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Scritto alcuni anni prima (nel 1998 - 2000) è una storia piuttosto dark, con tematiche slash. Nel Tirolo del '400, la principessa Verena viene inviata come badessa tra le montagne, nonostante l'assoluta mancanza di vocazione. L'incontro fortuito con il mercenario ungherese Andreas, di nobili natali ma dai difficili trascorsi, cambia per sempre la sua vita. (citando dal Manzoni, "...e la sventurata rispose"). Non meno difficile pare la relazione tra il fratellastro di Verena, il principe Alexander, e la sua bella serva cieca Angela.... PROLOGO Westfalia, agosto 1453.
ella notte di fine estate, il calore soffocante rendeva agitato il sonno della giovane principessa. I capelli ramati sparsi sul cuscino, la camicia da notte di lino bianco stropicciata, Verena si agitava nel dormiveglia tra le coltri, in preda a sogni confusi. Rivedeva la bella bocca rossa del suo fidanzato italiano ridere, ridere....e la minaccia degli occhi dorati di suo fratello, quella minaccia onnipresente... Verena si risvegliò di scatto. Non era sola nella stanza. L’ansimare dell’uomo le giunse come una minaccia. Slanciò le gambe snelle al di là del letto. Sarebbe fuggita, così rapidamente che... L’uomo accese un lume. -
Oh, sei tu...Alexander - Suo fratello. Meglio, il suo fratellastro. Stesso padre, madri diverse...lei, figlia di una principessa romana. Lui, di una semplice serva. Ed ora lui la guardava come mai un fratello dovrebbe guardare il sangue del proprio sangue. - Alexander...perché sei qui? Torna nelle tue stanze. Parleremo domani - L’uomo si avvicinò al letto, il lume in mano, ad illuminare i tratti angolosi e tormentati del suo volto. - Parlare? Chi ha detto che voglio parlare con te? Non vali niente, Verena. Tutt’al più, puoi servire ad una cosa sola - - Alexander! - gridò lei, sperando freneticamente che qualcuno giungesse a soccorrerla. Capì con lacerante chiarezza che lui non provava nessun affetto per lei...e che voleva soltanto umiliarla. Lei era colpevole di essere la figlia legittima...mentre lui era solo il bastardo. Era pericolosissimo. E lei ne aveva una paura folle. - Il mio fidanzato accorrerà subito in mio soccorso! E ti sfiderà a duello! - - Credi? - la derise lui, avvicinandosi di un altro passo. - Max Altieri non farà nulla di tutto ciò. Conosce bene le lettere, ma poco le armi, e non sfiderebbe mai me...sa bene che io non temo neppure il demonio. - - Alexander... - ansimò lei, sempre più spaventata. - Non farmi questo. Lasciami stare. Sposerò Max ed andrò con lui a Roma...scomparirò dalla tua vita, e non mi vedrai mai più. Sarai tu il principe von Sturgau und Seizig. L’unico. - - Adesso taci - l’uomo le mise una mano sulla bocca, e la spinse sul letto. Terrorizzata, Verena capì che faceva sul serio. Non l’avrebbe uccisa, forse, ma sicuramente l’avrebbe presa ed umiliata, quanto gli fosse stato possibile. Alexander era fuori di sé dalla rabbia e dal vino bevuto. Ancora il giorno prima, loro padre gli aveva ricordato la sua magnanimità nel nominarlo erede...visto che era solo il figlio di una serva, generato per sbaglio in una notte di sbornia del potente principe. Verena, invece, la piccola, aristocratica Verena... Decise tra sé e sé che, prendendola, le avrebbe fatto del male. Le strappò la camicia da notte, ed il lino sottile si lacerò con un curioso lamento. Verena si coprì con le mani, gli occhi pieni di lacrime. Stava quasi per prenderla a schiaffi, cancellando quelle lacrime che lo umiliavano, quando la porta si aprì di scatto. Il principe Ludovico si stagliava sulla porta. - Cos’è questa storia, Alexander? Perché sei nella sua camera? - Verena si nascose sotto la coperta di seta. Non sopportava quello sguardo accusatorio del padre. E già intuiva quale sarebbe stata la linea di difesa del suo fratellastro. - Cose tra fratelli, padre. Lei è molto...compiacente - - Che tu sia dannato, figlio di una serva! - Il vecchio principe, pur malfermo sulle sue gambe, tirò fuori la sciabola che portava sempre al fianco, e scalfì la guancia del figlio. Alexander non attaccò, ma estrasse a sua volta l’arma e si accinse a difendersi. - Non è successo nulla - andava dicendo al padre, mentre parava agilmente i deboli ed imprecisi colpi del vecchio. - Nulla che lei non volesse - - Tu menti! - urlò Verena, umiliata. - Padre! Lui mente! Voleva prendermi contro la mia volontà! - Il vecchio era fuori di sé dalla rabbia. Aveva bisogno della forza del figlio, per dare nuova linfa alla sua illustre casata. E così l’aveva nominato suo erede...anche se era solo il figlio di una serva. Ma doveva imbrigliare la sua forza, tenerla sotto controllo...e non permettere che distruggesse la sua unica figlia legittima, la dolce Verena. Doveva difenderla ad ogni costo. Ma non poteva uccidere Alexander. Anche perché il giovane, ne era certo, non gliel’avrebbe permesso. Lasciò cadere a terra lo spadone. - Vattene, Alexander. Vattene o revocherò la tua nomina a mio erede. Non dimentico che sei un bastardo, sai? - Alexander esitò. Aveva ancora l’arma nelle mani, la ferita procuratagli al volto dal padre bruciava ancora, ed ancor di più bruciava il suo orgoglio al sentirsi chiamare “bastardo”. Dopo anni di obbedienza e di lavoro, era solo quello per il padre, in fondo...un mero errore. Sarebbe stato facile sbarazzarsi di entrambi. Padre e sorella. E regnare da unico e solo principe von Sturgau und Seizig. Ma non poteva. La società non glielo avrebbe mai perdonato. A corte non sarebbe mai più stato ricevuto. Quanto a suo padre, era vecchio e malaticcio...sarebbe morto presto. E quanto era successo quella notte poteva esser un buon pretesto per sbarazzarsi per sempre della sua sorellastra. Più calmo, il cervello che mandava rassicuranti segnali ai nervi, Alexander posò a sua volta l’arma. E si inchinò davanti al padre. - Perdono, padre. Perdono...lei mi ha tentato. E’ un demonio...ed io sono solo un uomo - Il padre guardò di sfuggita la figlia, pallida e tremante sotto le lenzuola. Aveva troppo bisogno di Alexander. Si rivolse a lei con voce tremante. - Se il principe Altieri ti vorrà ancora in sposa, sarai sua. Quanto prima lascerai questa casa, tanto meglio sarà - I due uomini la lasciarono sola. Sbigottita, Verena si chiuse dentro con il catenaccio, e si rivestì, sentendosi violata, tremendamente violata. E sola. Come era sempre stata, fin dalla morte di sua madre, avvenuta quando era così piccola da non ricordarsene nemmeno. Ma non tutto era perduto. Max Altieri era gentile. Sarebbe stato un buon marito per lei, ne era certa. E l’avrebbe tenuta al riparo da Alexander, dalla sua rabbia e dalla sua frustrazione. Mentre Verena tornava a letto, Max Altieri accolse Alexander nelle stanze che il principe Ludovico gli aveva assegnato come ospite di riguardo. L’amico sanguinava al volto ed era fuori di sé. Lo medicò con dita leggere, mentre Alexander gli raccontava l’accaduto. La sua versione, perlomeno. Era l’occasione che Max aspettava da tempo. L’occasione per stipulare un patto. PARTE PRIMA. L’ABBAZIA. I Neuschloss, Tirolo Meridionale, Giugno 1454.
io mio, di nuovo quell’uomo. Signore, fa che se ne vada”. Verena von Sturgau und Seizig si allontanò dalla finestra istoriata di qualche passo solamente. Poteva vedere il tenebroso cavaliere ancora là...fermo sotto il melo, sulla sommità del colle. Poco oltre, le mura brunastre di quell’immondo castelletto...la “tana del diavolo”. “Mio Dio...mio Dio. Fa che se ne vada”. Le sue labbra tremarono, ma lei restò immobile. Il sole di giugno splendeva sulla cotta di maglia che l’uomo indossava, e sui suoi capelli bruni. Verena indietreggiò ancora, come se lui potesse davvero vederla. Stette un istante nell’ombra della vasta stanza, e poi si riscosse. Aveva bisogno di pensare...doveva stare sola, e quel luogo le sembrava più che mai una prigione. Uscì in fretta, raccogliendo con le mani le pesanti pieghe della tonaca di raso color granata. All’uscita posteriore dell’abbazia, il sole le colpì gli occhi, costringendola a socchiuderli. Se non altro, “lui” non era lì. Si allontanò verso l’orto, sperando ancora una volta che la bellezza del luogo compisse il consueto miracolo. Ma quel giorno non vi era alcuna magia nei suoi pensieri, resi confusi e minacciosi da quella presenza, là sul colle. Non poteva far finta di non sapere...di non vedere. Come preferivano fare le sue consorelle. Ma lei non era una semplice monaca...e la minaccia era, forse, per lei sola. Verena si appoggiò al muro della casa colonica adiacente all’abbazia. Il posto era stupendo...perfetto. L’aveva veduto per la prima volta dieci mesi prima, quando era giunta a Neuschloss, l’antica abbazia, con molti bagagli, una serva piuttosto allegra assegnatale dal padre, e molto oro. Ed il titolo di canonichessa del capitolo di Santa Sigismonda...e badessa dell’abbazia di Neuschloss per editto imperiale. Ma non per riconoscimento pontificio. Dio, la minaccia di quell’uomo...Roma non ne aveva voluto sapere di affidare la ricca e prospera abbazia di Neuschloss ad una donna nobile, sì, ma scelta dall’Imperatore e non dal Papa. Ed il Vescovo della vicina città di Schesselruth, in Tirolo, le aveva dichiarato guerra. Non una vera guerra...fino a quel momento. Ma una lunga, tormentosa minaccia. Le malghe dipendenti dall’abbazia venivano depredate da uomini armati...senza eccessive violenze, con lo solo scopo di depredare le ricche messi, il grasso bestiame, tutto ciò che costituiva le cospicue rendite che la badessa, ogni mese, avrebbe inviato all’Imperatore. Poi, erano sorte altre minacce. Chiacchiere. Di più, diffamazioni. Che nel convento si conducesse una vita inadatta a delle monache...che vi fossero feste, addirittura orge...che la badessa si intrattenesse nella quiete della pluricentenaria abbazia con il suo amante...il suo fratellastro, il Principe Alexander von Sturgau und Seizig. Verena rise tra sé e sé. Quell’accusa ridicola...ed insieme inquietante. Amanti...Dio, cosa voleva dire avere un amante...non l’avrebbe mai saputo. Grazie ad Alexander. Ed a Max. Max era stato il suo fidanzato...Max Altieri, principe Massimo per parte di madre. Solo il meglio per il nobile principe romano...solo la nobilissima Verena von Sturgau und Seizig...cinquecento anni di nobiltà per un principe dalla nobiltà ancora più antica, risalente agli antichi Romani. Ma poi, una notte, suo fratello Alexander era entrato nella sua stanza, le aveva strappato la camicia di notte di dosso. E c’era mancato davvero poco...ma il loro padre era entrato, aveva sfidato il proprio figlio a duello, e poi, quando aveva saputo che il suo fidanzato non l’avrebbe più voluta, aveva mandato Verena via...via a fare la badessa di una lontana abbazia nel Tirolo meridionale, a mille chilometri da casa. Max infatti aveva saputo, e si era improvvisamente rifiutato di sposarla. Alexander aveva sostenuto la sfida del proprio padre. Dio, si erano battuti con la sciabola. Il principe Ludovico, vecchio e zoppicante, aveva tenuto testa al proprio figlio, forte, crudele ed ambizioso come la donna che l’aveva generato, una serva del padre. Alexander avrebbe potuto ucciderlo...ed ottenere così tutto ciò che voleva. Il titolo, le immense ricchezze...forse anche Verena. L’aristocratica Verena, unica figlia legittima del principe Ludovico, nata dal suo matrimonio con una nobile romana. Ma Alexander aveva esitato. E tutto era continuato come sempre...ma Verena ne aveva avuto la vita distrutta. Mentre gli uomini di casa misuravano la propria reciproca forza, come due animali vogliosi di affermare la propria supremazia sul loro territorio, lei veniva destinata ad una vita sterile ed incolore...per la quale non nutriva alcuna vocazione. Ma il dovere era per lei un imperativo categorico. E l’unico dovere di una principessa von Sturgau era quello di obbedire al proprio capofamiglia. Avrebbe dimenticato il suo fidanzato, la vita brillante che egli le avrebbe fatto condurre come Principessa Altieri a Roma, i figli e le gioie che lui le avrebbe dato...e sarebbe stata badessa. Le figlie primogenite dei von Sturgau venivano ammesse sin dalla nascita all’aristocratico Capitolo di S. Sigismonda. Solo donne di altissima nobiltà potevano accedervi: invero, solo alcune di loro rinunciavano poi al mondo per diventare religiose di alto rango in abbazie, conventi, capitoli. Nemmeno in quel caso le canonichesse di S. Sigismonda erano costrette a pronunciare i voti: erano tenute soltanto ad indossare le raffinate e ricche tonache di pesante seta granata dell’ordine, ed i gioielli d’oro e le granate d’ordinanza, ma non erano costrette a coprire i loro capelli. Al suo debutto quale badessa dell’abbazia di Neuschloss, Verena aveva invece deciso di coprirsi il capo con il velo di taffettà granata del capitolo, e di tagliarsi i capelli: avrebbe presto preso anche i voti, non appena quell’assurda contesa con il Vescovo fosse terminata. Sebbene molte canonichesse del suo capitolo, rimaste nubili, approfittassero delle rendite connesse alla loro carica per vivere una vita indipendente e mondana, conservando il titolo di “signora” e vivendo in libertà seppure in nubilato, lei aveva scelto. Anzi, suo padre ed il suo fratellastro avevano scelto per lei. Sarebbe stata monaca, avrebbe legato la propria vita ai voti di castità, di obbedienza, di povertà. Era solo questione di tempo. La povertà, invero, era relativa. Come principessa von Sturgau und Seizig era una delle donne più ricche del suo tempo...come badessa di Neuschloss e canonichessa di S. Sigismonda godeva inoltre di ulteriori, cospicue rendite. Infine, aveva gusti semplici e non c’era niente di materiale che desiderasse. L’obbedienza non le costava fatica. Era da sempre abituata ad obbedire...a suo padre, al suo fratellastro, al suo confessore. L’unica sua disobbedienza le era costata cara. Direttamente od indirettamente, l’aver resistito ai desideri impuri del suo fratellastro le aveva rovinato la vita. Della castità non sapeva molto. Alexander l’aveva solo impaurita...e Max non l’aveva nemmeno baciata. Le sue labbra non avevano mai toccato quelle di un uomo, ed il suo corpo non ne aveva mai ricevuto alcuna carezza. Ricordava solo una sera d’estate, nel giardino del suo castello ad Heiserad. Max aveva cantato a lungo, con la sua chitarra, una canzone italiana licenziosa, che non aveva capito nemmeno un po’, ma che le aveva lasciato una dolce fiamma nel sangue. Una dolce fiamma...qualcosa di languido e caldo che a volte ricordava appena, al risveglio da certi sogni confusi. Eppure, se chiudeva gli occhi, riusciva ad evocarla. Come un tocco, un suono...forse un gemito. Un suono di gola come quello che sentiva in quel momento, e non era lei...aprì gli occhi, si riscosse. Dietro la rimessa degli attrezzi, vicino alle scuderie...vi si diresse, quasi soprappensiero. Non sapeva cosa vi avrebbe trovato, anche se oscuramente intuiva. Vide le lunghe gambe bianche, dai piedi piccoli, di una donna, avvinghiate intorno al corpo vestito di un uomo. Li riconobbe entrambi...ed indietreggiò sconvolta. Quasi svenne quando sentì qualcosa di robusto, come un muro, una forza improvvisa dietro di sé. Se l’uomo non l’avesse tenuta, sarebbe caduta. - Mio Dio...Gertrud! Alzati immediatamente! - La servetta lanciò un urlo. L’uomo che era sopra di lei si alzò di scatto, armeggiando con i pantaloni. Confusamente, Verena lo riconobbe. Era il fattore, un certo Stephan. Un bel ragazzo, per chi gradiva il tipo. Era un contadino forte e robusto ed all’allegra Gertrud piacevano i suoi scherzi, se ne era già accorta. Ma questo... Si voltò di scatto, ricordandosi solo allora del nuovo venuto. - Signore, come vi permettete! - esclamò, furiosa con lui, con la sua serva impudica, con il contadino impudente. Poi, impallidì tremendamente. - Allora è vero, quanto dicono - sorrise l’uomo. La guardò fisso, vicinissimo. Aveva occhi scurissimi. - Qui all’abbazia si tengono delle vere e proprie orge. E la signora badessa vi partecipa - - Voi... - a Verena mancarono improvvisamente le parole. Quell’uomo. Quella minaccia. Dio mio. Nel suo giardino. E quella stupida serva nuda avvinghiata a quello sciocco contadino. Lottò per recuperare la propria compostezza, ma ormai aveva capito. Quell’uomo era lì per lei, lì per punirla. Era il braccio armato del suo nemico, il vescovo...e non gliel’avrebbe fatta passare liscia. Soprattutto ora che aveva avuto una conferma ai sospetti di cui tanto si mormorava nella valle. - Gertrud, vestiti e vattene in cucina. Parleremo più tardi. Quanto a voi, Stephan, andatevene via da questa abbazia. Raccogliete le vostre cose e sparite - - Ben detto, signora Badessa - la prese in giro lo sconosciuto, mentre i due servi imprudenti scomparivano stringendosi addosso i vestiti. - Anche se la vostra decisione è un po’ tardiva. Non avreste dovuto lasciarmi vedere questo spettacolo - - Chi siete...e cosa volete da noi? - Verena indietreggiò, stringendo tra le mani la grossa croce d’oro e granate che le pendeva sul petto, come per difendersene. - Chi sono non è importante. Ciò che conta è ciò che sono venuto a fare - L’uomo le si avvicinò, soppesandola con il suo freddo sguardo scuro. - Non lo immaginate? - le chiese infine, in tono solo apparentemente più dolce. - Andatevene. Questo territorio non appartiene al vescovo...il vostro padrone. - Capì di aver sbagliato ancor prima di aver terminato la frase. Lo sguardo dell’uomo diventò - se possibile - ancora più freddo. - Nessuno, signora, mi è padrone. Né l’imperatore...né Dio - L’uomo girò sui tacchi e si allontanò, silenziosamente come era arrivato. Verena si portò la mano sul cuore, che batteva furiosamente. Dio mio, che nemico poteva rivelarsi un uomo che non temeva nemmeno il Signore?
on punitela. Non severamente, perlomeno - Verena sollevò lo sguardo per fissare l’anziana suora. Sorella Clara era stata la consigliera ed il braccio destro della precedente badessa, e sin dal suo arrivo era stata prodiga di ottimi consigli. Lo sguardo scuro e dolce della religiosa la seguiva sempre con una strana espressione di compassione e simpatia. Sembrava capire i suoi pensieri più nascosti...il suo timore di non essere all’altezza del difficile ruolo che le era stato assegnato, la sua inadeguatezza, la sua assoluta mancanza di vocazione...e la sua rassegnazione ad un destino scelto per lei da altri. Ma, soprattutto, Suor Clara sembrava intuire in pieno il peso della sua totale inesperienza. Tanta comprensione a volte la impauriva addirittura. Verena si chiedeva come fare a mantenere un minimo di autorità in quel difficile mondo rinchiuso in se stesso, se non riusciva nemmeno a vedere chiaro in sé. Con suo gran sollievo, l’educazione aristocratica ricevuta, la sua naturale distinzione, l’aiutavano a nascondere alle sue consorelle le sue insicurezze...a tutte tranne che a Suor Clara. - Devo punirla. Ed anche lui, il fattore. Non dimenticate che quell’uomo li ha visti. Ciò non ha fatto altro che confermare ai suoi occhi ciò che tutta la regione sospetta...che all’abbazia i costumi siano troppo liberi, e che si consumino orge... - Sorella Clara rise del tono scandalizzato della sua giovanissima badessa. In passato, molti anni prima di celare il suo capo sotto un velo e di rinchiudersi in quel paradiso in mezzo alle montagne che era l’abbazia di Neuschloss, era stata una donna di mondo ed aveva frequentato le corti e le case dei potenti. Sapeva tutto di amplessi rubati tra il fieno, di fugaci avventure, di servette compiacenti e di audaci cavalieri. - Queste non sono orge, mia signora. Sono solo eventi consueti, direi prevedibili, quando si avvicinano a giovani uomini audaci donne sole ed annoiate come la vostra Gertrud. Era il meno che potesse capitare e - come prevedibile - è capitato. Vostro padre non doveva inviarla qui. A dirla tutta, vostro padre non doveva inviare qui nemmeno voi. - - Suor Clara! - esclamò Verena, scandalizzata suo malgrado. - E’ la verità, e lo sapete. - proseguì tranquillamente l’anziana religiosa. - Siete troppo giovane, troppo bella e soprattutto troppo inesperta per rivestire un simile ruolo. Solo chi conosce la vita può avere il necessario equilibrio per combattere queste lotte...chi conosce la vita, o chi è votato alla santità. - - Dubitate della mia vocazione, forse? - - Voi, mia signora, dubitate che il sole sorga la mattina? - sorella Clara le sorrise. - Suvvia, mia signora, non tormentatevi così. La contesa con il vescovo non ha nulla a che vedere con la moralità dei nostri costumi: è semplicemente una questione politica e di interessi economici, ed il potere si combatte solo con il potere. - - Devo chiamare l’Imperatore in mia difesa? - - Immediatamente - il volto della buona suora si incupì. - Forse è già troppo tardi. Avete ragione a temere quell’uomo che avete incontrato oggi. Ho sentito dire che è un mercenario...venuto dall’est. E ciò può significare una cosa sola. - “Venuto dall’est...” Verena rabbrividì suo malgrado. Quella frase le suonava minacciosamente familiare, ma non era quello il momento per inseguire confuse memorie. Ciò che l’acuta Suor Clara le stava dicendo poteva rivelarsi di primaria importanza per tutti loro... per la loro sopravvivenza. - Vuole prendere l’abbazia...in armi - Verena lo disse rabbrividendo. - Sì - Suor Clara le prese una mano. - E voi siete troppo giovane...e troppo inesperta per affrontare una simile evenienza. Non se quell’uomo verrà da nemico, intenzionato a distruggerci - - Non potrà fare una cosa del genere. Nessuno al mondo, nemmeno il Papa, può autorizzarlo a devastare e saccheggiare un luogo santo. - - Ne siete certa? Dovete trovare un alleato potente, e trovarlo in fretta. Scrivete a vostro padre...fatevi mandare soccorsi, fino a che siete in tempo. Il vostro fratellastro potrebbe forse... - - Alexander non farà proprio nulla! - esclamò Verena, agitatissima. - Non lo farò mai venire qui...non dopo tutto quello che dicono di noi. Non lo farei venire qui in nessun caso... - aggiunse poi, ripensando alle circostanze del loro ultimo incontro, quando lei aveva lasciato la casa del padre per il convento, alle sue parole. “Arriverà il momento, mia cara Verena. E’ solo questione di tempo”. - Vostro padre, allora - insisté Suor Clara - Chiamatelo subito in vostro aiuto. Mandategli un messaggio, tramite Gertrud. Non lasciate qui quella ragazza...non ora che uomini armati potrebbero invadere l’abbazia - Verena rabbrividì nuovamente. - Suor Clara, dovremo avere molto coraggio. Vorrei che voi e le consorelle più anziane abbandonaste subito l’abbazia. Potreste rifugiarvi al villaggio...almeno finché la situazione non si calma - - E lasciarvi sola? Mia signora, che dite! Non siamo noi a dover temere uomini in armi! - Verena arrossì - Non oseranno - disse solo, disperata. - Voi dite? - Suor Clara le prese una mano. - Come siete ingenua, e come siete giovane. Gli uomini adorano questo tipo di situazioni, quando possono lasciare in un canto convenzioni e coscienza. Non ignorate questo tipo di pericolo. Siate saggia: se fuggire non potete, per il vostro onore, almeno non sottovalutate il pericolo. Chiudetevi nei vostri appartamenti, fatevi vedere il meno possibile....lasciate che siamo noi ad affrontare eventuali invasori - - Oggi mi ha vista - - Lo so - Suor Clara la guardò con gentile compassione. - E’ un vero guaio. A cui non si può rimediare - - Io non... - - Siete un soggetto meraviglioso da umiliare - le disse la saggia suora - Giovane, bella, ricca, nobile...ed inesperta come un neonato. - - Che mi umilino, allora! - reagì Verena, con fierezza. - Non mi lascerò piegare né da insulti, né da minacce. Lo impareranno a loro spese. - “Piccola, pazza, aristocratica bambina! Che ne sa della vita e delle sue prove?” si disse Suor Clara. - Buonanotte, mia signora. Almeno per stanotte, lasciate da parte i cattivi pensieri e godete di un lungo, sereno sonno - - Buona notte, sorella - si ricompose Verena. Ma tremava ancora. Quando la suora chiuse la porta dietro di sé, guardò verso il melo. Il sole tramontava, si faceva notte e lui, il maledetto, era ancora là sul colle. II
erena osservò il volto pallido e disfatto della sua cameriera. - Domani all’alba lascerai Neuschloss...mi dispiace, Gertrud. E’ soprattutto per la tua sicurezza - - Signora, voi mi scacciate - - Non essere drammatica, Gertrud! Lascerai l’abbazia, e lo farai per il tuo bene...e per il mio. Dio solo sa quali saranno le conseguenze di ciò che è accaduto oggi. Quell’uomo vi ha visti...ed ancora non sappiamo come reagirà. - - Avete ragione - sconfitta, la ragazza chinò il capo biondo. - Perdonatemi, principessa. - - Non è più quello il mio titolo - la corresse Verena amaramente. - Su, via, vai a preparare la tua roba. Ti saluterò domani alla partenza...e ti darò un messaggio per mio padre. - - E Stephan? Intendente cacciare anche lui? Non ha colpa, lui...sono stata io a provocarlo - ammise Gertrud. - Fatelo venire con me. Potrebbe servire nel castello di vostro padre, ad Heiserad...è bravo nel suo lavoro. - - D’accordo, ed ora vai. Devo ancora scrivere quel messaggio - Gertrud baciò devotamente la mano della sua padrona. Verena sentì la campana battere le ore dieci. Si tolse il pesante velo e si sedette dinanzi al suo piccolo specchio. Era stanca, e si vedeva. Aveva linee scure sotto gli occhi, e la bocca tesa. Si passò una mano sui corti capelli castano ramati, tagliati irregolarmente. Gli occhi erano grandi, scuri, immensi nel suo piccolo volto elegante dai lineamenti fini, con il naso spruzzato di lentiggini. Era la classica rossa mancata, ed un tempo una balia che lei aveva ritenuto generosa l’aveva definita bellissima. Un tempo, prima che diventasse badessa. Dio, si sentiva tanti di quegli anni addosso, tanti quanti quelli di Suor Clara e delle sorelle più anziane. Non aveva più nulla della spontanea gioiosità di Gertrud, che aveva solo pochi mesi meno di lei. Si sentiva spenta ed atrofizzata come un fiore al buio...e per lei non c’era futuro. Non c’era futuro diverso da quella tranquilla, monotona routine, e la sua stessa sopravvivenza ora era in pericolo. Si alzò in piedi, slacciandosi la tonaca di raso color granata. Indossò la sua povera, monacale camicia di cotone bianco e si sedette al suo piccolo tavolo di lavoro. Indugiò a lungo sulla lettera da inviare al padre, i piedi nudi che sfioravano continuamente l’impiantito di legno, la guancia appoggiata sulla mano alla luce tenue di una tremolante candela di sego. Mise da parte i conti delle rendite da inviare quel mese al messo dell’Imperatore, e si concentrò sul messaggio da trasmettere a suo padre. L’avrebbe deluso, questo era certo. Assorta, quasi assopita, si fermò ad ascoltare il lugubre richiamo dei lupi nei vicini boschi. Pensò suo malgrado al biancore abbagliante dei ghiacciai che dominavano la valle, e sentì freddo. Eppure, era una notte senza luna, e per quanto tiepida non filtrava un alito di vento, né un suono. Un improvviso turbamento la invase. Quell’impossibile silenzio, quella notte che si chiudeva intorno a lei, come le mura di una prigione. La sua tremenda solitudine, una solitudine eterna, sin da quando - bambina - era lasciata da sola a giocare nelle torri di Heiserad. Sempre più sola...e poi l’immagine stridente di Gertrud e del suo fattore nel fieno. Le girava la testa. Doveva pregare, doveva fare penitenza. Doveva scacciare quei pensieri, ed il timore della sua solitudine. Il timore di una vita che non le apparteneva, che non sopportava... Si alzò di scatto. Forse era stato un qualche rumore attutito, forse un bisogno spirituale in lei, non del tutto sopito. Sì, credeva in Dio, ci credeva ciecamente...ma quella non avrebbe dovuto essere la sua vita. Perdono, perdono... chiedeva con il cuore perdono per lei e per la sua inadeguatezza. Lasciò la sua stanza e, nel buio, si diresse verso la cappella. La notte era davvero troppo silenziosa. Le ginocchia nude, si buttò davanti all’altare. Per terra, a braccia in giù sul freddo marmo, così sarebbe stato il giorno della sua ordinazione religiosa. Dio, quel freddo. Lo assorbì con tutto il corpo, se ne sentì invadere. Eppure avrebbe dovuto restare così, tutta la notte. E sarebbe stata perduta per sempre...o forse salvata. - Alzatevi...finitela una buona volta con queste sceneggiate! - La voce maschile le fece correre un lungo, freddo brivido lungo la schiena. Lanciò un urlo, e si rialzò. Ansimante per lo spavento, indietreggiò, la schiena verso l’altare. L’uomo avanzava verso di lei, la sciabola sguainata, la cotta di maglia scintillante alla luce delle candele. - Voi...qui - la voce di Verena si ruppe. Lo sguardo freddo e scuro dell’uomo la percorse, soffermandosi sui suoi piedi nudi, sulla povera camicia, sui capelli corti. Era pallidissima. Capì di averla spaventata mortalmente. - Abbiamo preso l’abbazia. Naturalmente, siete destituita da ogni incarico. Nei prossimi giorni il Vescovo manderà un suo incaricato a prendere possesso...di tutto. - - Come osate...come osate parlarmi così, qui, nella casa di nostro Signore? - esclamò lei, talmente indignata da dimenticare per un istante le proprie condizioni. - Questa è la casa di qualcun altro, ormai, bella mia - la derise lo straniero. Poi, avanzò verso di lei, tenendo la grande spada con una mano sola, con noncuranza. - Dove? - le chiese solo, sorridendo. - Dove...che cosa? - - Dove volete che concludiamo questa serata? Qui...nella cappella? Od in camera vostra? Consiglierei la seconda soluzione - Verena impallidì ulteriormente. Non poteva accadere a lei. Non questo. Forse l’uomo voleva solo i suoi gioielli. Non ne aveva molti, ma glieli avrebbe dati volentieri, se solo...se solo l’avesse lasciata stare. Pensò febbrilmente. Non poteva trattenerlo lì, non dinanzi al tabernacolo. - D’accordo...venite. - Si allontanò da lui di qualche passo, seguita dal suo sguardo. Capì che fuggire non poteva. Solo allora si accorse di quanto stava accadendo. Sentiva grida concitate, e temette per le sue consorelle. Rabbrividì per il freddo e per lo sgomento. Si accorse che l’uomo la lasciava passare dinanzi a sé. Trattenne l’istinto di correre, certa che l’avrebbe immediatamente raggiunta. Si incamminò lentamente verso la sua grande stanza, con il passo pesante di un condannato, e sentì che lui la seguiva. Sentiva il tintinnare dei suoi speroni e lo strisciare della sua sciabola sul pavimento. Lungo un corridoio, vide alcuni dei suoi uomini. Rovistavano nella dispensa, sotto lo sguardo rassegnato di Suor Clara. L’anziana religiosa la stava fissando, lei e l’uomo che la seguiva, e nel suo sguardo c’erano mille avvertimenti. Verena capì che non era in gioco tanto la sua virtù...quanto la sua sopravvivenza. Dio, la domanda era quella. Sarebbe stata forte o vile, dinanzi alla prova? L’orgoglio della sua stirpe, il suo stesso ruolo di badessa, le imponevano la santità. La morte. Comunque. - Avanti, signora. Non ho ancora visto la tua stanza - La voce rude dell’uomo la riscosse. Proseguì nella notte, ed ovunque erano mani che rubavano, arraffavano, distruggevano. Si chiese che ne era delle sue consorelle, soprattutto delle più giovani, le novizie. Capì che la sua vita ed il suo onore, da soli, non avrebbero ripagato le vite e l’onore altrui. E che forse non c’era soluzione alcuna nella morte. La sua stanza sembrò, quando vi arrivarono, incredibilmente tranquilla, al confronto. Le lenzuola erano tirate, pronte per la notte, e sul tavolo dove giaceva la lettera d’aiuto che non aveva fatto in tempo a scrivere luceva ancora un lume. Senza esitare, Verena aprì uno stipetto. C’erano gioielli di buon valore, alcune monete, lettere di credito. Rimase a guardare mentre l’uomo prendeva il cofanetto e ne rovesciava il contenuto nella sua bisaccia. Immobile, attese le sue mosse. Non dovette attendere a lungo. L’uomo lasciò cadere a terra bisaccia e sciabola, e chiuse con un calcio la porta dietro di sé. Avanzando verso di lei, si tolse la cotta di maglia passandola sopra il capo. Aveva i corti capelli folti e bruni, osservò spassionatamente Verena. Le sembrò soltanto di assistere a quella scena. Era tutto così irreale...irreale fino a quando braccia forti la strinsero in una stretta d’acciaio, e la bocca di lui scese sul suo collo, bruciante. La sensazione imprevista la fece barcollare. Sentiva l’alito caldo dell’uomo, la carezza morbida delle sue labbra, e lunghi brividi la scossero. - Facciamo un patto - gli propose, disperata. Qualsiasi cosa, pensò, qualsiasi cosa ma non quello. - Nessun patto - le disse lui, con voce roca. Poi, la sua bocca prese quella di lei. E lei capì che - a quel punto - non c’era nessun possibile accordo da concludere.
on ho pugnali che tu possa usare, dolcezza. Non ci sono finestre aperte. Non hai modo di sfuggirmi - - Non voglio darmi la morte - mormorò Verena, non appena lui le lasciò la bocca. Ma continuava a stringerla, e sapeva che era solo questione di attimi. - Lo so, mia cara. L’ho capito dal primo istante che ti ho visto. - - Vi sbagliate - replicò lei, quanto più gelidamente poté. - Sei tu che ti sbagli - pigramente, le si avvicinò ancora, facendola appoggiare contro il muro. Ricominciò a baciarle lentamente il collo, e lei lo odiò per quello. Come lo odiò quando insinuò una mano sotto la sua camicia, accarezzandola piano. Trasalì per lo stupore quando riprese a baciarla. Non aveva mai pensato che potesse essere così. Tutto, ma non così. - No...non voglio darmi la morte solo perché sono una vigliacca. Non certo per merito vostro - - Forse in questo hai ragione - l’uomo, ridendo, si allontanò da lei. - Beviamo qualcosa. Hai del vino? - - Sì...su quel tavolino - - Le badesse bevono, in questo luogo di perdizione? - La prese in giro lui. - No. - Irritata, gli rispose. - Lo tengo in serbo per i mercenari che intendono stuprarmi - - Oh, oh, la micina tira fuori gli artigli - L’uomo rise fragorosamente. Poi, le si avvicinò, il bicchiere in mano, ed un gran sorriso - Chi ha detto che intendo stuprarti? - Le si avvicinò ancora. - Hai mai sentito parlare di seduzione? - - Seduzione? Quella del diavolo! State per commettere peccato mortale - reagì lei, la mente ottenebrata da quel pericolo. - Occupati dei tuoi peccati, piccola mia, e lascia stare quelli altrui. Quello che faremo, quando lo faremo, sarà tutto tranne che un peccato mortale...lo so che non sei una vera monaca. - - Cosa? - allibita, lei lo fissò. Tenendo il bicchiere in una mano, lui cominciò ad accarezzarla sul collo con la grande mano. Una mano fine, e dalla stretta sicura. - Le canonichesse di S. Sigismonda non prendono i voti - la derise lui, sorridendo. Aveva labbra morbide e piene, e lei trasalì ripensando al sapore del suo bacio. - Come fate a saperlo? - - Mia sorella appartiene a quel capitolo - Quest’affermazione sorprese davvero Verena. Cominciò a guardarlo con più attenzione. Possibile che quel miserabile mercenario che stava trattando lei - una principessa von Sturgau und Seizig - come una sgualdrina, avesse una sorella canonichessa di quell’aristocratico capitolo? - Come l’avete capito ? - - Il medaglione...avevo qualche dubbio per via dei tuoi capelli corti. Ti ringrazio per avermelo tolto - Verena arrossì. Se fosse stata più furba, lui non avrebbe saputo che lei non era una vera e propria suora...e forse l’avrebbe risparmiata. Forse. Non le sembrava che quell’uomo tenesse molto alla propria anima immortale. L’uomo posò il bicchiere sul vicino tavolino. - Andreas Vargas, per servirti. Principe Vargas - - Al servizio del vescovo di Schesselruth? - ironizzò lei. - Fra le altre cose - precisò lui, per nulla irritato dal suo sarcasmo. - Basta parlare. Verena...così ti chiami. Passiamo a cose più interessanti - Lei indietreggiò ancora, appiattendosi contro la parete. - Verena...non avere paura - Quell’incongrua dolcezza la sorprese. Tanto spaventata da non riuscire a respirare, l’osservò mentre le slacciava la sua camicia di cotone. La sorprese il contrasto tra le sue dita abbronzate e la sua carnagione di latte. La stava toccando dove nessuno al mondo l’aveva toccata mai, ed il suo seno le parve fragile e vivo tra le mani di quello sconosciuto. La sua testa china su di lei le fece quasi tenerezza, una tenerezza assurda. Sembrava un ragazzo, ed invece era un demonio. - Perché? - gli chiese, mentre il leggero indumento le scivolava dalle spalle. - Perché no? - le rispose lui, il volto vicinissimo al suo, la bocca sulla sua bocca, senza però baciarla, quasi ad accarezzare il suo respiro. - Tu mi piaci. Forse ti piaccio anch’io. Perché no, allora? Vivi, Verena. Non lasciare che ti seppelliscano viva in questa tomba - - Lasciatemi... - sussurrò lei, mentre la bocca dell’uomo tornava sul suo collo, a tracciare brucianti scie di baci sulla sua pelle. Lo respinse di scatto, ansimando, quando la porta si aprì. Andreas la coprì fulmineamente con il suo corpo, per nasconderla alla vista del soldato in armi. - Maledetto zuccone! Non ti hanno insegnato a bussare? - - Scusate, capo...ma la truppa attende ordini. Sono tutti in cortile. - il soldato sogghignò, lanciando occhiate furtive in direzione di Verena. - Arrivo subito. - La porta si richiuse subitaneamente come si era aperta. Verena sussultò dalla vergogna e dall’umiliazione. Avrebbe voluto piangere, ma per qualche misteriosa ragione le lacrime non arrivavano. - Devo lasciarti, dolcezza. Copriti, ora - Lei riprese con mani tremanti la camicia, e se la infilò. Arrossendo fino alla cima dei capelli, cercò di coprirsi con le mani. Lui la guardò, spassionatamente. - Sei bella - le disse poi, senza sorridere. - A presto - Se ne andò con un forte tintinnare di speroni, e lei si lasciò scivolare per terra. La sua vita ordinata e regolare era nuovamente andata in frantumi, per la seconda volta in un anno, e lei non sapeva cosa fare. Furiosamente, si rivestì. Non c’era tempo per un bagno, non c’era tempo per togliersi di dosso il suo odore. Si sfregò le labbra con le dita, e cercò di recuperare compostezza. Aveva bisogno di sapere subito cosa stesse accadendo, e soprattutto di parlare con Suor Clara. Sapeva bene che la battaglia era appena cominciata.
III
el cortile regnava il caos più totale. Gli uomini di Vargas avevano presidiato le uscite dal perimetro dell’abbazia, ed altre guardie tenevano sotto la minaccia delle loro armi le consorelle spaventate ed affrante. Al primo sguardo di Verena, sembrò che fino ad allora nulla di irreparabile fosse accaduto. Le novizie erano tutte lì, accanto a Suor Clara ed alle altre sorelle più anziane, e sembravano spaventate, sì, ma incolumi. Si chiese se non fosse stata lei, fra tutte, a dover subire il trattamento più severo. Subito, il suo sguardo si diresse verso l’uomo che l’aveva umiliata e scioccata...e vide che era perfettamente padrone della situazione. Provò un improvviso moto di rancore nei suoi confronti. Era subito riuscito a sminuire il suo potere, la sua importanza nel convento. Aveva fatto sì che i suoi uomini e le sue consorelle la vedessero mentre, in camicia da notte, lo conduceva per i corridoi dell’abbazia verso la sua camera, del tutto soggiogata. Aveva addirittura permesso che uno dei suoi uomini scorgesse la sua umiliazione. L’aveva resa un oggetto, un oggetto sessuale, ed aveva cancellato la sua autorità. Lui le restituì lo sguardo, senza esitare. Verena sentì che, indipendentemente da quanto le sarebbe potuto capitare di lì innanzi, non poteva permettersi di perdere il suo ruolo di preminenza in seno a quella comunità. Sostenne lo sguardo di lui e si fece avanti. La notte di giugno era calda e profumata, appena rinfrescata da una brezza leggera proveniente dalle vicine montagne. - D’ora in poi, detengo io il potere assoluto nell’abbazia - stava dicendo il suo nemico, con la sua voce tranquilla e potente. - Io, principe Vargas. Per ora, tutto continuerà come prima...almeno fino all’arrivo dell’emissario del vescovo. Quanto a voi, signora Badessa - si rivolse a lei, con una deferenza irriverente - Resterete chiusa nei vostri appartamenti, almeno fino a nuovo ordine. Scegliete una delle vostre consorelle....vi assisterà e vi porterà il cibo e tutto quanto possa servirvi - - Suor Clara - disse solo lei. Poi, si rivolse verso le sue sorelle. - Abbiate fede, mie fedeli amiche. Con l’aiuto del Signore, tutto si risolverà per il meglio - Non fece in tempo ad allontanarsi. Vargas la prese poco gentilmente per un braccio, e la ricondusse personalmente nella sua stanza. - A domani, mia cara. Dormi bene - le sorrise ironicamente, e le baciò una mano. Lei la strappò dalla sua stretta. - Ceneremo insieme...e continueremo il discorso iniziato questa notte. - Verena si rifugiò nell’angolo più remoto della camera. Quando Suor Clara di lì a breve arrivò, Verena era seduta sul letto, completamente vestita, per la paura che “lui” tornasse. Ne aveva una paura folle.
i giurate che quanto sto per dirvi rimarrà segreto ? - - Ve lo giuro su Nostro Signore - Suor Clara accese un altro lume. Era troppo buio nella stanza, e la sua signora sembrava ancora sotto choc. - Vi ha preso? - le chiese quindi, senza altri preliminari. Sapeva per istinto che - solo parlandone - l’orrore di quanto doveva aver subito poteva essere sconfitto. Bisognava ricordare la realtà per riuscire ad accettarla. - No, ma ci è mancato poco. - Verena si inginocchiò ai piedi della buona suora, seppellì il capo tra le sue gonne, in cerca di quel calore materno che le era sempre mancato. Sua madre era morta quando lei era piccolissima, e nessuna figura era stata in grado di sostituirla. - Cosa devo fare, suor Clara? Lui tornerà...stanotte, domani, chissà, ma tornerà. Lo sento - - Dovete impedirlo - - E come? Non mi consentirà certo di difendermi...e neppure di morire nel tentativo. E’ stato molto esplicito al riguardo - Verena rabbrividì. - Come posso mantenere la mia autorità, anche a tacere del mio onore, quando lui è stato così bravo ad umiliarmi pubblicamente...ed a sminuirmi ? - - Datevi malata - suggerì l’anziana donna. - Una malattia infettiva...qualcosa di grave abbastanza da tenerlo lontano...tifo, per esempio, o peste - Le due donne si guardarono e, inaspettatamente, scoppiarono a ridere entrambe. L’idea di Verena a letto, con qualche impiastro sul viso e sui capelli per fingere un’inesistente malattia, le divertiva. Verena sfogò ridendo la tremenda tensione. Sapeva bene che, purtroppo, non c’era strategia al mondo che le consentisse di tenerlo lontano, se quello era davvero il suo obiettivo. - Dovete cercare di trarre da ciò che accadrà tutti i vantaggi possibili - come leggendole nel pensiero, Suor Clara le sorrise. - Vantaggi materiali...e spirituali - - Consentendogli di disonorarmi? - - Non perdendo mai il controllo - - Non posso crederci...proprio voi, una suora, con un’autentica vocazione, mi state praticamente consigliando di prostituirmi - - Siete molto dura - sospirò Suor Clara. - La durezza estrema tipica della gioventù. Sto soltanto cercando di far sì che voi affrontiate la realtà ad occhi aperti, mia signora. - - Questa sarà la parte più difficile - Verena sbadigliò - Quell’uomo è un demonio...e che io lo voglia, oppure no, sono nelle sue mani. - Con deferenza, baciò la mano dell’anziana consorella. - Andate a dormire, sorella...tante cose sono successe da che è tramontato il sole...e l’alba non è lontana. Il domani ci porterà nuove sfide, e dolore, e lotta...e noi dobbiamo riposare - - Mia signora, dormite bene. Sognate angeli e nuvole...e non vi crucciate di un futuro che non conoscete - Verena rimase sola. Con decisione, scostò le coperte e si infilò nel suo giaciglio, senza nemmeno svestirsi. La notte era corta, e densa di incognite, ma il nuovo giorno le sembrava ancora più minaccioso.
ndreas Vargas si avvicinò al pozzo. Una donna gli si mise accanto e lui, stupito, vide che si trattava di quella servetta bionda che lui e la badessa avevano sorpreso nella rimessa. Lei lo guardava con sguardo eccessivamente dolce, e la camicetta bianca le tirava sul seno pieno. - Un po’ d’acqua fresca di pozzo, mio signore? - Non gli sfuggì il senso invitante di quelle parole. Sorrise tra sé e sé. Conosceva bene il valore di simili conquiste. - Non hai altro da offrirmi, dolcezza? O riservi tutte le tue grazie per il fattore? - Gertrud finse un broncio che era ben lungi dal provare. - Avete frainteso tutto, capitano. Si stava solo giocando, quel giorno nel fienile - - Conosco bene simili giochi. E dimmi...sei solo tu a giocarli qui dentro? - Gertrud ammutolì sotto lo sguardo scuro ed intenso, così diretto. Poi, deglutì. Voleva forse indurla ad inventare menzogne per compromettere la sua padrona, la principessa Verena? Non poteva fare a meno di trovarlo estremamente attraente. Non solo perché comandava, ma proprio perché era lui. Lei aveva occhio, dopo tanti anni passati tra i potenti. Lui era possente come un soldato, pericoloso come un mercenario, ed elegante come un nobile. Provò un impeto di desiderio sessuale per lui, e si chiese cosa potesse provarsi stretta tra le sue forti braccia. Capì che era un desiderio facile da soddisfare...ma la sua anima doveva essere irraggiungibile. Gertrud pensava, ed Andreas si distraeva. Con lo sguardo, seguiva la figura fin troppo snella della badessa, coperta da capo a piedi dal suo abito monacale quasi violaceo nella luce del mattino, attraversare veloce il cortile. Scorse il suo profilo elegante, la pelle perlacea, perfetta. Quella carnagione da rossa era splendida. E lei lo evitava. Era evidente, e le ragioni erano palesi. Non poteva che temerlo...ed era troppo nobildonna per cedere ad un desiderio, per quanto impellente, per quanto assurdo. Forse reciproco. Si chiese se sarebbe riuscito mai ad eccitarla come lei eccitava lui con la sua sola presenza. Come chiamata dal suo sguardo, lei si girò, prima di entrare in cucina. Bastò un istante, un semplice sguardo. La rivide nuda, come l’aveva avuta tra le sue braccia la notte precedente, i capelli cortissimi, il suo viso stupendo, i suoi seni candidi. Ma lei era troppo signora per lasciare che nei suoi bellissimi occhi scuri trapelasse la pur minima emozione, se emozione era, e non forse odio, disgusto, paura. Com’era logico. Com’era senz’altro. Eppure, il suo istinto gli diceva che non era così, non era tutto. Non c’era solo odio, disgusto, paura. Ed Andreas Vargas seguiva sempre il suo istinto. Gertrud lo guardò. - Con lei non avete speranze. Non con la principessa Verena. Cinquecento anni di nobiltà...ed un fratellastro che ha tentato di stuprarla. Odia gli uomini...e non posso darle torto - . Lui la fissò. Quel dettaglio sul fratellastro di lei e sul suo tentato stupro lo stupiva, ma non troppo. Il vescovo, che era una vecchia volpe, doveva aver avuto sentore di qualcosa, se aveva inventato quella storia per cui lei ed il Principe Alexander fossero amanti. Ma che lei odiasse gli uomini non lo credeva. Nonostante il suo riserbo aristocratico, non aveva sentito alcuna intima freddezza in lei. Era come un uccellino intirizzito che un caldo sole poteva ancora riscaldare...il cuore, da qualche parte, batteva ed il sangue scorreva. Forse Gertrud era solo gelosa. E dannatamente preveggente, per quel che lo concerneva. - Dammi quell’acqua...e sparisci - - Si, mio signore - sorridendo, lei gli porse il bicchiere, approfittandone per farlo godere di un’ampia panoramica del suo generoso petto. Andreas si sforzò di sembrarne debitamente compiaciuto. Ma, appena lei si fu allontanata, si accigliò nuovamente. L’abbazia era stata presa, ma il vero assedio era appena cominciato.
on lontano da lì, l’emissario del Papa fissava irritato il vescovo di Schesselruth. Quest’ultimo aveva davvero esagerato, lasciando che Vargas - quel demonio - prendesse in armi un’abbazia piena di povere suore inermi. Capiva che gli interessi economici erano enormi, e che - a quel che pareva - la badessa apparteneva ad un’importantissima famiglia, tra le più devote all’Imperatore. Ma gli inviati del Pontefice dovevano sempre agire con un certo stile, anche in quel tipo di contese tipicamente temporali...e lasciare che un mercenario ed i suoi uomini scorrazzassero in un convento non era una azione difendibile. - Principe Altieri...voi sapete che ne andava del buon nome del convento...e della moralità dell’intera regione - cercò di difendersi debolmente il vescovo. I freddi occhi azzurri di quel nobile romano lo mettevano grandemente a disagio...e cominciava a temere di aver commesso un’enorme sciocchezza lasciando Vargas libero di agire. Una sciocchezza che poteva avere conseguenze gravissime. Poteva addirittura venir rimosso dall’incarico. - Non contesto la fondatezza delle vostre accuse...e dei vostri timori - l’aristocratico capitolino si sedette, incrociando le belle mani bianche. Il suo nome altisonante impressionava moltissimo il Vescovo Arnulfo. E ciò, per il figlio naturale di un mercante di cavalli - quale era in realtà il vescovo - era un boccone difficile da mandar giù. - Ma non posso fingere di non ritenere che l’intera questione sia stata trattata in modo estremamente...maldestro. - Altieri bevve un sorso del vino che gli era stato offerto e fissò il vescovo. - Avete già mandato un vostro emissario da Vargas ? - - No...stavo appunto per farlo. Avevo pensato...all’Abate Bercht - - Sciocchezze, una pessima scelta - tagliò corto il principe, con sferzante sarcasmo - Bercht non ha un minimo di grinta, e beve troppo. Ho un’altra idea, piuttosto. - Si chinò per guardare meglio il vescovo, e quest’ultimo temette che forse i suoi giorni di gloria e potere fossero davvero finiti - Andrò io. Io...e la mia scorta. Ed una volta lì, ristabilirò l’ordine - - Come ordinate, Altezza - Il Vescovo Arnulfo si genuflesse in una profonda riverenza. - Andiamo...abbiate un minimo di dignità - lo derise Altieri. Senza neppure allungargli una mano per aiutarlo a tirarsi su, il nobile romano si allontanò velocemente, noncurante, da vero padrone. IV
vevo detto che avreste dovuto cenare con me. Scendete... o volete che vi ci porti con la forza? - In piedi sulla soglia della sua camera, Vargas la fissava freddamente. Verena si rialzò, rassettando le pieghe della sua tonaca con mani tremanti. Aveva il capo scoperto, e con quei suoi capelli corti e spettinati sembrava più che mai giovane ed indifesa. Fece per prendere il velo, ma la stretta d’acciaio della mano dell’uomo glielo impedì. Lei lo fissò, interrogativamente. - Non avete bisogno di quello per difendervi da me - le disse lui, con maggior dolcezza. - E’ inutile che sottolineiate con il velo una condizione che non possedete veramente...quella di religiosa. - - Devo difendermi da voi, dunque, signore ? - - Solo se sarete poco ragionevole - la minacciò lui. - Andiamo. Ho detto a tutti i miei uomini che avremmo cenato insieme, da soli. Se mancherete, cosa penseranno di me? - Lei percepì la forte ironia presente nella sua voce. - Non credo che vi importi molto della loro opinione...né della mia - Vargas ammirò la sua forza. Fragile, sconfitta...ma mai doma. Non sapeva se ciò fosse dovuto alla sua educazione aristocratica, od al suo carattere, ma apprezzava questo tratto. Lei stava rivelandosi una creatura piuttosto stimolante. - Andiamo...ho fame. - Quell’uomo non aveva certo paura di esprimere i suoi desideri, pensò Verena, mentre lui la trascinava per mano verso il refettorio. Sapeva peraltro che non avrebbero mangiato lì, bensì nella vicina saletta un tempo riservata agli incontri con gli eventuali ospiti importanti, ed infatti lui la condusse lì. “Ho fame”, “Mi piaci”, “Ti voglio”. Quell’uomo non aveva certo inibizioni. Divorava la vita a morsi...e lei, sebbene ne fosse terrorizzata a morte, quasi lo ammirava. Avrebbe voluto anche lei dire a suo padre ed al suo fratellastro cosa davvero pensava di loro, della loro arroganza, del loro potere. Ed anche a Max Altieri, che era stato il suo fidanzato...e che si era del tutto dimenticato di lei. - Cosa c’è? A cosa stai pensando? - L’uomo stava mangiando del coniglio. Verena, immobile, si riscosse a fatica dai suoi pensieri. - Avanti, parla. Perché sei così triste? Mangia, è buono. Non mi stai facendo affatto compagnia - - Non voglio farvi compagnia - gli disse quindi, pensando a quante volte in vita sua aveva taciuto, ed a quanto le era costato. - Voglio tornare nella mia stanza...da sola. E non voglio vedervi mai più - - Ammiro il tuo coraggio. Ma non serve a nulla. Mangia - - No - Vargas vide che lei faceva sul serio. Chissà dove, aveva trovato in sé il coraggio di resistergli...e lo stava facendo. A modo suo. Stava pericolosamente giocando un gioco del quale non conosceva minimamente le regole. - Non puoi rinviare in eterno l’inevitabile - - E’ per questo che non voglio mangiare - La sua tristezza lo colpì. Capì che era diretta verso di lui, a causa di lui, ma non solo. Altri, altre situazioni dovevano averla ferita. Ed avevano fatto di lei una donna tesa e decisa a difendere se stessa ad ogni costo. Vargas si alzò. Si diresse verso di lei, si mise dietro la sua alta sedia di legno finemente intagliato. Verena esitò un istante...poi si alzò. Senza toccarla, l’uomo la seguì. Lei seppe dove doveva andare. I loro passi risuonarono nei corridoi lunghi e deserti. Risalirono verso il piano superiore, svoltarono a destra. Nessuno li vide, e questo in parte servì a temperare l’umiliazione di Verena. Una volta giunti nella sua camera, lei si sedette sul letto. La luce del lume, lasciato acceso da Suor Clara, illuminava le lenzuola di antico lino ingiallito, finemente ricamate, ed il copriletto di taffettà rosso scuro. La sua pelle di panna splendeva contro le cortine cremisi del suo letto. I capelli corti, dai caldi riflessi ramati, mettevano in risalto la linea elegante del collo, e quella perfetta delle spalle. - Vi arrendete? - le chiese lui, ironicamente. Eppure, non poteva fare a meno di essere ammirato. Ammirato della sua compostezza, della sua classe, della sua fragile purezza. - Come si arrendono le città assediate, signore...oppure, chissà, vi cedo per vendetta. Vendetta verso qualcuno che nemmeno conoscete. Ed insieme, così facendo, verso di voi - Lui annuì. Verena von Sturgau und Seizig doveva avere molti conti da regolare...e quello verso di lui non doveva essere il più importante...né il più urgente. - Dolcezza, a me i vostri motivi non interessano affatto - la prese in giro, chiudendo la porta con un calcio. Lei sobbalzò, ricordando che aveva fatto lo stesso la notte precedente...Dio, le sembrava passato un secolo da che aveva dormito sola e serena in quel letto, senza minacce pressanti. Ed erano solo pochi giorni. Pochi giorni, da che Andreas Vargas era entrato nella sua vita. - Neanche un po’ - confermò l’uomo, avvicinandosi a lei ancora di più. Portava una giacca di pelle di daino, che si tolse in fretta, con un unico gesto elegante. La camicia bianca che indossava rendeva, per contrasto, ancora più scura la sua pelle nella penombra della grande stanza, illuminata solo dal lume. - Verena...vuoi capirlo che non mi importa di nulla al mondo, stanotte, se non di te? - le disse con voce morbida, quasi dolce. Lei sollevò lo sguardo, e se lo vide così vicino che trasalì. L’uomo era chino su di lei, e le stava parlando. - Non c’è nulla al mondo che tu possa dire o fare per fermarmi...per fermarci. Non mi importa del tuo passato, e neppure del tuo futuro. E tanto meno del mio. E se brucerò all’inferno...ebbene, lo farò dopo aver gustato “questo”. - - Voi siete pazzo... - - Tu sei pazza, se credi di poter impedire quello che sta per succedere - Andreas allungò una mano, le scostò dolcemente una ciocca di capelli dal volto. La sua mano si perse in una carezza, sulla sua guancia e giù, sul suo collo. Poi, quella stessa mano cercò e trovò sulla sua schiena l’allacciatura della sua lunga veste cremisi. Verena sentì i bottoni che si staccavano dalle asole, inesorabilmente, e le mani di lui che le accarezzavano, denudandole, le spalle, ed il seno. - Ti voglio - le posò un bacio sulla spalla sinistra. - Hai paura? - le chiese, accarezzandole il volto. - No - mentì lei. Cercò di non guardarlo, di
rimanere immobile, totalmente insensibile. Alla luce del lume, i suoi seni lucevano nudi e perfetti, le delicate punte all’insù, invitanti e perfette. Senza fretta, l’uomo gliele accarezzò con le dita. Poi, inaspettatamente, si chinò su di lei, e la sua bocca fu su di loro, lentamente, sensualmente. Di tanto in tanto, lui staccava le labbra, la invitava con lo sguardo a guardarsi, a guardare quello che lui, con la sua esperienza, le aveva fatto. E lei vide suo malgrado il suo corpo trasformarsi e divenire più bello, più carnale, sotto il suo tocco. I suoi seni vivi, i capezzoli delicatamente induriti, invitanti. - Alzati - le disse, con voce roca. Il gioco sensuale li stava pienamente accendendo, ed Andreas capì che lei era lì con lui, in quel momento. Non doveva permettere che quella magia si dissolvesse. Verena si alzò. L’indumento che ancora indossava le scivolò ai piedi. Le restava ancora la camiciola, e lui le tolse anche quella, facendogliela passare per la testa. Nel farlo, ne approfittò per coprirle i seni con le mani. Lei si inarcò all’indietro, vinta da quelle sensazioni. Con tremendo distacco, vide la sua tonaca giacere a terra, come se appartenesse ad un’altra. E poi, lui le allacciò le gambe con un braccio, e la riportò sul letto accanto a sé. Poi, fu follia. Andreas si spogliò, lasciando che lei lo guardasse. E lei lo guardò. Dio la perdonasse, era magnifico. Ed era terribile. E l’odiava per quello che le stava facendo, ed insieme sapeva di non poterne fare a meno. E le ricordava un tremendo dipinto di San Sebastiano, nudo e perfetto, che suo padre teneva ben in vista nella cappella di Heiserad. Solo che quest’uomo incombeva su di lei. - Sei splendida. Nuda, su quelle lenzuola ricamate. Non ho mai avuto un’amante più bella di te...di te in questo momento - - Tacete...miscredente - sussurrò lei, chiudendo gli occhi. - Taci tu...resta così, bella ed immobile e sensuale. E lasciati amare. - Lei riaprì gli occhi, furiosa. - Non sono un oggetto. E non sono la vostra schiava. - - Lo so. Non ti sto trattando da tale...apri le tue braccia, la tua bocca, il tuo cuore, e sii donna. Ed apri soprattutto i tuoi occhi...ecco, brava. Guardati, guardami. E’ terribilmente eccitante guardarsi quando si sta facendo l’amore - Verena gemette. Andreas le si distese al fianco. Posò la bocca sulla sua, e la costrinse dolcemente ad aprirla. Poi, invase le sue labbra. Il tocco della sua lingua le tolse il fiato per il suo erotismo. Quando, contemporaneamente, lui cominciò a toccarla con tutta la sua esperienza, lei si arrese. - Avanti...provaci tu. Passa la tua lingua sulle mie labbra. Piano, con dolcezza. - Lei, sconvolta, lo fissò. Poi, fece come lui le aveva detto. Andreas gemette soddisfatto. Il fuoco tra di loro ardeva alto. Così alto che, forse, li avrebbe bruciati. Non voleva pensare alle parole di quella piccola servetta in quel momento. Gertrud era stata esplicita: “Con la principessa Verena non avete speranze”, gli aveva detto. Che sciocca, poche ore dopo, la badessa era lì, nuda e vogliosa nel suo letto. Ma la sua anima era ancora lontana, forse intoccabile, sicuramente imprendibile per uno come lui, uno senza casa, senza un passato, senza un futuro. “Dio, che me ne
faccio della sua anima...se ho questo momento, se ho lei” pensò, travolto dal
desiderio. Donne come Verena von Sturgau non si conquistavano portandosele a letto. E forse, a lui, quel risultato non poteva bastare.
bbe una conferma alle sue più intime convinzioni la mattina stessa. Quando aprì gli occhi, la luce dell’alba, livida e fredda, aveva lasciato da tempo il posto ai caldi raggi del sole, che avevano ormai invaso la grande stanza di pietra. Accanto alla finestra, la sua compagna della notte, completamente vestita della sua consueta tonaca cremisi, i capelli corti ben pettinati ed il velo in mano, guardava fuori, immobile. La sentiva respirare piano, mentre uno dei primi raggi del sole di giugno illuminava il medaglione d’oro del suo capitolo sul suo petto. Verena si era svegliata presto. La notte era stata lunga, interminabile, oscura. Avevano fatto l’amore quattro volte, e lei ora si sentiva fisicamente indolenzita, e psicologicamente straniata. La prima volta che l’aveva presa, era stato insospettabilmente bello. La seconda volta, paradossalmente, no. Le aveva fatto male, o forse era semplicemente penetrato più a fondo di prima, lacerandole definitivamente l’imene. Aveva trattenuto il fiato, e le lacrime. Non voleva dargli la soddisfazione di vederla piangere. Poi, avevano dormito. L’aveva risvegliata lui, verso il mattino. Il cielo era ancora buio, la camera calda, e lei aveva perso la testa. Andreas l’aveva fatta godere, prendendola quasi senza preliminari, con grande forza e passione. Infine, l’aveva voluta ancora di prima mattina, ma erano entrambi troppo stanchi per dedicarsi più di qualche pigra attenzione. Poi, lui si era riaddormentato. E lei si era lavata e rivestita, con i suoi abiti, cercando di ricordare chi era davvero. Se la principessa Verena della sua adolescenza, la badessa di Neuschloss degli ultimi dieci mesi, o chi altri. Forse, semplicemente la donna che - quella notte - un uomo senza onore e senza patria aveva tenuto tra le braccia. Andreas la fissò, ancora abbracciato al cuscino, di sotto alle ciglia scure insolitamente lunghe per un uomo. Verena sospirò leggermente, e voltò il capo. In tempo per scorgere il suo sguardo. - Buongiorno - Lei chinò il capo, alteramente. Fece per allontanarsi, per uscire dalla stanza. Con un movimento felino, lui si gettò di traverso sul letto e le afferrò un braccio. Verena lo guardò interrogativamente, freddamente. - Ho detto “buongiorno”. L’educazione vorrebbe che tu mi rispondessi, principessa. - - A che scopo? - chiese lei, ironicamente. - Avete preso il mio denaro, i miei gioielli, la mia abbazia. Anche il mio corpo. Cos’altro mi resta da darvi? La mia vita? Prendetela pure, se volete, non posso oppormi - - Non mi tentare, sorella Verena - la prese in giro lui. - E togliti quella tonaca. Non ti dona...e non è adatta a te. Non più - - Già - ammise lei, amaramente. Lo guardò. - Intendete restare qui? In questa stanza ? - - Ti infastidirebbe? - - Sì - rispose seccatamente lei, evitando di guardarlo, nudo nel suo letto, il lenzuolo di lino ricamato che - a malapena - celava il suo corpo forte ed armonioso. - Allora rimango. Dì al mio intendente di far portare qui le mie cose - - Non sono la vostra schiava. Diteglielo voi...stava attraversando il cortile un attimo fa - - Dove vai? - le disse, mentre lei letteralmente scappava da quella stanza, e dal ricordo di tutto quanto era accaduto quella notte. - In cucina, ed in cappella. Devo vedere se le mie consorelle hanno bisogno di me...nonostante quanto possiate pensare, io sono ancora la loro badessa. - Con sollievo, si chiuse la porta alle spalle, cercando di ritornare, assurdamente, alle sue abitudini. Ma le mani le tremavano. Dio, come poteva sostenere ulteriormente quella commedia? Né l’abito né i modi potevano celare agli occhi di Suor Clara, e delle altre sorelle, il mutamento che era avvenuto in lei. Non era mai stata davvero una di loro...e tanto meno ora, dopo quello che era successo. Era sola, sola e sperduta. E la sua vita era davvero priva di direzione. Quale scelta le restava? Compiacere - sino a che lui l’avrebbe gradito - quell’estraneo arrogante che aveva preso tutto ciò che lei poteva offrirgli senza chiedere? O tornare da suo padre e dal suo fratellastro, sconfitta, sola, un fallimento. Troppo impura per essere suora, indegna altresì di essere moglie per un uomo nobile e fiero come il Principe Massimo Altieri. Andreas si alzò e si lavò con l’acqua profumata del catino. Pensò che l’avesse usata lei, e gli piacque l’idea. Sapeva di aver scalfito appena il suo orgoglio e le sue difese. Era stata sua quanto poteva esserlo, ma il suo cuore era ancora lontano ed intirizzito, come sepolto sotto la neve. Ma Gertrud si sbagliava. C’era ancora del calore in lei, e non era solo una questione di sesso. V
o saputo che intendete far chiamare il vicario del villaggio. E’ una pessima idea, e non ve lo consentirò - Verena sospirò, ma decise di non soccombere al timore che lui la deridesse pubblicamente. Non c’erano solo loro due, quella sera. Andreas aveva chiamato al suo tavolo i suoi luogotenenti, ed alcune delle ragazze del villaggio. Tutti erano molto allegri, insopportabilmente allegri. Verena aveva rifiutato sdegnosamente di sedersi accanto a lui e si era accovacciata su di uno sgabello, quanto più discosta possibile dal suo nemico. Gertrud, inaspettatamente, ne aveva approfittato, ed ora sedeva accanto al capo. Non si sarebbe mai aspettata un simile tradimento da colei che credeva essere la sua fedele servitrice, e che le era stata concessa da suo padre come ancella dal giorno in cui aveva compiuto quattordici anni. Ripensò con nuova consapevolezza al momento in cui lei e quell’uomo l’avevano vista rotolarsi nel fieno con il fattore...e si chiese se Gertrud desiderasse ripetere l’esperienza con il comandante. Quasi le venne male al pensiero. Arrossì e poi impallidì. Si rese conto di non aver risposto alla provocazione di quest’ultimo. - Il convento ha bisogno dell’opera spirituale del vicario - insistette quindi, con voce quanto più poté piatta. - Messe, comunioni... - - E confessioni, immagino - ironizzò lui - Avete molti peccati da confessare, sorella Verena? - Verena si alzò di scatto. Guardò quegli uomini rozzi, maleducati, riempirsi il piatto dei buoni cibi trovati nelle ampie dispense dell’abbazia, e quelle donne sciatte e volgari abbandonarsi a loro con mille vezzi e risate. In mezzo a loro, Andreas Vargas, cupo, immenso, e terribile. Che la fissava con i suoi insondabili occhi scuri e che senz’altro - di lì a poco - si sarebbe compiaciuto di ammirare l’ampio petto di Gertrud, lasciato in bella vista da una camicetta bianca scollata e macchiata sull’orlo. - Non ho più fame - Prima che lui potesse dirle nulla, Verena si alzò. Senza salutare nessuno, si allontanò di corsa verso la sua camera. Suor Clara si materializzò come dal nulla, e la seguì fin dentro l’accogliente stanza dalle pareti ricoperte di antichi e stinti arazzi. Di sotto, la festa continuava. Verena sentì l’acuta risata di Gertrud, quella svergognata, ed immaginò cosa potesse averla provocata. - Non lasciate che vi invada con il suo seme - le disse le buona suora, mentre lei si spogliava per la notte - Convincetelo a lasciarvi un istante prima - - Perché? - le chiese, avida di sapere, senza neppure più fingere un pudore che non poteva più permettersi. - Perché è così che nascono i bambini - Verena la fissò. Si portò una mano alla bocca, stupita ed atterrita. A “quello” non aveva affatto pensato, Santo Cielo! Nel suo mondo ordinato di un tempo, poteva capitare alle servette di avere un figlio fuori dal matrimonio...ma non a lei! Non a Verena von Sturgau und Seizig, nata principessa! Cercò di darsi un contegno, ma quell’idea la spaventava a morte. - Non verrà più da me. Avete visto, stasera...con Gertrud - - Verrà, credetemi. Stanotte stessa. - Suor Clara le accarezzò la fronte, mossa a pietà dalla sua fragilità, e dalla sua inesperienza. - Voi gli avete acceso un fuoco dentro. Com’era prevedibile. Vi ha fatto male? - - No - ammise onestamente Verena. - Ma non deve ripetersi. Ho perso tutto ciò che possedevo, onore, autorità, non perderò anche il vostro rispetto. - - Non vi rispettiamo meno perché siete stata costretta a cedergli, mia signora - la consolò Suor Clara. - Non siete la prima donna a cui è capitata una cosa del genere, e non sarete certo l’ultima. Ignorate davvero che io stessa, e molte altre delle vostre consorelle, proveniamo da simili esperienze? Altrimenti, perché scegliere il rifugio del convento? Non ci avete mai riflettuto? - Verena rimase senza parole. Aveva ingenuamente creduto che tutte le suore dell’abbazia, eccetto lei, fossero animate da sincera vocazione. Non aveva pensato mai che anche loro, forse, erano semplicemente sfuggite ad una vita difficile. La porta si aprì rumorosamente alle loro spalle, e le due donne sobbalzarono. - Fuori - intimò a Suor Clara la voce gelida di Vargas. Alla buona donna non restò che allontanarsi. Verena strinse tra le mani, come a coprirsi, la veste cremisi che si era appena tolta. Lui gliela strappò di mano, furioso. - Cosa sono tutte queste scene? Basta con queste vostre arie da santarellina. - - Cosa volete da me? - gli chiese lei, furente, trovando inaspettatamente la forza di rispondergli. - Che la smettiate di fingere...con voi stessa, soprattutto. E che non lasciate mai più la mia tavola, davanti ai miei amici, come avete fatto...non siete più la principessa Verena...non da quando siete stata mia, almeno - - Amici... - ironizzò lei - Tagliagole e serve da taverna. Una bella accozzaglia di gente. - Avrebbe voluto rimangiarsi quelle parole immediatamente. Lui la sollevò da terra e, nonostante le sue proteste, la portò giù in sala. Il brusio delle allegre conversazioni si spense immediatamente, non appena Vargas fece il suo ingresso con lei, in camicia ed a piedi nudi, tra le sue braccia. La depositò a terra senza troppi riguardi, e tutti la fissarono. - Avanti - le disse, strattonandola. Lei li fissò un istante. Mercenari, banditi, sgualdrine. E Gertrud, con il seno pressoché scoperto. Abbozzò la più aristocratica delle sue riverenze. Poi, rialzò il capo e li guardò. - Grazie per la bellissima serata. Ho molto apprezzato la vostra compagnia - Nessuno osò fiatare. Regalmente, cercando di ignorare la pietra fredda sotto le piante dei piedi, e la camicia quasi trasparente alla luce del grande camino, si allontanò su per le scale. Girandosi, non le sfuggì l’espressione irosa di Gertrud. Si chiese perché mai la sua ancella ce l’avesse con lei, considerate le continue umiliazioni a cui quell’uomo la sottoponeva. Ma era un fatto, e non doveva sottovalutarlo. Quasi le faceva piacere, visto il modo sleale in cui Gertrud si stava comportando. La sua uscita di scena costrinse Andreas ad inseguirla, con gran divertimento dei suoi uomini. Non era molto virile dover dare la caccia ad una donna, comunque, e si rese conto che l’innata dignità di Verena gli stava rivoltando contro qualunque stratagemma lui potesse escogitare per sottometterla. La raggiunse che lei stava ridendo. Di lui, probabilmente. - Non ridere - - E perché no, mio signore? - Verena lo fissò, appoggiandosi alla parete di pietra del corridoio che conduceva alla sua stanza. - Voi amate divertirvi alle mie spalle. Peccato che non sempre le vostre trovate funzionino - Era seduttiva. Inconsciamente, probabilmente contro la sua volontà, ma terribilmente seduttiva. Ed eccitante. Gli vennero mille idee peccaminose. Una poteva già realizzarla. - Nella tua camera - le sussurrò, e lei lo precedette. Era ormai abituata a quella scena. Quando la porta si chiuse, fu tra le sue braccia. Bocca sulla bocca, e la sua camicia a terra. Quando caddero insieme sul grande letto, fu un enorme sollievo per entrambi. In qualche modo, durante quell’interminabile giornata, si era accumulata una grande tensione sessuale tra di loro, ed un desiderio che andava sciolto. Lei gridò per il piacere, gridò forte, e lui le fece eco. E di sotto Gertrud si mangiò le unghie, sapendo bene cosa significasse la loro scomparsa al piano di sopra.
eni perfetti. Gambe lunghe ed affusolate. Spalle da mordere. Cosce di seta. Sei tutta bella...bella, eccitante, mia - - Ne siete davvero certo? - lo derise lei. Nuda, si sollevò dal letto e si mise seduta, un lenzuolo a coprirla. Era bellissima, e la luce della luna accendeva mille ricami sulla sua pelle candida. Parlava piano, da amante, ed era lontana anni luce, come le fredde stelle lassù nel cielo. Andreas seguì con un dito la linea elegante del suo braccio destro. Le mani, snelle e fini, stringevano il lenzuolo. Verena cercò di esprimere il suo pensiero. - Se una donna è così semplice da prendere...lo deve essere anche da perdere. Altri uomini possono desiderare la vostra preda. Che in questo modo...smette di essere vostra - Verena tacque un istante, inseguendo il filo distante della sua immaginazione. - Ma forse che, in questo caso, ella diventi proprietà del suo nuovo padrone? O non è piuttosto intrinsecamente libera, libera di appartenere a mille padroni, in quanto non appartenente davvero a nessuno di loro? Forse il sesso è un incidente, ma nulla di così vincolante. - - Sono un uomo semplice, e non ho capito nulla di ciò che hai detto - ammise Andreas. - Se non una cosa. Non pensare nemmeno di tradirmi - Lei sorrise. - Tradirvi? Non avete pensato che altri potrebbero farmi ciò che già ho dovuto subire da voi? Prendermi contro la mia volontà? - - Chi, ad esempio? Tuo fratello ? - Verena mutò espressione. Da sognante, il suo sguardo divenne duro. Si alzò e, drappeggiandosi il lenzuolo addosso, si avvicinò al tavolino. Prese del vino, lo versò in un bicchiere. E glielo porse. - Ha cercato di violentarti, non è vero? - le chiese Andreas. - So che non ci è riuscito. Lo ha provato quel sangue, ieri notte, sulle tue lenzuola. - - Già, voi, prosaicamente, avete preteso il mio sangue per provare la vostra virilità. Lui si è limitato ad infrangere le mie speranze. - - Le tue speranze? - allarmato, Andreas la fissò. - Che tipo di speranze? Lo...amavi? - - Non l’ho mai amato nemmeno come fratello, mi limitavo a temerlo, come temevo mio padre. Sono entrambi forti, e spietati, ed io sono solo una donna, per loro. Un oggetto di cui disporre. Mio padre aveva immaginato per me un matrimonio importante: lui è un fedele suddito dell’Imperatore, ma il mio promesso sposo, un nobile romano, ci avrebbe riavvicinati al Pontefice. - - Amavi quell’uomo? - Verena rispose sinceramente. - L’idea di sposarlo e di condurre una vita brillante a Roma non mi dispiaceva. - - E poi? - - E poi Alexander ha perso la testa. Mio padre l’ha scoperto. Invece di uccidersi tra di loro, hanno distrutto me. Ed il mio promesso sposo si è dileguato nel vento - - Perché? - - Forse perché aveva paura - Andreas bevve, e le porse il bicchiere. C’era ancora del vino, dentro, del dolce vino rosso, e lei lo bevve. Una goccia cadde sul lenzuolo, rossa come il sangue che quell’uomo aveva sparso. Lei rise dell’ironia di quella circostanza. - Di chi aveva paura? Di tuo fratello? - - Lui è il mio fratellastro - precisò Verena. - Ed è un uomo molto, molto pericoloso. - - Io non ho paura di lui - ammise Andreas, sdraiandosi sul letto, le mani incrociate dietro la testa, il torace nudo e perfetto. Lei, seguendo un istinto che non voleva decifrare, lo accarezzò con un dito, tracciando i contorni dei suoi muscoli. Come ipnotizzato, lui la guardava. - E fate male. Se sapesse cosa mi avete fatto...vi ucciderebbe. E forse ucciderebbe anche me - Andreas le bloccò una mano, e la guardò. - Anch’io sono un uomo pericoloso. E lui non può e non deve pretendere nulla da te. Ti difenderei fino alla morte, Verena...io non sono come il tuo nobiluccio romano, che ha lasciato che ti seppellissero viva in un convento. - - Chissà? Forse è come dite voi. - - Basta con questo “voi”. Verena, guardami. Sei nuda, e sei nel mio letto. Voglio sentirti pronunciare il mio nome. Andreas. - - Intanto, il letto è mio, non vostro. E ci sono cose che non potete costringermi a fare. Vi chiamerò per nome quando ne avrò voglia - Andreas la fissò, esasperato. Nei momenti più inattesi, quando lei sembrava sul punto di aprirsi a lui, non solo come amante ma anche come essere umano, ecco che si ritraeva. Sembrava fragilissima, ed invece era forte come una roccia. Lo stava scoprendo a sue spese. Con una rapida mossa, la prese per un braccio e la fece distendere accanto a sé. Verena lo fissò, seria, per nulla sorpresa. - Non posso costringerti a chiamarmi per nome...ma posso farti tremare tra le mie braccia - Lei lo guardò. - Sì - ammise infine. - Potete - Qualcosa, forse quella sua inattesa sincerità, lo commosse. Si accomodò meglio accanto a lei, la coprì bene con la coperta di morbida lana. Verso mattina, la notte diveniva fredda, nonostante l’estate ormai imminente. Dopo un po’, Verena capì che lui si era addormentato. Resistette qualche minuto al sonno e poi, lentamente, cedette anch’essa. VI
uando l’emissario del vescovo arrivò, Andreas stava ispezionando le mura dell’abbazia. Vide i cavalli del nobile, e dei tre uomini che lo accompagnavano, dalla sommità del colle su cui sorgeva l’abbazia. Si accigliò: qualcosa nel loro atteggiamento lo mise in allarme. Aveva avuto parecchi dubbi, quando il primate polacco gli aveva offerto quella missione nel lontano Tirolo. Eppure, a casa di sua madre, le cose non andavano bene. Arpad ed Ecaterina si erano sposati, e per lui non c’era più posto. Maledicendo il fato che l’aveva fatto nascere dalla madre giusta, ma dal padre sbagliato, aveva lasciato volentieri il castello di Zarcany per un nuovo incarico, ben pagato. Quando però era giunto a Schesselruth ed aveva appreso il vero oggetto della sua missione, aveva esitato. Fare la guerra alle donne non era certo il suo forte...e tanto meno a delle suore. Ma la paga era buona, ed il vescovo si diceva sicuro dell’immoralità della badessa, una principessa di nobile famiglia ghibellina. Non aveva voluto nessuna violenza. Gli attacchi alle fattorie si erano svolti senza né morti né feriti, ed avevano arrecato all’abbazia solo danni materiali. E fino ad allora, non c’era stato nessun tipo di incidente. Tranne uno. La badessa era un’incantevole giovane donna, nata per essere amata in un letto di trine sotto un cielo di stelle, e lui aveva subito capito che non si sarebbe privato del piacere di farle scoprire l’amore. Amore...era una strana parola per un figlio illegittimo, uno che sino ad allora aveva conosciuto solo umiliazioni. Andreas conosceva bene il desiderio, e l’ambizione. Ma l’amore...eppure, non gli veniva in mente altra parola per descrivere ciò che, notte dopo notte, l’univa a Verena von Sturgau. Era passato più di un mese da che aveva attaccato l’abbazia, e durante tutto quel tempo si era instaurato un tranquillo status quo, che - se soddisfaceva i suoi desideri - non poteva non turbare Verena. Lei non aveva interamente abdicato al suo ruolo di badessa, sebbene a nessuno fosse sfuggita la circostanza che il principe Vargas dormisse nel suo letto. Quell’ambigua situazione era resa sopportabile solo dall’innata discrezione delle sue consorelle...e dei suoi uomini. Ma al di là di quel fragile, isolato, microcosmo, non sarebbe potuta durare un solo istante. Maledisse pertanto l’arrivo dello straniero. Avrebbe probabilmente dovuto cedergli il controllo sull’abbazia. Del resto, lui era stato solo uno strumento del vescovo per impadronirsene...ma non era pronto. Non era pronto ad abbandonare quel simulacro di realtà. Facendosi forza, scese dal colle e si fece incontro all’emissario. Costui era un uomo giovane ed attraente, eccessivamente elegante. Capelli biondo cenere, occhi azzurri, un sorriso freddo. Eppure, non gli dispiacque. C’era un lui un tratto aperto, leale, che non gli fece temere tranelli. Sentiva che quell’uomo avrebbe mantenuto quel che avrebbe promesso, nel bene come nel male. - Principe Vargas, sono il Principe Massimo Altieri. - - E’ un onore...Altezza. - Conscio della superiorità del nome del romano, superiore al suo per antichità e prestigio, Andreas fece per abbozzare un inchino. Altieri non glielo consentì, e si sedettero entrambi sotto la pergola di rose. Gertrud arrivò subito, ad un gesto di uno dei luogotenenti, con della birra fresca. Altieri non degnò di un occhiata la serva sfacciata. Si dedicò piuttosto ad osservare il suo ospite. Vargas era più alto di lui, e più robusto. Capì subito che, in duello, l’avrebbe superato. Era un tipo duro, si vedeva subito, allevato ad una scuola di disciplina e sacrifici. Non sofisticato, nonostante il titolo, ma deciso. L’avrebbe rispettato. Altieri rispettava sempre gli avversari più forti di lui. Mentre Vargas gli tracciava con acutezza e precisione il quadro della situazione, Altieri cercava di ricostruire nella memoria quel poco che sapeva di lui. Gli sembrava che ci fossero stati alcuni piccanti pettegolezzi, al riguardo. Su sua madre, innanzitutto. Giselda contessa Zarcany, nata principessa Vargas, era una delle donne più nobili d’Ungheria. Si diceva che la sua famiglia d’origine discendesse direttamente da Attila, l’Unno. Non era difficile crederlo, guardando suo figlio. Era un uomo forte e pericoloso, su ciò non v’erano dubbi. Prima del matrimonio con il conte Zarcany, nobiltà più recente ma molto più ricca e potente, la bella Giselda aveva avuto un’avventura con un nobiluomo moldavo, di cui non aveva mai rivelato l’identità. Zarcany aveva accolto lei ed il suo bastardo...ma il loro figlio maschio, Arpad, sarebbe stato conte ed avrebbe ereditato tutta la fortuna paterna, mentre Andreas non avrebbe ricevuto altro se non il titolo del nonno materno, il principe Vargas. Non doveva essere facile per un uomo orgoglioso come Vargas vivere accanto ad un fratello più giovane, il cui destino era di divenire, un giorno, il padrone assoluto di terre sterminate. Soprattutto quando quest’ultimo aveva sposato la donna che Andreas Vargas aveva desiderato di far diventare la sua principessa. Ecaterina Andrassy era una ragazza della piccola nobiltà magiara...che non aveva dubbi circa il futuro che desiderava. Aveva conosciuto e forse amato Andreas, ma aveva sposato Arpad. Una storia comune...mille volte accaduta. Ma Andreas se ne era andato, diventando un abile e spietato mercenario. Altieri si sorprese di quanti dettagli riusciva a ricordare di quella faccenda. Si chiese se Vargas avesse finalmente trovato, all’abbazia di Neuschloss, un sollievo alle sue pene d’amore e dinastiche. A quanto pareva, sì. Si parlava nei paesi circostanti di un’infocata relazione con la badessa...un legame oltraggiosamente peccaminoso, ma evidentemente pieno di attrattive per un uomo che doveva amare l’avventura in tutte le sue forme. Max si chiese come fosse “lei”. Al riguardo, era molto curioso. Altieri non aveva più pensato alle donne da quando i suoi progetti matrimoniali erano svaniti nel nulla. Aveva accarezzato a lungo l’idea di sposare una donna ricca e di nobilissima famiglia...la principessa Verena von Sturgau und Seizig. Lei era bella abbastanza da suscitare il suo desiderio quanto sarebbe bastato. Quanto sarebbe bastato. Scacciò gli umilianti ricordi che quel pensiero evocava, e si concentrò sul presente. Vargas gli stava descrivendo l’entità delle ricchezze dell’abbazia. Lo interruppe suo malgrado, seguendo il filo dei suoi pensieri. - Non mi avete ancora parlato del più grande tesoro dell’abbazia...la bella e disponibile badessa - Andreas rimase letteralmente senza parole. Quel commento del nobile romano lo fece d’improvviso sentire sporco...lui, e la sua tenera Verena. Che non aveva colpa alcuna di quanto era accaduto. Che, interiormente, era ancora pura come il giorno in cui l’aveva conosciuta, sebbene gli fosse ormai appartenuta decine di volte. - Farò finta di non aver udito questa frase - sbottò, incapace di trattenersi. Fece un sforzo fisico per non alzarsi e colpirlo. - D’accordo - cedette Altieri, mostrando maggior comprensione di quanto si potesse credere. - Non sono fatti miei e...perdonatemi. - - Vi perdono - I due uomini rimasero in silenzio. Il commento inopportuno di Altieri aveva gettato il gelo tra di loro. Vargas non riusciva ad accettare quel giudizio. “Disponibile”....un bell’eufemismo per “puttana”. Verena non lo era...Gertrud ed il suo seno scoperto, quello sì che era essere “disponibili”. Ma non Verena. Che subiva con grande forza interiore una situazione che non aveva minimamente voluto. Le parole gli uscirono di bocca prima di poterle anche solo pensare. - La Principessa è la mia futura sposa...e non è in alcun modo una religiosa. La posizione di badessa le era stata conferita in virtù della sua appartenenza ad un capitolo renano, quello di S. Sigismonda...capitolo che non prevede l’assunzione dei voti - - Dovete perdonarmi due volte, allora. - concluse con un sorriso, da diplomatico nato, Altieri. - Sarò lieto di conoscere la vostra futura sposa - Vargas bofonchiò qualcosa nel boccale. Nemmeno riusciva a credere di averlo detto. Sposare Verena...una donna nobile e ricca, una badessa! Suo padre non glielo avrebbe mai permesso, e tanto meno il suo ambiguo fratellastro...Dio, in che pasticcio si era messo! All’inizio, Andreas aveva solo voluto un po’ di calore nel suo letto. Verena era bella, dolce, e soprattutto indifesa. E adesso moriva all’idea di averla compromessa...e di perderla. Perché l’avrebbe perduta. Non appena i suoi familiari si fossero resi conto di che nullità era l’uomo che l’aveva rovinata. - Chiedo la vostra discrezione, Principe - si sorprese a dire. Altieri annuì. - La famiglia della mia promessa è molto ricca e potente...ed io sono un uomo privo di particolari qualità - - Allora, dovrete agire con molta accortezza. Tacerò, non temete - Andreas salutò il suo ospite, con la scusa di dover impartire ordini per preparare la sua stanza e quella dei suoi uomini. Capì in un istante, mentre si allontanava, cosa doveva fare...e l’idea non gli piacque per nulla. Ancora furioso per quelle imposizioni della triste realtà su di uno status quo che lo soddisfaceva pienamente, salì nella camera della badessa. Verena stava al suo scrittoio, e faceva finta di leggere il suo breviario. Lo capì dalla sua espressione lontana. - Cambiati - le disse bruscamente. Senza altre parole, cominciò a radunare le sue cose. Verena lo osservò, senza capire. Dopo i primi incontri, lui non era mai più stato aggressivo con lei. Invece, in quel momento, una terribile ira lo agitava. Capì che stava per lasciare la sua stanza. Non sapeva se esserne felice, oppure triste. Era però sicuramente turbata. Non sapeva cosa ciò significasse. - Ti ho detto di cambiarti - ripeté lui, con un po’ più di dolcezza nella voce. - Togliti quella tonaca, una buona volta...ed indossa una delle tue vesti da principessa.. un bel vestito, da nobildonna. Lascia la testa nuda...i capelli ti stanno ricrescendo, e ti stanno bene. - - Perché? - gli chiese lei. - Perché sì. Fa’ come ti ho detto, almeno per una volta - la implorò. Vide che lei era costernata. Si sentì miserabile, e non ebbe il coraggio di confessarle ciò che lui ed Altieri si erano detti. - Ti prego - insistette. Eppure, non era sicuro di averla convinta. Raccolse le sue cose, e se ne andò. Verena si sedette sul letto. Perché Andreas aveva lasciato la sua camera? Scosse la testa. Non lo avrebbe mai capito. Cominciò ad arrabbiarsi. Non era una sgualdrinella che si potesse prendere e lasciare. Dio, non lo era affatto! La vita reale le cadde addosso in un istante. Pensò al suo incertissimo futuro. Aveva pensato di seguire il consiglio di Suor Clara ma ogni volta, sul più bello, se ne era scordata, e poi, dopo, non aveva osato parlargli, pregarlo di assumere qualche precauzione. Ed ora, anche quella era una terribile incognita: poteva essere incinta. Eppure, in una cosa almeno Andreas Vargas aveva ragione. Non poteva far finta che nulla fosse successo...e nulla poteva tornare come prima. Non poteva più essere la badessa di quell’abbazia, l’Imperatore non la proteggeva più e la sua famiglia...beh, non poteva nemmeno prevedere come l’avrebbero accolta. Forse, l’avrebbero rispedita in un altro convento, a seppellirsi viva, in silenzio, abbastanza lontana da non suscitare voglie impure in alcun maschio. Non lo avrebbe accettato, questa volta. Questa volta, no. Andreas le aveva dato del coraggio...e della libertà. Doveva riconoscerlo. E non si sarebbe mai più comportata da vigliacca. Con decisione, si tolse la tonaca. La lasciò in un angolo, e su di essa gettò il suo medaglione d’oro. Spalancò l’armadio di noce, e sospirò.
ndreas rimase letteralmente a bocca aperta. Verena era stupenda. Ma diversissima dalla donna che conosceva lui, la donna sempre vestita di una tonaca cremisi, e con un velo sui capelli. Ora, invece, era riccamente abbigliata in un abito di pesante taffettà marrone dorato, con una sottogonna di tessuto d’oro, che si intonava perfettamente alla sua carnagione di magnolia, ed ai suoi capelli ramati, corti ed ondulati, tra cui erano intrecciate delle perle. Sapeva che erano le sue: gliel’aveva restituite alcuni giorni dopo che gliele aveva prese, e le stavano benissimo. Indietreggiò suo malgrado. Era bellissima, era finalmente la principessa che era sempre stata...ma sembrava non appartenergli più. Lei gli passò davanti senza guardarlo. Guardava Altieri, invece: lo fissava, e sembrava sconvolta. Anche Altieri la guardava. Non la ricordava così bella. Ricordava una ragazza graziosa...ma questa era una donna pienamente sbocciata, dalla bellezza perfetta, compiuta. Non capì subito che era lei la badessa...non lo capì fino a che Vargas non parlò. - Principessa, vi presento il Principe Massimo Altieri. Altezza, ecco la Principessa Verena von Sturgau und Seizig - Altieri impallidì. La sua promessa. Ed era la sgualdrina di un mercenario. Verena sussultò. Il suo promesso. E si era dimenticato di lei fino a quel momento...permettendo così che le capitasse tutto ciò che ora la costringeva ad abbassare il capo. “Dio, Verena, non chinare la testa, non sei colpevole di nulla!” pensò Andreas, furioso. Si avvicinò a lei, le mise le mani intorno alla vita per testimoniarle il suo possesso ed insieme la sua protezione. Verena si lasciò andare contro di lui, ed insieme guardarono Altieri, sfidandolo a disapprovarli. Altieri nascose i suoi pensieri sotto le sue lunghe ciglia bionde. Con un gesto, invitò i suoi ospiti a precederlo a tavola. I tre cenarono in silenzio. Suor Clara servì in tavola, piena d’angoscia. Non aveva mai visto la sua cara badessa così bella...così se stessa. Era quello il suo posto, riccamente abbigliata, tra nobili cavalieri...ma cosa sarebbe stato di lei? Il mondo, là fuori, era pieno di obblighi e convenzioni, e non accettava i legami ufficiosi, le relazioni segrete ed ambigue. Suor Clara si chiese quale dei due uomini presenti l’avrebbe salvata dal suo incerto futuro...se il bruno, scuro, terribile straniero, oppure il biondo, elegante, sofisticato aristocratico romano. Altieri cercò, da uomo di mondo quale era, di interrompere di tanto in tanto il pesantissimo silenzio. Dopo un po’, ci rinunciò. Vargas fissava la badessa, come se non potesse capacitarsi della sua grazia, della sua bellezza. La badessa fissava solo il suo piatto. Ed Altieri pensava. Pensava a come avrebbe potuto fare ad adempiere agli obblighi di fedeltà che si era assunto nei confronti del suo pericoloso amico. A come lui gliene sarebbe stato riconoscente...ed a come questo avrebbe potuto distruggerli tutti.
argas accompagnò Verena fin davanti alla porta della sua camera. Lei lo fissò, interrogativamente. - Buona notte, principessa. Sogni d’oro - Facendo forza su se stesso, Vargas girò sui tacchi, pronto ad allontanarsi. Lei lo bloccò, una mano sul braccio. - Perché? - Vargas esitò. Come dirle che aveva voluto presentarla ad Altieri in una luce diversa, la migliore possibile, in modo che lui capisse che lei non era affatto una sgualdrina, né una santa...ma forse, solo una donna innamorata, a cui un gentiluomo potesse fare adeguatamente la corte? Si ricordò in quell’istante delle strane reazioni di Verena alla vista di quell’uomo. - Lo conoscevi già? - strano come questa spiegazione, la più semplice possibile, non gli fosse fino a quel momento venuta in mente. - Sì - ammise lei. - E allora? - Verena sussultò. Altieri era vicino a loro. Era diretto alla stanza che Vargas gli aveva destinato, non lontano da quella di lei. Andreas, quella notte, e fin tanto che fosse stato necessario, avrebbe dormito sotto le stelle, con i suoi uomini. Aveva bisogno di stare un po’ da solo, di vedere chiaro in se stesso. - Buonanotte, signori. - in un silenzio pesante, Verena chinò il capo e si chiuse la porta alle spalle. Non sopportava di sapere che Max Altieri, l’uomo che l’aveva bellamente abbandonata, ora potesse pensare di lei che fosse una sgualdrina. Avrebbe voluto che scomparisse...lui ed anche Vargas, la causa di tutto. Ma non così in fretta. Sola nella sua stanza, Verena si guardò intorno. Era abituata a vedere il sacco dove lui teneva le sue poche cose appoggiato negligentemente a terra, vicino al tavolino. Ed era abituata a sentirlo accanto a sé, nel letto, dormire tranquillo, un caldo rifugio per lei quando il freddo del mattino arrivava. Non sapeva se l’odiava oppure o no per quello che le aveva fatto, ma quella notte, Dio la perdonasse, lui le mancava.
PARTE SECONDA IL CASTELLO. I Castello di Zarcany, Ungheria Meridionale, Luglio 1454.
’epidemia di peste aveva a lungo infuriato nella regione. Sino a che, come un ladro nella notte, era improvvisamente arrivata al castello di Zarcany. Dapprima, la malattia si era diffusa nel vicino villaggio, mietendo vittime soprattutto tra ragazzi e bambini. Poi, era stata la volta del cuoco, di alcuni stallieri, di due cameriste. E del padrone del castello. Arpad, conte Zarcany, signore assoluto di quelle sterminate contrade, giaceva nel suo letto. Il volto di cera, gli occhi chiusi...lasciava una vedova, un’eredità sterminata, e nessun figlio. Sua moglie era accanto a lui. Atterrita, fissava il volto dell’uomo che, negli ultimi due anni, era stato suo marito. Ecaterina Andrassy, contessa Zarcany, non era quel tipo di donna che si interroga su cose effimere quali i sentimenti. In quell’istante, non si chiedeva affatto se l’avesse amato oppure no...ma solo come poteva sopravvivere a quel disastro. Sua suocera non l’amava. Sua cognata, più orgogliosa del demonio, era chiusa in quello stramaledetto convento renano che non aveva giudicato degna LEI, Ecaterina Andrassy, di appartenervi. E suo cognato era sparito nel nulla. Il futuro conte. Il bastardo che avrebbe ereditato tutto. Andreas, principe Vargas. Ancora non poteva crederci. La sua balia entrò nella stanza, e la strattonò. - Il bambino ha fame. Katia, vieni via. Non rischiare l’infezione - - L’ho presa da bambina, sono immune - la rassicurò Ecaterina. - Da’ da mangiare tu al piccolo. Latte di capra. - - Lo so - innervosita da quel cadavere sul letto, il cadavere dell’uomo che era stato il suo padrone, la vecchia Lada si segnò. Ecaterina sorrise, ironica. Lada era una zingara e, come tutti quelli della sua stirpe, profondamente credente. E profondamente superstiziosa. Quanto a lei, non aveva temuto Arpad Zarcany da vivo...tanto meno lo temeva da morto. Temeva molto di più sua suocera...ed Andreas. Non mancava molto a che avrebbero saputo... e per allora, tutto doveva essere pronto. Soprattutto il bambino. Lanciò un ultimo sguardo al marito morto, e pensò che nemmeno una volta, nemmeno una piccolissima volta, lui era stato capace di soddisfarla. Nemmeno un fremito. Non come Andreas. Dio, quanti errori aveva commesso. Aveva lasciato Andreas...ed aveva condannato se stessa, rifiutando il frutto della loro passione. Nessuno l’aveva saputo...tranne Lada. L’aveva accompagnata lei stessa dalla vecchia gitana boema che le aveva insegnato come abortire. E le aveva salvato la vita, portandola da una levatrice esperta quanto discreta, quando le conseguenze di quell’aborto l’avevano quasi uccisa. Solo che il peggio doveva ancora venire. Qualcosa era andato storto...e tutti i medici che aveva consultato in gran segreto quando, già contessa Zarcany, si era accorta che il tanto atteso erede non veniva, le avevano confermato che non sarebbe mai più stata madre. Mai più. Ed ora Arpad moriva senza altri eredi maschi oltre al suo fratellastro illegittimo. E lei tornava ad essere Ecaterina Andrassy...un’autentica nullità. Se non si inventava qualcosa. - Dio mio, non lo accetto - esclamò ad alta voce, furiosa. Non dopo quanto aveva dovuto subire per arrivare a quel risultato. Non lo accettava e basta. Si disse che avrebbe lottato. E che avrebbe riavuto tutto: il titolo, il potere...ed anche l’amore dell’unico uomo che l’avesse davvero fatta sentire donna. Lasciò la stanza con uno scatto nervoso, ed uno sventolare di gonne. Uscendo, vide uno specchio coperto di velo nero, per il grave lutto che aveva colpito la nobile dimora. Strappò con rabbia il velo, e si specchiò. Era bella, e lo sapeva. Occhi azzurri, talvolta violetti come un cielo di tarda sera in estate. Capelli nerissimi. Il viso bello e singolare di una gitana, una pelle perfetta. Andreas non le avrebbe resistito. Di nuovo, sarebbe stato suo. Come quella notte, quasi un anno prima. Quella notte d’estate in cui le cicale frinivano, ed al castello c’era festa per il primo anniversario di matrimonio del conte Zarcany. E lei, bellissima in un abito color perla, era scappata verso il piccolo lago dove Andreas, il reietto, il figlio illegittimo, l’aveva amata di nuovo, come l’aveva amata allora, prima che lei divenisse la moglie di suo fratello. Per lui, era stata la rabbia, l’ira per quel fasto, quel lusso che festeggiavano la donna che aveva amato e le sue nozze con il sangue del suo sangue. Per Ecaterina, era stata solo una follia, la passione insensata che ancora provava per quell’uomo. Dio, quell’episodio segreto, sempre celato a tutti, tranne che alla sua fedele Lada! Ora, sarebbe stata la sua fortuna...sì, la sua più grande fortuna. Entrò nella stanza dove la vecchia Lada dava con un rudimentale biberon del latte ad un grosso bimbo di un paio di mesi, con occhi azzurri quasi come quelli di Ecaterina. Una fortunata circostanza, dato che non era suo figlio. Ecaterina benedisse ancora una volta il fato. Ogni pezzo del puzzle era miracolosamente andato al suo posto. L’epidemia nel suo piccolo villaggio natale, dove si era rifugiata subito dopo quella notte al lago, non sopportando più il suo sterile matrimonio. Quella famiglia di poveri contadini sterminata...tutti, tranne il piccolo appena nato. Nessun testimone. E poi, la notizia che anche il conte Zarcany, suo marito, era malato, molto malato. Quando Arpad era morto, Ecaterina aveva deciso di tornare, la perfetta vedova addolorata. Con un figlio di pochi mesi. Un figlio appena nato, che lo sfortunato padre non aveva potuto ancora conoscere, né riconoscere. Ma Andreas Vargas sarebbe tornato a casa. E lei l’avrebbe sfidato...sfidato a disconoscere come suo nipote, figlio di suo fratello Arpad e suo legittimo erede, quello che Andreas mai avrebbe dubitato essere figlio suo...concepito in quella notte di festa, vicino al lago. Troppo soddisfatta per contenersi, si abbandonò ad una lunga, solitaria risata. Castello di Heiserad, Westfalia.
é meno soddisfatto di lei era Alexander, principe Von Sturgau und Seizig. Dio, le notizie di Max Altieri erano fenomenali. Né rimpiangeva il prezzo che aveva dovuto pagare per averle...e per ottenere tanta fedeltà da parte di quel sofisticato nobile romano. No, il Principe Alexander era un uomo capace di assaporare la vita in molti aspetti diversi, e di cogliere da essa tutti i possibili piaceri. Come quello di sapere di avere finalmente Verena nelle sue mani. La sua povera, piccola, aristocratica sorellastra dalla pelle di seta...e la sua invincibile alterigia. Lo divertiva l’idea del suo coraggio e della sua dignità calpestate da quel mercenario, quel Vargas...e lo faceva anche infuriare. Quanto a Vargas, l’avrebbe ucciso. Ma a suo tempo. Tutto a suo tempo. Ora doveva riprendere possesso di Verena, ricondurla in famiglia, pentita ed umiliata. Poi, ci avrebbe pensato lui, a lei. Pregustò la lotta che lo attendeva. Chiuse la pergamena sigillata di Altieri, e si rilassò contro l’ampio sedile di legno intagliato. Suo padre era sempre più debole, debole e vecchio...e Verena non aveva un’anima al mondo che la proteggesse e pensasse a lei. Nessuno l’aveva difesa da Vargas, e nessuno l’avrebbe difesa da lui. Era già nelle sue mani, anche se non lo sapeva ancora. Sua madre lo interruppe. Nonostante i bei vestiti, i gioielli, e la sua innegabile bellezza, Karin Becher tradiva ancora le sue umili origini. Era una questione di insicurezza, rifletté Alexander. Nonostante avesse dato un figlio al suo antico padrone, il suo unico figlio maschio, non si sentiva nulla di più di un’ospite, in quella casa. E non capiva le ambizioni del figlio. Aveva appoggiato la sua strenua lotta di potere per essere nominato unico erede del vecchio - soprattutto dopo la morte prematura della madre della principessa Verena - ma era come se non ci avesse mai creduto fino in fondo. Né sua madre aveva capito la reale natura della sua passione per Verena. Non capiva che era una questione di rivalsa, che - riducendola al suo volere - avrebbe finalmente asserito la propria supremazia di erede maschio del principato. Le vecchie signore storcevano ancora il naso, nelle feste e nei ricevimenti. E tendevano a considerare Verena come l’unica erede dell’antica famiglia, e lui, come un bastardo arrogante. A lui non importava nulla delle vecchie signore. Ma, dannazione, quello era il mondo in cui gli toccava vivere se accettava il suo ruolo di principe fino in fondo. Verena doveva sparire. In qualche universo parallelo, dove nessuno avrebbe saputo che lei era sua sorella...e dove lui avrebbe potuto farne ciò che voleva. Sensualmente, liberamente. Sua. Chissà, rise Alexander, mentre sua madre lo fissava senza capire. Chissà. Forse, non era stato male che lei avesse già conosciuto il dominio di un altro. Sarebbe stata più docile, e senz’altro si sarebbe arresa più facilmente. Ma
nessuno l’avrebbe mai dominata come avrebbe fatto lui, di questo era certo. II Abbazia di Neuschloss, Tirolo.
erena si girò di scatto, sentendosi osservata. Non si sbagliava. Max Altieri era lì vicino a lei, in cima al colle. Spirava dagli alti pascoli un’aria fresca, e colma del sentore di fiori. Lontane, splendide montagne lucevano nel terso cielo azzurro. - E’ molto bello - le disse l’uomo, avvicinandosi a lei. - Sei stata felice, qui? - Sarebbe stato facile rendergli le cose più facili, dicendogli di sì, di quanto era stata felice, rinchiusa in quella prigione dorata. Ma non era la verità. Tanto meno ora, dopo quanto era successo. - No. - Verena lo guardò. Senza arrossire, raccolse nella mano lo strascico della gonna blu mare che indossava e gli si avvicinò. - Sono stata sola. Sola da morire. - - Fino a che non è arrivato Vargas - la provocò l’uomo. - Non è come credete - Verena non abbassò lo sguardo: continuò a fissarlo negli occhi con un nuovo coraggio - Tutto si è svolto contro la mia volontà. Se avessi avuto l’opportunità di scegliere la morte, chissà...ma questa scelta non mi è stata data. Non siamo in una favola, od in un racconto per bambini. Questa è la realtà...e credo che voi la conosciate bene. Non avete esitato un attimo, infatti, a lasciarmi sola - - Se ti avessi detto perché l’ho fatto, sono sicuro che non mi avresti creduto. - - Davvero? - freddamente, lei lo scostò. La brezza le scompigliava i lucidi capelli castani, che cominciavano ad arricciarsi sul suo collo, ed oltre i bastioni la verde vallata era di una bellezza abbagliante. - Dunque, non dovete curarvi di ciò che mi è capitato...sono sopravvissuta, come vedete. Non cederò ora - Dio, come era distante...distante e sicura di sé. Capì che quell’apparente freddezza era la sua migliore, forse l’unica, arma di difesa. Ma molte ferite dovevano celarsi nel suo animo. Si chiese se Vargas era stato sincero con lui. Se intendesse davvero sposarla. Per il bene di entrambi, sperava di no. Conoscendo il suo fratellastro, il principe Alexander, come lo conosceva, sperava davvero di no. - Lo so che sei forte. Forse più di quanto tu creda - Lei sorrise ironicamente. - Ora lo so anch’io. Vi prego, lasciatemi passare - Lui si scostò, senza nemmeno un gesto per trattenerla. Lei passò, bella e snella nella sua veste elegante e semplice. Non era più monaca, ma neppure la casta figlia del nobile principe. Era una nuova donna, con la quale tutti, lui, Vargas, ed anche Alexander, si sarebbero dovuti misurare. Verena soffocò la delusione provata, allontanandosi da quell’uomo che l’aveva doppiamente tradita, doppiamente ferita. Mentre si dirigeva verso il bosco, desiderando solo un po’ di solitudine, si chiese perché quell’indifferenza appena mascherata del suo antico promesso la facesse così soffrire. Dio, lui non fingeva nemmeno di essere sconvolto per lo scandalo in cui lei viveva con un mercenario! Non gli doveva importare proprio nulla di lei...se mai gli era importato. Non importava nulla a nessuno. Non alla sua famiglia, se di famiglia si poteva ancora parlare. Non ad Altieri. Quanto ad Andreas, non voleva pensarci. Sapeva bene che ciò che li univa non aveva nulla a che fare con l’affetto, e con l’interesse sincero. Amareggiata dalla constatazione della sua perenne solitudine, quasi non si accorse di lui. Si girò di scatto, avvolta in un raggio di sole che penetrava la fitte coltre dei pini, e lo vide. Non ci furono parole, per una volta. Verena sospirò, cedendo suo malgrado ad una passione che era cresciuta silenziosa e possente in quei giorni di distacco, e si appoggiò ad un tronco. Guardò spassionatamente l’uomo sollevarle le gonne, e poi chiuse gli occhi. - Andreas... - Il suo gemito arrivò al cervello ottenebrato dal desiderio dell’uomo. La guardò, bellissima, le guance arrossate ed il respiro affrettato. - Andreas...non mi lasciare - Era la prima volta che lo chiamava per nome. E non glielo aveva imposto lui. - No, amore mio - le rispose, mentre perdeva il controllo. - Non ti lascerò mai -
ai nobilitato tutto - Le disse lui, dopo che ebbero riassettato i vestiti, e si furono sdraiati vicini sull’erba dorata. Andreas si sollevò su un gomito, e la guardò bene in viso. Lei, assorta, fissava la luce del sole sempre più dorata, sempre più forte in quel mattino d’estate. Il bosco, vivo, profumato e vibrante accanto a loro, li racchiudeva come in una magica fortezza. Un torrente nascosto scorreva poco distante...e la sua frescura arrivava fino a loro. - E’ bastata una tua sola parola per rendere tutto bello e magico e pulito. Verena, ti ringrazio. Non tanto di quello che abbiamo fatto, quanto di ciò che hai detto - Lei si sollevò. Nascose il suo sguardo sotto le lunghe ciglia. - Non fidarti della voce della mia solitudine - - Io mi fido di te. - - E’ pericoloso - insisté lei. - Vorrei avere le idee più chiare...ma purtroppo non è così. Forse è solo abitudine. Ci si abitua alla malattia, alla vecchiaia...forse mi sono abituata al tuo letto. E non averti avuto accanto in questi giorni mi è costato. Ma null’altro. Null’altro che abitudine. - - Ora non ti credo - - Perché no? Perché facendo l’amore ho sospirato il tuo nome? Forse non è così importante, dopo tutto. - - No - Andreas si tirò su, furioso, e si rassettò i capelli con la mano. - E’ la tua vendetta, non è vero? Per il modo in cui ti ho presa. Eppure, ti credevo più onesta. Pensavo avresti finito con l’ammettere che tutto ciò che è capitato tra di noi è tanto colpa tua quanto colpa mia. - - Lo pensi davvero? Pensi che io abbia avuto davvero una scelta? - reagì lei, alzando istintivamente il tono della voce. - Sì, lo penso davvero! - tuonò lui. - Altroché se l’hai avuta! Se ben ricordi, non ti ho certo violentata, non come si violentano le ragazze nei villaggi in tempo di guerra. Bambina mia, credimi, quella è tutta un’altra storia. E se non ammetti con te stessa che a questo gioco abbiamo giocato entrambi, sei solo in mala fede. In una sola parola, disonesta. - Lei gli diede uno spintone, esasperata. - Ti odio - - Ne sono lieto. Almeno, questo è un sentimento vero - Verena raccolse le sue gonne e fuggì, le gote arrossate ed il cuore in tumulto. Dio, quell’incontro con Andreas, che tanto aveva temuto e sperato da che lui aveva lasciato la sua stanza, era stato un disastro. Gli aveva subito ceduto, in tutti i sensi, e poi avevano finito con il lanciarsi reciprocamente accuse assurde. Detestava se stessa per la propria fragilità. Avrebbe davvero voluto essere fredda, fredda ed insensibile come voleva fargli credere...e sapeva bene che non era vero. Nonostante tutto, non si sentiva migliore di Gertrud, con il suo seno al vento e gli sguardi provocanti. Neppure un po’.
ertrud si appiattì contro l’albero, mordendosi le labbra. L’amava. Lui l’amava. Era evidente, da come l’aveva presa, da come le aveva parlato. E la sciocca lo esasperava ad arte con le sue moine accuratamente studiate, ne era certa. Che astuta che era stata, la casta principessa Verena! Come aveva saputo giocare bene l’audace cavaliere! Un’esperta prostituta di città non avrebbe sicuramente fatto di meglio, ne era certa. Fingere modestia, e poi sapersi abbandonare alla lascivia. Che vipera! Non lo sopportava. Non sopportava più il ricordo di quanto aveva visto...il capo scuro di Andreas Vargas sepolto tra i suoi seni di neve, la loro indecente, sensuale passione...e le fredde parole di scherno della nobildonna, che accendevano ancora di più lo sguardo dell’uomo di desiderio! “La pagherai, principessa Verena. Tu ed i tuoi pregiudizi di casta. La pagherai anche tu, signor comandante. Non appena il principe Alexander saprà...per voi sarà finita!” Gertrud sorrise. Ed allora, ci avrebbe pensato lei a consolare il povero Vargas.
ornerai ad Heiserad per il tuo matrimonio? - La voce di Altieri giunse a Verena forte e chiara nonostante la dolce melodia del liuto. C’era festa, all’abbazia, quella notte: l’aveva voluta il comandante Vargas per festeggiare la prossima partenza del principe Altieri, emissario del Pontefice. Suo malgrado, Verena si era vestita delle sue vesti più sontuose, ed aveva presieduto la ricca cena. Gli uomini di Vargas si erano comportati meglio del solito ed uno di loro - ad un gesto del suo comandante - aveva tratto da una sacca un piccolo liuto ed aveva cantato con voce baritonale misteriose canzoni d’amore in una lingua incomprensibile. Le anziane sorelle e le giovani novizie pregavano nella cappella, un lungo, lento salmodiare che non giungeva fino alla sala del camino. Verena si morse le labbra...avrebbe voluto essere con loro, gustare ancora una volta la pace che tutto ciò significava. Ma il suo cammino era nel mondo, ormai ne era certa, e fino a quel momento era stato un cammino oltremodo difficile. La domanda di Altieri la sorprese non poco. Per un istante pensò assurdamente che lui intendesse riproporsi. - Quale matrimonio? - Altieri esitò. Vargas lo aveva pregato di essere discreto...ma doveva dare a Verena almeno quella chance. Quella di conoscere quali carte c’erano in serbo per lei, prima di doversele giocare. - Il tuo matrimonio con il principe Vargas, naturalmente. Mi ha confessato di essere il tuo promesso - “Eri tu il mio promesso” pensò malinconicamente Verena, chinando lo sguardo sul suo piatto. Se si concentrava, riusciva a ricordare i suoi sogni di un tempo. Di una vita serena e persino brillante a Roma, accanto a quel sofisticato gentiluomo. Non lo amava, ma lo avrebbe accettato...ed avrebbe certo gradito lo stile di vita che lui sarebbe stato in grado di offrirle. Ritornò con amarezza al presente. Alla sensazione viva e brutale dell’abbraccio carnale di Vargas, del suo possesso. Un possesso che non avrebbe potuto in alcun modo ignorare, come se lui avesse impresso il suo marchio a fuoco su di lei. - Non credo - rispose solo, bevendo un goccio di vino rosso. - Non credi che sia il tuo promesso...o che tornerai a casa tua, da tuo padre, per le nozze? - Altieri non resistette alla tentazione di provocarla. La nuova Verena che aveva avuto occasione di conoscere all’abbazia era talmente controllata e consapevole da suscitare la sua ammirazione. - Signore, sono stanca - si alzò in piedi, bellissima nelle sue ricche vesti, adorna dei suoi più bei gioielli. - Buonanotte. Vi saluterò domani mattina. - - Partirò all’alba - - Sarò sicuramente sveglia per quell’ora. Partecipo come sempre alle preghiere del mattutino con le mie consorelle - Gli tese una mano. Lui, da perfetto gentiluomo, non la baciò, ma si limitò a chinarvisi sopra. Celando per quanto le era possibile tutto il suo turbamento, Verena si allontanò, ringraziando il Cielo che Vargas non avesse assistito a quello scambio di battute. Era uscito un attimo con il suo attendente dalla sala per controllare alcuni camminamenti...e così lei non avrebbe avuto l’imbarazzo di doverlo salutare per la notte. Dio, cosa aveva in mente quell’uomo? Non le aveva ancora sconvolto sufficientemente l’esistenza? Intendeva davvero sposarla? Le venne da ridere. Suo padre ed Alexander...Cielo, non glielo avrebbero mai permesso. Sarebbe soltanto riuscito a farsi uccidere, se solo loro avessero avuto sentore di ciò che era successo. Si chiese spassionatamente se - nel furore virile per il loro orgoglio ferito - non avrebbero finito tutti e tre per distruggerla. No, non l’avrebbe permesso. A nessuno dei tre. Si ritirò nella sua stanza, ritornata solitaria e tranquilla come prima del suo arrivo. Si sedette sul letto, e sospirò. Per una volta tanto, assaporò la propria forza interiore, che ogni giorno che passava cresceva tranquilla. Come aveva detto ad Altieri quel giorno in cima al colle, lei sarebbe sopravvissuta. III
ipensando a mente lucida agli avvenimenti di quella sera, alcuni giorni dopo Verena trovò suo malgrado il coraggio di parlargli. Era una cosa importante, e bisognava chiarirla subito, prima che quella situazione assurda cessasse e che loro dovessero riaffrontare finalmente la realtà. Lo seguì fin nel suo castelletto, la cosiddetta “Tana del Diavolo”, quello che aveva occupato prima dell’invasione dell’abbazia. Era una semplice dimora di campagna, riadattata successivamente da un signorotto del luogo arricchitosi. Lo stile semplice, quasi militaresco, si contrapponeva alla mole massiccia dell’abbazia, posta su di un colle a poche centinaia di metri dal villaggio. Il castelletto occupato da Vargas sorgeva su di uno spiazzo all’estremità nord dell’abitato...e dalla sua stanza nell’abbazia Verena aveva visto chiaramente sventolare su di esso la bandiera rossa ed oro del suo nemico. Non riusciva a non pensare a lui come ad un avversario. Eppure, quella mattina aveva riso ad un’uscita particolarmente gustosa di Suor Clara...ed era tantissimo tempo che non rideva. Suor Clara la stava pettinando, quando le aveva sussurrato che, il giorno di San Giovanni, aveva effettuato un antico sacrificio pagano per lei, affinché in quel giorno magico il miracolo si compisse, ed il suo cavaliere legasse per sempre il suo cuore al proprio. Verena aveva riso fino alle lacrime...istericamente. L’idea di Vargas sconfitto dall’amore era la più ridicola possibile. Non riusciva ad immaginare quell’uomo vinto da un reale sentimento. Sapeva bene cosa lui si aspettasse da una donna...e doveva con grande disappunto constatare che - anche da lei stessa - l’aveva pienamente ottenuto. - Siete incredibile, sorella - aveva preso bonariamente in giro l’anziana religiosa. - Mi fate da mezzana...ed ora confessate anche di essere superstiziosa e di eseguire riti pagani! - - Non ditelo così ad alta voce - rabbrividì la suora. - Non vorrete che alcuno parli di...stregoneria, vero? - - No - Verena era ritornata seria - Neppure un miracolo potrebbe mutare la situazione. Lui prende le donne, le usa... e poi le getta. Non è tornato qui...nonostante Altieri sia partito da parecchi giorni - - Forse non osa - suggerì Suor Clara. - L’ultima volta, non vi siete lasciati in buoni termini. Teme il vostro rifiuto...lui, dopo tutto, si è proposto - Verena rise di nuovo. - Avete un modo tutto vostro di interpretare la realtà, Suor Clara! Vargas non si è certo proposto a me! E’ solo un pettegolezzo di Altieri...e non è detto che corrisponda al vero - - Dovete accertarvene, allora - Suor Clara divenne seria. - Forse, non tutto quanto è accaduto in queste settimane è da buttare...se lui vi offrisse il suo nome, accettatelo. Vi liberereste finalmente della vostra famiglia...che non ha alzato nemmeno un dito per aiutarvi - - Per ripiombare, forse, in un nuova schiavitù. Dio, come vorrei essere libera! - - Lo sarete solo accanto all’uomo che amate - le sussurrò l’anziana suora. - Non lo amo, Suor Clara. E’ solo...carne. Corpi. Calore. - - Non è così diverso, l’amore...se accanto al calore c’è anche un pezzetto di cuore - Verena l’aveva baciata sulla fronte. - Siete molto cara, Suor Clara, e vi voglio bene. Ma vi state facendo troppe illusioni. Devo solo cercare di superare questo momento, in qualche modo. E su di ciò avete ragione: devo parlargli - Per quanto le costasse, aveva quindi chiesto di lui ad una delle sue guardie. L’uomo si era trattenuto dal sogghignare, ma l’aveva guardata con una certa arietta compiaciuta che l’aveva fatta infuriare. Poi, era uscita dall’abbazia. Non poteva fuggire da nessuna parte, i boschi che circondavano l’abbazia erano troppo fitti e selvaggi, ed oltre la zona dei pascoli c’erano solo montagne. Perciò, nessuno l’aveva seguita. Aveva respirato con voluttà l’aria fresca e pura. Aveva risposto con un cenno del capo agli abitanti del villaggio che uscivano dalle loro case per vedere la loro badessa vestita come la ricca nobildonna che era...e per vederla umiliarsi pubblicamente, cercando l’uomo che tutti sapevano essere il suo amante. Ma lei era la principessa von Sturgau und Seizig, e non chinò lo sguardo. Neppure quando uno degli attendenti di Vargas, all’entrata del castelletto, la fissò con sorridente scherno. - La bella badessa cerca il comandante - urlò l’uomo. Verena sollevò con una mano lo strascico della gonna, ed attraversò il piccolo cortile interno, colmo di masserizie, un vecchio carro, del fieno dell’anno precedente. Un gatto dormiva al sole. E tutto aveva l’aria desolata delle dimore da lungo tempo abbandonate. Salì la scala angolare che conduceva all’unico piano del castelletto, ed alle sue strette stanze. Sorrise tra sé. Seppure in piccolo, quel miserabile castelletto riproduceva la struttura del suo natio Heiserad. Si chiese davvero se l’avrebbe mai rivista, la sua casa...o se il torrente impetuoso della sua vita l’avrebbe condotta ancora una volta lontana. Vargas la vide sulla scala e le si fece incontro. Lei si fermò di scatto, e lo guardò. - Devo parlarti - gli disse, calma. Lui pensò che era ancora più bella di quanto ricordasse. E che nei suoi occhi color dell’ambra c’era un intero mondo di segreti. Una donna umiliata dalla vita...eppure, una donna così coraggiosa. Lei non temeva davvero nulla e nessuno, e niente sembrava potesse spezzarla. Dio la benedicesse. Era un onore quella sua visita. Detestava quel posto sporco e polveroso, e desiderò ritrovarsi con lei nei boschi, come l’ultima volta...quell’ultima volta che avevano fatto l’amore. E che lei l’aveva chiamato per nome. Per poi insultarlo. - Certamente. Ti prego...vieni dentro - Le fece strada, improvvisamente cerimonioso, quasi timidamente. Verena si chiese la ragione di quel sorprendente mutamento di modi. - Non ci vorrà molto tempo - gli disse in fretta, ripensando suo malgrado al loro ultimo incontro. A come lui l’aveva presa, privandola di ogni dignità e resistenza...ed a come era stato tenero con lei. Ed a come lei stessa aveva improvvisamente sfoderato gli artigli, difendendosi dalla minaccia che quella condivisa tenerezza rappresentava. Bene, in quel castelletto sporco ed affollato non sarebbe potuto accadere nulla di tutto questo. Era il posto migliore per parlare. Tutto stava andando bene. Fino a che Verena non vide la bisaccia. Lo sguardo della giovane donna non poté fare a meno di posarsi sulla grossa sacca di cuoio, ordinatamente chiusa e rigonfia. Vide le armi dell’uomo pulite ed ordinate posate lì vicino, ed il suo stendardo. E capì che stava per partire. Qualcosa si fermò nel petto di Verena, come un grosso grumo di sorpresa e rabbia. - Stai per partire - sussurrò. Lo fissò, ed ogni parvenza di calore svanì dal suo sguardo. - Dovevo immaginarlo. Del resto, nulla ti trattiene qui. - - Al contrario - Andreas le si avvicinò. Lei sentì vicino a sé il calore del suo corpo, e si ritrasse, impallidendo. - Tutto mi trattiene qui, Verena. La mia stessa vita - - Non ti credo - - Devi credermi. Devo partire. Ma tornerò prestissimo - La fissò duramente. - E tu mi aspetterai. Te lo ordino. Santo Cielo, se non c’è un altro modo, ti legherò al letto...e tu mi aspetterai. - - Addio - rispose lei, furente, e si voltò. - Al diavolo - la trasse a sé, con violenza. Verena urlò, ma lui non l’ascoltò. Le prese la bocca, con violenza, ma lei non cedette. Si staccò dall’uomo con orrore, la mano sulle labbra violate. - Non ti permetterò più di usarmi - - Non ti ho usata - - Vattene, allora. E non tornare: non lo sopporterei. - - Tornerò, e mi sposerai. Tu sei mia - Si affrontarono come i nemici che erano sempre stati. E la forza dell’uno era la forza dell’altro...se solo avessero smesso di usarla contro loro stessi. - Altieri mi ha detto tutto. Sei solo un cacciatore di dote. - - Pensavo di onorarti, sposandoti - rise amaramente lui, colpito duramente nell’orgoglio. - Pensavo di...risarcirti - - Che gentiluomo! - lo derise lei. - Non ho bisogno di risarcimento. Sono una principessa von Sturgau und Seizig e nessuno al mondo potrà mai...compatirmi. La mia famiglia non acconsentirà mai...ed io non voglio - - Bugiarda. Non c’è futuro per te, fuori dal mio letto - - Lo dici tu - - Altieri non ti sposerà - - Non sposerò nessuno. Nessun orribile, egoista, miserabile maschio. - Verena lo guardò attraverso un velo di lacrime e si accorse, con orrore, che stava piangendo. Un lento pianto doloroso, sorto da chissà dove, da qualche profondità che ignorava...e che le faceva male. - Nessuno che possa di nuovo lasciarmi sola - - Non ti lascerò sola...credimi - - Non ti credo. - ripeté lei, attonita, sconvolta ancora una volta per la propria fragilità. Anche lui era sconvolto. Per la sua paura di affrontare la solitudine...e per ciò che questo significava per lei e per lui stesso. Era la prima volta che sentiva di lasciare qualcosa di significativo dietro di sé. La famiglia Zarcany ed il loro castello non erano stati la sua casa. Di suo nonno, che pure gli aveva lasciato in eredità il titolo, non ricordava quasi nulla. E sua madre...Dio, quella sì che era una lunga storia, in fatto di menzogne e segreti ed indifferenza! Ma si stava lasciando dietro Verena, ed era una sensazione strana, mai provata. Lo faceva sentire triste ed importante. Nonostante tutte le sue proteste, sapeva di essere importante per lei. E questa consapevolezza, inaspettatamente, lo faceva soffrire. - Devi credermi - la prese per le spalle, la scosse gentilmente. - Verena...se mai hai creduto a qualcuno, in vita tua, ora credi a me. Tornerò. Devo tornare in Ungheria...il mio fratellastro è morto, e mia madre ha bisogno di me. E’ una lunga storia, un giorno te la racconterò. Ma tornerò. Presto, prestissimo. L’estate passerà, e prima che sia di nuovo inverno io sarò di ritorno all’abbazia. - - Non sarà mai più come prima - disse lei, piano, e lui non capì se era il rimpianto a far fremere la sua voce, o solo la solitudine. - E’ finita - - No - protestò Andreas. - Sì - lei lo fissò, a lungo, e lui si meravigliò ancora una volta della bellezza dei suoi occhi. - Anche se tu non lo sai ancora - Un attendente entrò nella stanza per chiamare il suo comandante. I cavalli erano pronti...bisognava partire. Lei sussultò. - Saresti partito...senza nemmeno dirmelo? - - No, Verena, io... - Andreas non poté spiegarle mai quello che albergava in lui, né che l’avrebbe sicuramente cercata per salutarla, per convincerla, se mai fosse stato possibile, ad aspettarlo. Lo sguardo freddo di lei, freddo per difesa, freddo per necessità, lo seguì mentre montava a cavallo con i suoi uomini. Non aveva potuto affrontare il loro dileggio, non ancora, rivelandole davanti a tutti loro cosa provava per lei, e cosa avevano significato per lui le loro notti insieme, e quei giorni di odio e tensione e tenerezza passati insieme all’abbazia. Di cosa aveva provato il giorno in cui, facendo l’amore nel bosco, lei aveva urlato il suo nome. Non ancora. Poteva solo osservarla, piccola ed immota e fragile, eppure così forte, nei suoi abiti da principessa, guardarlo andare via con alcuni dei suoi uomini, verso un futuro incerto. Non aveva paura di perderla. Sapeva intimamente che era sua, sua come la prima notte che era entrato in lei. E che l’avrebbe riavuta.
erena guardò il tramonto dalla sua camera da letto. Il sole scese lentamente dietro le montagne ad ovest...e poi la luce svanì. Ascoltò il suono della sua paura, della sua solitudine. Affrontò l’insostenibile pensiero di un futuro imprevedibile, reso se possibile più pesante e difficile da quanto quell’uomo le aveva portato via, prima di scomparire nel nulla. La sua verginità, forse il suo cuore. Di sicuro, la sua innocenza. Infranta. Suor Clara entrò piano. Posò la tisana di tiglio accanto a Verena, seduta sul sedile di pietra accanto alla finestra. Accarezzò i morbidi capelli castani della sua signora...e tacque. - Ha detto che tornerà - disse ad un tratto la giovane, come risvegliandosi da un brutto sogno. - E gli credete? - Verena non pianse. Si fece forza. Avrebbe dovuto per sempre farsi forza, da quel momento in poi. - Sì - si alzò, chiuse le imposte, respingendo la notte. - Malgrado tutto, che io sia dannata, io gli credo -
IV Castello di Zarcany. Settembre 1454.
ndreas Vargas fissò senza parole le due donne dinanzi a lui. Erano nell’enorme sala delle udienze, parata in cuoio e legno scuro, e nel grande camino in pietra scolpita ardeva uno dei primi grandi fuochi dell’autunno. Non poteva credere a ciò che gli stavano dicendo. Semplicemente, non ci poteva credere. - Per quanto detesti ammetterlo, quella sgualdrina ci da’ l’arma di cui avevamo bisogno per rafforzare il tuo diritto all’eredità - La voce netta e matronale di sua madre lo scosse fin nel profondo. La guardò, solenne, perfetta, formale...e si chiese come potesse essere stata invece la ragazza che aveva generato un figlio bastardo nello scandalo e nel mistero. Così lontana da quella donna. Così lontana da lui, da com’era. Gli stavano chiedendo di cambiare. Proprio ora che aveva cominciato a capire chi fosse...e ad apprezzarsi. Spostò lo sguardo sul viso pallido e tirato di sua sorella Ludovica. Sui suoi paramenti color granata, sul suo medaglione d’oro...lo stesso capitolo cui apparteneva Verena. Eppure, così diverse. In Verena c’era ancora tanta vita, e tanta ne aveva portata lui, mentre in quella donna giovane eppure già stanca tutto pareva ormai spento. - Non ci credo - - Hai prove per negarlo? - lo incalzò la madre. - Puoi dinanzi alla tua famiglia negare di aver giaciuto con Ecaterina Andrassy...e che il figlio che lei ha generato possa essere tuo? - - Era sposata con mio fratello - - Hai giaciuto con lei? - insistette la madre. Andreas si sentì in trappola. Non tanto per quello che volevano costringerlo ad ammettere...quanto per le implicazioni di quell’ammissione. Era troppo presto per poter prevedere quale sarebbe stato il ruolo di Verena in quel contesto. Era persino troppo presto per prevedere se lui stesso avrebbe avuto o meno un ruolo, che non fosse quello del bastardo, assurto troppo in fretta ed immotivatamente al ruolo di erede della grande fortuna dei Zarcany. Aveva divorato la strada, ansioso di arrivare al castello il più in fretta possibile...ansioso di tornare quanto prima all’abbazia. Ma tutto l’aveva ostacolato: un’epidemia di peste che aveva costretto lui ed i suoi uomini ad evitare gli abitati, prendendo lunghe e pericolose deviazioni tra i boschi e le propaggini dei monti Carpazi. E poi, una volta giunto a Buda, aveva dovuto attendere gli ordini del suo signore, Jànos Hunjadi, reggente d’Ungheria per il giovanissimo re, Ladislao V. Aveva penato non poco per convincere il famoso guerriero a lasciarlo ripartire per la tenuta materna. Hunyadi l’avrebbe infatti visto ben volentieri volare a spron battuto per la Transilvania, a combattere nuovamente contro i turchi, che premevano ai confini del regno in una lotta senza fine. In quell’occasione, aveva conosciuto il giovane figlio del reggente, Mattia Corvino. Era solo un adolescente, ma l’aveva non poco impressionato. Andreas non si sarebbe troppo stupito se qualcuno gli avesse predetto che aveva così conosciuto il suo prossimo re, l’uomo che avrebbe restituito allo stanco regno d’Ungheria tutta la sua potenza....ed insieme l’ultimo re di origine ungherese a governare quel grande Paese. Quando finalmente giunse a Zarcany, l’autunno era alle porte. Continuava a pensare che fosse ormai troppo tardi...troppo tardi per riaffrontare quel lungo viaggio prima che l’inverno ristabilisse il suo dominio per lunghi, interminabili mesi. Ma non poteva fare a meno di pensare a Verena e sapeva che, per lei, avrebbe riaffrontato anche la neve ed i ghiacci...ed avrebbe riattraversato le Alpi. La notte, stretto nella sua coperta sul duro suolo, od al riparo dalle intemperie nei fienili, ripensava a lei. Rievocava il suo profumo, il colore ramato dei suoi capelli, i suoi grandi occhi color dell’ambra...ed il sapore dolce della sua bocca. In quel momento, solo e sconfitto in quel salone, in quella casa che non gli era mai appartenuta, maledisse la sua mala sorte. E maledisse Ecaterina Andrassy. - Non la sposerò - disse solo, in un fiato. - Non te lo stiamo chiedendo - rispose sua madre, senza alcuna dolcezza. Per l’ennesima volta, Andreas si chiese come avesse potuto generarlo...e soprattutto perché. Perché, se da che era stato concepito era stato solo la sua vergogna, ed il suo tormento. - Vogliamo solo che tu prepari la strada...a tuo figlio. Essendo un buon conte Zarcany, rendendo sempre più fertili e ricche le nostre terre...e potente la nostra famiglia - intervenne sua sorella, con voce piatta. - Non sono uno Zarcany! - insorse Andreas - Maledizione! Non mi avete mai riconosciuto come tale...nessuno di voi! Ed adesso vorreste che me ne assumessi ogni responsabilità? - - Per tuo figlio - insisté la madre. - Non c’è prova alcuna che sia mio. Dannazione, lei era sposata a mio fratello! - - Ma ha giaciuto con te - Non poteva negarlo. Santiddio, non poteva negarlo! Ma non poteva rinnegare se stesso, accettando quell’inganno...avallando l’eredità di quel bambino, e rinunciando alla sua vita. - Accetto ad una sola condizione - esclamò, fissando le due donne. - Sposerò la donna che amo...sempre che lei mi accetti. E la porterò qui. Sarà lei la prossima contessa Zarcany...e per lei accetterò di sostenere il ruolo di erede. Fin tanto che il bimbo sarà cresciuto. - - E’ tuo figlio - la madre ebbe un sorriso amaro. - Credi davvero che questa donna che tu vuoi sposare l’accetterebbe come suo? - - Tuo marito mi ha accettato, no? - rispose Andreas. - Tu conosci la verità - Sì, Andreas conosceva la verità. Sapeva bene che l’infanzia di un bambino non desiderato era vuota e solitaria, colma di segrete umiliazioni. Ma Verena non era così. Verena avrebbe accettato ed amato il bambino di Ecaterina...di chiunque fosse stato figlio. - Non la conoscete - - Sei tu che non conosci me, se pensi che accetterei un’altra donna...al mio posto - La voce della giovane donna, colma di sdegno, li fece sobbalzare. Andreas si voltò di scatto, e rivide finalmente la ragazza che aveva amato...e che l’aveva tradito con il suo ricco ed aristocratico fratello. E che ora, a quanto pareva, l’aveva reso padre. Ecaterina Andrassy. - Dovrai passare sul mio corpo - disse lei, e sorrideva. Il doppio senso era evidente, e minaccioso. Andreas sapeva che lei era capace di tutto. Avrebbe distrutto Verena, il suo dolce sorriso...gli avrebbe messo contro tutto e tutti, l’avrebbe reso nemico del suo stesso figlio. E Verena von Sturgau und Seizig non avrebbe mai accettato di condividere la sua vita con un’altra donna. Immaginò il suo dolce viso riempirsi di sdegno...e la vide allontanarsi da lui, sempre di più. Il bimbo stava tranquillo tra le braccia di Ecaterina. Andreas capì suo malgrado che, quale che sarebbe stata la sua decisione al riguardo, quella era una realtà che non si poteva ignorare. V Castello di Heiserad, Westfalia orientale.
ieni avanti - La ragazza si mosse appena, uscendo dal cono d’ombra della grande sala. Alexander, principe von Sturgau und Seizig per sangue, se non per nascita, si appoggiò meglio allo schienale intagliato del suo seggio. Con una mano, distrattamente, lisciò la stoffa serica della sua tunica e sistemò il medaglione ornato da un’enorme opale sul petto. Lei, intanto, non osava nemmeno sollevare il capo. - Angela, mio signore - gli suggerì sua madre, dolce e servile come sempre. La sua mitezza lo faceva infuriare. Era la negazione di tutto se stesso, di tutto il suo valore. - Vieni avanti, Angela - ripeté, segretamente irritato. Non intendeva scaricare il suo nervosismo sulla ragazza, ma lei sarebbe servita magnificamente allo scopo. Con un battito secco delle mani, invitò il suo seguito, compresa sua madre, a dileguarsi. La dolce Karin, inebetita come sempre dal potere del figlio, si affrettò ad ubbidire. Il vecchio principe, il padre di Verena, giaceva solo e malato nella sua stanza in cima alla torre ovest. Ed Alexander era sempre di più, ogni giorno di più, il padrone. - Alza la testa, Angela. Voglio vedere i tuoi occhi - L’apparente dolcezza della voce dell’uomo non ingannò la ragazza. Lei era sensibilissima a questo tipo di cose, alle sfumature del linguaggio, ad un tocco gentile...ad una minaccia, ancorché inespressa. Ubbidì. I morbidi capelli scuri le scoprirono il volto bianco e liscio, delicato. I grandi occhi neri guardarono senza vedere. Dio, era vero. Alexander scese dal suo scranno, e prese un lume posato sul tavolo. Si avvicinò a lei, passò la fiamma davanti ai suoi occhi. Lei non reagì...se non con un lieve contrarsi del volto, al sentire quel tenue calore. Erano belli, i suoi occhi...belli e tremendamente inespressivi. Gli venne da ridere. Sua madre doveva essere ammattita. Doveva aver pensato che nessuna, nessuna se non una ragazza cieca, potesse ancora accettarlo. - Non sarai nulla per me, questo lo sai, non è vero? - le sussurrò dolcemente, ripensando con odio a quel mondo potente ed insieme servile che ancora segretamente lo rifiutava per la sua nascita illegittima. Solo il giorno prima, la sua richiesta di matrimonio rivolta ad una nobile bavarese era stata inspiegabilmente rifiutata. E dire che era un uomo ricco e potente. E titolato, grazie alla generosità di suo padre. Quella ragazza non avrebbe avuto pretese, invece. Era povera e cieca, incapace di provvedere a se stessa. Le briciole che lui le avrebbe gettato sarebbero state la sua salvezza...finché il suo interesse per lei avesse resistito. - Sì, mio signore - - Sei troppo sottomessa - la schernì lui. Velocemente, si spostò dietro di lei, e lei non si mosse. Era assolutamente indifesa. Lei non rispose. Alexander si chiese se per stupidità... o somma saggezza. Sapeva di dover dipendere in tutto e per tutto dalla sua benevolenza. - Vieni, Angela. Vieni vicino a me. - Lei si voltò. Era cieca, ma non stupida. Capì dalla direzione del suono che l’uomo doveva essersi voltato. Senza volere, finì tra le sue braccia. Alexander scoppiò a ridere. La situazione era insieme penosa e divertente. Penosa per lei...divertente per lui. Angela strinse le labbra. Sapeva di non avere alternative. Karin era stata chiara. La sua sopravvivenza in quel principato dipendeva dalla sua arrendevolezza ai voleri del padrone. Un suo rifiuto, e per lei si sarebbe spalancata la rovina. La strada, la solitudine...l’incapacità, cieca com’era, di badare a se stessa. Angela aveva vissuto in un paesino non lontano dal castello con la sua vecchia zia sin dalla nascita. Quando l’anziana parente era morta, nessuno aveva più dovuto o voluto occuparsi di lei. Della sua famiglia non sapeva nulla. Allora, Karin aveva bussato alla sua porta. Sapeva chi era: la madre del padrone. E fin dall’inizio aveva saputo cosa voleva...e che l’avrebbe ottenuto. Angela sospirò. Era inferma ed indifesa, ma non voleva morire. Sospirò ancora, piano, mentre l’uomo le girava intorno, come una belva indecisa su quale colpo sferrare per primo alla sua vittima. Non sapeva nulla di colori, di bellezza, di apparenza. Ma sapeva di suoni, di odori, di voci, del freddo e del caldo, del sapore di mille e mille cose, sempre portate alla bocca per conoscerle ed assaporarle. Sapeva del liscio e del ruvido, del morbido e del duro. E sapeva che i cuori degli uomini parlavano per mezzo delle loro voci. Ed aveva già capito alcune cose circa il suo padrone. La sua voce, innanzitutto. Ferma, a tratti irata, con una vena di crudeltà. Era un uomo difficile e pericoloso come dicevano. Ed era solo. Lei sapeva tutto sulla solitudine. Era un altro argomento che conosceva bene. Poi, analizzò il suo odore. Era gradevole, pulito, comunque maschile. Non aveva bevuto, e non era un odore acre. Ma era personalissimo, e seppe d’istinto che l’avrebbe riconosciuto tra mille. Alexander le si parò d’innanzi. Lei alzò le mani, e le sollevò sino a toccare i suoi capelli. Era molto alto, ma anche lei non era una donna piccola di statura, e riuscì a toccare una ciocca dei suoi capelli. Erano spessi e folti, un po’ lunghi sul collo. Poi, sfiorò il suo viso. Il naso era molto lungo, doveva dargli una fisionomia decisa. Le guance erano strette, la bocca piuttosto carnosa. Gli occhi infossati, con le ciglia lunghe che le solleticarono la punta delle dita. Le spalle erano larghe. Le sentì sotto la linea sciolta della tunica di seta. Quando la sua mano fu sul petto dell’uomo, lui la fermò tra le sue. - Basta così - le disse, senza irritazione. - Hai scoperto tutto ciò che ti interessava? - - No - rispose lei, senza alcuna malizia, sincera fino alla crudeltà. Solo essere se stessa poteva preservarla dalla follia...in balia com’era del potere di altri. - Non credere che te ne darò l’opportunità - le rispose, brusco. La prese per un braccio e quasi la strattonò. - Vieni...mangiamo qualcosa - Angela lo seguì sino ad un tavolo imbandito. Lui la fece sedere su di un sedile di legno, e poi la lasciò sola per accomodarsi sul suo scranno. Istintivamente, la ragazza volse il viso verso la direzione in cui lui era andato. Nel silenzio della grande sala, sentiva le mani di lui spostare le stoviglie d’argento. - Sai mangiare da sola? - le chiese, addentando della selvaggina. - Sì - rispose lei. Senza timore, allungò entrambe le mani. Capì subito dov’erano il bicchiere, ed il cucchiaio di peltro. Alexander l’osservava, colpito dalla sua stupefacente disinvoltura. La vide portarsi alla bocca un pezzo di pane, e poi il bicchiere. Non versò neppure una goccia. Notò con divertimento l’espressione stupita della ragazza quando si accorse che il bicchiere conteneva vino anziché acqua. - Non bevi? - - Di solito, non bevo vino, mio signore - Captò una leggera ironia nel tono di lei. Ciò lo irritò. - Non nego nulla alle mie donne - Angela trattenne una risposta irosa. Si limitò a chinare il capo. Non sarebbe servito a nulla negare la verità. Che lei era lì solo per intrattenerlo...e divertirlo. - Rispondimi - la provocò lui - Non sei forse una delle mie donne? - - Sono vostra suddita, mio signore - rispose lei, piano. Alexander non era soddisfatto. A quel punto, la ragazza avrebbe già dovuto implorare le sue attenzioni. Le altre del suo stampo, di solito, non si facevano pregare. Si alzò di scatto. Il pranzo era stato soddisfacente, ma non così la compagnia di lei. - Andiamo - le disse. Irritato, capì solo dopo un istante che lei non era in grado di seguirlo, non da sola, perlomeno. Lasciò che armeggiasse con la sedia, e che studiasse la sua posizione nella stanza. Si muoveva piano, ma sembrava lo stesso una falena impazzita, accecata dalla luce di un lume troppo intenso. Dopo un po’, non resistette più. Non sapeva come comportarsi, con quella ragazza. Lei non era come le altre...ed ancora non sapeva come fosse davvero. La sua cecità la rendeva, ai suoi occhi, assolutamente imprevedibile. Si avviò verso di lei con un paio di passi, e la prese per un polso. Lei si girò di scatto, il viso pallido, ma non impaurito. L’aveva sentito venire verso di lei. E sapeva di non potergli sfuggire. - Vieni con me - La trascinò quasi. Lei si lasciò condurre in avanti, senza protestare. Ad un tratto, furono nel corridoio esterno della fortezza. Angela sentì sul volto il calore del sole settembrino, ed il vento scompigliarle i capelli. Poi, furono di nuovo al buio. Capì che erano giunti nell’ala più interna del rotondo castello, adagiato mollemente intorno al fossato ripieno d’acqua. Quelle antiche fortezze erano alte ed inviolabili, ma strette e poco profonde come semplici mura. Lo spazio abitabile era infatti ridotto al minimo...eppure, ciò le rendeva imprendibili. La camera del padrone era al centro del castello, e dava sul cortile interno. Questa posizione la rendeva sicura, anche in tempi di briganti ed assedi. Pur piccola, riceveva la luce da alcune strette finestre quadrate, con spessi vetri d’Olanda. Alexander la fece sedere sul letto. Lei sollevò il volto, a raccogliere tutti gli indizi che i suoi restanti sensi potevano inviarle circa quella stanza ed il suo proprietario. Sentiva sotto di sé la serica morbidezza del copriletto di seta, e sotto i piedi il liscio impiantito di legno. La stanza era calda, in estate doveva addirittura divenire soffocante. Ora, giungeva da fuori il sentore speziato del vino novello raccolto nei grandi tini...e del primo fuoco di legna della stagione, acceso nelle cucine poco lontane. Alexander seguiva il susseguirsi di quelle emozioni sul suo volto. Era una splendida donna...ed assolutamente unica nel suo genere. Vide le belle, snelle mani di lei scivolare sulla seta, per assaporarne la consistenza. La sua sensualità innata lo colpì. - Non sai come sono - le disse, come parlando a se stesso. - Non sai se sono giovane e bello...o brutto e vecchio. Se sono sano o malato, repellente o gradevole - - Sono concetti che per me non hanno senso - gli rispose lei - Non perlomeno come intendete voi, mio signore. Non c’è bellezza, né bruttezza, nel mio mondo. Non so nemmeno se io sono bella o brutta, per voi o per chiunque. - - Tu sei bellissima - - Che senso può avere per me...se non so cosa significa? - Angela si rilassò. Parlare, suo malgrado, rendeva tutto più facile. L’avvicinava a quell’estraneo, nel suo buio mondo senza luce. Alexander si inginocchiò davanti a lei. Le prese le mani, e le fece scorrere i pollici sui polsi, sensualmente. La sentì rabbrividire. - Il mio tocco, lo senti? - - Naturalmente - lei sorrise appena - Ed anche il vostro odore. E la vostra voce. - - Manca il gusto - le sussurrò lui. Si piegò verso di lei, e la baciò. Angela lasciò istintivamente che le loro lingue si incontrassero. Era la prima volta che ciò le capitava. Era un gusto salato, ed insieme dolce. Chinando il capo all’indietro, gli permise di esplorare la sua bocca. Il calore dell’uomo le accese qualcosa dentro. E mai il buio che da sempre la circondava le sembrò più inconsistente, quasi un gradevole abbraccio, una cornice per quelle strane sensazioni così coinvolgenti. Puntellandosi sui gomiti, Alexander la fece distendere, senza staccare la bocca dalla sua. Si chiese oziosamente, continuando a baciarla, se le sensazioni che lei stava provando fossero in qualche modo amplificate dalla sua cecità. Stava reagendo con singolare e sensuale candore. Era chiaramente inesperta. Forse, quello era addirittura il suo primo contatto con un uomo. Provò l’impellente bisogno di chiederle se era così. - Sei già stata baciata? - - No - rispose lei. Eccitatissimo, Alexander cominciò a sollevarle l’abito. Erano secoli che non si sentiva così. Scacciò dalla mente alcuni sgradevoli ricordi, e le sfilò la veste dalla testa. Si chiese se lei si sentiva in imbarazzo a farsi spogliare così da un estraneo. Come leggendogli nella mente, lei gli sorrise. - Non so cosa è il pudore. Mia zia me lo rimproverava sempre. Da piccola, non mi accorgevo nemmeno di essere vestita o meno. Per me, la vista di un corpo nudo non significa nulla...come la vista di qualunque altra cosa, del resto - - Allora toccami...se non puoi sapere come sono senza vestiti, fai scorrere le tue mani su di me, come hai fatto prima...e scoprimi - La voce roca dell’uomo le fece scorrere un brivido lungo la schiena. Capì che non scherzava affatto. Cominciò ad aver paura. Avrebbe dovuto trattenerlo lontano da sé...trovare una qualunque scusa. Invece, non stava facendo assolutamente nulla per fermarlo. Quando sentì sul suo corpo nudo l’aria fresca della sera ormai incipiente, rabbrividì. Il calore e la morbida durezza del corpo del suo amante sul suo la colmarono di sensazioni sconosciute, invadenti ed irresistibili. I muscoli di lui erano forti, tesi, solidi sotto la punta delle sue dita. Nonostante le pesasse addosso, non le faceva male. Lo accolse tra le sue braccia, soffocando dal caldo in quella piccola stanza dai vetri spessi, sentendo sotto la schiena la seta liscia del copriletto, e sulla bocca quella dell’uomo. E poi, lui la colmò.
ngela trovò a tentoni il catino e la brocca. Si lavò il viso, scostandosi i capelli con le mani. Trovò un pettine d’osso, e se lo passò tra i capelli, lisci sulle spalle. In silenzio, per non svegliarlo. Era ormai notte. Dalla grande cucina provenivano le risate ed i canti dei suoi uomini. Era giunto il momento di lasciarlo. Se solo avesse saputo come uscire da quella stanza. Un lieve rumore la fece trasalire. Girò la testa di scatto per sentire meglio...e poi riconobbe il tenue profumo della madre del suo signore. - Vieni - le sussurrò la donna, prendendola per mano per condurla fuori dalla stanza. Angela la seguì, cercando di mascherare il proprio imbarazzo. Karin si fermò davanti a lei, nel corridoio. - Gli sei piaciuta? - Angela non rispose. Cosa poteva dirle? Cosa c’era da dire in una simile situazione? - Se sarai furba, lo terrai a lungo legato a te. Lui non ha mai unito la sua vita a quella di una donna per più di qualche notte... ma potrebbe cambiare idea, sai. Sei molto bella, e sembri dolce. Potresti addirittura riuscire ad avere dei figli suoi. - La voce netta della giovane cieca, quando parlò, sorprese la donna. - Non ci tengo affatto a generare i suoi bastardi - Karin cercò un’ombra di risentimento sul bel viso della ragazza. Pensò che lui l’avesse violata, che le avesse fatto del male. Invece, Angela era sorprendentemente tranquilla. Karin cominciò a chiedersi se non fosse stata piuttosto lei ad ingannarlo...essendo molto più esperta di quanto avesse creduto. Forse, scoprendo ciò lui l’aveva respinta. - Bada a te, Angela. La tua vita è sospesa ad un filo - la minacciò - Il filo del suo interesse per te - - Badate a voi, Karin - rispose lei, tranquillamente. - Vostro figlio è un demonio -
ov’è? - chiese irritato il padrone. Non gli era piaciuto non trovarla, al suo risveglio. Aveva fame, ed era di pessimo umore. Tutte le moine di Hilda, la cameriera che tante volte gli aveva tenuto compagnia nelle stalle, non potevano far nulla per farlo sentire meglio. - Dov’è Angela? Esigo che venga qui! - ripeté furioso, mentre la ragazza, gelosa e ferita, gli porgeva il vassoio delle carni. - Angela è in cucina - gli disse sua madre, chinandosi per baciare la mano del suo figlio e padrone. - Non è buona a nulla, come puoi immaginare...è soltanto una bocca in più da sfamare. E’ stata una stupida idea, la mia. Non avrei dovuto condurla qui - - Chiamala - insistette freddamente Alexander - Voglio che mangi con me. Ora - Fremendo dalla rabbia, Karin ubbidì. Alexander si chiese distrattamente come mai sua madre avesse così repentinamente cambiato idea circa la ragazza. Forse, non aveva semplicemente immaginato che lui se la sarebbe portata a letto così in fretta...ed ora temeva di venire spodestata nella sua considerazione. Quando tornò con Angela, Karin aveva ormai cancellato l’irritazione dal suo volto, ma non dal suo cuore. Non accettava di vedere quella stupida orfanella cieca disprezzare quel magnifico uomo che era suo figlio. Dio, le aveva offerto una splendida occasione...e lei la buttava al vento. Alexander non badò a sua madre, ma solo ad Angela. Aveva le guance arrossate dal calore del fuoco nel camino, ed era bellissima. Si alzò e le prese la mano. La sentì tremare nella sua. La condusse fino al suo posto, alla sua destra, e la fece sedere. - Mangia - le ordinò. Hilda, furiosa, fu costretta a riempirle il piatto, mentre Angela, con le mani, raccoglieva piccoli bocconi di cibo che portava attentamente alla bocca. Soffocando dalla rabbia, la servetta tornò in cucina. - E’ stata con lui nella sua camera, ti rendi conto? Nella camera del padrone! - rincarò la dose la cuoca, malignamente. Hilda strinse le labbra. Il padrone l’aveva posseduta decine di volte, come aveva posseduto molte altre delle sue suddite, e non sempre con il loro consenso. Ma mai, e poi mai, aveva concesso ad una di loro di mettere piede nella sua stanza. Quella scialba cieca era la prima a riuscirci. Angela non immaginava certo di essere al centro di simili invidie. Quanto a Karin, rimpiangeva un po’ di essersi alienata la sua unica alleata con simili considerazioni...ma era stata una questione di pulizia interiore. Non poteva essere connivente sino a quel punto con lei e con il suo padrone...non sino a quel punto. Quanto a lui, non riusciva nemmeno a pensarci. Il solo, istintivo accorgersi della sua vicinanza le imporporava le guance e le toglieva l’appetito. - Madre...è ora che ci lasciate - La voce del padrone non lasciava adito a dubbi. Soffocando il suo disappunto, Karin si alzò e fece una piccola riverenza al figlio. Lanciò un’occhiata irosa ad Angela, sapendo bene che la cieca non poteva vederla. Senza altre parole, Alexander si avvicinò ad Angela e se la caricò in spalla. Non pesava molto, e sarebbe stato molto più rapido raggiungere la sua camera così, che non portandocela per mano.
osì. Ancora, mio dolce tesoro. Cavalcami, dolcezza - Lei trasalì, ed ubbidì. Inarcando la schiena, lasciando che i lunghissimi capelli le sfiorassero le spalle, e ricadessero sulle cosce dell’uomo, fece come le aveva detto, seguendo un ritmo dolce ed istintivo, mordendosi dolcemente le labbra, assaporando le dita di lui sui suoi seni, e sentendolo fin nel profondo, fin nel profondo. Ancora, e di nuovo, ed ancora. Il dolce fuoco nel camino rifletteva i loro corpi uniti nel grande specchio dalla cornice dorata. Alexander poté godere di un dolcissimo piacere, osservando con voluttà in quello stesso specchio la loro unione, il corpo bellissimo di lei abbandonato nel più intimo degli abbracci, abbandonato come mai aveva veduto una donna abbandonarsi. I seni perfetti, le loro punte erette, eccitate. E quel movimento che si insinuava nel suo cervello. La schiena contro la testiera del letto, Alexander godeva mentre guardava la sua compagna giungere piano al più dolce dei piaceri. Quando lei venne, la tenne stretta un istante, e poi la rovesciò sul letto, sotto di sé. Si prese il suo, di piacere. E sospirò. Non voleva pensare a nient’altro, quella notte.
a all’alba già dovette ricredersi circa l’opportunità di quanto era accaduto. Alexander era un uomo troppo avvezzo al potere, ed ai suoi reconditi meccanismi, per ignorare le possibili conseguenze di ogni sua pur minuta scelta. Aveva portato Angela nella sua stanza, ed era la prima volta che succedeva. Non se ne pentiva: aveva seguito un fortissimo istinto, qualcosa che gli imponeva di farla sua subito, ed al riparo da sguardi indiscreti, da possibili interferenze. Ma non poteva trascurare di pensare a quelle che potevano essere le conclusioni degli “altri”. Per qualche misteriosa ragione, sua madre aveva già cambiato idea circa la ragazza. Quanto ad Hilda, ed alle altre del suo stampo, non se ne curava. Ma i suoi uomini non dovevano sapere che si era preso una donna, nel suo letto, nella sua stanza. E tanto meno dovevano saperlo i suoi alleati...ed i suoi nemici. Ed infine, non doveva nemmeno intuirlo Max Altieri. Immobile, guardava Angela dormire. Era bella come un angelo, ed altrettanto innocente. I capelli scuri, le lunghe ciglia abbassate...le belle mani bianche. Era indifesa. Da lui e dagli altri. Soprattutto dagli altri, temeva. Un discreto bussare alla porta attirò la sua attenzione. Se Angela si era svegliata, non lo diede a vedere. Alexander la coprì con la coperta, fin sopra la testa, e poi fece entrare l’intruso. - Mio signore - l’uomo si inchinò, troppo intelligente per indugiare anche solo un istante con lo sguardo sulla compagna di letto del suo padrone. - Ho compiuto la mia missione. Sono stato all’abbazia di Neuschloss...e vi porto notizie della principessa Verena - Alexander si alzò di scatto, furioso. Completamente nudo, si avvicinò al catino, e si gettò addosso dell’acqua fredda. - Avresti dovuto portarmi lei, idiota...cosa ne è stato? - L’uomo non indietreggiò dinanzi a quello sguardo imperioso. Conosceva il suo signore, e sapeva che Alexander stimava il suo valore. Condivideva il suo disappunto per essersi lasciato sfuggire la colombella...ma aveva sinceramente fatto del suo meglio. Semplicemente, la principessa Verena era svanita nel nulla. - Sono arrivato all’abbazia, ma vostra sorella non era più là. Il vescovo di Schesselruth aveva inviato un suo emissario in luglio, un abate di nome Bercht, per sostituire il contingente di uomini che aveva preso l’abbazia.. ma alla fine di agosto, la principessa è fuggita. - - Era sola? - - No, l’accompagnava una certa Suor Clara...una religiosa anziana. - - E la sua cameriera... Gertrud? - Il soldato sogghignò. - Non vedeva l’ora di raccontarvi tutto, mio signore. Era ancora all’abbazia, quando vi sono giunto...ed ha fatto di tutto per farsi riportare ad Heiserad. Credetemi, di tutto... - l’uomo rise al ricordo - Ora è nelle cucine. - - Ansiosa di gettare fango sulla sua padrona, immagino - commentò freddamente Alexander. Conosceva bene la piccola Gertrud, quella piccola gatta velenosa ed opportunista. E, se era vero quello che Max Altieri gli aveva scritto (e non aveva ragione di dubitarne), la ragazza odiava ed invidiava la sua padrona più che mai. - Si, mio signore....e con tutti i particolari, se mi consentite. Volete vederla? - - Non ora - Alexander gettò suo malgrado un’occhiata alla sagoma di Angela. Era talmente immobile, da dubitare che respirasse ancora. - Si, mio signore - La leggera condiscendenza nella voce del suo sottoposto lo fece infuriare. Con gelida collera, rinnovata dal sapere che, ancora una volta, Verena gli era sfuggita di mano, congedò l’uomo. - Voglio che tu prenda una squadra di uomini validi...i migliori. E che tu setacci il Tirolo. Due donne sole, senza denaro e senza conoscenze, non possono essere fuggite lontano, alle soglie dell’inverno. Esigo che tu le trovi...e che le porti qui. Partirai immediatamente! - - Sì, mio signore - Senza esitare, l’uomo si accomiatò, e si preparò mentalmente alla nuova missione. Sapeva che il suo padrone pagava, e bene. Non l’avrebbe deluso. Quando fu uscito, Alexander sollevò la coperta. Angela era sveglia, e lo fissava come se potesse vederlo. Si chinò su di lei, e la baciò. La giovane donna rispose al bacio, ma non disse nulla. Ciò lo irritò profondamente. - Non tentare nemmeno di capire le mie azioni, Angela. Limitati ad essere bella ed a desiderarmi - Angela non rispose. Si girò dall’altra parte, rannicchiandosi nel letto ora freddo, e chiudendo di nuovo gli occhi senza luce. PARTE TERZA IL RIFUGIO. . I Tirolo Occidentale, ottobre 1454.
a parola “inverno” non aveva mai assunto un significato tanto minaccioso prima, si ritrovò a riflettere Verena, mentre il tozzo e robusto mulo di montagna su cui cavalcava affondava tenace gli zoccoli nella prima neve della stagione. Il passo non era lontano, ma le alte montagne alla sua destra, ora note come le Dolomiti di Sesto, la irridevano con la loro minacciosa imponenza. Tu, piccola donna che osi sfidare il potere degli uomini, si disse...il potere di Andreas Vargas, quell’uomo senza onore, che ti aveva imposto di aspettarlo, contro ogni logica, contro ogni ragione...il potere di Bercht, che voleva relegarti al rango di scomodo ostaggio, in attesa di ordini superiori che forse non sarebbero mai arrivati. E, soprattutto, il potere di Alexander, che mandava i suoi emissari sino alla lontana abbazia per riportarti a casa. La scoperta di un uomo, uno straniero, che chiedeva notizie di lei nella vallata era stata, alla fine del mese di agosto, la molla che l’aveva infine spinta all’azione. Non aveva dubbi circa l’identità dello sconosciuto: doveva essere un agente di suo fratello e la stava stanando come si fa con le volpi, durante la caccia. Non appena uno dei fattori dell’abbazia, a lei rimasto quanto più possibile fedele, glielo aveva rivelato, Verena aveva preso la sua decisione. Sarebbe fuggita. Scosse il capo, testarda come il mulo, forse di più. E decisa a non aver mai più paura o bisogno di un uomo nella propria vita. Ma faceva freddo, sempre più freddo sulle montagne...e se entro la fine di quel mese non avesse trovato un rifugio sicuro, dove trascorrere l’inverno, la sua vita e quella della fedele Suor Clara, che l’aveva seguita in quella nuova, assurda avventura, non sarebbero più valse un soldo. Soprattutto ora che sapeva senza più dubbi che a marzo sarebbe stata madre. Stremate dalla fatica, lei e l’anziana suora avanzavano lungo il sentiero. Superato il passo, si sarebbero aperte dinanzi a loro fertili pianure, dove sarebbe stato più facile trovare asilo. Aveva ancora dei gioielli, le perle che Andreas le aveva restituito, ed un po’ di denaro. Lei e Suor Clara non avevano bisogno di molto per vivere. Se fossero riuscite a lasciarsi le montagne alle loro spalle, ce l’avrebbero fatta. Ma l’inverno si avvicinava, ed ora aveva anche nevicato. - Non dovreste stancarvi così! - le urlò la buona suora, ma la sua voce venne sopraffatta dal vento. Verena si strinse per l’ennesima volta il pesante scialle di lana intorno al capo, e spronò il mulo ad andare avanti. Ma quella stupida bestia, troppo stanca, non ne voleva sapere di avanzare. Quando l’animale ripiegò le gambe, Verena scese con attenzione, e si appoggiò ad una roccia che sporgeva sul sentiero. Era stanca, ed aveva voglia di piangere...e per la prima volta sentiva qualcosa agitarsi nel suo grembo. Forse era la fatica, forse era il bambino. Seppe d’istinto che era il bambino. Un uomo a cavallo arrivò come un turbine nel nevischio. Alla debole luce del giorno che declinava, Verena scorse una croce d’oro che gli pendeva sul petto. Per un istante aveva temuto che si trattasse dei mercenari di Alexander, che l’avessero trovata...ma poi si rilassò. A quel che pareva era un religioso, e non portava la tonaca dell’ordine del suo nemico, il vescovo Arnulfo. - Seguitemi! - urlò l’uomo - Altrimenti morirete! E’ la prima tormenta della stagione, e vi siete perse. Su questo sentiero non ci sono rifugi. - - Mio Dio - esclamò Suor Clara - Abbagliate dalla neve abbiamo superato il bivio che portava al paese - - Sì! - confermò l’uomo. Scese da cavallo e cercò di scuotere il mulo di Verena. Dopo parecchi tentativi, prese un po’ di avena da una tasca appesa alla sua sella e la diede all’animale. Intuendo che forse la stalla era vicina, la buona bestia si rialzò. - Grazie a Dio, è lui che vi manda - Verena arrossì sotto lo sguardo del religioso, fisso sul suo medaglione...e sul suo ventre arrotondato sotto le lunghe gonne. - Venite - disse l’uomo - La fattoria del mio signore non è lontana. Dobbiamo però ridiscendere a valle per un bel tratto - Senza più parlare, rimontarono ciascuno sulla propria cavalcatura e presero il sentiero in senso inverso. Verena si chiese che cosa avrebbero detto, quel prete ed il suo padrone, quando avessero conosciuto la sua storia. Maledizione al suo medaglione! Ancora una volta, tradiva il suo stato di canonichessa...e non tutti erano così sottili da distinguerlo da uno stato di religiosa tout court. Con dita irrigidite dal freddo, lo prese e se lo sfilò dalla testa, mentre il mulo suo e quello di Suor Clara seguivano docilmente la cavalcatura del loro salvatore. Lei e Suor Clara avevano già pensato ad una storia sufficientemente plausibile. Quegli uomini dovevano crederle, ecco tutto. Dopo una mezz’ora di cammino, che parve interminabile, raggiunsero il paese. Al termine della stretta via che passava in mezzo alle case di pietra, poco prima di un grande e cupo bosco di larici ed abeti, sorgeva un castellotto tozzo, con una fattoria in legno ed alcune grandi stalle. Quando furono nella corte della dimora, Verena e Suor Clara lasciarono i loro muli ad un servitore sorridente, e seguirono il loro sconosciuto amico sin dentro la dimora, semplice e rustica, ma pulita. Verena si tolse lo scialle dai capelli, e si guardò intorno. - Del vino, innanzitutto...per voi e per la giovane signora! - Il religioso, di mezza età, aveva capelli ed occhi scuri, ed una tonaca più volte rammendata. Versò del vino in delle coppe e le porse alle due donne, stremate dalla fatica. Verena sentì gli occhi che le si chiudevano, e godette del tepore sparso dal fuoco acceso nel camino. - Sono padre Anselmo, ed esercito il mio ministero in questa vallata. Di solito risiedo nella mia canonica, ancora più a valle...ma in queste settimane sono ospite del padrone di questo castello, Rolf di Schallbach. - - Come avete fatto a trovarci? - gli chiese semplicemente Verena, rendendosi finalmente conto del grave rischio corso. - Mi hanno chiamato dei contadini. Vi hanno visto superare il bivio...e sapevano che la tormenta sarebbe durata a lungo. - - Dio li benedica. - commentò la sua compagna. - Sono Sorella Margherita...e questa è la mia signora, Maria di Viessen. Suo marito è morto da qualche settimana, e lei sta raggiungendo la sua famiglia ad Innsbrück. - - Capisco - disse solo Padre Anselmo, senza commentare l’evidente gravidanza della signora. Che viaggiava sola e senza una scorta tra le montagne, in mezzo alla neve....e con un medaglione di un antico ed aristocratico capitolo tedesco al collo? Preferì tacere. Anche perché in quell’istante fece il suo ingresso il padrone di casa. Rolf di Schallbach era un uomo felice. Almeno, lo era stato fino a pochi mesi prima. A luglio, la sua giovane e bella moglie, la sua adorata Doris, l’aveva lasciato solo con una bimba di un anno. Una malattia polmonare, aveva detto il medico, impotente quanto lui. Avevano avuto tutto, una bella casa, un futuro sereno. Ma Doris l’aveva lasciato. Grazie a Dio, Padre Anselmo non l’aveva abbandonato in quei difficili momenti. Chi erano ora queste due sconosciute che gli portava in casa? Una era giovane e bella, ed incinta. L’altra era un’anziana religiosa. E, a quanto pareva, Padre Anselmo le aveva salvate da una morte sicura mentre vagavano tra i monti durante una tormenta. Padre Anselmo ripeté le presentazioni, mentre Rolf fissava la sua inattesa ospite. Era aristocratica come una madonna, ed altrettanto attraente. Il suo solo aspetto garantiva per lei, e così pure le sue maniere, il suo morbido accento altolocato. - Sono spiacente per il grave lutto che vi ha colpito, signora. Invero, sono vedovo anch’io...da pochi mesi - - Mi spiace - Verena abbassò il capo, imbarazzata per quello sguardo intento. L’uomo era alto ed attraente, con folti capelli biondi ed uno sguardo azzurro aperto e pulito, da ragazzo. Capì che aveva sofferto. E che non era un uomo arrogante. - Potete stare qui quanto tempo volete - offrì Rolf, stupendosi della propria generosità nei confronti di quelle che, a tutti gli effetti, erano due perfette sconosciute. Ma gli era venuta istintiva...soprattutto da quando aveva visto che lei era incinta. Ricordava bene le sofferenze ed i patemi d’animo della sua Doris. Non poteva lasciarle riprendere il loro assurdo viaggio. Non alle soglie dell’inverno, e con lei in quello stato. Verena intercettò lo sguardo grato di Suor Clara. Sapeva che la buona donna era ancora più esausta di lei, ma che sino ad allora non aveva osato nemmeno lamentarsene. Quanto a lei, avrebbe dato qualunque cosa per fuggire quanto prima possibile da quelle contrade dove aveva conosciuto solo umiliazioni e timori...ma non poteva pensare a lei sola. C’era Suor Clara, che le aveva affidato la sua vita... e c’era il bambino di Vargas, dentro di lei. Stanchissima, chiuse gli occhi. Non era quello il momento di affrontare la verità...non con quei due uomini gentili che avevano loro aperto la propria casa. Ma sapeva già che non avrebbe né potuto né dovuto mentire a lungo. Le conseguenze avrebbero potuto essere terribili anche per loro...così generosi. - Venite - Il padrone di casa la prese per un braccio, e la condusse gentilmente verso una stanza grande e spaziosa, riscaldata da un bel fuoco. Verena si rallegrò all’idea di poter finalmente trascorrere una notte serena, dormendo in un vero letto per la prima volta da che aveva lasciato l’Abbazia. Tornato nel salone, Rolf di Schallbach si versò dell’altro vino. Padre Anselmo tornò, e gli fece compagnia. - So chi è - disse il buon padre, che aveva sentito delle voci durante il suo ultimo viaggio al Vescovado di Schesselruth. Il giovane gentiluomo scosse il capo. Per quella notte non voleva sapere né di verità, né di menzogne. Avrebbe atteso che parlasse lei, quella strana donna incinta e sola, venuta a spezzare la sua solitudine.
ignore...io vi ringrazio della vostra gentilezza. Ma è ora che io e la mia compagna ripartiamo. Altrimenti, dopo sarà troppo tardi. - Al suono della voce di Verena, il suo ospite si voltò. Stava osservando la stretta vallata da una piccola terrazza che aveva fatto costruire lungo un lato del suo castello. La giornata era splendida. La tormenta, durata due giorni e due notti, era finalmente cessata, ed un magnifico sole autunnale accendeva di colori i boschi ed i prati. La giovane donna avanzò verso di lui. Notò che i suoi capelli ramati avevano il colore delle scorze delle prime castagne, appena più chiaro, forse. E che i suoi occhi erano pozze d’oro, come le foglie da poco cadute. La sua pelle, infine, aveva il candore appena dorato della panna fresca. - Non dite così...neppure per scherzo. Donna Maria, non potete lasciare la mia casa alle soglie dell’inverno, e lo sapete. I rischi che voi e la buona Suor Margherita potreste correre sarebbero enormi. Io non ve lo permetterò. Soprattutto per il bene del vostro bambino - - Signore, io apprezzo e vi sono grata del vostro encomiabile altruismo. Ma non posso restare, qui. Ogni giorno che passa, diventa più pericoloso per me...e forse anche per voi, e per tutta la vostra gente. - - Perché? - le chiese spietatamente l’uomo, socchiudendo gli occhi azzurri contro la vampa del sole mattutino. - Perché vi ho mentito - rispose lei, sollevando orgogliosamente il mento. - E non avrei dovuto. Ma ero esausta, ed avevo paura...ed avevo troppo bisogno del rifugio che per me, per noi, la vostra casa costituiva. - - Non siete Maria di Viessen? - - No - sospirando, Verena si avvicinò a lui. - Sono Verena dei principi Von Sturgau und Seizig...già badessa dell’abbazia di Neuschloss - Rolf si morse le labbra. Era questo dunque, che il buon Padre Anselmo voleva rivelargli, la sera stessa in cui quelle due donne erano arrivate al castello. - Ed il bambino? - le chiese duramente, sconvolto suo malgrado. Verena non arrossì. - Il frutto di un sopruso. Hanno assalito in armi l’abbazia, lo scorso giugno, per ordine del vescovo Arnulfo. Potete non credermi...ma è la verità - - State fuggendo dal padre del vostro bambino...dall’uomo che ha abusato di voi, una...religiosa? - - No. E non sono una religiosa. Appartengo ad un capitolo tedesco che non richiede la pronuncia dei voti - Le labbra di Verena assunsero una piega amara. - Ciò non toglie che mi sentissi religiosa nel cuore, pronta mille volte ad assumerli, quei voti...ma non mi è stato concesso. - - Da chi fuggite, allora? - Rolf di Schallbach la prese per le spalle, la scosse forte. - Da mio fratello. E’ un uomo potente e pericoloso, e mi odia - - Vostro fratello? Vi farebbe del male? - - Sì. Per l’amor di Dio, credetemi! Non avrei voluto mentirvi, ma vi sono stata costretta...non volevo mettervi in pericolo. So per certo che alcuni dei suoi uomini mi stanno cercando...e se mi trovassero qui, potrebbero mettere a ferro e fuoco il vostro feudo. Per questo, devo ripartire immediatamente...e cercare rifugio oltre le montagne, prima che sia troppo tardi. - - E come sopravvivereste, voi e la vostra compagna? - - Ho del denaro, e dei gioielli. Vedrete, ce la caveremo...abbiamo poche esigenze. - - Non dite assurdità - bruscamente, Rolf la lasciò andare. Verena barcollò. Comprendeva il suo disappunto, la sua evidente irritazione. Il suo caso era miserevole ed assurdo... e lei gli aveva mentito. Doveva crederla una vera sgualdrina...e forse non sbagliava. - Non lascerò che due donne sole affrontino un simile pericolo...e non permetterò che nessuno, fosse pure il diavolo in persona, venga e detti legge in casa mia. Qui sarete protetta, contro il freddo e contro gli uomini di vostro fratello. Quando verrà primavera, ed il bimbo sarà nato, ne riparleremo. Per ora resterete qui, e vi renderete utile. Starete accanto a mia figlia, e sarete come una seconda madre per lei. - - E non c’è nulla che potrei fare per voi? - gli chiese lei, e non era assolutamente ironica, né maliziosa. Semplicemente, aveva imparato che nel mondo degli uomini c’era sempre un prezzo da pagare. Rolf non la fraintese, e ciò lo fece infuriare ancora di più. Cominciò ad intuire ciò che quella donna doveva aver passato. - Andate, Verena. State prendendo freddo, e non vi fa bene - Lei annuì, troppo stanca per replicare, suo malgrado sollevata. Fino a che gli uomini di Alexander non l’avessero trovata, poteva godere di un rifugio sicuro. Natale, 1454.
itemi, Rolf...amate la vostra vita qui? - - In questa valle, dite? - le rispose lui, muovendo attentamente la torre. Le loro partite a scacchi erano solitamente interminabili...e di solito vinceva sempre lei. Ma non stavolta, giurò il cavaliere tra sé e sé. Lasciò a lei la prossima mossa, concentrandosi sul gioco. - Sì. E’ molto bello. Non ci sono contrade più belle di questa...anche se vi ho molto sofferto - Sollevò il capo al sentire il tono assorto della sua voce. Quella sera, Verena sembrava particolarmente distratta. Forse, era il peso della sua gravidanza, ora assai avanzata. Mosse la regina, e le dichiarò scacco matto. Verena si arrese, meno dispiaciuta delle altre volte in cui lui aveva vinto. - Non riesco a concentrarmi, stasera. Penso e ripenso al Natale - - Vi siete stancata troppo per organizzarlo - le disse lui, bevendo del vino. Erano soli nel salone, ed ormai quelle loro serate tranquille erano divenute una piacevole abitudine - Domani andremo a tagliare un ceppo nel bosco. E vi proibirò di assistere alla Messa. E’ troppo lunga, ed a mezzanotte fa freddo per voi. - - Forse avete ragione. - Verena sorrise. - Starò a casa con la bambina, e con Suor Clara, e vi aspetteremo bevendo del vino caldo e speziato. - - Verena...parlatemi di lui - Il mutamento nel tono solitamente sereno della sua voce non sfuggì alla giovane donna. Si irrigidì. - Lui... chi? - - Il padre del vostro bambino. - Verena si agitò a disagio sul suo scranno. - C’è poco da dire. Un mercenario venuto dall’Est. Un ungherese. E’ arrivato...e se ne è andato. - Rolf si chiese come si sarebbe comportato lui al suo posto. Voleva credere che l’avrebbe rispettata. Una giovane e bella badessa, che non era una suora...e che fosse stata completamente alla sua mercé. - Una sola volta? - Capì non appena pronunciate quelle parole che non aveva il diritto di chiederglielo. Verena non era la sua donna...e non era tenuta a svelargli alcunché della sua vita passata. Lui l’aveva accolta nella sua casa, e tutto quello che lei gli aveva rivelato sino ad allora sarebbe dovuto bastagli. Ma voleva sapere. - No - rispose lei, come al solito sincera fino alla crudeltà. - Vi prego, giochiamo ancora. Datemi la rivincita - - Vi manca? - insistette Rolf - Tornerà da voi? - - Non credo - rispose lei, evitando la prima domanda. - Vi prego... - - Che decisione prenderete, questa primavera? Potreste restare qui, lo sapete... - “Accanto a me”, avrebbe voluto aggiungere, ma non lo fece, per rispetto nei confronti del suo dolore...e perché gli sembrava imperdonabile aver già dimenticato la sua amata Doris. - Siete un uomo di valore, Rolf. Vi ammiro e vi rispetto. Buonanotte - La guardò andare via, fuggire, più che lui, la verità. Si chiese per l’ennesima volta se davvero meritasse la sua stima. E se fosse realmente migliore dell’uomo che l’aveva messa incinta...o di quel fratello crudele che la inseguiva per motivi tanto inspiegabili da apparire sordidi. E capì bene che non avrebbe esitato, da uomo qual era, a comportarsi in modo altrettanto egoista nei suoi confronti, se solo fosse stato necessario. II
a vigilia di Natale ad Heiserad coincise con un evento spiacevole, e dalle gravi conseguenze. Il grande salone era ormai completamente addobbato, e nelle cucine il cibo cuoceva piano. Vestita di rosso, Angela si spazzolava i capelli. Piano, con mano ferma, accompagnava il pettine d’osso sui lunghi capelli. Quando una delle cameriere venne a chiamarla, non ebbe esitazioni. Seguì il muro con le mani, lungo la traiettoria che aveva ben imparato a conoscere in quei mesi. Dalla stanza del padrone, si arrivava ad un lungo corridoio interno, ad una scaletta, e poi al camminamento esterno, più breve. Da sola, ormai sapeva percorrere quel breve tratto fino alla sala grande. Si aspettava già la voce di lui, irritato per il suo ritardo, o compiaciuto per il suo aspetto. Era stato lui a comprarle quel vestito rosso, come tutto il resto. E ci teneva ad ammirare ciò che le cose belle che le donava facevano di lei. Invece, venne spinta brutalmente da mani estranee. Una volta in cantina, l’accolsero urla irose. Le giovani donne la sfioravano con mani avide, toccando la stoffa preziosa che il loro padrone aveva donato a lei, soffiando come gatte infuriate. Hilda le si avvicinò più di tutte. Le sfiorò il collo con un oggetto freddo, di metallo. - Così il tuo amante smetterà di trovarti tanto bella...e tornerà a rotolarsi nel fieno con me, e con tutte noi! - Prima ancora che Angela potesse urlare, la giovane cameriera le afferrò i lunghi capelli e li tranciò di netto con una sola sforbiciata, lasciandoli cadere sul pavimento sporco ed umido della cantina. Angela non pianse. L’unica sua preoccupazione, mentre il cuore le batteva forte, era come avrebbe fatto a tornare da sola nella sala. E cosa avrebbe detto lui, il suo padrone.
rustatela - La voce gelida e controllata del principe Alexander risuonò netta nella grande sala. Le urla di Hilda si alzarono altissime, mentre chiedeva invano pietà. Immobile, pallida e bellissima nel suo abito rosso, con i capelli ormai corti coperti da un velo, Angela sedeva accanto al suo signore mentre la sua nemica veniva condotta ad una severa punizione. Tutti gli abitanti del castello, eccetto loro due, vi avrebbero assistito. Hilda sarebbe stata denudata fino alla vita, fatta inginocchiare nelle neve, e frustata senza pietà. Se non moriva prima, la sua schiena bianca avrebbe portato per tutta la vita i segni di quella crudele punizione. Gertrud fu l’ultima a lasciare la sala con gli altri. Non poteva smettere di osservare la perfetta solitudine che circondava il principe e la sua protetta. Cominciava a temere di trovarsi di fronte una nemica troppo forte ed astuta. Con le sue arie tranquille e riservate, la cieca le ricordava fin troppo la principessa Verena...e quando credeva che nessuno lo vedesse, il crudele principe Alexander la guardava esattamente nello stesso modo con cui Vargas aveva guardato la sua padrona. Astutamente, la cieca non aveva denunciato Hilda. Si era limitata a raccontare al suo amante le ragioni del suo ritardo. Lui aveva le sue spie nel castello, ed aveva immediatamente scoperto la verità. Tremando improvvisamente, Gertrud si chiese cosa le avrebbe fatto se avesse scoperto che era stata lei a suggerire quell’idea maligna alla povera Hilda. Ancora non sapeva perché avesse deciso di correre un simile rischio, manipolando quella stupida di Hilda, aizzandone la cieca gelosia. Decisamente, Gertrud non ignorava che ad intralciare le vite dei ricchi e dei potenti si potevano solo subire gravi danni. Eppure, era da un po’ che non faceva altro. Aveva cominciato con Andreas Vargas e la sua padrona...ed ora stava silenziosamente sfidando l’uomo più crudele che conoscesse, il principe Alexander, e la sua amante. Forse, perché l’ambiziosa Gertrud non sopportava più di doversi accontentare di umili fattori, ed avidi mercenari come l’emissario di Alexander, che aveva dovuto sedurre per farsi ricondurre ad Heiserad. Questa volta, il suo seno prosperoso e la sua mente pronta le avrebbero procurato il successo che meritava, e non solo un rapido, inutile rotolarsi nel fieno.
opo l’amore, Angela giacque con la testa sul petto del suo amante. Lui le accarezzò dolcemente i corti capelli, rimpiangendo quando - lunghi e serici - lo avevano intimamente accarezzato quando facevano l’amore. Alexander fissava il fuoco. La decisione era già presa...e faceva male. - Devi andare via, Angela - La cieca si sollevò su un fianco. Smarrita, volse il capo verso di lui. Lui vide sul volto di lei più di quello che lei avrebbe voluto mostrargli. Cercò di cancellare dalla sua mente razionale, ambiziosa, il pensiero di quello che le emozioni di lei potevano significare per la sua vita. Volontariamente, indurì il tono della sua voce. - Mi hai stancato - Senza altre parole, si alzò dal letto, e cominciò a vestirsi. Non aveva lottato fin da che era nato, il bastardo del padrone, con una serva per madre, per cedere così a sentimenti assurdi, irrazionali, pericolosi. Non ad un passo dalla propria piena realizzazione. Gli venne la nausea. Dannazione, la verità era un’altra, e la conoscevano entrambi, ne era certo. Angela non era al sicuro, ad Heiserad. Tutti la odiavano, tutti la invidiavano...e lei era assolutamente indifesa. Un apparente incidente, un gradino sconnesso ad arte...sarebbe stato così facile, e quelli erano tempi così difficili. Avrebbe perso il suo amore, ma non avrebbe messo a repentaglio la vita di lei. Per nulla al mondo. - Andrai via di qui. Ho un castello in Baviera...abbastanza lontano - - Da te, mio signore? - gli chiese lei, senza apparenti emozioni. Alexander si domandò cosa lei pensasse, cosa contenesse quel suo sguardo opaco, senza luce. - Addio, Angela - Angela non pianse. Non sapeva perché, ma la luce dentro di sé, quella luce che lui aveva acceso e che nessuno al mondo poteva scorgere, non si era ancora spenta.
e notizie del suo emissario giunsero quanto mai a proposito. Di cattivo umore e stanco, Alexander ascoltò il rapporto dell’uomo mentre faceva distrattamente colazione. - L’ho rintracciata. E’ stato difficile...ci sono volute molte domande e molto oro. - - Non essere avido, Vathek - lo rimproverò aspramente il principe - E parla - - La principessa Verena...vostra sorella...è ospite dal mese di ottobre di un signorotto della contrada di Sexten, un certo Rolf di Schallbach - - Ospite? E’ la sua puttana? - - Non credo proprio...la signora è molto incinta. Direi che mancano solo un paio di mesi...al lieto evento - Alexander si raddrizzò sulla sedia, imprecando. Incinta? Verena attendeva un figlio da quel mercenario di bassa lega di Vargas? Un possibile erede...un possibile rivale? - Stai scherzando, vero, Vathek? - L’uomo non osò far più che scuotere il capo. La furia del suo principe minacciava di travolgerlo. - Dobbiamo prenderla, e riportarla qui - - Ad Heiserad? - - Deciderò poi. Ciò che conta è che torni in seno alla sua famiglia...e non continui a disonorarmi in giro con il suo comportamento scandaloso. Quanto al piccolo bastardo, vedremo come liberarcene - - Ordinatemi, Altezza - Freddamente, Alexander si alzò da tavola. - Prendi un contingente doppio rispetto a quello che hai utilizzato sino ad ora. Recati da Schallbach ed esigi la restituzione della principessa...con le buone o con le cattive. E portala in Baviera. Ci incontreremo là, nel mio castello di Virth. - - La signora potrà viaggiare? - chiese dubbioso l’uomo di nome Vathek - Nelle sue condizioni, in pieno inverno... - - Non piangerei della sua morte....ma la voglio viva. Fate del vostro meglio, ma portatela fino a Virth. A qualunque costo - Il Principe Alexander non aveva ancora terminato la sua impegnativa giornata. Dopo aver spezzato il cuore alla sua donna, ed aver convinto uno dei suoi più fedeli compagni d’armi della propria crudeltà e bassezza, si accingeva ad esigere l’obbedienza più amara ad assoluta dalla persona alla quale doveva tutta la sua fortuna. - Madre, accomodatevi. Vi devo parlare. - La povera Karin non era del tutto tranquilla. Per quanto non avesse direttamente partecipato all’aggressione nei confronti di Angela, non aveva ignorato che quelle serve gelose ed ignoranti erano sul punto di preparare qualche brutta mossa in danno della cieca. E non aveva fatto nulla per fermarle. - Accompagnerete al castello di Virth, in Baviera, me ed Angela. Io poi andrò via...voi resterete là con lei. Vi affido la vita e la sicurezza di Angela...e la sua totale serenità. Sono certo che non mi deluderete. - Karin non poté impedirsi di trasalire. Solo la lunga abitudine alla dissimulazione, in presenza di quei potenti e crudeli padroni che erano stati prima il suo amante, e poi suo figlio, le venne in soccorso, ma le mani le tremavano per la rabbia repressa. - Non mi deluderete, vero? - insistette freddamente il suo figlio e padrone. - No...certo. Sarà per me come una figlia - - Bene. Partiremo domani stesso. Non portatevi dietro ricche vesti, né sfarzosi gioielli...la vita che si conduce in quel feudo in mezzo alle montagne è molto semplice, e solitaria. - Karin socchiuse gli occhi, facendo la riverenza di rito. Lui era il suo padrone. E lui le ordinava di dedicarsi interamente alla donna che ora odiava...odiava per aver osato disprezzare “lui”...un uomo talmente superiore! L’avrebbe obbedito...ed avrebbe odiato Angela più che mai, ma in silenzio...in silenzio, come aveva sopportato tutte le prove della vita, ed i soprusi degli uomini. Del resto, nessuno conosceva i reali sentimenti che quella povera cieca celava dietro ai suoi occhi senza luce. Quanto ad Alexander chi - conoscendolo - poteva dubitare della sua crudeltà? Quella sera, per la prima volta da settimane, Alexander si recò sulla torre dove suo padre, ormai moribondo, consumava gli ultimi scampoli di esistenza. L’uomo bello ed arrogante di un tempo si era consumato...restavano solo gli occhi grandi e dorati che entrambi i suoi figli, Verena ed Alexander, avevano ereditato...e tanta paura. - Vado a prendere Verena, padre - gli disse Alexander, certo che il vecchio non potesse capirlo. - Si è comportata molto male, in modo scandaloso...indegno di una principessa. Non credi che debba pagare per questo? - Il vecchio non rispose. Solo il suo respiro rado e pesante era udibile. Alexander si sentì scivolare addosso la paura di divenire come lui, solo e stanco nella sua torre, diviso da tutto il resto del mondo, stretto al suo titolo ed alle sue ricchezze. Amando male una donna nobile, sfruttando la devozione di una serva, rendendo tutti infelici. In silenzio si riavviò verso la sua stanza, in cerca di Angela. III
a mattina dopo, una fitta coltre di neve aveva ricoperto i campi intorno ad Heiserad. Nel silenzio invernale, appena scosso dal rumore della neve che crollava da un abete troppo colmo, la piccola carovana si mosse velocemente verso sud. Alexander cavalcava il suo baio alla testa del convoglio, girandosi ogni tanto per vegliare, apparentemente, sulla sicurezza delle dame che scortava. Apparentemente. Invero, nessuno ignorava come per Angela quello fosse un amaro esilio...e di certo non miglior favore presso quell’esigente padrone doveva incontrare sua madre Karin, se egli l’aveva condannata allo stesso destino. Angela non fiatava. Dritta sul suo cavallo, teneva con disinvoltura le redini, e respirava a pieni polmoni l’aria fredda e balsamica. Accanto a lei, Karin taceva, cavalcando con grazia una tranquilla giumenta bianca. Le due donne non avevano ancora scambiato parola. Ciò che era accaduto quella prima sera, quando Angela aveva espresso a Karin la propria opinione circa il comportamento del figlio di quest’ultima, le aveva irreparabilmente divise. - Signore, accelerate. La notte scenderà in fretta. - le ammonì freddamente il principe. Angela sapeva che avrebbero trascorso ognuna delle notti necessarie a giungere in Baviera presso le dimore di nobili vassalli ed alleati di Alexander. Egli non aveva amici...ma spendeva oro in abbondanza e si faceva temere. Non sarebbe certo mancata loro l’ospitalità. Ciò che non sapeva, era se lui l’avrebbe ancora cercata. Karin parve leggerle nella mente. - Sempre ansiosa di compiacere il vostro padrone, vero? - ironizzò, fraintendendo l’espressione tesa della giovane cieca. Angela non si voltò e non rispose. Sul suo bel volto candido non passò neppure un fremito che potesse tradire il suo pensiero. La sera breve di gennaio arrivò. Trovarono riparo e ristoro presso il castello di un vassallo di Alexander. La padrona di casa fu sorridente e compiacente, ed accompagnò le due dame ospiti in due diverse, accoglienti stanze, poco distanti l’una dall’altra. Stupita dal vedere che la cieca era - a suo modo - del tutto autonoma, la lasciò sola e si precipitò nelle cucine per commentare con le sue dame di compagnia quello strano caso. Fino all’ora di cena. Angela fu riaccompagnata nel salone. Le fecero prendere posto ad un’estremità del lungo tavolo di legno, e lei percepì subito, chiara come se qualcuno gliel’avesse comunicata, l’irritazione del suo padrone. Capì peraltro altrettanto presto che non ne era lei la causa. Semmai, ne era l’effetto la freddezza di lui nei suoi confronti. Alexander sedeva all’altro angolo del tavolo, ovviamente al posto d’onore. Al suo fianco era seduto uno straniero...almeno Angela lo giudicò tale dal suo strano accento. - Presentami quella bellezza dai capelli neri - esclamò a voce alta quest’ultimo. Angela sentì l’infinita riluttanza di Alexander nel rispondere all’estraneo. - Non è il caso. Parlami piuttosto di te, Max - - Insisto. E’ perfetta. Ma ha qualcosa di strano - - E’ cieca - disse solo Alexander, con disprezzo. - Non conta nulla. - - Dio, che bel giochino deve essere stata per te... - rise l’uomo - Ora capisco cosa ti ha trattenuto tanto a lungo ad Heiserad... invece di tornare ad esigere Verena. - Alexander non rispose. Angela non sentì il seguito di quella conversazione...se mai ce ne fu uno. Reggendosi al bordo della tavola, si alzò e si fece ricondurre nella sua stanza. Era riuscita a scordarsi di quelle parole di disprezzo pronunciate dal suo padrone, e ad addormentarsi, quando qualcosa la svegliò. Un rumore sottile, improvviso. Il suo padrone era tornato da lei. - Angela...spogliati - Si destò del tutto a quella parola crudele. Eppure, senza esitare, si sollevò sul letto, e cominciò a sollevare sul capo la semplicissima camicia da notte di cotone bianco che indossava. Nuda e perfetta, immobile, attese il tocco di lui, che conosceva così bene, che avrebbe riconosciuto tra mille. Una brezza fredda penetrava da una finestra mal chiusa, e faceva tremolare le calde fiamme nel camino di pietra. E lei tremò così nell’attesa. Fino a che quella bocca non fu sul suo collo, e lo percorse tutto, baciando la pelle di seta della giovane donna. E lei pianse. In silenzio, calde lacrime. Perché quella bocca, quell’odore, non erano quelli del suo padrone.
lexander vide quelle lacrime alla luce del fuoco morente. E non le poté sopportare. Pronunciò in fretta delle parole in una strana lingua straniera che lei non poté capire. L’altro uomo si allontanò da lei, quasi soddisfatto di essere stato interrotto. Angela non poteva smettere di versare quelle lacrime silenziose. E quelle lacrime, per il suo padrone, non potevano che avere un unico significato. “Non con un altro. Ti prego, non farmi questo. Non vendermi così alle mani ed alla bocca di un altro uomo. Mandami via da te, lontano, per sempre...ma non restare lì, immobile ed indifferente, mentre un altro mi fa quello che tu solo hai il diritto di farmi”. - Hai ragione - rise lo straniero - Non vale nulla. Andiamo, Alexander - Angela si sentì invadere da una strana, irrazionale gelosia al sentire quelle parole colme di dileggio e di intimità. Sì, intimità...quell’uomo prometteva al suo padrone un’intimità che riteneva che lei non fosse in grado di garantire...a nessuno dei due. Istintivamente, aveva capito tutto. Rimasta sola, si riavvolse nelle calde coperte, lasciando che la sua camicia giacesse in terra. Non si sarebbe resa ridicola cercandola a tentoni per terra. E se le serve di quel castello, il mattino seguente, se ne fossero accorte, bene, era un nuovo argomento piccante di cui discutere nelle fredde serate d’inverno. Ferita ed umiliata, ringraziò il Cielo - ed anche il suo capriccioso padrone - per averle risparmiato quella prova. Eppure, non avrebbe mai potuto perdonarlo per quello, per averle portato uno sconosciuto nel suo letto...ed ancor meno per essersene andato via con lui per tutta la notte, lasciandola sola e sconsolata, a chiedersi cosa ciò significasse per le loro vite.
nfuriato, Alexander passò gran parte della notte a giocare a dadi con Max Altieri. Incontrarlo lì, in quel castello poco distante da Heiserad, era stato un bruttissimo colpo. Negli ultimi mesi trascorsi con Angela si era sforzato di dimenticare Max, e tutto quanto egli aveva significato. Ritrovarselo davanti era stato un orribile richiamo alla realtà...alla sua realtà. Aveva conosciuto Massimo Altieri moltissimi anni prima, alla corte dell’Imperatore. Max era il giovane paggio di un potente nobiluomo romano, suo zio, ed Alexander faceva il suo apprendistato come cavaliere. Suo padre, il principe von Sturgau und Seizig, non l’aveva riconosciuto ancora come suo legittimo erede...e non erano molti quelli che lo degnassero di considerazione in quell’affollata e caotica corte. Altieri era stato gentile con lui, l’aveva bonariamente preso in giro per la sua goffaggine, per la sua rozzezza. Al contrario, Massimo Altieri sapeva tutto della vita raffinata e gaudente dei ricchi e potenti...e l’aveva introdotto in un ambiente esclusivo e decadente. Altieri l’aveva condotto da cortigiane raffinate ed esperte. Ripensandoci dopo, Alexander si chiese come avesse fatto a non accorgersene. Introdotto in quelle segrete alcove, Alexander aveva dato prova della sua prestanza fisica, della sua virilità. Di Max ricordava che....era sempre presente. Riservava qualche bacio appassionato ed esperto alla sgualdrina di turno, e poi lasciava che Alexander la possedesse, traendo grande piacere dalla visione di quegli amplessi. Non ricordava di averlo mai visto fare l’amore con una di quelle donne. Un’amicizia durata anni, senza ombre. Alexander era stato dapprima investito del titolo di cavaliere, e poi di quello di principe ereditario. Altieri aveva fatto carriera, era divenuto un diplomatico papale. Era sembrato del tutto naturale, ad Alexander ed a suo padre, pensare a lui come al promesso sposo di Verena. Ed altrettanto naturale, ad Alexander, precedere il suo amico nel talamo nuziale. Come aveva sempre fatto con le loro sgualdrine. Alexander era troppo ignorante per comprendere a fondo il significato della parola “incesto”. Quanto a Verena, non la considerava in nessun modo sua sorella. Erano così diversi, così lontani...lei, l’aristocratica principessina. Lui, il bastardo legittimato per convenienza, in assenza di un erede maschio che potesse difendere la proprietà. La desiderava come avrebbe desiderato ogni giovane donna sana ed attraente...e voleva umiliarla come testimonianza vivente della sua sconfitta, del suo peccato originale di figlio illegittimo. Ma non aveva pensato a lei come ad una sorella, mai. E del peccato, francamente non si curava affatto. Era certo di meritare l’inferno per il fatto solo di essere nato dall’unione tra una serva ed un principe. Poi, tutto era cambiato. Quando aveva tentato di possederla, e lui e suo padre si erano quasi uccisi per questo, aveva pensato che Verena dovesse pagare per la sua ostinazione, la sua sdegnosa alterigia. Avrebbe dato tutto al suo amico Altieri...tutto, ma non Verena. Altieri l’aveva preso in parola. Raggiungendo la sua stanza, barcollante per il vino bevuto, e per le ferite ricevute dal padre, Alexander vi aveva trovato Max. Nudo, il corpo perfetto come quello di una statua...i suoi nobili lineamenti romani, il suo aristocratico, indolente vigore. All’inizio era stato facile. Le cure che l’amico gli aveva prodigato, le carezze che si erano scambiati erano quelle di due atleti, di due amici, lieti della propria reciproca forza. Nulla di quanto stava accadendo rammentava ad Alexander il contenuto delle sue esperienze con le donne. Si erano toccati a lungo di fronte al fuoco, che gettava vivida luce sulla loro pelle, sui loro muscoli allenati e lisci. Ad un tratto Max, l’elegante, virile Max, si era rovesciato sul grembo di Alexander con un movimento improvvisamente femmineo, seducente. La sua bocca socchiusa, i grandi occhi chiari...avevano ricordato ad Alexander la fisionomia di una donna in amore, ansiosa di essere posseduta. - Farò tutto per te, mio Alexander. Tutto. Sarò il tuo alleato, in guerra ed in amore, e non ti negherò nulla, mai. Se solo mi dai questo. Questo che desidero da che ti ho conosciuto - In un altro momento, Alexander l’avrebbe respinto, forse colpito. Ma quell’accondiscendenza seducente da parte di un uomo che amava e stimava, di più, che ammirava per la sua intelligenza e la sua raffinatezza, lo aveva lusingato. Ignorante, ma non stupido, lo aveva accontentato. Rudemente, facendogli quasi male. Senza piacere ma anche senza disgusto, assaporando l’assoluto potere. Un potere che avrebbe immediatamente usato, impedendogli di sposare Verena. Quanto se ne era pentito, dopo. Quell’esperienza l’aveva segnato. Sì, aveva la collaborazione e l’alleanza più assolute di Max, ma a che prezzo! Max aveva dimostrato la sua lealtà raccontandogli tutto quanto stava succedendo tra Verena e quel Vargas, ma aveva anche preteso che quel simulacro di amore e passione tra di loro si rinnovasse. Non aveva peraltro richiesto più di quello, di godere del corpo virile ed asciutto di Alexander, e della sua forza, nel modo che Alexander preferiva, da assoluto dominatore. Fino a quella sera. Alexander non avrebbe mai fatto scendere in sala Angela, se solo avesse saputo della presenza di Altieri in quel castello, sulla strada per raggiungerlo ad Heiserad. Non aveva raccontato a quest’ultimo, nelle sue lettere, di lei, e di come solo possedendola avesse potuto riacquistare il gusto di un rapporto naturale e paritario, dove non vi fosse solo sopraffazione e potere da un lato, e concupiscente arrendevolezza dall’altro. Era strano, ma era stata proprio lei, cieca e povera, in balia del mondo e di lui, a riportare equilibrio nella sua vita, a temperare con la sua dolcezza la sua arroganza, a riportargli nel letto il mutuo scambio alla pari di due anime e di due corpi, senza dominio, ma con comprensione reciproca. Altieri era troppo intelligente per non capirlo da solo. E troppo innamorato, a suo modo sinceramente e profondamente, di Alexander, per non temerla. Max aveva voluto umiliarla. E ci era quasi riuscito. Aveva implorato ad Alexander di concedergliela. O almeno, di riportare in vita il loro abituale teatrino di un tempo: Max che baciava ed accendeva la sgualdrina presa a prestito, lasciandola poi ad Alexander per l’amplesso, della cui visione avrebbe goduto. Peraltro, nemmeno per un istante aveva frainteso il significato delle lacrime di lei, e dell’apparente disprezzo del suo amante. Ferito nel profondo, e pieno di desiderio, aveva seguito Alexander in quell’interminabile partita a dadi nelle ore più fonde della notte, pensando a come fare per convincerlo a ritirarsi nella sua stanza...insieme a lui. Albeggiava quando Alexander posò i dadi. - E’ tardi...tra non molto partiremo. E’ stato un piacere rivederti, Max...fermati pure ad Heiserad, se vuoi, quanto ti fa piacere. Sarò presto di ritorno - - Un bacio - implorò Max, sottovoce. La notte non era trascorsa invano. Sapeva che Alexander gli stava sfuggendo, che si vergognava di ciò che c’era stato tra di loro, che forse se ne era pentito. Ma sarebbe tornato da lui, ne era certo. Aveva ancora troppo bisogno di lui e della sua influenza, soprattutto se - come credeva - intendeva tenere segregata dal mondo la sua legittima sorella. - Dammi un bacio, Alexander, che possa portare con me. Non me ne hai dati mai - - Non erano nei patti e lo sai! - - Fallo come faresti un dono...ad un vecchio amico - - Non questo, Max - - Ti prego... - Alexander si chinò sull’amico. Sfiorò con le labbra la sua guancia, come talora si usava tra cavalieri. Ma Max voleva di più. Lo abbracciò e lo costrinse a posare le labbra sulle sue. Alexander imprecò e lo respinse, ma non prima di essersi accorto che qualcuno li stava osservando. Non poteva essere Angela...e degli altri poco si curava. La donna chiuse la porta dietro di sé, in silenzio. Il suo cuore si spezzò. Suo figlio, il suo meraviglioso padrone, amava la compagnia degli uomini...non si poteva biasimare Angela per averlo definito “demonio”. Karin sentì la delusione sommergerla...la delusione più cocente della sua vita, la più amara. Ora capiva tutto. Forse Angela era solo un paravento, uno stendardo steso a dimostrare al mondo una virilità inesistente. E la cieca, sapendolo, lo odiava. Ed odiava Karin, che l’aveva costretta a prestarsi a quel lurido gioco. In preda ad emozioni contrastanti, Karin si rifugiò nella sua stanza. Le fondamenta sulle quali aveva eretto la propria vita erano scosse fin dal profondo. E, già lo sapeva, le conseguenze sarebbero state terribili.
ngela incontrò nuovamente Alexander subito dopo il sorgere del sole. Sola nel giardino innevato del castello, respirava a pieni polmoni l’aria fredda e profumata di neve e di fuochi di legna, lasciando con i suoi passi incerti piccole impronte sul manto immacolato. Non aveva paura. Sarebbero presto venuti a cercarla per poter ripartire. - Mia signora...venite. Fa freddo e dobbiamo andare - Lei tese la mano guantata nel vuoto, e quella di lui la prese. Il calore delle sue dita nude le riscaldò l’anima al di là della pelle del guanto. Alexander la osservò a lungo in quel silenzio perfetto. Il cielo era coperto, la terra bianca di neve, gli alberi scuri spogli. E lei era bellissima, con il volto di neve coperto appena da un lieve rossore per il freddo, e gli occhi scuri ed impenetrabili nella loro inespressività. L’uomo si portò la mano guantata della sua dama alle labbra. - Perdonatemi, donna Angela. E dimenticate. Tutto quanto è successo ieri notte non ha nessun significato per le nostre vite. - Lei trasalì. Era la prima volta che Alexander si rivolgeva a lei come alla dama del suo cuore, con quella cavalleria cortese. Cercò di rintracciare nella sua voce l’inganno, la superficialità. Non trovò niente di tutto questo, ma solo un dolore sordo. Per il suo bene, si sforzò davvero di dimenticare la delusione, la gelosia, la solitudine della notte precedente. Non ebbe d’altronde modo di pentirsene. Quegli strani eventi, l’incontro con quell’uomo inquietante, vennero messi da parte per far posto ad una nuova fase del loro strano rapporto. Alexander si comportava con lei come il più devoto dei cavalieri. La trattava come una giovane dama, degna di ogni rispetto, e di ogni comodità. Karin osservava in silenzio quella strana evoluzione: era la prima volta che il suo dispotico figlio si interessava del benessere di qualcun altro al mondo. Le sue idee, già confuse, divennero ancora più incerte. Non sapeva cosa pensare. Forse che Angela si fosse rifiutata di contribuire ancora a quell’inganno, e che lui ne stesse comprando la compiacenza a peso di pubbliche gentilezze e cortesie da uomo innamorato? Sì, l’impressione generale era quella. Che il dispotico padrone si fosse perdutamente innamorato della sua schiava. L’opinione di Angela era diversa da quella di Karin al riguardo, ma non troppo. Anche lei pensava che, in qualche modo, Alexander intendesse farsi perdonare i fatti di quella notte, sebbene non ce ne fosse proprio bisogno, essendo lui il padrone. Ma, una sera, accadde qualcosa di sorprendente, che piombò entrambe le donne nello sconcerto più assoluto. Il lungo viaggio procedeva con semplici, brevi soste notturne. Un pomeriggio di fine gennaio, una nevicata particolarmente intensa costrinse la carovana dei viaggiatori a cercare rifugio presso un monastero benedettino. Il priore, uomo anziano e severo, pretese che tutti i viaggiatori si accomodassero nelle stalle, limitando l’ospitalità delle sue stanze al principe. Karin non si offese di non venire inclusa in quell’invito: non era la moglie legittima del padre di Alexander, ed era abituata da sempre ad un ruolo subalterno. Quanto ad Angela, grande fu la sua sorpresa, quando Alexander la presentò al priore. - Padre, accetterò la vostra ospitalità a patto di dividere la cella che vorrete destinarmi con la mia sposa. Vi presento la mia principessa, Angela dei principi von Sturgau und Seizig. - Il saggio priore li squadrò entrambi. Il principe e la cieca. Angela non avrebbe saputo dire se l’uomo avesse creduto loro. Era troppo stupefatta per reagire in un qualunque modo. Mai e poi mai si sarebbe aspettata da Alexander un simile riconoscimento pubblico. In ogni caso, fu il giorno più bello della sua vita. Lei ed Alexander furono introdotti nel refettorio dei monaci, ed accolti alla loro tavola. Mangiarono il semplice cibo ben preparato, e pregarono a lungo con i loro ospiti nella cappella di marmo intagliato. Angela non poteva apprezzare del luogo che l’atmosfera calda e raccolta, quel gran senso di pace, ma il monastero era un magnifico edificio, così come le celle che lo componevano e gli antistanti giardini. Fu con gioia e sollievo che infine i due giovani si ritirarono nella cella loro destinata. Per la prima volta, non ci fu imbarazzo. Mentre entrambi si coricavano nello stretto letto, sembrava davvero loro di essere una vecchia, consueta coppia di sposi, avezzi ad una grande, annosa intimità. L’intimità vera, quella che nulla ha a che vedere con il sesso, e tutto invece con la tenerezza e l’affetto. Coinvolti entrambi fino in fondo da quell’atmosfera inusuale, fecero l’amore con calma, teneramente, nel silenzio più assoluto, timorosi di svegliare i monaci. Alexander la baciò a lungo, senza tregua, anche durante l’intima unione. Angela si abbandonò a lui totalmente, con tutto il cuore. Ed entrambi conobbero tutta la felicità che agli umani è data conoscere.
’improvviso arrivo del messaggero non stupì più di tanto Alexander. Non immaginava infatti che quell’incredibile pace gustata la notte precedente potesse durare. La sua vita era stata un continuo susseguirsi di sfide crudeli, e non c’era posto in essa per una pace duratura del cuore. Angela era ancora nella sua stanza. Aveva mandato una delle donne del seguito ad aiutarla a rivestirsi. Lui aveva già fatto colazione nel refettorio con i monaci, e stava controllando i preparativi del gruppo per la partenza, quando l’uomo era arrivato. Era uno dei luogotenenti di Vathek, il suo emissario in Tirolo, ed a quanto pareva non portava buone notizie. - Altezza, sono onorato e felice di avervi trovato così in fretta. Sapevo che avreste seguito la via principale, avendo con voi delle signore, e non ho sbagliato. Vi porto notizie di Vathek: il signore di Schallbach non vuole cederci la principessa. Dobbiamo assediare il suo castello? - - Dannazione! - Alexander cedette alla rabbia. Dio, non riusciva proprio ad avere la meglio su quell’aristocratica mocciosa! Pareva che, ovunque andasse, Verena riuscisse a trovare nobili cavalieri pronti a tutto per difenderla dalle sue legittime pretese dinastiche...era lui il capofamiglia, e se avesse voluto seppellirla viva in un convento come in una prigione, la legge gli riconosceva il diritto di farlo! - E’ evidente che devo occuparmene io. Verrò con voi e con parte dei miei uomini direttamente in Tirolo. E risolveremo una volta per tutta questo problema. Chi è questo Schalbach? Che forze ha, quali alleanze? E’ protetto dal Vescovo di Schesselruth, o dall’Imperatore? Maledizione, avete almeno raccolto queste informazioni, prima di agire? - Il giovane cavaliere rimase senza parole. Vathek, il suo capo, non l’aveva certo messo al corrente dei propri piani. Ed ora, stava facendo la figura di uno sciocco di fronte al suo crudele padrone. Alexander si allontanò a gran passi. Scorse Angela di lontano, e si diresse verso di lei. La cieca non era sola, naturalmente. Ignaro dell’attonita dama di compagna, la afferrò tra le braccia, e le rovesciò il capo, impadronendosi della sua bocca. Angela chiuse gli occhi, senza capire più nulla. Sapeva solo che era tra le sue braccia, le braccia di quell’uomo dispotico che la notte prima aveva commesso peccato mortale riconoscendola davanti a dei santi uomini come la propria legittima sposa. - Angela, devo lasciarti. - le disse dopo, tenendola stretta, osservandole il volto perfetto, gli occhi senza luce, le labbra ancora gonfie del suo impetuoso bacio. Gliele accarezzò con il pollice, e poi le riprese la bocca con la propria. Semplicemente, non riusciva a lasciarla. Lei gli accendeva dentro un fuoco inestinguibile. L’aveva amata in quei mesi sempre con passione, qualche volta persino con brutalità, la notte precedente con inaudita tenerezza. Ma non gli bastava mai. Ed era comunque destinata a finire. Non sapeva se il suo handicap si sarebbe potuto trasmettere ai loro figli, in verità non lo credeva, sapeva di molte donne e uomini ciechi che avevano avuto figli perfettamente sani. Ma in ogni caso un principe von Sturgau und Seizig non sposava una donna senza denaro, amicizie potenti, influenza. Era semplicemente impensabile, nel suo mondo. Ma Angela era sua. - Mi precederai a Virth, con mia madre. Devo lasciarti, ora: i miei uomini mi attendono. - - Sì - disse lei, la bocca vicinissima a quella di lui. Sapeva senza bisogno che lui glielo spiegasse che si trattava ancora una volta della sua sorellastra ribelle, della principessa Verena. Non volle dirgli nulla, al riguardo. Lui era il suo padrone...e le proprie verità doveva trovarsele da solo, nel profondo del suo cuore. Alexander sapeva senza bisogno di parole ciò che lei pensava. E le era grato del suo silenzio. La baciò ancora. E poi, senza dir nulla, la lasciò, ripensando a quell’istinto naturale che l’aveva ricondotto a lei, dopo aver rifiutato l’intima alleanza di Altieri...e che l’aveva spinto a riconoscerla pubblicamente come propria sposa. IV
on intendo discutere con voi. Verena, ritiratevi nella vostra stanza. - - Ma, Rolf, voi sapete bene cosa rischiate! - Verena si sollevò a fatica dalla profonda poltrona, e fronteggiò il suo ospite. - Potrebbero assediare il vostro castello...potrebbero addirittura uccidervi, voi e la vostra gente! - - Siete mia ospite, siete sotto la mia protezione. Non vi consegnerò al vostro nemico...anche se egli è il vostro fratellastro - - Dovrete - profetizzò Verena. Odiava la propria impotenza: di nuovo, come era successo quando suo padre ed Alexander si erano affrontati per colpa sua, due uomini combattevano per lei. Lei che era solo una donna spaventata ed incinta, sola e disperata. E che non meritava l’aiuto di un uomo nobile e buono come Rolf di Schallbach. Il bambino non si sarebbe fatto attendere a lungo. La luna nuova si avvicinava, e con essa il momento del parto. Anche le montagne innevate, in quel giorno livido di fine febbraio, si ergevano come barriere impenetrabili dinanzi ai suoi propositi di fuga. Dio, se solo fosse stata libera di ritrovare la propria libertà, risparmiando al proprio generoso ospite quell’assurdo, crudele coinvolgimento! - Alexander ha il diritto legale di disporre di me, durante la malattia di mio padre. E’ il capofamiglia - - Ma egli non ha il diritto di farvi del male, e di importunarvi con le sue attenzioni incestuose! - - Incestuose? - rise amaramente Verena. - Ma mi avete guardato bene? Ora come ora non potrebbe farmi nulla - - Potrebbe fare del male al vostro bambino, però - Il volto di Verena si indurì - Non glielo permetterei, statene certo - - Non vi consegnerò a lui. Non parliamone più - furioso, Rolf chiuse la finestra di scatto. Al di fuori degli spessi vetri, si scorgeva sul vicino colle l’armata del principe von Sturgau und Seizig, giunto fin lì dalla lontana Westfalia, in pieno inverno, per riprendersi la sorella ribelle. Per quanto ammirato dell’abilità del suo nemico, che aveva saputo superare i valichi innevati senza perdere - a quanto era dato vedere - né un uomo, né un mulo, Rolf non intendeva cedere. Al contrario, ormai aveva deciso la propria linea di condotta. Avrebbe offerto il proprio nome, antico ed onorato, sebbene non così prestigioso, a Verena. Nessuno al mondo, dopo di ciò, avrebbe potuto legittimamente sottrargli la propria sposa. - No - disse solo Verena, intuendo i suoi più intimi pensieri, con quella preveggenza che più di una volta l’aveva stupito, in quei mesi durante i quali lei era stata sua ospite. - Non vi permetterò di rovinarvi l’esistenza per me. Non vi sposerò. Non sarebbe giusto. Accettereste, oltre a me, il figlio di un altro uomo, un uomo che non avete motivo al mondo per stimare. E poi, Alexander non indietreggerebbe neppure di fronte a questo legame. Metterebbe comunque le vostra proprietà a ferro e fuoco...e voi perireste nel tentativo di salvarmi. Rolf, ve lo ripeto: lasciatemi andare per la mia strada. - L’uomo si infuriò. - Dite la verità, Verena. Non è per altruismo che non intendete sposarmi. E’ per quell’uomo...quell’ungherese. In fondo, sperate ancora che torni da voi. - Verena nascose le lacrime. Era sola e disperata, e con le parole che ora avrebbe pronunciato si stava condannando da sola. Ma non poteva mentire a se stessa. E soprattutto non poteva lasciare che il generoso Rolf sacrificasse la propria vita e quella della sua gente per lei. - Sì. Sento che tornerà da me e da mio figlio - - Che Dio vi aiuti, allora, signora - replicò freddamente il cavaliere, allontanandosi da lei. Verena seppe di aver vinto solo metà della propria battaglia. Non era affatto detto che aver spezzato il cuore di Rolf bastasse a consentirgli con la coscienza pulita di riconsegnarla ad Alexander. Al contrario. Il malriposto senso del dovere dell’uomo l’avrebbe costretto a difenderla fino alle estreme conseguenze anche dopo quell’ umiliante rifiuto alla sua proposta. Non che non se la fosse aspettata. Verena non ignorava che Rolf l’ammirasse, nonostante ciò le sembrasse incomprensibile. Era goffa e grossa, sfigurata da una gravidanza di per sé assurda e moralmente inaccettabile. Lui pareva disposto ad aspettarla. Ad aspettare la nascita del suo bambino...e l’abbandono da parte di lei di folli speranze. Vargas. Verena si chiese se avesse o meno mentito a Rolf dicendo di attenderlo ancora. Non lo sapeva per certo. All’inizio, nei primi tempi della loro separazione, si era quasi sentita sicura del suo ritorno, e l’aveva atteso. Ma i mesi passavano, l’inverno arrivava, e non c’erano state notizie da parte sua. I mesi erano trascorsi - cheti e sereni da quando era ospite in casa di Rolf - ed il ricordo di quanto era successo l’estate precedente si era lentamente sbiadito, era divenuto come un inconsistente acquarello. Non riusciva a ricreare la sensazione del loro essere insieme, ma solo un lontano disappunto. Ed un’acuta delusione. Lui l’aveva ulteriormente violata, lasciandola sola con un bimbo in arrivo. Ma ora non poteva perdere tempo in sterili ricordi. Alexander e le sue truppe erano alle porte, e lei doveva trovare il modo per salvare Rolf e la sua gente da un conflitto tanto assurdo quanto sanguinoso. E doveva farlo subito, prima che il bambino nascesse. Tenendosi il ventre gonfio, duro per un’improvvisa contrazione, si precipitò in cerca di Suor Clara. Aveva un’idea, tanto ridicola da poter persino riuscire. Nessuno poteva entrare nel castello senza suo ordine e stretta sorveglianza, le aveva detto Rolf quella mattina, orgoglioso delle misure di sicurezza impartite ai suoi uomini. Entrare. Dell’uscire non aveva detto nulla. E quella era la sua unica speranza.
ell’alba livida Alexander era già in piedi, pronto per discutere con i suoi uomini il da farsi. Il castello di Schallbach era tutt’altro che imprendibile, ma aveva saputo che l’uomo - un modesto cavaliere - aveva nonostante ciò potenti amicizie alla corte imperiale di Federico III° d’Asburgo. Alexander ci teneva ad essere considerato un fedele suddito dell’imperatore malgrado la malevolenza che in passato i grandi principi come suo padre avevano dimostrato nei confronti del sovrano, per la politica troppo di favore esercitata da quest’ultimo nei confronti della Chiesa. Uno sgarbo alla persona sbagliata, di quei tempi, poteva costare caro. Alexander cominciava a chiedersi se Verena valesse davvero tutto quel disturbo. Una voce concitata li distrasse, ed il principe si allontanò dai suoi uomini. Il giovane luogotenente di Vathek - quello che gli aveva portato le ultime notizie di Verena - stava trascinando qualcosa di informe su per il sentiero. Trasalì quando si accorse di cosa - o meglio, di chi - si trattava. - Lasciatela sedere, mio signore. E’ stanca...e sta per partorire - Ansimante, la povera Suor Clara veniva su dalla collina. Era stata lei a parlare mentre Verena, mortalmente stanca, si appoggiava al ragazzo, che era stato così gentile da aiutarla a salire. - Verena - disse solo Alexander, incredulo. Era lei. I capelli lunghi poco più di quelli di Angela. Il viso bellissimo. Il corpo deformato dalla gravidanza. Ed abiti pesanti e di poco prezzo, quelli con i quali aveva già osato fuggire due volte, in pieno inverno. La prima volta dai suoi uomini, e dall’abbazia che era stata il suo dominio. La seconda, dalla comoda fortezza del suo salvatore, Rolf di Schallbach. Alexander capì subito tutto. La sua nobile sorellina...non avrebbe lasciato scorrere il sangue di innocenti. Era pronta ad abbandonare il suo unico rifugio, in quelle condizioni, nel freddo e forse anche nell’inganno...pur di non danneggiare coloro che l’amavano. Ciò lo fece infuriare. Sapeva d’istinto che Angela avrebbe fatto altrettanto. - Portate uno sgabello per la principessa. Svelti! - inveì. Fecero come aveva detto, e Verena si sedette, stendendo dinanzi a sé le caviglie gonfie. Dopo un istante, sollevò il suo sguardo senza paura sul suo nemico. - Non posso credere che tu l’abbia fatto davvero - osservò Alexander, meravigliato suo malgrado. - Lasciare quel Schallbach...il tuo unico rifugio - - Sono io il mio unico rifugio - rispose lei con fierezza. - Non sono più la donna che ricordavi, mio signore e fratello - Ad Alexander non sfuggì quella sottolineatura del loro innegabile legame di parentela. Erano nati da madri diverse, un intero mondo di convenzioni ed ipocrisie li divideva...ma erano fratello e sorella. Anche se erano sempre stati profondamente soli. Ripensò ad Angela. Per allora, doveva essere arrivata a Virth, sana e salva. Verena ne fu incredibilmente stupita. Si era aspettata tutta una serie di reazioni, da parte di lui: la collera, probabilmente, la soddisfazione per averla infine catturata, forse il disprezzo. Tutto, ma non quella. Alexander era distratto. L’aveva appena guardata, ed ora stava vistosamente pensando ad altro. Alexander non avrebbe potuto confessare ad anima viva i propri pensieri. Vedere così ridotta una donna fiera come sua sorella gli suscitava più che altro pena. Non riusciva ad impedirsi di immaginare che un giorno, forse, quello avrebbe potuto essere il destino anche di Angela. Sola, abbandonata da tutti, incinta, costretta ad arrendersi. I suoi pensieri divagavano. Cercò di tornare lucido. Doveva approfittare del tenero cuore di Verena, e sconfiggerla - sconfiggere la minaccia che lei rappresentava come legittima erede - una volta per tutte. E doveva cercare di non scatenare una guerra con un tipo pericoloso come Rolf di Schallbach. - Signora, dobbiamo decidere il da farsi - le disse freddamente, tornando in sé. - E’ ovvio che dovrete innanzitutto rassicurare il vostro ospite circa la vostra reale volontà di tornare in seno alla famiglia. - - E’ ovvio - ammise Verena, con una traccia di ironia. - Quindi, mi seguirete. Andremo a Virth, un nostro possedimento non lontano di qui, in Baviera. - - Non credo di poter viaggiare. - - Viaggerete, signora, credetemi. Vathek, vi affido la sicurezza della principessa, e la comodità sua e della sua compagna. Carta e penna, prego. - Sotto lo sguardo corrucciato del fratello, Verena scrisse un breve messaggio per Rolf. Cercando di risultare il più spontanea possibile, gli disse delle ragioni della propria fuga, da ricercarsi nel proprio autentico desiderio “...di riunirsi all’unico familiare che possedesse”, e della propria gratitudine per l’ospitalità squisita prestata a due donne sole ed in pericolo. Concluse ringraziandolo ancora una volta per la “generosa offerta di matrimonio” che lei, peraltro, “non si sentiva degna di accettare, per le note ragioni”. Alexander le strappò quasi il messaggio di mano, e lo diede a Vathek. Verena rimase quindi a fissare dall’alto della collina il cavaliere solitario che si recava nel vicino castello per consegnare la sua missiva priva di sincerità. Eppure, non rimpiangeva la propria scelta. Per tutta una serie di ragioni. Cercando di farsi forza, mangiò il cibo offertole dai soldati del fratello, e si accoccolò sul carro predisposto per trasportare lei e Suor Clara. Verso sera, quando erano ormai in cammino da ore, cominciarono le prime doglie.
erena partorì il figlio di Andreas Vargas in una locanda di montagna, mentre fuori dalle solide pareti di pietra infuriava una tormenta di inizio febbraio. Il bambino, che era nato in lieve anticipo sui tempi previsti, si rivelò un grosso maschietto di quasi quattro chili, con molti capelli scuri. Suor Clara aiutò la sua signora con inaspettata perizia...e confessò a Verena che, nella sua vita nel mondo, aveva servito anche da levatrice. - E’ una donna coraggiosa, la principessa - osservò Vathek al suo padrone, mentre attendevano nell’atrio della locanda di conoscere il sesso del nascituro. - Non un lamento - - Già - ammise pensieroso Alexander. Si chiese se fosse stato un maschio, e se in quel caso Verena avesse potuto avanzare a nome del bimbo pretese dinastiche. Dio, non lo avrebbe permesso. Non dopo quanto aveva dovuto sopportare per arrivare sin lì. - La mia signora vi attende - La voce di Suor Clara riscosse entrambi gli uomini dalle proprie fantasticherie. Alexander trovò Verena distesa immobile nel letto stretto, il viso pallido ma tranquillo. Il bimbo dormiva sereno tra le sue braccia, avvolto in uno scialle di lana. Verena pronunciò poche parole fredde, scelte con cura. - Mio signore, quanto vale la vita di mio figlio? - Alexander arrossì suo malgrado. - Quanto? - insistette Verena. Non sembrava una donna che avesse appena partorito: era lucida e precisa. - Il vostro definitivo abbandono, per voi e per lui, di qualunque pretesa sul nome e sul patrimonio dei von Sturgau und Seizig - Lei sospirò appena. - Un prezzo che sono prontissima a pagare. Alexander, non desidero altro. Dimenticarmi per sempre di voi...e della nostra famiglia. E lasciare che voi vi dimentichiate di me...e del mio bambino - - Per ora starete con me - insistette Alexander. - Vi dovete riprendere, è ovvio...poi decideremo. Un viaggio all’estero, forse... - - Una nuova vita - ribadì lei. - Sì. - Alexander non poteva non essere d’accordo. Il desiderio che un tempo aveva provato per lei si era spento da tanto tempo...se mai era esistito. E nella sua vita solitaria non c’era posto che per il potere e per il denaro. E per una donna cieca di nome Angela. - Ne parleremo. Ora dormite - Verena rimase sola con Suor Clara. Si strinse il bimbo al petto, e per la prima volta da tanto tempo pianse. Ora che erano sole, non poteva più celare il tremito nervoso che la scuoteva, la fatica di quelle continue finzioni. Si sentiva sola ed affamata d’amore...costretta a lottare senza tregua. E d’ora in poi, con quel bimbo, la lotta si sarebbe fatta ancora più dura. Se solo non avesse rifiutato la mano tesale da Rolf....Come intuendo il corso dei suoi pensieri, Suor Clara scosse il capo. - Avete fatto la scelta giusta, mia signora. Rolf di Schallbach non era l’uomo giusto per voi, e Vargas, ora... - - Non volete capire che Vargas non esiste più? - sbottò Verena. Poi, si calmò. - Scusatemi, Suor Clara...sono stanca, e non so cosa dico. Sì, naturalmente avete ragione. Rolf meritava infinitamente di più - La buona religiosa le prese il bambino in silenzio, e si allontanò per farla riposare. Ma Verena non poteva dormire. Suo figlio era appena nato, la sua vita era cambiata e per la prima volta - grazie all’avidità di Alexander - intravedeva un nuovo futuro. Lo sapeva crudele, ma non era un assassino, e non avrebbe ucciso la carne della sua carne, il sangue del suo sangue. Avrebbe mantenuto la parola data, se lei fosse scomparsa dalla sua vita abbastanza velocemente ed efficacemente. Grazie a Dio, non tutto era perduto. Avrebbe voluto dormire, ma non ci riuscì. Rivedeva suo malgrado con gli occhi della mente quello sguardo distratto di Alexander, il suo nemico...e capiva che anche lui, l’audace, crudele figlio bastardo, aveva un punto debole. Standogli accanto per un po’ di tempo, nel castello di Virth, avrebbe sicuramente scoperto quale. E Dio sapeva se aveva bisogno di qualche asso nella manica.
ontrariamente alle sue aspettative, ed a quelle di Angela, Alexander non accompagnò Verena ed il suo piccolo Michael a Virth. Il piccolo esercito del principe von Sturgau era infatti stato raggiunto da un messaggero a cavallo, latore di una missiva segretamente aperta da Alexander alla luce del fuoco da campo. Il contenuto di quella lettera era inequivocabile...e pieno di insidie. Nessuno dei suoi uomini era stato in grado di decifrare l’espressione del suo volto quando, impassibile, aveva impartito l’ordine a Vathek di accompagnarlo in una missione segreta, mentre il resto della truppa avrebbe condotto Verena ed il suo piccolo seguito nella dimora bavarese di Virth. - Così, ci separiamo, mia signora - I due fratelli si salutarono con freddezza, entrambi racchiusi in mondi irraggiungibili. Le verità apprese da quella missiva misteriosa bruciavano nel cervello di Alexander. - Così pare. Vi ringrazio in anticipo...per la vostra ospitalità. - si costrinse a rispondere Verena. - La quale durerà solo qualche mese, mia signora...il tempo di preparare il vostro trasferimento ad un’altra...e più appropriata dimora. - - Niente conventi, mio signore - replicò duramente la donna. - Non accetterò altro che l’opportunità di condurre una vita normale con mio figlio e Suor Clara. Questi sono i patti...e se vorrete che io cambi nome, lo farò. Ma niente più conventi. La farsa è durata abbastanza - - Sono d’accordo. - rise amaramente Alexander - Siete libera di comportarvi come la sgualdrina che siete, fuori dalla mia casa. E senza che portiate il mio nome - Verena strinse le labbra di fronte a quell’insulto...ed alle sue implicazioni. - D’accordo - gli disse solo, godendo del suo sconcerto di fronte all’apparente arrendevolezza alle sue pretese. Alexander e Verena si allontanarono così, senza maggior amicizia di quanta ce ne fosse stata sino ad allora tra di loro...e senza maggior acredine. Si scoprirono entrambi sollevati all’idea di aver raggiunto un tacito accordo, l’unico che avrebbe reso le loro vite sopportabili. Dimenticare l’uno l’esistenza dell’altro, e di essere stati un tempo una famiglia.
entre Verena ed il piccolo Michael si avviavano piano verso la loro temporanea dimora in Baviera, un cavaliere vestito di nero, giunto da molto lontano, arrivava alle porte del castello di Rolf di Schallbach. Le sue ultime indagini l’avevano condotto lì. Il suo padrone era potente, e la sua curiosità insaziabile, circa la sorte di quella misteriosa dama, un tempo badessa dell’abbazia di Neuschloss. Il cavaliere di Schallbach lo ricevette solo dopo una lunga anticamera e non volle conoscere neppure il nome del suo mandante. La risposta che l’emissario giunto dal lontano est ricevette fu rapida e bruciante, pronunciata senza rimorso dal biondo castellano, amareggiato e deluso dal tradimento di colei alla quale aveva offerto...tutto. Anche il suo nome. “Donna Verena è morta nel dare alla luce un bimbo, morto anch’esso. I loro corpi sono sepolti sotto la neve...e di loro non è restato altro alla luce del sole”. Inutilmente svolta la sua missione, al cavaliere bruno non restò altro che intraprendere nuovamente il lungo viaggio verso casa.
PARTE QUARTA LA FORTEZZA. . I Baviera Meridionale, marzo 1455.
a fortezza di Virth si ergeva ai primi contrafforti delle Alpi bavaresi meridionali. Il paesaggio non era molto diverso da quello tirolese...solo leggermente più dolce. O forse erano le prime timide manifestazioni della primavera a renderlo tale agli occhi di Verena, le giornate che si allungavano ed il sole che accendeva di foglie verdissime gli arbusti a bassa quota, ed apriva le bianche corolle dei primi fiori. Verena restò incantata a fissare la grigia mole di pietra della fortezza, piccola ma inespugnabile, posta su un colle che celava il vicino fianco della montagna. Aveva un fortissimo presentimento: che lì sarebbe stata finalmente felice, e che avrebbe goduto per un po’ almeno della serenità necessaria per poter riaffrontare, magari nella prossima estate, il lungo cammino verso una nuova vita ed una nuova identità, così come prevedeva l’accordo stipulato a malincuore con suo fratello. - Donna Angela vi attende, mia signora - le disse Stephan, il giovane luogotenente di Vathek che aveva condotto Verena ed il suo seguito attraverso le montagne. Verena sorrise. Sapeva che Stephan si era affezionato a lei, la bella dama dai modi gentili, ed al suo piccolo. Era un bravo ragazzo e meritava la stima di Alexander. Si era occupato di loro e del loro viaggio con competenza ed attenzione. - Chi è donna Angela? - gli chiese quindi, sentendo di poter parlare liberamente con lui. - Ehm...non saprei proprio come definirla - ammise il ragazzo, ansioso di evitare possibili gaffe con la sorella del suo signore. - E’ la donna del padrone - intervenne la voce rude di Vathek, comparendo dal castello per accoglierli. Verena se ne stupì. Sapeva che Vathek aveva accompagnato Alexander nel suo viaggio misterioso, e non si aspettava certo che loro la precedessero a Virth. - Lui non c’è - le disse francamente l’uomo, intuendo il corso dei suoi pensieri. - Mi sono fermato a Virth per assistere...donna Angela, e per occuparmi di un’altra...ehm, missione. Vi scandalizza quello che vi ho detto? E’ la sua amante...e lui ci tiene alle sue comodità - - Dovrei? - chiese Verena, con ironia malcelata. - Chi sono io per giudicare gli altri? Sono una ex badessa con un figlio illegittimo. Peraltro, non mi attendevo tutta questa sollecitudine da parte di Alexander per una donna che è solo la sua amante - - Lei non è “solo la sua amante”. La conoscerete... e capirete, mia signora - Nessuno disse altro, e Verena rimase in silenzio, curiosa di conoscere al più presto questa donna che, unica, aveva in qualche modo coinvolto intimamente Alexander, oltre il mero piacere dei sensi. Non si giustificava altrimenti la sollecitudine di quest’ultimo, e l’istintivo rispetto dei suoi uomini per questa donna. Ora capiva molte cose. L’indifferenza di Alexander...la sua “distrazione”. Lui non aveva fatto nulla per toccarla, dopo che lei aveva partorito. E sì che Verena si era ripresa con inattesa rapidità. Doveva esserci l’altra donna ad occupare i suoi pensieri. Che Dio la benedicesse, anche solo per quello. Ma ecco, ora la scorgeva. Doveva essere lei, quella bellissima ragazza bruna che avanzava piano, al braccio di un’attempata dama di compagnia, lungo il vialetto che conduceva dal portone principale allo spiazzo dove si erano fermati i cavalli del seguito di Verena. Quest’ultima fissò a lungo la giovane donna. Sorrideva, ma aveva un’espressione strana...come assente. Capì di che si trattava solo quando furono più vicine. Istintivamente, Verena lasciò il suo piccolo Michael nelle braccia di Suor Clara, e prese la mano della donna, la quale sollevò su di lei i suoi occhi senza luce. - Sono felice di conoscervi, Vostra Altezza. Spero che l’accoglienza che troverete qui a Virth sia di vostro gradimento - pronunciò lentamente la donna, quasi con reverenza. Verena si stupì della sua voce, dolce ma ferma. Mentre quegli occhi assenti...Dio, quella ragazza non ci vedeva! Ed era l’amante di Alexander! - Donna Angela...sono lieta anch’io di conoscervi. Vi prego...niente formalismi. Il mio nome è Verena. Dobbiamo essere come sorelle - Verena fu la prima a sorprendersi delle proprie stesse parole. Sorelle? L’amante cieca di un uomo crudele che stava facendo di tutto per distruggere ogni legame familiare con lei? Eppure, quella frase le era venuta dal cuore. Non c’era malizia in quella giovane donna non vedente, ne era certa. Era dolce, indifesa...ma non stupida. Aveva sentito tutto solo toccandole la mano, vedendola. Sarebbero state amiche, ne era certa. In un lampo, intuì la sua solitudine estrema, pari solo alla propria. Era sola, povera, cieca...in balia di un uomo come Alexander. Che forse, oltretutto, l’amava. Che Dio la proteggesse da un simile amore! - Verena, allora - acconsentì Angela, trattenendo tra le proprie la mano della sorella di Alexander. Parlava proprio come lui...aveva lo stesso accento, e le loro voci avevano, curiosamente, una simile risonanza al suo orecchio sensibile. E poi, profumava di buono. E c’era tanto dolore in lei...e per quello, non occorreva essere ciechi per rendersene conto. Chissà a cosa aveva portato l’incontro tra lei ed Alexander. Angela sapeva bene quanto lui l’avesse cercata, inseguita...e sapeva altresì che non c’era amore in lui per la propria sorella. Angela sentiva che, quanto a lei stessa, non avrebbe mai potuto odiarla. - Benvenuta - le ripeté, facendole strada grazie al proprio formidabile istinto di orientamento verso il castello. Verena ammirò la scioltezza con la quale la giovane donna si muoveva, nonostante il proprio handicap. E cominciò a sembrarle un po’ meno indifesa, soprattutto quando notò la reverenza con la quale la trattavano gli uomini del suo amante. L’amore di Alexander, a quanto pareva, si stendeva attorno a lei come una cortina protettiva anche quando lui era lontano. Verena sospirò. Quanto avrebbe dato per essere oggetto anche lei di una simile devozione! Angela ebbe tatto a sufficienza da non chiederle nulla circa le circostanze del suo arrivo a Virth. Con l’aiuto della sua dama di compagnia, la condusse fino alle sue stanze, non lontane dalle proprie. - Angela...vieni. Voglio farti conoscere qualcuno - Angela sorrise, e si avvicinò a Verena, seguendo la direzione della sua voce. Verena le prese la mano, e la condusse fino a toccare la culla di vimini nella quale si agitava piano il suo neonato. - E’ mio figlio...Michael. Vuoi tenerlo tra le braccia? - Angela annuì, senza parole. Verena prese il bimbo, e lo mise tra le braccia dell’altra donna. Angela sospirò al sentire il dolce peso del piccolo, e se lo portò al volto, coprendogli la testina bruna di baci. Non riuscì a trattenere le lacrime. Non riuscì a non pensare ad un figlio proprio...un figlio che non avrebbe mai potuto portare il nome del padre, anche se Alexander le avesse mai consentito di averne. Lei conosceva bene il suo odio istintivo per la parola “bastardo”, un termine che lo avrebbe marchiato, nonostante il suo titolo, le ricchezze ed il potere, sino a che avesse avuto vita. Verena capì quelle lacrime, le visse in proprio. Ed imprecò in silenzio, ancora una volta, contro le assurde convenzioni degli uomini, ed il loro ridicolo modo di concepire la vita. E contro tutta la solitudine ed il dolore che ne derivavano. - Ti prego...tienilo un po’. Voglio aiutare Suor Clara a disfare i bagagli - Verena si allontanò con una scusa, bruscamente, rispettando i sentimenti dell’altra donna. Angela si sedette con attenzione su di una grande sedia a dondolo, sempre trattenendo il bimbo con cautela, e cantandogli piano una canzoncina che aveva udito una volta ad Heiserad, quando un trovatore di passaggio era venuto ad allietare la tavola del principe Alexander. Pensò che, forse, era anche la sua cecità a trattenere il suo amante dall’avere un figlio con lei. A quanto le constava, nessun altro della sua famiglia ne aveva sofferto, ma chi poteva prevedere se un bambino suo sarebbe stato sano, oppure no...in ogni caso, era la prima volta che teneva tra le braccia un neonato, e se la sarebbe goduta. Ed al diavolo il pensiero di ciò che non avrebbe mai potuto essere! Quando Verena tornò, trovò Angela che cullava il bambino proprio nel modo giusto, per istinto. Quella visione la commosse. La ragazza era dolce, bellissima, pura. Alexander, per quanto corrotto, non poteva non amarla. In silenzio, restarono vicine, mentre il bimbo si addormentava. Entrambe non sapevano cosa il futuro avrebbe portato loro ma, per una volta, si sentivano meno sole.
el frutteto, le api ronzavano piano. Il mese di maggio si era tramutato in giugno, ed il piccolo stava cominciando a lasciare il seno della madre per le prime pappe. Verena non poteva fare a meno di pensare agli avvenimenti di un anno prima... sebbene sembrasse trascorsa da allora un’intera vita. Rivedeva confusamente, come in una storia narrata da altri, l’arrivo di Vargas all’abbazia, la sua violenta seduzione, il tumulto dei suoi pensieri. E poi, la fuga nelle nevi ed il lento periodo di guarigione morale trascorso sotto il tetto di un uomo che aveva saputo solo umiliare e respingere. In quei mesi, Verena si era peraltro imposta di non pensare troppo nemmeno al futuro. Il presente era pieno e colmo, e le bastava. Virth era un luogo incantevole, ora che l’inverno si era sciolto in primavera, e poi in estate. Per non parlare di Angela, quella deliziosa giovane donna che le era divenuta compagna, in un mutuo scambio di amicizia e conforto. Nessuno sapeva coccolare il piccolo Michael come Angela. E nessuno lo amava tanto. La giovane cieca possedeva - senza saperlo - un autentico talento per trattare con i bambini. Li adorava, e loro adoravano lei. Con Michael, in particolar modo, era tenerissima. Non poteva dimenticare che, nonostante ciò che lui potesse pensarne, era il nipotino di Alexander. La sua famiglia. E loro, Verena ed il bimbo, l’avevano accettata. - Non so far nulla. Sono proprio una donna inutile - protestò Angela, posando infuriata un ricamo appena abbozzato sul quale le sue dita, pur estremamente precise, non riuscivano ad avanzare con precisione. A parere di Verena, una cieca non sarebbe normalmente neppure stata in grado di tenere semplicemente in mano un ago...ma Angela non si dava mai per vinta. E sfidava sempre le convinzioni ovvie. - Non direi proprio - cercò quindi di consolarla. - Con Michael, ad esempio, sei bravissima. Non so come fai...ma intuisci ogni sua mossa. Quando si sta per svegliare, quando ha fame. Non saprei cosa fare senza di te. - - Dici davvero? - le chiese Angela, il bel volto soffuso di speranza. - Sì. - Verena le strinse una mano, siccome l’altra non poteva vederla annuire. La sua curiosità circa il rapporto della sua nuova amica con il fratello era grandissima...ma rispettava il riserbo di Angela, altresì imposto - a dire il vero - da quella situazione piuttosto delicata. - Abbiamo visite - le disse la cieca, volgendo il volto verso il castello. Ancora una volta, Verena si stupì dell’udito finissimo della ragazza, e seppe d’istinto che non sbagliava. Vathek si faceva infatti strada verso di loro...trascinando una donna. Verena rimase peraltro senza parole alla vista della nuova venuta. - Non mi aspettavo di rivederti...Gertrud. - - Nemmeno io, mia signora - le rispose la serva, con una certa sfrontatezza. Senza nessuna gentilezza, Vathek le diede uno spintone per spingerla ad inchinarsi. Con evidente riluttanza, la donna obbedì, guardando senza alcuna benevolenza le sue padrone...la badessa svergognata da un mercenario, e la sgualdrina cieca del suo signore. L’orgoglio spingeva Gertrud a quella reazione decisa. Era una serva, ma il suo padrone era il principe Alexander e non certo quelle due donne prive di onore. Quasi ci godeva a vedere l’altera Verena costretta ad implorare l’ospitalità del fratellastro, portandogli null’altro in dono se non un piccolo bastardo. Quanto alla cieca, poi, era noto a tutti come i suoi giorni di gloria fossero ormai terminati, avendola il suo capriccioso padrone confinata a Virth....dalle labbra di Gertrud uscì suo malgrado un improvviso, piccolo singhiozzo. Dannazione, anche il suo era un confino, allora! - Esatto - sghignazzò malignamente Vathek, intuendo il corso che i pensieri della giovane cameriera stavano prendendo - E’ qui che il padrone ti ha voluta. A far da serva alle sue signore - Gertrud lo fissò con freddezza. La partita tra lei e Vathek si era chiusa da un pezzo, quando lei, dopo mille moine e più di un ruzzolone nelle stalle, era riuscita a farsi ricondurre ad Heiserad. Ora, non le serviva più...e non aveva certo intenzione di riavviare quel vecchio discorso. Non sapeva perché mai il principe l’avesse voluta lì a Virth...ma l’avrebbe scoperto. Doveva semplicemente tenere a posto i nervi. - Sono...sono felice di essere di nuovo...al vostro servizio - Nessuna delle due padrone rispose. Nessuna delle due credeva alla sincerità di quelle parole. Angela aveva amaramente appreso di non poter contare su nessuna simpatia tra la servitù di Alexander. Quanto a Verena....non poteva ignorare il ricordo di quel seno sfacciatamente offerto a Vargas, sotto i suoi occhi ancora innocenti. Vathek si allontanò piuttosto divertito. Sarebbe stato interessante vedere quelle tre scannarsi...quanto a Gertrud, se si illudeva di averlo usato in passato, beh, si sbagliava di grosso. Si erano usati a vicenda...e per ciò che lo riguardava, non era ancora sazio. Com’era prevedibile, quella formosa servetta! Pur intelligente, ignorava la verità fondamentale. Che senza vero potere non si ottiene nulla, nemmeno con gli imbrogli e le lusinghe. Il potere della principessa Verena, ad esempio, la sua distinzione ereditaria. O quello di donna Angela...il suo fascino che aveva gettato un laccio intorno al collo del potente principe. Ma non Gertrud. Non era stato il primo, con lei, e sicuramente non sarebbe stato nemmeno l’ultimo. Minestra riscaldata. Angela ruppe il silenzio. - Volete accompagnarmi, Gertrud? Donna Karin mi aspetta nelle cucine per farmi assaggiare un dolce che intende preparare per il ritorno di Sua Altezza. - Gertrud ubbidì. Non le restava altro da fare. Verena si volse verso Vathek, inseguendolo lungo il sentiero, e cercando di suonare autorevole. - Il principe? - - Non so nulla di lui. - le rispose l’uomo. - Rilassatevi, principessa. Affari urgenti lo tengono lontano da qui. - Verena si inquietò suo malgrado. Non voleva pensare al futuro, eppure...presto, Alexander sarebbe tornato, e lei avrebbe dovuto decidere il da farsi. Non aveva ancora preso alcuna decisione al riguardo, ma non poteva ignorare il problema. Doveva studiare il modo per costruire una nuova vita per sé e per suo figlio.
asciati toccare. Sul seno, tra le gambe. Come all’abbazia - Gertrud arrossì suo malgrado per la sfrontatezza dell’uomo e lo respinse. Vathek rise e la spinse contro il muro umido e freddo della cantina. Le aveva teso un vero e proprio agguato, quando donna Karin aveva mandato la ragazza a prendere del formaggio...e si stava divertendo un mondo. - Facciamolo - le disse. - Dai, ne hai voglia anche tu - Infuriata, Gertrud lo colpì con una ginocchiata dove fa più male. Grazie alla sua prontezza di uomo d’armi Vathek riuscì ad evitare il peggio...sorridendo malgrado il dolore, la lasciò andare. - Chi aspetti, bella? Un principe? - - Credi che non ne sarei degna? - rispose lei, esasperata, mantenendosi a distanza di sicurezza. - Cos’hanno quelle due più di me? - - Niente - rispose l’uomo, tagliando con il coltello un pezzo di formaggio dalla forma che Gertrud stava portando in cucina, e portandoselo alla bocca. - Ma sono sincere. Loro stesse. Tu no - - Va al diavolo, soldato - gli disse lei, superandolo su per le scale. Era facile essere sinceri quando si nasceva belle e ricche...o quando si veniva scelte da un uomo potente come il principe. Ma lei non poteva permetterselo, semplicemente. Nemmeno di ammettere che, quel giorno, avrebbe volentieri sollevato le gonne per quel soldataccio in quella cantina fresca, anche solo per ritrovare la spensierata sensualità dei suoi giorni all’abbazia, quando - a suo modo - era innocente. E prima che arrivasse quel Vargas, quell’uomo così intenso da indurla ad assaporare per la prima volta i frutti amari dell’ambizione e dell’invidia.
II
isite al castello! - gridò l’araldo, e le porte si aprirono. “Alexander!” pensò Angela, precipitandosi quanto più velocemente poteva giù per le scale. Verena, al contrario, si chiuse bene nella sua camera, desiderando rinviare quello sgradito incontro quanto più possibile. Entrambe dovevano restare deluse nelle loro aspettative. - Felice di rivedervi, donna Angela. Ancora più bella di allora - Istintivamente, la cieca indietreggiò. Lei non si lasciava ingannare dalle voci: ciascuna di esse era unica, nella sua memoria, ed irripetibile. E questa era la voce del suo avversario più temibile. Non conosceva ancora il suo nome, ma sapeva che era il nobile romano che, quella tremenda notte, aveva combattuto con lei per l’amore di Alexander. - Vi porto grandi notizie. A voi ed alla principessa Verena. Su, siate brava. Non serbatemi rancore per quel nostro piccolo...scherzo - Impietrita, Angela comprese che si riferiva a quando, nel buio, lui si era sostituito al suo amante. Rabbrividì al ricordo, di disgusto e paura. Ecco, quali sensazioni le suscitava quell’uomo dal profumo ricercato e dalla voce elegante: disgusto e paura. - Vi aspetto per cena - cercò di dirgli, dominando tali emozioni al meglio. In quel momento, come rimpiangeva il dono della vista! Poterlo vedere, poter studiare il suo nemico, capire quali fossero i suoi punti deboli, comprendere infine il significato di bellezza e bruttezza, poterlo combattere...od anche solo potersi allontanare di lì in fretta, con alterigia, invece di dover studiare penosamente i propri passi su per il sentiero onde poter sfuggire la sua risata leggera e priva di sincerità. - Lui è qua - disse poi a Verena, senza fiato, quando fu riuscita con fatica a salire da sola le scale che conducevano alla stanza della principessa. - Alexander? - istintivamente, Verena strinse a sé il bimbo. - No....quel suo amico. Il romano - - Oh, mio Dio...Max Altieri - Verena si morse le labbra. Ricordava Max in cima a quel colle, all’abbazia, e lei che gli diceva “sono sopravvissuta”. E poi, l’amore nel bosco con Andreas... Non sapeva se desiderava o meno rivederlo. Non dopo che lui aveva assistito alla sua umiliazione. E non ora che la sua profezia circa le sue nozze con Vargas era miseramente naufragata. - Sì - disse solo Angela. - Lo conosci ? - - Era il mio fidanzato....e venne all’abbazia quando io...quando io ci vivevo con Vargas. - - Lo odi...per aver lasciato che ti chiudessero in quel convento? Per non averti strappato a Vargas? - - Forse l’ho disprezzato. Di sicuro, non ho compreso le sue azioni - - Ama Alexander - Verena sussultò. - Angela...che dici? In che senso...amerebbe Alexander? - - In tutti i sensi - Una lacrima le scese sul bel volto. - Lo ama....quanto e come lo amo io - Ecco, l’aveva detto. Per la prima volta. Non le pesava dar voce ai propri pensieri. Perché era da tanto che il suo cuore ed il suo corpo avevano appreso la verità. Alexander era un uomo impossibile, pieno di problemi e di rancori, ed era il suo padrone, e lei solo la sua schiava...ma lo amava. E quell’Altieri, maledetto, era il suo rivale. E lui anelava alle carezze di Alexander tanto quanto lei. Verena si sollevò, concentrandosi sulle parole di Angela. La raccolse tra le braccia e cercò di consolarla. Amare Alexander...una condanna, lo sapeva. Quanto a Max, tutto divenne chiaro. La sua compiacenza nell’abbandonarla, nel lasciarla in balia di Vargas...e le sue probabili confidenze ad Alexander, che avevano condotto i suoi uomini all’abbazia, in cerca di lei. Max era alleato di Alexander, e pericoloso sia per lei che per Angela. Verena non volle chiedersi se il suo fratellastro avesse, seppur in minima parte, acconsentito ai desideri dell’amico. No, non voleva sapere. Non ignorava che queste cose accadevano all’ombra delle corti, e nelle caserme. Ed ovunque ci fossero uomini lasciati a condurre una vita dove le donne non contavano, e non avevano valore che come merci di scambio. Sarebbe stata cauta, con Max. Gli avrebbe chiesto le ragioni della propria presenza a Virth, in assenza di Alexander. E si sarebbe difesa. Ed avrebbe difeso Angela, che egli doveva considerare come la sua più temibile nemica.
iete sempre bellissima, Verena. La gravidanza ha ulteriormente accresciuto il vostro fascino - Verena lo osservò alla luce delle candele, ricordando le cene all’abbazia, il suo imbarazzo di allora. Gli sorrise, senza calore nello sguardo. - E voi siete sempre così galante, Max. Quali novità ci portate dalla corte? - - Nulla che possa interessare due giovani dame così affascinanti. Vi prego, donna Angela, dovete darmi la ricetta di questa salsa. E’ fenomenale - - Non sono io che cucino. E non sono la padrona di casa...come ben sapete - rispose la giovane, senza scomporsi. Ogni tentativo dell’uomo di ingraziarsela non poteva che infrangersi sullo scoglio della realtà. Erano nemici...di più, rivali...e lo sapevano. - I turchi stanno di nuovo muovendo guerra al monarca ungherese, Verena. Egli ha raccolto a sé tutti i suoi migliori guerrieri...lo sapete? - - Max, parlate chiaro. - lo interruppe la donna, infuriata per quel suo astuto tergiversare. - Volete dire che Andreas Vargas è stato troppo occupato...per venire a riprendermi? - - Qualcosa del genere, sì - ammise l’uomo, sconcertato dalla fredda compostezza di Verena, dal suo parlare fuori dai denti. - Non vedo come la cosa vi riguardi - gli disse lei, continuando tranquillamente la sua cena. - Mi riguarda il vostro futuro...in quanto amico di Alexander - Era un attacco diretto a tutte e due le donne, e non lo ignorarono. Max stava forse mettendo le sue carte sul tavolo? - Il mio futuro, dite? - indagò Verena - Cosa sapete di Vargas, precisamente? - - Che vi cercava appassionatamente, mentre voi giocavate a mosca cieca tra le nevi con vostro fratello. Vicende familiari piuttosto tristi ed intricate l’hanno tenuto confinato nelle sue terre durante l’inverno, ma non abbastanza da impedirgli di mandare un suo emissario in vostra ricerca. Deve essere stato per lui un duro colpo apprendere che eravate fuggita dall’abbazia...e che neppure il vostro fratellastro sapeva dove trovarvi - Verena si impose di rimanere calma. Avrebbe riflettuto più tardi sulle implicazioni di quanto Max le stava dicendo...sempre ammesso che quella fosse la verità. Le aveva già mentito una volta, quando le aveva suggerito l’intenzione di Vargas di sposarla...e così non era stato. La partita in corso era troppo delicata per distrarsi. - Ed in che modo ciò dovrebbe riguardarmi? Nulla più ci unisce, lo sapete bene - - Insomma, Verena....lasciate tacere il vostro orgoglio. Alexander vuole disfarsi di voi...ed in Ungheria, invece, c’è un uomo che piange la vostra...ehm, scomparsa - Max rise come di un gioco segreto, tra sé e sé, e poi riprese. - E che non aspetta altro che di rivedervi. Quale miglior modo per voi di iniziare una nuova vita che raggiungere il padre di vostro figlio? - Verena si alzò di scatto. La sedia dietro di lei strisciò rumorosamente sul pavimento di pietra. - Basta con le vostre menzogne, Max. Davvero credete che io partirei così su due piedi per raggiungere un uomo che finora non ha dimostrato alcun desiderio autentico di riunirsi a me? - Max addentò un cosciotto di lepre, e le rispose sornionamente. - Quale altra scelta avete, mia signora? - Sconvolta, Verena si allontanò dalla sala. - Ed ora a noi due, donna Angela - La cieca sorrise con derisione. Era ignobile da parte sua far leva sui più segreti sentimenti di Verena, sulle sue paure e sui suoi desideri, per spingerla in una direzione quanto mai incerta, solo per agevolare i piani di Alexander. - Cosa volete da me, dunque? - - Instillarvi un po’ di saggezza, mia cara. I favori dei principi rapidamente s’accendono, ed ancor più rapidamente si spengono...ed è da molto che Alexander non vi onora più della sua compagnia. So per certo che affari molto urgenti lo trattengono a corte...cose molto importanti, che hanno a che fare con la sua successione...e con il futuro della famiglia von Sturgau und Seizig. Suo padre sta sempre peggio - - Siete onesto, non c’è che dire. Mi state suggerendo...di sparire? - - Di risparmiarvi ulteriori umiliazioni, sì. Di scomparire prima che il suo favore si affievolisca del tutto...e che il suo abbandono vi distrugga. Lo dico per il vostro bene...per carità cristiana. - Angela si alzò in piedi. - Andate al diavolo...voi e la vostra carità - Rimasto solo, Max finì allegramente la cena, congratulandosi con se stesso. Due piccioncine con una fava sola.
trette nel buio, Angela e Verena ascoltarono i grilli frinire, mentre cullavano a turno il piccolo Michael. Erano entrambe turbate a causa della visita di Max Altieri: inutile negarlo. Aveva saputo abilmente giocare, da quel raffinato diplomatico che era, con le loro più segrete emozioni. Aveva riportato nella mente di Verena, vivido e presente, il ricordo di Vargas, di lui che le diceva “Aspettami...tornerò a prenderti”. Ed aveva messo a nudo le più remote paure di Angela, la sua certezza di non essere altro che un passatempo ormai dimenticato per Alexander...ed il suo sicuro timore di essere, anche nella migliore delle ipotesi, inadeguata per lui. A questo punto, il tempo del riposo era per entrambe quasi scaduto. Verena sapeva che Altieri mentiva circa le ricerche che Vargas poteva aver fatto fare durante l’inverno...e poi, comunque, non trovandola per così tanto tempo lui doveva aver oramai rinunciato a lei. Restava da decidere il da farsi. Tornata in camera sua, Angela sospirò dalla stanchezza, aspettandosi quasi di ritrovarsi Altieri nel letto...come era stato quella famosa notte di lacrime ed umiliazione. - Shhh.... - Il sussurro le fece gelare il sangue nelle vene. Si girò di scatto, per affrontare coraggiosamente l’intruso. - Angela...sono io. Amore, vieni - Il cuore quasi le cedette, di schianto. Alexander. - Non voglio che Max Altieri sappia che sono qui anch’io, a Virth...e per il momento, neanche Verena - le mormorò il suo dolce principe, stringendola a sé disperatamente. - Angela...sono tornato da te. - - Sì - disse solo lei, cercando la sua bocca. Mille volte sì. - Amore mio...dimostrami quanto ti sono mancato - Si baciarono. Come affamati ed assetati, senza altre parole. Angela tremò tra le sue braccia, per la gioia di averlo per sé, per la certezza di averlo quasi perduto. Fu solo quando arrivò l’alba che si chiese, a mente finalmente lucida, perché il potente signore di Virth fosse giunto da lei in incognito, scavalcando una finestra.
uda presso la finestra, Angela spazzolava i lunghi capelli neri, godendo del primo calore del sole. Alexander l’osservava senza che lei se ne accorgesse, immobile, in perfetto silenzio. L’aveva vista svegliarsi, aprire gli occhi senza luce, alzarsi. L’aveva vista, le membra perfette, la grazia infinita, lavarsi accanto al camino, come una ninfa dei boschi, senza inutili pudori...senza peccato. E si era chiesto per l’ennesima volta dove avrebbe potuto trovare il coraggio, questa volta, di spezzarle il cuore. Visto che l’amava tanto. Dannazione! Non sapeva bene cosa significasse amare, ma faceva male! Cielo, se lo faceva. Vivere lontano da lei non poteva, e Dio sapeva se non ci avesse provato. Vivere con lei era ancora peggio. Faceva sorgere in lui desideri remoti, quasi inconfessabili...come quella notte in quell’abbazia, quando era stato felice di presentarla ai monaci come la propria principessa. E questo non era possibile. Tanto meno ora. Ora che Magnus di Woelstahl, cugino di Verena per parte di madre, aveva avanzato pretese alla successione dei principi von Sturgau und Seizig. Dopo aver saputo, naturalmente, che Verena era deceduta nel viaggio di ritorno dall’abbazia di Neuschloss al natio castello di Heiserad. Si pentiva ancora una volta di aver dato ascolto a Max. Aveva seguito il suo consiglio, ed aveva diffuso negli ambienti di corte, con l’aiuto di compiacenti alleati, la notizia dell’improvvisa morte di sua sorella, e questo per accelerare ancor più il proprio riconoscimento come unico erede della nobile famiglia Sturgau und Seizig. Ma ciò aveva fatto accorrere i cani affamati come quel Woelstahl, tanto sangue blu e neppure uno scellino. Che aveva sottoposto all’Imperatore la sua istanza, definendo Alexander niente più che un...bastardo. Angela. Tutto ciò lo allontanava per sempre da Angela...se voleva difendere la sua unica ragione di vita. La sua eredità. - Ti sei svegliato, mio signore? - gli disse Angela, sorridendo. Il suo finissimo udito aveva captato il suo sospiro. Si disse che lei era troppo intelligente per non intuire le vere ragioni del suo improvviso arrivo...ma nessuno dei due voleva ammettere la realtà. Era uno scomodo mondo, per viverci, quella realtà. Meglio la finzione. Lei era ancora la sua principessa, l’unica. Ed era libero di gridarlo al mondo intero. - Torna a letto, amore. Prenderai freddo - Lei ubbidì, incespicando appena nella coperta. Le tese le braccia, la trasse a sé. Affondò il volto nel calore della sua spalla, assaporando con la bocca la grana morbida e fine della sua pelle, il suo odore di donna, fresco e pulito, sensuale senza essere volgare. La donna perfetta. Perfetta tranne che per un piccolo, trascurabile dettaglio...che gliela rendeva infinitamente più cara. Si strinsero in silenzio. Con loro sollievo, udirono Altieri ed il suo seguito lasciare il castello. Nessuno dei due desiderava minimamente incontrarlo. E nessuno dei due era ancora pronto ad ammettere di fronte al romano quanto l’altro contasse. - Perché non usciamo? - le chiese Alexander, sorridendo suo malgrado. - L’estate è bellissima, qui a Virth. Vieni. Tu sentirai i profumi, e la carezza del vento...ed io ti racconterò come meglio posso ciò che vedo - - Sì - rispose lei, sentendo in fondo al cuore una malinconia sotterranea, eppur presente, che minacciava di avvelenare quel loro momento. Bisognava tenerla a bada, allora...far sì che non rispuntasse a minacciarli. Con l’aiuto di lui, devoto come la più devota delle cameriere, si vestì, ed insieme raggiunsero la sala dove tradizionalmente gli ospiti del castello consumavano la prima colazione. Verena quasi sussultò al vederli. - Salve - le disse brevemente Alexander, aiutando Angela a prendere posto al tavolo con la dedizione di uno sposo. - Buongiorno, Verena! - il sorriso della giovane cieca raccontava tutto a Verena, le diceva della felicità della sua amica per il ritorno dell’uomo. Quanto a lui, vide che il fratellastro evitava il suo sguardo. Quando Karin arrivò, ansiosa di riabbracciare il figlio, Verena si accorse dell’imbarazzo di quest’ultimo. Stava tenendo qualcosa nascosto a quelle due donne che l’amavano, era certo...per ciò che la riguardava, invece, il suo ritorno significava una cosa soltanto. Che, presto, sarebbe stata lei a dover partire, lasciando Virth per sempre. - Alexander mi porta a passaggio nei boschi - le disse Angela, felice. - Divertitevi - le sorrise Verena, cercando di non far scontare all’amica l’amarezza che pervadeva il suo rapporto con il fratello. - Angela...porta qualche fiore. Adorneremo la cappella - - Sì, è una buona idea - Alexander intervenne, dopo un lungo silenzio - Vostro figlio, signora? - - Michael sta benissimo, grazie. L’accoglienza della vostra casa è stata perfetta - Ad Alexander non sfuggì quella sottolineatura. Decise di ignorarla. Al momento, Verena era fortunatamente il minore dei suoi problemi. - Angela...andiamo. - insistette, ansioso di uscire di lì. Gli mancava il respiro...le trappole che lui stesso aveva approntato lo stavano stringendo alla gola. - Approfittiamo del sole ancora non troppo caldo. - - Sì...arrivederci, Verena! - Decisamente, la ragazza sembrava rinata. Verena era stupefatta della sua vitalità. Come poteva amare tanto Alexander, un uomo che l’aveva trattata non certo meglio di quanto Vargas avesse trattato lei? E quanto a lei, Verena...avrebbe mai avuto il coraggio, come le aveva suggerito Altieri, di andare a cercarlo...per chiedergli di mantener fede alle proprie promesse? Suo malgrado, l’idea si stava facendo strada in lei. In fondo, era davvero possibile che Andreas avesse inviato un emissario a cercarla, e che questi non l’avesse trovata, mentre lei era rifugiata presso la dimora di Rolf di Schallbach. Non erano poi passati molti mesi, da che Vargas l’aveva lasciata...e l’inverno era stato lungo e difficile, con molta neve, circostanza che aveva reso invalicabili i passi di montagna. All’epoca gli aveva creduto. Aveva creduto a lui quando aveva detto che sarebbe tornato...ed era fuggita dall’Abbazia per paura di Alexander, ingenuamente certa che lui sarebbe venuto a cercarla. Perché non rendergli le cose più facili, mettendosi lei in viaggio per raggiungerlo? La stagione era ancora bella, e le avrebbe consentito di viaggiare con una certa comodità, soprattutto se Alexander le fosse venuto in aiuto con un congruo sostegno economico. In fondo, gli restituiva per intero il diritto alla sua eredità...era il minimo che potesse fare per lei. Dio, quant’era sciocca a prendere anche solo in considerazione una simile ipotesi! Mordendosi le labbra, Verena osservò dalla finestra suo fratello accompagnare giù per il sentiero la sua donna. Era l’invidia per quell’amore a farle desiderare un assurdo ricongiungimento con un uomo che le aveva dimostrato - oltre ogni ragionevole dubbio - di averla dimenticata. Eppure, non poteva fare a meno di vedere del dolore anche in loro. Era come una nube che incombesse su quella splendida giornata di sole. - Angela - stava dicendo Alexander, accarezzando la guancia della ragazza. - Angela...io mi sposo - Lei non tremò. Fu come era sempre stata...la schiava ben avvezza a nascondere i propri veri sentimenti. Solo, le sembrò irreale di poter continuare a respirare. Di avere ancora fiato in corpo, ed orecchie per udire il canto degli uccelli. - Con una nipote dell’imperatore. E’...è un grande onore - “E ne ho bisogno più che mai” avrebbe voluto aggiungere l’uomo. “Soprattutto ora che quel verme di Woelstahl mette in dubbio la mia eredità”. - Sì, mio signore. E’ un grande onore - - Angela! - gridò disperato, mentre lei si alzava e si guardava intorno, spaesata, incapace, assolutamente incapace in quel momento, di ritrovare la via per il castello. - Non ti perderò. Verrai con me, sempre - - Con vostra moglie? Con la vostra...principessa? - gli chiese lei, ferita ed umiliata. - Non ti perderò - ripeté Alexander, incapace di lenire il dolore di entrambi. - Mi avete già perso - disse lei, senza altre parole, rimandando a dopo la disperazione, le lacrime. E fu così che finì. Rientrarono entrambi piano al castello senza parole, lentamente. Angela prese le sue povere cose, quelle che le appartenevano da prima...da prima di Alexander. E si trasferì nella camera di Verena e del bambino, adattandosi a dormire su di un pagliericcio, dopo aver per tanto tempo condiviso il letto del padrone. E ad Alexander, solo e disperato, non restò che affrontare Verena in quella che si sarebbe rivelata la sfida cruciale.
ltieri vi ha parlato? - - Sì...mi ha parlato. Le sue parole...erano parole vostre, Alexander? - Per una volta, Alexander decise di essere sincero. Aveva già spezzato il proprio cuore e quello di Angela...non c’era ragione per ferire ulteriormente Verena. Anzi, quell’informazione datale da Altieri, riguardo il fatto che Vargas l’avesse cercata durante l’inverno, poteva facilitare i suoi piani. - No. E’ la verità....Max è un uomo astuto e ben introdotto in tutti gli ambienti che contano. Se ha saputo questo, è vero. Se non foste stata così impegnata a sfuggirmi, vi avrebbe trovata - - Non avrei mai lasciato l’abbazia se il timore di voi non mi avesse costretta a farlo - - Come vedete, sbagliavate - - Per via di Angela - Alexander posò il bicchiere di vino sul tavolo, esasperato. - Cosa voglio da voi, lo sapete. Dovete sparire. Dovete morire...almeno formalmente. Ora, una buona volta, decidete cosa volete voi da me! - - Del denaro. Abbastanza per poter viaggiare comodamente. L’estate è appena iniziata....voglio andare in Ungheria. Voglio informazioni su Vargas, e sapere come rintracciarlo. Altieri ha ragione, in questo: ho un’unica chance, e me la voglio giocare. - Alexander riprese il bicchiere, brindò alla sua improvvisa decisione. Finalmente, Verena tirava fuori gli artigli che aveva sempre saputo che lei possedeva. - E’ presto detto. Vargas dimora con la propria famiglia nella tenuta di Zarcany, nell’Ungheria Meridionale. Sono una delle famiglie più in vista del Paese, non avrete difficoltà a trovarli. Vi devo dire per onestà che so per certo che Vargas ha grossi problemi domestici, al momento... - - E’ sposato? - gli chiese Verena freddamente, meravigliandosi della propria calma. - No. Ma è un figlio illegittimo - - Come voi - lo offese lei. - Come me - sorrise lui - Ed ha un fratello...almeno, lo aveva. Ora, suo fratello, il legittimo conte Zarcany, è morto durante un’epidemia di peste...e lui sta lottando per l’eredità - Verena rise suo malgrado. Il destino era buffo. Dopo aver combattuto per tanto tempo contro l’avidità di un uomo, il suo fratello illegittimo, si era innamorata di uno ancora più avido...ed altrettanto bastardo. - Sono lieto che abbiate ritrovato il buonumore. Quando partirete? - - Subito. Sarete così cortese da fornirmi una scorta, e denaro a sufficienza. Ed a proposito...porterò Angela con me - Il volto di Alexander si indurì. - No. Questo non posso permettervelo - - Non potete trattenerla con voi. - gli spiegò Verena, con calma. - Le avete spezzato il cuore...ed Angela non è donna da dividervi con un’altra, fosse pure l’imperatrice in persona. Ormai l’avete perduta...perché farle ancora del male? Con me starà bene. Sia io che il mio bambino l’amiamo e l’apprezziamo...di più, abbiamo bisogno di lei. Siate generoso per una volta, Alexander...e rendetele la libertà - - E’ stata mia con la forza! - ammise Alexander - ma mi ha amato per libera scelta. Il suo cuore me l’ha donato liberamente - - Ora dovete restituirglielo. Non siete più suo...e lei non vi accetterà mai se non interamente. - Alexander rimase in silenzio. Verena non gli stava dicendo nulla che non si fosse già detto da solo, in quelle lunghe notti solitarie trascorse da che aveva confessato la verità alla sua donna. Perché costringerla a soffrire accanto a lui...ed all’altra? Perché riservarle le umiliazioni che la vita impartisce alle amanti degli uomini sposati? Lei, così indifesa, e così forte insieme...perché spezzarla? Per la prima volta in vita sua, Verena vide suo fratello piangere. Una sola, lenta lacrima sulla sua guancia. Incapace di consolarlo, frenata da anni di malintesi e freddezze, si alzò e lo lasciò solo. Angela sarebbe venuta con lei in Ungheria, era deciso. Lui non avrebbe osato costringerla con la forza a rimanere...almeno, lo sperava.
a notte prima della partenza, i grilli frinivano piano. Verena scese nelle stalle con Stephan, il suo giovane scudiero, assegnatole da Alexander come capo scorta per il lungo viaggio, per controllare le loro cavalcature. Angela rimase sola, il volto appoggiato contro lo stipite della finestra, aperta sulla calda estate. Nella stanza vicina, appena oltre la porta socchiusa, il piccolo Michael dormiva sereno, la copertina stretta con forza tra le manine grassocce. Non aveva più rivisto Alexander, da quel giorno nei boschi. Lui aveva fatto di tutto per evitarla, e lei aveva apprezzato il suo tatto. Aveva saputo da Verena della loro conversazione, ed entrambe le donne avevano dedotto dal suo lungo silenzio che egli, infine, l’avrebbe lasciata partire. Angela si sentiva vuota ed infelice. L’unico sentimento che le riscaldava il cuore era l’affetto di Verena e del suo piccolo. Singhiozzò piano. L’aveva sempre saputo, che sarebbe finita così. Era naturale. Se lui non l’avesse amata, sarebbe comunque presto sorto l’oblio...quanto più confortante. Ma ora era peggio. Mille volte peggio. “Signore, perché mi hai reso cieca dalla nascita? Perché non mi hai dato la luce...per vederlo, e ricordare anche il suo volto?” Il leggero bussare alla porta la riscosse dai suoi pensieri. Doveva essere Verena. Dovevano andare a letto presto...per poter partire di prima mattina. Andò ad aprirla, muovendosi abilmente nella camera ormai familiare. - Angela...è la nostra ultima notte. - Lei trasalì, indietreggiando. - Angela...dimmi qualcosa - Le mani di lui si tesero a prendere quelle di lei, fredde come il ghiaccio. - Cosa vi devo dire, principe, che non sia già stato detto? Vi faccio...vi faccio tanti auguri di felicità. A voi...a voi ed alla vostra sposa. - - Angela - insistette lui, la voce calda, disperata. - Angela...ricordi quella notte all’abbazia dei frati...eri la mia principessa, Angela. - - Ma adesso non più - lei scosse il capo - Ora non più - - Ancora una volta, Angela - Lei si irrigidì, decisa per la prima volta in vita sua a respingerlo. Disperato, Alexander la prese per le spalle, e cominciò a scuoterla. - Te lo ordino, Angela! Sono ancora il tuo padrone! - Piangendo, lei si abbandonò contro di lui, soffocando i singhiozzi sul suo petto. La cotta di maglia che lui ancora portava dopo l’esercitazione serale le graffiò il volto, ma non importava. Oh, come l’avrebbe rimpianto, quel gentile padrone! I giorni belli e terribili di Heiserad, quando era stata la sua schiava ed insieme la sua regina...quando era stata l’unica donna che il principe Alexander avesse mai condotto nella propria stanza, quando loro due, insieme, avevano suscitato clamori ed invidie, e quando non c’erano stati né limiti né confini al piacere illecito di due amanti senza morale né sentimento...e quando il sentimento era nato lo stesso, nonostante tutto, malgrado loro. Lei sollevò il capo, lo guardò senza vederlo, gli parlò piano. - Alexander...sei stato il mio maestro e padrone, mi hai insegnato la vita e l’amore ed il dolore. Mi hai insegnato che, nonostante fossi cieca, avevo comunque un valore ed una funzione, quella di essere tua. Insieme a te...come quella notte all’abbazia. Ma ora mi lasci. E le altre lezioni le devo imparare da sola. - - Senza di me - - Senza di te - gli confermò. - Non farmi morire, portandomi in casa di un’altra donna che non potrà che odiarmi e disprezzarmi...ed odiare e disprezzare te, se le fai questo. Datti la possibilità di contrarre un buon matrimonio...un proficuo matrimonio, con figli legittimi e rispettati. - - Non riesco a lasciarti, Angela. Vorrei scrollarmiti di dosso, ma non ce la faccio. Ci ho provato in questi mesi...e ti ho cercato nei volti delle altre donne. Ma nessuna era come te - - Buon per loro. Sono povera e cieca, ma non sono senza cuore e senza sentimenti. Non posso perdere anche la mia dignità - - Io ho già perso la mia, Angela - Le prese le mani, si inginocchiò di fronte a lei. - Ti sto implorando, amore mio. Il tuo padrone è diventato il tuo schiavo. Prenditi la tua vendetta, fa di me ciò che vuoi...ma non mi lasciare. - - No. Non è possibile, e lo sai. - Angela si chinò, cercò la bocca dell’uomo e la baciò. Il gusto delle lacrime si mescolò a quello del bacio, e li ferì profondamente, perché ora la separazione stava diventando reale. - Ancora una volta, almeno - - Non qui - disse solo lei - Sono le stanze di Verena...e non da te. Mi si spezzerebbe il cuore. - - Al capanno sul fiume, allora. Ricordi? Ci siamo stati quel giorno, costeggiando i boschi - - No - disse lei, che di quel giorno tremendo non ricordava nulla. - Va bene. Ancora una volta...ma dammi tutto ciò che voglio, Alexander. Stavolta, dammi tutto - Lui trasalì, comprendendo le sue parole. Tutto voleva dire solo una cosa...la possibilità per lei di avere un bambino suo. Un rischio tremendo...lasciarla sola, a vagare per il vasto mondo, con in grembo un figlio suo, un bastardo esattamente come il padre... - Non posso - le disse solo, e la voce gli si spezzò. - Devi. A questa sola condizione. Ancora una volta - Alexander la prese in braccio...come quella prima sera. Troppo difficile condurla in giro per il castello per mano, troppo tempo...faceva prima a prenderla tra le proprie forti braccia, esile come un uccellino, resistente come un giunco. Il capanno sapeva di terra e di fiume, e di fiori pestati. La notte era calda e senza luna. Lui la fece adagiare sul suo mantello, e si tolse la cotta di maglia, scompigliandosi i folti capelli chiari. Le sollevò la veste di cotone tinto d’azzurro sul capo, e gliela tolse. Nuda, lei era ancora più bella. Accarezzò i seni perfetti, il grembo accogliente, i capelli neri che ora le sfioravano le spalle. Ricordò il dolore e l’amarezza che aveva provato quando l’avevano assalita nelle cantine, e ferita con quell’assurda umiliazione. E ricordò il suo silenzio quando avevano assistito al supplizio della colpevole. E ripensò a quando aveva dato per scontati la sua presenza ed il suo desiderio per lui. Come rimpiangeva quei giorni! E come temeva quella massa di ricordi, adesso che se ne stava per aggiungere un altro, il ricordo di una notte umida in un capanno sulla proda fangosa di un fiume, e del suo calore nel quale affondare, senza ritorno, e senza remissione. Dandole tutto, anche quello che più temeva. La possibilità di un assurdo futuro.
’alba accarezzò le torri di guardia di Virth, la serena fortezza tra i monti dove Verena aveva ritrovato la forza e la pace, ed Angela ed Alexander avevano perso l’amore. Il piccolo convoglio era già in viaggio. Stephan spronò i cavalli, e tutti si mossero, verso un futuro incerto. Dalla sua stanza, Alexander osservò le due donne andare via. Era un momento irreale, ed aveva solo voglia di gridare, per scoprirsi ancora vivo. Il cuore era intorpidito, come le sue membra. E non aveva più fiato. Aveva lasciato alla sua donna il suo seme, e la sua forza. Non gliene era più rimasta per andare avanti, in quel mondo freddo. - Copriti, Angela. Fa freddo, la mattina. - Angela annuì, e si sollevò il cappuccio sui bei capelli neri. Non aveva il coraggio di voltarsi indietro. Comunque, non avrebbe veduto nulla intorno. Era sempre buio, ed il buio si faceva sempre più fitto. Quanto a Verena, strinse i denti, e lanciò un sorriso di incoraggiamento alla buona Suor Clara, comodamente seduta su di un carro, con il bambino tra le braccia. Era nuovamente iniziato l’ennesimo viaggio. Da qualche parte nel castello, nelle stanze della servitù, Gertrud guardava verso l’orizzonte, chiedendosi perché mai il principe Alexander non avesse voluto mandarla via con le due donne e coltivando le più folli speranze. Sino a che si aprì la porta della piccola stanza soffocante, ed un soldato sogghignante comparve sulla soglia. - Hai capito, Gertrud, anima mia? Il principe ti ha voluto a Virth per un solo scopo! - - Essere la sua amante...al posto di quella smorfiosa cieca? - chiese la donna, speranzosa. Vathek rise, genuinamente divertito. - Sei incredibilmente sciocca, mia cara. E non capisci il cuore degli uomini. Sua Altezza ti ha voluta qui per donarti a me...come ricompensa per il buon successo delle mie missioni. E tu, ora, mi sposerai! - - Tu menti! - urlò fuori di sé la donna, tempestando il petto dell’uomo di pugni. - Io non sono una schiava...e non ti sposerei mai, nemmeno se fossi l’ultimo uomo al mondo - - Per il principe Alexander non vali di più - le disse con calma l’uomo, trattenendole facilmente le mani strette a pugno. - E diavolo se lo so perché mai ti voglio con me! - Furiosa, Gertrud si staccò dalla sua stretta, e tornò alla finestra. Ma non vedeva nulla dinanzi a sé, in quel radioso mattino, nulla se non il crollo di tutte le sue speranze. PARTE QUINTA LA TENUTA. I Tenuta di Zarcany, Ungheria Meridionale, Settembre 1455.
a tenuta di Zarcany era in festa. I gitani ballavano alla luce dei fuochi, fin negli angoli più remoti del vasto possedimento, uno dei più grandi di quella regione. Stephan fece fermare il suo convoglio all’ombra di un boschetto di profumati tigli, incerto sul da farsi. Era tardi, ed era un giorno di festa: due buone ragioni per rimandare all’indomani ogni tipo di indagine. Era ormai quasi del tutto certo che il conte Zarcany, il proprietario di quegli enormi dominii, fosse l’uomo che stavano cercando, già noto come principe Vargas. Ma la principessa Verena e la sua compagna cieca erano stanche, e non era il caso di procedere. Non lontano di lì, si stendeva un minuscolo, lucente specchio d’acqua. Il laghetto aveva rive erbose, ideali per bagnarsi. Forse, alle sue signore non sarebbe dispiaciuto rinfrescarsi un po’ dopo cena. Viaggiavano da alcuni mesi, lenti e costanti verso la meta. Pareva incredibile, ora, esserci giunti...e tutti i componenti del convoglio temevano ora un errore, un possibile malinteso. Più di tutti, Verena. Ogni miglio che attraversava diveniva più nervosa. Si interrogava circa il buon fine di quella incredibile avventura...e temeva il peggio. Vargas poteva essere lontano...poteva combattere contro i turchi. Poteva addirittura essere morto o, nel caso migliore, essersi completamente dimenticato di lei. E lei aveva puntato tutto quello che possedeva su quel piatto. Vedeva e rivedeva nella propria mente il momento del loro incontro. Si immaginava splendidamente abbigliata, con le belle vesti che si era fatta fare a Virth, porgergli con orgoglio il loro bellissimo bambino e godere della sua ritrovata devozione. Ed ora non mancava più molto. - Andranno avanti tutta la notte - le disse Stephan, aiutandola a scendere da cavallo, e tenendola per un braccio mentre lei muoveva i primi passi, indolenzita dalla lunga cavalcata. - Li conosco, questi zingari...sono capaci di ballare ore ed ore. E suonano divinamente...li sentite? - Verena annuì, troppo esausta per rispondere. Angela la tirò per una mano. - Vorrei andare con Suor Clara al lago...mi ha detto che ce n’è uno qui vicino. Devo lavarmi - - Anch’io. Vai pure...ti raggiungo - Mentre gli uomini preparavano l’accampamento, Verena cominciò ad aiutare Dieter, il cuoco, con lo stufato serale. Le lunghe settimane di viaggio avevano portato ad una naturale distribuzione dei ruoli e, mentre Angela si occupava del bambino, Verena dava una mano agli uomini della scorta. Esausta, si accomodò quindi contro il tronco di un albero. Angela stava tornando dal lago, rinfrescata e sorridente. Verena era lieta che, in qualche modo, la ragazza avesse ritrovato la propria serenità. Durante tutto quel lungo viaggio, nessuna delle due aveva più fatto cenno ad Alexander, e non sapevano più nulla di lui. Probabilmente, si era già sposato con quella nobile austriaca, ed era felice del potere ottenuto. L’unico momento di tensione era stato quando, a poche settimane dalla partenza, Verena aveva trovato Angela piangente nella piccola camera che avrebbero diviso per la notte in una locanda sul percorso. La ragazza teneva in mano i propri mutandoni umidi, e piangeva. Verena, senza parole, aveva osservato l’indumento alla luce del lume, e vi aveva scorto le inequivocabili macchie brunastre del sangue rappreso del ciclo mensile. Avrebbe voluto consolarla, dirle che era meglio così, che non fosse rimasta incinta. Ma non sapeva proprio cosa dirle, non lei, che conosceva la gioia di avere un figlio. Dopodiché, Angela si era ripresa. E, almeno sembrava, non pensava più così ossessivamente ad Alexander. - L’acqua è bellissima, Verena! Fresca...dolce...provala anche tu! - - Sì, perché no - Verena si alzò, la schiena anchilosata e le gambe doloranti. Raggiunse in pochi minuti la sponda del lago, che era davvero incantevole alla luce della luna. Con improvvisa voluttà, pigramente, si tolse l’abito di cotone sgualcito, e lo lasciò in un mucchietto ai piedi di un masso. Sapeva bene che nessuno dei suoi uomini avrebbe violato la sua privacy: ne avrebbe approfittato per un bagno completo. Si tolse la camiciola, ed i mutandoni, e si tuffò nell’acqua piacevolmente fresca in quella calda notte d’estate. Con gioia, si riavviò con le dita i capelli ormai lunghi sulle spalle, e godette sensualmente della carezza dell’acqua. Arrossendo, sentì un brivido di piacere scuoterla, rammentandole il calore delle carezze di un uomo...di un unico uomo. Non per la prima volta in quei lunghi mesi percepì un acuto desiderio, il desiderio tutto carnale di una donna per lungo tempo privata dell’amore fisico. Più dei baci, più delle carezze...il desiderio del sesso del suo uomo, duro e pulsante dentro di lei, instancabile e deciso. L’acqua scrosciò intorno a lei, rompendosi in cerchi concentrici. Si girò di scatto, ansimò. Un uomo era davanti a lei. Un uomo scuro ed alto, con capelli neri e lunghi sul collo. Un uomo che stava pronunciando parole in una lingua straniera, a lei sconosciuta...e che chiamava un nome. Ecaterina. Impietrita, osservò lo sguardo dell’uomo sul suo seno nudo, messo sensualmente in risalto dall’acqua trasparente. In preda allo schock, lo riconobbe. Era Andreas. Nudo di fronte a lei, altrettanto nuda, in un laghetto in capo al mondo, assolutamente identico a come lo ricordava, se non fosse stato per i capelli più lunghi, che gli davano un’aria gitana, ancor più conturbante, e per una nuova cicatrice sul petto, che doveva essere il ricordo di più recenti battaglie. Anche lui la riconobbe. E non credette ai propri occhi, perché non aveva motivo al mondo di saperla lì, nei suoi dominii, in Ungheria, nuda nel suo lago, il lago dove aveva condotto tutte le sue amanti. E dove Ecaterina lo aspettava per festeggiare la loro notte di nozze. - Verena...devi essere un’allucinazione - disse in tedesco, forte, per disperdere quell’immagine assurda, che giungeva da un passato lontanissimo a tormentarlo. - Tu...tu sei morta. Tu ed il tuo bambino - - Andreas - sussurrò lei, in preda a mille emozioni contrastanti. - Andreas, che dici...sono io, Verena. E sono viva - L’uomo le si avvicinò, le sue gambe si allacciarono a quelle di lei sott’acqua. Il silenzio perfetto, rotto appena dal suono lontano dei tamburi e degli strumenti a corda, li avvolgeva come una nube. Per lui era sogno, e per lei realtà. La bocca dell’uomo coprì la sua, dura ed insieme morbida, irresistibile. Con un gemito di desiderio folle, insoddisfatto per troppo tempo, Verena gli si arrese. Con forza, il soldato la spinse contro la riva, e la rovesciò sotto di sé, facendole appoggiare il capo sul mucchietto formato dai suoi vestiti. Senza preliminari inutili, le aprì le gambe, mentre lei gemeva forte, vinta da un desiderio oramai fattosi irresistibile. E si spinse in lei, con grande vigore, facendole male, dopo il lungo tempo trascorso. Le mani di lei corsero sulla sua schiena, artigliandola, stringendola, mentre l’amplesso diveniva torrido, irresistibile. Il piacere li travolse, un piacere assurdo, dimenticato eppure ritrovato. Verena rovesciò il capo all’indietro, urlando così forte che rischiò di farsi sentire dalla sua scorta. E poi, la realtà le si ruppe intorno. E tornando in sé, si vide com’era...nuda ed aperta come un fiore, alla sua mercé, sulla riva erbosa di un lago. Avendogli già dato tutto prima ancora che lui lo chiedesse. Si tirò su di scatto, sconvolta. Di sé, di lui, della loro reazione. Delle sue parole. Prima le aveva udite, ma non ascoltate, le erano semplicemente fluttuate intorno, mentre facevano selvaggiamente l’amore, nudi e liberi come Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. Ma ora le risentiva. Quel nome, Ecaterina...lui, nudo e voglioso in quel lago, attendeva un’altra donna, quella notte. La gelosia la ferì dentro come un coltello, mentre i loro corpi ancora non si erano separati. Ma con chi aveva creduto di fare l’amore, Andreas? Con un fantasma? E cosa voleva dire con quelle parole...lei ed il suo bambino morti? - Dio, signora, come siete... calda. Se è un sogno, non mi voglio più svegliare - Lei se lo scrollò di dosso, sconvolta. - Andreas...arriva gente. Devo vestirmi - Lui si alzò, nudo e terribile, e la coprì con il suo corpo mentre lei si infilava freneticamente l’abito sgualcito e consunto che aveva indossato per il lungo viaggio. Con sollievo, Verena si accorse che si trattava di Stephan, che doveva aver udito il suo grido e che aveva temuto un aggressione. - E’ tutto a posto, Stephan. Io ed il signore...stavamo solo parlando - Facendo sforzo su se stesso, il giovane si impose di non dire nulla. La situazione, per quanto assurda, era chiara. Anzi, chiarissima. L’ungherese non stava facendo nulla per coprirsi, e Verena stava ancora lottando con i bottoncini dell’abito. - Stephan...il principe Vargas si prenderà cura di me. Tornate pure all’accampamento. Arrivo subito - Il giovane scudiero si inchinò e si allontanò, tenendo per sé lo stupore per quella scena pazzesca. A quanto pare, avevano già trovato il signore di quelle terre. Assai prima del previsto. - Chi è...quel cucciolo? E cosa ci fa qui con te? - - Quel “cucciolo”, come dici tu, è il capitano della scorta che mi ha condotta sin qui dalla Baviera. - Verena arrossì: se lui era perfettamente a suo agio in quella tenuta adamitica, per lei non era lo stesso. - Copriti, Andreas...non riesco a parlarti se tu stai...così - - Mi stupiscono questi tuoi pudori, dolcezza, dopo l’accoglienza che mi hai riservato - osservò lui sarcasticamente, ma raccolse i calzoni del suo abito della festa, e se li infilò. Poi, si passò una mano tra i lunghi capelli neri, ancora lucidi d’acqua, e l’osservò. Era lei. Ed era reale. Era Verena. Ed ora, dannazione, doveva spiegargli tutto. - Non ora - implorò lei. - Non così. Lascia che torni dai miei uomini...saranno in ansia per me. - Lui l’afferrò per un braccio, con una stretta ferrea. - Non andrai da nessuna parte, Verena, non prima che tu mi abbia raccontato tutto quello che ti è successo da che hai lasciato l’abbazia in ottobre. E comincerai con lo spiegarmi perché la tua tomba e quella di mio figlio sono nel castello di un certo cavaliere, Rolf di Schallbach! - Verena arretrò. Andreas sapeva di Rolf! Quindi era vero, l’aveva fatta cercare...e per qualche motivo che ancora ignorava, Rolf aveva detto al suo emissario che lei ed il bambino erano morti! Non riuscì a riaversi dalla sorpresa in tempo per rispondere. Una donna bellissima, vistosamente abbigliata con uno splendido abito da sposa, li raggiunse. La luna traeva riflessi azzurrini dai suoi capelli corvini...e lei era palesemente infuriata. - Sono lieta che tu sia così ansioso di trascorrere la nostra prima notte di nozze insieme, mio principe. Vedo che ti sei già spogliato. Ora, non ti resta che mandar via quella stracciona. - Verena sussultò. Andreas imprecò in una lingua sconosciuta ad entrambe le donne. Volse lo sguardo da Ecaterina, furiosa per l’intromissione di quella sconosciuta in quella che doveva essere la “sua” notte di nozze, a Verena. Capì d’intuito che in quell’istante si giocava il futuro di tutti e tre. Tutto dipendeva dalla sua reazione. Se avesse respinto Verena, in quel momento, l’avrebbe persa per sempre. Ne era sicuro così come sapeva di aver fatto l’amore con lei pochi istanti prima. La prese per un braccio e la tirò in mezzo alla radura, sotto la luce della luna. Sotto lo sguardo incredulo di colei che era a tutti gli effetti la sua legittima moglie, Ecaterina Andrassy, già contessa Zarcany, le prese una mano e la baciò teneramente, con devozione. - Ecaterina...ti presento la principessa Verena von Sturgau und Seizig. - Le due donne tacquero, incerte. La voce netta dell’uomo le sorprese. - Ah, a proposito...è lei la donna che amo -
a costernazione delle due donne fu tale che per qualche istante nessuna delle due parlò. Rimasero ad osservarsi in silenzio, inevitabilmente nemiche. Verena cercò di aggiustarsi intorno al corpo le pieghe ormai sfatte del suo orribile abitino: era stanca, bagnata, e reduce da un amplesso consumato sull’erba. Ma era pur sempre una principessa di nascita: e non avrebbe abbassato il capo davanti a nessuno. - Signori...evidentemente ci sono alcune questioni di cui discutere tra di voi. Torno dai miei uomini. Saranno in pensiero per me - - Verena...aspetta - Andreas le corse dietro. - Quello che ho appena detto è la verità: sei tu la donna che amo. Non posso perderti. - - Per stanotte, torna da tua moglie - gli rispose lei, senza acredine ma con grande stanchezza. - Lei sarà la più turbata dei tre, non credi? L’hai appena sposata, e già dichiari il tuo amore per un’altra donna. - Lo vide sgomento, quasi impaurito. Cercò di rassicurarlo. - Non scapperò, questa volta. Rimarrò qui nei tuoi dominii, e parleremo. Domani, quando vuoi. Ma non stanotte. Devo riflettere...ed anche tu - - Hai ragione. Ecaterina non ha colpa di questa situazione. Non l’avrei mai sposata se avessi saputo che tu eri ancora viva - Verena si passò una mano sul volto, stancamente. - Resterò nelle tue terre. Quando ti sentirai pronto, vienimi a cercare. Discuteremo con calma di tutto. Ora, torna da lei. - Andreas lasciò che si allontanasse tra i boschi, con il cuore pesante. Vide quel giovane soldato di prima avvicinarsi a lei e prenderla per un braccio per ricondurla all’accampamento. Si chiese per l’ennesima volta cosa ne fosse stato di lei in quel lungo anno in cui erano stati separati. Gli sembrava così cambiata. Sempre bellissima, ancora più di prima...ma così forte, così determinata! Una donna nuova, senza più paure, senza timori, capace di affrontare la realtà ed i propri desideri. Capace di condividere con lui istanti di puro, delirante piacere, senza inutili pudori. Capace di scelte coraggiose, come quella di lasciarlo tornare da sua moglie. Sua moglie. Quella parola non aveva senso, per lui. Ecaterina era stata la sua amante, prima e durante il suo inutile matrimonio con suo fratello Arpad. Poi, era stata la madre di quello che non aveva motivo al mondo per non riconoscere, segretamente, come suo figlio. Il bambino, che aveva ormai un anno e mezzo, non gli assomigliava, e non somigliava neppure a lei, o ad Arpad, ma non poteva che crederle quando lei gli giurava che fosse stato concepito quella famosa notte sul lago, quando lei era fuggita da Arpad per amarlo un’ultima volta. Questa del lago era una fissazione erotica di Ecaterina. Non appena Andreas, tornato dall’ennesima battaglia con i turchi in Moldavia, si era finalmente deciso a cedere alle pressioni di tutta la sua famiglia ed a sposarla, lei si era fatta promettere che la loro prima notte sarebbe stata sul lago. Era piuttosto ironico e sorprendente il fatto che, recatosi lì per precederla in quella che sarebbe stata la loro notte d’amore come sposi, dopo tanto tempo e tante traversie, vi avesse trovato Verena. La sua dolce Verena. Non poteva non amarla. Non aveva altro al mondo di autentico, se non lei. Quanto l’aveva fatta cercare! Di notte, sul campo di battaglia dove il suo re l’aveva mandato non appena si era chiusa la successione di suo fratello, leggeva al lume di una candela i messaggi scarni che il suo fidato emissario, un cavaliere di grande esperienza già fedele a suo nonno, gli inviava dal Tirolo. Verena che era fuggita dall’abbazia, Verena che aveva trovato rifugio presso un cavaliere di nome Rolf di Schallbach, Verena che era morta insieme al loro bambino e che ora era sepolta sotto la neve... Quanto aveva pianto! Un Vargas che piange! L’aveva fatto al buio, in silenzio, quando nessuno avrebbe potuto scorgerlo. E quanto aveva pensato a quel suo figlio perduto...molto di più di quanto pensasse al piccolo che gli aveva dato Ecaterina, e che ora portava l’ingombrante titolo di Conte Zarcany. E che non aveva mai sentito davvero suo. Ma ora Verena era tornata. Era accaduto un miracolo, e la sua principessa l’aveva ritrovato dopo un lungo viaggio. E fosse dannato per sempre il nome dei Vargas se, lecitamente od illecitamente, non avesse tentato tutto quanto possibile per trattenerla con sé. Ed al diavolo le conseguenze!
tephan non disse nulla mentre riconduceva la sua signora all’accampamento. Aveva il cuore gonfio, però. Non era un “cucciolo”, come l’aveva definito Vargas, ma un giovane uomo di venti anni, cui era stata affidata una grave responsabilità. Condurre le sue dame in salvo...sino ad un nuovo futuro. Non avrebbe mai voluto che quel viaggio finisse, e che quel minaccioso futuro arrivasse. Invece, nel giro di pochi minuti, tutto era mutato...ed aveva perso tutto. Non gli restava che tornare in Germania, e dimenticare un sogno assurdo. Cosa avrebbe pensato la sua principessa se avesse saputo della sua folle infatuazione? Sì, aveva osato innamorarsene, di quella dama così gentile e bella e sfortunata. Ed aveva osato sognare che, sola ed abbandonata da tutti, lei infine lo accettasse. Come aveva accettato quel Vargas, quel mercenario avido e rozzo, lì su quel prato. Non era stupido, ed aveva occhi per vedere e per capire. “Oh, come vorrei che non mi giudicasse”, pensò Verena. Doveva aver perso la stima del suo gentile scudiero, facendosi vedere scarmigliata e svestita da lui, con quell’uomo nudo accanto. Non voleva giudicarsi nemmeno da sola, ma non poteva dimenticare. Gli aveva assurdamente ceduto...come all’abbazia. E lui era sposato con un’altra donna. Si era consolato in fretta della sua morte. Sebbene il pensiero la facesse infuriare, cercò di dare ascolto alla parte più razionale di sé. L’aveva cercato dopo un lungo viaggio ben sapendo di andare incontro a possibili delusioni. L’aveva cercato perché non aveva altre chances...perché non aveva più né un nome né un’eredità, avendoli ceduti entrambi a suo fratello Alexander, in cambio della vita di suo figlio. Bene, si era giocata quella mano. E non era ancora finita. Andreas aveva detto di amarla...l’aveva gridato in faccia a sua moglie. Se fosse stata forte ed astuta, forse, lui avrebbe potuto annullare quel matrimonio...non sapeva con che scusa, ma ci sarebbe stato il modo, ne era sicura, soprattutto ora che loro avevano un figlio insieme... Dannazione, ma chi voleva ingannare? Era furiosa e ferita, si sentiva tradita, e voleva lasciare per sempre quel paese e tutte le umiliazioni che sarebbero potute derivarle dal restare lì, vicino alla donna che lui si era scelto per moglie. E nello stesso tempo, si sentiva lusingata dalle sue parole d’amore. E, maledizione, lo desiderava ancora, follemente. Preda di emozioni contrastanti, si ritirò nella tenda che divideva con Angela, senza nemmeno toccare un boccone. La notte era ancora calda, e non sentì il bisogno di coprirsi. Si spogliò, e restò seduta sul suo pagliericcio, stringendo le ginocchia al mento. Sentiva ancora il dolce indolenzimento del loro rapporto, amplificato dalla lunga astinenza. E sentiva il piacere serpeggiarle lungo la colonna vertebrale. Quanto le era apparso minaccioso e pericoloso ed eccitante, in quel lago! Come l’aveva posseduta con forza, con vigore, senza tenerezza, eppure in modo così coinvolgente! Nessun altro uomo al mondo poteva amarla così, ne era certa. Perché Andreas Vargas, quando amava, si prendeva tutto...anche il cuore. - Verena...non hai sonno? - - No. Angela...l’ho visto. Era al lago, prima - Angela si tirò su di scatto, volgendo il capo verso di lei. - Chi...? Vargas?! - - Sì...Angela, ci siamo parlati. Noi...abbiamo fatto l’amore - - Dio, è meraviglioso! - esclamò la ragazza. - Un così lungo viaggio, e vi incontrate per caso la prima notte che trascorri sulle sue terre! E lui ti ama ancora...come lo ami tu! Sono così felice per te, e per Michael! - - Non sa ancora di Michael - la interruppe Verena. - E non va tutto così bene, Angela. E’ vero, abbiamo fatto l’amore....ma prima che parlassimo. Poi, è arrivata una donna...ed ha detto di essere sua moglie - - Sua...moglie? - - L’ha sposata, Angela...non so perché, ma l’ha sposata. E dice di averlo fatto perché sapeva che io ero morta...sepolta nel castello di Rolf di Schallbach - - Quel serpente! - esclamò Angela, per nulla impietosita nei confronti del povero Rolf. - Si è voluto vendicare del tuo rifiuto, del fatto che lo hai lasciato, dicendo a Vargas che tu eri morta! Spero che si impicchi! - - Altieri aveva ragione, una volta tanto. Andreas mi aveva fatto cercare....ma le bugie di Rolf l’hanno ingannato. E si è sposato. Oggi. Era la sua notte di nozze. - Angela trattenne il fiato. Poi, scoppiò suo malgrado a ridere. - E l’ha trascorsa con te! - Verena si unì alla sua risata. Le due donne risero istericamente, fino alle lacrime...fino ai singhiozzi. Angela cercò di consolare la sua amica, come Verena aveva fatto con lei quando la storia con Alexander era finita. Verena si asciugò le lacrime. Non sapeva se ridere o se piangere. Avrebbe dovuto farsi forza...come sempre era stato da che aveva conosciuto quell’uomo. Ed andare avanti. - Credo che tu abbia già una nemica in queste terre - - Credo anch’io. E questa Ecaterina ha l’aria di essere una donna pericolosa. - - Ma anche noi lo siamo. Donne pericolose, intendo - rise Angela, accarezzando nel buio i capelli dell’amica. - Guarda me. Inerme come un gattino - - Tu sei fortissima, Angela, e lo sai. Guarda gli ostacoli che hai superato...hai conquistato il cuore di un uomo noto per la sua crudeltà. E sei sopravvissuta per raccontarlo - - E tu, allora? Sei stata sedotta tra le mura della tua stessa abbazia...hai avuto un figlio tra le nevi di una tempesta, ed ora hai ritrovato il tuo principe, dopo un lungo viaggio. Non aver paura, Verena, e segui il tuo destino. Non fuggirlo. Se Vargas è tuo, non lo perderai. Avesse pure mille mogli come un sultano - - Forse hai ragione. Questa notte voglio dormire tranquilla. Michael ha cenato? - - Sì. Io e Suor Clara gli abbiamo dato quella pappa di riso macinato che gli piace tanto. Poi, ha bevuto un po’ di latte annacquato. Ce ne hanno dato dei contadini che hanno una fattoria qui vicino. - - Di chi sono queste terre, allora? Di Vargas? - - No...esiste un Conte Zarcany. Strano...credevo che fosse suo fratello, e che fosse morto - - Lo credevo anch’io. Evidentemente, le informazioni di Alexander non erano così accurate. Ma non importa: domani avremo tutto il tempo che vogliamo per svolgere qualche piccola indagine - Le due donne si augurarono la buona notte, e posarono il capo sui loro giacigli. Verena rimase a lungo sveglia, gli occhi spalancati nel buio. Suo malgrado, non era più la principessina spaurita dei tempi dell’abbazia. Ed avrebbe usato ogni mezzo, legittimo ed illegittimo, per riprendersi il suo uomo, il padre di suo figlio.
on così tranquilla si stava rivelando la notte dei due sposi. Ecaterina misurava a passi lunghi e nervosi l’impiantito della stanza che le era stata destinata. Quella era stata la prima delusione della giornata, prima ancora di quell’orribile scena al lago. Lei, principessa Vargas, e madre del conte Zarcany, veniva relegata per ordine del suo novello sposo in un appartamento modesto al primo piano, di solito destinato ad ospiti di scarsa importanza, da sola. Mentre il suo sposo preferiva dormire con i suoi uomini nei fabbricati di guardia, al piano terreno. Quando l’aveva scoperto, subito dopo il banchetto e prima di recarsi sul lago per la sua tanto attesa notte di nozze, era andata su tutte le furie. Andreas aveva lasciato vuoto ed intatto l’appartamento del padrone...quello che era stato suo e di suo marito Arpad. A quanto pareva, ci teneva a sottolineare di aver ceduto alle pressioni di sua madre sposando lei, Ecaterina, ma di non essere per questo divenuto il legittimo erede della fortuna degli Zarcany. Continuava a considerarsi il bastardo illegittimo che era...ed a dormire nelle stalle con la sua soldataglia, come un mercenario. In quell’ottica, il ruolo destinato a lei, sua moglie, diveniva un ruolo assai modesto. Nulla di quanto Ecaterina si era aspettato. Allora, era stata certa che una notte di sesso ben orchestrata l’avrebbe ammorbidito, convincendolo presto ad entrare nel ruolo di “Conte Zarcany”, al posto del suo figlioletto di nemmeno due anni. Ma poi era successo quel disastro. Ed Ecaterina, allibita, aveva sentito il suo sposo, seminudo sulle sponde del loro lago, dichiarare il suo amore ad una donna altrettanto discinta, con la quale sembrava in tutta evidenza aver appena trascorso la loro notte di nozze! La rabbia la divorava, accedendole dentro un’autentica smania di uccidere. Sì, l’avrebbe uccisa, quella donna, se avesse potuto. Chi diavolo era questa fantomatica principessa vestita come una pezzente...e perché mai Andreas aveva dichiarato di amarla? Brandelli di un’antica conversazione le fluttuarono nel cervello. Una conversazione origliata, nella quale era intervenuta forse troppo tardi. Andreas si era dichiarato disposto ad accettare la tutela del piccolo Lothar, e l’eredità degli Zarcany in suo nome e vece. Ma ad una condizione. Quella di poter aver accanto “la donna che amava”. Verena von Sturgau und Seizig. Dannazione, ma chi era? Vantava davvero il titolo di principessa, od era solo un’avventuriera senza scrupoli, maligna al punto da sedurre un uomo la notte delle sue nozze? Una donna pericolosa, comunque, dalla quale difendersi con ogni mezzo. - Non può portarmelo via - si disse a voce alta Ecaterina, strappandosi dal capo la coroncina di fiori delle sue nozze, e sparpagliando per la rabbia i petali in terra. - Sono più bella di lei. Sono la madre di suo figlio. E sono sua moglie - - Sono lieta, mia signora, che ormai sappiate fingere con voi stessa così bene...da poter credere alle vostre stesse bugie - - Bada a te, Lada, vecchia strega - Ecaterina si voltò come una furia. - In cosa mentirei, sentiamo? Lothar non è forse suo figlio? - - Agli occhi del mondo, forse...ma la verità è un’altra...e la conoscete bene - - Che Dio ti maledica, vecchiaccia del demonio. Lasciami sola: non ho più bisogno di te...per quel che mi sei servita, sinora! - Lada indietreggiò, segnandosi. Avrebbe voluto dire alla sua padrona che il nome del Signore non si pronuncia così alla leggera...e nemmeno quello del demonio. Ma conosceva Ecaterina fin troppo bene: quando era di quell’umore non c’era verso di farla ragionare. Ed a quanto pareva le sue nozze, così sospirate, non stavano partendo bene. Ecaterina si svestì con furia, e si sciolse i capelli. Il mattino seguente avrebbe indagato. Aveva i suoi mezzi per far parlare la gente della tenuta, e li avrebbe usati. Al diavolo! Doveva sapere chi era quella donna e che armi possedeva...e poi scacciarla senza pietà da quelle terre, come si scaccia un insetto velenoso! Era o non era la moglie del padrone? - Sono venuto a darti la buonanotte, Ecaterina - l’interruppe la voce sarcastica di suo marito, fermo sulla soglia. Ormai completamente rivestito, dei suoi soliti, rudi abiti di pelle, da soldato, non sembrava intenzionato a concederle nulla. - Che tu non possa dire che sono fuggito. - - No...aspetta. Andreas, fermati...parliamo - Cercò di far risuonare la sua voce in modo dolce, seduttivo. Ma era furiosa, e per lo sforzo di dominarsi tremava. - Non abbiamo nulla da dirci. E’ stato un enorme sbaglio, questo matrimonio. Io credevo che la mia donna fosse morta, ed ho ceduto alle vostre pressioni. - - Vostre? Vuoi dire piuttosto che hai ceduto al mio amore! - - Amore? - rise lui, cinicamente. - Il tuo amore? Andiamo, Ecaterina, una volta eri più sincera...e mi piacevi di più. Tu, mia madre, la mia sorellastra, l’intera popolazione di Zarcany avete premuto perché io ti sposassi, ed insieme garantissimo l’eredità del bambino. Ma lui non è mio figlio, è il figlio di mio fratello...e tu eri sua moglie, non la mia. - - Ora sì - - Un errore al quale si può facilmente rimediare. Questa notte il matrimonio non è stato consumato: potremo facilmente ottenere l’annullamento - Quelle parole colpirono Ecaterina come un pugno nello stomaco. Annullamento? E poi? Lei tornava ad essere...cosa? Ecaterina Andrassy...un’autentica nullità? - Consumato? - ansimò quasi, per lo sforzo. - Dici che il nostro matrimonio non è stato consumato? - Lottò per dominarsi, e vi riuscì a stento - Mi hai posseduta per la prima volta quando avevo sedici anni, ed adesso dici che il nostro matrimonio non è stato consumato?! - - Ed anche in quel caso, non ero stato il primo - commentò lui pacatamente. - La via era già aperta quando io sono entrato...Ecaterina. Arpad, non é vero? Sin d’allora...per convincerlo a sposarti. Hai dovuto penare un bel po’ per ottenere quello che volevi, ma alla fine ce l’hai fatta... adesso però è finita. Io non sono Arpad, e da te non intendo farmi manipolare. Non sei più la mia amante, e di sicuro non sei stata mia moglie, ancora. Pertanto, il nostro matrimonio non è stato consumato, ed io intendo ottenere l’annullamento - Ecaterina si morse le labbra. Arpad, sì, prima di Andreas...ma ancora un altro prima di Arpad. Un mozzo di stalla molto dotato. E lei che era stata solo una sgualdrinella con troppa voglia di farsi montare per pensare...dannazione a sé! Non avrebbe dovuto aspettare quell’inutile notte di nozze, per riprendersi Andreas! Avrebbe dovuto farlo prima, quando lui era appena tornato dalla guerra, ed ora era troppo tardi! - Non puoi provarlo! - gli urlò dietro, mentre lui si allontanava giù per le scale, certo di averle ben spiegato il proprio punto di vista sul loro “matrimonio”. - Sono stata tua mille volte, in passato, e sono vedova! Dannazione, avrò cento testimoni che giureranno che stanotte mi hai montata fino all’alba! - Molti udirono quelle parole. E mentre Ecaterina si buttava sul letto, piangendo lacrime di rabbia e frustrazione, non pochi al castello pensarono divertiti che la bella vedovella avesse finalmente trovato pane per i suoi denti.
eraltro, la sua prima mossa non si sarebbe fatta attendere. Alle prime luci dell’alba Ecaterina era già sulla strada del lago, ben avvolta in un ampio mantello bordato di pelliccia che la proteggeva dal freddo, ed issata sulla sommità di un calesse, accanto alla fedele Lada. L’umor nero della sua padrona testimoniava più chiaramente di mille parole che la notte di nozze non era affatto andata come lei si era aspettata. Ferita per la sua cattiveria, Lada non si disturbò a chiederle spiegazioni. Sapeva bene che Ecaterina gliene avrebbe comunque fornite più tardi, in un nuovo, inevitabile accesso d’ira. Quando scorsero l’accampamento di Verena, Ecaterina ingiunse al cocchiere di fermare. Scese dal calesse come una regina, seguita dalla vecchia zingara, curva sui suoi passi. - Eccola - disse, più a se stessa che alla sua compagna. Nella luce livida del primo mattino vedeva Verena in piedi, intenta ad organizzare lo sgombero. Non voleva illudersi, ma sembrava proprio che la sua rivale stesse per lasciare il campo. Sorrise tra sé e sé. Sicuramente, l’abominevole carattere di Andreas aveva offeso anche quella donna, così come aveva offeso lei. Senza dubbio, per lei non doveva essere stato piacevole apprendere che il suo innamorato era appena convolato a giuste nozze con un’altra...e poteva darsi che nel corso della notte appena trascorsa lei ed Andreas si fossero visti ed avessero litigato. Poteva rivelarsi utile farle credere che, da quel momento in poi, lui era stato nel suo letto, come ogni sposo che si rispetti. Sorrise del suo sorriso da gatta. E si avvicinò alla rivale. Verena fu piuttosto sorpresa di vederla. Non si era certo attesa che Ecaterina si svegliasse all’alba per affrontarla: in fondo, era lei la più forte. Aveva alle mani la fede di Andreas...e portava il suo nome. Non doveva forse, per quel che ne sapeva, neppure temerla. - Ancora qui? Credevo che gli ordini del mio signore fossero piuttosto espliciti. Dovete lasciare la nostra tenuta, voi ed i vostri uomini...immediatamente! - - Gli ordini del vostro signore? - le chiese Verena con fredda ironia. - Quale signore? Quell’uomo che ieri sera ha detto di amarmi? - Ecaterina indietreggiò suo malgrado. Non si era attesa un attacco tanto diretto. Dio, non si era sbagliata! Quella donna era una vipera, ed estremamente pericolosa! Si riprese a fatica da quella frecciata. - Quell’uomo che ha trascorso il resto della notte con me, come ben sapete - replicò. Era un bluff, e pericoloso. Per quel che ne sapeva, Andreas poteva essersene appena andato dal campo. Invece, colpì nel segno. Sembrava che i due non si fossero più visti dopo la scena del lago. - Nessuno mi ha detto di andarmene, ancora - ribatté Verena, turbata suo malgrado. Per tutto quello che conosceva di Andreas, non si poteva certo escludere che dopo aver amato lei avesse concluso la notte nel letto di un’altra, sua moglie. Purtroppo, in quel momento non poteva essere sicura di nulla. - Ve lo sto dicendo io. O la mia parola non conta nulla? - - Conta poco, signora - interloquì Stephan, raggiungendo le due donne al braccio di Angela. Ecaterina squadrò con disprezzo i due nuovi venuti: un giovane soldato senza importanza, ed una donna cieca...di prodigiosa bellezza. - E loro chi sono? - chiese sarcastica. - Le vostre balie? Un ragazzino ed un’invalida? - - Stephan di Muhlheim, signora, per servirvi. So per certo che il principe Vargas ha molto a cura la mia signora...e non lascerebbe a nessun altro, sulle sue terre, la libertà di scacciarla. - La donna cieca non rispose, invece. Ecaterina l’osservò, chiedendosi chi fosse. C’erano troppe belle donne in giro, per i suoi gusti, e quel cucciolo fastidioso le stava dando sui nervi. Non avrebbe ottenuto nulla fingendo di possedere un’autorità che non le apparteneva. Cercò di mostrarsi conciliante. - Suvvia, signora, cosa pretendete? Che un uomo importante e stimato dal suo re come il principe Vargas, erede di Zarcany, lasci la moglie per una donna...francamente, per una donna della quale nessuno sa molto...come voi? Siate ragionevole. Riprendete le vostre cose, e tornatevene da dove siete venuta. Io sarò generosa. Sì...vi darò dell’oro...che vi ripagherà delle sicure umiliazioni e delusioni cui andreste incontro in caso contrario - - Come siete comprensiva - sorrise Verena. Poi, si disse che doveva lottare. A questo punto, senza mezze misure. - Ah, a proposito...aveva ancora energie, il vostro sposo? Credevo di averlo davvero stancato, ieri sera...sapete, sul prato... - Al cuoco Dieter andò di traverso la birra. E Stephan ed Angela non credettero alle proprie orecchie. Verena stava davvero tirando fuori gli artigli, e combattendo quella donnaccia della moglie di Andreas con le sue stesse armi. - Puttana! - sbottò Ecaterina, impallidendo. Che puttana! Prendersi il proprio piacere sull’erba con un uomo che si era appena sposato! E lui! Che porco! Ecco perché l’aveva trovato seminudo, con i capelli bagnati. L’ira le andò al cervello. Senza salutare nessuno, raccolse le gonne e si allontanò furiosa. Gliel’avrebbe fatta pagare. A lei ed a lui. A tutti e due. Verena rimase immobile e triste, un poco vergognosa ma in parte anche fiera. Non aveva abbassato il capo dinanzi alla prepotenza di quella donna...e tanto bastava. Non sapeva nulla di lei e dei suoi precedenti rapporti con Andreas, ma intuiva che non c’era vero amore in lei. C’era rabbia e non dolore. Arroganza e non sentimento. Poteva, anzi, doveva combatterla. Lo sguardo affaticato della vecchia zingara la avvolse. - Non lo ama veramente - le spiegò Verena, suo malgrado, come in un’inutile, assurda difesa. - E voi? - le chiese la vecchia, prima di voltarsi e raggiungere la sua padrona sul calesse. - Stephan - ordinò Verena, rivolgendosi al suo capitano, ancora sotto shock per quel cruento duello verbale. - Prepara i cavalli. Andiamo in città - Angela le si avvicinò, accarezzandole una mano. - Portaglielo via, Verena, a quella strega - Verena si incupì, lisciando con le mani la vita del suo vestito ormai consunto, e decidendo che ora ormai ora di indossare qualcosa di meglio. - Ci puoi giurare, Angela, amica mia. Ci puoi giurare -
omandante...visite per voi! - Come in una sorta di déjà - vu, Andreas si avvicinò alla finestra del suo studio, dal quale si scorgeva il cortile antistante il castello. Era da molti anni, ormai, da quando era ancora un ragazzo meramente tollerato dal marito di sua madre, che occupava quella stanzetta ingombra di vecchie armature ed armi di vario tipo. Come quel fucile a pietra focaia, appena arrivatogli da Vienna, dono di un vecchio compagno d’armi, che stava lucidando. Vide del trambusto all’ingresso, ma non colse nessun altro indizio circa l’identità del suo visitatore. Pensò naturalmente a Verena...e decise che lei non avrebbe osato fargli visita così apertamente, nelle sue stanze, dopo quanto era successo la notte prima. Già, le sue stanze. Come doveva essersi offesa Ecaterina quando si era resa conto che lui non intendeva in nulla e per nulla diventare il nuovo “Conte Zarcany” e che avrebbe mantenuto, nei limiti del possibile, le sue semplici abitudini di mercenario. E quanto questo rivelava circa la vera natura del suo interesse per lui! Verena, invece, l’aveva sempre accettato. Anche quando lei era stata una badessa, e lui solo un soldato. Non poteva dimenticare i giorni e le notti trascorsi insieme. La dolce fiamma della notte prima era ancora accesa in lui, più forte che mai. L’uomo, uno dei suoi soldati - uno di quelli che erano stati con lui all’Abbazia - introdusse il visitatore con un sorriso. Era la bella badessa. Verena von Sturgau und Seizig, vestita di seta verde acqua che le accarezzava sensualmente il corpo bellissimo, e sottolineava la sua carnagione splendente di rossa, i capelli ramati raccolti e lucenti, gli occhi scuri, grandi ed intensi. Era una donna nuova, bellissima e provocante. E sorrideva con la malizia di una sirena. Una sirena che gli stava tendendo la mano. La baciò, sentendosi goffo come uno scolaretto. Lei avanzò nella stanza ingombra, frusciando con lo strascico contro le sedie dalle gambe consunte e la vecchia scrivania di quercia, leggera come una fata, e raffinata. Non sembrava la stessa donna calda e discinta che la notte precedente l’aveva amato senza riserve su un prato, ma non per questo era priva di sorprese. Anzi. Il suo sguardo sorridente gli stava facendo parecchie promesse. - Hai visto, Andreas? Non sono fuggita - - Lo temevo, invece - le disse lui. - Ti prego...siediti. Ogni tua visita...è un onore. - Lei cercò di non ricordare quelle parole, già pronunciate quel giorno alla “tana del diavolo”, quando l’aveva cercato per chiedergli, onestamente, se intendesse sposarla o meno. Continuò con la sua commedia, disposta a tutto pur di non perdere in quel gioco difficile. Per la sua vita e per suo figlio. - Sono dispiaciuta per ieri sera - - Ah...sì? - rispose lui, imbarazzato. Pensava si riferisse al loro amplesso. - Per tua moglie, voglio dire - lo confuse lei, con il sorriso di una Monnalisa. - Deve essersi sentita...distrutta - - Era piuttosto arrabbiata, sì - ammise lui. Si accorse dello sguardo improvvisamente irato di Verena, e capì che lei si stava chiedendo se ci fosse stato qualcosa tra lui ed Ecaterina, quando erano tornati al castello. Si affrettò a rassicurarla. - Abbiamo dormito in stanze separate. Io dormo qui accanto...e lei al primo piano - - Ho capito. - quindi la strega le aveva mentito...solo per ferirla - E...non viene mai qui? - - No. Non considera questo posto...degno. E’ solo una postazione di guardia. - - Andreas. - lo sorprese lei - Chiudi la porta. A chiave. - L’eccitazione serpeggiò tra di loro. Memorie lontane li invasero. Come quando lui chiudeva la porta della sua stanza, all’abbazia, con un calcio. Ed al diavolo il mondo intero. Eva la tentatrice...in quel ruolo non l’aveva ancora mai vista. Ma c’era sempre una prima volta, con Verena...ed un nuovo personaggio da interpretare. Lei si alzò in piedi, snella come una ragazzina, con il seno morbido ed i fianchi generosi delle donne già madri...e con il fascino intatto di un frutto pieno, ma non ancora del tutto colto. Il vestito elegantissimo le scopriva generosamente le belle spalle, e lei si appoggiò languidamente ad una parete. - Andiamo, soldato - gli sorrise - Vediamo un po’ cosa sai fare - - Non qui - le disse lui, guardando preoccupato fuori dalla finestra. I suoi uomini erano abituati ad entrare nel suo ufficio ogni volta che ne avevano bisogno. Non poteva esporla ai loro pettegolezzi. La prese per mano. - Vieni - le disse, senza fiato, sentendo il desiderio impadronirsi dolorosamente dei suoi lombi. Il desiderio sempre nuovo che quel diavolo di una donna sapeva ispirargli con i suoi continui mutamenti di ruolo. Prima santa, ed ora peccatrice. La trascinò nella sua stanzetta, lì accanto. Un letto stretto, una bacinella con dell’acqua. Andreas Vargas era un uomo dai gusti frugali, e non aveva bisogno di molto per vivere. Ma aveva bisogno di lei. La distese sul letto di ferro, che cigolò con un suono provocante sotto il suo peso. Poi, le alzò le gonne, che si aprirono su di lei come la corolla di un fiore, un magnifico, iridescente fiore color acqua. Sconvolto, vide che lei, sotto, non portava nulla. Verena gli sorrise, godendo del suo sbalordimento. Aveva seguito i consigli di Angela, che a sua volta aveva appreso questi trucchi da cortigiana da Alexander. Non era male di tanto in tanto aggiungere un pizzico di pepe ad un amore. E se quello era il prezzo, l’avrebbe pagato volentieri. Come immaginava Andreas, lei era già aperta ed eccitata. Lo sfregamento dell’abito di seta contro le sue parti intime, durante il viaggio in calesse fino a lì, l’aveva preparata all’amore più efficacemente di mille sogni e fantasie. La vicinanza di Andreas e la sua virilità stavano facendo il resto. Angela non si era sbagliata circa gli effetti miracolosi di quel piccolo accorgimento. - Dove...? - le chiese Andreas, stupefatto. - Dove l’ho imparato? - rispose lei - Stai tranquillo, non da un altro uomo. Solo che, a volte, a noi donne piace...condividere le esperienze fatte. Avanti...baciami - Andreas non la deluse. Con un sorriso diabolico, si chinò e posò la sua bocca su di lei, tra le sue cosce, assaporandola con la lingua ed esplorandola con la punta dei polpastrelli. Dopo aver goduto a lungo di quello squisito piacere, fino allo stremo, Verena si sollevò a sedere, e sorrise. - Ora a me, mio signore - Sospirando, lui si lasciò andare contro la testiera del letto. Verena si rassettò le gonne, e cominciò ad aprire il davanti dell’abito, sempre sorridendo. Con sulle labbra il gusto di lei, l’uomo sentì il sangue rimescolarglisi nelle vene alla vista della donna che si stava spogliando. Era bellissima. Ed era cambiata. La notte prima non se ne era reso conto, nella fretta di possederla, ma ora lei aveva un corpo più bello, come un fiore pienamente sbocciato. E, cosa che lo conquistò come avrebbe conquistato qualunque altro uomo al suo posto, era divenuta lussuriosa, a letto. Una fantasia sessuale pienamente realizzatasi. Nuda davanti a lui, lo sfidò con un sorriso. - Posso anch’io darti un bacio, mio signore? - - Oseresti? - le chiese lui, sorridendo, ed intuendo dove lei volesse arrivare, con quel sorriso da gatta, colmo di promesse. - Oserei. - Con dita agili e fini, gli slacciò i pantaloni di pelle. Senza toglierglieli, lasciò che le sue dita l’aiutassero. E poi, senza vergogna ma con infinito divertimento, gli rese con la sua bocca calda ed umida un dolce, lussurioso servizio d’amore, che lo portò sull’orlo dell’estasi. - Fermati! - le ingiunse quindi l’uomo, senza fiato. - Fermati...o non ne rimarrà per te - - Io penso di sì - senza altre esitazioni, si mise a cavalcioni su di lui, ed accolse la sua virilità fremente con un lungo sospiro. Poi, lasciò cadere il capo all’indietro, controllando il ritmo della loro unione come le aveva insegnato Angela, secondo un’antica dottrina orientale importata in Occidente dagli uomini di mare. Tre spinte potenti, e poi sei, e poi nove, e poi di nuovo tre...ed il sudore che scorreva tra di loro, lo sfregare dei pantaloni di pelle che lui ancora indossava sotto le sue cosce, e l’estasi delle sue dita strette sui suoi capezzoli duri, mentre lei lo cavalcava, come un morbido e caldo fodero di seta per la sua spada. Vennero insieme, e fu favoloso. Senza parole, Andreas la osservò lavarsi al catino, ed asciugare i capelli di nuovo lunghi con un panno di lino. Lei gli sorrise, pienamente soddisfatta e stupefatta quanto lui di essere riuscita ad essere così compiutamente se stessa, senza inutili pudori e menzogne. - Ah, a proposito, Andreas... - - Sì? - le chiese lui, estenuato e sconvolto dal piacere che lei gli aveva dato. - Tu ed io abbiamo un figlio -
ndreas balzò letteralmente dal letto. E la guardò. - Un figlio? Allora...allora quello Schallbach non mentiva! Tu hai davvero avuto un bambino! - le si avvicinò, la prese per un braccio. Lei, imperturbabile, si staccò gentilmente da lui e riprese ad asciugarsi i capelli. - Verena! - insistette lui. - Ora devi raccontarmi tutto! Perché ti sei rifugiata in casa di quell’uomo? Perché lui ha detto al mio emissario che tu ed il bambino eravate morti? - - Come vedi, mentiva - replicò lei calma, posando il panno di lino su di un cassettone, e cominciando ad allacciarsi il bustino. - Sono viva e vegeta...e così tuo figlio. E’ un bellissimo bambino di nome Michael, ed ora ha sette mesi e mezzo. Si trova con me e con i miei uomini all’accampamento. Suor Clara ed Angela lo stanno assistendo con amore...proprio ora, mentre noi ne parliamo. - - Perché non me l’hai detto prima? - le chiese esterrefatto Andreas. - Prima quando? Prima di far l’amore al lago....o prima di far l’amore qui, nella tua guarnigione? - - Verena...sei cambiata - - Sono dovuta cambiare - rispose lei, aspra senza volerlo. - Comunque, non intendevo certo tenertelo nascosto. L’ho portato fin qui dalla Baviera proprio perché so che hai il diritto di conoscerlo e di stargli accanto. Non voglio che Michael cresca senza un padre. - - E quanto a te? Non lo vuoi un marito? - - L’uomo che desidero è già sposato - gli rispose lei, senza tristezza. - Ma chissà che non si riesca a trovare la maniera di stare comunque insieme...come oggi - - Sei una donna straordinaria - Andreas le allontanò il bustino con una mano, e le accarezzò il seno nudo, in un’intima carezza che la fece fremere fin dal profondo. Mentre le sue dita brune stringevano un capezzolo dorato, lui la fissò negli occhi, con una nuova consapevolezza. Lei era la madre di suo figlio. E lei era la sua donna. Solo questo contava, nella sua vita. Ed al diavolo le conseguenze. Verena gettò indietro il capo, eccitata suo malgrado. Sapeva che la seconda volta, con Andreas, era ancora più bello, e non voleva privarsi di questo piacere. Si sentiva il cuore libero per avergli finalmente confessato il suo segreto...e le cosce in fiamme, frementi per il desiderio di cavalcarlo nuovamente. Senza rimpianti, lasciò che lui gettasse il bustino per terra e, senza nemmeno toglierle le calze, la rovesciasse sul letto. Le mani strette sulla sua schiena, Verena si godette fino in fondo l’intimo assalto, senza finzioni.
evo pensare come un uomo - Angela si voltò, perplessa. - Cosa dici, Verena? - Verena rise, e cominciò a piegare la sua roba. Aveva mandato Stephan in esplorazione al villaggio alla ricerca di una dimora adeguata per tutti loro, e presto avrebbero smontato il loro campo. Non potevano continuare con quella vita nomade, non ora che l’autunno stava arrivando, e con un bimbo così piccolo tra di loro. - Ho detto che devo pensare come un uomo, Angela - le ripeté. - Loro sono molto più pratici e concreti di noi, hai mai notato? - - Sì - mormorò la cieca, pensando suo malgrado ad Alexander. Nonostante tutte le sue proteste, non aveva desistito dai suoi progetti matrimoniali e dinastici. Amore o non amore. - Scusami, non intendevo ferirti - le disse Verena, intuendo la ragione dell’improvvisa tristezza dell’amica. - Parlavo in generale. - - Perché pensi di dover...essere come loro? - - Perché mi è indispensabile per poter tollerare quest’assurda situazione. Io amo Andreas...ma non posso lasciare che l’amore mi ottenebri il cervello. Stamattina ho sinceramente goduto della nostra unione, e non ci sono stati ostacoli né infingimenti. Ma devo essere obiettiva. Non posso permettere che la passione mi impedisca di pensare con calma al nostro futuro - - Cosa intendi fare? - - Non lo so ancora. Aspetterò di vedere come evolve la situazione. Non intendo apparirgli emotiva, né fragile. Lui deve scegliere, e lo deve fare in libertà. - - A quanto pare, ha già scelto - la incoraggiò Angela. - Ha detto a sua moglie che ti ama. E continuate a fare l’amore...ad un giorno dalle sue nozze. Lei sa di aver perso, e lo dimostra il suo comportamento isterico quando è stata qui stamane. - - Non è così facile - ammise Verena. - Il suo legame, per quanto indesiderato, è legalmente valido. E nel suo ambiente...nel mio ambiente, non si accettano facilmente certi voltafaccia a pochi giorni dalla celebrazione del matrimonio. Non intendo metterlo sotto pressione più di quanto già non sia. Lasciamo fare la parte della pazza alla moglie - - Mentre tu lo seduci con la tua...inventiva. Sei molto astuta. - - Sono disperata, Angela - le confessò Verena. - Non so cosa fare. Il gioco sembra che funzioni...lui è affascinato dalla mia disponibilità, ed il sesso ci ha sempre unito molto. Ma temo di perdere il controllo sui miei nervi se questa situazione dovesse ancora durare a lungo - - Come vi siete lasciati? - - Con un bacio. Mi ha detto che vuole vedere il bambino al più presto. Ho tergiversato. Ho detto che avrei fatto in modo di combinare un incontro senza che tutta la tenuta venisse a saperlo. Gli ho anche detto che stiamo cercando una casa. Voleva darmi una dipendenza del castello, non lontano da qui. Non ho accettato. Le chiacchiere della gente possono solo nuocerci. - - E la moglie? Cosa intende fare con lei? - Verena abbassò il capo sulle lenzuola che stava ritirando. - Lei è fuori di sé dalla rabbia. Non dormono insieme e, a quanto pare, ieri sera c’è stata una lite spaventosa. Andreas vuole parlare con un amico di sua madre, un vescovo moldavo. Vuole iniziare la causa di annullamento religioso...e deve anche conferire con il suo re per l’annullamento civile. - - Allora, va tutto bene! - sorrise Angela. - Ti ama, e non ti perderà. Non vi perderà - - Non sarà facile, Angela, credimi. La strada sarà lunga ed irta di ostacoli - Un movimento nel campo le riscosse entrambe dalla loro conversazione. Stephan era tornato. - Mia signora...principessa - il giovane cavaliere baciò la mano della sua dama, e si inchinò. Verena lo fece rialzare, ansiosa di conoscere le novità che portava. - Ho trovato una dimora - le disse l’uomo, orgoglioso della buona notizia che stava annunciando - E’ una vecchia fattoria ai margini del villaggio, ma è in buone condizioni, e con un affitto modesto. Con un po’ di pulizia, sarà un’ottima residenza. - - Bene! - assentì Verena. - Organizzeremo delle squadre per i lavori di riordino e poi traslocheremo. - - Ci sono altre novità, mia signora...e non così buone - si incupì il giovane. - Parlate, Stephan. - lo incoraggiò lei. - Ho sentito delle chiacchiere in paese. Il principe Vargas e la sua principessa hanno avuto una lite, ieri sera. E la gente si stupisce. - - Sanno di noi? - - No, non ancora...nessuno ne ha accennato, non con me, perlomeno. Ho detto che le mie signore sono qui per effettuare un pellegrinaggio alla tomba di Santa Giselda. E’ un’altra la ragione per cui la gente di qui si è stupita. - - Stephan...non lasciarci in sospeso! - intervenne esasperata Angela. - Sembra che il principe...e la signora...fossero amanti già da prima che il marito di lei, il vero conte Zarcany, morisse. E si sussurra che il figlio della signora e del conte, che ora ha quasi due anni, sia in verità...figlio del principe Vargas - - Ah! - Verena rimase senza parole. Farabutto, disonesto...le proclamava il suo amore, all’abbazia, ed intanto aveva disseminato in giro figli illegittimi, disonorando il letto stesso di suo fratello! Ora capiva tutto! Le sue nozze con quella donna, l’arrogante possesso che lei vantava sulla sua vita...ed il suo silenzio sulle circostanze che avevano portato a quel matrimonio non appena lui aveva saputo della sua presunta morte. Andreas aveva già un figlio. E quel figlio l’aveva avuto con Ecaterina, sua legittima sposa. E lei non avrebbe mai mollato la presa. Non con un’arma tanto potente nelle mani. - Verena...devi chiedergli spiegazioni. Non può essere vero - - Sembra tutto verissimo, invece. - Verena si incupì in volto - Fila alla perfezione. Ora capisco. Il nuovo conte Zarcany è suo figlio...e lui protegge la sua eredità. Ha sposato la donna che l’ha generato...e la finzione continua. Tutti sanno...e tutti fingono di non sapere. - - Dagli una possibilità - insistette Angela. - Non sai come sono andate veramente le cose. Sono solo chiacchiere di paese. - - E sia - concesse Verena. - Dovrà essere lui a spiegarsi. - - Glielo chiederai? - - No - Verena si rialzò. - Vedremo se sarà abbastanza uomo da essere onesto con me. Angela, vieni: ho bisogno di te. Dobbiamo radunare le nostre cose, e traslocare quanto prima possibile. - - Sì - assentì la cieca. - Perdonatemi per avervi turbato...mia signora. - la implorò Stephan, dispiaciuto che i pettegolezzi che aveva riportato dal villaggio l’avessero turbata tanto. - Voi siete un valoroso e leale cavaliere, Stephan - lo consolò lei - E la mia riconoscenza per quanto voi state facendo per me non verrà mai meno...quali che saranno le circostanze in cui ci verremo a trovare - - Io vi offro la mia devozione più completa - - Lo so - Senza altre parole, Stephan si allontanò per impartire ordini ai suoi uomini in vista del prossimo trasloco. Verena, furiosa, pensò a quel bambino che Andreas aveva avuto con un’altra donna, una donna che ora la odiava. Lei, invece, non sapeva odiare. Ma temeva quel bambino: era lui, il vero ostacolo. Lui, e l’eredità Zarcany. II
olf, sono in una situazione disastrosa - L’uomo che portava il nome del lupo sorrise, divertito. Era alto, imponente, massiccio. Accanto a lui, persino il poderoso Andreas sembrava magro. I due si erano conosciuti sui campi di battaglia, al soldo di nobili mandanti. Come Andreas, Wolf di Starnberg era un mercenario di nobili origini, che aveva lasciato la sua famiglia prussiana per percorrere l’Europa da una battaglia all’altra. Occasionalmente, serviva anche il Re d’Ungheria, come in quel caso. Ed aveva colto l’occasione per fare visita al suo vecchio compagno d’armi, nel suo bel castello di Zarcany. - Non direi. - osservò - Hai ereditato una delle più belle e prospere tenute magiare...ed hai appena sposato una donna incantevole - - Ecaterina è incantevole quanto un serpente a sonagli - sbottò Andreas. - Ed altrettanto letale. Via, guardiamo in faccia la realtà. La tenuta non è mia...ma di un bambino che non so neppure se è mio figlio, e che comunque non porta il mio nome. Quanto al mio matrimonio, è un autentico disastro. - - Per via della bella badessa, immagino. Me ne avevi parlato, a Dresda. Ma lei è morta...e così il vostro bambino. Credi a me: rimuginare sul passato non serve a nulla - - Passato? - Andreas rise ironicamente. Non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine di Verena distesa sul suo letto, senza biancheria, disponibile ed invitante come il più seducente dei sogni. - Quel “passato” è vivo e vegeto...e ben presente. Verena è qui. E da che mi sono sposato, ho fatto l’amore solo con lei. - - Andreas...che dici? Come sarebbe a dire che lei...è qui? - - Non è affatto morta. Ed anche il suo bambino è qui, bello e sano. Sono entrambi venuti in Ungheria...a cercarmi. E mi hanno trovato. Purtroppo, già sposato con quella serpe di Ecaterina. - - Davvero? - rise l’amico - Te lo meriti, parola mia! Sei sempre stato un pasticcione, con le donne...le attiri come api sul miele, sia dannato se so perché. E queste sono le conseguenze! - - C’è poco da ridere. Mi ritrovo sposato con la donna sbagliata. - - La tua badessa è fuggita, quando l’ha scoperto? - - Fuggita? Mi ha sedotto come la più abile delle cortigiane, anche qui, sotto il tetto della mia stessa moglie. Ed è enigmatica come la sfinge. Si concede e si ritira...e non so cosa aspettarmi da lei. - - Incredibile! Credevo che fosse una donna troppo orgogliosa per accettare una situazione come questa - - Lo è, orgogliosa. Ed è lussuriosa, nello stesso tempo. Un enigma, lo ripeto. - - Come pensi di risolverlo? - - Chiederò l’annullamento del matrimonio. Rato ma non consumato...si dice così, no? - - Non consumato? - rise nuovamente Wolf. - Ma se ti sei fatto quella pollastrella da quando era una ragazzina?! - - Lei mi ha detto la stessa cosa. Ma dopo le nozze, non l’ho più avuta. - - Ho capito. Sei in un bel pasticcio. - Wolf bevve un sorso generoso di birra, e sorrise ancora. Il racconto delle disavventure amorose del suo amico lo divertiva enormemente. - Vediamo di inventarci qualcosa. Se ho capito bene, dovrai partire tra breve - - Sì. Devo parlare con il mio re e con il vescovo Tulas per l’annullamento - - Ecaterina ha appoggi a corte? Ti può ostacolare? - - La sua famiglia d’origine è di scarsa importanza, al contrario di quella di Verena. Sono i principi von Sturgau und Seizig...ne hai sentito parlare? - - Eccome! Conosco bene l’attuale principe ereditario, un guerriero crudele e privo di scrupoli - - E’ il suo fratellastro...ed a quanto ne so, la odia. - - Accidenti. Ostacoli dappertutto. Non sarà facile sposarla, un domani che tu sia riuscito a sciogliere il tuo attuale legame, se lui non vuole. E’ un uomo molto potente, e sempre nell’occhio del ciclone. Suo padre sta morendo, e credo ci siano delle contestazioni alla legittimità della sua eredità. Credo che sua madre fosse solo una serva - - Verena non mi ha ancora detto nulla dei rapporti con suo fratello - rifletté Andreas. - Ti conviene scoprirlo presto. Un uomo come quello può essere solo un nemico. - Wolf batté una mano sulla spalla dell’amico. - Quando pensi di rivedere Verena? - - Non lo so. Lei mi ha detto di non cercarla...per non sollevare chiacchiere. La sua copertura è un pellegrinaggio religioso - - Devi allora attirarla a te. - Wolf si concentrò per un istante - Perché non dai una festa in mio onore...e non la inviti? - - Credi che potrei? Sotto il tetto di Ecaterina? - - Hai già offeso tua moglie abbastanza, disertandone il letto...non credo che una nuova provocazione possa arrecarti danni ulteriori. - - Mi odia già a morte - - Bene. Adoro queste relazioni serene. Allora, perché no? Una bella festa, con gli zingari che suonano e ballano, e vino a fiumi. E vediamo la signora badessa come reagisce. - Andreas ripensò a quando Verena aveva sfidato la sua autorità dinanzi ai suoi compagni d’armi che gozzovigliavano nel refettorio dell’abbazia...e sorrise divertito al ricordo di come era finita. Sì, l’idea di rivederla si faceva bruciante in lui. Non ne vedeva l’ora. Ed al diavolo Ecaterina! - Così sia, allora. Come signore di queste terre, inviterò Verena e la sua dama di compagnia. Sono nostre ospiti...nessuno ci vedrà nulla di male. - - Benissimo! - rise Wolf. - Non vedo l’ora di vedere le due signore scannarsi dinanzi ai nostri occhi! - - Puoi sempre corteggiare Ecaterina, se lo ritieni. Ne sarà lusingata...e questo dovrebbe un po’ calmarla. - - La tua signora moglie ha sguardi troppo rapaci e duri...non è il mio tipo. Mi concentrerò piuttosto sulla dama di compagnia della tua principessa...anche se fosse una vecchia materna e matronale - - Sì, qualcosa del genere - rispose Andreas, ricordando vagamente Suor Clara. - Bene, è tutto deciso: daremo una grande festa. E Verena sarà costretta a tornare da me. Ancora una notte, ancora una volta. - I due uomini brindarono alla decisione presa. Ecaterina, chiusa a chiave nel suo appartamento, meditava vendetta.
erena girò e rigirò tra le dite il messaggio del paggio. Un invito. Lei e la sua dama di compagnia...al castello. Quella sera. - Naturalmente, andrò - disse forte, coraggiosamente. Ancora furiosa per quanto aveva scoperto sul conto di Andreas ed Ecaterina, non aveva più voluto cercarlo. Dominando il desiderio e la voglia di vederlo, si era dedicata con tutte le sue forze a rendere abitabile la vecchia fattoria in disuso affittata da Stephan, ed era fiera dei risultati ottenuti. Il cortile era stato ripetutamente spazzato e pulito, le stalle splendevano ed ora ospitavano i cavalli del suo drappello, ed al piano superiore si stendevano sei camere da letto, sommariamente arredate ma pulite. Al piano inferiore erano situate ampie e calde cucine, e nel solaio avevano trovato posto molti dei loro beni, portati da così lontano con un così lungo viaggio. Grazie a Dio, ed alla tardiva generosità di Alexander, il denaro non le mancava...e questo aveva reso tutto più facile. Adesso, arrivava quell’invito. Vi leggeva, chiara, la voglia di Andreas di rivederla. Per quanto arrabbiata fosse, non si sarebbe persa quell’occasione per nulla al mondo. E gli avrebbe dato così una chance di poterle confessare la verità. - Porterai Suor Clara? - le chiese Angela, speranzosa. - No, certo - rise Verena - Verrai tu, è ovvio! - - Ho paura - si schermì la cieca. - Cosa penserà tutta quella gente di me? - - Penserà che sei bellissima. Soprattutto dopo che io ti avrò vestito e pettinata. - - Sì - sorrise Angela - Mentirei se ti dicessi che non ne ho voglia. - - Meriti un po’ di divertimento come me lo merito io. Andremo e balleremo finché ci sarà musica, te lo prometto - - Io non posso ballare, Verena! - rise la cieca. Verena la prese per le mani e la trascinò per la stanza, canticchiando una canzoncina e dimostrandole il contrario. Le due donne risero fino alle lacrime. - Porteremo anche Stephan - Verena si fece improvvisamente seria. - Ed i suoi uomini ci aspetteranno fuori dal castello. Ci serve tutta la protezione che riusciamo ad ottenere. - - Hai ragione. Quella donna potrebbe nuocerci - - Guai a lei! - Verena, furiosa, aprì l’armadio di noce. Scartò l’abito color verde acqua, che aveva usato per la famosa scena di seduzione alla guarnigione, e prese decisa un modello blu notte, intonatissimo con i suoi capelli ramati. Per Angela, scelse un abito rosso fuoco, fenomenale con la sua carnagione pallida ed i suoi capelli neri. - Ti vestirò di rosso, Angela. Il rosso è caldo e bruciante come le fiamme dell’inferno. - Angela non disse nulla. Anche Alexander la voleva sempre vestita di rosso. Per lei, non significava nulla...ma accarezzò la stoffa, illudendosi di provarne un senso di calore sotto le dita. - E tu, Verena? - - Di blu, come la notte più profonda, ed il cielo lontano. E porterò le mie perle. Quelle che Vargas mi ha rubato, e poi restituito. - - Sei coraggiosa, Verena. Io, forse, sarei già fuggita da tutto questo - - Lasciandolo a quella strega? - Verena sospirò - Non fosse altro che per questo, non cederò, Angela. E bada a te, perché tu ed io, stasera, saremo le due dame più belle ed eleganti che mai si siano viste ad una festa. Te lo prometto. - E così fu. La notte di settembre risplendeva di torce accese, e del calore dei camini. Lunghi spiedi ricolmi di selvaggina pregiata insaporivano l’aria di profumi, e le cucine del castello sfornavano pani dorati e dolci appetitosi. Quando le due nobili dame arrivarono, la corte era già piena di ospiti nei loro abiti più belli, giunti dai più importanti possedimenti magiari e moldavi. Gli uomini risplendevano in uniformi dal gusto barbarico, incredibilmente lussuose, e le donne in vesti dai tessuti pesanti, intrecciate di pietre preziose. La padrona di casa era pericolosamente bellissima in un abito dai toni dorati dalle molte vesti e sopravvesti, con i capelli corvini raccolti audacemente sopra il capo, e la gola e l’inizio del seno scoperti. Nonostante tutti i tentativi di Andreas di estrometterla da quella festa, vistosamente un pretesto per portare a palazzo quella donnaccia della sua amante, Ecaterina non si sarebbe tenuta in disparte, non in quella che considerava a tutti gli effetti come casa sua. La nobiltà magiara già la conosceva come la contessa Zarcany, ed ora l’avrebbe ammirata nelle vesti sontuose di principessa Vargas. Non avrebbe permesso a quello zotico di suo marito di provocare uno scandalo, per nulla al mondo. - “Lei” c’è? - chiese Angela sottovoce, mentre stretta al braccio di Stephan attraversava la corte sotto gli sguardi curiosi degli altri invitati. - Sì. E’ al centro dell’attenzione. - - Sono sicura che il principe non voleva questo - commentò la ragazza, piena di apprensione all’idea dell’inevitabile scontro tra le due donne. - Non credo sia una donna facile da...isolare - ribatté diplomaticamente il giovane. Verena, qualche passo davanti a loro, avanzava con la tranquilla compostezza di una regina il giorno dell’incoronazione. Quando entrarono nella sala dalle lunghe tavole meravigliosamente addobbate, ci fu un istante di silenzio. Le malelingue si erano già messe all’opera. Ormai, tutti erano al corrente del gustoso pettegolezzo. Il principe e la principessa Vargas si erano di fatto separati a pochi minuti dalle nozze per colpa di un’altra donna, una nobile tedesca, che ora risiedeva in quelle terre con la scusa di un pellegrinaggio. Erano tutti ansiosi di conoscere la rivale di Ecaterina. Non che quella smorfiosa, insopportabile arrampicatrice sociale di Ecaterina Andrassy non se lo meritasse, pensavano caritatevolmente le nobili dame. Verena avanzò nella stanza fino ad incontrare gli occhi scuri ed intensi di Andreas. Lui era magnifico. Era la prima volta che lo vedeva vestito del suo sontuoso costume magiaro...e non le sembrava meno pericoloso ed inquietante della prima volta che l’aveva incontrato, all’Abbazia. Gli sorrise di un sorriso segreto, complice, mentre lo sguardo di lui scivolava sul suo corpo perfetto, che conosceva così bene, vestito di un abito blu notte di fine velluto, che metteva in risalto la sua pelle di magnolia, ed i capelli dai riflessi di fuoco. - E’ un enorme piacere, rivedervi...signora - - Ho accettato con altrettanto piacere il vostro invito - La parola “piacere” scivolò tra di loro, riportando in entrambi il profumo frusciante delle loro notti d’amore, dell’intimità condivisa. Di una catena che li univa nonostante tutto, e che non aveva potuto spezzarsi mai. Wolf di Starnberg rimase sconvolto dall’intensità di quel legame. Lo sentiva sulla pelle, correva nell’aria, era palese a tutti. Ed Ecaterina era una povera folle se pensava di riuscire ad annientarlo. Quelle due persone si appartenevano, nel bene o nel male, e nulla per loro avrebbe più potuto essere lo stesso senza l’altro. Era sesso e amore, era la vita, e non si poteva fermare. Si chiese se un uomo cinico e disincantato come lui stesso avrebbe mai potuto provare un simile sentimento...e si rispose di no, probabilmente. Era troppo razionale per cadere in quel tipo di trappole. Le donne le conosceva bene, sin troppo, e sapeva bene sin da ragazzo cosa aspettarsi da loro. Anche quando erano incredibilmente belle, come quella ragazza vestita di rosso dai capelli neri. Wolf vide Angela e fu immediatamente sul punto di ricredersi. Uno splendido esemplare femminile...calore e dolcezza, ecco ciò che la sua folgorante bellezza priva di aggressività trasmetteva. Non capì subito che lei era cieca, perché la vide ridere, appoggiata al braccio del suo giovane cavaliere. Poi, quando lo sguardo di lei lo oltrepassò, pensò semplicemente ad un giochetto femminile per stimolare la sua attenzione. Gli ci volle un po’ per rendersene conto. Solo quando vide con quanta attenzione il cavaliere al suo fianco l’aiutava a prendere posto sulla stretta panca e le avvicinava il bicchiere alle dita, capì. Tutte le macchinazioni di Ecaterina non valsero ad impedire ad Andreas si far sedere Verena al suo fianco accanto a sé. Per la prima volta da che si conoscevano, erano liberi di corteggiarsi e di flirtare, come una qualunque coppia. Lui le serviva il cibo ridendo, sfiorandole le dita, lodando il suo abito, le sue perle, la sua acconciatura. Lei rispondeva con un sorriso e con sguardi misteriosi, che lo accendevano di desiderio. E nessun altro al mondo contava. Ecaterina, rassegnandosi ad occupare il posto d’onore all’altra estremità del lungo tavolo, li guardava impotente. Conscia dell’umiliazione tremenda che lui le stava arrecando con il suo comportamento, cercava con furia di fare appello alla propria dignità ed all’autocontrollo duramente appreso quando era Contessa Zarcany, per limitare i danni e salvare almeno il salvabile. Ma nessuno l’amava, né tra la servitù né tra i nobili e ricchi ospiti. E quella era l’ora della sua disfatta pubblica. - Non trattarla così - sussurrò Verena ad Andreas, le loro teste vicine. - Non lo merita - - Tu che ne sai - le rispose lui duramente - E’ solo un ostacolo tra me e te. E va rimosso - - La odi ancora perché ha sposato tuo fratello...pur amando te? - lo provocò lei. Doveva sapere. Doveva sapere se il suo odio di oggi era solo vendetta...oppure fastidio. Se era provocato dalla voglia di vendetta, allora lei - Verena - era stata solo uno strumento nelle sue mani. - No! Dannazione, è finita da così tanto tempo, vuoi capirlo? - Con rabbia, Andreas le passò un dito lungo il bordo della veste, sul seno, incurante di essere visto. Voleva gridarlo ai quattro venti che Verena era sua! - Ci siamo solo io e te, Verena. Dal giorno in cui ti ho vista, all’Abbazia, ogni ricordo di lei o di altre donne è morto. Non ho avuto più nessuna da allora...nessuna, tranne te. Mi credi? - - Si - ammise lei, riluttante. - Si, ti credo. Ti ho sempre creduto. Ma il passato non si cancella. Sai cosa si dice in paese? - - Ti sono già arrivate queste chiacchiere? - si stupì lui - Dopo pochi giorni che risiedi qui? Sul bambino? - - Sì - Verena bevve un sorso di vino, lieta che lui avesse trovato il coraggio di parlargliene. - Dicono che sia figlio tuo...oltre che di Ecaterina - - Potrebbe essere vero. Ma sia dannato se lo so per certo - ammise Andreas. - E questo mi distrugge. Non avrei dovuto tradire il mio fratellastro, ma l’ho fatto. Ero pieno di invidia e di frustrazione, ed Ecaterina mi ha usato - - E tu hai usato lei per vendicarti della tua condizione di figlio illegittimo. - - Sì. Ma è tutto finito - - Il bambino esiste - - A lui non rubo nulla. Sarà lui l’erede - - Dovrai difendere la sua proprietà - - Lo so. Ma non a scapito della mia felicità. Resta con me, Verena - le sussurrò, mentre intorno a loro il mondo beveva, mangiava, danzava e festeggiava. - Troverò il modo di liberarmi di lei, te lo giuro...e potremo sposarci. E riconoscerò mio figlio, Michael - - Lo vuoi davvero? - - Sì - Andreas le prese una mano, e la baciò. Era strano. Era più facilmente riuscito ad esprimerle i suoi sentimenti così, in mezzo alla folla, di quanto gli fosse mai stato possibile nell’intimità della loro camera da letto. Ora sì che vedeva chiaro in sé. Non avrebbe perso Verena, a nessun costo. - Voglio conoscerlo. Non ne vedo l’ora. - - D’accordo. Stanotte ti porterò da lui. - - Ma una notte non mi basta. Con nessuno dei due. - - Lo so. Ma dobbiamo essere prudenti. Tua moglie è una donna pericolosa. Lo sai che è venuta da me...e che mi ha minacciato? - - Ha osato tanto? - si infuriò Andreas, fissando con odio la sua consorte all’altro lato della tavolata, che fingeva con grazia con gli ospiti di lui di non aver nessun problema al mondo. - Sì....ed in un certo senso è nel suo diritto, lo sai. - - Diritto un accidente! - sbottò lui. - Ecaterina è un serpente. Ha incastrato mio fratello per diventare ricca ed importante, ed ora usa quel bambino innocente per fare altrettanto con me. Maledizione a me, alla mia debolezza, ed alle bugie di quello Schallbach! Perché mai ti sei rifugiata da lui? - - Perché non avevo altra scelta - gli spiegò pacatamente Verena - Alexander mi inseguiva, ed ero sola ed incinta. Solo Suor Clara mi è stata vicina. Ci eravamo perse nella tormenta, quando il sacerdote del suo feudo ci ha tratte in salvo e ci ha portate nel suo castello. Lui è stato un vero gentiluomo...ci ha ospitato per tutto l’inverno, sino a che io...l’ho lasciato. - - Perché? Allungava le mani? - - No. Ma Alexander minacciava di distruggere il suo possedimento, se non mi avesse riavuto. Schallbach non volle cedere, ed allora io sono fuggita...e mi sono arresa. - - Però questo nobile cavaliere non ha esitato a mentire con il mio emissario - - Forse temeva di compromettermi, dando mie notizie ad un nemico - commentò generosamente Verena. - Forse era solo geloso e vendicativo, perché tu l’avevi rifiutato - indovinò Andreas. - Ed Alexander? Ti ha fatto del male? - - No - sospirò Verena. - Stavo per partorire...e dopo che il bambino è nato, abbiamo fatto un patto. Io sarei scomparsa dalla sua vita, e dalla sua famiglia, lasciandogli intatti la sua eredità ed il suo diritto al titolo. In cambio, lui avrebbe risparmiato la vita di mio figlio, che vedeva come un possibile rivale, e mi avrebbe dato i mezzi per ricostruirmi un’esistenza altrove. Dopo il parto, sono stata alcuni mesi in Baviera, in un suo possedimento. E poi, ho deciso di partire...ed il resto lo conosci. - - Ti ha messo le mani addosso, quel porco? - - No. Grazie a Dio, no. Amava una donna...ed a me non pensava più. - - Una donna? Sua moglie? - - No. Angela - - La ragazza cieca? - si stupì lui, guardando verso destra, dove Angela rideva alle battute di Wolf, seduto di fronte a lei. - Era la sua amante? - - Sì. - - Perché è venuta con te? - - Perché lui aveva deciso di sposarsi, con una donna nobile e ricca, di famiglia influente. E’ una brava ragazza, Andreas, e non meritava di essere trattata così. Lui l’ha usata come si usa una schiava, e poi l’ha lasciata. E lei ne ha sofferto enormemente. - - Sembra essersi piuttosto ripresa - osservò Andreas. - Guarda come ride. Mi sembra che il mio amico Wolf ne sia assai preso - - E’ molto sensibile...ed il suo handicap la rende fragile, a volte. Dì al tuo amico di andarci piano. - - Non so cosa farà lui, ma quanto a me, nessuno mi tratterrà - Andreas fissò Verena con calore, facendole trattenere il fiato. - Ti voglio, Verena...e non ti perderò più. Promettimi che non mi lascerai mai, qualunque cosa accada - - Te lo prometto - giurò lei con voce roca. - Facciamo l’amore, stanotte - le ingiunse lui - Non so come, e non so dove...ma giuriamoci che lo faremo. Muoio dalla voglia di affondare di nuovo in te. L’altro giorno mi hai portato oltre l’orlo della follia - - Ci sono delle cantine? - gli chiese lei, con voce morbida, sensuale. - Sì. Ed in questa stagione non sono nemmeno troppo fredde. - - Bene. Raggiungimi lì, tra pochi minuti. - Senza altre parole, Verena si alzò, e si allontanò verso le cucine. Con orrore, Ecaterina vide suo marito che, pochi istanti dopo, si alzava e la seguiva. Non sapeva se altri se ne fossero accorti, ma quanto a lei, non aveva dubbi. Sapeva bene cosa ciò significasse. E, dannazione, non aveva alternative. Uno scandalo pubblico, in quel momento, l’avrebbe distrutta! Andreas raggiunse Verena all’imbocco del tunnel che portava alle cantine. Con un sorriso, aprì la porta di una dispensa, ricolma fino al soffitto di rastrelliere dove dormivano vini pregiati. La porta si chiuse e rimasero soli. Verena si appoggiò al solido muro imbiancato a calce, aspirando il dolce, inebriante, profumo dei vini, e sollevò la ricca gonna di velluto. Ancora una volta, non portava biancheria, per la gioia del suo amante.
e ne sono andati - sussurrò Stephan all’orecchio di Angela. Qualcosa nell’espressione della cieca insospettì Wolf, che si guardò intorno. Sia il suo amico che la sua donna erano scomparsi, e ciò non prometteva certo bene. Non per la moglie ferita, perlomeno. - Venite da lontano, donna Angela? - chiese all’incantevole donna, porgendole un pezzo di pane, che lei prese con dita insospettabilmente ferme e sicure. - Dalla Westfalia. Ma anche voi siete tedesco, cavaliere - - Sì...sono sassone. - - Siamo vicini, allora. - - Anche voi fate parte dei possedimenti von Sturgau und Seizig, come la signora? - Angela rise, suo malgrado. Già, proprio così! Era anche lei un possedimento del principe von Sturgau und Seizig! - Perché ridete, mia signora? - si inalberò Wolf. - Perché sono una sciocca. Sì, vengo da quelle terre. - - Ne avete nostalgia? - - Per nulla - Angela gli sorrise, per farsi perdonare. - Parlatemi di voi, piuttosto. Cosa ci fate voi, in Ungheria, così lontano da casa? - - La mia casa è il mondo. Combatto al soldo del miglior offerente. Ed il re d’Ungheria paga bene i mercenari per sconfiggere i turchi. - - Mi hanno detto che sono guerrieri temibilissimi - - E’ vero - ammise Wolf, con serietà. - E molto più esperti di noi in molti campi, scienza, astronomia, medicina. Solo che noi europei non vogliamo ammetterlo. Temo che questo tipo di guerra non finirà mai. - - E’ un peccato. Dovremmo essere in grado di trarre il meglio da entrambe le culture. - - E’ vero. Ma io sono solo un povero soldato, senza altre proprietà al mondo se non il mio vigore. - - Suvvia, non dite così. Siete gentile e sapete intrattenere le signore - - Solo le più belle - la lusingò lui. - Descrivetevi. Sono curiosa di sapere come siete. - - Sono alto...ecco, alzatevi ed allungate una mano - Lei, che pure non era una donna piccola, lo fece, e fu sorpresa di trovare sotto la punta delle sue dita solo il suo ampio e forte petto. Lui le prese la mano e l’alzò....ma anche così, non riuscì a farle toccare la sommità del suo capo. Lei calcolò che fosse una decina di centimetri più alto di Alexander, che pure era un uomo imponente. - Poi, ho i capelli rossi...e gli occhi azzurri. Non sono niente di speciale. Ve l’ho detto, solo un guerriero - - Cosa volete che me ne importi di bei lineamenti, signore? Io sono cieca della nascita. Ma apprezzo il valore e la simpatia...e mi parete dotato di entrambe le qualità in abbondanza. - - Vi ringrazio - le rispose Wolf, seriamente. Si chiese quale fosse il ruolo del giovane cavaliere che l’accompagnava. Sembrava innocuo, un semplice appoggio per aiutarla in quella dimora sconosciuta. - Perché non andate a ballare, amico? - gli disse, indicandogli con la mano giovani fanciulle che si avvicinavano allo spazio lasciato libero tra le panche per le danze. - Bado io alla signora - - Sì, andate, Stephan. Ballate pure. Io resto qui seduta - lo incoraggiò Angela. Fraintendendo la sua cortesia per un invito a lasciarla sola con il mercenario, Stephan si alzò e si diresse verso una delle danzatrici, ripromettendosi peraltro di non perderla d’occhio. Già la principessa Verena gli era scivolata da sotto il naso...ma era in compagnia del padrone di casa e questo rendeva tutto diverso. Fu peraltro piuttosto sorpreso quando una nuova ballerina si affiancò a lui e gli prese le mani per invitarlo nella danza. Abbassò gli occhi e si rese conto che si trattava della bella principessa Ecaterina. - Cosa volete da me, signora? - la apostrofò, con ironia. - Mi stupisce che perdiate il vostro tempo con un semplice “ragazzino” - - Vi siete offeso per come vi ho chiamato l’altro giorno, all’accampamento? - rispose Ecaterina, con voce mielata. - Non vi avevo osservato bene. In fondo, siete in tutto e per tutto un giovane uomo...molto prestante. - - Ve lo ripeto - Stephan strinse gli occhi, guardandola, mentre la conduceva nella danza. - Cosa volete da me? - - Informazioni - ammise Ecaterina, roteando con grazia al suono della musica. - Chi è la vostra signora, per esempio...e cosa vuole da mio marito - Era così trasparente! Intendeva usarlo, come uno strumento, nella lotta per l’amore di quell’uomo. Stephan era giovane, ma non sciocco. Per quanto la signora fosse attraente, non avrebbe mai tradito la fiducia della sua principessa. - Fareste bene a chiedervi, mia signora, cosa vostro marito vuole da lei, piuttosto - - Siete uno sciocco - Ecaterina tentò una strada diversa. - Potrei darvi dell’oro. Molto oro. - - Lo stesso che avete promesso alla mia signora per andarsene? Non è il caso. Non ho gusti dispendiosi. - Ecaterina venne presa e fatta volteggiare lontano da lui da un altro ospite. Sollevato, Stephan si guardò intorno. Forse, nel mentre, la sua signora era rientrata in sala. Però non c’era. Ed anche Angela e quel mercenario erano spariti.
osì. Abbassati su di me. - Le gambe allacciate intorno ai fianchi dell’uomo, Verena sospirò, appoggiò meglio la schiena alla parete e si abbassò su di lui, raccogliendolo interamente. Il sesso tra di loro era sempre fantastico, nuovo, eccitante. Da quando si erano ritrovati, era persino meglio. Era scomparso ogni pudore, ogni inibizione. In qualche modo, il desiderio covato durante le loro lunghe solitudini si era sublimato sino ad esplodere, aprendoli a nuove emozioni. A Verena era servito divenire la confidente di Angela. La ragazza, pur profondamente innocente, era stata introdotta da un maestro esperto ed esigente in un mondo di sensazioni proibite e trucchi raffinati. Sentirne parlare, aveva liberato Verena da ogni residuo senso di colpa. E questo era servito a fare di lei un’amante libera e dissoluta, senza inibizioni. - Stai immobile - la implorò Andreas, sprofondato in lei. Appena si era slacciato i calzoni del suo elaborato costume magiaro, lei aveva dedicato al suo sesso turgido tutte le sue più deliziose e peccaminose attenzioni ed ora, semplicemente, non riusciva più a trattenersi. Con la bocca, per distrarsi, raccolse uno dei suoi capezzoli, lasciato scoperto dalla profonda scollatura dell’abito di velluto, e lo succhiò e mordicchiò, portandola sull’orlo dell’abisso. Stringendo le cosce intorno al corpo di lui, Verena si lasciò possedere ancora più a fondo. Poi, sorprendendola profondamente, lui sospirò e si staccò da lei, lasciandola sola ed incredula, il membro vistosamente eretto ed il petto ansimante. - Perché? - gli chiese lei, sconvolta, guardandolo. - Per farlo durare di più. E perché ho voglia di prenderti in più modi - le sorrise lui, con un sorriso diabolico. - Non hai voglia di finire quello che abbiamo cominciato in maniera diversa, assaggiando un gusto nuovo? - - Sì - ansimò lei. - Non farmi aspettare ancora - Le tese le braccia per tirarla su, e la fece sdraiare per terra, a pancia in giù, sollevandole le gonne sulle natiche perfette e frementi. La coprì subito con il proprio corpo, raccogliendole i seni nelle mani, e penetrandola con vigore, con colpi profondi e ripetuti. La calda intimità di lei si rimodellò subito al fine di accoglierlo, anche se la nuova angolazione d’ingresso rendeva ancora più stimolante il rapporto, amplificando l’erotica frizione del suo membro sulla clitoride di lei, che la stava portando all’appagamento. - Vieni, Verena. Veniamo insieme - Lei non capì più nulla. Riprovò quella curiosa sensazione di straniamento che aveva sperimentato la prima volta in cui avevano fatto l’amore, la sensazione di appartenergli completamente, anima e corpo, oltre la propria volontà razionale, ed anche contro il proprio volere più profondo. E poi venne il piacere. Totale e viscerale. - Quanti peccati abbiamo commesso, Andreas? Quante volte andremo all’inferno? - - Non lo so - rise lui. - Ma è giusto così. Abbiamo un figlio, e ci amiamo ancora, sempre di più. E sento che non avrei mai potuto condividere questo con un’altra donna, non così. - - Sai che per me è lo stesso - ammise lei. - Sei entrato nella mia vita e l’hai cambiata completamente. Hai fatto di me un’altra donna. Mi hai dato forza e libertà e dolore...e non rinnegherei nulla di quanto abbiamo condiviso perché, senza di te, sarei morta dentro. - Senza altre parole, si alzarono e rassettarono le loro vesti. La notte era ancora lunga, e c’era un’altra cosa che andava fatta prima che arrivasse l’alba.
iete sicuro che possiamo restare qui? La padrona di casa non si arrabbierà? - Wolf rise tra sé dell’ingenuità della ragazza. Nessuno degli invitati avrebbe disturbato una coppia palesemente appartata, tanto meno sapendolo amico intimo del padrone di casa. Quanto ad Ecaterina, la sua autorità era stata pubblicamente sconfessata, e nessuno dei partecipanti alla festa avrebbe potuto obiettare qualcosa. - Non facciamo nulla di male, donna Angela - le rispose, in perfetta mala fede. - Siamo solo qui in giardino a prendere il fresco. Ed a sentire la musica. Da qui si sente meglio che nel salone, non trovate? - Si era stupito e congratulato con se stesso quando la ragazza aveva acconsentito a seguirlo fuori. A quanto pareva, era una conquista più facile del previsto. Peccato, questa pronta resa annacquava notevolmente il piacere della caccia. Non era possibile che lei ignorasse le conseguenze della sua scelta. Contando sulla sua cecità l’aveva portata sì in giardino, ma in un angolo talmente nascosto ed appartato da consentire loro la massima libertà d’azione. E non intendeva perdere tempo. - Ho qualcosa da farvi assaggiare, mia signora. Qualcosa di dolce e salato, che vi piacerà - - Un dessert? - chiese ingenuamente lei. “Mi sta prendendo in giro?” si chiese Wolf, che era uomo di mondo. Si chinò su di lei, e le invase la bocca, semiaperta dallo stupore, con la lingua, frugandogliela sensualmente. Annichilita dalla sorpresa, Angela non reagì in nessunissimo modo, subendo quell’assalto per alcuni lunghi secondi prima di realizzare che quell’uomo la stava baciando intimamente. Fu più che altro quell’assoluta mancanza di reazione ad insospettire l’uomo. A quel punto, si sarebbe aspettato una risposta appassionata, l’assalto della lingua di lei, dei gemiti, e l’inizio di una sessione di divertimenti che sperava lunga ed intensa. Ma non quello! - Voi avete frainteso tutto, signore - disse lei, con voce fredda come il ghiaccio, mentre cominciava a tremare di rabbia trattenuta. - Riportatemi in sala - gli ingiunse con quanta più dignità riuscì a ritrovare in sé - Da sola non ce la farei - ammise infine. - Mi dispiace - Wolf si ritrasse, tolse le mani dai seni di lei, dove si erano attardate assaporandone la soda morbidezza, e si schiarì la voce. - Vi credevo...disponibile - - Perché sono cieca? - chiese lei, la voce rotta dal pianto, ferita ancora una volta dall’egoismo e dalla lussuria degli uomini. - No...perché siete gentile. E perché si usa così nel mondo dei ricchi e dei potenti. Ci si conosce ad una cena, e si finisce a far l’amore in giardino. E’ pieno il mondo di damigelle disponibili, credetemi. - - Vi credo - disse solo lei, cercando di tenere a bada i fantasmi del passato. - E mi perdonate? - le chiese lui con voce profonda. - - Sì, vi perdono. Ma ora riportatemi in sala. - La prese per mano e la ricondusse al castello. Si sentiva uno sciocco patentato per aver scambiato la calda, spontanea cortesia di lei per un invito alla dissolutezza. E provò per lei un nuovo interesse ed un nuovo rispetto. Non perché non ci stesse...ma perché non ci stava ancora. Ecco. Soddisfatto il suo orgoglio, si disse che la conquista sarebbe stata lenta e forse difficile, ma non impossibile. Occorreva solo pazientare. Del resto, lei era una giovane vergine pudica e piena di pudori: non bisognava affrettare troppo i tempi. - Angela! - l’accolse Stephan sulla soglia del salone. - Vi ho cercato dappertutto! State bene? - - Sì - sospirò lei, lasciando il braccio di Wolf e prendendo quello dell’amico. - Il signore è stato così gentile da accompagnarmi fuori a prendere un po’ d’aria. Si soffoca qui dentro. - Il giovane cavaliere fissò il più maturo mercenario con diffidenza. Il cucciolo indovinava forse ciò che era accaduto, si chiese Wolf, divertito. Nonostante la reazione di lei, non rimpiangeva certo di averla baciata. Era deliziosa, e sentiva ancora nelle vene il calore della sua bocca. Così, inoltre, le avrebbe dato un buon motivo per pensare a lui. - Vorrei che Verena tornasse...e che noi tre si potesse andare a casa - - Ho ricevuto un biglietto della principessa, mentre voi eravate fuori - le confidò Stephan. - Ha detto di non attenderla. Naturalmente, i miei uomini rimarranno qui, per qualunque evenienza...ma io vi riporterò a casa. - - Bene - Angela sospirò di sollievo. - Andiamo. - - Buona notte, mia signora - la salutò Wolf, baciandole leggermente la mano. - Buona notte - replicò lei freddamente, e si allontanò con Stephan. Non voleva pensare a quanto era appena accaduto. Non prima di essere al sicuro nella propria stanza, sotto le proprie coperte. Si incamminò con Stephan lungo la strada principale che dal castello portava al villaggio, adorna di lumi e decorazioni. - Vi ha mancato di rispetto? - le chiese bellicoso il giovane cavaliere, dimostrando di non aver alcuna paura del più anziano e possente mercenario. - No - rispose brevemente lei. - Grazie, Stephan. Siete il migliore degli uomini. - Il ragazzo non rispose. Si chiedeva in cuor suo cosa ne avrebbe detto il principe Alexander di quando era accaduto quella sera.
ccolo. Non è perfetto? - Chino sulla culla, Andreas osservava il suo piccolo dormire. Era un bellissimo bambino, con un volto adorabilmente paffutello e ricci capelli castani che doveva aver preso dalla mamma. Ed era tenero ed indifeso, un frutto bello ed importante di un qualcosa che era nato come un sopruso, una sopraffazione. Andreas Vargas pianse. Questo era suo figlio. Senza dubbi, senza se, senza inganni. Suo e di Verena. Loro. La sentiva più sua in quel momento di quanto non lo fosse stata poco prima in quella cantina. - Mi chiedo cosa posso aver fatto di buono in questa vita per meritarmi questo. Tu e lui. - - Mi hai amata - rispose lei sottovoce. - Contro tutte le possibilità - - Ho ucciso, lo sai. Sono stato un guerriero, lo sono ancora, e non solo per fedeltà al mio re, ma anche per denaro. Sono stato una vergogna per mia madre dal giorno in cui sono nato, un traditore per il mio unico fratello, ed un sopraffattore per te. - - E’ tua madre che dovrebbe vergognarsi! - sbottò lei - Non ti ha mai veramente accettato. Io amo mio figlio, e lo amavo con tutta me stessa anche quando credevo che mai avrebbe avuto un padre! - - Tu sei una donna diversa - mormorò Andreas, accarezzandole una guancia. - Lo hai dimostrato fin dal primo momento che ti ho conosciuto. Tu hai coraggio e dignità. Sei stata più forte di me, e sempre lo sarai. Non saresti mai caduta nelle trappole in cui sono caduto io...e ce l’hai fatta nonostante avessi tutto e tutti contro. Nonostante me. - - Non dire così. Benedico il fato che ti ha portato all’Abbazia, quella notte. - - Tu...una badessa...parli di fato? - - Hai ragione. E’ stata la Provvidenza. Non può essere male quello che ha portato...a Michael. - - No - Andreas le prese le mani, le baciò. Poi, con suo grande stupore, si inginocchiò davanti a lei, e la guardò. - Ti giuro fedeltà, come gli antichi cavalieri la giuravano alle loro dame. Il mio cuore non conoscerà altro amore al di fuori di te, ed il mio corpo non avrà altro rifugio se non il tuo. Fino alla morte, Verena. - - Non parlare di morte! - lo sgridò lei. - Ti voglio vivo, mio signore! Dovessi combattere ancora mille battaglie! - - E sia, allora! Accetti il mio giuramento? - - Sì. E te ne rendo uno uguale. - Senza altre parole, si lasciarono che già albeggiava. Andreas tornò al castello, un’unica certezza nella sua mente. Legalmente o no, il suo matrimonio con Ecaterina era finito per sempre.
uando il primo baule aperto volò giù dalla finestra, gli abiti nei colori dell’arcobaleno fluttuarono a lungo nell’aria tersa del mattino di settembre. Tutti furono così stupiti, dapprima, che nessuno pensò di avvisare la padrona. Lei se ne accorse da sola, quando fu la volta delle scarpe e delle suppellettili d’argento. Andreas stava gettando la sua roba dalla finestra. Ecaterina urlò. In verità, pensò di urlare. Era annichilita dallo stupore, dalla realizzazione concreta di tutte le sue paure, di tutti i suoi terrori di una vita. Se Andreas la scacciava da Zarcany, tornava ad essere...nessuno, la nullità che era sempre stata. La bambina che suo padre, un povero nobiluccio di campagna, aveva spinto tra le braccia del ricco conte Zarcany quando era solo una ragazzina. La giovane donna spaventata che aveva lottato con le unghie e con i denti, quando il marito era stupidamente morto senza lasciarle eredi, per costruirsi un nuovo futuro, per arrivare infine a sposare l’uomo che amava. Amare? Quello che provava ora per Andreas era un odio devastante, acceso di tutti i colori del desiderio frustrato, della rabbia, del rancore, della più nera gelosia. Rivedeva quella donna bella ed aristocratica, dall’incerto passato, che glielo aveva portato via. Risentiva i commenti maliziosi e le risatine strascicate della sera prima, gli sguardi cinici, i sussurri. E voleva uccidere. - Andreas... - ansimò, ferma sulla soglia, mentre lui - con calma e metodo - prendeva le sue cose dagli armadi di noce e le gettava giù nel cortile. - Fermati. Non puoi farmi questo. Dannazione, sono ancora tua moglie! - - Con te è entrata la disgrazia, in questa casa - le rispose lui, freddamente. - Non appartieni più a questo posto...vuoi capirlo, Ecaterina? E da sola non te ne andresti mai. Pertanto, prenditi le tue cose, e vattene. Via. Per sempre. - - Ti rovinerò, Andreas, se mi fai questo! E rovinerò la tua sgualdrina! Vi porterò al rogo tutti e due per bigamia! - - Il mio matrimonio con te non ha alcuna validità, e lo sai. Quanto a lei, non farei mai il torto di esporla a simili pericoli. - - Te ne accorgerai! Il re mi ascolterà...toglierà tutto quello che hai a te, ed a Zarcany - - Il tuo amore materno mi sconvolge. Il conte Zarcany è tuo figlio, se rammenti. Quanto a me, ho solo il mio braccio e la mia spada, e quello straccio di nome che mio nonno ha ritenuto di lasciarmi in eredità. Non temo le tue minacce, Ecaterina. - - E fai male! Te ne pentirai! - Ora stava davvero urlando. Immobile sulla soglia, incapace di fermarlo, incapace di reagire. Perché, perché aveva perso del tutto l’ascendente che un tempo aveva su di lui? Perché non era più in grado di ammaliarlo, come un tempo? In verità, non se la sentiva nemmeno di provarci. Il sentimento di sconfitta che albergava in lei era da solo sufficiente a distruggerla. Ma non poteva finire così. Questo non lo avrebbe permesso. Lasciò inebetita che gli uomini di Andreas continuassero quella lenta e metodica opera di annullamento della sua annosa presenza in quella casa. E poi, scese di sotto. La vecchia Lada, in silenzio, stava già raccogliendo le sue cose, quelle che non si erano infrante o rovinate nel volo, e le stava radunando alla meno peggio su di un carretto che aveva scovato chissà dove. Ecaterina non pensò nemmeno ad aiutarla. Immobile, attese che la vecchia finisse. C’era ancora molto da raccogliere, ma la servitù rimaneva in disparte. La odiavano troppo per aiutarla nel momento della sua rovinosa caduta. Maledetti bastardi, l’avrebbe fatta pagare anche a loro. - Andiamo, mia signora - le disse Lada, prendendola per un braccio. Ecaterina la seguì suo malgrado, un passo dopo l’altro. Domani avrebbe pianto. Domani avrebbe escogitato un piano per punirli tutti. Domani. Wolf, ammirato, si fermò accanto all’amico. Andreas fissava la donna che, solo per pochi istanti, era stata sua moglie allontanarsi, sola con l’unica compagnia di una vecchia zingara, verso un incerto futuro. E non ne provava, suo malgrado, alcuna gioia. Solo un cupo senso di liberazione. - Questo è ciò che suol dirsi “liberarsi di qualcuno”. Complimenti, Andreas. Sei un autentico bastardo, quando ti ci metti - - Se lo meritava. E me lo meritavo anch’io...per averle permesso così tanta influenza sulla mia vita - - Ed il bambino? Il piccolo Zarcany è suo figlio. Non lo rivuole con sé? - - Per quello che le importa. I serpenti non hanno istinto materno. - - Ma sanno colpire con ferocia, quando vogliono. Guardati da lei, Andreas. - - Sì. Starò in guardia. Non temere. - Andreas scrollò il capo, cercando di liberarsi la mente del pensiero molesto di Ecaterina. Quanto prima, quel giorno stesso se possibile, avrebbe dovuto mettersi in viaggio per Buda, per parlare con il vescovo Tulas della sua situazione matrimoniale. E poi, avrebbe dovuto cercare l’appoggio del suo re, per quel che concerneva l’annullamento civile. Anche se questo avrebbe voluto dire dover affrontare ancora battaglie contro i turchi, in cambio. La sua libertà e l’onore della sua donna e di suo figlio meritavano che corresse quest’ennesimo rischio. - Verrai con me, alla capitale? - - Perché no. Credo che tu abbia bisogno di aiuto. Ma mi dispiace un po’ lasciare Zarcany. Avevo cominciato un corteggiamento piuttosto interessante. - - Ti riferisci all’amica di Verena? A quella ragazza cieca? - - Già. Notevole, non trovi? - - Lasciala perdere, Wolf - gli rispose Andreas, pensando suo malgrado a quanto gli aveva raccontato Verena sul conto di lei. - Non fa per te - - Perché? Perché non ci vede? A me non importa. Vedo io per lei. - - No. - Andreas cercò le parole. Voleva dire all’amico di non rischiare vita ed onore con l’amante di un uomo potente e crudele come il Principe von Sturgau und Seizig. - Ah, ho capito. Lei è vergine, e tu temi che possa spaventarla...e rovinarla - Non era proprio quello che Andreas pensava. Soprattutto da quando sapeva cosa la cieca avesse appreso dal suo amante. - Lasciala perdere. - ripeté. - Trovati una donna con meno problemi. Zarcany pullula di servette e dame ansiose di farsi fare un po’ di compagnia - - E scommetto che tu sei sempre stato...assai servizievole, vero? - rise l’amico. Andreas lasciò cadere l’argomento. Era ansioso di concentrarsi sui preparativi per il suo prossimo viaggio. Ancora non sapeva se, prima o poi, il principe Alexander si sarebbe rivelato per entrambi l’ennesimo problema.
lla stessa cosa stava pensando in quell’istante Angela. Era china sulla roggia con Verena, e stavano lavando della biancheria, quando Stephan giunse a cavallo dal vicino villaggio con le ultime novità. A quanto pareva, Andreas Vargas aveva letteralmente buttato fuori di casa la moglie, la quale si era rifugiata nella casupola della sua antica balia gitana. Se non altro, il principe non mancava di spirito di iniziativa. - Avranno di nuovo litigato? - si chiese Verena - Lui oggi è arrivato al castello all’alba. Lei non può non essersi chiesta cosa l’avesse trattenuto fuori casa per tutta la notte. - - Ah. E’ probabile - rispose Angela, distratta. - A cosa pensi? A quel Wolf? Non mi hai ancora raccontato cosa è successo tra di voi...quando ti ha portato in giardino - - Mi ha messo le mani addosso - rispose brutalmente Angela - Evidentemente, tutti gli uomini che incontro si sentono autorizzati a farlo - - Non è così, Angela. Tu sei molto bella...ed indifesa. E’ naturale che ti trovino estremamente attraente - la consolò Verena. - Ma non dovrebbero essere così rudi. Soprattutto con te...che non puoi vederli. - - Hai ragione. Ma ieri sera sono stata particolarmente stupida. Anche senza vederlo, tutti i segnali stavano arrivando. Dovevo immaginarlo...e fermarlo. - - Forse...non volevi fermarlo - suggerì Verena. - Credi? - Angela ci rifletté. Forse l’aveva saputo...e voluto. Chissà, forse era stata persino inconsciamente desiderosa che accadesse. Per solitudine del corpo o dello spirito...per la voglia di dimenticare Alexander, sovrapponendo ai ricordi che aveva di lui le sensazioni provate con un altro uomo. E non l’aveva disgustata, questo no. Ma non doveva ripetersi. - Pensi ancora...a lui? - Verena non aveva pronunciato il nome di Alexander, ma era ovvio che si stesse riferendo a lui. Angela scosse il capo...e poi sorrise. - E’ naturale che ci penso. Per mesi è stato la mia vita...vedevo tramite lui, respiravo e sentivo per mezzo suo. Per me è diverso che per gli altri...io vivo nel buio, ho bisogno di riferimenti. E lui era il mio. Mi ci ero abbandonata...e poi mi sono trovata di nuovo sola. Grazie a Dio, avevo te, e Michael, e Suor Clara...e Stephan, ed i suoi uomini. Altrimenti, ne sarei morta. - L’aveva detto con calma, quasi con freddezza, ma Verena sapeva che era la verità. Ciò che Alexander aveva fatto ad Angela avrebbe potuto ucciderla...se lei fosse stata appena meno forte. - Vorresti un altro uomo, accanto a te? - - A volte sì. Non per dimenticare...ma per continuare ad avere un riferimento. Tu, presto, ti sposerai con Andreas. E vivrete felici: voi, ed i vostri figli. Ma io....chi potrebbe mai sposarmi? - - Cosa dici? Mio fratello voleva sposarti! - - Sposarmi? Alexander? - Angela ripensò suo malgrado a quella notte nel convento dei monaci, quando Alexander l’aveva presentata come la sua principessa. Era stato bellissimo, era stato un sogno. Ma, come tutti i sogni, al mattino si era dissolto. - D’accordo, forse Alexander non poteva sposarti...ma ti amava. E molti altri uomini potrebbero amarti, e per loro non ci sarebbero ostacoli, se decidessero di fare di te la loro sposa. - - Forse hai ragione tu. Verena, arrivano visite. Sento dei cavalli - Verena sollevò il capo dalla roggia, e si asciugò le mani con il grembiule. Due uomini arrivavano al galoppo. Riconobbe con un tuffo al cuore i capelli neri di Andreas, il suo volto abbronzato, bello e sensuale come quello di un gitano. L’uomo accanto a lui era il mercenario che la sera prima aveva violato il riserbo di Angela. Si chiese come dirglielo. - Lasciami indovinare - sorrise la cieca. - Il tuo Andreas. Ed il mio impetuoso corteggiatore - - Già - rispose Verena, colpita come sempre dall’intuito della ragazza. - Vuoi che gli dica di andar via? Magari non vuoi incontrarlo? - - No, perché? Ci siamo già spiegati tutto. Non temo nulla. - Andreas scese agilmente da cavallo. Era uno splendido cavaliere, come tradizione degli uomini originari dell’Est Europa, ed era un piacere vederlo montare il suo baio. Wolf di Starnberg era decisamente più goffo, anche a causa della sua mole, ma altrettanto efficace. - Verena...hai saputo? - - Sì - gli rispose lei, prendendogli le mani che Andreas le tendeva. - Era il caso? - - Sì. Va schiacciata come una serpe velenosa. Ammorbava l’aria - Verena si lasciò prendere per la vita da Andreas, e condurre in casa. Sapeva che lui voleva vedere il bambino, ed anche lei era ansiosa di spiare il loro incontro. La notte prima Michael naturalmente dormiva...ma adesso era sveglio, e giocava in cucina con Suor Clara. - Buongiorno, Donna Angela - - Signore.. - - Avete dormito bene? - - Sì, certo. - Wolf le si avvicinò. Angela voltò lentamente il capo, cercando di rintracciare la sua presenza. Quando vi riuscì, si fermò, in attesa. - Mi avete perdonato, per ieri sera? Non volevo spaventarvi - - Non mi avete spaventata. Statene certo. - - Bene. Perché non facciamo una passeggiata? Smettete di lavorare, l’acqua è gelida e vi rovina le mani. Non avete nessuno che lo faccia per voi? - - Io e Verena non vogliamo assumere servitù. Ci piace essere indipendenti - rispose lei fiera. Aveva notato con piacere come l’uomo non si fosse stupito più di tanto che una donna cieca come lei fosse in grado di badare a quel tipo di incombenze. - Siete due signore piuttosto in gamba, da quel che mi è dato vedere. - - Così pare. Su, accompagnatemi sul retro della casa. Abbiamo steso un filo, e voglio stendere il bucato perché si asciughi. - Senza farselo dire due volte, Wolf prese il cesto del bucato e le fece strada verso il cortile da lei indicato. Lei si aggrappò alla sua cintura, e lo seguì, per nulla imbarazzata. Grazie alla sua scioltezza, anche Wolf sentì dissiparsi il suo nervosismo. Dopo un po’, ci si abituava a tutto, anche ad una ragazza che non aveva occhi per vedere. - Mi dispiace di aver frainteso la situazione. Ora so che siete una ragazza pura...e che non siete fatta per semplici avventure - - E’ quello che pensate di me? - gli chiese lei, prendendo i capi che lui le porgeva e stendendoli abilmente sul filo, lisciando le eventuali pieghe. - Sì. Ed ho capito che non voglio rovinare la possibilità di costruire una buona e valida amicizia con voi. Devo accompagnare Andreas a Buda per risolvere i suoi problemi matrimoniali...ma poi tornerò. Per l’inverno non ho ancora ricevuto nessun ingaggio. Magari resterò qui a Zarcany, ad aiutare Andreas con la gestione della tenuta. Potremo conoscerci meglio...se lo vorrete. - - Sì, certo. Mi piace parlare con voi - - Anche a me. Avete molto da dare. Siete una donna buona ed onesta, ed io vi ammiro - - Non mi idealizzate. Ho anch’io i miei difetti...ed uno è piuttosto evidente. - - Non è colpa vostra, se non vedete. - - Non tutti sarebbero così generosi - Angela si morse un labbro, e la sensualità innata di quel gesto lo fece avvampare. Non sarebbe stato facile tenere le mani lontano di lei...soprattutto, dopo quanto era successo la notte precedente. Ricordava ancora il suo sapore dolce e pieno. Angela, istintivamente, se ne accorse. E capì che lui ora la stava giudicando una verginella intoccabile, da proteggere. - Non fatevi idee sbagliate. Voi non sapete nulla del mio passato... - - Allora siamo alla pari. Neanche voi sapete nulla del mio - - Ma io sono una donna - Wolf non volle capire ciò cui lei alludeva neppure allora. Era come se la sua mente, il suo orgoglio, feriti per essere stati respinti, cospirassero per fargliela vedere sotto una luce irreale, quella di una casta, incontaminata madonna. - Ci conosceremo meglio - ripeté lei. - E solo allora capirete - aggiunse, mestamente. - Non c’è nulla da capire. La vostra cecità per me non conta nulla. Non è in nessun modo un ostacolo - Angela andò avanti con il suo lavoro. Quando Andreas tornò, teneva il suo piccolo tra le braccia. Verena li seguiva felice, finalmente serena. - Wolf...ho detto a Verena che presto sarà tutto risolto, e che tu mi accompagnerai in questo viaggio. Lei ci ha invitato per pranzo. Che ne dici? - Wolf lanciò uno sguardo ad Angela, che continuava tranquilla a stendere. - Ne sono lieto, principessa. - - D’accordo. Allora vi lascio qui con il bambino...Angela, vieni con me in cucina? - La cieca annuì, e prese il braccio che l’amica le offriva. Quando furono sole, Verena le chiese cosa si fossero detti lei ed il mercenario. - Non sa di Alexander. Crede che io sia pura come un giglio - - E’ la verità. Che sei pura, intendo - - Verena...ma cosa dici? - Angela scosse il capo - Ho cercato di fargli capire come stanno le cose...ma lui non vuol sentire. E’ tanto sordo quanto io sono cieca. D’altro canto, ho paura che se sapesse del mio passato, non si fermerebbe più come ha fatto ieri sera. - - Non devi ingannarlo. Ma neanche lui ha diritto di pretendere che tu sia diversa da quello che sei. Pura, onesta, e virtuosa...anche se non intatta. - Angela apprezzò la delicatezza delle parole dell’amica. Tutto sommato, il disinteressato corteggiamento dell’uomo la lusingava. Ed un po’ la eccitava l’idea del piccolo inganno in cui era caduto. III
a visita al vescovo moldavo Tulas si rivelò una delle più grandi sorprese della vita di Andreas. Quando arrivò al palazzo dove il nobile prelato risiedeva, Andreas fu ricevuto da un segretario in tonaca nera, gelido e formale, che si limitò a prendere atto delle sue generalità. L’attendeva, a quel che pareva, una lunga anticamera, quando inaspettatamente il vescovo fece il suo ingresso. Era un uomo alto, di una sessantina d’anni, sorprendentemente atletico per essere un religioso. Sembrava più un guerriero a riposo che un prelato, ed invero il nome dell’antichissima famiglia Tulas era ben noto per le prodi gesta di quei cavalieri, celebri per la loro ferocia e per lo stemma a forma di drago che campeggiava sulle loro armi. Andreas non si era mai chiesto come mai sua madre, l’altera contessa Zarcany, conoscesse così intimamente un religioso di così alto grado. Ora, cominciò a domandarselo. Era evidente come sugli anni giovanili di sua madre aleggiasse un fitto mistero. - Accomodatevi, figliolo. Ora il mio segretario vi porterà del tokay - - Grazie, Vostra Eccellenza. - Andreas si chinò a baciare la snella, aristocratica mano del prelato. L’uomo lo guardava con interesse, quasi, si sarebbe detto, con tenerezza. Andreas se ne stupì, ma non troppo. Era da sempre abituato a sguardi di quel tipo ad opera sia di donne che di uomini, soprattutto negli ambienti di corte. Non si sarebbe troppo scandalizzato se gli avessero detto che il vescovo era omosessuale. Quelle cose erano piuttosto comuni nell’ambiente della nobiltà. Ma non era quello il caso. Andreas Tulas, già cavaliere dell’Ordine del Drago, e da un trentina d’anni a quella parte religioso, non aveva mai avuto tendenze omosessuali. Casomai, il suo problema era un altro. Amava troppo le belle donne. E quando - salvo per miracolo in una battaglia dove tutti i suoi uomini erano stati sterminati dai turchi - aveva giurato a Dio di divenire prete, quella era stata la rinuncia più difficile. Soprattutto quando aveva saputo di essere divenuto padre. Andreas fissava il vescovo. C’era in quell’uomo un qualcosa di estremamente familiare, un tipo di legame che lo riconduceva a lui, pur non avendolo mai incontrato prima. Il religioso era alto e muscoloso quanto lui, ma aveva occhi azzurri e capelli di un caldo castano dorato, non ancora ingrigiti. Eppure, lo vedeva così simile... A sé. Lo stupore lo assalì, e non fu abbastanza abile da celarlo. Il Vescovo Tulas sorrise. - Lei....Giselda, tua madre, non ti ha detto nulla, vero? - Andreas scosse il capo, stupefatto. - Perdonami, figliolo. Mi dispiace che tu l’abbia saputo così - - Perché? - chiese solo Andreas, con la voce spezzata, chiedendosi chi altri lo sapeva. Chi altri sapeva che Andreas Tulas, vescovo e nobile discendente di un’antica dinastia guerriera, fosse suo padre. - E’ una lunga storia. Ero fidanzato con lei, quando era ancora la figlia minore del principe Vladimiro Vargas. Ma dentro di me scorreva il sangue impetuoso della battaglia...noi Tulas siamo cavalieri dell’Ordine del Drago...tu sai questo cosa significa, vero? - Andreas annuì. La ferocia di quei guerrieri era nota. Non risparmiavano alcuna atrocità ai nemici, quando li catturavano. Ed erano implacabili nella lotta. Nel nome di Cristo, compievano le peggiori infamie pur di schiacciare il pericolo musulmano. - Andai ancora una volta a combattere, prima del matrimonio. Non prima, però, di averla...resa mia. Non ero uomo da attendere. - Andreas deglutì. No, certo, se un po’ gli somigliava. - Fummo abbattuti e sterminati. Mi abbandonarono sul campo di battaglia più morto che vivo. Era un contingente di guerrieri appena giunti da Istanbul, e non seppero riconoscere l’emblema del drago...e quella fu la mia salvezza. Altrimenti, mi avrebbero torturato a morte. - - Perché...non la sposaste? - - Perché giurai a me stesso ed a Dio che, se ero sopravvissuto, non sarebbe stato invano. Avrei dedicato la mia vita al Signore...a qualunque costo. - - E così l’avete abbandonata. - - Sì. Ho dovuto. - Non c’era rimorso nelle parole del vescovo. Forse del rimpianto, ma nessun rimorso. Da audace cavaliere del Drago, aveva fatto la sua scelta. E non era mai tornato indietro sui suoi passi. Andreas cominciò a capire come dovesse essersi sentita sua madre. Abbandonata. Un figlio in grembo. Un nome onorato da difendere ad ogni costo. I Vargas non erano ricchi, ma il loro era un nome antico e celebre. - Fui io stesso a combinare il suo matrimonio con Zarcany. E fu un buon matrimonio. Lei ebbe due figli...- - E me - - E voi. So che vi chiamate Andreas...so tutto di voi. Siete un cavaliere degno della vostra famiglia paterna. - - Sono un bastardo come voi mi avete reso! - sbottò Andreas, fuori di sé dalla rabbia. - Ho vissuto la mia vita al soldo degli altri, come il mercenario che ero...altro che Ordine del Drago! Ho usato una donna come avete fatto voi, e l’ho lasciata sola con un figlio...proprio come voi. Sì, siete proprio mio padre. Vi riconosco! - - Mi dispiace - - Non è abbastanza! - Andreas fissò l’uomo. Sì, era quello l’anello mancante. La connessione che gli era sempre sfuggita, la ragione della freddezza di sua madre, dei rapporti puramente formali che costei aveva sempre avuto con il marito, il conte Zarcany, del disprezzo nemmeno troppo velato che quest’ultimo provava per il figlio bastardo della moglie. - So che avete bisogno del mio aiuto. Lasciate che faccia almeno questo per voi - insistette il vescovo. Come si rivedeva in quell’impetuoso giovane uomo! A parte i suoi colori più scuri, eredità della madre (nella famiglia Vargas scorreva un’abbondante dose di sangue gitano), era proprio come lui era stato, il giorno in cui era partito per la sua ultima battaglia. - Sì, perché no - ammise con se stesso Andreas. Perché non usare il vecchio bastardo...che l’aveva abbandonato, insieme a sua madre, per prestar fede ad un assurdo giuramento. - Ho sposato una donna che detesto...e voglio liberarmi di questo legame. Eravamo stati amanti, un tempo, ma dopo le nozze non l’ho più posseduta. Devo ritrovare la mia libertà. - - Per donarla a quella donna di cui mi avete parlato prima...quella che avete anche voi abbandonato? - - Sì - Andreas fissò il padre. - Grazie a Dio, lei è stata più coraggiosa di quanto lo sia stata mia madre...e non ha ceduto. Mi ha ritrovato, difendendo ad ogni costo il diritto di suo figlio di avere un padre. - - Vi aiuterò, Andreas...darò ordini di far cominciare oggi stesso la pratica di annullamento a Roma. Mi recherò io stesso, a Roma, se occorrerà. Non lascerò che vostro figlio cresca senza un padre legittimo...come è successo a voi. - - Grazie - Andreas lo guardò con disprezzo: non riusciva a perdonarlo. Quel suo giuramento avventato aveva distrutto la sua vita... ed anche molte altre. Dopo di allora, la stessa famiglia Zarcany non era stata né felice né fortunata...ed anche di quello Andreas Tulas aveva colpa. - Ah, un’altra cosa - esclamò, mentre se ne andava, senza baciargli la mano. - Ditemi, figliolo. - - Mi farete avere l’Ordine del Drago. E’ mio per diritto di sangue, e lo sapete. - Andreas si allontanò, sbattendo i tacchi sul pavimento di marmo italiano. Pieno di orgoglio paterno, il vescovo Tulas si affrettò a mandare un messaggio al giovane Re. Quel suo impetuoso figliolo portava avanti la gloriosa tradizione della sua famiglia...ed ora gli aveva dato anche un nipote, che sarebbe stato legittimo quanto prima possibile. Ancora più felice sarebbe stato quando avesse appreso che la madre del suo nipotino era una principessa von Sturgau und Seizig...altra nobilissima e celebre dinastia guerriera. E, per l’appunto, il suo ultimo erede stava scendendo sul sentiero di guerra. Alla Corte dell’Imperatore Federico III° d’Asburgo.
lexander von Sturgau und Seizig rimuginava tra sé e sé gli ordini del suo Imperatore, Federico III° d’Asburgo, mentre tornava di buon passo all’alloggio dove aveva provvisoriamente sistemato la sua giovane moglie. Eloisa di Wurtenau aveva solo diciassette anni, ma grazie a Dio ed alla sua buona sorte possedeva un cervello di prim’ordine. Abbastanza scaltro da capire cosa le era toccato in dono dal destino quando la sua vita si era incrociata con quella del crudele principe von Sturgau und Seizig. Un bel rompicapo. Eloisa stava per l’appunto pensando a quello. Lontana nipote dell’imperatore per parte di padre, era stata educata in Francia, vicino a Lille, da una madre di nobile famiglia lorenese. Quando era arrivato l’ordine del famoso congiunto di maritarla al principe tedesco, nessuno in famiglia aveva neppure pensato di disobbedire. Eloisa era stata allevata per quello: per divenire il dono dinastico da destinare a qualche leale cavaliere dello zio imperatore. Poteva capitarle di meglio, di questo era certa la sua raffinata madre. Alexander von Sturgau era un figlio illegittimo, un semplice bastardo, e la sua eredità era contestata. Da pochi mesi, suo padre era morto, ed altrettanto pareva essere successo alla sua sorellastra, la principessa Verena, già badessa in un lontano convento. Molte e fondate erano state le contestazioni mosse alla sua eredità, ed era a malincuore che la madre della ragazza si era inchinata al volere del sovrano. Federico III° sapeva tutto di Alexander. Era un vero bastardo, di nome e di fatto, ma era anche un feroce guerriero, il migliore che potesse schierare contro nuovi e vecchi nemici. Ed in quel momento, Dio lo perdonasse, ne aveva assolutamente bisogno. Soprattutto da quando anche Costantinopoli era stata conquistata dalle armate del sultano Murad II. La madre di Eloisa aveva dovuto cedere. Lei aveva affrontato le cose diversamente, con una saggezza che una dama assai più anziana le avrebbe invidiato. Le toccava un uomo in sorte: avrebbe fatto del proprio meglio per farselo piacere. Il primo incontro non era stato incoraggiante. Lui era alto e spigoloso, di modi, di carattere, e persino d’aspetto. Non c’era tenerezza in lui, né desiderio di compiacerla, di corteggiarla. Era freddo ed inavvicinabile, e quando le sue labbra avevano sfiorato le proprie, durante la loro cerimonia nuziale, erano state gelide come il ghiaccio. Si erano sposati a mezzanotte, come costume per le nobili coppie, in una cappella medievale, di pietra scolpita, in un dominio che lui possedeva nei dintorni di Münster, in Westfalia. Lei si era chiesta perché mai non l’avesse condotta ad Heiserad, il suo possedimento più grande, e la tradizionale casa di famiglia dei principi di quella dinastia. Oltretutto, era poco distante di lì. Ma dal suo sposo, ne era certa, non avrebbe avuto alcuna risposta. Alexander aveva avuto la prima visione della sua sposa quando aveva sollevato dal suo viso il velo di pizzo ricamato, in quella cappella gelida, appena illuminata nella notte estiva dalle torce. Non era bella. Oddio, non era neanche brutta. Ma non era Angela. Eloisa aveva provato un moto di stizza. Come se lo sapesse per certo, intuiva che lui stava paragonandola...a chi? Una donna, era evidente. Per tutta la cerimonia, il suo sguardo non l’aveva abbandonato. Suo malgrado, Alexander era stato costretto ad ammirarla. Lei non aveva paura, né timori. Era piccola di statura, ma salda ed eretta, il capo fiero, gli occhi verdi e limpidi, fissi senza paura nei suoi. Quando l’aveva condotta nelle sue stanze, che lui mai in vita sua aveva abitato, lei si era comportata in modo molto sciolto, ed insieme molto signorile. In pochi istanti, aveva saputo imporre la sua presenza alla servitù. E nella sua camera erano comparsi asciugamani caldi, tinozze di acqua fumante, fiori secchi per profumare l’aria. Per Alexander, ora veniva la parte peggiore. Aveva obbedito al suo imperatore sposando quell’estranea che già dava ordini in casa sua...ma non avrebbe dovuto anche essere obbligato ad amarla. Non aveva più posseduto una donna da quando Angela se ne era andata. Non si sentiva pronto. “Mio Dio, cosa aspetta!” si era chiesta sgomenta la giovane sposa. “Non pretenderà per caso che lo seduca io?” Da madre previdente, la contessa Wurtenau le aveva spiegato “tutto”. Almeno, quel tutto che una nobile signora, mantenuta negli agi e nell’ignoranza, posseduta per anni al buio ed in silenzio dal proprio legittimo consorte, conoscesse. Eloisa non aveva paura. Se quello era suo marito, bene, doveva esserlo fino in fondo. La doveva onorare con il proprio corpo. Ed entrambi dovevano tener fede ai propri impegni matrimoniali. - Mio signore - gli aveva detto, arrossendo appena. - Sono vostra...se lo volete. - Per la prima volta, Alexander l’aveva davvero guardata. Gli arrivava a fatica al petto, ed era così giovane...Aveva capelli biondo scuri, striati dal sole, ed occhi verdi come quelli dei gatti. E non era bella come Angela. Ma era tosta. Si vedeva da come lo guardava, senza paura, certa che lui, da autentico cavaliere, avrebbe fatto il suo dovere. - Ne siete certa, mia signora? - le aveva chiesto, con una punta di involontario divertimento. - Non sapete cosa vi attende - - Ho fiducia in voi, mio signore - aveva risposto lei, compostamente. Alexander l’aveva quindi presa tra le braccia, ed aveva cominciato a spogliarla. Era un dannato dovere, e quasi lo ripugnava. In quel momento, piuttosto, avrebbe desiderato un’esperta sgualdrina, con la quale sfogare un desiderio soltanto animalesco. Visto che non poteva più avere Angela. Dannazione! Non aveva proprio voglia di iniziare all’amore con gentilezza e tenerezza una giovane vergine, la sua sposa. Ma doveva. Lei aveva fiducia in lui, aveva detto. Non l’avrebbe delusa. Man mano che i suoi abiti erano caduti, il suo corpo giovane e desiderabile era emerso. D’accordo, non era bella come Angela, ma non era male per una ragazzina. E, grazie a Dio, era così diversa da lei da non ricordargliela affatto. Siccome si erano sposati di notte, ora era pieno giorno. La luce del sole d’estate ed il profumo di fiori penetravano liberamente nella grande stanza. Si era spogliato con calma, divertito dallo sguardo stupito di lei. Poi, le si era sdraiato vicino, nel grande letto, ed aveva tirato intorno a loro le cortine cremisi. In quel bozzolo caldo, in quell’invitante privacy, Eloisa aveva scoperto cosa fosse l’amore. Meglio, cosa fosse il sesso. Sapeva bene che lui non l’amava, né lei lo conosceva sufficientemente per amarlo a sua volta. Sebbene dimenticando eccessive tenerezze, lui l’aveva presa senza farle troppo male. Aveva un modo di fare l’amore prosaico, accentuato dal disprezzo che provava per se stesso per non essere stato capace di essere fedele ad Angela fino alla fine. Eppure, suo malgrado, quel modo di prenderla come se fosse stata una delle donne al seguito dell’esercito aveva rilassato la sua giovane sposa, aveva ridotto tutto il suo imbarazzo. Completamente nudi, le aveva fatto allacciare le gambe alla sua vita, e l’aveva posseduta con calma ed energia. Quel modo di fare disinvolto, alla luce del sole, senza lenzuola di seta, senza infingimenti, aveva eccitato la ragazza, al punto di farle scordare il dolore per la lacerazione, e la stranezza di quell’esperienza, così avulsa dalla sua consueta vita di nobildonna protetta e vezzeggiata. Alexander avrebbe voluto concludere tutto in fretta, farla finita con lei e con i suoi doveri. Fisicamente, era eccitato. Non avrebbe dovuto essere difficile giungere in pochi istanti all’appagamento. Ma gli piaceva di più farlo durare. Guardandola negli occhi, che lei teneva fissi nei suoi, senza timore, aveva fatto ricorso a tutta la sua esperienza per prolungare il rapporto, gemendo per il sollievo ogni volta che affondava in lei, per poi ritrarsi. Quando anche la ragazza cominciò a gemere per il piacere, si rese conto di essere andato troppo oltre. Di essersi concesso di godere troppo di quella sua moglie impostagli dalle circostanze. Ma ormai era troppo tardi. Il piacere l’aveva travolto. Come se ne era vergognato! Si disprezzava per aver ceduto così al corpo morbido, ancora adolescenziale, di quell’estranea. Si era rialzato di scatto, guardandola con ferocia. - Spero che siate...soddisfatta, mia signora. - - Si, mio signore - aveva risposto lei, con incredibile contegno, nuda e scarmigliata, ed ancora rilassata per le piacevoli sensazioni provate. Ed intimamente certa che lui potesse darle ancora di più. - Partirò domani per Vienna. L’imperatore mi attende. - - Verrò anch’io - aveva detto lei, e non era una domanda, ma un’asserzione. Alexander scosse il capo: certo che no. L’aveva posseduta, come da contratto. Sperava fosse già incinta, così anche quell’impegno sarebbe stato assolto. Ma ora basta. Doveva tornare in sé, a piangere la perdita di Angela. Eppure non le disse nulla. Lei era la nipote dell’imperatore. Non poteva abbandonarla in quella tenuta in mezzo al nulla ad un giorno dalle nozze. E così, lei aveva affrontato con lui il lungo viaggio. Piccola e contegnosa sul suo cavallo bianco, non aveva mai ceduto, né per la stanchezza, né per altro. Voleva dimostrargli di cosa fosse capace una giovane nobildonna. Anche Alexander aveva un paio di cosette da mostrarle. Inconsciamente, intendeva umiliarla. Se lei godeva di essere ridotta al ruolo di sgualdrina, bene, l’avrebbe accontentata. Niente lume di candela, per lei, niente camicie da notte di pizzo ricamato, da sollevare al buio. Due giorni dopo la partenza, le tese un agguato nei boschi. Lei si era da poco allontanata dall’accampamento, quando lui l’aveva seguita. Cosa voleva da lei il suo nobile sposo era evidente. Sedendosi contro il tronco di un albero, Alexander se l’era presa in grembo, senza nemmeno spogliarla. Aveva armeggiato con la sua biancheria, che aveva strappato senza troppo riguardi. L’aveva abbassata sulla sua virilità, ed era rimasto a guardarla mentre lei lo portava al piacere, ingenuamente ma efficacemente. Alla dama di compagnia della giovane principessa quell’interludio non era sfuggito. Aveva visto tra le fronde la sua signora gemere accoccolata tra le braccia del marito...ed era scappata indignata! Quell’uomo non aveva il diritto di trattare così la sua bambina! Come aveva avuto ragione la madre di Eloisa a temere quell’unione! Più tardi, la coscienziosa dama aveva affrontato la sua signora, la quale, al riparo nella sua tenda, stava prosaicamente ricucendo i mutandoni che lui le aveva strappato, le cosce ancora in fiamme per quell’amplesso assai soddisfacente. - Non permettetegli di farvi questo! - l’aveva implorata la buona donna. - Non come una sgualdrina. Di giorno, nei boschi, senza neppure spogliarvi. Chiunque poteva vedervi! - - E’ mio marito. - aveva risposto la principessa Eloisa. - E’ suo diritto possedermi come e quando vuole. - Poi, addolcendosi, aveva sorriso alla sua vecchia compagna. - Ed io ne sono felice. - - Quello è posseduto dal diavolo! - aveva replicato la buona donna - E sta rendendo anche voi una...indemoniata. - Eloisa aveva riso. Santo Cielo, sì. Era indemoniata per godere così delle sconcezze che lui escogitava! Che Dio la perdonasse, non vedeva l’ora di passare al “resto”. Nella sua ingenuità, non aveva saputo molto circa i diversi modi di condurre un amplesso, ma non le erano sfuggite le chiacchiere delle dame di sua madre su baci e carezze. E di quello, in verità, non aveva ancora avuto nulla. Nulla. Il suo sposo non l’aveva nemmeno ancora baciata, né toccata, se non incidentalmente. Non conosceva ancora il sapore della sua bocca, e non sapeva se lui intendesse mai introdurla in quelle tenerezze. La stupiva, pur nella sua innocenza, il pensiero della sua dissolutezza...quando paragonato alla scarsità delle altre attenzioni, normalmente elargite dai cavalieri alle loro dame. “Gliene chiederò” si era ripromessa, sulla strada di Vienna. Poi, quando lui l’aveva sistemata in albergo, non lontana dalla sede della corte imperiale, ed era sparito per conferire con l’imperatore, si era disposta ad aspettarlo, rimuginando su tutti i nuovi, imprevisti aspetti della sua vita matrimoniale e sul suo futuro con quell’uomo strano che non era disposto neppure a scambiare quattro chiacchiere con lei fuori dall’alcova. A diciassette anni, Eloisa si sentiva molto matura. Che diamine, era stata amata da un guerriero famoso per la sua crudeltà, ed era sopravvissuta! Nulla avrebbe potuto resisterle. Tanto meno coloro che attentavano all’eredità di suo marito. Su questo, poi, non era disposta a cedere di un millimetro. Avrebbe dato e fatto tutto ciò che poteva, in termini di coraggio, ambizione, lusinghe, pressioni presso il suo potente zio, per far sì che suo marito restasse il legittimo Principe von Sturgau und Seizig, e lei la sua legittima principessa. Solo, chiusa in quell’albergo non poteva far molto. Doveva convincere Alexander a portarla a corte. Si era agghindata come meglio aveva potuto, nella sua attesa, e quando lui tornò finalmente in albergo la vide lussuosamente vestita d’azzurro, come mai l’aveva veduta dal giorno delle loro nozze. - Mio signore...sono lieta di rivedervi. Farò servire la cena in camera...e voi mi racconterete le ultime novità della Corte - - Cosa vi fa pensare, signora, che abbia voglia di cenare con voi? - le rispose lui, scontroso. - Il fatto che sono vostra moglie, signore, e che mi onorerete con la vostra compagnia - sorrise lei. Era incredibile. Quella mocciosa osava dargli ordini! Alexander si disse di aver fatto male a cedere al richiamo del suo corpo. Lei si stava montando la testa. - Come volete - cedette, infastidito. Si chiese come l’avrebbe presa la ragazzina quando avrebbe conosciuto gli ordini del loro sovrano. Cenarono in camera. Eloisa lo servì con grazia e devozione. Del resto, era facile per lei assumere quel ruolo: aveva vinto ogni battaglia, fino a quel momento. - Sono stato invitato ad un ballo, domani notte. - - E’ meraviglioso. Cosa potrei mettermi, signore? Ho molti abiti nuovi! - esclamò lei, al colmo dell’eccitazione. - Voi? - Alexander sollevò un sopracciglio, mentre portava alla bocca il pollo che lei si era fatta servire dall’oste. - Voi non venite. - - Oh, sì, signore - replicò lei, per nulla disturbata dalla sua affermazione. - Devo rendere onore a mio zio, l’imperatore....è mio preciso dovere, come sapete bene - Alexander imprecò. Non aveva pensato a quello, quando l’aveva sposata, alla tortura di avere una moglie che gli rinfacciasse ogni singolo istante della loro vita comune il potere della sua famiglia. - Come volete - cedette, annoiato. - Mettetevi ciò che volete. Siete molto giovane. Nessuno vi noterà. - Eloisa esultò. Quando finirono la cena, lei cominciò a spogliarsi, certa che lui volesse godere della sua ospitalità fino in fondo. Allibito, Alexander la guardò. Dove trovava quella ragazza quell’inaudito coraggio? Non c’era proprio nulla che potesse fare per scioccarla e ridurla al silenzio ed all’impotenza? Alexander prese la porta. Si sentiva soffocare. - Dove andate, mio signore? Mi lascereste sola? - Lui non era pronto per una presenza tanto invadente nella sua vita. Era sempre stato un uomo profondamente solo. Le donne, gli amici, le armi, niente e nessuno era stato in grado di legarlo, di costringerlo ad una vera intimità. Nessuno tranne Angela. Ma anche lei, in fondo, era passata nella sua vita come una meteora, non pretendendo nulla, non ritenendosi degna di nulla se non di un po’ di calore. Questa mocciosa invece non lo mollava. E riteneva suo diritto appropriarsi a pieno della sua vita...solo perché era nobile, aveva un imperatore per zio, e perché lui era stato così debole da portarsela subito a letto. Ma quella notte, no. Non se la sentiva di cedere a lei, al suo subdolo calore. - Devo badare ai cavalli - farfugliò, e si allontanò in fretta. Eloisa cercò di non prendersela troppo. Il giorno dopo, al ballo, sarebbe stata bellissima. E lui, finalmente, l’avrebbe baciata.
ia cara nipote...finalmente vedo realizzati i frutti del mio desiderio di vedervi maritata ad un uomo nobile e forte. Principe von Sturgau und Seizig...avvicinatevi. - Alexander si inchinò rigidamente dinnanzi al suo imperatore. Il suo rango gli impediva di assumere atteggiamenti troppo umili, ma non poteva certo offendere il suo sovrano con la totale mancanza di riguardi che gli era consona. Soprattutto in presenza di sua moglie. Eloisa era profondamente inchinata, una tiara di pietre preziose sul capo biondo, ed alle mani gli anelli di famiglia dei Von Sturgau, gli stessi di cui, da ragazza, si era ornata la principessa Verena. Fino a quel momento, la ragazzina si stava comportando bene, con i modi forbiti di una consumata cortigiana. L’imperatore non poteva essere più soddisfatto di quel connubio. Con un po’ di fortuna, la raffinata contessina avrebbe domato il crudele principe. - Vi ha già onorata, mia cara Eloisa? - le chiese con malizia il sovrano. - Non è mai stanco di me - rispose lei, con un sorriso. Poco lontano da lei, Alexander pensò che - se avesse potuto - l’avrebbe uccisa. Oh, come osava quella mocciosa appena uscita dalla culla ostentare tanta sicurezza! Per un paio di ruzzoloni, credeva già di averlo conquistato, e di aver imparato tutto sulla vita? Gliel’avrebbe fatta vedere! La fissò in modo truce, e lei non abbassò gli occhi. Anzi, osò sorridergli. - Venite avanti, Woensthal...venite a vedere cosa è successo. - Il cortigiano avanzò lentamente. Magnus di Woenstahl era l’aspirante più prossimo all’eredità dei Von Sturgau. Ed in quel preciso istante capì di aver perso. L’imperatore aveva bisogno di Alexander, della sua abilità di guerriero, e gli aveva regalato suo nipote. Almeno per il momento, non poteva far nulla. Ma non era detto che non arrivasse il suo momento fortunato. Alexander von Sturgau doveva avere parecchi scheletri nell’armadio, ed era giunto il tempo di tirarne fuori qualcuno. Occorreva solo attendere l’occasione giusta. - Ho dato mia nipote Eloisa al principe Alexander. Una magnifica coppia, non trovate? - - Magnifica, Vostra Maestà Imperiale - si umiliò il cortigiano. - Ballate con la vostra sposa, principe Alexander - ordinò il sovrano, e ad Alexander non restò che obbedire. Sapeva bene che presto quelle ipocrisie di corte gli sarebbero state risparmiate. Il suo Imperatore voleva che lui si recasse immediatamente in Ungheria, a dar man forte al re Ladislao V° nella lotta contro le armate del sultano Murad II°, che già avevano piegato Costantinopoli. C’erano anche altri interessi in gioco, oltre alla lotta comune contro le forze musulmane, ed Alexander ne era ben conscio. In caso di morte prematura del giovane sovrano ungherese, non si poteva lasciare il campo libero a rivendicazioni dinastiche dell’ex reggente, il leggendario guerriero Jànos Hunjady, e di suo figlio Mattia Corvino. In quel caso, si sarebbe dovuto difendere, anche con le armi, il buon diritto dell’imperatore asburgico anche al trono d’Ungheria. Ed Alexander era l’uomo adatto per compiere una simile missione, e per imporre la forza ai nemici musulmani ed agli alleati ungheresi. Fin tanto che gli serviva, l’imperatore avrebbe protetto il suo buon diritto all’eredità...con l’ausilio di sua nipote, l’attuale principessa. Ma bastava poco per perdere il favore di un sovrano...per perdere tutto. Eloisa lo fissò. Quando ballarono, tra una figura e l’altra lei riuscì a comunicargli il suo pensiero. - Io sarò sempre dalla vostra parte, mio signore. - - A qualunque costo? - le chiese lui, duramente. - In ogni occasione? - - Sì - sussurrò lei, e fu un giuramento. - Cosa volete in cambio? - - Voi - ammise la giovane sposa - Interamente - - Non ho niente da darvi - - Basterà ciò che potrete. Anche se non fosse molto. - - Dovrà bastarvi per forza - Alexander la lasciò, pensando che fosse leale, se non altro. Era una donnina interessante, astuta quanto bastava per tenere desta la sua attenzione. Non doveva farsela nemica. Era una battaglia anche quella, e doveva vincerla. - Alexander...che piacere rivederti. Non mi presenti la tua dama? - Alexander sussultò. Ci mancava solo quello. Eppure, si fece forza. Nessuno gli avrebbe perdonato un comportamento scorretto e maleducato nei confronti dell’ambasciatore del Papa...tanto meno il cattolicissimo imperatore. - Max Altieri...sono lieto che tu sia qui. E’ da parecchi mesi che non ci vediamo - - Già...da una lunga partita a carte. Durata una notte intera - rimarcò l’altro, avvicinandosi alla coppia. La ragazza era deliziosa, ma giovanissima. Alexander non aveva mai mostrato particolare interesse per le ragazzine. Se non altro, non guardava questa come aveva guardato l’altra, la cieca. - Eloisa - si costrinse a dire Alexander - Ti presento il principe Massimo Altieri...rappresentante diplomatico di Sua Santità. Max...mia moglie. La principessa Eloisa von Sturgau und Seizig - - Lietissimo di conoscerla, principessa. Era ora che Alexander pensasse a dare un erede alla sua antica stirpe. - - Checché ne pensiate - replicò la ragazzina - Non sono una cavalla da riproduzione - Alexander nascose un sorriso. Max aveva trovato pane per i suoi denti. Ma il romano, da consumato diplomatico qual’era, sorrise amabilmente. La piccola mostrava i denti perché non conosceva ancora affatto le proprie forze...e quelle dei suoi potenziali avversari. - Alexander, ti devo parlare - insistette, prendendo l’amico per un braccio, e tirandolo. Per quanto Alexander rabbrividisse a quel tocco, lo seguì. Eloisa, rimasta sola sulla pista da ballo, ritornò al suo posto, fissando con odio quell’italiano mellifluo. Stava rovinando la sua serata. - Cosa vuoi, Max? - gli chiese Alexander, esasperato. - Te. Ti trovo sempre con una donna, da qualche tempo in qua. Prima quella serva cieca...ora addirittura una moglie. Sei cambiato. - - Inevitabilmente. Sapevi che dovevo sposarmi. E sai che devo difendere la mia eredità. - - Lei, però, è molto carina. - - Trovi? - finse Alexander - Non l’ho scelta per la sua bellezza...ma per il suo lignaggio. E’ nipote dell’imperatore. Di lei non mi importa altro - - Te la porti a letto? - volle indagare l’altro uomo, in preda alla gelosia. - Naturalmente - Alexander provò il perverso piacere di affondare il coltello nella piaga. - E’ molto...dotata. - - E’ una sgualdrina, allora - - E’ mia moglie. E ti pregherei di astenerti d’ora in poi da qualunque tipo di commento al riguardo. - - Torna da me - lo implorò Max. - E’ finita per sempre, e lo sai. - - Per colpa di quella cieca...la vedi ancora? - - No. Non so neanche dove sia. - - In Ungheria. Non far finta di non saperlo - sbottò l’amico. - E dimmi che non vedi l’ora di rivederla. L’imperatore ti manda a Budapest...lo sanno tutti, a Corte. Guarda che combinazione. - - Non farò nulla per cercarla. - - Basterà cercare Vargas...e lei sarà lì, con la tua cara sorellina. - - Ti ho detto che non la cercherò. Ora sono sposato. - - Allora cerca me - lo invitò Max, a voce bassissima. - Nessuno potrebbe condannarti, per questo...perché nessuno lo saprebbe mai. Tanto meno quella mocciosa di tua moglie - - Lo saprei io...e mi è sufficiente. Grazie, no. - - Non mi basta un no, Alexander. Io sono stato leale...ti ho consegnato Verena su un piatto d’argento. L’ho eliminata dalla tua vita. - - Anch’io ho adempiuto la mia parte dell’accordo...ma ora non più. E’ finita. - - Non è finita affatto...e te ne accorgerai. - Eloisa si avvicinò al marito. - Mio signore...sono stanca. Vi prego, riaccompagnatemi a casa. - Altieri si inchinò, e si allontanò. Bruciava di desiderio insoddisfatto. Alexander accolse l’intervento della moglie con sollievo. Lei gli sembrava una boccata d’aria fresca, al confronto. Max gli faceva paura, ed odiava il ricordo di quell’assurdo intermezzo...che gli era costato il rispetto di se stesso. Fino a quando non aveva conosciuto Angela. Ed ora c’era questa ragazzina...con la quale non sapeva come comportarsi. La prese per le spalle, e la spinse verso l’anticamera. L’aiutò a radunare le sue cose, e tornò con lei in albergo. Sulle scale, lei gli sorrise. - Non mi piace quell’uomo. Quel principe romano. - - Non lo vedrete più, Eloisa. Non piace neanche a me - - Allora...vi sono piaciuta, oggi? Mi sono comportata bene? - - Sì - ammise suo malgrado Alexander, aprendo la porta della loro stanza. - Mi avete aiutato...avervi accanto, al mio fianco, di fronte a quel Woenstahl ha molto giovato alla mia causa - - Non merito dunque una ricompensa? - insinuò lei. - Un gioiello...un taglio di seta? - - Un bacio - rilanciò lei. - Non me ne avete ancora dati - - Vi ho baciato durante la cerimonia delle nostre nozze - replicò infastidito il marito. - Non è sufficiente - rincarò lei la dose. - Oh, quante pretese! Cosa sarà mai un bacio? Roba da novelle francesi, e nient’altro! - - Avanti, mio signore - lo provocò lei. - Voglio la mia ricompensa. - Alexander la guardò con ferocia. L’avrebbe avuta. Altroché. La prese tra le braccia, e la rovesciò sul letto, mentre lei rideva. - Non posso baciarti se ridi - esclamò, arrabbiato, e lei si fece seria all’improvviso. Alexander le accarezzò le labbra con due dita, sentendone la morbidezza sotto i polpastrelli. Tenendogliele socchiuse, si chinò su di lei, ed invase la sua bocca con la propria. Al tocco della sua lingua, Eloisa sussultò. E rispose. Ma non era finita lì. Si sollevò da lei e le rialzò brutalmente le gonne. Poi, si accinse a strapparle di dosso la biancheria. - No! - protestò lei. - Vi prego... - - Non vuoi che ti prenda? - ruggì lui. - Non voglio che mi strappiate di nuovo i mutandoni...- ammise lei - Poi mi tocca rammendarli di nuovo. Non mi piace avere la biancheria a pezzi. - Alexander sorrise di un sorriso sinistro. La accarezzò con una mano tra le gambe, attraverso il lino sottile della sua biancheria. Quando si accorse che lei stava trasalendo, le parlò a voce bassa. - Stringi forte le gambe. Molto forte. - Lei fece come le era stato ordinato, e la sensazione si acuì. Alexander ne approfittò per sfilarle l’indumento intimo. Lei stava lamentandosi per l’intensità del piacere. - Ora riaprile. - Lei ubbidì di nuovo. Con due dita, lui la tastò. Era calda e bagnata, prontissima. - Così va meglio, non è vero? - ridendo, le gettò sul viso i suoi mutandoni umidi. Le mise un cuscino dietro le spalle e, tenendole le gambe aperte, affondò il viso tra le sue cosce. E fu così che Eloisa von Sturgau und Seizig conobbe il significato per intero del verbo “baciare”.
ai cos’è un “baisier” per i francesi? - la provocò suo marito, mentre lei bruciava di vita per il trattamento subito. - No - rispose, curiosa da morire. - Non questo che ti ho appena...dato - la prese in giro. - C’è un nome latino per questo..e ci sono nomi latini anche per altre cose. Altri...baci. Ma con ordine. Riserviamo qualcosa per le altre volte. Parlavamo...ah, sì, del “baisier”...- - Cosa è? - chiese lei con voce rauca, sollevandosi sui gomiti, imbarazzata per la posizione che lui le aveva fatto assumere poco prima. - Oh, in tedesco ci sono molte espressioni per parlarne. - Si chinò e gliene sussurrò una, la più comune e la più volgare, nell’orecchio. Lei ridacchiò. - Facciamolo - gli mormorò, con un sorriso invitante. Senza più resistere, si lasciò ricadere con la schiena sul letto, e lo attrasse a sé con le gambe. Con estrema soddisfazione, Alexander si dedicò alla parte pratica della sua lezione...dopo averne appena sorvolato la teoria. IV Zarcany, Natale 1455.
uanto si può essere fedeli ad un passato amore, quando una storia è inequivocabilmente finita? Se lo stava chiedendo Angela, mentre aiutava Verena con le decorazioni natalizie. Era trascorso un lungo periodo da quando Andreas e Wolf avevano lasciato Zarcany per Buda, ma in quelle settimane alle due donne non erano mai mancate loro notizie. Ed ora Angela pensava al da farsi. Wolf sarebbe presto tornato, così annunciava la sua ultima lettera, e qualcosa di interrotto tra di loro si sarebbe sicuramente riavviato. Ne era intimamente certa. Ad Ognissanti, i due uomini avevano fatto una scappata a casa. Andreas e Wolf avevano alloggiato presso la fattoria di Verena, e nessuno di loro aveva più visto od udito nulla dell’attuale principessa Ecaterina. La donna era letteralmente svanita nel nulla con la sua fedele zingara, ed in paese si mormoravano strane teorie al riguardo. C’era chi si diceva certo che ella mai più sarebbe tornata...altri, la maggior parte, erano sicuri che la donna stesse elaborando la più raffinata della vendette contro il marito e la sua amante. A questo punto, nessuno più ignorava come Verena fosse la donna di Andreas....né che il piccolo che lei accudiva fosse loro figlio. Quanto all’erede Zarcany, il piccolo Lothar, veniva allevato e curato da un manipolo di anziane dame, fedeli alla contessa Zarcany, la madre di Andreas. Angela sorrise tra sé, mentre le sue mani abilmente preparavano stelle di carta. Wolf era stato dolce e rispettoso con lei, si era seduto accanto a lei a tavola, e si era comportato come il più premuroso dei cavalieri. Ma lei sapeva che, quando fosse tornato stabilmente a Zarcany, la musica sarebbe cambiata. Avrebbe preteso da lei delle risposte....delle risposte chiare e forse definitive. Quanto si può sacrificare al ricordo di un amore? Angela se lo chiedeva. Come prevedibile, non aveva saputo più nulla di Alexander. A questo punto, lui doveva già essersi da tempo sposato, e presumibilmente viveva in pace con la moglie, questa sconosciuta che Angela non riusciva nemmeno ad immaginare. E non pensava più a lei. Ed anche se ci avesse pensato...beh, questo non cambiava nulla. In ogni caso. - Guarda, Angela - la voce allegra di Verena interruppe i suoi pensieri. - Michael tenta di tirarsi su! - - Ha quasi un anno. Forse presto camminerà - suggerì Suor Clara, che adorava il bimbo. - Non ne vedo l’ora! - ammise Angela. - Sta diventando troppo pesante per le mie braccia....rischio di perdere l’equilibrio, e di farlo cadere. Non appena camminerà, sarà lui a portare in giro me - Le tre donne risero. Stephan, lì vicino a lucidare e preparare le sue armi, si unì a loro. Da qualche tempo, aveva conosciuto una ragazza, in uno dei suoi continui girovagare per la campagna. Era la figlia di un vassallo di Andreas, e si chiamava Eva. Non aveva detto nulla alle sue signore, perché temeva una loro, per quanto affettuosa, presa in giro...ma cominciava ad apprezzare l’idea di un lungo soggiorno in quel remoto angolo di mondo. Era una terra meravigliosa, ricca e prospera, e lui cominciava ad amarla. Nulla lo tratteneva presso il principe Alexander...e la sua fedeltà, ora, era tutta per la principessa Verena. L’attrazione per lei si era stemperata in calda ammirazione, non appena il giovane si era reso conto di non avere speranze. Il cuore di Verena era tutto per il signore di quei luoghi...e per lui era lo stesso. Andreas Vargas amava la sua signora, e nulla, assolutamente nulla, avrebbe di nuovo potuto dividerli. Nulla se non la guerra. Le armate di Maometto II°, successore di Murad, avanzavano vittoriose. Gran parte del ritardo accumulato da Andreas nel ritornare a Zarcany era stato infatti dovuto ai preparativi condotti con il re e l’ex reggente Hunjady al fine di fermare sul Danubio le legioni musulmane. Da tempo le spie occidentali avvisavano circa un imminente attacco di Maometto alla città di Belgrado, posta in posizione strategica. Gli Ungheresi non avrebbero dovuto fallire nell’estremo tentativo di fermare la minaccia turca. Sia il re che Hunjady avevano in grande considerazione l’abilità guerriera di Andreas e Wolf. Del resto, Andreas non poteva negare nulla al suo re...non ora che era finalmente giunta in discussione la questione del suo matrimonio con Ecaterina. Suo padre, il vescovo Tulas, stava facendo tutto il possibile per patrocinare la sua causa religiosa, ed Andreas aveva saputo che in primavera il prelato avrebbe addirittura intrapreso il lungo viaggio verso Roma. L’uomo lo convocava di tanto in tanto, ed Andreas, suo malgrado, non si asteneva dall’incontrarlo. Aveva troppo bisogno di lui, della sua influenza...e poi, non gli dispiaceva vederlo. L’anziano religioso aveva sempre cose nuove ed interessanti da raccontargli...ed in fondo, erano molto simili. Andreas gli raccontava quanto Verena gli scriveva, i progressi del piccolo Michael, la sua vita di soldato. Tulas gli narrava dei tempi epici e gloriosi degli antichi guerrieri dell’Ordine del Drago, e delle vite avventurose dei loro avi. Tutto sommato, si stava ricreando un legame. Al di là del lavoro per il suo re, e del rapporto nascente con il suo vero padre, Andreas non trovava peraltro alcun motivo di gioia in quella sua forzata permanenza a corte. Soprattutto da quando aveva rivisto sua moglie. Dopo il primo momento di sconforto, di profonda depressione, Ecaterina si era risollevata. Aveva radunato i suoi abiti migliori, i pochi gioielli rimastile, e si era rivolta alla donna che le era doppiamente suocera, avendo ella sposato entrambi i suoi figli. La contessa Zarcany non aveva potuto non riceverla. Ma non aveva certo risparmiato alla sua giovane nuora i rimproveri. Innanzitutto, per aver abbandonato nelle mani di una servitù di dubbia fedeltà il piccolo Lothar, l’erede della fortuna Zarcany. E poi, per non aver lottato per strappare Andreas alle mani avide di quell’avventuriera tedesca che osava fregiarsi del titolo di principessa. Giselda Zarcany non si faceva alcuna illusione circa la vera natura di sua nuora. Ecaterina era una donna avida ed ambiziosa, che aveva sedotto senza ritegno entrambi i suoi figli, e che aveva usato come arma di scambio un innocente bambino di assai dubbia paternità. Non riscontrava nel piccolo alcuna somiglianza, né con Andreas né con Arpad, e per quanto ne sapeva Ecaterina poteva averlo anche generato con il primo soldato di passaggio. Ma il piccolo portava il nome dei Zarcany, e loro avevano il dovere di difenderne l’eredità. Così, Giselda aveva acconsentito ad ospitare Ecaterina nel suo palazzo a Pest, in attesa che la giovane donna discutesse il suo caso matrimoniale con il re. Le sue spie avevano informato la contessa che il Vescovo Tulas, il padre naturale di Andreas, era dalla parte del figlio, e che stava patrocinando con molta foga l’annullamento del loro matrimonio. Era un potente avversario, e Giselda pensò bene di non sfidarlo. Il rancore che ancora, dopo più di trent’anni, provava per lui, per il suo inammissibile tradimento, non doveva ottenebrare il suo cervello. Andreas era, dopotutto, il capofamiglia...e lei non intendeva inimicarserlo. Un colpo al cerchio, uno alla botte...questa era la filosofia di Giselda Zarcany, da quando si era trovata sola, l’onore infranto, un figlio illegittimo in arrivo. Così, ospitava Ecaterina, ed attendeva in silenzio che la contesa si definisse. La giovane donna aveva dalla sua solo la sua bellezza...ed il buon diritto di un matrimonio comunque celebrato. Così, abbigliata come una regina, aveva chiesto udienza al suo re. Andreas l’aveva incontrata nell’anticamera reale. Non c’era stata nessuna scenata, come aveva temuto, ma solo un gelido scambio di sguardi tra due persone che un tempo, un tempo lontanissimo, erano state amanti. Il re l’aveva ricevuta con cordialità. Non gli costava nulla...e poi, lei era così..decorativa per la sua corte. Ladislao V d’Ungheria era un uomo giovane, malaticcio, che sarebbe di lì a poco morto senza eredi. Non aveva né la forza né il temperamento per prendersi un’amante irruente ed ambiziosa come Ecaterina. Dall’altro lato, l’ex reggente Hunjady, onnipresente, era troppo astuto per farsi a sua volta manipolare da una donna. Ecaterina non portava nulla in campo. Andreas sapeva organizzare un esercito. La temporanea sconfitta di sua moglie, a cui non fu assicurato nulla, non fu di alcun sollievo per Andreas. Capiva che lei, passato l’ennesimo momento di sconforto, non si sarebbe mai arresa. Sapeva bene che per la causa religiosa ci sarebbero voluti mesi, forse anni, addirittura...e nel mentre, lei avrebbe sempre vinto. Fin tanto che lui non poteva sposare Verena e legittimare suo figlio Michael. Andreas maledì il giorno in cui aveva posato gli occhi su di lei, bella e seducente e pericolosa. Non se ne sarebbe forse mai liberato. Virth, Natale 1455.
loisa, principessa von Sturgau und Seizig, era destinata a trascorrere da sola il suo primo Natale da sposa. Alexander l’aveva parcheggiata nella sua tenuta bavarese prima di correre a Budapest, come inviato dell’Imperatore d’Asburgo, più che lieto di tornare alle cose che meglio conosceva al mondo: le armi, le guarnigioni. E di liberarsi di lei, che non sapeva assolutamente come trattare. Eloisa era troppo intelligente per prendersela davvero. Anzi, in qualche contorto modo, quella paura del marito nel confronto con lei la lusingava persino. Sempre meglio che l’indifferenza. E lei sapeva che non poteva esserci indifferenza nei momenti di intimità che avevano condiviso con sempre maggior frequenza nei mesi trascorsi dalle loro nozze. Così, fece la brava e si dispose ad attenderlo ancora una volta, mentre prendeva possesso del suo nuovo maniero, incantevolmente disposto accanto ad alti ed impervi monti di grande bellezza, a dominio di una campagna ora sepolta sotto la neve, ma che in primavera doveva essere paradisiaca, verde e varia come i suoi amati, natii Vosgi. Non le ci volle peraltro molto per scoprire tutto ciò che Alexander le aveva fino ad allora taciuto...ed il motivo reale della sua lontananza emotiva. Soprattutto quando si presentò a lei la moglie del castaldo, una ragazza appena più vecchia di lei con lo sguardo duro, e modi piuttosto fini. - Sono Gertrud, Altezza. La moglie di Vathek, il luogotenente di sua Altezza. - Se Gertrud pensava di intimidire con il suo fare deciso la giovanissima moglie del suo signore, beh, sbagliava di grosso. Eloisa era stata allevata per essere padrona, anche a soli diciassette anni, anche quando il suo principe l’avesse lasciata sola in mezzo ad estranei, come in quel caso. Ed Eloisa non era né la gentile Verena, né l’insicura Angela. - Gertrud...venite avanti. Mi hanno detto che volete essere la mia cameriera. Io ne ho già una, naturalmente. - - Sì...ma ho visto che è molto anziana. Pensavo preferiste una compagna più giovane - - Era la mia balia. E mi fido ciecamente di lei - replicò brevemente la principessa. - Quanto a voi, non vi conosco affatto. - - Sì, signora - fu costretta ad ammettere Gertrud, sorpresa da quel fare sicuro in una ragazzina tanto giovane. - Sono la vostra principessa - le ricordò Eloisa. - Sì, Altezza. Perdonatemi, Altezza - - Bene, ora potete andare. Vostro marito ha raggiunto il mio a Budapest? - - Non ancora, Altezza. - Gertrud si accomiatò, inchinandosi profondamente. Ridendo, mentre raggiungeva la piccola dépendance che occupava da che aveva sposato Vathek, si chiese se quella sciocca ragazzina sapesse in che guaio si era cacciata sposando un uomo come il Principe. Lui l’avrebbe distrutta...avrebbe umiliato il suo orgoglio, e spezzato il suo cuore. Se lei commetteva l’errore fatale di innamorarsene. Si chiese se sarebbe stato più divertente punirla infiammandola d’amore per il suo sposo, e poi osservare l’evolversi della situazione, oppure raccontandole di quanto lui avesse amato una povera ragazza cieca, indegna persino di comparire alla sua presenza. Rideva ancora quando andò a sbattere contro l’uomo che, suo malgrado, era diventato suo marito.
athek aveva quarantatré anni, un pessimo carattere, ed una pericolosa attrazione per le donne rompiscatole e combina guai. Se così non fosse stato, non si sarebbe mai lasciato invischiare da quella sgualdrinella ambiziosa e piena di invidie e frustrazioni di Gertrud. All’inizio, era stata una storia di letto, agevolata dal desiderio di lei di lasciare l’abbazia e di tornare ad Heiserad. L’aveva accontentata, riconducendola al cospetto del principe Alexander...e di lì, su ordine del principe, a Virth. Gertrud aveva odiato quell’esilio, agli ordini di quelle due donne che disprezzava e temeva, Verena ed Angela. Quando loro erano partite per un futuro incerto, a Gertrud non era rimasto davvero nulla da fare se non accettare la proposta di matrimonio di Vathek. Del resto, era un buon affare, e lei l’aveva ben giudicato sotto l’aspetto pratico. Lui era il luogotenente del principe, guadagnava bene e godeva dei favori di quel crudele padrone. Come sua moglie, in assenza di altre autorità, era subito divenuta la donna più importante di Virth...e dentro di sé, se ne sentiva la padrona. Disprezzava il marito, ma un poco lo temeva anche. Non era un uomo debole, e sapeva farsi rispettare da lei. A letto, suo malgrado, il rapporto funzionava...e tutto sarebbe filato sorprendentemente liscio se solo il principe non avesse portato lì quella mocciosa...la sua principessa. Gertrud non era stupida. Se la principessa Verena era stata troppo buona di cuore per imporsi su di lei, quello non era certo il caso di quella ragazzina arrogante dai capelli biondi, nata per comandare. Doveva tornare in fretta nei ranghi della servitù...e non attirare troppo su di sé l’attenzione della nuova padrona. Come fare quindi a ferirla, facendole sapere di Angela? La tentazione di farle del male, ora che sapeva quanto poteva essere arrogante, diveniva per Gertrud irresistibile. Il pericoloso gusto del peccato la tormentava sempre, come un’enorme rivalsa per quanto la vita le aveva sino ad allora destinato. - Non pensarci nemmeno - le disse il marito, come leggendole nella mente. - Lasciami, bifolco! - reagì lei, strattonando il braccio che lui le teneva. - Tu mi ubbidirai, Gertrud...come sempre. Vuoi forse distruggere tutto quello che abbiamo? Non sai che dipendiamo in tutto e per tutto dal favore del principe? - - Lui non la difenderà - asserì sicura Gertrud - Per lui non conta sicuramente nulla. Quanto amava Angela...lo ricordi? Eppure l’ha abbandonata senza pietà. E’ un uomo senza cuore - - Ti sbagli - replicò Vathek, che aveva assistito di sfuggita ad una certa scena nel bosco, tra il suo principe e la sua principessa. - La difenderà perché è sua, lo capisci? E’ la sua donna. Angela è stata solo un’avventura, ma questa è sua moglie.- - Non può amarla - ansimò Gertrud. - Non ha amato davvero nemmeno la cieca - - Non ho detto questo. Non parlo d’amore. Parlo di dinastia, di famiglia...di possesso. E se sei così stupida da non capirlo, pensa al semplice fatto che lei è la nipote dell’imperatore. Non gli perdoneranno mai uno sgarbo, una mancanza di rispetto. E lui non lo perdonerebbe mai a noi - Gertrud si morse le labbra. Suo marito aveva ragione. Ancora una volta. Odiava ammetterlo. - La guerra finirà, un giorno - le sussurrò lui. - Ed io ed il principe torneremo a casa. Se tu sarai stata una buona e devota compagna per la principessa, verremo ricompensati. Pensaci. - Lei annuì, pensando tra sé e sé che c’erano altri modi di vendicarsi dell’alterigia dei potenti. Mettendoli gli uni contro gli altri, per esempio, ma con discrezione. Forse, vi era perfino qualcosa da guadagnare. Così, lasciò partire Vathek per la guerra, al seguito del suo signore, senza una lacrima. Ma con un piano ben chiaro in mente.
’è qualcosa di strano - osservò Eloisa, ad altra voce, mentre con le sue dame ricamava una lunga tovaglia bianca da destinare all’altare della cappella. Gertrud sollevò il capo, per fissare la padrona con aria interrogativa. Era stata ammessa alla sua presenza come dama di compagnia da pochi giorni, ed era felice di quell’ulteriore gradino salito. Ora, non era più propriamente una cameriera. Cuciva con la principessa. - Avrei detto che sarebbe stato più ovvio trascorrere il Natale e l’Epifania ad Heiserad...nessuna di voi conosce quel castello? - - E’ stata la mia casa, signora - interloquì con dolcezza Gertrud. - Ci sono cresciuta quando ero al servizio della mia signora, la principessa Verena - - La principessa Verena? - chiese Eloisa. - La sorella di mio marito? Mi hanno detto che è morta da poco - Nessuna rispose. Gertrud tirò su con il naso, non forte, ma in modo abbastanza pronunciato da far capire alla sua padrona che lei, al riguardo, sapeva qualcosa. - La conoscevi bene? - le chiese Eloisa, incuriosita da tutto quanto concernesse la vita familiare di suo marito. - Direi. Ero con lei all’abbazia, quando... - - Quando? - -...quando venne...ehm, conoscete senz’altro quella storia, Altezza. - - No, ti dico. Non ne so nulla. Parla! - La padrona si stava spazientendo, dunque! Gertrud pensò di aver creato abbastanza suspense. Le altre donne presenti, la balia della principessa e le mogli di due vassalli minori della zona, non avevano idea di cosa stessero parlando...e così, il campo era libero. - La mia padrona era bella come un angelo, davvero - cominciò con enfasi. - Suo padre, che Dio abbia in gloria il vecchio principe, la destinò a diventare badessa di una grande abbazia al sud, in Tirolo. Io stessa l’accompagnai là. - - Era felice di essere monaca? - le chiese Eloisa, avvinta da quel racconto. - Non so. Con me non parlava di queste cose. So soltanto che era molto seria e dignitosa...e che svolgeva bene il suo compito. Fino a quando...arrivarono dei cavalieri, dei mercenari, giunti da lontano, ed assalirono l’abbazia in armi.- - Oh, mio Dio...deve essere stato terribile. La uccisero? - - No, no...ma il capo di quegli uomini era un essere demoniaco, un certo Vargas, e...- - E...?- Gertrud scosse il capo, come se le mancasse il coraggio per andare avanti. A quel punto, però, il suo pubblico non poteva più aspettare. - La prese per sé. - Il mormorio sommesso delle donne la divertì. Nelle loro sudicie fantasie sicuramente si stavano facendo un quadro abbastanza preciso dell’accaduto. Beh, non sbagliavano di grosso. - Avevo detto alla mia padrona di fuggire, fino a che era in tempo - mentì Gertrud, sconsolatamente - Ma non mi ascoltò. Voleva rimanere accanto alle sue consorelle, e difenderle. E così...accadde. Lei fu costretta...a subire - - Una volta? - chiese Eloisa con voce tremante. - - Settimane intere - rispose Gertrud tetramente. - Immaginate cosa questo comportò...per il suo onore. - Le signore immaginavano. Ed un po’ ci si vedevano anche, avvolte in nere tonache, rapite da uno straniero a cavallo che non lasciava né fiato in corpo né una via d’uscita, conducendole in un mondo buio ed inatteso, lontano mille e miglia dalle loro tediose routine. Eloise pensò a sé stessa, a come aveva accettato in fretta un completo estraneo come marito, lasciando che lui sconvolgesse la sua vita in misura certo non inferiore a quanto quel mercenario aveva fatto con la principessa Verena...ed a come si era abituata in fretta a tutto quello. Cominciò a guardare con più attenzione Gertrud, soppesando bene le sue parole. Il quadro che stava loro descrivendo risultava fantasioso ma piatto, poco realistico. - E poi? - la sfidò. Gertrud colse il leggero mutamento di intonazione della sua signora. Diamine, era un osso duro, non si lasciava intontire dalle chiacchiere. - E poi, d’improvviso come era venuto, lui se ne andò...lasciandola sola, con un figlio in arrivo, e la sua integrità distrutta. - - Avrebbe dovuto sposarlo - intervenne una delle due mogli di vassallo. - Così, lei avrebbe ritrovato l’onore. - - Lui scappò e basta, e non se ne è più saputo nulla. - Gertrud, a disagio sotto lo sguardo attento della sua padrona, ne aveva a basta di quelle frottole. - Lei è diventata pazza, ha preso il suo bambino, e si è rifugiata presso il castello di un nobile cavaliere. Lì è morta, di una malattia misteriosa. Ed è morto anche il piccolo. - Era la versione ufficiale della scomparsa della principessa, e ad Eloisa non restava che accettarla. Ma avrebbe richiesto altre spiegazioni ad Alexander, non appena lo avesse rivisto. C’era qualcosa che non la convinceva in quel racconto affrettato. La presunta “pazzia” della cognata le suonava un artificioso espediente per celare ben altre verità. Ma non poteva nemmeno intuire quali. Innervosita, congedò le sue dame, per ritirarsi nelle sue stanze. Gertrud, con aria innocente, si fece da parte per farla passare. - Ho altre storie da raccontarvi, mia signora - le sussurrò, ed Eloisa capì che non scherzava.
rendendo fiato, Eloisa si decise a tuffare la testa sotto l’acqua, mentre la sua fedele balia le lavava i capelli. Avrebbe dovuto essere altrettanto coraggiosa con Gertrud, e chiederle di continuare con i suoi racconti. Perché aveva ben capito dove l’altra intendesse andare a parare. Il passato di Alexander. Non potevano non esserci state altre donne. Semplicemente, non era possibile. Lui aveva più di trent’anni, era molto virile ed esperto, e ricco e potente. Quindi, aveva avuto ovviamente molte donne. Quello che contava, era sapere di che tipo. Eloisa era troppo innatamente saggia per spaventarsi di servette o prostitute. Non si sarebbe nemmeno troppo stupita di sapere che la stessa Gertrud avesse diviso il letto o, più probabilmente, qualche fienile con il suo signore. Questo non importava, era inevitabile, tanto inevitabile quanto il fatto che lei fosse giunta vergine alle nozze. Ma potevano esserci altri amori...amori veri. Magari annidati, anche solo nel ricordo, ad Heiserad, la casa di famiglia dove suo marito non intendeva portarla. Ed era di questo che Gertrud voleva parlarle. Per ferirla, probabilmente, per acquisire potere. Non si fidava di quella donna. Ma non doveva temerla. Era lei la padrona. - La mia veste verde, balia - L’anziana donna si affrettò ad eseguire, mentre Eloisa, distrattamente, passava le mani sulla vita ancora sottile. Il seme del suo sposo non era ancora attecchito...meglio così. Lui non avrebbe avuto così scuse per non riprovarci, come lei temeva. E solo conoscendo il passato poteva combatterlo. - Voglio che stasera la moglie del castaldo ceni con me. Mandatela a chiamare - - Sì, Altezza - sospirò la balia - Ma promettetemi di non dar troppo peso alle sue chiacchiere - Eloisa sorrise, freddamente. - Te lo giuro, balia. Ed ora va. - La buona donna ubbidì. Quando la sera giunse, Gertrud - vestita del suo abito migliore, ricavato da un taglio di cotone che il marito le aveva portato dal suo ultimo viaggio a Vienna - si presentò al castello. Ubriacata da quella vertiginosa ascesa sociale, si sentiva in tutto e per tutto un’ospite di rango, invitata a cena dai principi come si invita un proprio pari. Non era più lei, la servetta umiliata, buona solo per qualche ruzzolone nel fieno...ma una vera signora. Come la principessa, Verena, più di Angela, la cieca. - Accomodatevi, mia cara. - la accolse Eloisa con un sorriso. - Siccome siamo sole entrambe, ed i nostri mariti sono lontani, mi farete un po’ di compagnia. Gradite del pasticcio di quaglie? - Gertrud annuì, e si sedette impacciata, cercando di usare la piccola forchetta d’argento come aveva visto fare alla sua padrona. Quasi non riusciva ad inghiottire le squisite vivande, dall’ansia. Non aveva nemmeno il coraggio di assaggiare il rosso vino alsaziano. La cena passò quasi in silenzio. Dopodiché, le due donne si accomodarono vicino al grande camino, con in mano un ricamo. Quando furono assolutamente sole, Eloisa posò il piccolo telaio sulle ginocchia, e parlò. - Ed ora, cara Gertrud, canterete come un uccellino. Voglio la verità...tutta la verità -
così fu. Intimidita da quell’ambiente estraneo, da quel vivere per la prima volta nei panni di una signora, Gertrud quasi non trovava la voce. Ma parlò, parlò, parlò. Disse tutto quello che sapeva, ed anche qualcosa che immaginava soltanto. E dal suo racconto vennero fuori, suo malgrado, l’invidia, la rabbia, la frustrazione provate in tutti quei mesi. Ed un accecante desiderio di rivalsa. Eloisa non la interruppe mai, se non per meglio delineare un dettaglio, un’atmosfera. Gertrud, d’altronde, si stava spiegando benissimo. - Era un uomo bello...magnifico. Avrei voluto averlo per me. Occhi scuri, capelli neri, un demonio...se capite cosa intendo. No, come potete? Siete troppo giovane, innocente...anche lei lo era, la mia signora. Io no. Nemmeno allora. Ma lui non aveva occhi che per lei. E’ come se gli uomini di rango cercassero a propria volta la qualità, in una donna, e la principessa Verena aveva qualità sino a nausearvi. Era giovane, bella, ricca, indifesa. Non poteva resistergli. - - E’ stato anche il vostro amante? - - Non mi ha voluta. Ve lo ripeto, non vedeva che lei. Quando se ne andò, pensai che le avesse spezzato il cuore. Ma lei era forte, e si riprese in fretta. - - Perché lasciò l’abbazia? Che ragione c’era? - - Alexander, vostro marito, la inseguiva. Lei fuggiva da lui. - - Perchè?! - insistette Eloise, certa di aver finalmente toccato uno dei nodi di quella vicenda. - Era...attratto da lei? - - Anche. Sono solo fratellastri, sapete...lei è la sorella legittima, lui il figlio bastardo. Sì, aveva tentato di portarsela a letto e non c’era riuscito. Ma non era solo per quello. Se lei si sposava ed aveva figli, la sua eredità poteva essere messa in discussione. Voleva continuare a controllarla, la voleva sepolta in un convento...ora capite? - Sì, ora Eloisa capiva. L’ansia di rivalsa di Gertrud era così simile a quella del suo stesso marito...provenivano dallo stesso ambiente. La madre di lui era una serva, ed aveva coltivato ambizioni da serva. Alexander era un principe, ma ancora temeva di risvegliarsi dal bel sogno, e di perdere tutto. L’aveva sposata per quel motivo, lei non doveva dimenticarsene, ed avrebbe sempre dovuto fare i conti con quell’aspetto di lui, della sua vita. - Non è morta - disse a quel punto Gertrud, incapace di fermarsi. - E nemmeno il bambino - - Cosa? Che è successo? - - Hanno fatto un patto. Lei e vostro marito. Verena è sparita con il bambino dalla sua vita...ed è andata in Ungheria, da quel Vargas. Questo, in cambio della sua libertà...e della sopravvivenza di suo figlio. - - Ne sapete più nulla? - - No, ormai da parecchi mesi. E non ci è andata da sola, in Ungheria. - - Gertrud...parla. - - Ci è andata con lei...davvero volete sapere? - - Sì - sospirò Eloisa, chiudendo gli occhi. - Sì, devo sapere - - Ci è andata con Angela...questo è il suo nome. - - L’amante di Alexander, vero? - - Il suo amore - senza pietà, Gertrud andò avanti. - Se il vostro sposo ha mai amato una donna, allora, ha amato Angela. Era una donna senza importanza, e lui se la prese come avrebbe preso una schiava. Era completamente sua...ed è stata la prima ed unica donna a dormire con lui, nella sua stanza ad Heiserad. Nessuna ci è mai entrata prima...e nessuna dopo - - Nemmeno io, che sono sua moglie! - esclamò Eloise, con rabbia trattenuta. - No. Solo lei. - - Era bella? Bionda? - - Bellissima...ma così diversa da voi. I capelli neri, gli occhi scuri...i suoi occhi. - - Cosa avevano? - - Non vedevano. Era cieca. - Eloisa si lasciò ricadere con la schiena contro la poltrona. Una cieca. La sua rivale...una povera cieca senza arte né parte...e lui l’aveva amata. - Perché l’ha lasciato? - - Perché lui sposava voi...e lei non era donna da sopportarlo - - Ha fatto bene. Sarebbe stato l’inferno per tutte e due. Ora dov’è? - - Anche lei in Ungheria, con la principessa Verena. Altro non so. - In Ungheria. Anche Alexander era ora in Ungheria. Mandato lì dall’imperatore...o condotto in quelle terre dalla sua lussuria, dal suo desiderio di rivedere la donna che era stata tutto per lui? - Gertrud, prepara le tue cose. Lo raggiungeremo a Budapest. E tu verrai con me.- - Cosa? - si riscosse Gertrud, balzando in piedi. - Mio marito... - - Tuo marito capirà. Del resto, non hai scelta. Sono gli ordini della tua padrona. - La commedia era finita, le maschere erano cadute. Eloisa, gli occhi freddi e determinati, ora sapeva ciò che aveva voluto conoscere. Ed era pronta all’azione. Non importava se lui amava l’altra, la cieca. Lei era sua moglie e, dannazione, l’avrebbe riavuto per sé.
Zarcany, S. Stefano 1455.
u il Santo Stefano più bello delle loro vite. Ogni minaccia sembrava lontana, persino quella della guerra. Tutto appariva delicato e lucente, come le decorazioni che Verena ed Angela avevano portato dalla lontana Germania, e la luce del precoce tramonto invernale. Nella cucina della loro fattoria, le due donne avevano preparato ogni ben di Dio...ed ora si apprestavano a festeggiare. I loro uomini erano tornati, finalmente. Andreas sedeva accanto al camino, tenendo il suo piccolo tra le braccia. Michael scalciava perché voleva essere rimesso a terra, a giocare con le decorazioni preparate dalla sua mamma. Ma Andreas esitava, riluttante a separarsi da lui anche solo per un istante, dopo la lunga assenza. Angela sedeva al tavolo, sbucciando con perizia le verdure, mentre Wolf le sussurrava all’orecchio gli ultimi pettegolezzi di città. La ragazza rideva, prima piano, poi a voce spiegata, man mano che le storielle che lui andava raccontandole divenivano più salaci. E Suor Clara si godeva il bel calduccio, e quella serenità che, solo pochi mesi prima, le sarebbe sembrata impossibile da raggiungere. Verena si raccolse i capelli di nuovo lunghi sul collo con un nastro, mentre era intenta a rimestare il pentolone, e sembrava una ragazzina. Suor Clara ripensava a quando era spaventata e sola, all’abbazia, totalmente indifesa. Beh, se l’era saputa cavare. Era stata forte. Qualcuno bussò alla porta. Pensarono fosse Stephan, che quella sera aveva promesso loro di presentargli la sua bionda Eva. Ma non era lui. La vecchia, curva zingara pareva esausta. Doveva aver camminato a lungo sulle strade lastricate di ghiaccio...ed ora non aveva più energie. Verena corse verso di lei, e sorreggendola la fece entrare in cucina. L’aveva riconosciuta subito, ma non per questo intendeva farle venir meno il proprio aiuto. Era la fidata zingara di Ecaterina, la sua rivale. Ed era stanca morta. Wolf ed Andreas aiutarono Verena a portare la vecchia in una delle stanze al primo piano. La fecero stendere sul letto, e Verena cominciò a bagnarle la fronte calda di febbre con un panno umido. Quando furono sole, la vecchia aprì gli occhi. - Come siete buona. Perché fate questo? Non ricordate chi sono? - - Voi non mi avete mai fatto del male. Perché non dovrei assistervi? - le rispose pacatamente Verena. - Ma io sono...ero...la sua fedele zingara. - - Non mi importa. Siete sfinita. Dovevo forse lasciarvi al gelo? - - Sono venuta da voi apposta. Non sapevo a chi altri rivolgermi, qui a Zarcany. Mi odiano tutti...come odiano tutti la mia signora. - - Ecaterina? - chiese solo Verena, dominando l’ira che provava al sentir parlare di quella donna senza cuore, che aveva abbandonato il figlio nelle mani di estranei senza un briciolo di pentimento. - E’ a corte...a far la sgualdrina. Spera così di trovare alleati...contro di voi. - - Lo so. Andreas l’ha vista - - Lei è molto pericolosa. - - Perché siete qui, Lada? E’ così che vi chiamate, vero? - - Sì. Lei non mi ha più voluto. Laggiù, in mezzo a quei nobili ben vestiti, non le servo più. Ha detto che sono una vergogna per lei - - E così siete tornata da sola al vostro villaggio...in pieno inverno - Verena scosse il capo, indignata. Si chiese per l’ennesima volta come avessero fatto sia Andreas che suo fratello Arpad a cadere nella rete di quella donna. C’era da dubitare del loro equilibrio mentale. - Naturalmente starete con noi...finché lo vorrete - - Non prendete impegni che non potrete mantenere, mia bella principessa - le rispose la vecchia, tossendo. - Il vostro sposo non lo permetterà mai. Mi odia...come odia lei - - Non è ancora il mio sposo, e lo sapete. Grazie alla vostra signora. Perché rifiuta l’annullamento? Andreas avrebbe provveduto a lei economicamente, ne sono certa. E lei avrebbe riavuto la sua libertà - - Ma non avrebbe riavuto tutto questo: e lei non può rinunciare a Zarcany - - Così facendo, perderà tutto. Noi siamo già una famiglia - - Avete ragione. E’ proprio così. Siete una vera famiglia, voi...non come lei...ed il suo bambino - Verena non seppe cosa dire. La franchezza della donna la imbarazzava. Ma non si fidava abbastanza di lei per esprimere chiaramente il suo pensiero. In fondo, poteva anche essere solo una mossa di Ecaterina per installarle una spia in casa. Comunque fosse, non poteva lasciare quella donna per strada. Senza aiuto, sarebbe morta. - Tornerò tra poco a vedere come state. Vi porto su un po’ di brodo caldo. - La vecchia chiuse gli occhi. Sentiva la sua fedeltà per Ecaterina sfilacciarsi come un vecchio abito, a cui saltavano dapprima i bottoni, e poi le cuciture...sapeva dentro di sé, con la sua profonda, innata, saggezza, che il peggiore nemico di Ecaterina...era Ecaterina stessa. E che il suo peggior difetto era l’autodistruttività. E non voleva essere lì ad assistere quando sarebbe successo. Non dopo tutti quegli anni di amore e cure per lei. Ma sembrava che per lei, la vecchia Lada, non vi fosse scampo, nel grande disegno divino.
on voglio quella megera accanto a voi...accanto a Michael - sbottò Andreas, come era prevedibile. Verena gli prese una mano, e gli baciò la punta delle dita, cercando di calmarlo. - E’ solo una vecchia donna stremata. Non possiamo lasciarla morire di freddo e di fame - - Al castello qualcuno baderà a lei. Non capisco perché sia venuta qui... da te - - Al castello tutti la odiano, e lo sai. Non posso negarle il mio aiuto. - - Perché?! - sbottò lui, esasperato. - Perché sono fatta così...e devi accettarmi.- Sì, Andreas lo sapeva. Lei era la tenera Verena dell’abbazia...pronta a perdere onore e vita pur di difendere le sue anziane consorelle. Lei era la donna che aveva riscattato la vita di Angela, l’amante del suo fratellastro, permettendole di avere un futuro. Lei era la donna che aveva salvato lui, Andreas, dall’autodistruzione. - Dio, Verena, quanto ti amo! - Lui la prese, e affondò il volto sul suo seno. Verena gli sorrise. La tenerezza che provava per lui non era mai venuta meno, dalla prima volta in cui lui aveva fatto quello stesso, identico gesto, all’abbazia, la prima notte. - Non posso perderti - - Non mi perderai. - - Devo andare a combattere. E per la prima volta...ho paura. - - E’ giusto aver paura. Io ne ho avuta tanta, tante volte. Ma devi combattere per il tuo Paese, per me, per tuo figlio, per tutto ciò che è nostro e per tutti quelli che ami. - - Lo so. E’ la battaglia decisiva: se non fermeremo i turchi sul Danubio, nulla più fermerà le loro armate. Dilagheranno in tutta Europa. - - Sei un forte guerriero...uno dei migliori. Così era tuo padre, e così i tuoi avi Tulas e Vargas. Non perderai. - - Se non perderò te - - Non ti ho già dimostrato il mio amore? - Andreas la strinse. Non erano soli, e non lo sarebbero stati fino a quella notte. La baciò lievemente, meravigliandosi di come quella donna straordinaria gli avesse catturato il cuore. Verena tornò su da Lada. La donna prese il brodo senza protestare, e senza parlare, fissando gli occhi luminosi della bella principessa. Una donna buona. Una donna che meritava un regalo. V Budapest, gennaio 1456.
nfreddolita e nervosa, Eloisa attendeva il suo sposo al riparo di una portantina, le cui tendine non la riparavano dal freddo intenso di gennaio. Alexander ancora non sapeva che lei era lì...a due passi dalla corte ungherese. Gertrud era altrettanto nervosa. Accanto alla sua signora, batteva i piedi per il freddo e cercava freneticamente, come aveva fatto dalla loro precipitosa partenza da Virth, una spiegazione per suo marito Vathek. Lui avrebbe capito in un lampo che lei era venuta meno alla sua parola...ed aveva cantato. - Eccolo, è la - sussurrò Eloisa. - Seguiamolo. Piano, non ci deve vedere - “E’ matta” pensò Gertrud. La piccola principessa lorenese dai capelli biondi doveva essere matta per forza. Era fuggita nella neve dalla dimora che il suo principe le aveva destinato, per inseguirlo di nascosto nelle sporche strade di quella sconosciuta metropoli. E come si sapeva imporre. In quattro e quattr’otto, aveva organizzato il loro viaggio con l’ausilio della piccola guarnigione che Alexander le aveva destinato come difesa a Virth. E così erano lì, a Budapest. Ed i loro mariti ancora non conoscevano la loro presenza. - Intendete...seguirlo, mia signora? - - Certamente! Così saprò...se si vede con quella - Gertrud rise tra sé e sé. Probabilmente, anche se scoperto in flagrante con la bella Angela, il principe Alexander avrebbe fatto spallucce. L’opinione di sua moglie doveva contare per lui meno di niente. Alexander si rifugiò in una taverna, sfuggendo al freddo intenso. Con sua grande rabbia, Eloisa dovette attenderlo al freddo, le mani appena riscaldate da una tazza di latte e miele che le aveva portato il capitano della sua guardia. Quando Alexander uscì, era già il tramonto. Lo seguirono ancora per un breve tratto, fino ad una locanda piuttosto modesta. Eloisa si disse che era un posto perfetto per incontrare un’amante senza dare troppo nell’occhio. Soprattutto se lei era una donna senza importanza come le avevano descritto quella cieca. Dopo un po’, parve chiaro che l’uomo avrebbe trascorso lì la notte. Eloisa si fece coraggio, e congedò la sua scorta, compresa Gertrud, che temeva di veder comparire Vathek da un momento all’altro. Di solito, lui non era mai molto lontano dal suo padrone. - Tornate in albergo. Anch’io vi raggiungerò lì...dopo - - Resto con voi, se volete...altezza. - - No. Devo fare questa cosa...e la devo fare da sola. - Eloisa era abbastanza matta per riuscirci, bisognava ammetterlo. Aveva con sé del denaro, e tutti i lasciapassare necessari. Il capitano della scorta si ripropose di portare gli altri in albergo e di tornare poi lì in attesa della sua padrona, per ogni evenienza. Ma si guardò bene dal dirglielo, ben conoscendo l’ostinazione della sua piccola principessa. Eloisa si allontanò versò l’entrata della locanda. Dentro tremava...ma fuori era impassibile. A capo alto, entrò nell’ambiente piuttosto tetro e deserto. L’oste l’accolse con indosso un grembiule macchiato di sugo. - Signora...in cosa posso esservi utile? - le chiese, dapprima in ungherese e poi, vedendo che non rispondeva, in un tedesco dall’accento molto marcato. - Cerco il principe von Sturgau und Seizig. So che alloggia qui - L’oste la squadrò intento. Non sembrava “una di quelle”. Inoltre, il principe alloggiava lì, e fino ad allora non aveva ricevuto nessuna donna. Forse, vista la giovane età, era la figlia. - Sono sua moglie - sparò lei, con orgoglio. Sembrava improbabile quanto la prima ipotesi. -- Vi pagherò, se necessario. Ma devo andare da lui! Forse che non è solo? - insinuò, agitando il borsellino tintinnante, con un fragore tale da attirare tutti i tagliaborse ad un miglio di distanza. - Non so se intende ricevervi. Il principe è un uomo molto solitario. - - Lo so! - sbottò lei, esasperata. - Vi ho detto che sono sua moglie. - - Come volete. Se mi dirà però di sbattervi fuori...lo farò - Lei lo seguì per le scale traballanti. Era piuttosto sicura di sé, e di trovarlo a letto con quell’altra, la cieca. In effetti, Alexander era a letto. Da solo. Il braccio sul volto, a mitigare un potente mal di testa che sempre lo assaliva negli affollati e rumorosi ambienti di corte, non dormiva. Semplicemente, si riposava. Il suo riposo era finito. Quando la porta si aprì, Eloisa incespicò contro la gamba di una seggiola e venne catapultata dentro la stanza. Alexander si tirò su di scatto, afferrando il pugnale che teneva d’abitudine contro il cuscino. - Complimenti, i tuoi riflessi sono perfetti, mio signore. - commentò lei, abbozzando un sorriso. - Moglie! - ruggì Alexander. - Cosa diavolo ci fai qui! Ti avevo lasciata a Virth...per restarci! - L’oste si allontanò con discrezione. Non intendeva essere nei paraggi quando il principe avesse deciso di lamentarsi per l’intrusione subita. - Non potevo permettere che rimanessi qui...da solo - Alexander la guardò. Era piccola ed ancora infreddolita. Era una donna assurda. Gli dava la caccia con una tenacia degna di una migliore causa. E non capiva nemmeno un decimo di tutto quello che le passava per la mente. - Vieni dentro e chiudi la porta - le ingiunse. Eloisa ubbidì, e si tolse il mantello foderato di candida pelliccia. Sotto, portava un vestito di lana bianca, abbastanza pesante da proteggerla dal freddo esterno, ma così accollato da farla sudare in quell’ambiente chiuso e riscaldato. - Non dovevi lasciarmi sola. Io...voglio essere tua moglie. In tutto e per tutto. - Una rabbia spaventosa invase l’uomo. Si sentiva controllato, braccato. Ora sapeva che lei non gli avrebbe mai dato tregua. Voleva umiliarla. - Vieni qui - le disse, con ferocia. Eloisa si fece avanti, non senza timore. Sapeva peraltro che lui non poteva farle del male. Sperava che lui l’amasse, come aveva fatto l’ultima volta. Alexander la fissò con fare torvo. Sotto il lenzuolo, come sua abitudine, non portava nulla. Si tirò su, e scostò le coltri. Lei rimase a fissarlo, senza capire. - Voglio che lo fai - - Che cosa? - chiese lei, con voce strozzata. Glielo disse, brutalmente, senza giri di parole. Lei scosse il capo. Lui glielo ripeté, con voce pacata. L’eccitazione invase Eloisa come una calda marea. Dimenticò tutto, il suo lungo viaggio, la stanza modesta, le ragioni che l’avevano condotta lì in pieno inverno in Ungheria. Si chinò su di lui. - Prima spogliati - le sussurrò lui, con voce roca. Ubbidì. Istintivamente, diede grazia ai suoi movimenti, e si tolse uno ad uno ogni indumento, indugiando in pose che non aveva mai neppure immaginato di poter assumere, come in ossequio ad una musica mentale, presente solo nelle loro menti. Poi, completamente nuda, si inchinò davanti al letto, di fronte a lui. Acconsentì al suo nuovo desiderio, seguendo tutte le sue istruzioni alla lettera. Poco prima dell’inevitabile conclusione, lui la trasse a sé sul letto, e se la portò addosso, come quel giorno nella foresta. Sentendosi completamente donna, Eloisa di Wurtenau ringraziò il suo fato per avere unito il suo destino a quello di lui.
ei matta - le disse poi Alexander, stringendo il suo corpo sudato al proprio. Nella stanza si godeva di un caldo tepore, e di un assoluta tranquillità. Avrebbe potuto giurare che non avrebbero più saputo nulla dell’oste...per un bel po’. - Forse un po’ - ammise lei - Ma non potevo lasciarti da solo - - Perché hai fatto questa pazzia? Temevi che non ti sarei stato fedele? - “Sì” pensò lei “E’ proprio quello che temevo”. Ma non poteva confidarglielo. Come non poteva confessargli cosa aveva appreso da Gertrud. - Mi mancavi - decise invece di dirgli. Ed era vero: le era mancato. Con lui perdeva ogni volta la testa, e da sola, invece, non faceva che pensare. - Sto preparando la controffensiva contro i turchi. Non sei al sicuro, qui. La battaglia è ormai prossima, e sarà cruenta - - Non mi mandare di nuovo lontano - lo implorò lei. - Giuro che non ti disubbidirò più. Ma non separiamoci. - - Devo pensarci. Sei stata...sei stata fenomenale. - Sì, doveva ammetterlo. Non si aspettava da lei tutto quel coraggio. Era un’amante fantastica, disinibita, e doveva ammettere con se stesso che durante la loro separazione lei gli era mancata. Non l’amava, era ovvio, non come aveva amato Angela. Ma gli era mancata, sebbene solo a letto. Lei sorrise. Era piena di fuoco, accesa dal di dentro come una lampada, accesa dalla sua fantasia erotica, e dal sesso che sprigionava tra di loro...fin dalla prima volta. Ogni cosa nuova che lui le insegnava era un anello in più nella catena che si stava stringendo tra di loro, lo sentiva. Alexander “sentiva” quello squisito erotismo, ed essendo molto più esperto di lei sapeva che non era qualcosa di comune. Non con tutte le donne avrebbe provato quelle sensazioni, ne era certo, e questo era già qualcosa. Già qualcosa. - Voglio provare qualcosa di nuovo, con te...te la senti? - - Sì - disse lei, già eccitata. Le sue gambe nude si tesero al pensiero, mentre lei si mordeva dolcemente le labbra, istintivamente e sensualmente. Aveva di nuovo voglia di fare l’amore fino ad urlare, e più di tutto voleva di nuovo sentirlo tra le labbra, accarezzarlo fino a farlo morire. La spinse dolcemente a rovesciarsi sul letto, fino a portarle la testa vicino al suo sesso. Poi, le allargò dolcemente le gambe, tuffando il volto tra le sue morbide cosce, ed assaporando i suoi dolci segreti. Eloisa capì immediatamente ed aprì dolcemente la bocca, rendendogli puntualmente ogni carezza, ogni bacio. Morirono entrambi, della più dolce delle morti. E risorsero poi come angeli, stretti l’uno all’altro come chi non ha più segreti da nascondersi.
ppure lei, la sua rivale, non doveva essere lontana. Eloisa fiutò la sala ricolma di gente come se l’odore potesse portarle informazioni. Sapeva che lei doveva essere lì, se era ancora la compagna della principessa Verena. Una donna meno orgogliosa, a quel punto, avrebbe cessato la sua ricerca. In fondo, il suo principe l’aveva riaccolta a sé nel migliore dei modi, e tra di loro si stava stabilendo un’innegabile intesa, qualcosa che molte altre coppie avrebbero loro invidiato. Ma non le bastava. Eloisa era ambiziosa, e voleva sentirsi dire “ti amo”, prima o poi. Meglio prima che poi. Alexander non le resisteva più, ora che sapeva quanto potesse essere ostinata. L’aveva condotta a corte, e qui presentata al re ungherese come la propria legittima moglie. Nonostante lo avesse temuto, non aveva provato alcun rimpianto per il passato. Eloisa era sua moglie. Quella era la realtà, e la accettava. Poteva andargli peggio. Lei era attraente, intelligente, sicura di sé. Fantastica ed impudica a letto. Divertente e piena di humor a tavola. Insomma, una buona compagna. E se non era amore, beh, non si poteva aver tutto nella vita. Se lui era soddisfatto, ad Eloisa mancava ancora qualcosa. Possibile che lui non se ne fosse accorto? Lei era così felice che lui fosse il suo principe! Perché lui non poteva esserlo altrettanto? Alexander non conosceva nessuno dei guerrieri più fidati del re. Così, non trasalì nemmeno quando gli venne presentato Andreas Vargas. Solo dopo un istante realizzò chi fosse quell’uomo alto e bruno, che lo fissava con fierezza. Hunjady li presentò con un sorriso sornione. Evidentemente, il famoso guerriero sapeva qualcosa. Restò a loro domandarsi come aveva potuto acquisire quelle informazioni. - Principe von Sturgau und Seizig....conoscete senz’altro uno dei miei migliori combattenti, il principe Vargas...del resto, siete in famiglia, credo... - I due uomini si fissarono. Sapevano bene che il loro primo dovere era collaborare nell’approntare una difesa valida contro l’imminente avanzata delle armate turche. Ma in entrambi aleggiò un sentimento di morte. Vargas rifletté che quello che aveva davanti era l’uomo che aveva fatto tanto male alla sua Verena, che l’aveva addirittura costretta a rinnegare la sua identità per poter salvare suo figlio. Alexander pensò irrazionalmente che avrebbe dovuto uccidere Vargas, che gli aveva portato via Verena, sottraendola per sempre al suo controllo, e prendendosi il premio che sarebbe spettato a lui, sin da quella lontana notte d’agosto. Una donna si avvicinò a loro. Era alta, bella, sinuosa, i capelli neri e lucidi sulle spalle quasi nude. - Non potrete mai collaborare...l’ho detto al reggente, ma lui mi ha riso in faccia - commentò Ecaterina, soddisfatta di quel che vedeva. - Alla prima occasione, vi ammazzerete come cani - - Ecaterina, dovevo immaginarlo che c’entrassi tu - le disse Andreas, sprezzante. - Sempre a razzolare fra lo sporco, e sempre accanto al letto dei potenti...- - Pensa quello che vuoi, marito mio - rispose lei, lanciando una lunga occhiata seducente al principe tedesco. Come richiamata da quello sguardo, Eloisa lasciò la dama con la quale stava conversando e si precipitò al fianco dei due uomini. La tensione che ora aleggiava tra di loro era palpabile in tutta la sala. - Suo marito? - Alexander inarcò le sopracciglia. Il suo viso si tese in una smorfia di incredulità. - E mia sorella? Che ne è stato di lei? - - A tua sorella bado io, amico. E se vuoi un consiglio, lascia perdere quella vipera della mia ex moglie! - Trattenendo a stento l’istinto di colpirlo, Andreas si allontanò, deciso a non dare all’altro nessuna occasione per una lite. In tutta onestà, sapeva che non doveva desiderare altro. Ed anche in lui stesso, dannazione, si era scatenata una gran voglia di menar le mani. Ma dovevano dominarsi, tutti e due. I loro sovrani li avevano voluti lì, insieme, per uno scopo ben preciso. - Alexander, calmati - si sorprese a dire Eloisa, trattenendo il marito per un braccio, mentre questi lanciava occhiate truci in direzione di Vargas che - grazie a Dio - aveva avuto il buon senso di andarsene subito. Mille domande bruciavano in lei. Aveva intuito, più che capito, che l’avversario del marito era l’amante della principessa Verena...ed ora si chiedeva se la furia di Alexander fosse più dovuta allo shock di conoscere l’uomo che aveva mandato a monte tutti i suoi assurdi piani sulla sorella...od al pensiero di Angela, così vicina, così lontana. Angela doveva abitare con quell’uomo...accanto alla sua amica Verena. Angela era quasi a portata di mano. Eloisa credette di vedere quel pensiero negli occhi del marito. Doveva essere così. Quasi sperava che fosse così. Suo malgrado, era stato un gran brutto colpo apprendere che uomo crudele e privo di scrupoli potesse essere. Quello che aveva tentato di fare in danno alla sorellastra era imperdonabile, agli occhi di Eloisa. Né migliore appariva il suo successivo patteggiare con lei per divenire l’unico erede del padre. Solo l’amore per quella donna cieca, se amore era stato, lo riscattava. Ma Eloisa era sua moglie. E gli doveva fedeltà, malgrado tutto. E così, aveva messo in un angolo la sua disapprovazione, ed aveva deciso di guardare al futuro. All’uomo che Alexander si sarebbe rivelato con lei, e non all’uomo che era stato. Ma il passato era vivo, vibrante intorno a loro. Vargas era a pochi passi, e così Verena, e lo stesso valeva anche per Angela. Non capiva perché quella donna bruna e scollata avesse voluto aizzare la rabbia tra due uomini che non aspettavano altro che una scusa per ammazzarsi a vicenda. L’aveva sentita chiamare Vargas “marito mio”...e lui era l’uomo di Verena. “Lo scoprirò” si disse Eloisa, mentre danzava con Alexander per calmargli i nervi. Ed avrebbe scoperto anche tutto di Angela, questo terribile fantasma contro il quale le sembrava impossibile lottare.
PARTE SESTA. L’ACCAMPAMENTO. I
l campo che Andreas e Wolf avevano allestito sorgeva poco distante dalla città, sulle rive paludose del Danubio. Dalla loro posizione, i guerrieri potevano vedere - di fronte a loro - la parte bassa della città. In mezzo, scorreva possente, immenso, ingannevolmente placido il fiume. L’addestramento procedeva senza sosta. I migliori guerrieri d’Europa affluivano in città, come avevano fatto solo due anni prima a Costantinopoli, in occasione del sanguinoso assedio di quella città. Anche Wolf ed Andreas ci erano stati, e nessuno di loro poteva dimenticare quei giorni. La battaglia non era ancora finita. Anche Alexander ed i suoi nobili cavalieri tedeschi stavano allestendo un campo. Anche loro si stavano preparando alla guerra. Il malanimo tra i due cavalieri non era più un segreto per nessuno, sebbene pochi ne conoscessero le ragioni. Le due fazioni si tenevano prudentemente lontane, ognuna impegnata nel raggiungimento dell’obbiettivo principale: una forza di terra agile ed efficiente, da affiancare con successo alle navi che sul Danubio avrebbero bloccato l’avanzata del nemico. Eloisa approfittò della confusione che regnava sulle rive del fiume, brulicanti di soldati, per recarsi - con la sola compagnia del capitano della sua scorta - in cerca di risposte. Quando arrivò al campo di Andreas, fu accolta con una certa riluttanza dal suo luogotenente, un omone grande e grosso, di origini tedesche. Wolf studiò a lungo la delicata dama, incerto se ammetterla o meno nella tenda dove Andreas aveva stabilito il suo quartiere generale. - Sono la principessa von Sturgau und Seizig...la cognata della principessa Verena - buttò fuori lei, audacemente. Non era affatto sicura che qualcuno in quel campo conoscesse la donna di cui aveva fatto il nome. - Il principe Vargas non ha tempo da perdere - sbottò Wolf, sentendo per istinto che quella ragazza li avrebbe tutti fatti cacciare in un mare di guai. Andreas gli aveva raccontato del suo incontro a corte con Alexander, il fratello di Verena, e se costei era sua moglie, non poteva che portare problemi. - Vi prego, signore - si umiliò lei. - Gli devo parlare. A tutti i costi - Wolf si rassegnò. L’accompagnò dentro la tenda, ed Andreas trasalì al vederla. Si chiese cosa quella giovane donna lussuosamente vestita volesse da lui. Eloisa fissò il cognato con altrettanta curiosità. E così, questo era l’uomo del quale tanto Gertrud le aveva parlato. Beh, non aveva esagerato. Era bello, bruno e pericoloso come una pantera, ed altrettanto letale. Sarebbe stato un formidabile nemico per Alexander. Questo, però, non doveva succedere. - Sono la moglie di vostro cognato....Eloisa von Sturgau und Seizig - - Non sapevo che...fosse sposato - reagì Andreas, dopo un breve inchino, pensando ad Angela. Il bastardo non ci aveva quindi messo molto tempo ad eseguire i suoi piani...mentre quella povera ragazza cieca ancora si struggeva per lui. Wolf lasciò la tenda, del tutto ignaro di quanto quel colloquio tra quei due estranei riguardasse in realtà anche lui. - Da pochi mesi, invero. Suvvia, dovete saperlo...soprattutto se ospitate ancora nella vostra casa una donna di nome Angela...- Aveva colpito nel segno. Incredibile, ma vero. Aveva fatto due più due, ed aveva indovinato. Andreas Vargas doveva aver infranto il proprio matrimonio con quella donna bruna della festa, ed ora viveva con Verena. E con loro c’era anche l’amante di Alexander. - Cosa volete da me, mia giovane principessa? - le chiese, fuori dai denti. La ragazza era piccola e giovane, ma tutt’altro che indifesa. Lo indovinava nei suoi limpidi, determinati occhi verdi. - Sapere la verità. Sapere se mio marito è qui in Ungheria per frequentare ancora quella donna. - Andreas sospirò. - Quella donna, come dite voi, è una ragazza buona e gentile, che è stata vergognosamente usata. No...non voglio mettervi contro vostro marito - aggiunse, vedendo lo sguardo ferito di lei - Ma questa è la verità. Lui non è qui per Angela. Lui è qui per fare il suo dovere...per portare a termine il compito che il suo Imperatore gli ha affidato. - - Ne siete sicuro? - - Non c’eravamo nemmeno incontrati, prima dell’altro giorno. Ed avete visto che per lui non è stata una lieta sorpresa. - - Non è detto che ora non cominci a cercarla - insistette lei, caparbia. - Dovrei forse rinchiuderla nella torre? - sbottò Andreas, esasperato. - Davvero non capisco cosa vogliate da me, principessa. Nulla e nessuno al mondo potrà impedire loro di rivedersi...se è quello che davvero desiderano. - Eloisa non rispose. Umiliata, si disse che l’uomo aveva ragione. Andreas sospirò. Ci mancava anche questa: dover consolare e confortare la moglie del suo peggiore avversario. - Avanti...fatevi forza. Avete probabilmente sposato il principe perché così voleva la vostra famiglia, il vostro potente zio. L’amore non era previsto in contratto. Accontentatevi di ciò che questa unione può ancora riservarvi...e non temete cose che potrebbero non realizzarsi mai. Si sono amati...ma è finita. E lei non pensa più a lui. - - Ne siete certo? - - Se ha avuto la forza di lasciarlo allora...perché dovrebbe tornare sui suoi passi? Lei è felice con noi, a casa nostra, e c’è un cavaliere buono e generoso che si interessa a lei. Forse, presto si sposeranno. - - Lui chi è? - - L’uomo che vi ha portata qui, poco fa. Non sa di Angela e di vostro marito. E fossi in voi, non glielo direi. - Eloisa ripensò alla fisionomia leale e decisa del cavaliere che l’aveva accolta. Il suo atteggiamento duro doveva essere stato una difesa nei confronti dell’amico. Ripensò suo malgrado alle parole di Andreas. “L’amore non era incluso nel contratto”. Lui stesso, però, non si era arreso. Aveva infranto la promessa matrimoniale con una donna che non amava...e si era tenuto vicino la sua vera compagna. Malgrado tutto. Perché per lei non poteva essere lo stesso? Forse perché era una donna? Eloisa salutò Andreas, e si allontanò. Vide Wolf poco distante dalla tenda, e gli si avvicinò. - Cavaliere... - gli sussurrò, mentre il fiato le si condensava in una nuvoletta, in quel freddo mattino di gennaio in riva al fiume. Un sole pallido e malato faceva di tanto in tanto capolino tra le nubi. - Se amate una donna, non lasciatevela sfuggire. A nessun costo. - Lo lasciò lì, sbalordito. Avrebbe pensato che lei fosse matta. Forse lo era davvero. Wolf scosse il capo. Avrebbe proprio seguito il consiglio della piccola principessa.
’incidente che entrambi i contendenti aspettavano capitò prima del previsto. Due giovani ed inesperti cavalieri, uno del campo di Andreas, e l’altro del seguito di Alexander, vennero alle mani per una sciocchezza, una spada perduta e poi recuperata. Wolf avvisò l’amico, preoccupato. - Vogliono lasciare il giudizio alle armi. Ci sarà un duello. - - No. - disse Andreas. - Non li lasceremo battere. Il re ha bisogno di tutti i suoi uomini...non può perderne due per un motivo tanto sciocco. - - Andreas...potrebbe essere un trucco di Alexander, per provocarti. - - Provocarmi...a che scopo? - si chiese Andreas. - Verena ha risolto una volta per tutte i problemi con lui, andandosene dalla Germania. Sua moglie, l’hai visto, ha tutto l’interesse a tenersi il marito ben stretto, sano e salvo. No, Alexander penserà al suo futuro, e si comporterà al meglio per ben apparire di fronte al suo sovrano. - - Quell’uomo è pericoloso, e lo sai. - Wolf sospirò - Potrebbe non averti ancora perdonato...che ne so, per quello che hai fatto all’Abbazia, a sua sorella... - - Forse...- sorrise Andreas - Ma non per i motivi che credi tu. - - Ha altri motivi per temerti, o per volerti distruggere? - - Un paio, chissà - mormorò Andreas, pensando a quando Alexander stesso aveva tentato di violentare la sua sorellastra...e ad Angela. Più di lui stesso, era Wolf che rischiava una provocazione. Se solo Alexander avesse scoperto che era il pretendente di Angela. - Su...infila la cotta di maglia, ed andiamo. - - Dove? - - Ad impedire questa assurdità...a parlare con il nostro caro principe. - Wolf scosse il capo, incredulo. Andreas voleva andarsi a cacciare in un nido di vipere. Lasciarono le loro armi nell’accampamento, visto che sarebbero state interpretate come un gesto ostile, e si avviarono verso il campo del principe. Alexander, in piedi, stava ispezionando le postazioni delle tende. Quando vide arrivare i due uomini, si irrigidì impercettibilmente. Andreas sorrise freddamente, e chinò il capo. - Principe...ci rivediamo - - Così pare. - Alexander immobile, aspettava che l’avversario parlasse, spiegasse le ragioni della sua venuta. Intorno a lui, si addensarono minacciosi i suoi luogotenenti. - So di quanto è accaduto. Costringerò il mio uomo a cedere la spada. Non voglio duelli. I nostri sovrani hanno bisogno di tutti i loro uomini se vogliono vincere questa guerra - Era un avvertimento, forte e chiaro. Alexander apprezzò razionalmente il buon senso del principe Vargas. Irrazionalmente, rimpianse il fatto che non gli avesse offerto un buon motivo per spaccargli la faccia. - D’accordo. Obbligherò il mio ad accettare la spada senza inutili spargimenti di sangue. - - Bene - soddisfatto, Andreas inchinò il capo brevemente, e si preparò ad allontanarsi, imitato da Wolf. La voce del principe gli giunse alle spalle, forte e penetrante come un coltello. - Quella sgualdrina cieca è ancora a casa vostra? - Andreas si immobilizzò. Accanto a lui, Wolf si girò. La sua rabbia montava rapidamente. - Andiamo, Wolf - disse piano, stringendo il braccio dell’amico, pregando perché non raccogliesse la provocazione. Un semplice cavaliere come lui non poteva nemmeno sfidare a duello un’autentica autorità come il principe von Sturgau und Seizig...per quanto fosse un miserabile bastardo. - Siete proprio fortunato, principe Vargas - rincarò la dose Alexander, accecato dalla rabbia. Non poteva dimenticare l’abbandono di Angela. Non poteva neppure perdonarlo. - Avete in casa due autentiche sgualdrine...tre, se contiamo anche la vostra seducente ex moglie. Tranne quest’ultima, tutti miei avanzi, oserei dire - Andreas
si fece forza per non saltargli addosso. Se la lezione di forza e dignità
impartitagli da Verena doveva mai servirgli, era in quel momento. Suo fratello
era una bestia, e straparlava. Ma ricacciargli in bocca quelle sue sudicie
parole, in quel momento, non sarebbe
servito a nulla. Wolf non si sentiva così nobile, in quel frangente. Non erano possibili equivoci. Il bastardo parlava di Angela. Voleva ammazzarlo, per avere osato chiamarla “sgualdrina”. Solo qualche istante dopo realizzò che aveva osato altresì definirla un suo “avanzo”. Sapeva cosa aveva tentato di fare a Verena...forse che ci avesse provato anche con Angela? - Basta! - tuonò Hunjady, giunto all’improvviso. Al suono della voce di quell’autorevole personaggio, entrambi i contendenti si immobilizzarono. Solo Wolf continuò a lanciare occhiate di fuoco in direzione del principe tedesco. Hunjady ansimò, avvicinandosi a loro. Gli anni passavano, e cominciavano a pesare anche per quell’esperto guerriero. Ma temeva da tempo uno scoppio d’ira tra quei due principi, e non appena era stato avvisato che era sorta una contesa tra le due fazioni, era accorso lì per sedarla. Appena in tempo, a quello che era dato vedere. - Principe Vargas..principe von Sturgau...ricordo ad entrambi l’importanza del vostro ruolo. Sarebbe un gioco da ragazzi, per un uomo crudele come Maometto II, sbaragliare un esercito diviso da conflitti interni! - - Avete ragione - commentò pacatamente Andreas. - Stavamo per andarcene. Il problema è risolto. - Alexander non rispose. Se rimpiangeva il proprio intempestivo scoppio d’ira, non era dato saperlo. Vathek, il suo luogotenente, osservava tutto in silenzio e si chiedeva se far sapere o meno quanto era accaduto alla principessa Eloisa. Per ottenere questo scopo, sarebbe bastato confidarlo a quella pettegola maligna della propria moglie, Gertrud. Andreas scambiò poche parole con l’ex reggente, e si allontanò verso il suo campo. Più difficile fu cercare di smuovere anche Wolf, che pareva avere i piedi inchiodati a terra, come incapaci di muoversi. Alla fine, con difficoltà, ci riuscì. - Quello lo uccido, per ciò che ha detto - ansimò il cavaliere tedesco, appena furono di nuovo al sicuro nella loro tenda. - Dopo la battaglia. Quando la sua pellaccia non varrà più un soldo. Io lo ammazzo. - Andreas non fiatò. Si chiese se Wolf avesse intuito la vera portata di quello che Alexander aveva detto. Pareva di no. - Se ha anche solo tentato di sfiorarla con un dito, io l’ammazzo - ripeté infatti Wolf, cupamente. - Pensi che l’abbia molestata come ha fatto con la tua donna? - - Qualcosa del genere, sì - si limitò ad ammettere Andreas. Non gli pareva il momento adatto per confidare all’amico che la donna da lui amata era stata a lungo l’amante di quel bastardo tedesco. Proprio per niente. - L’ammazzo lo stesso, anche se l’ha solo pensato. - concluse Wolf, che si stava calmando. Avrebbero combattuto contro i turchi...e poi gliel’avrebbe fatta pagare, a quel bastardo titolato. Angela era sola, cieca, indifesa. Doveva per forza averci provato...e non esserci riuscito. Ecco spiegata la ragione della sua animosità. Andreas lo spinse verso la tenda del cuoco, alla ricerca del rancio, nella speranza di attutire all’amico quel primo, inevitabile colpo.
e mani tremanti, Alexander sedeva nella sua tenda. Dentro, gli turbinava un folle desiderio di morte. Per molti mesi era riuscito a far finta di niente. Aveva accettato, se non con il cuore, con la ragione, l’abbandono di Angela. Aveva sposato Eloisa di Wurtenau, l’aveva fatta sua, aveva persino da ultimo costruito una parvenza d’unione tra di loro. E si era disposto a fare il suo mestiere, il soldato, e bene, per il suo sovrano. Ma dentro di lui covavano rabbia ed insoddisfazione. Angela non avrebbe dovuto lasciarlo. Verena avrebbe dovuto pagare anche e soprattutto per quello, per averla convinta ad andare via. Ed infine la colpa di tutto era di quello stramaledetto Vargas. Non c’era stato altro affetto nella sua vita se non Angela. Sua madre l’aveva troppo temuto per amarlo, suo padre si era semplicemente servito di lui. Altieri...beh, quella era un’altra, sporca faccenda, intrisa di opportunismo da entrambe le parti. Una faccenda che ancora lo faceva vergognare, e parecchio. Angela, però, gli aveva donato il suo cuore. Ed ora non c’era più, accanto a lui. Ed altri uomini, come quel luogotenente di Vargas, si sentivano in diritto di difenderne l’onore contro di lui. Aveva voglia di vederla. Voleva farsi sellare un cavallo, lasciare l’accampamento e correre da lei, nella tenuta di Vargas. L’avrebbe presa, portata via con sé. Lei non avrebbe potuto resistergli, di questo era intimamente certo. Nessun uomo al mondo, Tanto meno quel Wolf, poteva mettersi tra di loro, dopo quello che c’era stato. Al diavolo il mondo intero, l’avrebbe riavuta per sé. Eloisa. Se avesse fatto questo, avrebbe perso Eloisa. E quello che lei rappresentava: la benevolenza dell’Imperatore, l’accettazione della società, tutto il suo prestigio, il suo potere. Eloisa avrebbe pianto. Dannazione, anche questo era vero. Ma contava meno, doveva contare meno delle lacrime di Angela. Quelle lacrime che sarebbero cessate per sempre. Eloisa avrebbe pianto. Infuriato per la propria indecisione, per la propria incapacità di assumere una linea di condotta e di seguirla fino alle estreme conseguenze, Alexander imprecò. D’un tratto, con irritazione estrema, si accorse di non essere più solo. Una donna alta e bruna, con occhi azzurri molto intensi e duri, lo fissava dall’apertura della sua tenda. La riconobbe all’istante. - La nostra cara ex principessa Vargas - le disse, furioso con lei per la sua intromissione. - A cosa debbo l’onore? - - Ero così ansiosa di fare la vostra conoscenza, Altezza - lo lusingò lei. - Del resto, abbiamo molto in comune - - E sarebbe? - - L’odio che entrambi proviamo per Andreas Vargas e per quella sgualdrina di vostra sorella - Ecaterina stava rischiando molto, forse troppo. Non aveva alcuna garanzia che il principe von Sturgau und Seizig detestasse la sorella quanto l’odiava lei. In verità, la sua acrimonia nei confronti di Andreas poteva derivare dal sentimento opposto...un intenso affetto nei confronti della principessa Verena. Ma Ecaterina dava sempre retta al proprio istinto, quando sfidava la sorte. E questa volta ci aveva azzeccato. Lo capì dall’espressione dell’uomo. Qualunque fosse la ragione, Alexander von Sturgau und Seizig condivideva i suoi violenti sentimenti di odio per entrambi. - Mettiamoci nel gruppo anche la sgualdrinella cieca...che ultimamente civetta con quel massiccio orso che Andreas si porta sempre dietro, il cavaliere Wolf di Starnberg, che ne dite? - arrischiò ancora, sempre più audacemente. Questa volta doveva aver toccato la corda sbagliata. Alexander si irrigidì, facendo istintivamente un passo indietro. - Come lo sapete? - le chiese soltanto. - Io abitavo là, non ricordate? - rispose lei con tono leggero, avanzando nella stanza. Era molto bella, pensò spassionatamente Alexander. Ma non riusciva ad intravedere in lei un grammo di calore. - Se vostro marito sapesse che siete qui... - - Credete che gliene importerebbe qualcosa? Potrei vendere l’anima al diavolo, e non se ne accorgerebbe neppure. Anzi, penso che è quello che farò. - Ecaterina sorrise - Vendere l’anima al diavolo, intendo. Soprattutto se il diavolo...siete voi. - Alexander capì in un istante che quella donna era disposta a giocarsi qualunque carta pur di restare a galla. Non diversamente da una qualsiasi altra sgualdrina. Non avrebbe rischiato il suo matrimonio con Eloisa, tutto quello che aveva, per un piacevole incontro con una donna che presto, prestissimo, gli avrebbe presentato il conto. Poteva rovinarsi la vita per Angela... ma non per un’arrampicatrice sociale come Ecaterina. La superò con due passi ed aprì la tenda. Immobile, le fece capire che doveva andarsene. - State perdendo un’occasione, principe - sussurrò lei con la sua voce morbida. - Correrò il rischio. - Ad Ecaterina non restò che allontanarsi. Si chiese dove fosse il problema. La sgualdrinella cieca, evidentemente. Avrebbe dovuto cercare di sfruttare la circostanza. Ma si sentiva stanca, ed aveva freddo. Si avvolse la cappa foderata di pelliccia attorno al corpo, un regalo del suo primo marito, e tornò in città, verso il palazzo di uno dei suoi nuovi amanti. II
oco dopo la fine di febbraio, Andreas e Wolf fecero una scappata a casa, lasciando ai loro luogotenenti la cura del loro accampamento sulle rive del Danubio. In entrambi, la voglia di rivedere i visi familiari delle loro donne era ormai prepotente. Quanto a Wolf, sapeva di dover ottenere da Angela un chiarimento, una volta per tutte. Doveva sapere. Le accuse nemmeno troppo velate del principe tedesco ancora lo ossessionavano. “Un mio avanzo”...così aveva definito la ragazza. Non riusciva a conciliare quella disinvolta arroganza con l’immagine pura ed incontaminata di quella fanciulla, che si era difesa dai suoi stessi assalti in virtù della propria innocenza. Forse il principe mentiva.... o forse mentiva Angela. E la sua era stata tutta una commedia per prendersi gioco di lui. Aveva interrogato Andreas al riguardo fino allo sfinimento. L’amico non voleva ammettere nulla. Aveva insistito, lo aveva circuito con mille parole per farsi confidare il vero. Andreas aveva opposto a tanta insistenza un ostinato silenzio. Troppo ostinato. Wolf, ormai, si era quasi convinto di essere stato tradito. La ragazza non era affatto innocente come lui credeva, e si era molto divertita a prenderlo in giro. Indeciso tra l’amarezza, e l’incredulità, tormentato dall’esigenza di scorgere la verità nei suoi occhi senza luce, Wolf convinse Andreas a spingere i cavalli fino allo stremo allo scopo di giungere quanto prima a Zarcany, per quella che avrebbe dovuto essere una breve sosta prima della battaglia finale. Il nemico turco avanzava, senza tregua. Le difese navali dell’Europa erano ormai approntate, e quelle terrestri affilavano le loro armi nei vari accampamenti sparsi lungo le sponde del grande fiume. Lo scontro era imminente. Non appena accolse i due cavalieri sulla soglia di casa, Verena intuì il loro tormento. Non le ci volle molto per capire cosa era successo loro durante la lunga permanenza a Budapest. - Abbiamo incontrato tuo fratello - le sussurrò Andreas mentre entravano nella vasta casa colonica. - Ed è stato molto...sgradevole - - Vi siete battuti? - chiese lei ansiosamente, mentre lo studiava alla ricerca di eventuali ferite. - No...ma ci ha colpiti nel profondo con parole più acuminate di strali. Soprattutto Wolf - - Gli ha detto di Angela - intuì lei, amareggiata. - No...gliel’ha solo fatto sospettare. Forse così è anche peggio - Alexander doveva sempre rovinare tutto. La piega amara assunta dalla bocca di Verena si accentuò quando lei incontrò lo sguardo di Wolf. Il cavaliere aveva un’aria tormentata che lei non gli aveva mai visto prima. - Dov’è Angela? - chiese subito Wolf, saltando a pié pari i preliminari. - Al lavatoio - - Con questo freddo? - - A lei piace così. E’ una bella mattinata, c’è il sole - Verena rimase immobile a fianco dell’amante, a fissare la schiena ampia del cavaliere che si allontanava attraverso il cortile, verso la donna che temeva l’avesse ingannato. Ci sarebbe stato tempo per discutere delle ultime malefatte di suo fratello. Ora, si chiedeva se non era il caso di seguire Wolf...per proteggere Angela. No, non voleva credere che Wolf le potesse mancare di rispetto, in nessuna situazione. Wolf doveva essere diverso da Alexander...e dalla maggior parte degli uomini. Angela sollevò il capo al suo sopraggiungere, sorpresa. Poi, ne riconobbe il passo. - Sei tu...Wolf. Sei tornato - gli sorrise del sorriso di un angelo. Era bellissima, le guance arrossate dal freddo e gli occhi lucenti, senza vita eppure magnifici. A Wolf si strinse il cuore. - Angela...perché mi hai mentito? - - A proposito di cosa? - rispose lei, mentre il sorriso svaniva lentamente dalle sue labbra. - So tutto. Di te e di Alexander von Sturgau - Ecco, aveva lanciato il sasso. Era sleale da parte sua attirarla in quel tranello, senza aver le prove di nulla. Ma se lei fosse stata innocente, ora l’avrebbe saputo. Lei non poteva essere così brava a mentire, in fondo! - Chi te l’ha detto? - Wolf si sentì morire. Si sarebbe atteso di tutto. Una vigorosa smentita, proteste, forse lacrime. Ma non quel tono tranquillo, quasi...rassegnato. - Allora è vero - sussurrò - E’ vero. Ed io che ti credevo...pura. Invece sei stata sua...e lo ammetti! - Angela si irrigidì.- Conta così tanto per te? La purezza? E’ un valore così importante? - - Io...sì, lo è. Non dovevi mentirmi. Quella notte, non dovevi trattarmi come se avessi tentato di stuprarti. Dovevi...essere quella che sei anche con me. - - Quella che sono? - chiese lei, amaramente. - Una...puttana? - Wolf non rispose. Era ancora sotto schock per quella conferma ai propri peggiori presentimenti. - Non sai niente di me...niente, se non quello che vedi con i tuoi occhi. Sei pronto a condannarmi come sgualdrina perché un uomo, un rivale, ti ha detto che sono stata sua. E’ questo che è successo, vero? Solo lui poteva dirtelo. Nessun altro. Non sai nulla di come e perché è accaduto. Giusto perché tu lo sappia, non è successo ad una festa, o per scherzo. E’ successo, e non ho avuto scelta. Ma forse sarebbe più giusto ammettere che nessuno dei due ha avuto scelta. - Wolf si chinò, come per un colpo imprevisto ed invisibile. A quello non aveva mai pensato. Lei poteva essere stata sua, per lussuria o per obbligo...ma non per amore. Dio, cosa gli stava dicendo? - Vuoi forse dire...che lo hai amato? Che, forse, lo ami ancora? - - Sì, l’ho amato. Molto. No, non lo amo più. Non appartiene più alla mia vita, né io alla sua - - Mio Dio - Wolf si sentì le lacrime agli occhi, e non volle umiliarsi dinnanzi a lei. Cercò di controllarsi, e la voce gli tremò, quando riprese a parlare. - Non ci posso credere. Quell’uomo...è un demonio. Non ha rispetto di nulla e nessuno al mondo. E si è sposato, nel mentre. Come fai a dire che l’hai amato? - - Perché è la verità - ribatté lei pacatamente, le mani rosse dal gelo e tremanti dall’emozione di quell’inattesa resa dei conti - Se decidi di accettare me, devi anche accettare questo - - Non posso - disse solo lui, e si allontanò, prima di perdere del tutto il proprio autocontrollo. Era incredibile: lui, il feroce guerriero, privo di sentimenti, sempre guidato dal proprio interesse, aveva perso la testa per una donna che gli stava candidamente confessando di aver amato un altro, un uomo per il quale non poteva provare sentimenti diversi dall’odio e dal disprezzo. Doveva ritrovare se stesso, ed in fretta, prima che la battaglia infuriasse. Ora come ora, sentiva dentro solo un forte gusto di morte. Desiderava tornare sulle rive del Danubio, e ficcare una daga in gola a quel maledetto tedesco. E doveva allontanarsi da Angela. Perché sentiva altrettanto imperioso il desiderio di chinarsi ai suoi piedi, e di aprirle le braccia. Perché, ora che sapeva, e che i dubbi non lo rodevano più, era intimamente pronto ad accettarla con tutto il suo passato...e quello che ciò comportava. Ma la mente, quella razionale, dove aveva sempre tenuto stretto il dominio di sé, non gli consentiva ancora di fare questo passo. - Addio, signora. Le nostre strade si separano per sempre. - - Addio, cavaliere - Senza parole, lei tornò alla sua biancheria, mentre lui si allontanava. Incredula, si fermò un attimo. Aveva creduto di aver scacciato per sempre Alexander dalla propria vita. Ma lui tornava a dominarla, separandola da un uomo buono, che avrebbe facilmente potuto amare e rispettare per il resto dei suoi giorni. E questa consapevolezza la distruggeva.
on meno tormentato di lei era il suo amante di un tempo. Alexander radunava le poche cose ancora rimastegli nell’albergo dove ora viveva Eloisa. Lei dormiva ancora. Da qualche settimana, si era fatta inaspettatamente più sonnolenta, e quel mattino non si era nemmeno accorta del ritorno del marito. Si vedevano di rado, e quasi sempre di sera. A volte, trascorrevano la notte insieme in quella stanza d’albergo, ma al mattino lui tornava sempre all’accampamento. Quando finalmente aprì gli occhi, Eloisa vide che Alexander stava per andare via di nuovo. Era da alcune notti che non lo vedeva più. - Parti? - gli chiese, proteggendosi gli occhi contro i raggi del sole che filtravano dalle imposte socchiuse. Alexander non le rispose. Non sapeva cosa dirle. Quella notte, un impulso improvviso ed irresistibile gli aveva reso impossibile il sonno. Aveva continuato a vedere e rivedere Angela nella propria mente, Angela accanto a quel rozzo cavaliere. Ed a sentire intimamente che non poteva perderla. Non poteva darla ad un altro. Alle prime luci dell’alba era tornato nella propria stanza d’albergo. Razionalmente, si era detto che lo faceva per prendere alcune cose per il viaggio a Zarcany. La realtà era un’altra, ed il suo cuore la conosceva bene. Voleva rivedere Eloisa, prima della partenza, prima di quell’irrevocabile distacco. Eloisa, che non sarebbe stata donna da accettare passivamente né tradimenti, né tentennamenti. Angela aveva avuto ragione anche in quello. Non avrebbero potuto esserci due donne nella sua vita, non contemporaneamente. Ecco, ora la vedeva. Gli occhi aperti, insonnoliti, grandi nel viso ancora un po’ rotondo. Si era quasi dimenticato che lei fosse così giovane, che avesse solo diciassette anni. Quanto a lui, ora si sentiva decrepito. - Io...sì, parto. Come stai? - - Bene - disse lei, sollevandosi seduta sul letto, dove ultimamente aveva trascorso molte notti solitarie. - Dimmi la verità. Vai a cercarla ? - Avrebbe voluto negare. Avrebbe voluto possedere la disinvoltura necessaria per mentirle, per non perderla...trattenendo contemporaneamente a sé Angela. Capì però che non poteva. E che non poteva nemmeno abbandonarla. Perché lei era sua moglie, se questo qualcosa contava, per lui che non aveva mai avuto una vera famiglia. Si sedette sul letto, le prese le mani. Improvvisamente, vedeva chiaro, chiaro come gli occhi di Eloisa...e chiaro come quel mattino di marzo. - Volevo partire. Volevo cercarla. - Eloisa tacque, immobile. Alexander cercò il coraggio di andare avanti. - Ma non posso. - Scrollò il capo, mentre lei tratteneva il fiato. - Non posso, Eloisa. Sei tu mia moglie. Se per avere lei devo perderti, allora, ci rinuncerò. Staremo sempre insieme e ti sarò fedele. - Lei scoppiò a piangere. In un istante, aveva capito tutto. L’intensità dell’amore di lui per quella donna, la necessità per entrambi di difendere la propria unione contro il mondo intero. Per non rompersi in mille pezzi. Quella necessità esigeva dei sacrifici. Il primo, era la rinuncia di Alexander al suo perduto amore. Il secondo, era la sua accettazione di quel sacrificio. Sapendo che la strada dei rimpianti e dei ripensamenti era lunga, difficile e tortuosa. Ora, doveva dargli qualcosa in cambio, per fornirgli la forza per andare avanti. - Sì, Alexander. Staremo insieme. Tu, io...ed il nostro bambino - Lui la guardò. Lei annuì, passandosi una mano sul ventre ancora piatto, ma non per molto. - Hai un erede, principe von Sturgau und Seizig. - - E’ giunto per te il momento di tornare ad Heiserad - le disse lui, accarezzandole il volto. -Nella casa della nostra dinastia. Non rimarrai qui, non con una battaglia imminente. - -
Heiserad...non ti ricorderà lei? - - Mi ricorderà te... perché è la dimora della nostra famiglia. Quella che abbiamo costruito. - Eloise lo abbracciò. Restarono a lungo in silenzio, entrambi consci dei dolorosi compromessi necessari per poter costruire qualcosa...che durasse. Poi, Alexander si alzò, e si avvicinò alla finestra. Mentre Eloisa rimetteva il capo sul cuscino, ancora sconvolta da quella nuova opportunità che le era stata offerta, Alexander rifletteva, osservando il cupo cielo ancora invernale. Eppure, gli sarebbe immensamente piaciuto rivederla un’ultima volta. Una volta ancora. E poi basta.
ngela non piangeva. L’abbandono di Wolf non l’aveva stupita: era come se avesse saputo fin dall’inizio che sarebbe andata così. Ma era come se in quel mattino d’inverno qualcosa si fosse spezzato intorno a lei. La gioia, la serenità che avevano pervaso il suo ultimo Natale si erano dileguate come gli ultimi fiocchi di neve, e non ne era rimasto più nulla. Verena attendeva Andreas, che era ripartito con Wolf per l’imminente battaglia. Lei, almeno, poteva essere serena. Il suo uomo le aveva dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di tenere sinceramente a lei, e che avrebbe combattuto contro tutto e contro tutti per conservare il suo amore. Ma Angela era sola. Quasi quasi, cominciò a sperare che Alexander sentisse di lontano il suo grido disperato. E che lasciasse quella sua moglie che per lei era solo un’estranea, e tornasse a prenderla, sorgendo dalle brume invernali come un antico guerriero. Quasi. Non del tutto. Perché la sofferenza di quell’estranea alla fine, lo sentiva, sarebbe stata anche la sua. PARTE SETTIMA. IL CAMPO DI BATTAGLIA. I Il clangore della battaglia si era appena spento, e già si contavano i morti. Non appena Maometto II°, il sovrano islamico, aveva avuto l’ardire di attaccare Belgrado, le truppe guidate dall’audace, instancabile Hunjady lo sconfissero sul Danubio, l’enorme, infido corso d’acqua che segnava l’Europa centrale come una ferita. Eppure, nessuno si fece illusioni. Il nemico ferito si era rintanato nella sua tana. Presto, forse prestissimo, reso più forte dalle divisioni che già serpeggiavano all’interno del fronte occidentale, sarebbe tornato a pretendere come suoi quei territori ora intrisi dal sangue di quegli audaci combattenti. Ma, almeno per un po’, ci si poteva illudere che la guerra fosse finita. Andreas ed Alexander, casualmente vicini nel momento della battaglia, quali forze di terra in appoggio alla lotta sul fiume, si persero di vista nel caos immane ed indescrivibile. Ciascuno intento a radunare intorno a sé i vivi, ed a seppellire i morti, misero da parte il loro astio ed i loro timori per l’avvenire. Quando infine cominciò la lunga marcia verso casa, da lontano, Andreas intravide le insegne del suo avversario. Dopo una lunga lotta interiore, decise di non dire nulla a Wolf. Il suo amico aveva lottato duramente, impegnato come era stato in una serie di feroci corpo a corpo con gli efficientissimi guerrieri musulmani. Ed ora era leggermente ferito al braccio destro...non molto, ma abbastanza da farsi uccidere in un duello da un guerriero crudele e privo di scrupoli come il principe Alexander. Questi aveva combattuto come un demonio. Ricoperto del sangue dei suoi avversari, aveva continuato a menar fendenti anche quando la battaglia era pressoché finita. Nessun altro guerriero gli era stato alla pari per ferocia. Bene, ora avrebbe riscosso dal proprio imperatore la ricompensa per tanto ardore...ed avrebbe lasciato vivere in pace, per il futuro, Verena ed Angela. Forse, con un po’ di pazienza, il rapporto tra Angela e Wolf si sarebbe addirittura potuto ricostituire. E, se fosse stato molto fortunato, Andreas avrebbe persino ottenuto l’annullamento. Pieno di speranze per l’avvenire, Andreas pianse i suoi compagni morti e si impegnò personalmente a far riavere i loro effetti personali alle famiglie. Quanto a sé, ed al proprio immediato futuro, non osava pensarci. Ciò che contava era raggiungere quanto prima possibile la corte del suo re...e quindi, di lì, tornare a casa. Da Verena. Un paio di sorprese lo attendevano. La prima fu dolceamara, e lo riempì di sensazioni intense, mai provate. Il suo re lo attendeva per conferirgli l’ordine del Drago. Andreas prese l’insegna con mani tremanti, mentre cortigiani e compagni d’armi lo applaudivano. Sapeva di meritarselo, per come aveva combattuto, senza risparmiarsi mai, nonostante non avesse mai avuto prima tanto da perdere. Ma sapeva anche che non avrebbe mai avuto quell’esclusiva onorificenza, se suo padre non fosse stato un Tulas. Ora, era anche lui un cavaliere del Drago. E ciò attutiva in parte il dolore che provava da sempre per la propria nascita illegittima. Quella, più di tutte le possibili eredità, lo risarciva. La seconda sorpresa fu decisamente meno piacevole. Ecaterina aveva un nuovo amante. Un uomo potente....estremamente potente. Il nipote di un cardinale. Potente abbastanza da bloccare per molto, moltissimo tempo il suo annullamento. Furioso, decise che era ora di tornare a casa. Cercò di convincere Wolf ad accompagnarlo a Zarcany, ma non vi riuscì. Le ferite morali dell’amico erano ancora aperte, e facevano più male di quelle fisiche, impartitegli sul campo di battaglia. Wolf non voleva rivedere Angela. Quanto meno, non ancora. Così, lo lasciò a godersi i festeggiamenti per la grande vittoria nella capitale, e riprese impaziente la strada di casa. In un modo o nell’altro, con l’aiuto di suo padre, o per merito dei suoi buoni uffici a favore della corona, avrebbe ottenuto lo scioglimento di quell’assurda, inutile unione con Ecaterina. Ne era intimamente certo. Mentre Andreas percorreva al galoppo le strade infangate che portavano a Zarcany, Wolf inseguiva nel vino e nella baldoria della vittoria un senso al suo dolore, ed una soluzione. Quando la trovò, la soluzione, venne dalla fonte più inattesa.
ax Altieri aveva atteso con ansia il responso del Pontefice. Voleva a tutti i costi un pretesto per raggiungere Alexander a Budapest, ed infine lo trovò. Un vescovo moldavo chiedeva con insistenza un annullamento matrimoniale, cui un cardinale ungherese si opponeva con tutte le sue forze. La questione era a quel punto diventata eminentemente politica...ed il suo intervento, perfettamente giustificato. Max lasciò la Germania senza rimpianti. Da quando Alexander era partito per l’Ungheria, nulla più lo tratteneva in quella corte noiosa e corrotta. Portò con sé un giovanissimo paggio toscano, da poco entrato al suo servizio, e pochi uomini di scorta. La battaglia con i turchi era appena terminata, e viaggiare per l’Europa centrale era una faccenda lenta e pericolosa...fu così non troppo sorpreso quando si avvide che Alexander non aveva ancora lasciato Budapest. Disperato, roso da mesi da una gelosia che non lo lasciava più vivere, Max provava tutti i tormenti di una autentica passione amorosa, sia fisici che spirituali. Nel suo sentimento, era sincero e profondo quanto chiunque altro. Ed il suo amore, a questo punto, e per queste ragioni, meritava rispetto. Alexander si avvide della presenza di Max a corte. Ne fu terribilmente irritato. Ancora troppo poco sicuro di sé e del suo matrimonio per riposare sereno sugli allori delle sue nozze con Eloisa, temeva Max e la sua oscura influenza, che per tanto tempo l’avevano condizionato. Più di tutto, temeva che Eloise potesse scoprire cose c’era stato tra di loro un tempo. Sapeva per certo che non gliel’avrebbe mai potuto perdonare. Non questo. Dopo Angela, non anche questo. Angela. Pensava ancora a lei, ci pensava ogni giorno. La voglia di rivederla era più intensa che mai, più struggente. L’immagine di lei, la sua dolcezza, i ricordi dei momenti vissuti insieme, a partire dal loro primo amplesso fino a quella tremenda notte nel capanno, l’avevano perseguitato sul campo di battaglia, mentre lottava senza paura e senza pietà contro un nemico costituito in primo luogo da tutti coloro che avevano sempre deciso come si sarebbe dovuto comportare...e quali valori avrebbe dovuto difendere. Eppure, tornare da Eloisa era stato a suo modo dolce. Lei era morbida, arrotondata dalla gravidanza, seducente nella sua totale mancanza di pudore. Si erano subito amati, senza esplicita tenerezza, ma con una passione inesauribile, accesa dalla disponibilità di lei, dal suo inedito calore. E di Angela non avevano più parlato. Dannazione, ci mancava anche Max! - Non ci sono più scuse - gli sussurrò l’amico, in mezzo alla folla, certo di non essere udito. - Non puoi più respingermi. Devi tornare ad essere per me quello che eri un tempo. - - Non posso e lo sai. - - Perché sei sposato? - rise Altieri. - Andiamo! Centinaia di cavalieri in tutta Europa lo sono, eppure non rinunciano al loro tenero compagno. Non crederai davvero di essere stato l’unico soldato a provare piacere in unione con un altro uomo? Ma non sai quanti ce ne sono...come noi? - - Io sono un uomo - replicò Alexander, a denti stretti. - Provo piacere solo quando monto una donna. Una vera donna - - Sei stato uomo...con me - - Era diverso, e tu lo sai. Sono stato solo...accondiscente. Un’esperienza, se vuoi. Questo non fa di me...ciò che sei tu - - Fa di te qualcosa di peggio - replicò Max, seriamente. - Perché io, almeno, l’ho fatto per amore - - Amore? - Alexander sobbalzò. - Non dirai sul serio? - Max aveva nel mentre manovrato per portarlo via di lì...vicino ad un bovindo, dove nessuno li avrebbe uditi. Quando lo guardò, Alexander lesse sincerità nei chiari occhi dell’amico. - Certo che ti amo. Ti amo da sempre - Quella dichiarazione, perfettamente onesta, non sminuiva in nulla la virilità di Max. Era un uomo duro, a suo modo, non un soldato, ma un politico. Ma amava Alexander. Con il cuore. Ed Angela, la cieca, era stata l’unica a capirlo davvero. - Ti amo da quando ti conosco. Ho corteggiato tua sorella Verena, ero perfino disposto a sposarla, solo per poterti stare accanto. Quando tu mi hai avuto, ti ho dato la mia anima. Ho mentito ed ingannato per aiutarti. Ho ferito tua sorella, la tua donna...e sono pronto a fare altrettanto con tua moglie...solo per riaverti. - Inorridito, Alexander fece un passo indietro. - Rovina il mio matrimonio, e ti ammazzo. Non hai il diritto di provare questi sentimenti per me. Non te lo permetto - - Non puoi far nulla per impedirmelo. Quanto a tua moglie, sospetto che sarai bravissimo a rovinare tutto da solo. Provami il contrario, se puoi! - - Max...questa conversazione è assurda. Ho sbagliato a cedere alle tue insistenze, e Dio sa quanto lo rimpiango! Ma non c’è futuro. Amo una donna, sono legato ad un’altra, e non c’è proprio nessun posto per te nella mia vita. Ora che so cosa provi, non potremo neppure essere più amici...lo sai. - - Sì...lo so. Ma dammi ancora quello che puoi...ancora per una volta. - Parlando, Max gli aveva afferrato un braccio. Alexander si staccò di scatto, spaventato che qualcuno potesse vederli, e che la notizia si diffondesse, come il fuoco in un pagliaio... Inebetito, Max lo vide andare via, senza voltarsi neppure una volta indietro. Non riusciva più a riportarlo a sé. Stordito dal dolore di quel rifiuto, improvvisamente capì. Era ancora una volta colpa di quella cieca. Amando lei, Alexander aveva imparato una volta per tutte cosa fossero i sentimenti. Prima di allora, si era limitato a macinare esperienze come una giovane belva, con la stessa disinvolta noncuranza. Poi, aveva scoperto di avere un cuore. E Max l’aveva perso per sempre.
olf, quasi ubriaco, si avvide a stento della giovane dama che aveva urtato nella sera ormai incombente. Lei sollevò il capo, incorniciato da un cappuccio di pelliccia. E lui riconobbe i suoi limpidi occhi verdi. - Principessa...scusate. Non sapevo dove andassi. - - Avete bevuto troppo, cavaliere - lo rimproverò dolcemente Eloisa, che lo aveva immediatamente riconosciuto. Con il suo fisico imponente, Wolf non era confondibile con nessun altro. Era lieta di rivederlo sano e salvo...seppure il braccio bendato pendesse al suo collo. - Festeggiate la vittoria? - - Ho poco da festeggiare, mia signora - replicò lui amaramente. - Voi una volta mi avete dato un buon consiglio...temo di non averlo seguito. - - Quella dama...non sta più con voi? - gli chiese lei, tremando di freddo e di paura. - No...mi sorprende che la cosa vi stupisca. Credevo...che già lo sapeste. - - Mio marito non è tornato da lei...almeno credo - ammise lei, senza inutili reticenze. - Ma voi pensate...che si amino ancora? - - Non lo so. Lei dice di no. - - Allora...perché non siete più il suo cavaliere?- Wolf non rispose. Eloise lo prese per le braccia e lo scosse. Era un tentativo patetico: non riuscì nemmeno a scuoterlo. Si arrese, il viso rigato di lacrime - Oh, non siate sciocco...correte da lei, prima che ci ripensi...che ci ripensino entrambi! Non ci siete solo voi, sapete, ed il vostro stupido orgoglio...perché di questo sicuramente si tratta. Ci sono anch’io...ed il mio bambino. - Il mantello di lei si aprì di quel tanto necessario perché lui si convincesse che lei non stava mentendo. La sua forza e le sue parole lo colpirono più di quanto avessero fatto i mori sul campo di battaglia. Orgoglio...maledetto orgoglio! Aveva avuto decine di donne, ed ora non sopportava che l’unica che amasse...avesse avuto un altro prima di lui! Orgoglio ed ipocrisia! - E’ un filo sottile ma tenace, quello che li lega - disse lei, a voce alta, affrontando per la prima volta con se stessa le proprie più profonde paure. - Solo la forza di due autentici sentimenti può evitare che si riannodi. Il mio ed il vostro amore...lo capite? Null’altro. Solo la nostra...accettazione - - Non so se ne ho la forza, principessa. - - Dovete averla. I miei sforzi non varranno a nulla, se lasciate che lei...lo cerchi di nuovo. - - Come potete vivere con questa paura? - gli chiese lui, ormai del tutto lucido. Le sue parole ed il vento freddo della sera l’avevano aiutato a smaltire in fretta la sbornia. - Sento che mi distruggerebbe. - - E’ la paura in sé a distruggervi, non lo capite? Grazie a Dio, sembrano due persone fedeli alla parola data. Si sono lasciati...e non torneranno insieme. Ma non dobbiamo far sì che abbiano ancora bisogno l’una dell’altro. - - Avete ragione. - Wolf prese una mano della piccola principessa, la portò alle labbra e la sfiorò. - Ci penserò. Lotterò contro il mio orgoglio...anche per voi. - - Fatelo per voi stesso, dannazione! - esclamò lei. - Soprattutto per voi stesso! - Nel buio, Eloisa si allontanò, seguita a vista dal capitano della sua guardia, che vegliava su di lei per ordine del principe. Wolf si sentì solo e miserabile, in quella città straniera. Non aveva più voglia di bere. Solo di farsi sellare un cavallo.
ncora in preda ad emozioni contrastanti, Eloisa tornò nel suo alloggio. L’albergo non le parve più lussuoso di quella prima sera, quando aveva vissuto quell’esaltante incontro sessuale con il marito. Ma ora, in quei mesi, era suo malgrado diventato la sua casa...e lei ci si era affezionata, come ai ricordi che esso le suscitava. Era impreparata a vedere un’estranea tra le sue cose. Era una donna alta, bionda, ancora di bell’aspetto. Alexander, impacciato di fianco a lei, la salutò. - Eloisa...sono lieto che sei rientrata. Non hai mai conosciuto...mia madre - Eloisa rimase immobile. Ne aveva certo sentito parlare dalla servitù del marito, ma mai aveva pensato di ritrovarsela lì, in Ungheria. La donna, una ex cameriera, era stata assente persino alle loro nozze ed Alexander, personalmente, non ne aveva mai parlato. Lei aveva sempre saputo, senza bisogno di altre spiegazioni, che lui se ne vergognava, perché quella donna denunciava la sua nascita illegittima con la sua sola presenza. Non era una donna volgare, in verità. Non aveva, per esempio, la volgare sfrontatezza di Gertrud...né i modi affettati delle mogli dei vassalli. Era molto somigliante ad Alexander....e la guardava con un’espressione di orgoglio. Suo figlio aveva sposato la nipote dell’imperatore. Un’autentica aristocratica. Il figlio di Karin, la serva. Eloisa abbozzò un inchino. Sapeva che era del tutto fuori luogo...trattandosi di una pleblea. Ma lo doveva ad Alexander. Anche se lui pareva il primo a non aver mai trattato con il dovuto rispetto la madre. - Altezza...sono fiera di essere qui, per aiutarvi. So che...sia benedetto il Cielo...aspettate! - “E’ il tuo nipotino” pensò Eloisa. - Sì - rispose, con un sorriso che fece di tutto per far sembrare cordiale, anche se ripensava ancora alle parole di Wolf....ed al fatto che la bella Angela fosse sola...alla mercé di un ritorno di fiamma con Alexander. - Vorrei tanto...essere al vostro servizio. - - Vi prego, alzatevi....mamma - Karin spalancò gli occhi. La principessa l’aveva chiamata “mamma”! Si rialzò dal suo inchino, troppo sbalordita per parlare. Eloisa la prese per una mano e la fece sedere accanto a sé, sul letto. - Mi aiuterete con il corredino. E sceglieremo insieme il nome...di vostro nipote - le disse, con un sorriso. - Posso chiamarvi “mamma”, vero? Lo desidererei tanto. Mia madre è lontana, mi manca tanto. Per voi sarò Eloisa...promettetemelo. - Karin annuì, ancora incredula. Rivolse lo sguardo verso il suo padrone, suo figlio, in cerca di indicazioni. Alexander voltò il capo. Non voleva far scorgere alle due donne quanto il tatto e la delicatezza di Eloisa l’avessero colpito. Uscì in fretta, ansioso di recarsi all’ispezione giornaliera delle truppe rimastegli dopo lo scontro. Quella sua moglie troppo perfetta lo stava mettendo con le spalle al muro. |