma, esasperandola. - Avanti...sono ancora troppo debole per rovesciarti sotto di me. Cavalcami tu...tesoro. - - Aspetta! - si ribellò lei, mentre il suo corpo traditore già cedeva. - Perché dovrei? Non hai fatto nulla per cercarmi in tutto questo tempo! Oggi mi hai lasciata da sola...come una sposa abbandonata sull’altare il giorno delle nozze. Ti ci è voluto parecchio per perdonarmi! - Franz rise, aprendole le cosce e sistemandola su di sé. - Mia cara, adorabile Carolina...io ti ho perdonato subito. Nel momento stesso in cui ho letto la tua lettera, a Berlino. Ma sono ancora abbastanza uomo da volertela fare un po’ pagare...perché non ti sei fidata di me, invece di fare cose sconsiderate come andare da sola e senza il becco di un quattrino a Parigi e buttarti nel letto di quei due mostri? Io ti avrei aiutata, non lo capisci! Tu non ti sei fidata...e dovevi imparare la lezione. Ti amo, ti amo pazzamente...ma sono un uomo, e non un burattino nelle tue bianche mani, come quel povero David. - - Lo so - disse lei, fissandolo dall’alto. - Hai ragione. Ho espiato a sufficienza? - - No, tesoro mio...non hai nemmeno ancora incominciato - - Cosa...cosa devo fare? - Franz le prese le natiche con le mani, e la penetrò, mentre lei lo aiutava con un gemito. Karla chiuse gli occhi, concentrandosi in quel piacere delizioso di averlo dentro, di poterne disporre come meglio credeva. Lui, con le dita e con la bocca, le torturava i bianchi seni di baci e carezze, venendole incontro con il bacino per penetrarla fino in fondo...alla sua anima indipendente e riottosa. Poi, lasciò scivolare un dito tra le sue cosce, per accendere di piacere con una lenta, esperta carezza, anche la sua più segreta femminilità. - E’ solo l’inizio - le sussurrò lui. - A volte penso che una donna come te vada trattata come gli antichi nobili orientali trattavano le loro spose...senza pietà. Legandole a sé con la passione, e segregandole come prigioniere. E’ quasi quello che intendo fare non appena sarai principessa di Walkenstein...e cioè, prestissimo. Sfuggimi ancora una volta, Karla, e ti uccido con le mie stesse mani. - Karla rise. - Non potrai mai imprigionarmi davvero. Non lo sai che io sono libera? - - Lo so, eccome. Quasi mi ammazzavano, per colpa della tua indipendenza! - - Stai zitto - disse lei, chinandosi ed invadendogli la bocca con la sua lingua. - Sarai tu il mio schiavo d’amore, Franz. - Lui non disse più nulla. Chiuse gli occhi a sua volta, e si illuse, per un breve istante, di averla domata.
itornando a casa dal matrimonio tra il principe Franz III° di Walkenstein e la granduchessa Carolina di Landor, Desdemona cominciò a ridere. Moritz le prese una mano, e la picchiettò con le dita. - Avanti, sputa il rospo - le disse, mentre la carrozza costeggiava i cupi boschi di Nelbrück. - Cos’è stavolta che ti diverte? Tu e tua sorella Adelaide non avete fatto altro che spettegolare e ridacchiare! E non è trascorso che un mese dal vostro ultimo incontro! - - Pensavo alla mattina dopo la nostra incoronazione. Quando, a colazione, Franz è arrivato con Karla al nostro tavolo. A momenti, il tè ci andava per traverso. Non l’avevamo certo invitato noi a pernottare a Landor. Quel ragazzo, standoti accanto, ha preso delle brutte abitudini...- - Ne avrà bisogno, se vorrà tener testa alla sua principessa...mia sorella è un tipo piuttosto determinato, e non sarà facile tenerla sotto controllo. - - Tutto il contrario di te, che sei così docile... - lo prese in giro la moglie. - Sì, ridi pure. Intanto, quasi ho dimenticato cosa voglia dire avere una moglie. Sei sempre impegnata, con il bambino o con il tuo lavoro. Lo so che Landor è, amministrativamente, un caos pazzesco, dopo decenni di incuria, ma devi riformare tutto subito? - - Sanità e scuola sono fondamentali, lo sai. Mi limito a rifare quello che Adelaide ed io abbiamo organizzato a suo tempo per Walkenstein. Parli proprio tu. Non ti vedo mai. - - E’ un pozzo senza fondo. Non c’è nulla che funzioni. Persino l’esercito, che un tempo era il nostro vanto, sta andando alla deriva. Ma il vero problema è l’apparato finanziario. Franz mi sta dando degli utili consigli, ma devo imparare ancora tante cose...- - E’ per questo che studi di notte? E non più medicina, ora, ma economia, scienze delle finanze...- - Per questo... - le sussurrò lui, con uno sguardo malizioso - E per trattenermi dalla voglia di saltarti addosso. - Lei sorrise, senza sbilanciarsi in promesse. Le fatidiche sei settimane non erano ancora trascorse. Arrivati a palazzo, si divisero brevemente. Moritz esaminò, come tutte le sere, i quotidiani europei del giorno, e le ultime incombenze di quella giornata di festa con il suo segretario, un suo antico commilitone che aveva combattuto con lui in Ungheria. Desdemona si spogliò, allattò il suo bambino, e lo mise a letto. Dopo un mese di vita, il piccolo stava mettendo i primi capelli. Sorprendentemente scuri, quasi neri. Gli occhi, invece, parevano proprio quelli dorati del padre. - Ecco l’eredità della principessa indiana - disse la madre, accarezzando quei capelli scuri. Nel salone delle cerimonie c’erano ancora i ritratti dei due precedenti granduchi...suo nonno Magnus, e suo zio Lothar. Due volte zio...ogni volta che Desdemona ripassava davanti a quel quadro, non poteva fare a meno di pensare al suo antico fidanzato. Era stato il ritratto vivente di sua madre, la bella Rosaleen dal sangue indiano, ed era curiosamente fratello sia suo che di Moritz. - Oh, mio piccolo Manfred. Scuro come il granduca Lothar e la principessa Rosaleen. E sei il frutto di un amore che alla fine ce l’ha fatta... a riunire Landor e Walkenstein. - Il piccolo si addormentò sul suo seno, con il suo capezzolo ancora in bocca. Lei lo baciò, aspirandone il dolcissimo profumo infantile, e lo mise nel suo lettino, nella sua stanzetta dove lei, Sandra e Moritz non mancavano mai di fare brevi incursioni notturne. Un‘altra grande amica del bimbo era la piccola Larissa, la figlia di Lothar, che ormai viveva con loro come figlia acquisita, sebbene ancora portasse il nome Hagenau. Ormai sola nella sua stanza, Desdemona si spazzolò i capelli, sciogliendone i ricci ribelli con una spazzola. Si osservò nello specchio, e volutamente non indossò la camicia da notte. Restò in corsetto e mutandoni, ricordando con un sorriso quell’indimenticabile tuffo dalla cascata...ed i suoi assurdi timori. Tutti i pezzi del puzzle, miracolosamente, erano andati al loro posto. Franz e Karla erano ora sposi, e sovrani di Walkenstein. Adelaide era una moglie e madre felice, accanto al suo principe, ed ora sembrava essere di nuovo in attesa di un figlio. E lei, Desdemona, aveva avuto i suoi tre uomini, e sopportato grandi dolori. La zingara non si era affatto sbagliata, nelle sue predizioni, in quella lontanissima giornata d’estate. Lothar aveva conosciuto le gioie dell’amore con la dolce Tatiana...anche se la sua vita era stata breve, troppo breve. Heinrich aveva avuto la felicità nella quale non aveva mai osato sperare...ma era durata poco. Solo il suo angelo caduto era sopravvissuto. Il suo cavaliere rosso, nato nel sangue, risorto nel sacrificio e nell’amore. E lei sorrise tra sé e sé, rivedendolo per l’ennesima volta bambino, e poi ragazzo...i suoi capelli biondissimi, sempre scompigliati, i suoi occhi freddi...il suo braccio che aveva esitato sotto il suo tocco, quando lei era stata il primo essere umano ad avvicinarlo davvero. In piedi davanti allo specchio, così assorta nei suoi pensieri, quasi non si accorse che lui era tornato, e che ora le stava alle spalle, osservandola. Incontrò i suoi occhi nello specchio, e decifrò senza alcuna fatica la loro espressione. Un calore intenso le fece ardere il sangue nelle vene. - Cosa vuoi ora da me, marito mio? - gli chiese dolcemente, senza girarsi, come quella sera al Prater, quando lui era stato solo un estraneo che aveva tentato di comprarla con rose e gioielli. Moritz non fece nemmeno un passo. Ma le era così vicino che lei percepiva il calore del suo corpo sulla pelle nuda. - In questo momento, mia cara moglie, desidero solo possederti. - Lei sorrise. - E’ solo sesso? - ironizzò, citando un vecchio, assurdo discorso tra di loro, quando erano stati entrambi troppo spaventati per parlare d’amore. - Sì...è proprio solo sesso. Non resisto più, Desdemona. - - Lo so. E’ per questo che sono rimasta ad attenderti in biancheria...e puoi togliermela, se vuoi. - - No...pensavo a qualcosa di diverso. - Lei si lasciò trascinare dalla sua fantasia, che sapeva essere a tratti perversa. Chiuse gli occhi, e si morse le labbra, per l’aspettativa, mentre lui, rimanendo in piedi dietro di lei, le fece scivolare lungo le natiche i mutandoni di fine batista. Non glieli tolse, peraltro. Li lasciò sulle sue cosce, appoggiando le mani su di lei, aprendola dolcemente. Si slacciò i pantaloni, e si appoggiò contro di lei, lasciandole sentire il caldo contatto del suo membro eccitato, e seppellendo il suo volto sul collo di lei, accarezzandole la pelle sensibile dietro le orecchie con il suo fiato caldo. Lei voltò il capo, solo per scorgere in un altro specchio, poco distante di lì, il profilo dei loro corpi quasi allacciati...il pizzo bianco della sua biancheria abbassato sulle cosce, la dolce uniformità della sua pelle di seta, la dura virilità del marito appoggiata contro le sue rotonde estremità, i pantaloni di lui arrotolati alle caviglie. - Prendimi - lo implorò, spalancando gli occhi neri. - Con grande piacere, mia signora - le mormorò lui, stringendole i seni ancora compressi dal corpetto tra le mani, e strappandole la stoffa per riempirsene le dita. La penetrò da dietro, scivolando con un lungo gemito dentro la sua vagina di seta, e sentì che lei non era diversa da prima...solo, ancora più eccitante. Lei si inarcò all’indietro, ansiosa di riceverlo tutto. Ma sembrava che lui non avesse fretta di arrivare al culmine. Mentre si concentrava su di un ritmo costante ed uniforme, e sulla deliziosa sensazione che provocava ad entrambi lo scivolare dentro e fuori dentro quel suo meraviglioso fodero umido e caldo, cominciò a parlare. Di quello che intendeva fare il giorno dopo, dei suoi appuntamenti di lavoro, dei suoi piani per Landor. Dopo un po’, lei si morse le labbra per non urlare. Uomini! Incredibilmente rozzi ed insensibili! Erano mesi e mesi che non facevano più l’amore, ed ora... Solo quando fu invasa dal delizioso brivido intimo che precedeva l’orgasmo, capì il suo gioco. Lui aveva cercato di distrarsi, di mantenere un ritmo il più possibile calmo, per farlo durare il più possibile...e per farla godere follemente. - Moritz! - gridò, mentre il suo corpo esplodeva dal piacere, i capezzoli irrigiditi tra le sue dita, le sue cosce in fiamme, per quel sensuale, interminabile contatto. Lui sorrise, e smise subito di parlare. Era ora di venire insieme.
FINE.
|